Nessuno vuole più il grano duro del Canada, pieno di glifosato e micotossine? E allora ecco a Voi il grano del Kazakistan. Pur di guadagnare qualche Euro in più sono disposti a farci mangiare qualunque porcheria!

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Nessuno vuole più il grano duro del Canada, pieno di glifosato e micotossine? E allora ecco a Voi il grano del Kazakistan. Pur di guadagnare qualche Euro in più sono disposti a farci mangiare qualunque porcheria!

E’ l’allarme che in questi giorni ci sta lanciando I Nuovi Vespri

 

Articolo del 15 febbraio 2018

Una nave nel porto di Pozzallo sta scaricando grano del Kazakistan!

Siccome il grano duro del Canada – che contiene glifosato e micotossine – non lo vuole più nessuno lo stanno sostituendo con il grano duro del Kazakistan. Ci auguriamo che il presidente della Regione, Nello Musumeci, e l’assessore all’Agricoltura, Edy Bandiera, ci spieghino quello che sta succedendo. Saverio De Bonis: “E’ un grano di pessima qualità”

Nel giorno in cui in Italia entra in vigore una legge-burla – l’etichettatura della pasta e del riso (ovviamente, acquistando un pacco di pasta non troverete alcuna indicazione: la scusa è che, tra sei mesi, entrerà in vigore un regolamento dell’Unione Europea che vanificherà la legge italiana, con l’etichettatura che si applicherà su base volontaria: una farsa imposta dalle multinazionali) – in Sicilia arriva una novità: il grano duro di provenienza dal Kazakistan. Proprio mentre noi scriviamo questo articolo, una nave sta scaricando grano nel porto di Pozzallo.

Attenzione: non è una novità. Già da qualche giorno il presidente di GranoSalusSaverio De Bonis – candidato del Movimento 5 Stelle nel collegio del Senato in Basilicata – ha denunciato la svolta, chiamiamola così, dell’Italia:

“Il grano duro canadese – spiega De Bonis – è diventato troppo ingombrante. La battaglia che stiamo conducendo sta sortendo risultati importanti. Le analisi disposte sulla pasta e sulle farine hanno scoperto il gioco. E i consumatori cominciano a rifiutare la pasta che contiene glifosato. Così, adesso, hanno scoperto il grano del Kazakistan. Ma si tratta di un prodotto scadente”.

Proprio domani pubblicheremo un’intervista in cui De Bonis spiegherà perché il grano duro del Kazakistan – uno Stato transcontientale a cavallo tra Europa e Asia – è scadente.

Intanto diamo la notizia di questa nave carica di grano del Kazakistan che sta scaricando a Pozzallo. Una notizia incredibile, se si pensa che il grano duro del Sud Italia è uno dei migliori del mondo e che, tanto per cambiare, è oggetto della solita speculazione al ribasso.

Siamo proprio curiosi di capire che cosa farà, adesso, l’attuale assessore regionale all’Agricoltura, Edy Bandiera. Invierà subito i tecnici dell’assessorato per verificare che tipo di grano si sta scaricando? E chi è che utilizzerà questo grano del Kazakistan? Per produrre che cosa? Pasta? Pane, Pizze?

Ricordiamo che, lo scorso 12 agosto, l’allora candidato alla presidenza della Regione siciliana, Nello Musumeci, ha presentato un’interrogazione chiedendo ‘lumi’ su un carico di 190 mila quintali di grano duro arrivato con una nave proprio a Pozzallo e finito nei silos di Castel di Iudica.

Oggi Musumeci è il presidente della Regione siciliana. A questo punto, per una questione di coerenza, il presidente dovrebbe spiegare ai siciliani che cosa sta succedendo a Pozzallo e, soprattutto, se è ancora tollerabile offendere una Regione che produce un ottimo grano duro dai tempi dell’Impero Romano facendo arrivare navi che scaricano un prodotto mediocre!

 

Articolo del 16 febbraio 2018

Saverio De Bonis: “Il grano duro del Kazakistan? Di pessima qualità!”

Ieri, in Sicilia, nel porto di Pozzallo, è arrivata una nave carica di grano duro del Kazakistan. Dopo il grano canadese ne hanno inventata un’altra. Ne parliamo con uno dei protagonisti di GranoSalus, Saverio De Bonis, che è anche candidato al Senato, in Basilicata, nel Movimento 5 Stelle. L’occasione per fare il punto della situazione su tanti argomenti. A cominciare dal CETA, voluto dalla UE e, nel nostro Paese, da PD e Forza Italia…

Allora Saverio De Bonis, ci racconta quello che sta succedendo nel mondo del grano? Proprio ieri abbiamo dato la notizia – che in effetti lei conosceva già – dell’arrivo, in Sicilia, nel porto di Pozzallo, di una nave carica di grano del Kazakistan.

Qui in Sicilia siamo rimasti molto stupiti. Eravamo fermi al grano duro canadese, al grano dell’Ucraina, al grano francese, qualche volta anche al grano messicano: ma il grano del Kazakistan ci mancava. Poniamo questa domanda a Saverio De Bonis sia perché è uno degli esponenti di punta di GranoSalus, sia perché è stato il primo a parlare di questa ‘news’. E poi perché, da uomo dell’agricoltura del Sud Italia, De Bonis è impegnato in questa campagna elettorale da candidato al Senato in Basilicata nel Movimento 5 Stelle, unica forza politica che sta provando a difendere i prodotti agricoli del Mezzogiorno dagli effetti perversi della globalizzazione dell’economia.

Allora, De Bonis, che sta succedendo?

“Succede quello che voi avete scritto ieri: e cioè che la grande industria della pasta comincia a sentire gli effetti delle analisi disposte su pasta e semole e, in generale, gli effetti della battaglia, culturale prima che economica e politica, condotta da GranoSalus e da I Nuovi Vespri in difesa del grano duro del Sud Italia. Succede che i consumatori, oggi, sono più attenti. Del resto, siete stati voi a scrivere che certe linee di pasta industriale si vendono, oggi, a un prezzo che oscilla tra 0,60 e 0,70 centesimi di euro o anche meno. Un prezzo che svilisce la coltura del grano duro. Con possibili effetti negativi sulla salute di chi mangia un prodotto del genere”.

In che senso?

“Nel senso che, quando un prodotto viene venduto a un prezzo così basso, a farne le spese, di solito, sono la salute e l’ambiente”.

Non è un po’ paradossale che, ieri, proprio nel giorno in cui è entrato in vigore l’etichettatura della pasta, in Sicilia, a Pozzallo, sia arrivata una nave carica di grano del Kazakistan?

“E’ paradossale fino a un certo punto”.

