Ricercatori italiani scoprono la U94, la “proteina anticancro” …una scoperta rivoluzionaria di cui, chissà perchè, nessuno parla… Lede forse gli interessi di chi sulla nostra pelle ci lucra?

proteina anticancro

 

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Ricercatori italiani scoprono la U94, la “proteina anticancro” …una scoperta rivoluzionaria di cui, chissà perchè, nessuno parla… Lede forse gli interessi di chi sulla nostra pelle ci lucra?

Alcuni ricercatori italiani, guidati dal prof Arnaldo Caruso, scoprono la proteina anticancro. E decidono di fare un gesto di immensa generosità…

Nelle mani sbagliate, sarebbe diventata una scoperta per pochi. Per quelli che potevano permetterselo. Troppe volte, purtroppo, abbiamo visto il prezzo di farmaci salvavita schizzare alle stelle, sospinto dall’avidità dell’industria che li produce. Stavolta, la storia è per fortuna molto diversa. Alcuni ricercatori italiani hanno scoperto il funzionamento di una proteina, che potrebbe aiutare i malati di tumore a combattere la malattia.

E, piuttosto che brevettarla, guadagnandoci quindi molto di più di quanto può offrire l’università italiana, hanno deciso di metterla a disposizione di tutti. In questo modo, sarà più facile trovare una cura. Per tutti, non solo per qualcuno.

U94: la scoperta dei ricercatori italiani

Lo studio è di quelli epocali. Coordinato da Arnaldo Caruso, professore ordinario di Microbiologia all’Università di Brescia, il team di ricerca che l’ha condotto era composto da ricercatori dell’ateneo lombardo, in collaborazione con l’Istituto di Virologia di Zurigo e il Dipartimento di Scienze Mediche di Ferrara.

La sigla della proteina anticancro è U94. Prodotta dall’herpes virus umano 6 – quello che provoca la cosiddetta ‘Sesta Malattia’ – è stata studiata inizialmente perché capace di intervenire su migrazione, invasività e proliferazione delle cellule endoteliali vascolari (ECS). In particolare, è stato dimostrato che la proteina inibisce potentemente l’attività migratoria di queste cellule.

I ricercatori italiani hanno quindi provato a testare la capacità di U94 di ostacolare la cosiddetta cascata metastatica. Il team guidato da Caruso ha esaminato l’attività biologica della proteina sulle cellule di cancro al seno umano MDA-MB 231 prima e su quelle del cancro cervicale umano HeLa, poi. E hanno scoperto che inibisce fortemente migrazione cellulare, invasività e clonogenicità.

Al di là dei tecnicismi, i risultati sono chiari: U94 inibisce la crescita tumorale e delle metastasi. Proseguendo con la ricerca, si potrebbe arrivare a risultati importanti per curare questa terribile malattia.

Cura anticancro: la scelta del team

In un’intervista alla Gazzetta del Sud, Caruso ha spiegato la scelta dei ricercatori italiani di non approfittare della scoperta. Ribadendo l’importanza di una ricerca scientifica libera dalle logiche del profitto, quando riguarda ambiti così delicati:

Quando si affrontano temi così importanti come la cura dei tumori, il nostro atteggiamento non può che essere uno: non brevettare, per permettere a tutti di sviluppare il miglior farmaco nel più breve tempo possibile. Siamo pronti a collaborare con chiunque sia interessato al progetto e a condividere knowhow e reagenti”. Perché, come sottolinea Caruso, qui sono in ballo le vite delle persone, non è il momento di pensare al profitto:

L’importante è arrivare subito ad una cura che possa dare nuove speranze ai malati di cancro”, conclude.

 

fonte: https://www.ambientebio.it/salute/nuove-scoperte/ricercatori-italiani-u94-anticancro/

Il Limone? Contiene 22 sostanze anti-cancro ! Ma alle Lobby dei Farmaci proprio non fa piacere che tu lo sappia!

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Il Limone? Contiene 22 sostanze anti-cancro ! Ma alle Lobby dei Farmaci proprio non fa piacere che tu lo sappia!

Il Limone? Contiene 22 sostanze anti-cancro ! Ma la Lobby dei Farmaci non vuole che tu lo sappia!

Il Limone? Contiene 22 sostanze anti-cancro !!!

 

