Il rinnovo al glifosato per altri 5 anni? Lo ha deciso un Ministro Tedesco. Un grande regalo allo “loro” Bayer!

 

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Il rinnovo al glifosato per altri 5 anni? Lo ha deciso un Ministro Tedesco. Un grande regalo allo “loro” Bayer!

Il rinnovo al glifosato lo ha deciso un Ministro tedesco

L’indicazione del governo era la solita: astensione. Invece Carl Schmidt ha fatto di testa sua, dando il voto decisivo al glifosato e spaccando l’esecutivo

Spaccatura sul glifosato nel governo tedesco al tramonto

Se il glifosato è nuovamente al sicuro da ogni divieto, autorizzato in Europa per altri cinque anni, è per iniziativa personale del Ministro dell’Agricoltura tedesco. Sconfessando la posizione del governo, che puntava sull’astensione, Christian Schmidt ha lasciato di stucco Angela Merkel, del suo stesso partito. La decisione unilaterale del Ministro, che ha dato indicazione agli esperti tedeschi di votare a favore, ha mostrato tutta la debolezza della cancelliera in questa fase e spaccato il governo. Mentre infatti tenta di costruire faticosamente una nuova alleanza dopo le elezioni di settembre, Merkel vede allargarsi la frattura con i socialdemocratici che attualmente reggono l’esecutivo. Il Ministro dell’Ambiente, Barbara Hendricks, viene dall’altro schieramento ed è su tutte le furie per il colpo di testa del suo omologo con delega all’agricoltura.

Schmidt ha giustificato il suo voto, sostenendo che la Commissione Europea avrebbe avuto l’ultima parola sulla questione e avrebbe «in ogni caso votato a favore del rinnovo». Ma un conto è addossare la colpa a Bruxelles, un altro è mostrare la volontà esplicita degli stati membri – e in particolare della Germania – di estendere l’uso di un diserbante sospettato di essere cancerogeno.

Le associazioni ambientaliste chiedono le dimissioni di Schmidt, poiché ha violato la fiducia del governo contravvenendo alla posizione sempre assunta in precedenza. Anche Angela Merkel si è dissociata, dicendo in una conferenza stampa che il voto favorevole del Ministro «non corrispondeva alla posizione concordata dal governo».

Di certo, però, questa inversione a U sembra favorire Monsanto, che preferiva un rinnovodell’autorizzazione al glifosato prima della formazione di un nuovo governo in Germania. La partita dell’azienda, dunque, è vinta su tutta la linea. Perfino la potente cancelliera tedesca ha dovuto subire lo schiaffo, che fra l’altro pesa e non poco nei colloqui che con difficoltà sta cercando di portare avanti con i socialdemocratici dopo il tramonto della coalizione con le destre e i Verdi. Questi ultimi possono permettersi ora di picchiare duro, come dimostra la dichiarazione del presidente del gruppo parlamentare, Anton Hofreiter: «La decisione di ieri non è stata solo un affronto a milioni di persone, ma anche al più importante partner europeo della Germania: il presidente francese Emmanuel Macron».

fonte: http://www.rinnovabili.it/ambiente/rinnovo-glifosato-ministro-tedesco-333/

Glifosato: l’Unione Europea si “dimentica” che è cancerogeno e fa un bel regalo alla Bayer: rinnovato per altri 5 anni

 

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Glifosato: l’Unione Europea si “dimentica” che è cancerogeno e fa un bel regalo alla Bayer: rinnovato per altri 5 anni

 

Altri 5 anni di glifosato: “Un regalo a Bayer” che segna la fine del principio di precauzione?

Non è andata proprio giù a molti la decisione europea di concedere l’autorizzazione per altri 5 anni al glifosato. Pur se immaginabile, dopo le incredibili affermazioni del commissario alla salute Vytenis Andriukaitis che aveva detto “Il glifosato non vincerà mai un concorso di bellezza ma serve”

E le reazioni sono molte.

Commentando per esempio l’approvazione della proposta della Commissione europea sul rinnovo per altri cinque anni dell’autorizzazione al glifosato, Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura di Greenpeace Italia, dichiara:

«Il voto odierno è un regalo alle multinazionali agrochimiche, a scapito di salute e ambiente. Bene comunque il voto contrario dell’Italia che ha dimostrato nuovamente di dare priorità alla tutela delle persone, e non al fatturato di chi produce e commercia il glifosato».

Allo stato attuale, conclude Greenpeace, nessuno può affermare con certezza che il glifosato sia sicuro, specie dopo le rivelazioni che stanno continuando a emergere grazie ai cosiddetti “Monsanto Papers” e lo scandalo del “copia-incolla”, relativo a parti del rapporto dell’EFSA sui rischi dell’uso del glifosato copiate dalla richiesta di rinnovo dell’autorizzazione di Monsanto.

“Vota a favore anche Germania, in attesa di responso sulla fusione Bayer-Monsanto: almeno altri 5 anni di farmaci e pesticidi a braccetto!” ha twittato Piernicola Pedicini, europarlamentare 5Stelle che si è speso molto in questa lunga battaglia europea.

“È morto il principio di precauzione” chiude lapidario José Bové leader ambientalista. Noi speriamo di no, ma vista questa storia c’è poco di cui essere ottimisti.

 

da: https://ilsalvagente.it/2017/11/27/altri-5-anni-di-glifosato-un-regalo-a-bayer-che-segna-la-fine-del-principio-di-precauzione/28710/

200.000 morti l’anno a causa dei pesticidi nel cibo, ma la gente continua a preferire il bello al sano

ZZZ

 

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200.000 morti l’anno a causa dei pesticidi nel cibo, ma la gente continua a preferire il bello al sano

I pesticidi utilizzati per aumentare la produzione agricola per una popolazione in crescita a discapito della salute della stessa, causano 200.000 morti l’anno.

La diagnosi è di avvelenamento acuto.
Lo sostiene un rapporto dei relatori speciali dell’Onu per il diritto al cibo, Hilal Elver, e per le sostanze tossiche, Baskut Tuncak, presentato al Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite, in cui chiedono un nuovo trattato internazionale per regolare ed eliminare progressivamente l’uso di pesticidi tossici in agricoltura.