Cioè?

“La legge italiana sull’etichettatura della pasta è una presa in giro. Tant’è vero che, proprio ieri, abbiamo fatto la spola tra negozi artigianali e supermercati, ma non siamo riusciti a trovare un solo pacco di pasta con l’etichettatura con relativa indicazione di provenienza del grano utilizzato per la produzione di tale pasta”.

Come mai succede questo?

“Perché questa legge non è nata come una cosa seria, ma come uno spot elettorale del PD di Renzi e del Ministro delle Risorse agricole, Maurizio Martina. Entrambi sapevano che l’Unione Europea non avrebbe mai accettato l’etichettatura di pasta e riso nella sola Italia. Infatti, tra sei mesi, Bruxelles approverà un nuovo Regolamento prevedendo un’etichettatura su base volontaria”.

Ci sta dicendo che chi lo vorrà scriverà nelle etichette l’origine del grano duro con il quale è prodotta la pasta e chi non lo vorrà continuerà a vendere pasta senza etichettatura?

“Esatto”.

Ma è una presa per i fondelli!

“Certo. Del resto, cosa vi aspettare dall’Unione Europea che ha siglato con il Canada l’accordo commerciale noto come CETA, firmato sia dal centro sinistra di Gianni Pittella, sia dal centrodestra rappresentato da Pasquale Pepe? In base a questo accordo commerciale, le multinazionali possono esportare in Canada tecnologie e qualche produzione industriale. E, soprattutto, possono andare lì a gestire i servizi. In cambio, però, i canadesi debbono esportare in Europa alcune delle proprie produzioni. E, tra queste, ci sono circa 4 milioni di quintali di grano duro prodotto nelle aree fredde e umide del Canada: grano duro che, notoriamente, viene fatto maturare artificialmente con il glifosato. Su questa molecola né Pittella, né Pepe, né Raffaele Fitto si sono mai pronunciati contro, anzi hanno votato a favore del rinnovo dell’autorizzazione all’utilizzo, in Europa, del glifosato per altri cinque anni. Per non parlare dell’umidità che facilita la proliferazioni di funghi che producono le micotossine DON: Pittella conosce molto bene questo argomento, ma a Bruxelles non è stato capace di abbassare i limiti per tutelare i consumatori italiani perché condizionato dalle lobby. Sicché, grazie a lui, al centrodestra e al centrosinistra, da anni, i consumatori italiani sono trattati peggio dei maiali canadesi”.

L’obbligo di etichettatura non consentirebbe più agli industriali di nascondere la presenza di grano duro canadese. Invece continueranno a nascondere la presenza di questo grano…

“Per l’appunto. Ma ci siamo noi, che continueremo ad effettuare le analisi. E non siamo più soli. Se sono candidato in Basilicata, nel collegio del Senato, con il Movimento 5 Stelle, ebbene, questo avviene perché il Movimento ha sposato le nostre battaglie. E’ proprio questo che dobbiamo provare a illustrare ai cittadini a pochi giorni dal voto: i cittadini di tutta l’Italia, non soltanto quelli della Basilicata e, in generale, del Sud, debbono sapere che, votando per il Movimento 5 Stelle daranno forza a chi si sta battendo per liberarli dal grano duro tossico. Se sarò eletto in Parlamento la prima iniziativa sarà quella di proporre la pubblicazione dei residui tossici sulla etichetta. Mentre PD e Forza Italia, nel Parlamento europeo e nel Parlamento italiano, sono favorevoli al CETA e agli sporchi traffici di grano che avvelenano la nostra vita. Dobbiamo ricordare ai cittadini, anzi lo dobbiamo gridare, che votare per PD e Forza Italia dà forza a chi vuole portare in Italia il grano duro canadese. Questi politici sono legati a doppio filo con mugnai, pastai e commercianti senza scrupoli”.

E agli agricoltori del Sud cosa dice?

“La stessa cosa con un elemento in più: e cioè che dando forza al Movimento 5 Stelle non si protegge solo la salute di tutti i cittadini – e soprattutto dei bambini, che sono quelli a maggiore rischio – ma si tutela anche l’agricoltura del Sud Italia e, segnatamente, il grano duro, che è l’eccellenza del mondo agricolo meridionale: un’eccellenza che Unione Europea, PD e Forza Italia stanno calpestando”.

Dicono che ci sia un po’ di ‘maretta’ tra la Coldiretti e il Ministro Martina…

“La Coldiretti ha già mollato il ministro Martina e si accinge ad un abbraccio mortale con Berlusconi. Insieme cercheranno di continuare a gabbare gli agricoltori italiani, che la Coldiretti ha difeso solo a parole: i produttori di grano duro del Sud la Coldiretti non li ha mai difesi e, in generale, nei fatti, non ha mai difeso i cittadini. Parlano, genericamente, di difesa dell’agroalimentare italiano, chilometro zero, campagne amiche e filiere capestro. Ma sono tutte chiacchiere, perché Berlusconi non può certo attaccare quel sistema – fatto anche da multinazionali – che ha fatto fortuna ‘taroccando’ il Made In Italy agroalimentare”.

In effetti, anche l’agroalimentare italiano è un po’ in affanno…

“Io direi che è in crisi, perché è costretto a trasformare prodotti agricoli che non sono italiani. E subisce una concorrenza spietata di prodotti agroindustriali sulla cui qualità pesano molti, troppi dubbi. A cominciare proprio dal grano che arriva dall’estero. Ma non c’è solo il grano: basti pensare alla passata di pomodoro. Il Sud Italia, per tradizione e per cultura, ha uno dei pomodori di pieno campo migliori al mondo. E invece siamo massacrati dalla passata di pomodoro cinese che arriva a fiumi. Stessa cosa avviene per l’olio d’oliva extra vergine, settore nel quale le sofisticazioni hanno raggiunto livelli insopportabili per i consumatori. Solo noi, attraverso le nostre battaglie, fuori e dentro le istituzioni, potremo mettere in sicurezza almeno un piatto di pastasciutta e garantire un cibo sano ai nostri bambini”.

Parliamo del grano: lei è stato il primo a denunciare l’arrivo del grano duro dal Kazakistan. Che tipo di grano duro è?

“E’ un grano duro di qualità pessima! Peraltro con un bassissimo tenore proteico. Cioè con poco glutine”.

Ma come, le industrie della pasta italiane hanno sempre detto che il grano canadese è il migliore del mondo perché ha un alto tenore in glutine, del grano duro del Sud Italia dicono che l’11% di glutine è un tenore troppo basso e, adesso, vanno a caccia del grano duro del Kazakistan che ha un tenore in glutine inferiore a quello del Mezzogiorno d’Italia?