Il limone non è solo buono, rinfrescante, dissetante ed ottimo come condimento in tutti i nostri piatti, ma quando lo assumiamo accadono innumerevoli reazioni positivi nel nostro corpo.
Lo stesso Umberto Veronesi, Direttore Scientifico dell’Istituto Europeo di Oncologia, afferma:
“Il limone è ricco di limonoidi che hanno una diretta capacità di frenare alcuni tipi di cellulecancerose. E’ utile contro le infiammazioni croniche e grazie all’abbondanza di molecole con notevoli proprietà antiossidanti è capace di contrastare l’azione dei radicali liberi, che possono alterare la struttura delle membrane cellulari e del materiale genetico. L’ideale èuna spremuta di un limone al giorno. E una spruzzata di limone sull’insalata, è un gesto che bisognerebbe ricordarsi di fare più spesso”.
Quello che sorprende è che del limone non si butta nulla infatti la scorza di limone contiene sostanze in grado di
Rafforzare il sistema immunitario;
Abbassare il colesterolo
Prevenire il cancro
Eliminare infezioni batteriche.
La ricerca sta dimostrando che i fitonutrienti possono essere più efficaci della chemioterapia senza causare danni al corpo. Si è scoperto che la pectina degli agrumi contenuta sia nella polpa che nella scorza, è in grado di inibire la diffusione del cancro alla prostata, mammella e alla pelle.
I limonoidi, sostanze naturali presenti nelle bucce di agrumi che danno quel caratteristico sapore amaro, è dimostrato che sono anche in grado di rallentare la crescita delle cellule del cancro e anche uccidere le cellule tumorali in vitro e sugli animali.
Il limone contiene 22 composti anti-cancro, tra cui limonene, pectina, glicosidi cardiaci, flavonoidi che interrompono la divisione cellulare nelle cellule tumorali. I glicosidi ad esempio si sono dimostrati efficaci nelcancro al colon-retto, mammella e prostata.
Secondo The Commonwealth Scientific and Industrial Research Organization (CSIRO) dell’Australia, gli agrumi possono ridurre il rischio di alcuni tipi di cancro del 50 per cento. Secondo uno studio pubblicato su Cancer Causes and Control, il succo degli agrumi è risultato più protettivo nei confronti dei tumori dello stomaco, della bocca, della laringe e della faringe.
Inoltre poiché la maggior parte delle malattie ha origine dall’accumulo di tossine nell’organismo, il limone è molto utile in quanto è contiene più di 45 flavonoidi antiossidanti che stimolano la depurazione e ladisintossicazionedi tutto il corpo, in particolare lavorando su fegato ed intestino che sono i luoghi dove questi residui dannosi si immagazzinano maggiormente.
Nella medicina Ayurvedica la buccia di limone viene usata infatti per disintossicare il fegato e stimolare l’appetito facendo rilassare lo stomaco.
Uno studio pubblicato sul Current Cancer Drug Targets, afferma che i flavonoidi del limone hanno il potere dirallentare il processo di duplicazione delle cellule tumorali grazie ad una efficace azione antiproliferativa.
Il limone contrasta efficacemente i radicali liberi che sono responsabili dell’invecchiamento precoce e deidannicellulari che possono essere causa della nascita di cellule cancerose. Quindi il limone non solo faringiovanire lapelle ma previene il cancro anche in questo modo.
Inoltre bere il succo di un limone la sera prima di andare a letto ha aiutato molte donne contro la cistite grazie al potente spettro anti-microbico contro le infezioni batteriche e i funghi.
Il limone è ottimo anche come antidepressivo, utile contro stress e disturbi nervosi, regola la pressione alta, rimuove naturalmente parassiti e vermi intestinali.
Basta il succo di un limone al giorno che puoi spremere nell’acqua e berlo oppure usarlo come condimento a crudo. Per avere ancora più benefici bisogna usare anche la scorza. La scorza è amara e quindi spesso viene buttata ma c’è un trucco per consumarla con piacere come spiegato in Ecco come ATTIVARE il Limone per avere tutti questi benefici. Mi raccomando scegli limoni biologici o non trattati, dato che userai la buccia.
Per finire il limone è uno dei più potenti alcalinizzanti dell’organismo che ci sia, infatti sebbene sia acido la sua digestione produce sostanze alcalinizzanti, e come ha detto il premio Nobel per la medicina Otto Heinrich Warburg, il cancro può svilupparsi solo in un ambiente acido. Il limone è quindi uno dei più potenti rimedi anticancro che abbiamo a disposizione!
fonte: http://www.dionidream.com/limone-22-composti-anticancro/

Un vaccino contro il tumore al seno? La sfida parte da Napoli, dal 2018 inizierà la sperimentazione!

 

tumore al seno

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Un vaccino contro il tumore al seno? La sfida parte da Napoli, dal 2018 inizierà la sperimentazione!

Sfida al tumore al seno, vaccino sperimentale nel 2018 a Napoli

Nel 2018 partirà un ciclo di sperimentazione per testare un vaccino contro il cancro del seno a livello internazionale. Lo studio partirà nel 2018, a Napoli, e potrebbe rappresentare un grande traguardo nella lotta al tumore al seno. Si tratta, affermano gli oncologi, di un nuovo pilastro del trattamento del cancro che non è più solo ricerca di frontiera ma, in molti casi, una realtà consolidata. Saranno coinvolte le donne colpite dal tumore cosiddetto “triplo­negativo” (sottotipo ad alta aggressività) con l’obbiettivo di aumentare le percentuali di guarigione. I risultati sono stati presentati al congresso ASCO (American Society of Clinical Oncology) di Chicago, tempio mondiale della ricerca clinica oncologica. In altre parole, il vaccino dovrà essere somministrato solamente dopo l’intervento chirurgico per la rimozione e l’eliminazione della massa tumorale. Come già accennato in precedenza, in Italia l’unica struttura protagonista di questa sperimentazione è Istituto nazionale dei tumori di Napoli Fondazione Pascale. La medicina sarà distribuita a donne malate di tumore triplo – negativo, il più aggressivo dei cancri al seno. (.) La disponibilità del vaccino nel nostro polo oncologico si prospetta come un’opportunità per le pazienti affette da tumore mammario per avere accesso a trattamenti ad alta innovatività. Lo scopo, oltre alla sperimentazione, è quello di combinare il vaccino con farmaci immunoterapici di prima generazione in fase metastatica. Fino a oggi si è seguita una terapia di inibitori del checkpoint immunologico, rimuovendo il freno immunologico che il tumore tiene premuto per evitare di essere attaccato dal sistema immunitario, tanto da dar vita a una attivazione generica del sistema immunitario con il potenziale negativo di scatenare patologie autoimmunitarie. Inoltre, questa risposta immunitaria, proprio perché in qualche modo generica, non e’ sempre efficace contro il tumore.

“E questo è, forse, uno dei motivi – ha concluso De Laurentiis – per cui l’immunoterapia ha avuto, per ora, successi limitati nelle forme tumorali meno immunogene, come il tumore della mammella”.