Ci si chiede come mai però, si sia aspettato tanti anni per giungere a questa conclusione, un pò come accadde negli anni 70 con l’amianto.

“L’uso eccessivo di pesticidi è molto pericoloso per la salute umana e per l’ambiente, ed è fuorviante affermare che i pesticidi sono vitali per garantire la sicurezza alimentare”,è quanto detto dai due relatori dell’Onu al Consiglio per i diritti umani a Ginevra.

I pesticidi causano 200.000 morti all’anno nel mondo per avvelenamento acuto.

I due relatori speciali delle Nazioni Unite puntano anche il dito contro le tecniche di marketing aggressive e senza etica dell’agroindustria, che nega la pericolosità e gli impatti di alcuni pesticidi.

L’industria chimica attribuisce invece la colpa dei danni all’uso improprio che ne fanno gli agricoltori,  e spende enormi quantità di denaro per corrompere i politici ed insabbiare le evidenze scientifiche.

Nell’Era oscura del Dio Denaro la nostra salute è costantemente sotto attacco, e spetta solo a noi scegliere di mangiare sano, il cibo avvelenato è una nostra scelta, poiché oggi preferiamo frutta e verdura bella e perfetta invece che sana, e per arrivare al prodotto “perfetto”, bello e appariscente bisogna sapere che dietro c’è un trattamento intensivo dello stesso.

tratto da: http://curiosity2017.blogspot.it/2017/03/200000-morti-lanno-causa-dei-pesticidi.html

Se ne parla troppo poco – Non solo glifosato. Monsanto fa terra bruciata anche con il dicamba!

 

Monsanto

 

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Se ne parla troppo poco – Non solo glifosato. Monsanto fa terra bruciata anche con il dicamba!

Non solo glifosato. Monsanto fa terra bruciata con il dicamba

Non sono tempi facili per Monsanto, almeno sul piano dell’immagine pubblica. A inguaiare la multinazionale dell’agrochimica non c’è solo la catena di scandali legata agli studi scientifici “aggiustati” (a monte di quelli di cui vi avevamo dato notizia la settimana scorsa c’è tutta la vicenda dei Monsanto Papers, una serie di mail, rapporti e conversazioni telefoniche desecretate dalla corte federale di San Francisco che Internazionale ha pubblicato in italiano sul numero di giugno: i documenti originali sono online sul sito U.S. Right to Know).

E nemmeno lo stop (momentaneo) dell’Unione Europea alla prevista fusione da 66 miliardi di euro con Bayer, sulla quale la Commissione Europea ha fatto sapere martedì scorso di aver avviato un’indagine che si concluderà il prossimo 8 gennaio.

Dicamba, l’erba del vicino non è più verde

Parliamo invece dei problemi che stanno emergendo negli Stati Uniti dove 17 Stati hanno avviato indagini in seguito ai gravi danni riportati dalle coltivazioni agricole su oltre 2,5 milioni di acri di terreno (corrispondenti a circa 1 milione di ettari).

Sul banco degli accusati c’è il dicamba, un potente erbicida che – al pari del più noto glifosato – può essere applicato su colture resistenti come la soia e il cotone geneticamente modificati di Monsanto. Il guaio è che il dicamba è anche molto volatile ed è quindi suscettibile di distruggere le coltivazioni che non resistono al bombardamento di sostanze chimiche.

Gli esperti non sanno ancora se a favorire il propagarsi di questa “epidemia” siano stati forti venti o cambiamenti di temperatura, ma sono già più di 1400 le denunce arrivate dagli agricoltori, esasperati dal fatto che – secondo quanto previsto dalle linee guida del Dipartimento dell’Agricoltura – le assicurazioni non coprono i danni causati dall’erbicida.

Lo Stato più colpito è l’Arkansas, dove dall’11 luglio è stato bandito per 120 giorni l’uso di prodotti a base di dicamba (analoghe misure restrittive sono state adottate in Missouri e in Tennessee): lo scorso anno, secondo la testimonianza di uno sceriffo locale a Reuters, una disputa tra coltivatori sull’utilizzo della sostanza è perfino sfociata in un omicidio.

A caccia di un colpevole

Il colosso di Saint Louis e gli agricoltori si rimpallano a vicenda la responsabilità del disastro: l’azienda sostiene di aver fornito ai suoi acquirenti tutte le informazioni necessarie per l’utilizzo del prodotto, ma è proprio la complessità delle istruzioni, secondo i legali di questi ultimi, ad aver provocato conseguenze spiacevoli.

Il dicamba è provvisto infatti di un’etichetta da 4550 parole con una lunga serie di indicazioni relative alle condizioni necessarie per l’uso (distanza dal terreno, velocità dei venti, temperature e altro ancora).

Specifiche così dettagliate da risultare virtualmente impossibili da seguire, confermano alcuni esperti: «Le restrizioni su queste etichette sono qualcosa di mai visto prima» sostiene Bob Hartzler, agronomo e specialista di sementi all’università dell’Iowa. Quelle relative alla velocità del vento, ad esempio, non avrebbero comunque consentito di irrorare in tempo utile le coltivazioni di soia. La multinazionale, a detta dei ricorrenti, avrebbe «omesso di informare l’Epa [l’agenzia per la protezione ambientale del governo Usa, NdA] che le istruzioni non erano realistiche».

Ma questo non è l’unico né il più grave capo d’accusa. Il dicamba uccide le piante a foglia larga in maniera indiscriminata, per questo tradizionalmente veniva utilizzato solo prima che le piantine emergessero dal terreno. Così come è successo per le colture tollerati al glifosato, la creazione di varietà di cotone e soia gm resistenti al dicamba ha permesso a chi le adottava di applicare l’erbicida senza più alcuna remora: un milione di acri di terreno (circa 400mila ettari) sono stati seminati con colture di questo tipo solo nel corso del 2016 e la stessa Monsanto ha messo in conto per l’anno corrente un incremento da 15 a 20 milioni di acri di coltivazioni di soia Xtend (resistente al dicamba).