“Le industrie della pasta perseguono il profitto, non la qualità del prodotto”.

A proposito di qualità: come diavolo pensano di produrre la pasta con un basso tenore di glutine?

“Semplice: miscelando il grano duro del Kazakistan con il nostro grano duro, della Puglia, della Sicilia, della Basilicata e via continuando. Tanto, come ho già accennato, l’Unione Europea non prevede l’obbligo di etichettatura, con l’indicazione di provenienza del grano duro. I consumatori continueranno ad essere ingannati”.

Come veniamo fuori da questo scenario?

“Mangiando pasta prodotta con il grano duro del Sud. Mangiando pane prodotto con il grano duro del Sud. Idem per le pizze, per i biscotti e via continuando. Ma, soprattutto, pubblicando in etichetta i valori dei residui”.

Chiudiamo con la sua campagna elettorale. Come sta andando?

“E’ una campagna elettorale difficile come tutte le campagne elettorali. Ma siamo ottimisti. La gente, in Basilicata, ha capito che la vecchia politica li ha presi in giro. Non c’è un solo settore della vita pubblica che, in Basilicata, è gestito bene. Dalla sanità, alla scuola. Per non parlare dell’economia. La legge sugli appalti ha, di fatto, ingessato gli investimenti pubblici. Il petrolio ha creato poca occupazione, molto inquinamento e tante, troppe malattie. In cambio abbiamo avuto delle royalties dieci volte inferiori a quelle del Kazakistan. Non c’è un progetto per valorizzare le testimonianze culturali della nostra Regione. Il turismo annaspa. E non c’è una visione strategica dell’agricoltura e della sua intima connessione con la salute pubblica ed il bilancio sanitario dello Stato. Martedì prossimo, a Matera, proveremo noi ad indicare alcune vie dell’export per l’agroalimentare di qualità”.

Però, in Basilicata, centrosinistra e centrodestra sono presenti e agguerriti.

“Rappresentano il passato. Nel centrosinistra la famiglia Pittella ha fatto il suo tempo. A nulla servirà la sua alleanza con Viceconte, perché se l’esponente italiano più potente a Bruxelles, presidente del gruppo S&D al Parlamento europeo, ha dovuto ripararsi in altri collegi, è evidente che siamo di fronte ad una fase di declino politico. I lucani hanno finalmente capito che sul petrolio sono stati svenduti da Pittella, Viceconte e De Filippo. Le condizioni di povertà a cui hanno ridotto la nostra regione sono vergognose e costringono i giovani a fuggire dalla nostra terra. La Basilicata non ha bisogno di scomodare Salvini per sentirsi dire che il nostro oro è rappresentato da agricoltura e turismo. Noi lo abbiamo affermato in tempi non sospetti. Tra l’altro, Salvini e i leghisti, fino a qualche tempo fa, definivano i meridionali terroni. Ora, dopo averli ripetutamente offesi, chiedono il voto ai meridionali. Insomma…”.

Lei parla spesso della Dieta Mediterranea. 

“I prodotti sani della Dieta Mediterranea possono diventare la Ferrari della nostra economia, ma non abbiamo alcuna intenzione di mettere quell’oro nelle mani dei leghisti. Potrebbe essere molto rischioso! Nel centrodestra, inoltre, c’è l’ex ministro dell’Agricoltura Nunzia De Girolamo, brava solo a girare i salotti televisivi: ma anche lei, la ‘ministra delle porte girevoli’, come la chiamiamo noi, non è più credibile. Si è persino sposata con un esponente del PD. Ha contribuito con la sua inerzia politica ad affossare gli allevatori di conigli della sua regione, la Campania, dove insistono i più elevati consumi di carni bianche, ma non c’è più produzione. E adesso si è alleata pure con Clemente Mastella per bramosia di potere”.

Perché la chiamate “ministro delle porte girevoli?

“Perché era nel centrodestra, poi è passata nel centrosinistra con Angelino Alfano e, adesso, è ritornata nel centrodestra. Va dove va il vento. Siamo nel peggiore trasformismo politico. Viceconte e Benedetto non sono da meno in Basilicata. L’augurio è che questa fallimentare stagione politica sia alla fine. La gente questa volta non avrà paura di cambiare. Ne sono certo”.

 

fonti:

http://www.inuovivespri.it/2018/02/15/una-nave-nel-porto-di-pozzallo-sta-scaricando-grano-del-kazakistan/

http://www.inuovivespri.it/2018/02/16/saverio-de-bonis-il-grano-duro-del-kazakistan-di-pessima-qualita/#_

 

Ricapitoliamo: al supermercato pago il sacchetto della frutta per salvare l’ambiente, ma mi danno la carne nei vassoi di polistirolo incredibilmente inquinanti. Dicono “Ce lo chiede l’Europa”, ma non è vero. La produttrice dei sacchetti è amica di Renzi… Io mi sento preso per i fondelli, Voi no?

 

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Ricapitoliamo: al supermercato pago il sacchetto della frutta per salvare l’ambiente, ma mi danno la carne nei vassoi di polistirolo incredibilmente inquinanti. Dicono “Ce lo chiede l’Europa”, ma non è vero. La produttrice dei sacchetti è amica di Renzi… Io mi sento preso per i fondelli, Voi no?

Ci pensavo proprio ieri mentre, dopo aver sacrificato i miei primi 2 centesimi alla causa del “bio”, guardavo nella nello shopper quanti imballaggi inquinanti, a partire dai vassoi per la carne, avevo portato a casa…

Ci dicono “Ce lo chiede l’Europa”, ma l’Europa non ci ha mai chiesto niente.

Poi scopro che la produttrice dei sacchetti è amica di Renzi…

Io mi sento preso per i fondelli, Voi no?

Sacchetti a pagamento: diktat del Governo (non di Bruxelles) per arricchire l’amica di Renzi

In materia di fake news la vecchia politica è sempre sulla cresta dell’onda. La loro punta di diamante parlando di notizie false è la capacità di crearle ad hoc, di nuove, e originali, per ogni occasione. Ultima quella che sta imperversando in questi giorni nei media: “sacchetti di frutta a pagamento sono stati imposti dall’UE all’Italia”. Mettiamo l’assunto appositamente tra le virgolette in quanto riporta il concetto che il PD sta cercando di diffondere tramite i suoi canali ufficiali al grido di: “ce lo chiede l’Europa”. Ebbene, Bruxelles non ha mai chiesto al Bel Paese di far pagare ai suoi cittadini i sacchetti di plastica biodegradibili e compostabili.

