Giusto per tenerVi informati: altre due navi per Divella al porto di Bari. Altri 116 mila quintali di quella porcheria che all’estero chiamano grano. Altra immondizia che ci ritroveremo nel piatto!

 

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Giusto per tenerVi informati: altre due navi per Divella al porto di Bari. Altri 116 mila quintali di quella porcheria che all’estero chiamano grano. Altra immondizia che ci ritroveremo nel piatto!

 

Due nuove navi nel porto di Bari destinate a Divella. La prima arriva direttamente dalla Francia. La seconda è polacca ma ha fatto scalo in Spagna. Ancora in corso lo scarico della nave canadese PYXIS OCEAN di Casillo. Si attende l’arrivo a giorni di un’ altra nave canadese ed una australiana 

Divella, dopo aver già scaricato nei giorni scorsi quasi la metà della nave canadese Drawsko (l’altra metà è andata al porto di Ravenna), è in attesa di scaricare la nave MANISA COCO una General Cargo IMO 9306392 MMSI 244130572 costruita nel 2005, battente bandiera Olandese (NL) con una stazza lorda di 5581 ton, summer DWT 7601 ton. La portarinfuse è partita da FOR SUR MER (FRANCIA) il 5 ottobre 2017 alle ore 18:36 ed è arrivata al porto di Bari il 9 ottobre alle ore 14:30. La nave ha un carico stimato di circa 63 mila quintali di grano. Destinazione DIVELLA

La seconda nave KOMET III è una General Cargo IMO 8919831 MMSI 305312000 costruita nel 1990, battente bandiera Antigua Barbuda (AG) con una stazza lorda di 4169 ton, summer DWT 4752 ton. La portarinfuse è partita da Ceuta  (SPAGNA) il 4 ottobre 2017 alle ore 14:00 ma proveniva da GDYNIA (POLONIA) ed è arrivata al porto di Bari il 9 ottobre alle ore 11:00. La nave ha un carico stimato di circa 53 mila quintali di grano. Destinazione DIVELLA

Nel porto di Bari procedono le operazioni di scarico della nave canadese con 600 mila quintali di grano destinata a Casillo. La  gigantesca portarinfuse PYXIS OCEAN  era arrivata a Bari il 24 settembre ma non ha ancora completato le operazioni.

fonte: http://www.granosalus.com/2017/10/10/due-navi-per-divella-al-porto-di-bari-altri-116-mila-quintali-di-grano-estero/

Il Prof. Franco Berrino svela la grande truffa del pane integrale. Se leggete l’etichetta scoprirete che…

Prof. Franco Berrino

 

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Il Prof. Franco Berrino svela la grande truffa del pane integrale. Se leggete l’etichetta scoprirete che…

Al Prof. Berrino bastano 40 secondi per sputtanare definitivamente quella porcheria che ci rifilano come pane integrale.

Perchè nessuno dice niente? Merchè i media non ci informano? Perchè ci fanno mangiare questa roba?

Attendiamo risposte…

Come verificare se il pane che mangiamo contiene o no micotossine

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Come verificare se il pane che mangiamo contiene o no micotossine

Si tratta di un accorgimento semplicissimo. Ce lo illustra Saverio De Bonis, tra i protagonisti diGranoSalus, l’associazione di agricoltori del Sud Italia che si accinge a promuovere i controlli su tutti i derivati del grano. Il metodo per riconoscere se il pane è buono – che ognuno di noi potrà praticare in casa – ci tutela solo dalle micotossine. Per escludere l’eventuale presenza di glisofato e di altre sostanze bisognerà attendere le analisi più sofisticate. Ma eliminare, con un accorgimento semplicissimo, il pane con le micotossine è già un grande passo in avanti.

Ieri abbiamo iniziato ad aprire una ‘finestra’ sul mondo del pane. E l’abbiamo fatto ponendoci una domanda: che cosa c’è nel pane che mangiamo ogni giorno? Per una Regione come la Sicilia – dove la coltivazione dei cereali interessa una superficie che oscilla da 300 a 350 mila ettari – ci sembra una domanda obbligatoria. E lo è, in generale, per tutto il Sud Italia, dove la coltura del grano è molto diffusa, dalla Puglia alla Basilicata al Molise, per citare solo alcune Regioni.