 

fonte: https://www.newsitaliane.it/2017/sfida-al-tumore-al-seno-vaccino-sperimentale-nel-2018-napoli-107593

È Italiana la nuova fantastica, innovativa tecnica per curare i Tumori – Un ago per eliminarli in una sola seduta: il primo intervento in soli 10 minuti!

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È Italiana la nuova fantastica, innovativa tecnica per curare i Tumori –  Un ago per eliminarli in una sola seduta: il primo intervento in soli 10 minuti!

 

Tumore, l’ago incandescente lo scioglie: il primo intervento in soli 10 minuti

Un ago incandescente contro il tumore. La tecnica innovativa, che si chiama termoablazione mediante microonde, permette di sciogliere il tumore (e anche le forme metastatiche) al fegato, ai reni, ai polmoni, alla tiroide e alle ossa in un’unica seduta, anche ambulatorialmente, in cui il paziente viene sedato e curato in pochi minuti senza sentire dolore e, in molti casi, senza avere la necessità poi di altri trattamenti come quelli chemioterapici. La nuova metodica, rivoluzionaria nel trattamento di alcune neoplasie, è approdata nella Chirurgia e Medicina dell’Ospedale di Chioggia: proprio oggi, martedì 15 novembre, i professionisti della Ulss 14 hanno curato con questo innovativo trattamento, in soli dieci minuti, un signore chioggiotto di 65 anni che era affetto da una grave lesione metastatica epatica. L’intervento di alta specialità si è tenuto nelle nuove sale operatorie di day surgery, recentemente restaurate.

«La termoablazione mediante microonde – hanno spiegato il primario di Chirurgia Salvatore Ramuscello insieme al responsabile del servizio di ecografia interventistica Mario Della Loggia – è un nuovissimo trattamento che necessita di un generatore di microonde e di un terminale chiamato antenna che, mediante guida ecografica, viene inserita direttamente nella lesione. L’antenna, attraverso un aumento di temperatura rapido, controllato e localizzato, provoca la distruzione del tessuto malato con la massima precisione. Rispetto a ieri possiamo intervenire in maniera mininvasiva, con una piccola incisione di 2-3 millimetri, su tumori importanti e calibrare il tipo di cura a seconda della neoplasia: si agisce localmente, delimitando e colpendo solo l’area interessata dalla malattia. Persino l’intensità di calore e la durata dell’intervento viene misurata in base alla grandezza del tumore da distruggere. In questo modo evitiamo l’asportazione chirurgica, rendendo possibile il trattamento anche su pazienti pluripatologici, quindi inoperabili e fragili, con tempi di ricovero più brevi e una migliore ripresa funzionale dei pazienti stessi».

L’intervento di oggi è durato 10 minuti e questa sera il paziente potrà già andare a casa con una ferita di 2 millimetri senza neppure sutura.

fonte: http://salute.ilmessaggero.it/medicina/ospedale_chioggia_operazione_tumore_ago_che_scioglie-2082573.html

 

Hai un tumore? Stai sereno, c’è lo Stato che pensa a te: il farmaco salvavita? Basta un po’ di pazienza, lo avrai dopo soli 1000 giorni di attesa…!

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Avete un tumore? State sereni, c’è lo Stato che pensa a Voi: il farmaco salvavita? Basta un po’ di pazienza, lo avrete dopo soli 1000 giorni di attesa…!

Cancro, mille giorni di attesa per un farmaco salvavita

Le Regioni più virtuose sono Lombardia e Puglia. Maglia nera a Molise, Emilia Romagna e Val d’Aosta.

Roma – Mille giorni sono troppi per ottenere un farmaco innovativo salvavita quando sei malato di cancro.

Francesco De Lorenzo, presidente FAVO (Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) si impegna da anni con la sua associazione affinché il servizio sanitario nazionale garantisca parità di accesso alle cure a tutti i pazienti e soprattutto che le terapie più moderne ed efficaci siano a disposizione di chi ne ha bisogno nel minor tempo possibile. «Si parla di malati di cancro -sottolinea De Lorenzo- Nell’attesa del medicinale giusto si può morire, occorre velocizzare i tempi». Oggi in Senato verrà presentato il IX Rapporto sulla condizione assistenziale dei pazienti oncologici che tra le altre cose mette in luce la disparità di accesso ai farmaci oncologici innovativi tra le varie regioni. Farmaci salvavita che possono costituire la differenza tra la vita e la morte e che sono più velocemente disponibili in Lombardia e Puglia mentre su questo fronte arrancano in coda Molise, Val D’Aosta e pure l’Emilia Romagna. La sopravvivenza media del malato di cancro nella popolazione italiana nel corso degli ultimi anni è andata aumentando ed è arrivata al 57 per cento degli uomini e al 63 per cento delle donne a cinque anni dalla diagnosi di un tumore maligno.

Molto però deve essere ancora fatto. Il Rapporto evidenzia come il paziente oncologico nel nostro paese debba aspettare in media 806 giorni, cioè 2,2 anni, per ottenere nella sua terapia un farmaco anti-cancro innovativo.Perchè così tanto tempo? Quei lunghi interminabili mesi sono quelli che trascorrono dal momento del deposito del dossier sul medicinale per la sua valutazione ed autorizzazione da parte dell’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) e l’effettiva disponibilità di quella terapia nella prima regione italiana che la sblocca per la somministrazione ai pazienti. E qui poi si aprono grandi disparità perché tra la prima e l’ultima regione i tempi si dilatano fino a 1.074 giorni, ovvero tre anni. Tra le regioni più virtuose la Lombardia, che presenta il più alto numero di prime movimentazioni regionali.