Il problema della dispersione era però noto da tempo, motivo per cui l’azienda ha cominciato a sviluppare una versione del dicamba in teoria meno volatile e più sicura. In attesa di ottenere l’approvazione delle autorità, tuttavia, i vecchi prodotti sono rimasti in commercio e gli agricoltori hanno continuato a utilizzarli mettendo a rischio le altre coltivazioni.

In via ufficiale Monsanto ha sconsigliato di farlo e ora incolpa di tutto coloro che hanno fatto un uso scorretto del prodotto. In realtà, si sostiene in una delle cause avviate, gli agenti di vendita dell’azienda avrebbero privatamente rassicurato gli agricoltori invitandoli a ricorrere alla vecchia versione dell’erbicida fino all’approvazione di quella più aggiornata.

Quasi metà degli agricoltori americani ormai denuncia la presenza di infestanti resistenti al glifosato (le cosiddette super-erbacce) e questo fattore spiega la loro propensione a virare sul dicamba. Il biologo Nicholas Staropoli, direttore associato del Genetic Literacy Project, scrive in proposito: «La questione legale in realtà si riduce a questo: cosa Monsanto si aspettava che sarebbe accaduto quando ha messo in commercio le sementi un intero anno prima che la versione “sicura” del dicamba venisse approvata?».

Una ricerca non troppo indipendente

C’è infine un altro aspetto della vicenda che suscita forse le maggiori perplessità ed è legato proprio allo sviluppo del nuovo XtendiMax con tecnologia VaporGrip (cioè il dicamba Monsanto progettato per essere meno volatile).

Reuters ha documentato il rifiuto da parte della multinazionale a consentire che gli scienziati delle università effettuassero test di volatilità sui campioni di XtendiMax: sui campioni forniti, secondo quanto testimoniato da ricercatori delle università dell’Arkansas, del Missouri e dell’Illinois, era infatti espressamente vietato eseguire questo genere di prove.

Secondo Scott Patridge, vicepresidente di Monsanto, la scelta era motivata dal fatto «per ottenere risultati significativi occorrono tempi molto, molto lunghi». Il gigante dell’agrobusiness temeva insomma che permettere studi indipendenti sul nuovo dicamba ne avrebbe messo a rischio l’approvazione da parte delle autorità federali.

Ad affermarlo con chiarezza (senza essere smentito) era stato del resto Boyd Carey, un agronomo dipendente di Monsanto chiamato a testimoniare davanti a un comitato statale dell’Arkansas sui pesticidi nell’estate 2016.

Sebbene nulla impedisca alle aziende di limitare la ricerca sulle sostanze di cui sono proprietarie, le restrizioni imposte in questo caso sono comunque senza precedenti (le concorrenti Basf e DuPont, che commercializzano a loro volta erbicidi a base di dicamba, non ne hanno adottate di analoghe).

Non è detto che i test indipendenti sulla volatilità dell’XtendiMax avrebbero alterato il corso della crisi, osserva Reuters, ma avrebbero fornito ai regolatori un quadro più completo sulle sue proprietà nel momento in cui dovevano decidere se e quando autorizzarne la vendita.

Nel settembre scorso l’Epa ha approvato il prodotto senza richiedere test aggiuntivi e senza spiegare quanto l’assenza di studi indipendenti abbia inciso sulla decisione finale di autorizzarne la registrazione per un periodo di soli due anni anziché venti.

Ora è la stessa agenzia federale, di fronte alla marea montante delle polemiche, ad affermare di essere molto preoccupata dai recenti report sui danni alle colture e di aver avviato una revisione delle restrizioni imposte. Ma qualcuno pagherà per tutto quello che è già successo?

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

 

tratto da: http://www.slowfood.it/non-solo-glifosato-monsanto-fa-terra-bruciata-dicamba/

Il test Svizzero: fino a 6 pesticidi diversi nel tuo tè verde, quello che ti dovrebbe fare tanto, ma proprio tanto bene…

 

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Il test Svizzero: fino a 6 pesticidi diversi nel tuo tè verde, quello che ti dovrebbe fare tanto, ma proprio tanto bene…

 

Il test svizzero: fino a 6 pesticidi diversi nelle bustine di tè verde

Ancora una volta le bustine di tè sotto accusa. Dopo il test di 60 Millions de Consummateurs sulla qualità nera, questa volta a finire in laboratorio sono state le bustine di tè verde. I risultati? Purtroppo sempre deludenti. Il mensile svizzero Bon a savoir ha fatto analizzare 14 marchi di tè verde: con l’eccezione di Lipton e Coop Naturaplan, sono state rilevate tracce di pesticidi in tutti i tè analizzati.

Non si salvano neppure i marchi blasonati come Twining: nel Pure Green Tea sono stati rintracciati 6 pesticidi diversi. Le quantità misurate rimangono entro i limiti di legge ma, come sempre, non sono presi in considerazione gli effetti sulla salute dell’uomo  del cd “effetto cocktail”.

Le sostanze trovate

Partiamo dalle buone notizie. Il test svizzero ha premiato i marchi che avevano una più alta concentrazione di polifenoli, una sostanza presente nei tè verdi che procura benefici all’organismo. Un punteggio più basso, invece, è stato affidato agli infusi che avevano i pesticidi. Gli alcaloidi pirrolizidinici possono essere trovati nelle preparazioni di tè verde quando le piante selvatiche vengono raccolte nello stesso momento. In dosi elevate possono causare danni al fegato. Si sospetta inoltre che siano stati osservati effetti cancerogeni negli animali. Nel test svizzero, quindi, sono stati penalizzati (-0,5) i prodotti quando il valore di tolleranza giornaliera è superato con quattro buste al giorno per una persona da 60 kg; per quanto riguarda le quantità minori, la penalità era limitata a 0,2 punti. Il perclorato e i clorati possono inibire l’assorbimento di iodio da parte della tiroide. Le tracce di ciascuno di questi prodotti hanno portato ad una detrazione di 0,2 punti. L’antrachinone ha dimostrato di essere cancerogena negli esperimenti sugli animali. Una penalità di 0,5 punti è stata applicata a gradi superiori al valore raccomandato dall’Ue (0,02 g / kg). Tra 0,01 e 0,02 g / kg, è stato sottratto 0,2 punti.