Abbiamo già iniziato a ragionare sulla qualità del grano duro del Mezzogiorno d’Italia. Insieme con Saverio De Bonis, tra i protagonisti di GranoSalus – associazione che raccoglie tanti agricoltori meridionali attorno a un progetto di rilancio del grano duro del Sud d’Italia – abbiamo indicato ai consumatori dove poter trovare la pasta prodotta con grano duro delle nostre contrade, che, grazie al nostro clima caldo, è naturalmente priva di micotossine.

Questo è solo l’inizio di un percorso, perché GranoSalus avvierà i controlli su tutti i derivati del grano – pasta, pane, dolci, biscotti e via continuando – pubblicando i risultati delle analisi che verranno effettuate da organismi indipendenti. Controlli che riguarderanno non soltanto l’eventuale presenza di micotossine, ma anche di glisofato, di pesticidi, di metalli pesanti e via continuando.

In attesa che cominciano ad essere effettuate queste analisi siamo tornati a De Bonis per farci raccontare cosa possiamo fare, oggi, a proposito del pane.

“Per il pane – ci dice De Bonis – possiamo già fare molto senza bisogno delle analisi, che restano comunque importanti. Con il pane è già possibile, senza ricorrere ad analisi sofisticate di laboratorio, capire se è prodotto con farine buone”.

Ci spieghi. 

“Noi, dalle nostre parti abbiamo battezzato il nostro metodo la prova delle fettine di pane. La questione è molto semplice. Dobbiamo limitarci a conservare in un luogo asciutto due o tre fettine di pane. Se, dopo cinque-sei giorni, il pane indurito è rimasto bianco, beh, ciò significa che la farina con la quale è stato prodotto non contiene micotossine. Se invece, dopo alcuni giorni, sulle fettine di pane compaiono i funghi – per esempio la caratteristica colorazione verde – ebbene, quel pane è fatto con farine che contengono micotossine”.

Che fate quando questo si verifica?

“A me è successo. Mi sono recato dal negozio dove avevo acquistato il pane e ho fatto presente al titolare cos’era successo”.

E poi cos’è successo?

“Semplice: il fornaio ha cambiato farina e il pane adesso è buono”.

Quindi, se abbiamo ben capito, con la gobalizzazione dell’economia la farina cattiva scaccia quella buona. Ma se intervengono i consumatori con questo semplice accorgimento, la farina buona caccia via quella cattiva…

“Praticamente è così. Partendo dal basso possiamo migliorare la nostra alimentazione eliminando le storture che vengono imposte dalla globalizzazione dell’economia. Va precisato che questo accorgimento vale per le micotossine. Saranno i controlli e le analisi dettagliate a dirci se nelle farine – e quindi nei prodotti che derivano dal grano – potrebbero esserci altri problemi: penso al glifosato, ai metalli e ad altro ancora. Ma eliminare, con questo semplice accorgimento, il pane fatto con farine che contengono micotossine è già un grande passo avanti”.

Una curiosità: il grano e i cereali vengono anche utilizzati in zootecnia per l’alimentazione degli animali…

“La sua domanda apre uno scenario molto ampio. Certo, i cereali vengono utilizzati anche per l’alimentazione del bestiame”.

Questo significa che ci potrebbero essere problemi anche per la catena alimentare?

“Certo, però con una gradualità diversa. E con diversità di problemi tra Sud e Centro Nord Italia”.

Cioè?

“Nel Centro Nord Italia – con riferimento al latte – hanno un problema in più. Lì si utilizza il mais, che potrebbe contenere l’aflatossina, che è la più pericolosa per la salute umana”.

tratto da: http://curiosity2015.altervista.org/verificare-nella-nostra-casa-pane-mangiamo-contiene-no-micotossine/

Torna il grano antico e il pane diventa più buono e più sano. Come quello dei nostri nonni…

 

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Torna il grano antico e il pane diventa più buono e più sano. Come quello dei nostri nonni…

Il pane che mangiamo oggi, di sicuro, non è il pane che mangiavano i nostri nonni, quello a base di farina del cosiddetto grano antico.