L’intervallo richiesto dalle valutazioni dell’EMA per i farmaci innovativi corrisponde mediamente a 383 giorni. Poi si aggiungono i giorni necessari all’ AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) che rende possibile a tutti i pazienti italiani l’accesso ai farmaci innovativi. In media 260 giorni. A questi vano aggiunti quelli necessari alle singole regioni per rendere effettivamente disponibili per i pazienti le terapie. Si va dai 31 ai 293 giorni.

«Il processo che va dall’approvazione europea alla reale disponibilità concreta del farmaco per i cittadini è particolarmente lento, – evidenzia De Lorenzo- Può quindi tradursi in una forma di razionamento che penalizza fortemente i malati, specialmente nel caso di farmaci innovativi salvavita».

Il rapporto poi analizza anche una realtà relativamente nuova per l’Italia dove comunque esiste un sistema di sanità pubblica che garantisce il diritto alla salute a tutti i cittadini. Un diritto che però sta diventando sempre più debole a causa della progressiva riduzione delle prestazioni a carico del servizio sanitario nazionale e la conseguente ricaduta sulle tasche dei cittadini che per un problema di salute serio hanno due scelte ugualmente negative : o non curarsi o indebitarsi. All’attesa infatti in alcuni casi si affianca la «tossicità finanziaria», ovvero la crisi economica individuale conseguente al cancro e alle sue cure. Un problema ben noto negli Usa e che ha iniziato a colpire anche in Italia dove interessa il 22,5 per cento dei pazienti italiani, che presentano anche un rischio di morte del 20 per cento più alto rispetto alle persone con la stessa malattia ma benestanti.

«Occorre che il governo intervenga per far rispettare i Livelli essenziali di assistenza, Lea – conclude De Lorenzo – É necessario garantire un accessi alle cure uguale per tutti i cittadini italiani».

fonte: http://www.ilgiornale.it/news/politica/cancro-mille-giorni-attesa-farmaco-salvavita-1398348.html

Chemio addio grazie a un’idea sassarese? Ecco il grafene “intelligente”, killer solo delle cellule malate, scoperto da un team internazionale coordinato dalla ricercatrice Lucia Delogu.

 

Chemio

 

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Chemio addio grazie a un’idea sassarese? Ecco il grafene “intelligente”, killer solo delle cellule malate, scoperto da un team internazionale coordinato dalla ricercatrice Lucia Delogu.

Chemio addio grazie a un’idea sassarese

Team internazionale coordinato dalla ricercatrice Lucia Delogu scopre grafene “intelligente” killer solo delle cellule malate

SASSARI. Uccidere selettivamente le cellule tumorali senza danneggiare quelle sane è possibile. Tra gli studi che negli ultimi anni stanno cercando di trovare una soluzione alla carica aggressiva della chemio e della radioterapia, ce n’è anche uno dell’Università di Sassari. Il lavoro è stato pubblicato nella prestigiosa “Angewandte Chemie”, la più importante rivista di chimica. Senior author è Lucia Gemma Delogu, biochimica e ricercatrice del Dipartimento di Chimica e Farmacia dell’ateneo, che ha coordinato una squadra interdisciplinare e internazionale composta tra gli altri da Ester Vazquez dell’Università di Castilla La Mancha, Alberto Bianco del Cnrs di Strasburgo e Maurizio Prato dell’Università di Trieste.

«Abbiamo scoperto che un particolare tipo di grafene, un nanomateriale dalle straordinarie caratteristiche fisiche e chimiche, è in grado di eliminare in modo selettivo i monociti – spiega Lucia Delogu –. Questa proprietà biologica ci ha spinto a credere che questo materiale fosse in grado di uccidere selettivamente le cellule tumorali di pazienti con leucemia mielomonocitica». Nelle leucemie mielomonocitiche le cellule da uccidere sono proprio i monociti, quindi è importante trovare un farmaco che possa uccidere solo quelli. «Dal confronto con le terapie di uso comune – dice Lucia Delogu –, questo particolare tipo di grafene vien fuori vincente». Infatti, i chemioterapici attuali sono tossici, quindi nel distruggere le cellule tumorali, distruggono anche le cellule sane del sangue con evidenti effetti collaterali per il paziente.

«Il grafene da noi individuato – prosegue Delogu – invece è estremamente specifico solo per le cellule tumorali e non tossico per le cellule sane presenti nel sangue e dell’organismo in generale».

La ricerca è stata effettuata in stretta collaborazione con Claudio Fozza, oncoematologo e ricercatore del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale. «Il nostro lavoro potrebbe essere un passo importante nel campo della ricerca contro le leucemie – dice Fozza – e potrebbe aprire interessanti scenari per la messa a punto di nuove terapie. Naturalmente, pur essendo altamente promettenti, i risultati fino ad ora ottenuti in laboratorio dovranno essere confermati in vivo».

Il Laboratorio di Biochimica e Bionanotecnologie dell’Università di Sassari ha come referente il professor Francesco Sgarrella.

La ricerca è stata finanziata dal progetto Europeo G-Immunomics ed è sostenuto dal Miur, dalla call Flagera 2015 e dal Progetto Europeo Graphene Flagship finanziato da Horizon 2020. «Un

ringraziamento particolare – si legge nella nota – all’Ail Sardegna diretto da Marilena Rimini Fiori, che ha sovvenzionato una borsa di dottorato; e alla Fondazione di Sardegna che ha sostenuto l’acquisto della strumentazione necessaria allo svolgimento degli esperimenti di questo lavoro».

fonte: http://lanuovasardegna.gelocal.it/sassari/cronaca/2017/05/13/news/chemio-addio-grazie-a-un-idea-sassarese-1.15332849?ref=fbfns&refresh_ce

La testimonianza: “Così, da medico, ho curato mia moglie dal tumore con il metodo Di Bella e terapie non tradizionali”