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/11/21/il-test-svizzero-fino-a-6-pesticidi-diversi-nelle-bustine-di-te-verde/28516/

Le mele del Trentino? Sono così piene di pesticidi da aver contaminato il DNA dei neonati !!

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Le mele del Trentino? Sono così piene di pesticidi da aver contaminato il DNA dei neonati !!

Il dibattito sui pesticidi c’è ed è pure molto acceso. Nell’affollatissima sala dell’Istituto comprensivo di Cles, si è svolto il convegno «Ambiente è salute: esposizione cronica a pesticidi e Dna umano», presentazione della prima ricerca scientifica su alcuni residenti della Val di Non ed organizzata dal Comitato per il diritto alla salute.
Che il tema scottante fosse particolarmente sentito è stato testimoniato dal fatto che l’organizzazione ha dovuto impedire l’accesso alla sala a molte persone interessate all’iniziativa e giunte quando l’auditorium era ormai al completo. Tuttavia, questo interesse si è fatto sentire in maniera più brusca, quando alcuni interventi a fine dibattito hanno portato un altro punto di vista sull’agricoltura tradizionale.
Ma andiamo per gradi. Sergio De Romedis del Comitato per il diritto alla Salute Val di Non ha introdotto la serata: «Oggi presenteremo uno studio scientifico effettuato sugli abitanti della Val di Non relativo ai danni al Dna dovuti all’esposizione cronica ai pesticidi. Ciò non significa che siamo contro l’agricoltura, ma, al contrario, pensiamo che essa sia fondamentale. Tuttavia, attraverso l’uso di determinate sostanze chimiche di sintesi, crediamo che essa crei una conflittualità, poiché sono state trovate tracce di pesticidi nel corpo di chi non è esposto professionalmente».
La parola è dunque passata agli esperti. Il dottor Marco Tomasetti dell’università politecnica delle Marche ha spiegato l’azione dei pesticidi sul Dna umano: anzitutto essi creano una rottura del genoma, poi inibiscono la naturale funzione ricostruttiva e, proprio per questo, obbligano la cellula a riprodursi in maniera errata. Questo non significa certo malattia istantanea, ma è comunque una premessa a tumori o malattie neurodegenerative.
Il secondo intervento è stato quello della dottoressa Renata Alleva del Irccs Rizzoli di Bologna, la quale ha presentato lo studio sulla popolazione nonesa: «Abbiamo effettuato uno studio su un gruppo di persone che per motivi residenziali è quotidianamente a contatto con i pesticidi. Si è misurata la qualità dell’aria, la presenza di pesticidi all’interno delle case e si sono poi eseguiti prelievi sulle persone in periodi diversi, ad alta e bassa esposizione».
Lo studio afferma che nei periodi di alta esposizione il Dna ci mette molto tempo a riparare i danni subiti dai pesticidi e anzi è inibito dal farlo. «Il danno al Dna si accumula e una donna in gravidanza può trasferire al feto le sostanze – ha proseguito la Alleva – Ciò può avvenire anche durante l’allattamento, visto che i residui dei pesticidi si accumulano nei grassi».
Lo studio sarà pubblicato su una rivista scientifica internazionale, laMolecular Nutrition & Food Research.
Nel dibattito è intervenuto oggi, con una nota dettagliata, anche l’assessore Michele Dallapiccola, che rivendica quanto fatto dalla Provincia su questo fronte e invita a evitare gli allarmismi.
IL DIBATTITO: «I CONTADINI NON SONO ASSASSINI»
Dopo l’intervento del pediatra dottor Pinelli, il quale ha parlato delle conseguenze dei pesticidi sullo sviluppo dei bambini, è seguito un dibattito acceso. In cui però nessuno ha confutato lo studio scientifico (non c’erano esperti di microbiologia o medicina titolati a farlo), ma si è trasferito il dibattito su temi generali.
Così ad esempio Alessandro Dalpiaz, direttore dell’Apot: «La serata mi ha disorientato. Noi agricoltori siamo accusati di essere gli artefici delle problematiche esposte in questo studio. Non crediamo sia così. Noi agiamo nel rispetto delle norme e non sta a noi fare pressione sul legislatore affinché elimini determinati pesticidi. Al contrario di quanto sostenuto stasera, la qualità e l’aspettativa di vita non sono peggiorate».
A queste parole sono partite grida di protesta contro Dalpiaz, il quale ha proseguito dicendo che «Noi non siamo colpevoli, ma interpreti della nostra vita professionale. Possiamo sicuramente migliorare, ma dobbiamo trovare punti di incontro e dialogare di più». Dalpiaz ha ripreso il proprio posto in sala accompagnato da forti proteste.
In questo clima rovente, dal mondo ortofrutticolo è arrivata un’altra voce, quella di Gabriele Calliari, presidente Coldiretti Trentino: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Siamo tutti venuti qui in auto e chissà quanti aerei sono passati sopra le nostre teste durante la serata. Io non mi sento un killer di bambini. Devo forse pensare che la gente muore di cancro per colpa della mia attività? L’agricoltura oggi è a un bivio: o è legittimata e può dunque andare avanti, oppure deve terminare. Dobbiamo smettere di produrre e acquistare prodotti esteri distribuiti dalle lobby multinazionali e ogm? Diamoci una mano, altrimenti non se ne esce».
Anche in questo caso non sono mancati i brusii di sottofondo, ma certo non così forti come quelli rivolti a Dalpiaz. La serata si è quindi conclusa verso mezzanotte.
APOT E MELINDA: «ECCO PERCHÉ ABBIAMO PARTECIPATO»
Diversi rappresentanti dei Consorzi Melinda e «La Trentina», associati ad Apot – Associazione produttori ortofrutticoli trentini – ed una rappresentanza di frutticoltori di imprese private, e rappresentanze di enti locali del territorio, non hanno voluto mancare al Convegno, per ribadire il proprio impegno e volontà di accogliere le istanze della popolazione sul fronte del tema dell’utilizzo dei fitofarmaci. E lo hanno ribadito in un comunicato stampa.
Esso informa: «Abbiamo ritenuto utile una nostra presenza all’incontro per confermare la disponibilità dei frutticoltori verso un confronto più aperto e attento sui temi della salute e dell’ambiente – dichiara Alessandro Dalpiaz, direttore di Apot -. Dobbiamo essere coscienti che solo attraverso una progettualità rinnovata, ma anche sufficientemente condivisa, sarà possibile migliorare la qualità del sistema produttivo e del sistema territoriale, offrendo maggiori e più solide garanzie sociali ed economiche al Trentino, dando pieno significato al concetto di sostenibilità che ingloba le istanze economiche, sociali ed ambientali dei lavoratori e dei cittadini».
Continua il comunicato stampa: «Sulla medesima posizione il presidente di Melinda Michele Odorizzi, che ricorda come “L’interesse del Consorzio passi anche attraverso le sensibilità dei cittadini, che vanno ascoltate ed applicate nelle politiche ambientali e commerciali ma anche nel lavoro quotidiano dei singoli frutticoltori”».
Secondo il comunicato dei frutticoltori «Il confronto continuo e costruttivo, quindi, è quanto Apot e i Consorzi associati auspicano, da cui trarre utili suggerimenti e indicazioni importanti per la formulazione di programmi di attività e progetti in grado di favorire il raggiungimento di obiettivi di qualità ambientale, sociale ed economica alla base del concetto di “sostenibilità”, verso cui i frutticoltori, le loro rappresentanze e la società civile sono comunemente orientati».
fonte: http://www.ladige.it/popular/salute/2016/03/20/pesticidi-studio-residenti-val-non-agiscono-dna-passano-mamma-feto
tratto da: QUI