Abbiamo già spiegato in un  precedente articolo, come il nostro comune grano sia in realtà frutto di una ricerca genetica effettuata intorno agli anni ’60, ’70. Abbiamo visto come, ad esempio, in un’intervista il dott. William Davis abbia definito il grano moderno come un “veleno cronico perfetto”.

Questo perché le piante che abbiamo oggi contengono sostanze particolari, come ad esempio la proteina chiamata gliadina.

Secondo alcune teorie, la quasi “epidemica” diffusione della celiachia è causata proprio dalle graduali modifiche che il nostro ben noto cereale ha subito nel corso degli anni. Da un punto di vista puramente tecnologico, sembra che l’arricchimento della farina in glutine faciliti il lavoro di produttori di pane e pasta, ma comprometta le qualità organolettiche, funzionali e nutrizionali della materia prima.

Ed ecco che arriva una bella notizia.

In alcune zone dell’Italia sta soffiando un vento nuovo, un vento intenzionato a riportarci al passato, lontani dagli interventi di selezione e dalle modifiche genetiche effettuate dagli uomini. Ed è proprio all’interno di questo vento nuovo che sta trovando spazio la coltivazione del grano antico.

Sotto la dicitura grano antico sono raccolti tutti quei grani che non hanno subito interventi di selezione da parte dell’uomo e che non sono stati modificati geneticamente, rimanendo “originali”

Ma cosa sono e perchè consumare grani antichi?

I grani antichi altro non sono che varietà del passato rimaste autentiche e orginali, ovvero che non hanno subìto alcuna modificazione da parte dell’uomo per aumentarne la resa. Tra questi il più noto e diffuso è il canadese Kamut, ormai diventato un vero e proprio brand registrato e un business mondiale. Anche l’Italia, però, ha le sue varietà antiche da riscoprire.

Un esempio tra i più conosciuti a livello nazionale è il Senatore Cappelli ma ne esistono molti altri a seconda della regione di produzione. Esistono ad esempio il Saragolla, la Tumminia, il Grano Monococco, il Gentil Rosso, la Verna, il Rieti, ecc.

Tanti i motivi per cui bisognerebbe consumarli più spesso:

 

1) NON HANNO SUBÌTO ALTERAZIONI

I grani antichi non sono stati rimaneggiati geneticamente dall’uomoe per questo hanno una resa molto minore rispetto al più diffuso e moderno grano. Le loro spighe solo alte con sfumature scure e chicchi irregolari. Non vengono lavorati a livello intensivo e tutto ciò giustifica anche un prezzo di vendita più alto, a fronte però di un prodotto più sano e genuino.

2) SONO MENO RAFFINATI

I grani antichi vengono generalmente lavorati con la macinazione a pietra, la farina che si produce è quindi molto meno raffinata rispetto a quella prodotta con grano moderno. Grazie a questo tipo di lavorazione, infatti, si ha un prodotto che potremmo considerare semi-integrale, ovvero rispetto alle farine 0 o 00 si mantengono molto di più le proprietà nutrizionali presenti nel chicco.

3) HANNO MENO GLUTINE

La modificazione del grano moderno ha fatto sì che esso diventasse molto più ricco di glutine, con tutti gli svantaggi che ciò comporta per il nostro organismo. I grani antichi, invece, mantengono un rapporto più equilibrato tra presenza di amido e presenza di glutine, contenendo una percentuale minore di questa proteina di cui ultimamente tanto si discute.

4) SONO PIÙ LEGGERI E DIGERIBILI

La minore presenza di glutine all’interno dei grani antichi, rende la farina da loro prodotta e di conseguenza tutti i prodotti che vi si possono ricavare, molto più leggeri, digeribili e assimilabili di quelli realizzati con il grano moderno. I grani antichi sono adatti a tutti i tipi di preparazione e sono ottimi anche da integrare nell’alimentazione dei bambini.

5) EVITANO LO SVILUPPO DI INTOLLERANZE

La gluten sensitivity, ovvero la sviluppata sensibilità al glutine che si riscontra sempre più frequentemente negli ultimi anni, è probabilmente dovuta ad un consumo eccessivo del grano moderno ricco in maniera smisurata di glutine. Il vantaggio di utilizzare grani antichi, meglio ancora se variando la propria alimentazione con cereali senza glutine, scongiura o quanto meno allontana, la possibilità di sviluppare intolleranza al glutine. I celiaci invece, così come non possono consumare grano moderno, non possono neppure inserire grani antichi nella propria alimentazione.

