Le straordinarie proprietà dell’olio di semi di canapa: dai rari omega 3 ed omega 6, alle vitamine E, B1 e B2, fino al suo uso terapeutico… Tutto quello che c’è da sapere su questo rimedio miracoloso che ci hanno tenuto nascosto troppo a lungo.

 

olio di semi di canapa

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Le straordinarie proprietà dell’olio di semi di canapa: dai rari omega 3 ed omega 6, alle vitamine E, B1 e B2, fino al suo uso terapeutico… Tutto quello che c’è da sapere su questo rimedio miracoloso che ci hanno tenuto nascosto troppo a lungo.

LE PROPRIETA’ DELL’OLIO DI SEMI DI CANAPA: dai rari omega 3 ed omega 6, alle vitamine E, B1 e B2, fino al suo uso terapeutico

L’olio di semi di canapa, è un prodotto ottenuto dalla spremitura a freddo dei semi delle piante del genere Cannabis Sativa. Insieme alle noci, ai semi di lino e ai relativi oli, l’olio di semi di canapa è una delle poche fonti alimentari ricche del prezioso acido alfa-linolenico.

L’acido linolenico è uno degli acidi grassi essenziali e appartiene al gruppo degli Omega 6. E’ uno dei due acidi grassi essenziali che gli esseri umani e altri animali devono assumere con gli alimenti per mantenere uno stato di buona salute; ciò perché gli organismi lo richiedono per i vari processi biologici, ed anche perché non può essere sintetizzato, in modo endogeno, dagli stessi organismi ma occorre assumerlo con gli alimenti.

Proprietà

Nell’olio di semi di canapa troviamo i rari acidi grassi essenziali di tipo omega 3 e omega 6; il rapporto tra omega 6 e omega 3 è di 3 a 1. Oltre all’omega 3 e all’omega 6, contiene anche la vitamina E, vitamina B1, vitamina B2 e altre. Il livello di THC è molto basso, meno di una parte per milione.

Fino ad oggi non si è verificato nessun tipo di effetti collaterali derivanti dall’assunzione di olio di semi di canapa, però si sono verificati gli effetti benefici sulla salute, sia per i bambini che per gli adulti, nella prevenzione e nel trattamento delle malattie la cui base è infiammatoria.

Nell’olio di semi di canapa troviamo anche discrete quantità di vitamina A ed E (antiossidanti naturali), PP, e C. L’olio di semi di canapa ha un odore e un sapore gradevole e può essere utilizzato per condire insalata, pasta, pesce ed essere introdotto nell’uso quotidiano al posto degli altri oli di semi.

Uso terapeutico

L’olio di semi di canapa è principalmente un valido antinfiammatorio. Ne è stata inoltre dimostrata l’efficacia per la cura di diverse patologie.

Colesterolo
L’uso quotidiano di olio di semi di canapa (circa 4/5 cucchiaini al giorno) fa diminuire rapidamente gli eccessivi livelli nel sangue di colesterolo LDL (quello “cattivo”) e di colesterolo totale, riducendo così anche il rischio di trombosi e abbassa, inoltre, i livelli di trigliceridi nel sangue.

Malattie cardiovascolari
L’assunzione dell’olio di semi di canapa, in sostituzione di altri olii, aiuta a prevenire e a ridurre l’arteriosclerosi ed altre malattie cardiovascolari perché mantiene più elastiche le pareti dei vasi sanguigni ed evita l’accumulo di grasso nelle arterie.

Malattie ossee e infiammazioni
Viene usato anche per la prevenzione e per la cura dell’artrosi e dell’artrite reumatoide e di altre malattie infiammatorie come l’infezione cronica della vescica, la colite ulcerativa, il trattamento del colon irritabile e della malattia di Crohn.

Sindromi ginecologiche e neurologiche
Utilissimo per la sindrome premestruale e nella menopausa; combatte l’osteoporosi e viene impiegato per curare problemi di apprendimento, deficit della memoria, difficoltà di concentrazione e mancanza di attenzione, depressione cronica e depressione post-parto.

Pneumopatie
L’olio di semi di canapa è impiegato nella cura di malattie asmatiche e affezioni respiratorie, sia delle basse che delle alte vie respiratorie.