 

Fantastico – Il contadino che dichiara di essere ignorante e autodidatta, ma che rivoluziona l’agricoltura: ecco come coltiva pomodori e ortaggi senza acqua né pesticidi, con un antico metodo che sta affascinando i biologi.

 

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Fantastico – Il contadino che dichiara di essere ignorante e autodidatta, ma che rivoluziona l’agricoltura: ecco come coltiva pomodori e ortaggi senza acqua né pesticidi, con un antico metodo che sta affascinando i biologi.

Pomodori senz’acqua ne pesticidi:
questo metodo affascina i biologi
I metodi di Pascal Poot, lontani dall’agricoltura moderna, sono oltreché iperproduttivi anche naturali e poco costosi. Gli scienziati pensano di trovare delle risposte ai cambiamenti climatici.
Qui il terreno è così sassoso e il clima così arido che le querce vecchie di 50 anni sono più piccole di un uomo. All’entrata della fattoria di Pascal Poot, sulle alture di Lodève (Hérault) troneggia un vecchio cartello in cartone: “conservatoria di pomodori”
Ogni estate, i pomodori gialli a pera e altri Neri di Crimea crescono qui in una pazza abbondanza.
Senza irrigazione malgrado la siccità, senza tutore, senza cure e alcun pesticida ne concimi, le sue migliaia di piante producono fino a 25 kg di pomodori ciascuna.Il suo segreto? E’ nei semi che Pascal Poot semina davanti a me, con dei gesti che mischiano pazienza e nonchalance. L’inverno sta per terminare nella regione, è venuto il tempo per Lui di affidare i suoi semi alla terra. Sono le prime semine dell’anno
L’uomo ha 52 anni ma sembra senza età.Questo figlio di agricoltori che ha lasciato la scuola a 7 anni si dichiara completamente autodidatta.Ha allevato pecore e coltivato castagneti prima di specializzarsi nelle sementi. Oggi semina su del terriccio, dentro una serra, quindi mette i vasetti su un enorme mucchio di letame fresco, per cui la temperatura nei giorni successivi arriverà a 70 gradi, riscaldando la serra e permettendo la germinazione dei semi.
La tecnica del letto caldo è molto antica. Questo permetteva agli orticoltori del XIX secolo di raccogliere meloni in città dalla fine della primavera. E questo permette a Pascal Poot di far germinare ogni anno migliaia di piante di pomodori, zucchini, peperoni, poi li pianta in piena terra e non se ne occupa più fino alla raccolta.
Mentre semina, Pascal mi spiega i dettagli del suo metodo:
“La maggior parte delle piante che oggi chiamiamo “erbacce” erano piante che si mangiavano nel Medioevo, come l’amaranto o il dente di cane.
Mi son sempre detto che se loro sono così resistenti è perché nessuno se ne è più occupato da generazioni .
Tutti cercano di coltivare gli ortaggi proteggendoli il più possibile, io invece
cerco di incoraggiarli a difendersi da soli.
Ho cominciato a piantare pomodori su un terreno pieno di sassi vent’anni fa, e all’epoca non c’era una goccia d’acqua. Tutti pensano che facendo così le piante muoiono, ma questo non è vero in effetti tutte le piante sopravvivono. All’inizio abbiamo pomodori piccoli, ridicoli. Bisogna raccogliere i semi dei frutti e seminarli l’anno seguente. Allora si cominciano a vedere veri pomodori, possiamo raccoglierne 1 o 2 kg per pianta.
Meglio ancora se aspettiamo un anno o due. All’inizio mi hanno preso per matto ma alla fine, i vicini hanno visto che io avevo più pomodori di loro e senza peronospora, allora la gente ha cominciato a parlarne e dei ricercatori sono venuti a vedere.”
“Alla fine degli anni 90, durante la lotta contro gli OGM, ci siamo detti che bisognava lavorare anche sulle alternative, ed abbiamo cominciato a fare l’inventario degli agricoltori che si facevano le proprie sementi. Ne abbiamo trovati tra 100 e 150 in Francia. Ma il caso di Pascal Poot era unico. Il minimo che si può dire è che lui ha una grande indipendenza di spirito, segue le sue regole, e per mia conoscenza nessuno fa come lui.
Lui seleziona le sue sementi in un contesto molto difficile e di stress per le piante e ciò le rende estremamente tolleranti, migliora le loro qualità gustative e fa si che i nutrienti sono più concentrati. Oltre ciò lui coltiva diverse centinaia di varietà differenti, pochi agricoltori hanno una conoscenza così vasta”
I ricercatori cominciano solo ora a capire
i meccanismi biologici che spiegano il successo del metodo di Pascal Poot
…assicura Véronique Chable, specialista in materia a l’INRA-Sad de Rennes che ha realizzato delle ricerche sulle selezioni di Pascal Poot dopo il 2004
“Il principio base è di mettere le piante nelle condizioni in cui vogliamo che crescano. L’abbiamo dimenticato ma da molto tempo fa parte del buon senso contadino, oggi si chiama ereditarietà dei caratteri acquisiti in altre parole c’è una trasmissione dello stress e dei caratteri positivi delle piante per più generazioni.
Bisogna comprendere che il DNA è un supporto di memorizzazione plastico , non è solo la mutazione genetica che causa il cambiamento , c’è anche l’adattamento , con geni che sono dormienti , ma che possono  risvegliarsi . La pianta produce dei semi dopo aver vissuto il suo ciclo, e conserva memoria di alcuni aspetti acquisiti