6) SONO PIÙ BUONI E PREGIATI

I grani antichi hanno sfumature di odori e sapori che l’industriale grano moderno può solo sognare. Se fate in casa del pane con una farina ricavata da un grano antico (meglio se utilizzando pasta madre come lievito naturale) vi renderete conto della differenza. Inoltre, essendo il più delle volte frutto di piccole produzioni agricole, sono di qualità migliore e più pregiati.

7) SI AIUTANO I PICCOLI PRODUTTORI

La riscoperta dei grani antichi è merito soprattutto dei piccoli produttori agricoli che ogni giorno con coraggio affrontano la concorrenza del grande mercato e scelgono comunque di produrre grani di qualità anche se non sempre gli conviene. È per questo che vanno aiutati a sopravvivere, acquistando, anche se sono un po’ più costosi, i loro prodotti.

8) FILIERA CORTA

Acquistare grani antichi è un ottimo metodo per scegliere la filiera corta ed evitare di prendere prodotti che arrivano da chissà dove. Ovviamente, data la varietà dei grani antichi, è consigliato prediligere e acquistare quelli tipici del proprio territorio. Si può chiedere a degli agricoltori di zona qualche consiglio in merito.

9) TUTELA DELLA BIODIVERSITA’

Un discorso molto importante da fare è anche quello legato alla biodiversità. Acquistare almeno ogni tanto grani antichi significa tutelare la biodiversità del proprio territorio o di altre zone di Italia. Questi grani infatti, proprio perché i costi di produzione sono più elevati a fronte di una resa più bassa, rischiano di scomparire e ciò ovviamente sarebbe un vero peccato!

10) VALORE STORICO E CULTURALE

Accanto al valore della riscoperta di questi grani antichi in termini di biodiversità, altrettanto importante è cercare di continuare a farli vivere e crescere per il loro valore storico e culturale. Le popolazioni antiche si sostentavano prevalentemente con questi cereali che variavano da zona a zona a seconda delle condizioni ambientali. Un bel patrimonio da tutelare insomma, per non dimenticare mai l’origine delle nostre terre.

DOVE TROVARLI

I grani antichi, purtroppo, non sono sempre di facile reperibilità. Generalmente si trovano nei negozi di alimentazione biologica, nei mercati contadini, in alcuni alimentari molto forniti o specializzati in prodotti artigianali. Le alternative sono due: individuare sul proprio territorio un’azienda agricola che li produce e rifornirsi lì, oppure acquistare su internet. Ci sono vari siti dove troverete diverse possibilità per acquistare grani antichi, tra questi: Tibiona e BioLand.

 

fonte: varie dal web

Ecco cos’è quella schifezza che ti fanno mangiare tutti i giorni e che si ostinano a chiamare “pane”!!

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Ecco cos’è quella schifezza che ti fanno mangiare tutti i giorni e che si ostinano a chiamare “pane”!!

Nel pane di tutti i giorni, o meglio nella farina e nell’impasto, sono presenti diverse sostanze chimiche utilizzate per evitare che irrancidisca, in modo da farlo durare più a lungo.

Perché il Pane che Mangi tutti i Giorni potrebbe Ucciderti? Perché nel pane, o meglio nella farina e nell’impasto, sono presenti diverse sostanze chimiche utilizzate per evitare che irrancidisca, per farlo vivere più a lungo. Il pane è stato nel passato un alimento completo, si poteva sopravvivere tranquillamente anche mangiando solamente pane e cipolla, o pane e olio, o altro companatico che oggi viene considerato povero. Il pane di un tempo era pane vero, fatto con le farine integrali, che venivano macinate in casa, o meglio, nelle campagne senza raffinarle, anche se tali farine avevano in difetto, diciamo così, di non avere una vita lunga, nel senso che irrancidivano facilmente così come potevano essere infestate da insetti che se ne nutrivano. Oggi questo rischio non esiste in quanto le farine raffinate sono praticamente prive di sostanze nutritive per cui gli insetti le snobbano. Senza poi contare che negli anni le specie di grano coltivato hanno subito delle vere e proprie manipolazioni genetiche per renderle più adatte ad essere trattate, nello specifico trebbiate, meccanicamente. Un tempo le piante erano più alte e con il peso della pannocchia, complici la pioggia e il vento, tendevano a coricarsi, e ciò era di ostacolo alla trebbiatura.

