Cosa succede se pochi giganti controllano il nostro cibo?

 

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Cosa succede se pochi giganti controllano il nostro cibo?

Il potere sui sistemi di produzione del cibo si sta concentrando in poche mani, con effetti potenzialmente disastrosi sugli agricoltori e i consumatori

Esperti preoccupati per le maxi-fusioni nel sistema del cibo

 

(Rinnovabili.it) – Se le maxi fusioni tra giganti dell’agroindustria e della chimica proseguiranno con questo ritmo, l’accumulo di potere sulle modalità di produzione del cibo sul pianeta aumenterà al punto da causare gravi danni all’agricoltura e agli agricoltori. Lo afferma il nuovo rapporto dell’iPES, il panel internazionale di esperti sulla sostenibilità dei sistemi alimentari, presieduto dall’ex relatore speciale dell’ONU sul diritto al cibo, Olivier de Schutter.

Il dossier mette sotto la lente l’oligarchia delle grandi multinazionali agroalimentari e prova a tracciare degli scenari partendo dagli impatti dei grandi movimenti di capitale che stanno portando all’aggregazione di soggetti già leader del mercato. In questa partita, spiegano gli esperti dell’iPES, le piccole e medie imprese di coltivatori rischiano di dover far fronte a costi crescenti, che porteranno ad un aumento del prezzo finale anche per i consumatori.

Le grandi manovre dei colossi agrochimici sono iniziate nel 2015: dalla fusione da 130 miliardi di dollari tra Dow e DuPont all’acquisizione di Monsanto da parte di Bayer per 66 miliardi, fino al buyout da 43 miliardi di Syngenta operato da ChemChina, che ora pianifica una fusione con Sinochem nel 2018. Assistiamo ad una concentrazione senza precedenti nei settori delle sementi, dei fertilizzanti, della genetica animale e dei macchinari agricoli, con la nascita di player sempre più grandi e capaci di controllare i passaggi strategici di filiera: la logistica, la trasformazione e la vendita al dettaglio.

Questo consolidamento produce effetti negativi sul settore primario. Oggi, su 570 milioni di aziende agricole, il 70% è di piccola e media scala. Rendere i piccoli produttori sempre più dipendenti da una manciata di fornitori e acquirenti porta a una compressione dei loro redditi e li costringe a cambiare le modalità di produzione. Chi coltiva il nostro cibo sarà indotto ad investire sulle colture richieste dal mercato internazionale, che erodono la sicurezza alimentare a livello locale. Tutto perché l’unica speranza di accedere al mercato passa ormai per le grandi imprese, che adottano una strategia intelligente: non si assumono i rischi della produzione, ma si limitano a stipulare contratti-capestro con gli agricoltori, scaricando su di loro i rischi e negoziano i prezzi da una posizione di forza, poiché controllano gli snodi chiave della catena produttiva. Le fusioni degli ultimi anni consentiranno ai big di riunire i rispettivi capitali economici e politici, rafforzandone la capacità di influenzare il processo decisionale a livello nazionale e internazionale.

«Stiamo camminando su un terreno inesplorato – ha avvisato Pat Mooney, primo autore del rapporto – Se le offerte sul tavolo andranno a buon fine, tre aziende controlleranno oltre il 60% del mercato mondiale delle sementi. Gli agricoltori dovranno affrontare un aumento dei prezzi per i semi tra l’1,5 e il 5,5%». Le stesse tre sorelle avranno il dominio del 70% dell’industria agrochimica e del 75% del mercato dei pesticidi.

Le fusioni avranno l’effetto di accelerare un processo di integrazione verticale già in atto lungo tutta la filiera, arrivando fino ai supermercati. Viste le prospettive – spiega il rapporto – le imprese dominanti sono diventate troppo grandi per alimentare l’umanità in modo sostenibile, troppo grandi per operare in condizioni eque con gli altri attori della filiera e troppo grandi per aprirsi all’innovazione. Piuttosto che guidare i sistemi alimentari verso la sostenibilità, questo meccanismo rafforza solo la logica del modello agroindustriale, causando degrado ambientale e declino economico e sociale.

fonte: http://www.rinnovabili.it/alimentazione/pochi-giganti-controllano-cibo-333/

 

 

 

Stanco della pasta fatta con grano straniero? Stanco di mangiare porcherie piene di pesticidi e micotossine? Con 10 centesimi in più puoi avere un piatto di pasta 100% italiana. Ecco le marche 100% Italiane consigliate da Il Fatto Alimentare.

 

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Stanco della pasta fatta con grano straniero? Stanco di mangiare porcherie piene di pesticidi e micotossine? Con 10 centesimi in più puoi avere un piatto di pasta 100% italiana. Ecco le marche 100% Italiane consigliate da Il Fatto Alimentare.

Pasta italiana 100%, ogni piatto costa 10 centesimi in più. L’elenco delle 30 marche più vendute. Inviate altre segnalazioni

Pochi pastifici propongono pasta fatta con semola 100% italiana

L’articolo sulla pasta italiana ha creato un vivace dibattito tra i lettori e in molti ci hanno accusato di non valorizzare a sufficienza il prodotto italiano (leggi articolo). “Sembra che il grano di qualità – scrive Luca – si trovi soprattutto all’estero e che la scelta di importare grano da altri paesi sia una scelta giudiziosa, da parte delle grandi aziende produttrici italiane, fatta soprattutto per poter offrire ai consumatori la miglior qualità di pasta possibile. Non è affatto così  la semola prodotta in Italia è di altissima qualità, in alcuni casi superiore a quella canadese e di atri paesi”.