Pascal Poot gestisce bene questo, le sue piante non sono molto differenti dalle altre a livello genetico ma hanno una capacità di adattamento impressionante.”Questa capacità di adattamento ha un valore commerciale. Durante la mia visita, molti hanno chiamato Pascal per ordinare delle sementi. L’agricoltore vende i suoi semi a molte aziende bio, come Germinance. Kevin Sperandio, artigiano sementiere di Germinance, ci spiega:
“Il fatto che le sementi di Pascal Poot si siano adattate a un territorio difficile fa si che hanno una capacità di adattamento enorme, valida per tutte le regioni e per tutti i climi. Non non abbiamo i mezzi di fare questo genere di test ma sono sicura che se facessimo un confronto tra una varietà ibrida, quella di Pascal Poot e un seme bio classico sarebbero quelle del conservatore dei pomodori che otterrebbero i migliori risultati”
Una parte dei semi sono venduti illegalmente,perchè non sono iscritti nel catalogo ufficialedelle specie e varietà vegetali del GNIS(raggruppamento nazionale interprofessionale delle sementi e delle piante)
“Una delle mie migliori varietà è la Gregori Altaï.Ma non è iscritta nel catalogo, forse perché non è abbastanza regolare. Molte varietà sono come questa. L’autunno scorso, la sementiera  Sementi del Paese a un controllo di repressione frodi ha trovato 90 infrazioni nel loro catalogo, il principio stabilisce che siamo autorizzati a vendere i semi che danno frutti tutti uguali e danno gli stessi risultati in ogni luogo. Per me questo è il contrario della vita, che riposa sull’adattamento permanente.
Questo porta a produrre dei cloni ma vediamo sempre più che questi cloni sono come zombi…”
Alla domanda su questi controlli, un rappresentante di GNIS spiega:
“Il nostro obiettivo è quello di fornire una protezione per l’utente e il consumatore. Il settore francese delle sementi è molto importante, ma ha bisogno di un’organizzazione e di un sistema di certificazione”.
Tuttavia la standardizzazione della frutta e dei semi si fa spesso a scapito del gusto e delle qualità nutrizionali . E potrebbe , in futuro , danneggiare gli agricoltori , dice Veronique Chable
“Il lavoro di selezione dei semi dimostra che siamo in grado di far crescere la pianta in condizioni molto particolari . Ma l’agricoltura moderna ha perso di vista che tutto questo si basa sulla capacità di adattamento. In un contesto di rapidi cambiamenti climatici e ambientali il mondo agricolo avrà bisogno di questo . Dovremo preservare non solo i semi , ma anche la conoscenza degli agricoltori , le due cose vanno insieme”.Per condividere questa conoscenza , ho chiesto a Pascal di spiegare come si selezionano e raccolgono i suoi semi. Ecco i suoi consigli:
“Bisogna raccogliere il frutto più tardi possibile, appena prima del primo gelo così avrà vissuto non solo la siccità estiva , ma anche le piogge autunnali.
Il pomodoro è molto speciale . Quando si apre un pomodoro , i semi sono in una specie di gelatina, come un bianco d’uovo . Questa gelatina impedisce ai semi da germogliare all’interno del frutto , che è caldo e umido.
I semi non germoglieranno fino a quando la gelatina non sarà marcita e fermentata.
È necessario dunque far fermentare i semi .Per questo bisogna aprire il pomodoro , togliere i semi e lasciarli per alcune ore nel loro succo , per esempio in una ciotola e ci sarà poi una fermentazione lattica.
Dobbiamo monitorare la fermentazione come il latte sul fuoco , può durare tra 6 e 24 ore , ma non deve formarsi  della muffa. Poi se prendendo un seme col dito si stacca bene dalla gelatina allora è pronto.
Si mette il tutto in un colino da tè ,si lava con l’acqua e si mette ad asciugare. così si ottiene una percentuale di germinazione tra il 98 % e il 100 %
Il peperone è diverso , basta lavare i semi , asciugarli su un setaccio fine e conservare. Per il peperoncino è lo stesso ma occorre fare attenzione perché i semi sono molto piccanti , e questo passa anche attraverso i guanti . Una volta che ho raccolto i semi di peperoncini Espelette senza guanti , ho dovuto passare la notte con le mani in acqua ghiacciata !”
Fonte QUI

I pesticidi dentro di noi ci sono: le analisi su una famiglia romana

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I pesticidi dentro di noi ci sono: le analisi su una famiglia romana

Parte oggi la campagna #ipesticididentrodinoi, con un video che mostra il grado di contaminazione della famiglia D. – romana, con abitudini alimentari nella media – rispetto ad alcuni tra i pesticidi ed erbicidi più utilizzati in agricoltura. La campagna è promossa da Federbio con Isde- Medici per l’Ambiente, Legambiente, Lipu e WWF e coordinato da un comitato dei garanti di cui fanno parte – oltre ai rappresentanti delle associazioni citate – singole personalità del mondo della ricerca. Terra Nuova sostiene l’iniziativa.