Oggi le piante sono più basse, cosa che si è ottenuta modificandole geneticamente, con buona pace di coloro che sono contrari alle colture geneticamente modificate. Tornando al pane che si acquista tutti i giorni, il problema come accennato in precedenza, è la farina, bianca e raffinata, che è possibile conservare anche per lunghi periodi senza pericolo che possa fare delle muffe o che possa essere infestata da insetti. È del tutto priva di sostanze nutritive, per cui la vita non vi può attecchire, e quindi il pane che si ottiene dalla sua lavorazione non è altro che una pasta di amido che non nutre, ma che in compenso contribuisce a far prendere quei chili di troppo che tanto male fanno alla salute.

E non solo, perché favorisce la perdita di minerali, provoca stitichezza e in più presenta un serio rischio di obesità, cancro al colon, colesterolo e diverticoli. Essendo infatti del tutto privo di fibre, non favorisce il regolare funzionamento dell’intestino e tutte le patologie elencate in precedenza sono appunto una conseguenza di un intestino pigro, in cui si formano ristagni che a lungo andare rappresentano un serio rischio per la salute. La farina che si ottiene dalla lavorazione dei chicchi di grano dovrebbe contenere il germe del grano che rappresenta la vera fonte nutritiva, la crusca e l’endosperma. Ciò accadeva quando, come detto in precedenza, il grano veniva macinato artigianalmente, in campagna, mentre oggi di quella farina se ne sono perse del tutto le tracce.

Oggi la farina viene pulita, diciamo così, ovvero viene privata del tutto delle sostanze nutritive, e ciò che si ottiene è una polvere bianca del tutto carente di proteine, oli, vitamine e minerali. Ne consegue che il pane che se ne ottiene è un alimento povero, che altro non fa che procurare danni all’organismo. Infatti, nella sua preparazione, vengono utilizzati una serie di ingredienti che proprio amici della salute non sono. Nello specifico, il lievito chimico utilizzato perché più conveniente economicamente, contiene una serie di sostanze che lasciano a dir poco perplessi. Alluminio, bromuro di potassio, tartaro, cloruro di ammoniaca e tanti altri cloruri non meglio indentificati. Ecco quindi che il rischio per la salute è veramente elevato.

Lo stesso pane bianco che si acquista oggi al supermercato, oltre alla farina che altro non è che polvere bianca, contiene una serie di sostanze che definire sospette è un eufemismo. Gesso bianco, acido tartarico, glicol propileno, diossido
di cloro, farina di pesce, farina di ossa, fosfato di ammonio (è utilizzato anche in agricoltura come concime), bromato di calcio, monogliceridi e dicliceridi e altro ancora. La soluzione sarebbe quella di consumare pane integrale, vero, quello di una volta, ma il pane integrale che si trova oggi in commercio è per lo più un pane integrale fasullo, in quanto è sempre realizzato con la solita farina bianca con l’aggiunta di un po’ di crusca. La soluzione sarebbe farselo in casa, con vere farine integrali che oggi è possibile trovare nei negozi specializzati, solo che il loro costo è più impegnativo.

 

fonte: http://www.tuttasalute.net/34797/perche-il-pane-che-mangi-tutti-i-giorni-potrebbe-ucciderti.htm

 

Il Pane della Nonna, forse qualcuno lo ricorda, durava dieci giorni… e allora cos’è questa porcheria che ci fanno mangiare oggi?

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Il Pane della Nonna, forse qualcuno lo ricorda, durava dieci giorni… e allora cos’è questa porcheria che ci fanno mangiare oggi?

Una volta il pane delle nonne durava, nella media, dieci giorni; ora dopo tre ora sembra una palla da tennis. Il problema stà nelle farine; Le farine di un tempo, di grano antico macinato a pietra, mantenevano la parte più nobile del chicco, e cioè il germe. Attualmente ciò, nelle farine industriali non è più possibile, vista la facilità con cui il germe irrancidisce.