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La testimonianza: “Così, da medico, ho curato mia moglie dal tumore con il metodo Di Bella e terapie non tradizionali”

 

Riproponiamo questa testimonianza del 2012 tratta da Il Giornale. All’epoca fece scalpore, poi è passata al dimenticatoio…

“Così, da medico, ho curato mia moglie da un tumore”

Carlo è un odontoiatra lombardo, ha 42 anni e 3 figli piccoli. Scoprì il metodo Di Bella quando la moglie rischiò di morire, nel 2009, dopo la diagnosi di cancro cerebrale invasivo (astrocitoma anaplastico), lo stesso tumore che stroncò Ted Kennedy…

Questa è la storia di un odontoiatra di 42 anni, Carlo, sposato e con 3 figli piccoli, che è riuscito a cambiare il suo destino. Davanti alla malattia della moglie – un tumore al cervello ad alto grado (astrocitoma anaplastico) che l’ha portata in fin di vita – lui si è comportato come il comandante saggio del Titanic (uno che non è mai esistito).

Ha azzeccato la manovra giusta, pur sfiorando l’iceberg letale. “Dovevo salvarla – dice ora che il tumore della moglie si è fermato – Ci tengo però a dire che se lei fosse morta io non sarei affondato: sono molto credente e sono convinto che Dio ci ami profondamente, anche nella malattia”.

Come vi siete accorti del tumore? (lo stesso che stroncò Ted Kennedy)
“Nell’aprile 2009 mia moglie aveva 35 anni, ha avuto un attacco epilettico mentre lavorava. In ospedale le hanno trovato una lesione cerebrale, è stata operata dieci giorni dopo”.

Diagnosi?
“Astrocitoma anaplastico (il cancro delle cellule che sostengono i neuroni) al terzo grado. È un tumore maligno che cresce rapidamente anche se non dà metastasi. Il dramma è che non si riesce a rimuoverlo del tutto perché infiltra i tessuti sani vicini”.

E qual è la cura?
“Radioterapia e chemioterapia prolungate nel tempo, la sopravvivenza a due anni è del 50% a cinque anni del 18%.”

Come trovarsi l’iceberg a un palmo dalla prua…Che avete fatto?
“Il protocollo prevede 30 sedute di radioterapia e concomitante chemioterapia, si cerca di andare avanti il più possibile, il guaio è stato che dopo tre cicli di chemio mia moglie ha manifestato altissima tossicità al fegato e al sangue: non aveva più globuli rossi e bianchi, né piastrine. Neppure le trasfusioni le davano sollievo. A dicembre è entrata in uno stato cachettico (la condizione del malato terminale)… pensavamo non arrivasse a fine anno…Durante questa mia tragedia non dormivo più, studiavo ogni notte e in ogni pausa del giorno, avrò consultato centinaia di studi e decine di professionisti”.

Dove è approdato?
“Alla terapia Di Bella, innanzittutto: il dottor Achille Norsa ha pubblicato diversi ‘case report’ sui tumori cerebrali, l’ho consultato insieme a Giuseppe Di Bella e a Paolo Lissoni.”.

Quali effetti ha avuto la terapia Di Bella su sua moglie? “Ottimi. Oggi, a tre anni di distanza, lavora e si occupa della famiglia come prima di ammalarsi, il suo cancro non è andato avanti, è rarissimo che un tumore cerebrale di questo tipo resti immobile, gli esami però lo provano. Come dicevano i latini contra factum non datur argomentum, ossia, di fronte ai fatti non serve discutere. Quel che ho capito è che non si può pensare di arrestare un tumore senza la somatostatina (soffoca le cellule maligne, togliendo loro il nutrimento dei vasi sanguigni).”

Ha provato a dirlo a un oncologo tradizionale?
“Durante il periodo delle cure i medici degli ospedali mi hanno sempre trattato come un deficiente, ora che vedono mia moglie viva e vegeta tacciono e la guardano come si guarda un fantasma. Ripetevano ‘che queste terapie non servono a nulla’, mentre io dico che se avessero letto Schally, Pollak, Lincoln forse qualche dubbio gli sarebbe venuto. Negli Usa è normale testare i farmaci off label, ossia i medicinali per uno scopo diverso da quello che è scritto sul bugiardino, è il caso della somatostatina e degli inibitori prolattinici usati da Di Bella contro i tumori ma anche di altre sostanze. Là si fa quando le cure tradizionali si rivelano inefficaci, da noi nemmeno è possibile immaginarlo”.

A proposito di altre sostanze, lei non ha curato sua moglie soltanto con il metodo Di Bella.
“No. Ero deciso a provarle tutte. Ho impiegato anche altri due farmaci non riconosciuti in Italia. Il primo è CRM 197, scoperto dallo scienziato italiano Buzzi, è la parte non tossica della tossina difterica che provoca, nel malato di tumore, una cascata immunitaria (è in corso una sperimentazione in Giappone su donne con tumore ovarico)”.

Il secondo?
E’ un oncolitico (‘scioglie’ il cancro), si chiama virus di Newcastle, della famiglia dei virus responsabili dell’aviaria, è un ritrovato di un medico ungherese. In Germania questo prodotto è impiegato nelle cliniche e negli ospedali”.

Quindi ha acquistato i medicinali all’estero.
“Sì, entrambi. Non solo, ho dovuto anche farli somministrare all’estero, perché in Italia sono farmaci vietati”.

Ma non è rischioso mescolare tutte queste sostanze? “Certamente bisogna saperle usare, ci vuole un medico esperto. Quanto al mescolarle mi ero informato, sono adatte a sposarsi con la terapia Di Bella e al caso di mia moglie. La mia fortuna è che so leggere bene in inglese”.