La direttiva a cui il Partito Democratico vorrebbe fare riferimento è la 2015/720, che come si evince dal sito del Parlamento europeo su cui è riportata, non impone prezzi, ma obiettivi. La direttiva dice che le misure adottate dagli Stati membri devono assicurare che il livello di utilizzo annuale non superi 90 borse di plastica di materiale leggero pro capite entro il 31 dicembre 2019 e 40 borse di plastica di materiale leggero pro capite entro il 31 dicembre 2025 o obiettivi equivalenti in peso. Addirittura, le borse di plastica in materiale ultraleggero possono essere escluse dagli obiettivi di utilizzo nazionali.

Dunque, ricapitolando, è stato il Governo marionetta di Paolo Gentiloni ad aver infilato un emendamento la scorsa estate nel decreto legge Mezzogiorno, imponendo l’obbligatorietà. È anche precisata la possibilità di escludere i sacchetti ultraleggeri utilizzati per la frutta e la verdura; la direttiva riguarda principalmente le borse di plastica per fare la spesa, già al bando nel nostro Paese dal 2012.

Ma perché tanto accanimento? Forse perché Catia Bastioli – che guida l’azienda italiana leader del comparto (la piemontese Novamont che detiene l’80% del mercato) – è stata prima nominata da Matteo Renzi presidente della partecipata pubblica Terna, appena due mesi dopo il suo insediamento. Poi, a giugno 2017, Sergio Mattarella la nomina cavaliere del lavoro, appena prima che il segretario del PD tornasse a raggiungerla nel suo tour in treno a porte chiuse.

È sacrosanto che la plastica sia sostituita dalle bioplastiche, ma è come sempre la modalità a essere sbagliata e sospetta. Ad esempio, cosa si sta facendo per la riduzione degli imballaggi? E perché non prevedere il riutilizzo dei bioshopper? Insomma, la classica triste storia della vecchia politica italiana, fatti di amici degli amici che dettano regole e arricchiscono i pochi. Mandiamoli a casa.

tratto da: http://zapping2017.myblog.it/2018/01/03/con-il-2018-arriva-sul-mercato-tua-lauto-elettrica-tutta-italiana-made-in-puglia-bella-economica-e-superecologica/

Pronto soccorso chiusi, ambulanze lumaca: così si muore nell’Italia dei tagli

Pronto soccorso

 

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Pronto soccorso chiusi, ambulanze lumaca: così si muore nell’Italia dei tagli

Meno pronto soccorso, meno ambulanze: l’Italia delle emergenze è in emergenza
Strutture e mezzi per il pronto intervento soffrono per i tagli alla sanità. Scende il numero dei pronto soccorso e la riduzione dei mezzi si riflette anche sul tempo medio d’intervento delle ambulanze: così la rete dell’emergenza è al collasso“

 

In soli quindici anni, la mannaia dei tagli ha ridotto drasticamente le strutture e i mezzi per l’intervento nel nostro Paese.

 L’Italia nelle emergenze è in emergenza. Tra Dea – Dipartimenti d’emergenza e accettazione – e pronto soccorso il crollo è stato del 20% dal 2003 al 2013 (fonte ministero della Salute), arrivando a toccare il 28% nel 2015 (fonte Anaao-Assomed), le ambulanze attrezzate per gli interventi più critici sono nettamente diminuite e, nei piccoli centri, in caso d’incidente le forze dell’ordine non sempre sono disponibili, complici i tagli recenti alla polizia stradale.

A lanciare l’SOS soccorsi è il mensile “Quattroruote” che, nel numero di giugno, fotografa il declino allarmante che si è verificato in quasi tutte le regioni.

Secondo il mensile di Editoriale Domus, in edicola il prossimo 26 maggio, il numero dei pronto soccorso e dei Dea (dipartimenti di emergenza-urgenza e accettazione) tra il 2003 e il 2015 (fonte Anaao-Assomed) è sceso ulteriormente al 28% al livello nazionale, con 168 unità soppresse.

Certo, non è così dappertutto. La Lombardia e la Toscana hanno registrato un leggero potenziamento della rete di emergenza con un aumento rispettivamente di sei e nove unità, ma in alcune aree i tagli sono stati pesanti.

È il caso del Veneto che ha subìto una riduzione del 47% (in pratica, ha dimezzato la propria rete, portandola da 92 centri a 49), delle Marche (-44%, da 48 a 27), del Molise (-40%, da 10 a 6), della Puglia (-36%, da 75 a 48) e del Friuli (-29%, da 28 a 20).

Anche sul fronte dei mezzi di pronto intervento le cose sono andate peggiorando: se nel 2003 in Italia circolavano (a parte i mezzi delle organizzazioni di volontariato) 2.373 ambulanze, 906 delle quali per il soccorso di base, 1.172 per quello avanzato e 295 unità mobili di rianimazione (ovvero veicoli super attrezzati), nel 2013 risulta maggiore il numero delle ambulanze semplici (1.189), ma nettamente inferiore quello dei mezzi avanzati (712, -39%) e attrezzati per la rianimazione (224, -24%).

Col risultato che i veicoli a disposizione, in media, si sono ridotti del 10%: a livello regionale, le situazioni peggiori si registrano in Lazio (da 138 a 73), Calabria (da 54 a 28) e Marche (da 82 a 48). Segno positivo, invece, in Liguria (da 35 a 86) e Sardegna (da 73 a 80).

La riduzione dei mezzi si riflette anche sul tempo medio d’intervento dei veicoli di soccorso, che è di 18 minuti: un dato sì migliorato (di tre minuti) negli ultimi quindici anni, ma estremamente variabile a seconda delle zone del Paese.

Si va, infatti, dagli otto minuti del Trentino Alto Adige ai 33 minuti in Basilicata. Differenze che possono rivelarsi fatali in caso di incidenti stradali.

fonte: http://www.today.it/economia/soccorsi-tagli-ospedali-ambulanze.html

È ufficiale – I grandi economisti del nostro Governo colpiscono ancora: manovra, autovelox come bancomat. Passa l’emendamento che massacrare la Gente di multe per coprire buchi di bilancio dei Comuni!

Governo

 

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È ufficiale – I grandi economisti del nostro Governo colpiscono ancora: manovra, autovelox come bancomat. Passa l’emendamento che massacrare la Gente di multe per coprire buchi di bilancio dei Comuni!

Ve lo avevamo già anticipato:

I grandi economisti del nostro Governo colpiscono ancora: manovra correttiva, per coprire buchi di bilancio invitano i Comuni ad utilizzare gli autovelox per massacrare la Gente di multe!

Ma ora è ufficiale.