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I supermercati dovrebbero favorire la pasta italiana

Gianni, un altro lettore fa un discorso più strutturato che però deve fare riflettere “La pasta ottenuta da semole 100% italiane di alta qualità è già presente sugli scaffali, necessità solo di essere valorizzata a tutti i livelli. La parte più attiva spetta alle catene dei supermercati che dovrebbero creare valore in tutta la filiera anziché cercare di ridurre il più possibile i prezzi di acquisto dai pastifici. Le aziende produttrici dovrebbero sostenere di più e incrementare la quantità di pasta 100% made in Italy per sostenere il reddito agricolo e permettere alle aziende italiani di guardare con più fiducia e entusiasmo al futuro. Questo è il gioco da fare per innescare un circolo virtuoso che porti beneficio a tutto il comparto e non generare inutili e sterili conflitti come quelli che propongono regolarmente alcune associazioni di categoria.”

pasta italiana

Un piatto di pasta italiana 100% costa 0,10 euro in più

Il  nostro articolo non vuole penalizzarela pasta 100% italiana, ma prova a fotografare la realtà. Due anni fa abbiamo scritto una nota con l’elenco delle aziende che utilizzano solo semola italiana. La lista comprendeva una decina di marchi e l’intero gruppo rappresentava una nicchia del mercato. Oggi la situazione è pressoché identica.  Granoro Dedicato era la prima azienda che 4 anni fa ha proposto pasta 100% made in Italy che adesso è venduta nei supermercati del Sud Italia come Auchan, Eataly, Coop, Dok e Despar. Una distribuzione simile è firmata da Armando. L’unico marchio presente a livello nazionale con semola made in Italy è Voiello (proprietà di Barilla) che due anni fa ha fatto questa scelta. Le altre marche nella maggior parte dei casi non hanno una dimensione industriale. Un aspetto da evidenziare riguarda il maggior prezzo della pasta italiana al 100%. Da un punto di vista qualitativo la semola italiana utilizzata per questa pasta ha un  contenuto proteico superiore al 13% e questo comporta una lievitazione del prezzo di acquisto all’ingrosso del 15% circa. Questa differenza di prezzo della materia prima viene trasferita sullo scaffale dove il listino del pacco lievita. Se 100 grammi di spaghetti (a crudo) costano 0,12-0,15 euro, per comprare quelli con semola 100% italiana si spendono da 0,22 a 0,25 euro. L’incremento c’è ma è una differenza alla portata di molte tasche.

La lista che vi proponiamo non è esaustiva. Se ci sono altre realtà segnalatele alla redazione magari inviando la foto del prodotto e i riferimenti.

granoro pasta

Granoro da 4 anni propone Granoro Dedicato ottenuta con 100% di grano pugliese

Negli ultimi anni diversi pastifici si sono impegnati nella produzione di pasta ottenuta con grano 100% italiano. Si tratta di una scelta realizzata per esaudire le richieste dei consumatori. Riconoscere la pasta è facile, perché sull’etichetta viene rimarcata con evidenza l’origine.

In cima alla lista troviamo il pastificio Granoro, che 4 anni fa ha varato un’apposita linea: Granoro Dedicato ottenuta con materia prima coltivata nell’alto Tavoliere della Puglia e da Filiera tracciata certificata con il marchio collettivo Prodotti di Qualità Puglia. Per garantire un contenuto proteico del 13%, l’azienda barese ha selezionato sei delle 130 varietà di grano esistenti sul territorio: il Simeto, l’Ignazio, il Saragolla, lo Sfinge, l’Iride e il Core, considerate quelle più adatte alla produzione di pasta di qualità. La linea di pasta Dedicato sostieneil reddito degli agricoltori pugliesi e allo stesso tempo offre ai consumatori un prodotto tracciato dal campo alla tavola perché ha permesso agli agricoltori di aumentare il redditto attraverso l’erogazione di premi legati al maggiore tenore proteico. I formati attualmente disponibili sono una decina.
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Voiello da due anni fa pasta italiana al 100%

Il marchio Voiello di proprietà Barilla, due anni fa  ha lanciato la nuova linea realizzata con grano Aureo coltivato in Abruzzo, Molise, Puglia e Campania. La quantità di proteine è da competere con il grano nord americano che veniva utilizzato in precedenza . La pasta  ha il 14,5% di proteine, si tratta di un valore decisamente superiore rispetto al 12,0-13,0 % di Barilla che, come gli altri marchi presenti a livello nazionale, utilizza dal 30 al 40% di grano duro importato. si tratta di grano Aureo  utilizzato sino a poche settimane fa.

Pasta 100 italiana gragnano cittaUn’altra realtà interessante si trova a Gragnano in provincia di Napoli dove è stato fondato il consorzio “Gragnano città della pasta IGP”, di cui fanno parte 12 pastifici che seguono un disciplinare per la produzione delle eccellenze IGP. Tra queste aziende solo alcune producono pasta con grano coltivato esclusivamente in Italia, come ad esempio la Di Martino, la Gentile e la Dei Campi. Si tratta di una specifica non richiesta dal marchio di tutela (l’indicazione geografica protetta non pone obblighi sull’origine della materia prima). La semola arriva soltanto dalla Puglia o dalla provincia di Matera. Le varietà più utilizzate sono: Saragolla e Senatore Cappelli.

In provincia di Avellino nasce la pasta Grano Armando, prodotta in quindici formati dall’azienda agroalimentare De Matteis. Il grano utilizzato proviene dalle circa mille aziende che hanno aderito al nostro contratto di coltivazione. In provincia di Enna viene confezionata la Pasta Valle del Grano trafilata al bronzo ottenuta dalle varietà di grano: Core, Mimmo e Simeto. I formati disponibili sono 26.

Molino Pastificio Sgambaro tortiglioni_89

La linea Sgambaro di pasta trafilata al bronzo

Più a Nord operano altri due pastifici che usano grano nazionale: Ghigi e Sgambaro (provincia di Treviso). La prima costa meno ha un contenuto proteico leggermente inferiore rispetto alle altre marche. Provenienza della materia prima: Emilia Romagna, Marche, Toscana (Maremma). Il Molino e Pastificio Sgambaro commercializza due linee di prodotto, una trafilata al bronzo ed essiccata a basse temperature con il 15% di proteine, l’altra con il 14% di proteine. Per entrambe il grano arriva principalmente dall’Emilia Romagna.