Quindi lei non ci sa dire se il tumore di sua moglie si è stabilizzato per il metodo Di Bella o per le altre due terapie. “Francamente no. Ma non mi importa, quel che conta è che lei stia bene e faccia una vita normale”.

Avrà speso un sacco di soldi.
“Tanti. Sa qual è la tristezza? Che io ho potuto fare tutto questo (tradotto: curare la madre dei miei figli) perché: sono medico, ho studiato e non ho problemi economici, ma gli altri…?”

Per gli altri offre lo Stato…Ma è vero che lei ora fa il consulente gratis?
“E’ l’effetto del passaparola, abito in un centro piccolo, ormai ho una discreta competenza sui tumori cerebrali, così la gente viene qui a chiedermi un parere e io per comodità, concentro le consulenze dopo il lavoro. L’ultima ora della giornata la passo così. È il minimo che possa fare dopo quello che ho ricevuto, è il mio modo di aiutare chi sta male”.

 

fonte: http://www.ilgiornale.it/news/salute/cos-medico-ho-curato-mia-moglie-tumore.html

L’oncologa Rita Brandi: “Ecco le prove che il Metodo Di Bella funziona”!!

 

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L’oncologa Rita Brandi: “Ecco le prove che il Metodo Di Bella funziona”!!

 

Da: Corriere della Sera

Seguace di Di Bella: «Io ho le prove che il Metodo funziona»

L’oncologa: «La sperimentazione è stato un bluff. Il professore diceva che la chemio è arcaica e non ha mai guarito nessuno»

di Riccardo Brunoù

Nel 1999 il ministero della Salute, al termine di una sperimentazione di più di un anno, stabilì che il metodo Di Bella era inefficace. Diciassette anni dopo, ci sono ancora moltissimi pazienti che chiedono di essere curati con il cocktail di farmaci ideato dal fisiologo di origine siciliana e medici che applicano quel protocollo. Come Rita Brandi, oncologa romana, che spiega senza troppi giri di parole: «La Di Bella continua perché la chemio non guarisce». Il malato per sottoporsi alla cura deve firmare un consenso informato. «Ho il dovere di prospettargli tutte le possibilità — spiega la dottoressa —. Se sceglie la terapia standard lo seguo nel migliore dei modi, affiancando le terapie di sostegno». Ma la maggiore parte dei suoi pazienti («circa l’80%» conferma) vanno da lei per quel metodo che ancora suscita speranze, ultima scialuppa dopo aver provato tutte le rotte della medicina convenzionale. Anche la dottoressa Brandi ha iniziato così. «Era il 1998, mia madre aveva un cancro al pancreas, diagnosi infausta, nessuna illusione chemioterapica. Corsi a Modena dal professore, lui fu chiaro, mi disse subito che non sarebbe morta di vecchiaia. Le avevano dato tre mesi di vita, visse dieci mesi, ma in condizioni decisamente migliori, meno dolori, voglia di fare, non era più una donna buttata sempre al letto».

«Posso tirare fuori le cartelle cliniche»

Già questo, spiega Rita Brandi, sarebbe un successo. Ma lei è pronta a dimostrare che la multiterapia, basata sulla convinzione che si possa fermare la crescita del tumore agendo sull’ormone della crescita e la prolattina, a volte può guarire. «Posso tirare fuori le cartelle cliniche, non ho paura a confrontarmi. Dicevano che sarebbe bastato un solo caso per darle validità, ce ne sono quanti ne vogliono». È convinta che la «sperimentazione sia stata un bluff. Hanno scelto pazienti terminali, che avevano già completato l’iter tradizionale, fortemente debilitati e defedati». Ricorda quando «Di Bella mi diceva che la “chemioterapia è invasiva ed arcaica e che non ha mai guarito nessuno”. Al contrario, io ho visto morire di chemio». Nonostante questo, assicura di non essere una «dibelliana con i paraocchi». «Bisogna essere aperti a tutto ciò che può aiutare il paziente. E purtroppo la stragrande maggioranza dei medici ha perso l’entusiasmo e la curiosità». È consapevole che le sue scelte la isolano. «All’inzio ho sofferto, essere accostata ai ciarlatani mi ha provocato turbamenti emotivi. Ma ci sono i pazienti a darti coraggio e a spingerti ad andare avanti».

fonte: http://www.corriere.it/cronache/16_settembre_13/seguace-di-bella-io-ho-prove-d47f3d40-79f4-11e6-8c12-dd8263fa3b6d.shtml

Ecco “ISET”, il test in grado di diagnosticare il tumore invasivo diversi anni prima che si manifesti della professoressa Patrizia Paterlini, l’oncologa italiana in profumo di Nobel

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Ecco “ISET”, il test in grado di diagnosticare il tumore invasivo diversi anni prima che si manifesti della professoressa Patrizia Paterlini, l’oncologa italiana in profumo di Nobel

Patrizia Paterlini, l’oncologa italiana in profumo di Nobel, è la madre del test “Iset”, in grado di diagnosticare il tumore invasivo con diversi anni di anticipo rispetto al manifestarsi della malattia.

La professoressa Paterlini, laureata a Modena e già allieva di Mario Coppo si sbilancia: “Scoprire il male con l’esame del sangue diventerà routine”.