Malattie della pelle
Data la sua potentissima azione antinfiammatoria, quest’olio è ottimo per molti problemi della pelle come: psoriasi, vitiligine, eczemi, micosi, irritazioni da allergie, dermatiti secche e per tutte le infiammazioni o irritazioni localizzate. Può inoltre migliorare le condizioni della pelle affetta da acne. Oltre che all’assunzione per bocca, si applica anche direttamente sulla zona da trattare per ridurre i pruriti e le infiammazioni. Efficace anche per la cura dei funghi alle unghie (onicomicosi).

Per l’olio di semi di canapa, come per tutti gli oli vegetali, è importante la qualità dei semi, la spremitura a freddo, la conservazione in ambiente fresco e buio per evitarne l’ossidazione e l’irrancidimento. Inconvenienti questi ultimi che vengono evitati anche con l’uso di contenitori di vetro scuro e mantenendo la bottiglia in luogo fresco o nel frigo dopo l’apertura.

fonte: http://www.toscanapa.com/le-proprieta-dellolio-di-semi-di-canapa-dai-rari-omega-3-ed-omega-6-alle-vitamine-e-b1-e-b2-fino-al-suo-uso-terapeutico/

Scarti di lana, olio e malvasia: ecco come nasce, dal genio di un Italiano, il primo diserbante 100% naturale.

 

Diserbante

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Scarti di lana, olio e malvasia: ecco come nasce, dal genio di un Italiano, il primo diserbante 100% naturale.

Chissà a quando risale il momento in cui ci siamo convinti che un prodotto chimico sia di gran lunga migliore di uno di origine naturale: probabilmente l’efficacia è indubbia ma la sicurezza per l’uomo e per gli ambienti? Le grandi aziende, le multinazionali, ma anche i piccoli coltivatori, hanno usato con troppa leggerezzaerbicidi e fertilizzanti sui terreni, ed ora ci ritroviamo con essere umani e campi avvelenati.

Un’azienda italiana con sede in Sardegna è decisa nell’invertire la tendenza per scongiurare l’uso di mortiferi prodotti chimici. Dopo anni di studio nasce il primo diserbante 100% ecologico, a base di scarti naturali di lana, olio e malvasia.

L’Italia non può permettersi di avvelenare la propria terra: prima che sia troppo tardi, l’azienda tricolore propone una soluzione alternativa del tutto naturale.

È il primo eco-diserbante al mondo ed è un prodotto tutto italiano, il Natural Weed Control: gli agricoltori francesi, ancor prima di quelli italiani, lo hanno già utilizzato nelle vigne, e negli Stati Uniti è impiegato nella coltivazione di erbe farmaceutiche. Tutti ne sono entusiasti e ad oggi questo diserbante è destinato a far traballare il monopolio di importanti multinazionali che producono erbicidi ed altri prodotti agricoli.

Il team di ricerca è capitanato dall’imprenditrice sarda Daniela Ducato, da anni impegnata nel settore della bioedilizia e dello sviluppo di materiali naturali.

Per la donna è solo “una questione culturale” considerare più affidabile un prodotto chimico che naturale. Come lei stessa afferma, non ci rendiamo conto del dannoche facciamo quando usiamo sostanze nocive: ad esempio per quanto riguarda il trattamento del verde urbano, a patire le conseguenze non solo solo le aiuole e i prati ma anche gli operai, gli animali domestici i bambini che popolano i parchi delle nostre città.

Tutto è iniziato per salvare le api: in Italia molte sono morte a causa dei prodotti usati in agricoltura.

L’idea è nata da un’esigenza molto concreta: salvare le api dalla moria registrata negli ultimi sul territorio nazionale. In Sardegna ci sono molti apicoltori disperati per l’assenza sostanziale di api.

Le api e le farfalle sono le prime a risentire dei prodotti con cui vengono trattati i terreni: la loro importantissima funzione di impollinazione viene così a mancare.

Il cuore dell’eco-diserbante sono gli scarti della lana di pecora a cui si aggiungono quelli delle lavorazioni dell’olio e del vino.

Tutti elementi di scarto che contribuiscono a creare un diserbante molto efficace: il comune di Cagliari l’ha impiegato per estirpare le erbacce dalle zone verdi della città, con risultati eccezionali.

L’efficacia del prodotto non è di natura chimica: le erbe infestanti vengono seccategrazie al calore e al vapore. “Mettendo insieme questi elementi la pianta intrappola il calore e si secca già dopo due giorni”, spiega la Ducato.