Manovra, autovelox come bancomat. Passa l’emendamento che scippa i soldi alla sicurezza stradale
Via libera nella notte a una modifica al decreto di correzione dei conti. Comuni e città metropolitane potranno utilizzare i proventi delle sanzioni per finanziare oneri di viabilità e polizia locale

Torna la temuta norma autovelox che permette a Province e Citta metropolitane di utilizzare i soldi delle multe per fare cassa. Nella notte di ieri è stato approvato un emendamento all’articolo 18, firmato da un ampio spettro di forze politiche a partire dal Pd, che inserendo il comma3-bis prevede la possibilità per le province e le città metropolitane di utilizzare i proventi delle sanzioni (le contravvenzioni) per le violazioni al Codice della Strada, comprese quelle relative all’eccesso di velocità rilevato con autovelox e dispositivi analoghi, per finanziare, nel 2017 e 2018, gli oneri relativi alle funzioni di viabilità e polizia locale per migliorare la sicurezza stradale.

Tale norma deroga alla normativa vigente che prevede l’utilizzo di una quota dei proventi delle sanzioni spettanti agli enti locali per una serie di specifiche destinazioni, tra cui gli interventi relativi alla segnaletica delle strade di proprietà dell’ente, il potenziamento delle attività di controllo e di accertamento delle violazioni stradali ed altre finalità connesse al miglioramento della sicurezza stradale, nonché, per i proventi da violazioni ai limiti di velocità, alla realizzazione di interventi di manutenzione e messa in sicurezza delle infrastrutture stradali.

Pronta la rivolta di consumatori e automobilisti. “Noi siamo a favore della sicurezza stradale e per multe severe nei confronti di chi non rispetta i limiti di velocità – avvisava il Codacons nei giorni scorsi quando si era ventilata la possibilità dell’emedamento -, ma questa norma, così come studiata, appare pericolosissima perché le amministrazioni, grazie a tale misura, potranno disseminare le strade di autovelox e utilizzare i soldi delle multe non per incrementare la sicurezza sulle strade, ma per coprire i buchi di bilancio, pagare straordinari e stipendi dei vigili e realizzare opere stradali per le quali i cittadini pagano già le tasse”.

Roberto Petrini, la Repubblica

Renzi e il Pd, un danno anche per l’ambiente – Ecco il risultato dei loro conflitti d’interessi con le lobby del fossile: l’Italia è al 26° posto al mondo per investimenti nel rinnovabile – Nel 2012 era al 6° posto…!!!

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Renzi e il Pd, un danno anche per l’ambiente – Ecco il risultato dei loro conflitti d’interessi con le lobby del fossile: l’Italia è al 26° posto al mondo per investimenti nel rinnovabile – Nel 2012 era al 6° posto…!!!

 

di MoVimento 5 Stelle

Non lo dice il Movimento 5 Stelle. Lo hanno denunciato, numeri alla mano, esperti e docenti universitari che hanno partecipato al convegno “Energia 5 Stelle: dal fossile a efficienza e rinnovabili, quale via”.

Mentre il MoVimento 5 Stelle ha presentato un programma energetico che punta alla transizione ecologica, portando l’Italia fuori dal carbone entro la fine della prossima legislatura e fuori dall’era del petrolio e dei fossili entro il 2050.
Renzi e i governi Pd, con le mani e piedi legati ai conflitti d’interessi delle lobby del fossile e dalle difese delle posizioni di rendita di chi distribuisce energia, in questi ultimi quattro anni hanno danneggiato il settore delle rinnovabili. Un settore fortemente legato al ‘made in Italy’ e che potrebbe creare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro.

Qualche dato del disastro targato Renzi e governi Pd dal 2013. Sono numeri da far impallidire il peggior Berlusconi.

Tra il 2013 ed il 2015 in Italia la produzione da energie rinnovabili è calata del 7,5%

Tra il 2013 ed il 2015 le emissioni di CO2 in Italia sono aumentate (aumentate!) del 10%.

Nella mappa mondiale degli investimenti del settore delle rinnovabili, l’Italia è passata dal 6° posto del 2012 al 25° del 2016.

Nel 2016 in Italia sono stati installati in Italia solo 360 MW di nuovo fotovoltaico e 290 MW di nuovi impianti eolici, con un calo annuale del 19% relativo alle installazioni di solare, eolico ed idroelettrico.

Renzi in questi anni ha ostacolato lo sviluppo della mobilità elettrica. Un’enorme opportunità industriale anche per il nostro Paese con risorse accessibili. Secondo il Politecnico di Milano, per servire 1 milione di veicoli elettrici è sufficiente un investimento sulle infrastrutture di ricarica di 450 milioni di euro, cioè 450 euro a veicolo elettrico circolante e circa 1 TWh di elettricità che potrebbe essere prodotta da energia rinnovabile.

 

fonte: http://www.beppegrillo.it/2017/05/renzi_e_il_pd_un_danno_per_lambiente_pdfossile.html

 

Ecco come giocano sulla pelle della Gente: nel mangime dei polli c’è un veleno – la formaldeide – che l’Europa non vuole vietare!

mangime dei polli

 

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Ecco come giocano sulla pelle della Gente: nel mangime dei polli c’è un veleno – la formaldeide – che l’Europa non vuole vietare!

La formaldeide è un veleno. Da oltre 13 anni l’Associazione Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) lo ha inserito nell’elenco delle sostanze considerate con certezza cancerogene per l’uomo. Un regolamento europeo, entrato in vigore nel 2016, lo definisce come sostanza che “può provocare il cancro”, eppure in sede di Consiglio europeo gli Stati membri litigano sul da farsi e se vietarlo o meno come additivo per mangimi di polli. Siamo alle comiche! Se l’Europa non è in grado di prendere decisioni che possano tutelare la salute dei cittadini, l’Italia allora faccia da sola. Ritardi e perdite di tempo non sono ammissibili quando c’è di mezzo la salute delle persone. In questo articolo, tradotto in italiano, Politico.eu ricostruisce i dissidi fra gli Stati europei e l’ombra lunga delle lobby che pretendono di condizionale il processo decisionale.

traduzione di un articolo pubblico su Politico.eu

“Meglio andarci piano con le battute sulle mummie. L’Unione europea sta avendo seri problemi con la formaldeide. A seguito della recente protesta sui pesticidi e i biscotti per bambini, la prossima battaglia importante che la Comunità europea si appresta a combattere riguarda l’uso della formaldeide – gas solitamente conosciuto per il suo uso nell’imbalsamazione dei corpi – nel mangime per polli.