Di di Stefano Luppi su la Gazzetta di Modena

Patrizia Paterlini-Bréchot, docente di biologia cellulare e molecolare all’Università Descartes di Parigi, insieme alla sua equipe sta facendo molto per “uccidere il cancro” come ha intitolato il suo ultimo libro. Al massimo tra 4-5 anni questo sogno dell’umanità e di milioni di malati di cancro nel mondo potrebbe concretizzarsi.
La professoressa Paterlini – che alcune voci accreditano già per il Premio Nobel – è nata nel Reggiano, a Castelnovo Sotto e si è laureata a Modena. Università dove ha svolto i primi incarichi post laurea che successivamente l’hanno poi portata a L’Aquila, Bologna e da circa trent’anni in Francia dove ha studiato con un luminare, il professor Christian Bréchot che poi è anche divenuto suo marito. Qui Patrizia Paterlini ha contribuito allo sviluppo del test “Iset”, oggi al centro di cinque brevetti del suo ateneo, una tecnica in grado di diagnosticare il tumore invasivo con diversi anni di anticipo rispetto al manifestarsi della malattia.
Lei è reggiana e ha compiuto i primi studi a Modena.
«Castelnovo di Sotto ha poche migliaia di abitanti, è lì che sono cresciuta, in quell’Italia per metà industriale e per metà agricola. Successivamente sono andata a vivere a Modena, dove sono stata anche residente: una città che per me è stato un vero nido di formazione, con esperienze molto importanti per la mia carriera successiva. Ma del resto l’università di Modena è una delle migliori d’Italia. Ricordo che presi in affitto una camera in un presbiterio vicino alla facoltà e stilai un calendario di dodici ore di lavoro al giorno, weekend compresi. Inoltre il sabato mattina gli studenti avevano la possibilità di fare pratica assistendo alle autopsie all’Istituto psichiatrico San Lazzaro di Reggio».
Dopo la laurea è stata dura? Lei in fin dei conti è un cervello in fuga dal proprio Paese.
«Dopo la laurea in medicina a Modena l’accesso ai posti universitari era bloccato, da anni, in tutta Italia. Al tempo ho dovuto pazientare tre anni, nel corso dei quali al mattino lavoravo in una clinica nota di Modena e al pomeriggio facevo ricerche in ematologia, a titolo gratuito, presso il Policlinico».
Chi è stato il suo maestro a Unimore? 
«Beh, ne parlo diffusamente nel libro perché si tratta di un maestro in campo clinico, anche in Francia: il professor Mario Coppo, purtroppo scomparso. Da lui ho imparato tutto, era una celebrità anche perché curava il papa, Maria Callas e alcune teste coronate. Per seguire le sue lezioni tanti studenti e medici non esitano a spostarsi come ci si sposta per assistere a uno spettacolo con una star. Come scrivo nel libro il ‘Maestro’, come tutti lo chiamavamo, esigeva l’eccellenza a livello scientifico, medico, comportamentale, intellettuale, morale, etico, linguistico. E osservava anche il tuo abbigliamento che doveva sempre essere consono».
Il cancro può essere sconfitto professoressa? 
«Siamo in un’epoca eccezionale da questo punto di vista, con progressi notevoli e a noi ricercatori pare che ci possa essere presto una netta diminuzione della mortalità se si riesce a diagnosticare prima la malattia. Individuare le prime cellule tumorali diffuse nel sangue è di straordinario aiuto per scoprire precocemente i tumori invasivi».
Il metodo da lei scoperto come funziona? 
«Da poco più di un anno è a disposizione il test Iset (Isolation by Size of Tumor Cells, www.isetbyrarecells.com) con il quale isoliamo e individuiamo le cellule tumorali nel sangue. Il test è per ora disponibile per aiutare a prevenire le metastasi in pazienti con diagnosi di tumore già acclarato, ma può essere eseguito anche su chi, senza diagnosi di tumore, lo richiede con consenso informato. Costa 486 euro, cifra non ancora rimborsata dall’assistenza sanitaria pubblica, né in Francia né altrove. Ma un giorno l’esame costerà pochi euro, un po’ come avviene oggi per quelli che analizzano la tiroide o il colesterolo. Abbiamo però bisogno di molti fondi per proseguire le ricerche e arrivare alla sua diffusione in modo capillare (per informazioni www.stl-dono.it)».

fonte: http://gazzettadimodena.gelocal.it/modena/cronaca/2017/04/22/news/patrizia-paterlini-da-modena-a-parigi-per-uccidere-il-cancro-1.15232636

QUI potete trovare il libro Uccidere il cancro: https://www.ibs.it/libri/autori/Patrizia%20Paterlini-Br%C3%A9chot

seguite la Prof.ssa Paterlini sul suo profilo Twitter: https://twitter.com/patriziapaterli

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Patrizia Paterlini

 

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L’oncologa Patrizia Paterlini: “Scopro i tumori prima che nascano”

Ha messo a punto un esame del sangue che individua le cellule malate con 4 o 5 anni di anticipo sulla normale diagnosi. Un test rivoluzionario per la lotta al cancro: «Perché il tempo, nella cura, fa la differenza»

Per passione, per testardaggine, ma non solo. «Da medico, non sono mai riuscita ad accettare che il cancro uccidesse un così grande numero di persone». Patrizia Paterlini Bréchot, oncologa, docente di Biologia cellulare e molecolare all’universtità Descartes di Parigi e direttore di un’équipe dell’Inserm (Institut national de la santé et de la recherche medicale), non ricorda una morte che le sia stata indifferente: «Ci sono sguardi di pazienti che ancora oggi non riesco a togliermi dalla testa».

È la ragione per cui, quasi 30 anni fa, ha deciso di diventare ricercatrice. Da allora questa emiliana adottata dalla Francia ha speso tutte le sue energie, la sua intelligenza e anche molto del denaro di famiglia nella guerra contro il cancro. Con un obiettivo: «Arrivare alla fine dell’esistenza e guardarmi allo specchio sapendo che sono riuscita a salvare tante vite». Obiettivo centrato, si direbbe. È frutto del suo lavoro il test Iset (Isolamento per dimensione delle cellule tumorali): una tecnica in grado di diagnosticare un tumore anche 4 o 5 anni prima che si manifesti e quindi di abbattere in modo significativo la mortalità.