La composizione del diserbante può essere variata per renderlo adatto all’utilizzo vitivinicolo, orticolo o per frutteti: non inquina è sicuro per l’ambiente, per i consumatori e per gli agricoltori, che possono distribuirlo senza mascherineessendo del tutto naturale.

Il mercato del primo eco-diserbante italiano è destinato a crescere e noi, lo speriamo con tutto il cuore per amore della nostra bellissima terra e per quella di tutto il pianeta!

fonte: http://www.curioctopus.it/read/12567/scarti-di-lana-olio-e-malvasia:-il-primo-diserbante-100-per-cento-naturale-e-italiano

Per rinfrescarVi la memoria – Ecco come l’UE uccide il Made in Italy detassando l’olio tunisino e aumentandone le importazioni. Il tutto con il vergognoso voto favorevole del Pd…!!

 

Made in Italy

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Per rinfrescarVi la memoria – Ecco come l’UE uccide il Made in Italy detassando l’olio tunisino e aumentandone le importazioni. Il tutto con il vergognoso voto favorevole del Pd…!!

Riportiamo quanto pubblicato un anno fa. Perchè, purtroppo, abbiamo la memoria corta e come ci siamo dimenticati che abbiamo a capo del primo partito Italiano ed alla segreteria del Governo gente che aveva giurato di lasciare la politica, si siamo dimenticati di porcate come questa…

 

Dal Blog di Beppe Grillo

Il Pd vota per l’invasione dell’olio tunisino e uccide il made in Italy

Oggi muore il Made in Italy. Con i voti favorevoli di Alessia Mosca (Pd), Goffredo Bettini (Pd) e dei gruppi Ppe, S&D e Alde la Commissione Commercio Internazionale del Parlamento europeo ha approvato l’importazione senza dazi di una quota annua di 35.000 tonnellate di olio d’oliva dalla Tunisia. Questa ulteriore quota si aggiunge alle 56.700 tonnellate annue già previste dall’accordo di associazione UE-Tunisia e sarà in vigore per due anni.

Un aumento del 40% di importazione di olio distruggerà la produzione olivicola pugliese, siciliana e non solo. È uno schema suicida per l’economia del Sud Europa, così come dimostrato dai precedenti accordi con il Marocco, che hanno contribuito a distruggere la produzione di arance nel Sud Italia e causato indirettamente tensioni sociali, come quelle vissute a Rosarno.

Dietro l’invasione dell’olio tunisino ci sono precisi interessi economici in gioco: l’obiettivo è quello di affossare i piccoli e medi produttori del Sud Italia, mentre ai grandi viene data la possibilità di comprare a prezzo stracciato l’olio extraeuropeo per poi spacciarlo Made in Italy, come in passato già dimostrato dalle inchieste della magistratura.

L’agricoltura italiana, ancora una volta, viene usata come merce di scambio per la politica internazionale. La Mogherini, che ha ideato il piano, conosce le conseguenze economico-sociali di questa politica iper-liberista?

L’Europa sta già facendo molto per il popolo tunisino. Nel 2011 anni ha stanziato nel programma di macro assistenza finanziaria ben 800 milioni di euro. Nel 2015 sono stati erogati 100 milioni di euro, una prima tranche di un prestito complessivo di 300 milioni. Perché adesso questa ulteriore apertura? Alcuni sospetti nascono dagli interessi economici dell’attuale primo ministro tunisino. Habib Essid è, infatti, uno dei maggiori produttori di olio del Paese e dal 2004 al 2010 è stato persino direttore esecutivo del Consiglio oleicolo internazionale. Con questa importazione senza dazi si vuole aiutare il popolo tunisino o gli affari dei suoi governanti?

Il MoVimento 5 Stelle si opporrà e difenderà con tutti i mezzi la produzione e l’eccellenza italiana, già a partire dalla prossima plenaria quando il testo verrà votato per l’approvazione definitiva. Il Pd può dire lo stesso?

Dal Web

L’ UE detassa l’olio tunisino e ne aumenta le importazioni.Così muore l’olio italiano…

La UE autorizza lo sbarco di olio tunisino esentasse in Italia, contribuendo a mettere in difficoltà produzione e commercio italiano del settore.

Questo provvedimento di “razzismo economico” andrà ad aiutare i tunisini e a penalizzare i produttori di olio  italiani abbandonati a se stessi, i quali già faticano a far rispettare il marchio Made in Italy in tutto il mondo. I produttori, giustamente, temono un abbassamento dei prezzi eccessivo, causato dall’arrivo massiccio di altro olio tunisino a basso costo, perchè detassato.