La sicurezza nella produzione alimentare in Europa si sta rivelando una parte inaspettatamente importante nel programma della presidenza di Jean-Claude Juncker. La Commissione si è ritrovata a dovere spendere parte del suo potere politico in guerre ingrate riguardanti erbicidi, come il glifosato, o come l’acrilamide che è un prodotto cancerogeno che può essere trovato nelle patatine e nei biscotti.

La formaldeide è un altro prodotto chimico controverso, che preoccupa la presidenza Juncker. La Commissione europea, anche se in ritardo, sta tentando di sbloccare la decisione riguardante l’opportunità di continuare o meno ad utilizzare la formaldeide per proteggere gli uccelli – e di conseguenza anche gli esseri umani – dal contrarre il virus dalla salmonella.

Sono due anni che si aspetta un verdetto che chiarifica se questa sostanza tossica possa essere una componente o meno del mangime per uccelli. Gli stati membri dell’UE sono ancor oggi bloccati dalla sindrome della “comitatologia”, ovvero l’oscuro processo di elaborazione politica a porte chiuse in cui i vari Comitati tecnici dei paesi membri dell’UE lottano fra loro per modificare la legislazione esistente. La Commissione potrebbe rompere questo stallo decisionale, ma non ha ancora deciso di effettuare questa mossa.

A Febbraio, il presidente della Commissione Juncker ha proposto una revisione del processo di comitatologia, per forzare i governi nazionali ad prendersi le proprie responsabilità per le decisioni da loro prese a Bruxelles. Junker sostiene che troppo spesso la Commissione è usata come capro espiatorio a livello politico, decisioni difficili che gli Stati membri vogliono evitare sono sempre rinviate alla Commissione, spesso anche nei casi in cui gli Stati membri siano d’accordo con il ramo esecutivo dell’UE.

Bruxelles e i suoi Paesi membri si trovano in una situazione di impasse su come eliminare il glifosato – la sostanza principale dell’erbicida Roundup prodotto dalla Monsanto – e le colture geneticamente modificate. I membri dell’UE non vogliono prendersi la responsabilità di questa decisione e stanno cercando di accollarla alla Commissione, ma Juncker questa volta sta puntando i piedi.

L’EPIDEMIA DI SALMONELLA
Stanchi dell’immobilità di Bruxelles per quanto riguarda la formaldeide, la Polonia e la Spagna hanno deciso di vietare l’uso di questa sostanza nel mangime per polli. Decisione presa per il timore che questa sostanza sia cancerogena e anche per salvaguardare la sicurezza dei lavoratori.

Alcune settimane dopo il divieto della Polonia dell’uso della formaldeide, una propagazione del virus della salmonella in una fattoria polacca ha portato alla morte di due lavoratori, un bambino di 5 anni in Croazia e un’altra persona in Ungheria. Le autorità polacche sostengono di non aver trovato traccia del virus della salmonella nel mangime dato alle galline della fattoria, portandoli a concludere che la malattia fosse proveniente da un’altra fonte. I produttori di mangimi e la lobby delle sostanze chimiche hanno usato questa notizia dell’epidemia come prova inconfutabile del fallimento del processo legislativo della UE.

Le indagini condotte dalle autorità di sicurezza alimentare nei Paesi Bassi, in Belgio, in Croazia, in Norvegia, in Polonia, in Austria, in Francia, in Ungheria e nel Regno Unito hanno portato adidentificare il focolare dell’epidemia a Fermy Drobiu Wozniak, una grande azienda agricola polacca produttrice di uova.

A marzo l’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha confermato che 218 casi certi e 252 casi probabili di salmonella erano dovuti a prodotti immessi nel mercato fra febbraio 2016 e maggio 2016 e provenienti dalle aziende polacche. L’epidemia è iniziata solo alcune settimane dopo che la Polonia ha ordinato ai lavoratori di pollame e uova di terminare le rimanenti scorte di alimenti trattati con formaldeide. Questa decisione è stata presa in risposta alla decisione dell’UE del 2013 di rimuovere la formaldeide dalla lista di sostanze autorizzate nei processi agricoli. Anche se la formaldeide è stata utilizzata per molti anni come sostanza per proteggersi dalla salmonella, le preoccupazioni del suo impatto sulla salute sono cresciute negli ultimi anni.

Daniel Wozniak, responsabile commerciale della Fermy Drobiu Wozniak, ha confermato lo scoppio dell’epidemia di salmonella dell’anno scorso ma ha rifiutato di rispondere alle domande sulla causa dell’epidemia. Un portavoce della Rappresentanza Permanente della Polonia all’Unione Europea ha negato qualsiasi connessione tra l’epidemia e il mangime per polli utilizzato dalle aziende agricole di Wozniak. “Non esiste alcun legame diretto tra lo scoppio dell’epidemia di salmonella e il divieto di usare la formaldeide nel mangime per polli”, ha aggiunto il portavoce, specificando che “nessuna traccia” del virus della salmonella è stata trovata nei campioni di mangime provenienti dalle aziende polacche.

Molti paesi dell’UE sostengono che hanno trovato alternative efficaci per combattere il virus della salmonella. “Da tutte le informazioni che abbiamo disponibili sul legame tra il virus della salmonella presente nei mangimi ed i casi di salmonella contratti da persone, solo in pochissimi casi si è potuto stabilire un legame di causa-effetto”, ha dichiarato Arnaud Bouxin, vice-segretario generale della Federazione dei produttori europei di mangimi (FEFAC ).

IL RUOLO DELLE LOBBY
Ma i lobbisti sostengono che l’importanza dell’uso della formaldeide nella protezione contro il virus della salmonella è indiscussa. La Anitox Corp, colosso Americano della produzione di cibo per animali, ha iniziato una campagna di lobbying a Bruxelles utilizzando la società di consulenza Red Flag per dimostrare che la formaldeide dovrebbe continuare ad essere utilizzata nel settore dell’alimentazione per gli uccelli.

Mentre Anitox ha rifiutato di commentare, Arnaud Bouxin ha descritto la compagnia Anitox come “estremamente attiva” nella sua azione di lobby. Bouxin sostiene che Antinox: “sta cercando di esercitare pressioni per ottenere un parere positivo sull’utilizzo della formaldeide a livello europeo”.

L’UNIONE EUROPA NON DECIDE
Un portavoce della Commissione ha confermato la decisione di riesaminare l’uso della formaldeide come agente antibatterico nel mangime per polli e per suini in attesa della decisione in Comitatologia dei comitati permanenti che si occupano di piante, animali, cibo e alimentazione.

“La formaldeide è attualmente autorizzata come additivo per mangimi ma solo con un uso limitato a conservante nel latte scremato usato per i maialini da latte“, ha detto il portavoce UE. “Una riflessione è ancora in corso sull’autorizzazione o meno dell’uso della formaldeide come additivo per tutti i tipi di mangimi”.