Le farine quindi nei Mulini industriali vengono subito degerminate e la farina perde la sua parte più nobile; non solo: nel periodo post bellico mangiare pane nero era ancora sinonimo di miseria visto che la crusca era usata anche per risparmiare farina; e quindi tutti a prediligere il pane bianco fatto con farina doppio zero.
 Ma questa farina una volta nell’intestino forma una colla viscida per nulla tollerata dal nostro apparato digerente che così va incontro a processi infiammatori accompagnati da maldigestione e flatulenza. 
Importante dunque tornare alle farine integrali, anche perché sono le uniche a contenere i Lignani (fitoestrogeni) molecole utili per la profilassi del tumore al seno e alla prostata.
 Essenziale anche usare il lievito madre e non certo il Carbonato ammonico (lievito chimico). E questo perchè:

1) Il lievito madre arricchisce la nostra flora batterica considerata il nostro Ministero della Difesa.;

2) Il lievito chimico (quale appunto il carbonato) si comporta invece in modo opposto, offendendo appunto la nostra flora. 
In sintesi pane antico con grani antichi e farine integrali soprattutto per la merenda dei ragazzi (con pane e marmellata o con pomodoro).

Note:

A) Evitare di riscaldare il pane del giorno prima nei fornetti domestici; si crea infatti una sostanza chiamata acrilamide fortemente sospettata di essere cancerogena.

B) Attenti agli Ecofurbi: spesso ho trovato farine scure ove alla doppio zero era stata mescolata crusca; sono ovviamente false farine integrali.

 

fonte: http://laveritadininconaco.altervista.org/il-pane-della-nonna-durava-dieci-giorni/

Il prezzo del grano in Italia è fermo al 1987, ma il pane costa il 1450% in più. Non trovate che c’è qualcosa che non quadra?

 

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Il prezzo del grano in Italia è fermo al 1987, ma il pane costa il 1450% in più. Non trovate che c’è qualcosa che non quadra?

Lucio Battisti, uno dei più apprezzati cantautori italiani, in “Pensieri e Parole” chiedeva appunto “Che ne sai tu di un campo di grano…”.  Infatti i passaggi oscuri dalla terra alla tavola sono sconosciuti a milioni di comuni mortali.

In effetti il prezzo del grano in Italia è paralizzato al 1987, ma il pane dal fornaio costa il 1450 per cento in più. 
Eppure il consumatore non se ne accorge: oggi ci vogliono trenta chili di grano per arrivare alla quotazione di un chilo di pane. Questa è la situazione denunciata pubblicamente e in più occasioni da Coldiretti, ma non solo.A livello nazionale gli ettari coltivati sono 600 mila per 30 milioni di quintali. Se invece si passa al grano duro, quello per la pasta, coltivato soprattutto nelle regioni meridionali (Puglia, Sicilia, Basilicata, Molise), gli ettari sono 1,3 milioni e i quintali 49 milioni.Tanti? No, pochi se si pensa che importiamo 23 milioni di quintali di grano duro e ben 48 di quello tenero: gli arrivi dall’Ucraina sono quadruplicati, raddoppiati dalla Turchia. Ma allora perché esportiamo frumento in Nord Africa?

Comunque, la pasta è la terza voce del nostro export commerciale (vale 2,4 miliardi di euro all’anno), mentre di prodotti da forno ne esportiamo per 1,7 miliardi. A fronte di tutte queste cifre da capogiro e di crescita percentuale, resta quella misera del prezzo pagato ai coltivatori, che fra l’altro è crollato nell’ultimo periodo quasi del 30 per cento.

Sarà l’effetto perverso della globalizzazione, ma qui ci confrontiamo con concorrenti che non hanno i nostri obblighi fiscali e soprattutto sanitari. Certo, ci sono controlli a campione nei porti, ma non è che facciano da seria barriera. Insomma, rari controlli, legislazione carente, speculazione dilagante, import selvaggio. Solo a Manfredonia – dove un privato spadroneggia nel porto, un’area demaniale dello Stato – dall’inizio del 2017 ad oggi sono approdate una mezza dozzina di navi portarinfuse ricolme di grano straniero (Ucraina, Russia, Bulgaria, Canada), poi scaricato in camion che trasportano di tutto.