In questo modo non si ferma l’invasione dell’olio tunisino. Anzi, raddoppia. Già le importazioni dal Paese africano sono aumentate del 734% nel 2015, diventando il nostro terzo fornitore dopo la Spagna, dopo la sua detassazione questa invasione a che livello arriverà?

La cosa strana è che nel 2015  l’Italia si è confermata il principale importatore mondiale di olio d’oliva nonostante l’andamento positivo della produzione nazionale. Qualcosa non torna..

Produciamo uno dei migliori oli del mondo e allo stesso tempo siamo leader nell’importazione di olio farlocco. Ed ora, con la misura presa dal Parlamento Europeo di detassare l’olio tunisino, le importazioni sono destinate ad aumentare, e il VERO olio made in italy, sovrattassato e ivato, a soccombere.

Ma non finisce quì, sembra proprio che questo provvedimento dell’ UE di agevolare l’olio tunisino per aumentarne l’importazione, fosse stato preso proprio per mettere in difficoltà  l’Italia e non gli altri paesi dell’ unione. Infatti come riferisce ILGIORNALE.it :

<<OVVIAMENTE LA DECISIONE DELL’EUROPA AVRÀ LE CONSEGUENZE MAGGIORI PROPRIO IN ITALIA. È NOTO, INFATTI, CHE SIAMO TRA I MAGGIORI PRODUTTORI DI OLIO D’OLIVA DI QUALITÀ. E, SOPRATTUTTO, IL NUOVO OLIO TUNISINO “AGEVOLATO VA AD AGGIUNGERSI ALLE ATTUALI 56.700 TONNELLATE A DAZIO ZERO GIÀ PREVISTE DALL’ACCORDO DI ASSOCIAZIONE UE-TUNISIA, PORTANDO IL TOTALE DEGLI ARRIVI ANNUALE OLTRE QUOTA 90MILA TONNELLATE, PRATICAMENTE TUTTO L’IMPORT IN ITALIA DAL PAESE AFRICANO”. INSOMMA, L’EUROPA IMPORTERÀ 90MILA TONNELLATE DALLA TUNISIA. CHE GUARDA CASO, SONO PROPRIO LE TONNELLATE DI IMPORTAZIONE CHE FA L’ITALIA.>>

E’ abbastanza chiaro quindi che queste 90mila tonnellate di olio tunisino detassato e a basso costo arrivino tutte in Italia, a mettere i bastoni tra le ruote ai nostri produttori.

Una vera e propria strategia per condannare a morte l’olio italiano, che evita anche il boicottaggio di quello farlocco. Infatti,anche se i consumatori volessero, boicottare l’olio tunisino, si imbatterebbero in un’impresa ardua quasi impossibile.
Il problema è che troppo spesso non si capisce quando si sta per acquistare un olio “importato”. Il rischio concreto è il moltiplicarsi di vere e proprie frodi e inganni, con gli oli di oliva provenienti dall’estero che vengono spesso mescolati con quelli nazionali per acquisire, con le immagini in etichetta e sotto la copertura di marchi storici, magari ceduti all’estero, una parvenza di italianità da sfruttare sui mercati nazionali ed esteri, a danno dei produttori italiani e dei consumatori.

 

Il metanodotto Snam: il tracciato voluto dal Governo attraversa 55 Km di uliveti del Salento. 10.000 ulivi sulla sua strada… Ecco a che serve la Xylella !!

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Il metanodotto Snam: il tracciato voluto dal Governo attraversa 55 Km di uliveti del Salento. 10.000 ulivi sulla sua strada… Ecco a che serve la Xylella !!

 

DOSSIER – Tap, 10.000 ulivi sulla strada del gasdotto, è braccio di ferro Puglia-Governo…

di Giancarlo Navach

MELENDUGNO (Lecce) (Reuters) – Tutto quello che si vede è una guardia giurata, occhiali da sole e cappellino con visiera, che si aggira intorno ai 231 ulivi numerati che saranno “sacrificati” per consentire la realizzazione del gasdotto Tap, la parte terminale del corridoio meridionale del gas che attraverserà sei Paesi per approdare in Puglia.

Un progetto colossale, che prevede un investimento da 45 miliardi di dollari su tre gasdotti per un totale di 3.500 chilometri, ritenuto strategico dall’Europa perché diversifica gli approvvigionamenti di gas rispetto alla Russia e consente di fare del nostro Paese l’hub del gas, potendo contare su 10 miliardi di metri cubi l’anno, espandibili fino a 20 miliardi.