Polonia, Spagna, Francia e Italia vogliono il divieto di uso della formaldeide nella produzione alimentare a causa della sua potenziale cancerogenicità. Ma Danimarca e Finlandia sostengono che la salmonella è una minaccia più immediata. La Finlandia ha dichiarato di aver identificato più volte il virus della salmonella in mangimi importati e che altre soluzioni per frenare la diffusione del virus della salmonella si sono dimostrate inefficaci. La Finlandia perciò ha deciso che proseguirà il trattamento dei mangimi per animali con la formaldeide continuando a seguire la sua politica di “tolleranza zero” verso la salmonella.

Se i governi degli Stati membri non troveranno un accordo, la Commissione dovrà decidere se prendersi ancora una volta le responsabilità di un’altra decisione politica a nome dei Paesi membri della UE. “La prima preoccupazione della Commissione è la protezione della salute umana”, ha detto il portavoce della Commissione. “Stiamo esplorando tutte le opzioni possibili nel pieno rispetto della legislazione vigente della UE”.
fonte: http://www.movimento5stelle.it/parlamentoeuropeo/2017/05/nel-mangime-dei-poll.html

 

 

L’art 9 della Costituzione: “Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione” …ma il Pd se ne fotte della Costituzione se deve fare un favore alle Multinazionali. E gli Ulivi Millenari della Puglia li abbatte lo stesso per far spazio al metanodotto!!

Costituzione

 

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L’art 9 della Costituzione: “Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione” …ma il Pd se ne fotte della Costituzione se deve fare un favore alle Multinazionali. E gli Ulivi Millenari della Puglia li abbatte lo stesso per far spazio al metanodotto!!

 

Gli olivi monumentali, una passeggiata nella storia d’Italia

Dalla Puglia alla Calabria, dalla Sardegna alla Toscana, dal Garda all’Umbria. Vi sono innumerevoli esempi di olivi monumentali, spettatori della storia d’Italia. Immergersi in questo percorso virtuale è ripercorrere la nostra storia e creare una via dell’olio extra vergine d’oliva unica nel suo genere, ricordando l’articolo 9 della Costituzione

 

Che cosa definisce il carattere di monumentalità di una pianta di olivo? Una lucida definizione si estrae dalla legge regionale del 2007 sulla “Tutela e Valorizzazione del paesaggio degli Ulivi della Puglia”. Essa spiega il carattere di monumentalità quando la pianta gode un’età plurisecolare. In particolare, l’art.2 della legge, lo trae dalle misure del tronco, che deve avere un diametro uguale o superiore a un metro, misurato all’altezza di un metro e trenta dal suolo.

Dopo sei anni, per la prima volta in Italia, la tutela degli alberi monumentali è stata regolata con la legge n. 10 del 14 gennaio 2013. Attraverso tali norme, i comuni dovranno censirli, documentarli e chi ne provoca l’abbattimento, potrebbe essere sanzionato.

Quando un tronco è per così dire “frammentato” il diametro che lo definisce, è quello d’insieme, ricavato dalla ricomposizione della forma teorica del tronco intero. Il carattere monumentale oltre ad essere un principio è anche una funzione definita da spazio e tempo anche se spesso l’irregolarità di un tronco d’ulivo, non restituisce con esattezza tutte le grandezze riguardanti la sua età, il suo sviluppo, l’incidenza della sua chioma, la sua origine.

L’ulivo è ancora il grande testimone del popolo Mediterraneo. Ogni ulivo si porta dentro, dai tempi del mito di Atena, i profili dei suoi migliaia di custodi. Con esso si ritorna a cercare quel vasto tempio perduto che, probabilmente, avremmo da sempre tenuto innanzi, senza che mai ce ne accorgessimo. “Se riesci a scorgere un solo profilo su queste piante, è troppo poco”, ti dicono i vecchi saggi.

La legge attribuisce il carattere di monumentalità a quegli uliveti che presentano una percentuale minima del 60 per cento di piante monumentali all’interno dell’unità colturale, individuata nella relativa particella catastale.

Si applica questa definizione quando la misura di riferimento del tronco è inferiore alle attese e non si vuol tralasciare il suo valore antropologico o quando è citato o rappresentato in documenti, in rappresentazioni iconiche e storiche.

L’accredito di questo valore si aggiunge alla forma dell’albero analizzata tra gli articoli della legge. La forma teorica dell’olivo monumentale s’interpone tra spirali, alveoli, cavità e portamenti. Attraverso quei contorni puoi riconoscerne un’espressione, una faccia, una danza o una piacevole presenza. È in questo momento che l’insieme di quelle presenze si traducono in paesaggi mozzafiato o surreali, in emozioni, in aspetti di vita rurale o in azioni di tutela.

A quella commissione nominata ad hoc che decide la monumentalità del singolo albero o della sua piana se ne dovrebbe affiancare una di esperti d’arte per definire, all’unisono, quel limite spaziale ed estetico che narra il valore della scultura. Ci vuole davvero poco.

Allora, il solenne ulivo diventerebbe a tutti gli effetti, un bene d’interesse storico-artistico, architettonico, archeologico riconosciuto ai sensi del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali, ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137).

Una regione come il Salento, con migliaia di alberi plurisecolari, di respiro messapico, dovrebbe essere rivalutata o meglio dettagliata. Quei monumenti sono una evidente dichiarazione d’amore per l’umanità oltre che una ricchezza culturale. Una riflessione che rilanciai qualche anno fa ma mai presa in considerazione. Si riparte da zero e altre occasioni si ripresenteranno per ripensare a questo intento. Ogni territorio che ama queste piante può fare la sua parte. Ogni buon governo, dovrebbe percepire questa dimensione ecologica, con lo stesso stupore con cui si ammira un capolavoro e decidere poi di riporre tale patrimonio, tra quelli dell’umanità.

C’è un valore simbolico, etico e ambientale in un ulivo plurisecolare. A questo proposito non scordiamo che l’Italia con l’art 9 della Costituzione “Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione” lo Stato italiano demanda alle Regioni la tutela e la selezione delle aree protette, tra cui i monumenti naturali, tra i quali, si spera, quegli ulivi ritrovati in ogni meridiano del nostro territorio.