Marchi che propongono pasta 100% italiana

 

MARCHIO

QUOTA DI PROTEINE

Alce Nero

Pasta di semola e di semola integrale biologica

alcenero pasta

12,0%

Afeltra

(linea 100% grano italiano)

afeltra pasta

13,0%

Auchan*

Marchio Auchan

pasta auchan

12,0%

Casa Prencipe

casa prencipe pasta maccheroni

Pasta Cocco

Solo le linee:

“La Sfoglia Pietra Bio”

“La Sfoglia di Farro Bio”

logo Cocco Pasta

Coop ViviVerde pasta di semola e di semola integrale, biologica

(eccetto la pasta di khorasan Kamut)

pasta viviverde coop penne

11,4%

Coop FiorFiore

(eccetto la pasta all’uovo)

poasta coop fiorfiore

14,1%

Di Martino Pastificio

pasta di martino

14,0%

Felicetti Grano duro biologico

felicetti bio pasta

Felicetti Monograno

(eccetto la pasta di khorasan Kamut)

monograno felicetti farro matt

14,0%

Floriddia

Azienda agricola biologica

past bio floriddia

12,85%

Gentile

Pastificio Gragnano Napoli

logo-gentile gragnano napoli pasta

14,0%

Gerardo di Nola 

Gragnano Napoli

logo pasta gerardo di nola

Ghigi

ghigi pasta logo

12,5%

Girolomoni

girolomoni

12,0%

Grano Armando

logo_100A%GRANOsotto-01-2

13,5%

Granoro Dedicato

Granoro Dedicato pasta

13,0%

Granoro Linea Biologica

pasta di semola e di semola integrale, biologica

granoro bio

12,0%

Iris

Pasta biologica

(eccetto la pasta di khorasan Kamut)

iris agricoltura biologica logo

11,0%

La Terra e il Cielo

100% EquoBiologico italiano

(eccetto la pasta di khorasan Kamut)

la terra e il cielo pasta firmata logo

Libera terra

le tre linee: Pasta Bio, Pasta Integrale, Paccheri Artigianali

logo libera terra 12,1

Liguori

Pasta di Gragnano IGP

liguori-Penne-Rigate

14,0% minimo

Mancini

pasta mancini

Martelli

Famiglia di pastai

pasta martelli

Palandri

Pastificio Pasta di semola convenzionale e biologica 100% toscana

pastificio palandri logo

Pasta Jolly

jolly penne pasta 14,0%

Pasta Toscana

logo_pasta_toscana 13,0%

Pastificio dei Campi Gragnano

pastificio dei campi gragnano logo

14,0%

Pastificio F.lli Setaro

setaro

PrimoGrano

linea dell’azienda RustichellaD’Abruzzo S.p.a.

primo grano rustichella

12,6%

Santacandida

Pasta con grano khorasan 100% italiano

santa candida khorasan grano pasta

13,80%

Sgambaro

logo_sgambaro

15,0%

Simply*

Linea standard Simply market

Simply pasta

Simply* Bio

pasta simply bio

Simply* Passioni

simply passioni

Spigabruna bio

Grano di Pietrelcina (BN)

pasta spigabruna bio

Valle del Grano

Unknown

13,0%

Verrigni

logo-pasta verrigni

Voiello

voiello pasta-penne

14,5%

*La provenienza del grano non è specificata in etichetta, ma ci è stata confermata dall’azienda

fonte: http://www.ilfattoalimentare.it/pasta-italiana-grano-voiello-granoro.html

Perchè queste notizie i Tg non le danno? Costretti a mangiare OGM per legge! La Corte Europea IMPONE gli OGM in Italia!

 

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Perchè queste notizie i Tg non le danno? Costretti a mangiare OGM per legge! La Corte Europea IMPONE gli OGM in Italia!

 

La Corte Europea impone gli OGM in Italia: è polemica sul mais Mon810

Una sentenza della Corte di Giustizia Europea ha stabilito che gli OGM non possono essere vietati in Italia: il caso del mais Mon810.

Negli ultimi tempi è tornato prepotentemente al centro delle cronache lo spinoso caso che vede contrapposta l’Italia alle istituzioni comunitarie: l’oggetto del contendere riguarda infatti la coltivazione degli OGM (Organismi Geneticamente Modificati) e anche una sentenza della Corte di Giustizia Europea, in cui si ignora sostanzialmente quanto stabilito quattro anni fa da un decreto che metteva al bando il mais Mon810 della Monsanto, la multinazionale statunitense attiva nel settore delle biotecnologie agricole. Ma è utile ripercorrere questa intricata vicenda sin dall’inizio per capire meglio i contorni che ha assunto di recente.

LE COLTIVAZIONI OGM DI FIDENATO – Come è noto, tutto nasce nel 2009 con la decisione di Giorgio Fidenato, un imprenditore agricolo friulano, di coltivare nei suoi terreni in provincia di Pordenone il mais Mon810una varietà genericamente modificata della Monsanto e prodotta per combattere le perdite di raccolto causate dagli insetti. Nonostante agisse senza violare le norme dell’EFSA (European Food Safety Authority), Fidenato ha dovuto fare i conti con le norme in vigore nel nostro Paese che, sin dal 2001, impongono il rilascio di un’autorizzazione per le colture OGM. Dalla decisione dell’agricoltore di non sottostare al decreto del 2001 è nata una disputa legale protrattasi fino ai giorni nostri, tanto che lo stesso Fidenato coltiva ancora il Mon810 (nonostante il decreto interministeriale del 2013 firmato dall’allora Ministro delle Politiche Agricole, Nunzia De Girolamo), forte della decisione della Corte Europea del 2015.