Il primo gas arriverà a inizio 2020 sotto la costa di San Foca, la spiaggia ‘Bandiera blu’ della marina di Melendugno, nel Salento, proveniente dai giacimenti dell’Arzebajan. Anche se, a poco più di tre anni dalla data di partenza del Trans Adriatic Pipeline, sul versante italiano, non c’è una traccia evidente dell’avvio dei lavori e aumentano i timori che l’opera non sia realizzata nei tempi previsti.

Ci sono difficoltà immediate, come le migliaia di ulivi da spostare, alcuni monumentali, parte integrante del paesaggio della Puglia. E poi c’è una guerra fatta a colpi di carte bollate, ricorsi, aule di tribunale.

Da una parte il governo guidato da Matteo Renzi e il consorzio Tap, dall’altra il governatore della Regione Puglia Michele Emiliano – non sempre in sintoria con il premier pur militando nello stesso partito, il Pd – che può contare sull’appoggio del comune di Melendugno, del comitato ‘No Tap’ e, più in generale, di buona parte della comunità locale, che non si sente tranquillizzata dalle rassicurazioni fornite da Tap sulla compatibilità dell’infrastruttura con il territorio.

Un motivo di preoccupazione per le numerose imprese coinvolte, come Snam, che è anche il socio italiano del consorzio con una quota del 20%, e Saipem, anche perché sull’altra sponda dall’Adriatico, in Albania e Grecia, le ruspe sono già al lavoro.

Il governo Renzi si sta giocando buona parte della propria credibilità sulla capacità di realizzare le grandi infrastrutture nel nostro Paese a due mesi dal referendum costituzionale che, in caso di vittoria del ‘sì’, rivedrà il titolo V della parte II della Costituzione, riducendo di fatto i poteri di veto delle Regioni e spuntando le ali ai localismi. “Non è detto che vinca il sì. Credo che tutte le Regioni italiane non siano contente di questa riforma perché temono di avere meno forza nei confronti del governo e di dovere subire cose che non si capiscono come questa del Tap”, dice Emiliano, intervistato da Reuters nella sede della Regione sul lungomare di Bari, lasciando intendere da che parte si schiererà nella campagna referendaria.

In una dichiarazione rilasciata per email, il ministro per lo Sviluppo Economico, Carlo Calenda, che ha di recente accusato la Regione Puglia di ostacolare la costruzione dell’infrastruttura a causa degli ulivi, dice che “se dovesse passare, il referendum assicurerà una più sensibile divisione di poteri, soprattutto nel settore dell’energia”.

Va subito al sodo il sindaco, Marco Potì: “Lei porterebbe sua figlia a costruire i castelli di sabbia sopra un gasdotto che ha una pressione di 145 bar? E che ne sarà della balneazione e della pesca in quel tratto di mare?”. Anche le opinioni raccolte nella piazza del paese sono contrarie all’opera: “Temiamo che possa penalizzare la vocazione turistica della città e quindi che la gente non venga più qui”, dice l’edicolante. Secondo il signor Pantaleo, 72 anni, pensionato, “il paese è diviso, ma la maggioranza non lo vuole il gasdotto”.

Il consorzio Tap – di cui fanno parte anche BP, Socar, Fluxys, Enagas e Axpo – ha ufficialmente aperto il cantiere nelle campagne di Melendugno lo scorso 16 maggio, come richiesto dall’autorizzazione unica concessa dal governo, con l’avvio di alcune indagini archeologiche. La data è importante anche perché è la condizione posta dalla Ue, con termine dei lavori dopo quattro anni, affinché il gasdotto non sia aperto a terzi e, quindi, garantisca una remunerazione certa al consorzio.

In realtà, tutto quello che si vedeva quando Reuters ha visitato il sito poco più di una settimana fa erano alcune reti arancioni, peraltro senza alcuna scritta con riferimento ai lavori, e una guardia privata che presidia giorno e notte i primi 231 ulivi numerati che dovranno essere espiantati per consentire l’avvio dei lavori. Una cautela in più da parte di Tap, vista la contrarietà dei cittadini. Da ieri, inoltre, sulla spiaggia Tap ha avviato un sondaggio geologico.