E l’igiene?
Ma la salute pubblica conta qualcosa – in uno Stato di diritto almeno sulla carta – o vale e prevale soltanto il profitto economico a scapito della vita umana?E poi la speculazione: il grano si può stoccare anche per due o tre anni e quindi immetterlo sui mercati a seconda delle quotazioni. Un giochetto che riesce molto bene alle «5 sorelle» dei cereali (il colosso Usa, Adm; la Cargill di Minneapolis; i franco-statunitensi della Louis Dreyfus; gli argentini della Bunge Y Borne e gli svizzeri senza scrupoli della Glencore) con speculazioni finanziarie che prima o poi metteranno in ginocchio l’agricoltura reale.

Che si mette nel piatto?
C’è anche un problema di tracciabilità:  il consumatore deve poter scegliere, per questo è opportuno, oltre al rafforzamento dei controlli sul grano importato, anche l’etichettatura trasparente per i prodotti da forno, pane e pasta. Quanti vedono il simbolo del tricolore e pensano di mangiare «italiano», quando invece la farina arriva magari da Kiev?

Secondo la CIA «Risulta che enormi quantità di grano italiano sono state esportate nel Nord Africa, insieme all’arrivo, in contemporanea con i raccolti di navi piene di frumento provenienti da Paesi terzi», e questo,  «ha determinato questa ‘guerra del grano’, con prezzi insostenibili.

Venticinque anni fa il frumento valeva 30 mila lire, più o meno le stesse quotazioni di oggi».

Rilievi ai quali risponde Italmopa – Associazione Industriali Mugnai d’Italia, in un’audizione in Commissione agricoltura alla Camera.  «Il raccolto 2016 di frumento duro – ha precisato Ivano Vacondio, Presidente Italmopa – è caratterizzato da livelli produttivi particolarmente elevati, ma anche da carenze qualitative riconducibili alle condizioni meteo sfavorevoli verificatesi nel corso del raccolto, in particolare in Puglia, principale zona di produzione nazionale di frumento duro».

(…)La produzione di grano in Italia è a un bivio.
Sono cambiate le esigenze dell’industria del pane e della pasta, il prezzo viene definito da un mercato globale in un contesto internazionale instabile e i produttori di cereali italiani si ritrovano (da soli e senza garanzie) a fare i conti con le importazioni massicce di grano dall’estero, la mancanza di norme che regolino il mercato mondiale e limiti notevoli nella capacità di stoccaggio.

Ecco la cornice che fa da contorno alla crisi del grano in Italia, diventata ormai guerra tra i produttori di frumento e l’industria. Anche il Codacons è intervenuto con un esposto. Come uscire dalla crisi? «Sfatiamo il mito che il nostro grano non è di qualità –  spiega il responsabile dell’area Produzioni cerealicole di Confagricoltura, Mario Salvi – Il punto è che spesso quello ad alto contenuto proteico viene mescolato con frumento più scadente dal punto di vista delle caratteristiche organolettiche».

(…)«L’anno scorso sono state acquistate all’estero 2,3 milioni di tonnellate di frumento – denuncia Saverio de Bonis, presidente di Granosalus – A scapito della sicurezza alimentare.

Anche perché in Italia i limiti alle sostanze contaminanti sono più alti che nella maggior parte del mondo: in Canada quella materia prima non si usa neanche per gli animali»…

Gli industriali rispondono che il grano straniero, che ha più glutine, migliora la qualità della pasta. Ma spesso il frumento proviene da paesi come l’Ucraina, dove secondo i rilievi scientifici dell’IAEA, la radioattività ha contaminato i terreni per migliaia di anni.

Non è tutto:

«In Italia può essere consumato anche dai bambini ciò che in Canada non va bene neppure per gli animali».

È la denuncia di Coldiretti, che segnala la mancanza di trasparenza sull’etichetta.  «Una cosa è l’alta quantità di glutine – dichiara il portavoce di Granosalus – un’altra è l’assenza di sostanze tossiche». I vuoti sono da ricercare anche nelle leggi comunitarie, non tarate sugli interessi del consumatore.