L’INTERROGAZIONE IN COMMISSIONE AGRICOLTURA – La “querelle” nasce proprio dal fatto che la decisione della Corte con sede in Lussemburgo, dando ragione a Fidenato, ha minato l’autorità del Governo in carica nel 2013 e ha esautorato il nostro Paese dal poter decidere su una materia delicata. Di recente, alla Camera è stata presentata dalla deputata Serena Pellegrino una interrogazione in Commissione Agricolturasul rischio che si possano riaprire degli spiragli per le coltivazioni degli OGM. Secondo la Pellegrino, le parole del Ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, chiariscono che “in Italia è stato disposto in via definitiva il divieto di coltivazione di tutti i mais transgenici in corso di autorizzazione per l’immissione in commercio”. Sulla stessa linea è anche la Coldiretti che si rifà alla Direttiva Europea n. 412 del 2015, nella quale si dava all’Italia la possibilità di decidere autonomamente sugli OGM, sconfessando così il tribunale lussemburghese.

GLI SVILUPPI GIUDIZIARI – Tuttavia, la vicenda giudiziaria iniziata dopo che i campi di Fidenato erano stati sottoposti a sequestro (e prima che il Tribunale di Pordenone chiedesse l’intervento della Corte Europea), è ben lungi dall’essere conclusa, anche se si moltiplicano le evidenze circa le conseguenze negative delle coltivazioni del Mon810 sulla biodiversità e sull’incremento dell’inquinamento “genetico”. A far temere un colpo di coda sono le motivazioni della sentenza che dà ragione all’agricoltore: “Non sussistono prove scientifiche a supporto delle misure di emergenza richieste e viene meno anche il principio di precauzione”. Insomma, bisognerebbe attendere che gli OGM in questione si dimostrino nocivi prima di vietarli: un paradosso che, però, in futuro potrebbe aprire ad iniziative sulla scia di quella di Fidenato; questi ha intanto annunciato che la questione “verrà portata di nuovo alla Corte in sede pregiudiziale”. In attesa del nuovo capitolo giudiziario, da una recente indagine la posizione dei cittadini italiani emerge però in maniera netta: l’80% non si fida delle colture biotech e raramente porta in tavola prodotti transgenici.

Il Team di Breaknotizie

fonte: http://www.breaknotizie.com/la-corte-europea-impone-gli-ogm-in-italia-e-polemica-sul-mais-mon810/

Micotossine? Don? Pesticidi? Glifosato? Monsanto? Ma chi se ne frega: grano duro, a settembre raddoppiano le importazioni! …E ciaone al buon grano Italiano!

 

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Micotossine? Don? Pesticidi? Glifosato? Monsanto? Ma chi se ne frega: grano duro, a settembre raddoppiano le importazioni! …E ciaone al buon grano Italiano!

 

Grano duro, a settembre raddoppiano le importazioni

Il dato dell’import diffuso l’11 ottobre 2017 da Bmti – 250mila tonnellate – mentre i prezzi all’ingrosso del cereale pastificabile italiano perdono il 2% nello stesso mese. Foggia stabile su 227 euro/ton. Ismea (origine) fermo a 222,5

Borsa merci telematica italiana ha reso nota ieri, 11 ottobre 2017, la rilevazione sull’import italiano di grano duro dai paesi extra Ue di settembre 2017, comunicata dalla Dg Agricoltura della Commssione Ue: ben 250mila tonnellate, che significa raddoppiata rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Un quantitativo che ha inciso sul prezzo all’ingrosso delgrano duro nazionale fino in tutta Italia per un -2%, unitamente ad aspettative pesanti, indotte anche dalle elevate scorte italiane ed estere del cereale pastificabile. Il cedimento del prezzo del grano duro fino nazionale di settembre su agosto, registrato dall’Osservatorio prezzi della Camera di commercio di Foggia, era stato del  3,34%, ben maggiore della media nazionale elaborata da Bmti.

E a Foggia il grano duro fino nazionale all’ingrosso sempre ieri, 11 ottobre 2017, risulta nuovamente stabile dopo che il 4 ottobre si era assistito ad un nuovo calo, il quarto successivo cedimento rispetto alle quotazioni del 30 agosto. E così si continua a registrare da quella data una perdita, che nei valori massimi si attesta a -5,42%.

Nella seduta di ieri, la Borsa merci della Camera di commercio ha segnalato un livello di attività improntato alla calma, torna quindi la stabilità per il grano duro fino nazionale. Intanto, sul fronte dei prezzi all’origine, si segnala l’ultima rilevazione Ismea del 4 ottobre scorso a Foggia, che per questo cereale continua a segnalare un 222,5 euro, stabile, ma in perdita sui valori di fine agosto del 4,30%.

Il grano duro fino nazionale all’ingrosso a Foggia è stato quotato ieri l’altro a 222 euro la tonnellata sui valori minimi e 227 euro sui massimi, stabile sulla seduta del 4 ottobre in entrambi i casi. Questi gli esisti registrati dall’Osservatorio prezzi della Borsa merci della Camera di commercio del capoluogo pugliese, stante le condizioni di “franco partenza luogo di stoccaggio”. Si tratta di valori che si presentano decisamente più bassirispetto alle ultime tre sedute di agosto, nelle quali il cereale era stato quotato sempre a 240/235.

Il persistere dei cali nelle ultime sedute nei prezzi all’ingrosso del grano duro pastificabile nazionale in Puglia, e sulla stessa tendenza c’è anche il prezzo all’origine, risente – a questo punto – di più fattori.
Intanto iniziano a pesare le scorte elevate del cereale pastificabile, presenti sia in Italia che nel resto del mondo, che consentono a molini e pastifici di neutralizzare almeno in parte, e fino ad ora, gli effetti rialzisti della riduzione dell’offerta da parte del settore agricolo italiano, colpito dalla magra trebbiatura del 2017.

E poi c’è il deciso raddoppio dell’export. Ieri, in un comunicato stampa la Bmti, nel sottolineare come i prezzi siano in calo a settembre per i frumenti di origine nazionale, afferma: ”Ad incidere negativamente è stata soprattutto la pressione esercitata dall’ampia offerta di prodotto disponibile sul mercato estero. Nel caso del grano duro (fino), i prezzi hanno ceduto il 2% su base mensile, scendendo sui 230 euro/t ma mantenendosi più alti del 24% rispetto allo scorso anno”.