Parte oggi la campagna #ipesticididentrodinoi  con un video che mostra il grado di contaminazione della famiglia D. – romana, con abitudini alimentari nella media – rispetto ad alcuni tra i pesticidi ed erbicidi più utilizzati in agricoltura: glifosato, clorpirifos e piretroidi. La campagna fa parte di Cambia La Terra, progetto di informazione contro i pesticidi voluto da Federbio con Isde- Medici per l’Ambiente, Legambiente, Lipu e WWF e coordinato da un comitato dei garanti di cui fanno parte – oltre ai rappresentanti delle associazioni citate – singole personalità del mondo della ricerca.

Basta una ‘semplice’ analisi delle urine e una normale famiglia italiana di quattro persone scopre di essere pesantemente contaminata dai pesticidi. Per tre dei membri alte concentrazioni di glifosato, l’erbicida per cui in queste settimane l’Europa deve decidere o meno la possibilità di utilizzo nei prossimi anni. Soprattutto uno dei genitori registra 0,26 microgrammi per litro (mg/l), mentre il bambino più piccolo arriva 0,19 rispetto a una media generale di 0,12 microgrammi per litro. Lo stesso bambino, solo 7 anni di età, registra oltre 5 microgrammi di clorpirifos per grammo di creatinina, un valore altissimo rispetto alla media della popolazione che è 1,5 (mg/g). Quest’insetticida provoca – tra i tanti altri danni – particolari effetti sulla capacità di apprendimento e di attenzione. Infine, due prodotti della contaminazione da piretroidi (Cl2CA e m-PBA) sono consistemente presenti nella famiglia. In particolare, m-MPA arriva nella mamma a concentrazioni di circa 3,4 microgrammi per grammo: un record che si trova solo nel 5% delle statistiche finora analizzate.

Scopo dell’esperimento sociale è dimostrare quanto l’assunzione di pesticidi possa essere influenzata dalla dieta. Così una famiglia di 4 persone (i genitori, Marta e Giorgio assieme ai loro bambini, Stella di 9 anni e Giacomo di 7) ha accettato di fare il test sulla presenza o meno di pesticidi nelle urine e – dopo 15 giorni di dieta 100% bio, quindi totalmente priva di chimica di sintesi – ripetere le analisi per verificare la differenza tra prima e dopo. Tutta la campagna #ipesticididentrodinoi è online e tutti possono seguire giorno dopo giorno, attraverso video e post della famiglia, l’evolversi della dieta. Il 30 novembre prossimo saranno presentati i risultati finali, e si risponderà alla domanda: è possibile, con solo 15 giorni a zero pesticidi ridurre o eliminare la quantità di sostanze chimiche che assorbiamo quotidianamente attraverso gli alimenti?

Le indagini, effettuate su un campione individuale di urine, sono state eseguite dal laboratorio di analisi Medizinisches Labor di Brema certificato ISO, che ha già eseguito per le Coop Danimarca lo stesso tipo di analisi. La Famiglia D., già attenta alle proprie scelte alimentari, è comunque contaminata – in differenti percentuali a seconda del componente – da sostanze chimiche.

Dalle analisi del laboratorio tedesco risulta che il livello di glifosato – l’erbicida più diffuso e utilizzato al mondo, probabile cancerogeno per l’uomo secondo l’Istituto internazionale di ricerca sul cancro – nelle urine dei figli, Stella e Giacomo, è maggiore della media. Per Giorgio è particolarmente alto, più del doppio della media (116% in più).

Per quanto riguarda il clorpirifos – insetticida con effetti su sistema nervoso centrale, sistema circolatorio e respiratorio – la situazione è particolarmente preoccupante per Marta e il figlio Giacomo che presentano concentrazioni superiori a quelle trovate nel 95% della popolazione di riferimento, ma anche Giorgio e la figlia Stella hanno valori sensibilmente più alti della media.

piretroidi – pesticidi ad ampio spettro per cui sono dimostrati disturbi dell’apprendimento, danni al sistema nervoso, al fegato, al cuore, all’apparato digerente e sul sangue – sono stati distinti in due dei più frequenti metaboliti (molecole in cui si scinde un composto chimico): Cl2CA e m-PBA. Tutti e quattro i componenti della famiglia D. sono risultati positivi ai piretroidi per la presenza, in particolare, di m-PBA. Nel caso di Marta c’è un valore molto elevato per questo metabolita, tanto alto da essere superiore a quello che si riscontra  solo nel 5% della popolazione di riferimento. Nei figli sono presenti quantità sensibilmente superiori alla media non solo per  m-PBA, ma anche per Cl2CA.

Cambia la terra – No ai pesticidi, sì al biologico   è un progetto di informazione e sensibilizzazione voluto da Federbio con Isde- Medici per l’ambiente, Legambiente, Lipu e WWF, con un comitato di garanti composto da alcune personalità del mondo dell’associazionismo e della ricerca. La campagna #ipesticididentro di noi comincia oggi e continuerà per i prossimi 15 giorni sul web e sui social, fino al 30 novembre, giorno in cui arriveranno i risultati delle urine raccolte sempre all’interno della stessa famiglia dopo le due settimane di dieta bio.

 

 

 

fonte: http://www.terranuova.it/News/Alimentazione-naturale/I-pesticidi-dentro-di-noi-ci-sono-le-analisi-su-una-famiglia-romana

Pesticidi: quando gli insetti siamo noi !!

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Pesticidi: quando gli insetti siamo noi !!

 

Patologie come tumori, leucemie e sclerosi connesse all’uso di pesticidi, impiegati troppo e male. Lo dicono gli studi. Un rischio concreto che spesso sfugge ai sistemi di analisi, rischiando di ritardare gli allarmi.

Erbicidi, fungicidi, antiparassitari creati dall’uomo per uccidere ogni tipo di minaccia cosiddetta biotica, cioè vivente, portata da insetti, funghi e piante infestanti alle nostre preziose coltivazioni. Un fine condivisibile, se non fosse che solo una percentuale minima dei pesticidi diffusi finisce proprio sulle colture destinatarie del trattamento. Le tonnellate di prodotti chimici in eccesso restano perciò nell’ambiente e, tramite aria, acqua e terreni, entrano in contatto con le persone per esposizione o grazie alla catena alimentare.