E’ sufficiente aggirarsi in una dozzina di porti italiani per rendersi conto delle nostre frontiere colabrodo.

Sono due i principali nodi: il lungo periodo di navigazione che può alterare il prodotto e la mancanza di indicazione sull’etichetta circa l’origine. «Ci preoccupa – aggiunge De Bonis – anche la presenza di Deossinivalenolo (Don o vomitossina)”. Questo perché i parametri europei sui limiti di Don nei cereali utilizzati per l’alimentazione umana sono quasi il doppio rispetto a quelli imposti in Canada. In Italia è considerato commestibile ciò che i canadesi non darebbero neppure agli animali».

I dati dell’Agenzia delle Dogane attestano che da luglio 2015 a febbraio 2016 al porto di Bari è stato scaricato un milione di tonnellate di grano. «Arriva da Canada, Turchia, Argentina, Singapore, Hong Kong, Marocco, Olanda, Antigua, Sierra Leone, Cipro – spiega il direttore di Coldiretti Puglia, Angelo Corsetti – e spesso passa da porti inglesi, francesi, da Malta e Gibilterra». E tutto ciò non accade solo a Bari: navi cariche di grano duro arrivano a Napoli, Ravenna, Palermo e in altre città».

Chi controlla tir e silos? 
Nessuno. 

Ho avuto modo di verificarlo costantemente dal 2 gennaio 2017 ad oggi. E della tutela della salute parla anche il presidente di Confagricoltura Puglia, Donato Rossi: «Tutti i tir, container e silos devono essere controllati». E non accade.“Chi verifica il ciclo della pasta? Sempre nessuno”, attesta Slow Food, che aveva lanciato il primo allarme nel 2010. Per capire se la pasta è di qualità bisogna analizzare alcuni fattori: la presenza di micotossine nel grano duro (estero o italiano), eventuali deterioramenti del prodotto durante i trasporti, i limiti imposti dall’Ue che pare non accorgersi che un italiano medio consuma più pasta (27 chilogrammi all’anno) di un norvegese.
Il Regolamento Comunitario 1881/2006 è calibrato su un consumatore medio europeo e non mediterraneo, che storicamente consuma più pasta, pane e cereali. Su questa base l’Europa ha dettato i valori massimi di alcuni contaminanti nel grano. Si parla di piombo, cadmio, mercurio e micotossine (come aflatossine e Don). Per la maggior parte dei Paesi al mondo, ad esempio, i valori del Don sono allineati tra 750 e 1000 ng/g nei cereali, mentre in Italia il limite è fissato a 1750, come nel nord Europa (dove si mangia molta meno pasta).

Sempre lo stesso regolamento riconosce per pasta e pane una quantità di Don che scende miracolosamente a 750 e 500. Com’è possibile? E dato che quel limite scende a 200 ng/g negli alimenti a base di cereali o comunque destinati a lattanti e bambini sotto i 3 anni bisogna chiarire che al di sotto dei 6 anni non si può mangiare la stessa pasta degli adulti. Questi i limiti delle norme. Poi c’è un mondo che si muove al di fuori delle regole. Importiamo cereali a uso zootecnico: non è legale, ma c’è chi lo fa proprio per mancanza di controlli. E, una volta nel silos, il grano diventa per miracolo tutto italiano.

Esattamente sulla vomitossina un progetto delle Politiche agricole (Micocer 2006-2008) ha definito “la minore incidenza nei grani del Sud, rispetto a quelli del Nord Italia”.

Questo perché il clima umido e le piogge favoriscono la presenza di micotossine, mentre il grano del Mezzogiorno viene raccolto a temperature molto elevate (tra i 28 e i 48 gradi) che non ne permettono la proliferazione.

Ma in Canada il clima è umido e spesso si miete con la neve. 
A ciò bisogna aggiungere gli effetti di lunghi viaggi transoceanici a bordo di navi cargo: scarsa aerazione, umidità ed escursioni termiche. Altra fase: la miscela. Il regolamento 1881 vieta di miscelare frumenti in norma con quelli che superano i valori massimi, con lo scopo di  stemperarne il carico di tossina. Vietato il taglio insomma. Che pur riducendo i valori, non li rende idonei all’alimentazione dei bambini.

By Curiosity