Bmti riferisce così della sua analisi mensile sul mercato cerealicolo, realizzata sulla base dei prezzi ufficiali all’ingrosso rilevati dalle Camere di commercio italiane. “In particolare, nonostante la conferma di un raccoltonazionale in deciso calo rispetto al 2016, le quotazioni del grano duro hanno risentito del considerevole afflusso di prodotto estero – continua la nota –l’analisi dei dati diffusi dalla Dg Agricoltura della Commissione Europea mostra che a settembre l’import italiano dai paesi extra Ue (Canada in primis) è stato pari ad oltre 250mila tonnellate, quasi il doppio rispetto allo scorso anno e ai massimi delle ultime annate”.

A Foggia, intanto, si affievolisce la differenza di prezzo tra il nuovo raccolto ed il vecchio. Con questi valori infatti il prezzo del grano duro fino nazionale all’ingrosso risulta aumentato solo del 19,47% se si raffronta il prezzo massimo registrato ieri con quello fissato sulla piazza di Foggia dalla Borsa merci della Camera di commercio il 7 giugno scorso: 190 euro alla tonnellata. Lo stesso differenziale aveva raggiunto il 26,31% nella seduta del 30 agosto 2017.

Inoltre, su base annua, il prezzo massimo all’ingrosso risulta maggiore rispetto alla quotazione del 12 ottobre 2016 – 207,00 euro alla tonnellata – del 9,66%, anche se questa forbice nelle ultime quattro sedute del 2017 appare ridursi, anche per l’incremento dei prezzi conosciuto dal grano duro sulla piazza di Foggia nelle corrispondenti sedute di un anno fa.

L’ultima rilevazione di Ismea sui prezzi medi all’origine del grano duro fino nazionale sulla piazza di Foggia – 222,5 euro alla tonnellata alle condizioni di “franco magazzino – partenza” – risale al 4 ottobre scorso e viene riferita come stabile sulle settimane precedenti. Ismea aveva rilevato però un prezzo medio il 29 agosto di 232,5 euro la tonnellata, rispetto alla quale si continua a registrare una perdita secca del -4,30%.

fonte: http://agronotizie.imagelinenetwork.com/agricoltura-economia-politica/2017/10/12/grano-duro-a-settembre-raddoppiano-le-importazioni/55927?ref=cookie-accepted

200.000 morti l’anno a causa dei pesticidi nel cibo, ma la gente continua a preferire il bello al sano!

 

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200.000 morti l’anno a causa dei pesticidi nel cibo, ma la gente continua a preferire il bello al sano!

 

La diagnosi è di avvelenamento acuto.
Lo sostiene un rapporto dei relatori speciali dell’Onu per il diritto al cibo, Hilal Elver, e per le sostanze tossiche, Baskut Tuncak, presentato al Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite, in cui chiedono un nuovo trattato internazionale per regolare ed eliminare progressivamente l’uso di pesticidi tossici in agricoltura.

Ci si chiede come mai però, si sia aspettato tanti anni per giungere a questa conclusione, un pò come accadde negli anni 70 con l’amianto.

“L’uso eccessivo di pesticidi è molto pericoloso per la salute umana e per l’ambiente, ed è fuorviante affermare che i pesticidi sono vitali per garantire la sicurezza alimentare”,è quanto detto dai due relatori dell’Onu al Consiglio per i diritti umani a Ginevra.

I pesticidi causano 200.000 morti all’anno nel mondo per avvelenamento acuto.

I due relatori speciali delle Nazioni Unite puntano anche il dito contro le tecniche di marketing aggressive e senza etica dell’agroindustria, che nega la pericolosità e gli impatti di alcuni pesticidi.

L’industria chimica attribuisce invece la colpa dei danni all’uso improprio che ne fanno gli agricoltori,  e spende enormi quantità di denaro per corrompere i politici ed insabbiare le evidenze scientifiche.

Nell’Era oscura del Dio Denaro la nostra salute è costantemente sotto attacco, e spetta solo a noi scegliere di mangiare sano, il cibo avvelenato è una nostra scelta, poiché oggi preferiamo frutta e verdura bella e perfetta invece che sana, e per arrivare al prodotto “perfetto”, bello e appariscente bisogna sapere che dietro c’è un trattamento intensivo dello stesso.

Incredibile ma vero: ad 8 anni dall’approvazione, la direttiva sui pesticidi è letteralmente ignorata dagli Stati Europei – Una vergognosa speculazione sulla pelle della Gente nell’interesse delle lobby!

 

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Incredibile ma vero: ad 8 anni dall’approvazione, la direttiva sui pesticidi è letteralmente ignorata  dagli Stati Europei – Una vergognosa speculazione sulla pelle della Gente nell’interesse delle lobby!

Nuovo report sull’applicazione della direttiva del 2009: Gli stati europei non applicano la direttiva sui pesticidi.

A 8 anni dall’approvazione della direttiva sull’uso sostenibile dei pesticidi, i paesi UE hanno spesso evitato di prendere misure volte a ridurre i rischi.

A 8 anni dall’approvazione, la direttiva sui pesticidi è lettera morta

 

(Rinnovabili.it) – Mancano i controlli individuali sugli agricoltori, non si fa lotta integrata ai parassiti e non esistono target misurabili per la protezione di specifici ecosistemi. In sostanza, la direttiva sull’uso sostenibile dei pesticidi risulta in gran parte non applicata dagli stati membri. Lo afferma il nuovo rapporto della Commissione Europea, che fa il punto a otto anni dall’approvazione della legge.

Fino ad oggi, dunque, i paesi hanno spesso evitato di prendere misure volte a ridurre i rischi e gli impatti dei prodotti fitosanitari, con conseguenze negative sull’ambiente e sulla salute dei cittadini. Le disposizioni europee vietano pratiche come l’utilizzo di aerei per per spargere i pesticidi sui campi e restringono l’uso di antiparassitari nei parchi pubblici, nei campi sportivi, negli ospedali e nelle scuole. I piani d’azione nazionali, tuttavia, nella maggior parte dei casi non contengono obiettivi misurabili per la protezione degli ambienti acquatici e dei parchi, mentre la gestione integrata dei parassiti non è sostanzialmente utilizzata. L’unica nota positiva, secondo gli esperti comunitari, è il raddoppio delle sostanze a basso rischio o non derivate dalla chimica.