CON LA CHIMICA NON SI SCHERZA
Uno scenario che preoccupa i Medici per l’ambiente dell’Isde (International Society of Doctors for Environment), in primis per le modalità spregiudicate con le quali i pesticidi vengono diffusi, spesso a distanza ridotta da abitazioni e siti sensibili, come scuole e asili; talvolta con leggerezza, ad esempio per diserbare rapidamente il ciglio delle strade. Ma non solo. Molte tra queste sostanze possono, infatti, danneggiare la salute umana anche in dosaggi minimi assunti progressivamente dall’organismo, magari nutrendosi di cibo che le contiene in quantità comprese entro i termini di legge. E gli effetti non sono trascurabili.

«Numerosi studi – ricorda Celestino Panizza, medico epidemiologo dell’Isde – documentano gli effetti dell’esposizione dei bambini ai pesticidi, ma soprattutto delle madri e dei padri nel periodo gestazionale e preconcezionale, come causa dell’aumento di rischio di insorgenza di leucemie infantili.

L’Efsa (European Food Safety Authority, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, ndr) nel 2013, ma anche i risultati del programma di ricerca americano Agricultural Health Study condotto per anni su 50mila agricoltori e i loro familiari, afferma che l’insorgenza e l’aumento delle leucemie infantili è associato all’esposizione dei genitori a pesticidi. Un altro studio mette in relazione la presenza dei metaboliti (cioè il composto che deriva dalle trasformazioni che avvengono in organismo dalla molecola originaria) degli insetticidi piretroidi nelle urine della madre con l’aumento di rischio d’insorgenza di leucemia nei nuovi nati».

«La relazione tra esposizione ai pesticidi e aumento delle leucemie infantili è insomma abbastanza consolidata – conclude Panizza – come anche quella tra l’esposizione ai pesticidi (soprattutto organofosfati) e il morbo di Parkinson, che in Francia è considerato malattia professionale degli agricoltori. Diversi studi documentano infine una relazione tra sclerosi laterale amiotrofica (Sla) ed esposizione ai pesticidi. Così anche per linfomi non Hodgkin e tumori alla prostata». Molte evidenze, insomma, senza contare che assai sarebbe ancora da indagare l’eventuale pericolosità di miscele di più pesticidi.

DIFFICILI DA RILEVARE, DURI A MORIRE

Non si parla di raffreddori, dunque. E per imporre grandi cautele sull’impiego dei pesticidi basterebbe sapere che ben 14 di essi sono tra i composti regolamentati dalla Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti (i cosiddetti POPs): si tratta di «composti tossici che si degradano poco –precisa Panizza – che ritroveremo a lungo (vedi atrazina e DDT/DDE, ndr) e che si bio-vanificano, cioè aumentano la loro concentrazione lungo la catena alimentare».
E poi composti talvolta poco o affatto rilevati.

Da un lato per colpa degli strumenti d’analisi (nel rapporto 2014 di Ispra si denunciano carenze nell’aggiornamento dei “programmi di monitoraggio”, l’inadeguatezza delle “prestazioni dei laboratori” e la scarsità di informazioni sui biocidi), dall’altro perché magari neppure ricercati: ad esempio il glyphosate, l’erbicida più usato e base del famoso Roundup di Monsanto, pur molto diffuso nelle acque, come anche il suo metabolita AMPA, è oggetto di ricerca soltanto in Regione Lombardia, tanto che la stessa Ispra suggerisce di estendere le indagini in proposito anche in altre regioni.

 

tratto da: http://curiosity2015.altervista.org/pesticidi-quando-gli-insetti-siamo-noi/

Fino a 17 pesticidi nello stesso tè! Testate 26 marche, anche “bio”, TUTTE contengono pesticidi, compreso Lipton e Twinings! Ecco le porcherie che ci rifilano…!

 

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Fino a 17 pesticidi nello stesso tè! Testate 26 marche, anche “bio”, TUTTE contengono pesticidi, compreso Lipton e Twinings! Ecco le porcherie che ci rifilano…!

 

Fino a 17 pesticidi nello stesso tè. Neanche Lipton e Twinings si salvano

Fino a 17 pesticidi nella stessa bustina di tè. A scoprirlo è il magazine francese 60 millions de consommateurs che ha confrontato 26 marche vendute in Francia accertando che tutte, anche quelle bio, contengono pesticidi.

I peggiori e i migliori

Se per nove prodotti le tracce di pesticidi risultano “appena misurabili”, per quattro il risultato complessivo è stato “molto insufficiente”, contenendo residui molto importanti di pesticidi, anche sopra i limiti di legge. Nel té nero Dammann Frères sono stati trovate fino a 17 diverse tracce di pesticidi, ma tra i té neri, considerando tutti i tipi di materiali contaminanti, i peggiori sono stati ritenuti: l’Original earl grey della Twinings, il Rich earl grey Lipton e il Thè noir earl grey di Bio Village Repère (E.Leclerc). Nella categoria tè verde alla menta, invece, i giudizi complessivi si sono mantenuti tutti entro la soglia dell’”accettabile”. Qui Lipton si riscatta con uno dei migliori risultati con il prodotto thé verde alla menta, mentre tra i neri, il té bio Auchan noir Earl grey aromatisé ottiene un “molto buono” complessivo.

Cosa è stato trovato?

Tra i pesticidi più rilevati da 60 millions c’è il folpet, un fungicida, e l’antrachinone, un repellente per uccelli. Nel tè Bio Village è stato rilevato antrachinone in quantità quasi quattro volte il limite consentito, e in tutti i prodotti biologici c’è sempre almeno un pesticida, anche se questi insieme ai tè verdi ottengono dei risultati comunque migliori. Il tè verde con più contaminanti ha 10 tracce di pesticidi, e tra i tè neri, quelli bio hanno una media di residui di 3,4 volte inferiore a quelli convenzionali (mentre i bio verdi riducono la presenza rispetto ai convenzionali di 2,2 volte). Tra i metalli rilevati nei campioni arsenico, cadmio e mercurio e alluminio (trovato in maggiore quantità). Il mercurio, in particolare, è stato trovato in metà dei tè verdi studiati, mentre è quasi assente nei tè neri.

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/11/08/fino-a-17-pesticidi-nello-stesso-te-neanche-lipton-e-twining-si-salvano/27803/