Ma tanto basta per fare dire a Emiliano che di fatto i lavori non sono ancora partiti e che l’autorizzazione è scaduta.

“Il governo non intende parlare con la Regione Puglia. Per questo abbiamo chiesto la revoca in autotutela della autorizzazione e speriamo di non dover ricorrere alla Corte Costituzionale. Abiamo messo un termine, 30 giorni. Chiediamo che si ricominci tutto daccapo perché, non essendo mai stati interrogati per dare il via libera all’intesa, riteniamo siano state lese le nostre attribuzioni costituzionali in sede di redazione del progetto”, spiega senza mezzi termini il governatore della Puglia, che fa riferimento a una recente sentenza della Corte Costituzionale, la 110 del 2016, in tema di energia.

In questi terreni a circa 700 metri dalla spiaggia – dove i lavori dovevano essere già iniziati – è previsto lo scavo per realizzare il microtunnel in cemento armato dell’approdo (lungo 1,5 chilometri) a una profondità di una decina di metri che sbucherà poi in mare a circa 800 metri dalla costa. La realizzazione dell’opera insieme al tratto offshore sotto il Mar Adriatico è stata affidata alla Saipem.

Una volta realizzato il microtunnel partirà il gasdotto per 8,2 km di tracciato che raggiungerà il terminale di ricezione, alla periferia di Melendugno. Per costruirlo dovranno essere espiantati e successivamente ricollocati altri 1.900 ulivi. Infine, per allacciare l’infrastruttura alla rete nazionale, occorre estendere il gasdotto di altri 55 km fino a Mesagne (Brindisi) dove parte poi la dorsale del gas della Snam, con ulteriore spostamento di altri 8.000 ulivi.

Fino al 31 ottobre, però, gli ulivi non si possono spostare perché in stato vegetativo e potrebbero non sopravvivere a un reimpianto. Se ne riparlerà dal prossimo primo novembre. E ci vuole cautela a causa della Xilella, il batterio che sta colpendo migliaia di ulivi del Salento. “Per affrontare questa malattia i primi provvedimenti prevedevano l’abbattimento, le persone hanno manifestato, arrampicandosi sugli alberi, e il piano fu interrotto. Lo stesso si immagina possa succedere con il gasdotto”, rimarca il sindaco di Melendugno.

REGIONE: APPRODO BRINDISI EVITA 55 KM DI ALTRI LAVORI

“Se il Tap arriva a Brindisi, invece che a Melendugno, si attacca immediatamente alla dorsale Snam e va in esercizio”, sostiene Emiliano. “Con l’approdo a Melendugno, invece, bisogna costruire un gasdotto di 55 km, e lo deve costruire la Snam, del tutto superlfluo dal punto di vista funzionale”, aggiunge il governatore che mette in guardia anche dai possibili rischi di infltrazione della criminalità organizzata su questi lavori.

Interpellato al telefono da Reuters, il sindaco di Brindisi, Angela Carluccio, respinge al mittente la proposta di Emiliano: “Non comprendiamo la caparbietà della Regione che vuole cambiare il percorso e creare un canale che passa dal mare con tutto quello che comporterebbe per Brindisi, città che ha già pagato tanto in termini ambientali”.

Questa ipotesi è stata, comunque, scartata da Tap perché ritenuta difficile da realizzare, con diverse ricadute ambientali e, comunque, non è stata presa in considerazione dal ministero allo Sviluppo economico che il 20 maggio 2015 ha concesso l’autorizzazione unica alla costruzione dell’opera. Data di inizio dei cantieri, appunto, il 16 maggio scorso. Al consorzio Tap è stato poi chiesto di ottemperare a 66 prescrizioni che, a sentire il sindaco di Melendugno, non sono mai state rispettate: “Ci sono la questione degli ulivi, i muretti a secco, la fattibilità del microtunnel. A tutt’oggi non c’è un piano esecutivo e non sappiamo se sia fattibile dal punto di vista idrogeologico”.

Così il country manager di Tap Italia, Michele Elia, risponde alle perplessità sollevate: “Stiamo lavorando in costante confronto con i tecnici del ministero dell’Ambiente per addivenire a un disegno del microtunnel (il progetto esecutivo, appunto) che soddisfi i criteri del decreto e la legislazione ambientale”.