 

Il dossier prescrive una revisione dei piani nazionali, di cui gli Stati membri devono migliorare la qualità, stabilendo prima di tutto target e indicatori misurabili per dare vita ad una strategia a lungo termine volta alla riduzione dei rischi e degli impatti. Dal canto suo, Bruxelles continuerà a monitorare l’attuazione della direttiva da parte degli stati membri attraverso una serie di azioni, dagli audit alla valutazione delle revisioni dei piani nazionali, dalla formazione di professionisti allo scambio di buone pratiche.

Alcuni stati membri, tra cui l’Italia, hanno vietato l’uso di pesticidi a base di glifosato nelle aree non agricole, mentre la Germania ha fatto lo stesso nei parchi nazionali e nelle riserve naturali. Piccoli passi in avanti, ma resta molto, troppo da fare.

 

tratto da: http://www.rinnovabili.it/ambiente/stati-europei-direttiva-pesticidi-333/

“NATURALE” – La leva che muove il mercato del cibo. Ma cosa ci rifilano con questo aggettivo?

 

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“NATURALE” – La leva che muove il mercato del cibo. Ma cosa ci rifilano con questo aggettivo?

 

Cercasi cibi e prodotti naturali. Che sia una “moda” o un’approfondita e argomentata richiesta, di certo i consumatori sembrano sempre più propensi a circondarsi di prodotti che rispondano a questo requisito.

 

Del resto, che l’interesse verso prodotti “naturali” sia crescente, lo ha dimostrato anche l’Osservatorio Sana 2017, il Salone internazionale del biologico e del naturale che si è tenuto come ogni anno a Bologna, agli inizi di settembre. Secondo Nomisma, le famiglie acquirenti che hanno fatto almeno un acquisto consapevole di un prodotto bio negli ultimi 12 mesi sono salite al 78% del totale (5 anni fa la percentuale era parti al 53%). Tra chi, invece, è già legato al bio, il 60% acquista prodotti di frequente(almeno una volta alla settimana). Altro dato è quello che rileva che l’89% di chi ha iniziato ad acquistare bio da alcuni anni continua a farlo.

Cosa è percepito come “naturale”?

Bio a parte (o meglio, bio incluso), cosa significa “naturale” per chi fa acquisti?

Il gruppo Hero, azienda internazionale del settore alimentare specializzata nella commercializzazione di prodotti di marca (marmellate, prodotti per bambini, barrette, ma anche prodotti senza glutine e finalizzati alle decorazioni alimentari) ha condotto una ricerca approfondita raccogliendo 85mila testimonianze di consumatori in 32 paesi del mondo, per provare a rispondere a questa domanda.

Lo studio realizzato dal Gruppo Hero, tuttavia, non prevede una classifica delle caratteristiche che influenzano le persone che vogliono prodotti cosiddetti naturali: “Lo studio non redige una classifica di quali attributi vengano identificati come più o meno importanti – fa sapere  Luis Manuel Sánchez-Siles, direttore Innovazione del Gruppo Hero, uno dei ricercatori che ha preso parte allo studio, insieme a Sergio Román (Università di Murcia) e Michael Siegrist (ETH Zurigo) – ma di certo la caratteristica ‘organico’ o ‘bio’ è considerata estremamente correlata al concetto di naturalità. Nella ricerca infatti viene specificato che ‘altre ricerche devono essere fatte per stilare una misurazione, ancora mancante, del FNI (Food Naturalness Importance). Una tale misurazione potrebbe far scaturire ulteriori studi futuri che esaminino proprio quali siano le caratteristiche più rilevanti per i consumatori’”.

Il punto è che ‘naturale’ non significa per tutti la stessa identica cosa, quando si parla di alimenti o prodotti in senso lato.

Conta l’origine, gli ingredienti, la produzione…

Nel settore alimentare non esiste una definizione del termine ‘naturale’ condivisa a livello universale – confermano dal Gruppo Hero – così che a volte l’espressione risulta vaga e talvolta abusata, spesso oggetto di confusione. Secondo quanto rivelato dallo studio condotto, i consumatori percepiscono un prodotto come naturale in base all’origine delle materie prime, agli ingredienti utilizzati e al processo produttivo”.

Obiettivo di questo studio, infatti, come dichiarato da Sánchez-Siles, era quello di indagare le convinzioni dei consumatori: “Non volevamo imporre la nostra idea su ciò che riteniamo rappresenti la naturalità, bensì desideravamo scoprire come questo concetto fosse percepito dai consumatori”, spiegano i ricercatori.

Quindi, origine, ingredienti e processo produttivo sono senz’altro gli strumenti ‘principe’ attraverso cui i consumatori – scelti dal gruppo Hero all’interno di un range appartenente a fasce sociali ed età diverse in quattro continenti – giudicano i prodotti per fare i propri acquisti. Ed ecco quindi che, per i cittadini, se i prodotti sono bio e/o a km0 è preferibile, così come risulta apprezzabile se il processo di trasformazione non prevede l’utilizzo di conservanti, additivi, coloranti, aromi artificiali, agenti chimici, ormoni, pesticidi e ogm. Ovviamente, il risultato di questi parametri deve far ottenere un prodotto che il consumatore giudichi anche fresco e gustoso, oltre che sano e se possibile eco-sostenibile. Tra le caratteristiche che influenzano il cittadino intenzionato ad acquistare un prodotto ‘secondo natura’, anche la confezione ha il suo peso quando rievoca l concetto di naturalità e di tradizione, così come la strategia di marketing.

Chimico vs naturale?