Cos’è l’Iset? «Un esame del sangue che riesce a individuare la presenza di cellule neoplastiche circolanti nell’organismo molto prima che il tumore raggiunga una dimensione tale da essere “visibile” con Pet, Tac e risonanza magnetica. Nel caso del cancro al seno, gli studi epidemiologici hanno dimostrato che l’invasione tumorale ha inizio 5-6 anni prima della diagnosi. Un tempo che, nelle cure, può fare la differenza. Purtroppo il test ha ancora un limite: non è in grado di individuare l’organo da cui derivano le cellule malate. Per ora, almeno, perché la ricerca è già in fase avanzata».

Ma non esistono già i “marker” per scoprire il cancro attraverso un prelievo di sangue?«I marker sono molecole che possono essere associate a una neoplasia o alla sua evoluzione, ma che non danno la certezza della diagnosi. Invece le cellule sono l’unità biologica del tumore: isolarne una significa trovare una parte della neoplasia senza il rischio di incorrere in falsi negativi e falsi positivi. Certo, le cellule tumorali circolanti sono rare: una per millilitro, mescolata a 5 miliardi di globuli rossi e a 10 milioni di globuli bianchi. Ma siccome sono più grandi delle altre, per individuarle abbiamo messo a punto un sistema basato sulle dimensioni, a cui segue la diagnosi citopatologica. In pratica, una sorta di pap-test applicato al sangue. In medicina quello è l’esame che ha salvato più vite: da quando è stato introdotto, le morti per tumore al collo dell’utero sono calate drasticamente».

E il suo test che sicurezza garantisce? «Quella di riuscire a individuare una cellula tumorale in 10 millilitri di sangue. Una sicurezza validata da altri scienziati nel mondo e da 42 studi indipendenti su oltre 2.000 pazienti con tumore».

Nella ricerca che usa l’Iset sono stati coinvolti dei malati? «Certo. Fin qui 245, di cui 168 affetti da broncopatia cronica ostruttiva: grandi fumatori a forte rischio di sviluppare un cancro del polmone. In 5 di loro il test ha rilevato cellule tumorali. I noduli sono poi comparsi in un tempo compreso fra 1 e 4 anni: sono stati rimossi chirurgicamente e, a 2 anni dall’intervento, nessuno ha sviluppato recidive. Se si pensa che finora l’87% dei pazienti è morto a 5 anni dalla diagnosi, si può capire quanto forte sia la speranza. In un tumore così letale la speranza di sopravvivenza è legata alla diagnosi precoce, quando la neoplasia si trova allo stadio 1, quello di tutti e 5 i pazienti sottoposti all’Iset. Dopo la divulgazione di questi dati, in Francia il test sta per essere utilizzato su persone già colpite da neoplasia, in modo da individuare con largo anticipo eventuali recidive e intervenire prima che si manifestino. Ma ci sono altri Paesi interessati, compresa l’Italia».

Dall’Italia lei se n’è andata quasi 30 anni fa e non è più tornata. «Ma sono fiera di essere italiana: nella classifiche della produzione scientifica, siamo i ricercatori che pubblicano di più rispetto ai fondi che hanno. Siamo dunque tra i più efficaci al mondo. Io sono partita per la Francia perché volevo fare uno stage di biologia molecolare e nel 1988, in Europa, Parigi era il posto migliore, in particolare il gruppo del professor Christian Bréchot».

Che poi è diventato suo marito. «È successo che il professore si è innamorato della stagista e la stagista si è innamorata del professore… Contro ogni intenzione, perché volevo dedicare tutta me stessa alla ricerca, mi sono sposata e ho avuto 2 figli, che ormai hanno 25 e 23 anni e sono indipendenti. In passato, però, non tutto è stato semplice: da italiana, l’attaccamento alla famiglia era più forte di qualsiasi cosa. Per quello che mi riguarda, l’equilibrio casa-lavoro è più difficile di qualsiasi progetto scientifico. Una sfida senza regole che mette quotidianamente alla prova».

Mi pare che comunque se la sia cavata. «Pare anche me. In fondo, il fatto di avere una professione che coincide con una passione è una fonte di stabilità e di sicurezza. Nei confronti della vita, dei figli, del marito, del mondo».

Lei lavora con suo marito? «Non più. Sono stata per lungo tempo nella sua unità di ricerca ma, quando lui è diventato direttore dell’Inserm, ho fatto un concorso per avere un mio gruppo. L’ho vinto e sono andata per la mia strada».

Nella sua lotta contro il cancro ha usato anche il patrimonio familiare. «Sì, ho costituito una società per sviluppare l’Iset e metterlo a disposizione dei medici. Se avessi aspettato i finanziamenti pubblici, il test non sarebbe ancora arrivato ai pazienti. I brevetti, però, sono di proprietà degli istituti di ricerca. Se nella mia carriera avessi pensato al denaro, a guadagnare dalle scoperte fatte, non dirigerei un laboratorio né insegnerei: farei altro».

Oggi vive tutto questo come una vittoria personale? «No, il progetto è soprattutto una vittoria della ricerca. Nella quale, in particolare, mi ha seguita una collega italiana, Giovanna Vona, che è morta a 35 anni per un tumore al colon. Eroica e magnifica fino alla fine, Giovanna non ha mai voluto smettere, continuando a lavorare con l’apparecchio per iniettare i farmaci nascosto sotto il camice. Per me non se n’è mai andata: questa battaglia per migliorare la vita dei malati di cancro la combattiamo ancora insieme».

fonte: http://curiosity2015.altervista.org/loncologa-patrizia-paterlini-scopro-i-tumori-prima-che-nascano/