Molti di loro sono nel Salento, terra magno – greca, scavata da frantoi ipogei e origine messapica.
Ritroviamo a ridosso di monasteri e menhir alberi millenari che è quasi impossibile nominarli. Sono migliaia. Per essi si dice che il passaggio attraverso le grandi cavità dei loro tronchi, sia di buon auspicio. Per le genti, questo rito sarebbe servito, un tempo, per allontanare gli spiriti indesiderati e chi avrebbe dimostrato ostilità nei confronti di tali generose piante. Quelli della piana del misterioso Masso della Vecchia a Giurdignano nei dintorni di Otranto avrebbero una sacralità e un’energia indefinibile. Le vibrazioni intorno alle pietre fitte sparse in questo territorio ti conducono a Strudà, frazione di Vernole dove trovi i patriarchi che hanno incantato la moglie di Obama, quali l’ulivo Regina, Lu Barone e la Baronessa, varietà Ogliarola, circonferenze di 15 metri ed età di oltre 1500 anni.
Non poco distante trovi a Borgagne, Lu Matusalemme, il più vecchio d’Italia; a Scorrano l’ulivo Patriarca, a Felline di Alliste, Lu Gigante, a Specchia, a Casarano l’ulivo Lu Re, a Trepuzzi l’ulivo Lumaca.
A Nardo in località Sarparea, ne trovi degli altri che ricordano sicuramente i bivacchi dei cavalieri templari prima di salpare per la terra Santa da Otranto o da Brindisi. Nel Salento li trovi sparsi come guardiani, nel territorio dell’Arneo, luoghi di lotte contadine del dopoguerra, con i suoi Giganti; ancora, in località Zanzara- Monteruga, i tronchi spiralati, imitano i moti della Terra. L’olio estratto da questi ulivi, attraverso la via romana Sallentina che collegava il Capo di Leuca con Taranto era destinato, passando per il Porto di Gallipoli, alle città del nord dell’Europa.
Un altro sito importante di ulivi millenari si trova in località Monacelli, vicino all’Abbazia di Cerrate, ai confini con il brindisino, dove si dice, siano stati ingentiliti dai monaci di San Basilio già nel XII secolo. Sono monumenti tra luoghi energetici ricchi di storie e aneddoti per ogni comunità.

Sempre in Puglia, meritano menzione i millenari della piana degli ulivi secolari, nel territorio che comprende quelli di Carovigno, Ostuni, Fasano e Monopoli. La piana è attraversata dalla via Traiana, quella che da Roma giungeva a Brindisi, riferimento commerciale per l’oriente dell’olio d’oliva. Tra essi quelli ubicati in località Brancati di Ostuni, l’ulivo Capanna di circa 3000 anni e oltre 10 metri di circonferenza. A Ginosa l’Ulivo Pensante e poi altri a Manduria, Oria, Ceglie Messapica.
A Corato, in provincia di Bari, è mappato un ulivo secolare di circa 600 anni. Vi è grande certezza che esso fosse uno dei progenitori della varietà coratina. La pianta, che si trova in proprietà privata, è stata rilanciata recentemente per essere annoverata insieme agli altri alberi pugliesi come patrimonio dell’Unesco. Anche nel parco del Gargano ne trovi circa 300 monumentali.

Nel Lazio l’ulivo di Palombara Sabina si trova nei dintorni di un convento del quattrocento dedicato a San Francesco e a pochi metri dallo scavo archeologico di sito romano. Ha un’età stimata intorno ai 3000 anni e una circonferenza superiore ai 12 metri. I cittadini che lo chiamano U l’ivo, tramite associazioni di volontari, è stato recuperato e valorizzato per farne attrazione turistica. Un altro riscontrato nel Lazio è quello di Tivoli con circa 15 metri di circonferenza a petto d’uomo.

A Luras, in località San Nicola nel cuore della Gallura della Sardegna si trova l’ulivo più grande d’Europa, il S’ozzastru tra i 3000 e i 4000 anni di età. È un olivastro, selvatico, di 14 metri d’altezza per circa 12 metri di circonferenza. Nel 1991 è stato dichiarato come Monumento Nazionale.
Sempre in Sardegna, un altro olivastro il Sa Tanca Manna si riscontra a Cugliersi in provincia di Oristano, quello di Santa Maria Navarrese, sulla costa di Baunei, nella provincia dell’ogliastra, la cui chioma spinge sui 10 metri di altezza.
Ancor più meraviglioso è il parco degli ulivi di “S’Ortu Mannu, a Villamassargia. Qui insiste il Sa Reina un ulivo di circa 800 anni e una circonferenza superiore ai 15 metri.

Nel cosentino, a pochi passi dal centro storico del comune di Sangineto, si possono ammirare un gruppo di ulivi secolari. Molti di essi hanno dimensioni davvero ragguardevoli. Alcuni di essi sono stati stimati per un’età di oltre 2000 anni e circonferenze aggirarsi intorno ai 20 metri al pedale. Molti ulivi monumentali in Calabria sono distribuiti sulla Piana di Gioia Tauro. Il Dasa a Vibo Valentia, Il Rossano e Il Gattuzzo in provincia di Cosenza.

Anche nel Veneto la presenza di alberi monumentali è considerevole. Sono alberi con età stimata intorno ai 350 anni con circa 8 metri di circonferenza come il Guarenti a comune di Garda e il Villa Are sulla collina delle Torricelle in provincia di Verona.

L’Olivo della Strega si trova in provincia di Grosseto, a Magliano, all’interno del giardino della chiesa della Santissima Annunziata. Secondo alcuni è vecchio di 3500 anni e il suo tronco ha una circonferenza alla base di nove metri. Nella stessa provincia, l’ulivo Fibbianello che incanta per la sua altezza di oltre 20 metri. Nel lucchese, insistono l’ulivo Impollinatore e quello dei Trenta Zoccoli, forse meno alti rispetto al precedente ma pur sempre dei bellissimi millenari.

Tra i millenari umbri troviamo il Macciano e il Sant’emiliano. Il primo si trova nelle vicinanze di Giano dell’Umbria e il secondo in località Bovara nell’agro di Trevi di Perugia.

In Sicilia è annoverato l’Olivo dei Templi, nell’omonima valle ad Agrigento, nei pressi del Tempio della Concordia.

L’ulivo millenario è una dimensione ecologica su cui l’osservatore non può che stupirsi e relazionare il proprio stato emotivo con il territorio. Ogni residente ha il suo esclusivo ulivo di riferimento, ne quota il suo valore simbolico ed etico, si ricarica dalla vitalità della sua linfa e si rende portavoce di un importante messaggio. Tutti sanno che senza quell’ulivo che restituisce storia, dignità e cultura, qualsiasi popolo perderebbe la sua identità.

di Mimmo Ciccarese

tratto da: http://www.teatronaturale.it/racconti/quo-vadis/22884-gli-olivi-monumentali-una-passeggiata-nella-storia-d-italia.htm