Insomma, da questa ricerca sulla percezione, ciò che si evince è senz’altro che per il consumatore che cerca un prodotto sano, gustoso, fresco e privo di pesticidi, è molto importante richiamare il concetto di ‘naturale’. Sebbene, come sappiamo, esistono sostanze presenti in natura che sono nocive per l’uomo: “Per i consumatori ciò che è naturale viene immediatamente associato con l’essere sano, ma è assolutamente vero che esistono diverse sostanze naturali, nocive per l’essere umano. Purtroppo il nostro studio non ha approfondito il tema della comprensione del consumatore riguardo alle sostanze naturali ma pericolose/velenose”, precisa Sánchez-Siles. Che aggiunge:“Alla Hero vengono eseguiti controlli qualità estremamente severi su tutti i prodotti, nessuna compagnia solida e onesta prenderebbe mai in considerazione l’idea di usare tali sostanze”.

Viene poi da chiedersi se, in questo immaginario in parte calzante alla realtà e in parte forse no, sia ‘chimico’ il contrario di ‘naturale’: “È una domanda davvero difficile alla quale rispondere – precisa Sánchez-Siles – Dovremmo innanzi tutto stabilire cosa intendiamo col termine ‘chimico’ perché il cibo è formato da composti naturali chimici. Prendiamo una mela per esempio piena di buoni e sani composti naturali chimici, non è di certo cattiva no?”.

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/09/18/la-leva-del-naturale-muove-il-mercato-del-cibo-ma-cosa-ci-vendono-con-questo-aggettivo/26174/?utm_content=buffer07463&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer

Miele, il 75% è contaminato da pesticidi! Ecco i rischi per la nostra salute e per le api.

 

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Miele, il 75% è contaminato da pesticidi! Ecco i rischi per la nostra salute e per le api.

I 3/4 del miele prodotto in tutto il mondo contiene pesticidi neonicotinoidi. Le concentrazioni rilevate dall’indagine non risultano pericolose per l’uomo, ma rappresentano una seria minaccia per le api.

Il 75 percento del miele venduto in tutto il mondo è contaminato da pesticidi; le concentrazioni rilevate non sono considerate un pericolo per l’uomo, ma sottolineano la seria minaccia cui sono esposte le api. La scoperta shock è stata fatta da ricercatori dell’Università di Neuchâtel, Svizzera, che hanno raccolto campioni da 200 siti diversi in tutti i continenti, tranne che in Antartide. Incredibilmente è risultato contaminato anche il miele prodotto in remote isole dell’Oceano Pacifico, suggerendo la persistenza nell’ambiente dei pesticidi e il passaggio di generazione in generazione tra le api.

Nel mirino dei ricercatori, coordinati dal professor Edward Mitchell, biologo presso l’ateneo elvetico, vi sono i cosiddetti “neonicotinoidi”, insetticidi neurotossici derivati dalla nicotina e introdotti in sostituzione del famigerato DDT, che secondo diverse ricerche potrebbero essere dietro alla cosiddetta “Sindrome dello spopolamento degli alveari”, conosciuta anche come CCD (Colony Collapse Disorder). Si tratta in pratica di una misteriosa moria di api, che spariscono letteralmente dagli alveari.

Gli effetti dei neonicotenoidi sulle api sono ancora oggetto di studio, ma alcune indagini hanno confermato che abbattono il sistema immunitario, riducono lo stato nutrizionale e la possibilità di sopravvivere all’inverno. Le principali minacce di acetamiprid, clothianidin, imidacloprid, thiacloprid e thiamethoxam, i cinque neonicotenoidi analizzati nello studio elevetico, sono soprattutto per la regina, dato che sono in grado di influenzarne la riproduzione, con tutto ciò che comporta sulla sopravvivenza della colonia.

“Non è una sorpresa, in un certo senso, aver trovato neonicotinoidi nel miele. Chiunque avrebbe potuto immaginarlo”, ha sottolineato l’autore principale della ricerca. Le principali concentrazioni sono state trovate nel miele prodotto in Europa, Stati Uniti e Asia, ma fortunatamente i livelli rientrano in quelli di sicurezza per l’uomo stilati dall’Unione Europea. In concentrazioni elevate gli insetticidi possono infatti provocare cancro, disturbi a livello ormonale e immunitario e problemi alle donne in gravidanza. Circa il 10 percento dei campioni di miele esaminato dagli studiosi aveva 4 o 5 neonicotenoidi, e nel 34 percento del totale sono state rilevate tracce considerate dannose per le api. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati su Science e in un documento su Nature.

fonte: https://scienze.fanpage.it/miele-il-75-contaminato-da-pesticidi-quali-sono-i-rischi-per-la-nostra-salute-e-le-api/

La Commissione Europea si schiera contro la Gente e a favore delle multinazionali che ci avvelenano in nome del dio denaro. Solo il M5s si oppone, ottenendo anche significativi risultati… Ecco lo stop ai pesticidi con interferenti endocrini…

 

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La Commissione Europea si schiera contro la Gente e a favore delle multinazionali che ci avvelenano in nome del dio denaro. Solo il M5s si oppone, ottenendo anche significativi risultati… Ecco lo stop ai pesticidi con interferenti endocrini…

Schiaffo alla Commissione, stop alla proposta che esentava i pesticidi dagli interferenti endocrini

Il Parlamento respinge al mittente la proposta della Commissione europea sugli interferenti endocrini che avrebbe esentato alcuni prodotti chimici contenuti nei pesticidi dall’essere identificati come interferenti endocrini. Ora l’esecutivo di Bruxelles dovrà presentare al più presto un nuova proposta.

L’obiezione, presentata da Jytte Guteland e Bas Eickhout, è stata approvata con 389 voti in favore, 235 contrari e 70 astensioni, raggiungendo così la maggioranza assoluta necessaria per stopparla. Va ricordato che una relazione UNEP/WHO ha definito gli interferenti endocrini una “minaccia globale”, in riferimento, tra l’altro, all’aumento di vari disturbi endocrini nell’uomo e nelle popolazioni della fauna selvatica. Ci sono prove di effetti avversi riproduttivi (infertilità, tumori, malformazioni) che potrebbero anche influenzare la funzione tiroidea, quella del cervello e favorire l’obesità, e l’omeostasi del glucosio.

Sull’esito del voto, è intervenuto con una nota Piernicola Pedicini, eurodeputato del M5S Europa e co-firmatario della risoluzione. “La maggioranza qualificata – ha commentato l’eurodeputato – è stata raggiunta grazie ai voti della nostra delegazione. Purtroppo i grandi gruppi sono riusciti a tagliare più della metà del testo che avevamo adottato in Commissione Ambiente lo scorso 28 settembre, inclusa la parte in cui denunciavamo la mancata inclusione di una categoria di sostanze sospette. Adesso sono considerati interferenti endocrini solo quelle sostanze per cui è provato scientificamente il rapporto di causalità tra l’esposizione alla sostanza e il danno. Questo vuol dire che nessuna azione può essere intrapresa contro le sostanze di cui si sospettano effetti nocivi per l’uomo a meno di non presentare una proposta complementare. Come al solito gli eurodeputati degli altri gruppi hanno ceduto alle pressioni delle grandi multinazionali dell’agrochimica e della Commissione Ue stessa. Siamo d’accordo che i criteri proposti migliorano la situazione attuale ma non sono ancora sufficienti a garantire la piena applicazione del principio di precauzione. Per questo abbiamo sostenuto l’obiezione e votato per avere al più presto un nuovo progetto”.

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/10/04/schiaffo-alla-commissione-stop-alla-proposta-che-esentava-i-pesticidi-dagli-interferenti-endocrini/26565/

Con il CETA si abbandona il principio di precauzione: il rischia è il via libera a 1000 pesticidi vietati in Europa!

 

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Con il CETA si abbandona il principio di precauzione: il rischia è il via libera a 1000 pesticidi vietati in Europa!

Con il CETA si rischia il via libera a 1000 pesticidi vietati in Europa

L’accordo UE-Canada in via di ratifica in Italia favorisce un abbandono del principio di precauzione. Così il CETA aprirà all’importazione di pesticidi vietati

Perché il CETA minaccia la salute e l’ambiente

 

(Rinnovabili.it) – L’accordo commerciale che Unione Europea e Canada hanno concluso nel febbraio scorso – e che l’Italia si appresta a ratificare al Senato il 25 luglio – è una minaccia per la salute umana e la sicurezza alimentare. Non usa mezzi termini il CIEL (Center for International Environmental Law) nel descrivere nel suo ultimo rapporto il CETA (questo il nome del trattato), segnalando che aumenterebbe l’esposizione umana e ambientale a pesticidi pericolosi. Con l’idea di facilitare il commercio, infatti, l’accordo aprirebbe ad una armonizzazione delle norme tra i due paesi fondata sul principio del minimo comun denominatore: per uno scambio di merci più fluido, in sostanza, si rinuncerebbe – seoprattutto in Europa – a regole che tutelano i consumatori e l’ambiente. Per consentire un passo avanti al Canada, infatti, il vecchio continente dovrebbe farne due indietro, dal momento che entro i suoi confini sono in vigore regolamenti e standard molto più cautelativi rispetto al paese della foglia d’acero.

«In un momento in cui tutti i segnali indicano la necessità di una maggiore regolamentazione per proteggere le persone e il pianeta dalle sostanze chimiche pericolose, il CETA minaccia salute e benessere nell’Unione Europea e in Canada eliminando l’approccio precauzionale dell’UE alla gestione dei pesticidi», spiega Layla Hughes, avvocato senior del CIEL e principale autrice del rapporto.

Il CETA poteva essere una occasione per innalzare gli standard internazionali, estendendo agli scambi con il Canada il principio di precauzione. Considerato un cardine della politica europea, mette in capo ai produttori l’onere di dimostrare se una sostanza può costituire un rischio per la salute o meno. Ma in altri paesi, in particolare in Canada e Stati Uniti, così come in ambito WTO (Organizzazione mondiale del commercio) vige l’approccio opposto: prima i pesticidi si mettono sul mercato, poi se i cittadini si ammalano devono dimostrare in tribunale la relazione tra i loro disagi e le sostanze chimiche. In caso di vittoria, avviene il ritiro del prodotto.

Secondo il rapporto, nel 2015 almeno 40 sostanze vietate in Europa erano consentite in Canada, mentre più di 1.000 formulati prodotti nel paese nordamericano contenevano principi attivi che in UE sono stati banditi.

 

Tribunali speciali e cooperazione regolatoria

Oltre alla deregulation, il CETA prevede la creazione un tribunale speciale che permette alle società di citare in giudizio gli stati e ricevere da loro indennizzi virtualmente illimitati in caso adottassero misure che proteggano l’ambiente e la salute pubblica. Ogni società multinazionale con una filiale in UE o Canada avrebbe accesso a questo pericoloso meccanismo (Investment Court System – ICS), che si può descrivere come una corte accessibile solo agli investitori privati, cui si può ricorrere bypassando le corti nazionali. Il rischio di sanzioni multimilionarie o miliardarie in passato è stato sufficiente per dissuadere gli stati da sforzi di regolamentare nell’interesse pubblico.

Infine, con il CETA si istituisce anche un tavolo per la cooperazione regolatoria, cioè un forum di tecnici canadesi ed europei aperto alle influenze dei gruppi di interesse, che ha il compito di passare in rassegna le normative dei due blocchi con l’obiettivo di smussarne le differenze. Prima di varare un nuovo provvedimento che interessi anche il commercio, gli stati dovranno sottoporlo al gruppo di esperti, che forniranno un parere non vincolante, ma influente. L’ingresso del Canada e dei suoi stakeholder nel processo regolatorio UE, secondo il CIEL rappresenta un forte rischio per l’aumento dei livelli massimi di residui per i pesticidi.

fonte: http://www.rinnovabili.it/ambiente/ceta-via-libera-pesticidi-vietati-333/