In questa fase, tuttavia, la prescrizione più importante è la A44 che riguarda il ripristino ambientale, una volta chiusi i cantieri. La Regione ha dato un via libera parziale, che di fatto non consente l’espianto degli alberi. Tap si è rivolta direttamente al ministero dell’Ambiente. Dice il country manager di Tap Italia, Elia “i ministeri competenti hanno fornito alla Regione i chiarimenti richiesti nella ‘parziale approvazione’ del progetto esecutivo dei ripristini ambientali presentato da Tap; siamo pertanto fiduciosi che, in tempi brevi si prenderà atto che la prescrizione A44 è stata ottemperata”.

Nessun timore quindi di ulteriori rinvii: “Ove quest’approvazione ritardasse, avremmo solo un restringimento della finestra temporale per lo spostamento degli ulivi (1 novembre–30 aprile), non certo uno stop al progetto, che al momento nessun atto o provvedimento blocca”.

Ma il governatore della Puglia avverte: “Per come si stanno mettendo le cose, succederà un cataclisma. La nostra proposta, invece, diminuisce il rischio di non realizzazione dell’opera, risolve i problemi tecnici e crea il consenso delle popolazioni. Siamo pronti a sottoscrivere un’intesa su questo progetto in due minuti”.

LE COMPENSAZIONI DI TAP, “NO GRAZIE”, DICE IL SINDACO

Possibile che l’arrivo di un’infrastruttura di questo tipo non sia percepita nel Salento come un’occasione di sviluppo? Tap è disposta a investire circa 3 milioni di euro l’anno per i quattro anni dei lavori più l’assunzione di 30-35 persone. A queste va aggiunto il pagamento delle tasse locali, quantificate in circa 500.000 euro l’anno. Non proprio una mancia per un comune così piccolo che non raggiunge i 10.000 abitanti. “C’è un impatto di immagine del luogo che non può essere cancellato da alcuna compensazione. Hanno proposto soldi per l’erosione costiera, soldi per le associazioni. Non servono a compensare un danno che è per sempre”, dice il sindaco.

Secondo il governatore della Puglia questa può essere l’occasione per portare avanti il progetto di decarbonizzazione dell’Ilva di Taranto. “Visto che potrebbero arrivare più di 20 miliardi di gas l’anno grazie a Tap e, forse anche a un altro gasdotto il Poseidon con approdo a Otranto, si potrebbe chiedere a questi due consorzi di mettere a disposizione 2,95 miliardi di metri cubi di gas l’anno a prezzi compatibili con quelli in vigore per il carbone in modo da sostituirlo, avendo un vantaggio ambientale enorme, con l’azzeramento dell’inquinamento a Taranto”.

Ha collaborato Steve Jewkes

Sul sito www.reuters.it altre notizie Reuters in italiano. Le top news anche su www.twitter.com/reuters_italia

fonte: http://it.reuters.com/article/topNews/idITKCN1240IY

Ma veramente pensate di comprare Olio extravergine d’oliva a 3 Euro e mezzo a bottiglia? Poveri illusi, a questo prezzo chissà quale porcheria ci vendono!

Olio extravergine

 

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Ma veramente pensate di comprare Olio extravergine d’oliva a 3 Euro e mezzo a bottiglia? Poveri illusi, a questo prezzo chissà quale porcheria ci vendono!

 

 

Olio d’oliva extra vergine a 3 Euro e mezzo a bottiglia: a questo prezzo chissà che cosa ci vendono!

Quest’anno l’annata in Italia è stata pessima. La produzione di olive è crollata. Morale: un litro di olio d’oliva a ‘bocca di frantoio’ non può costare meno di 7-8 Euro al litro. Se pubblicizzano la vendita di olio d’oliva extra vergine a 3 Euro e mezzo circa dovete stare molto attenti: Iddio solo sa cosa ci può essere nelle bottiglie. Ricordatevi che il Parlamento Europeo, quest’anno, ha autorizzato l’arrivo in Europa di 90 mila tonnellate di olio d’oliva tunisino… Strana coincidenza, no?

In tante città siciliane (ma qualcosa ci dice che è così anche nel resto d’Italia) campeggia una pubblicità a caratteri cubitali:

Olio d’oliva extra vergine a 3 Euro e mezzo circa”.

Vi risparmiamo il nome dell’azienda che offre questo ‘prodotto di qualità’ (un noto marchio nazionale) e il nome della catena di supermercati che lo vende. Con questo articolo vogliamo fare riflettere i nostri lettori che sono anche consumatori.

Cominciamo con la domanda brutale: da dove arriva questo olio d’oliva extra vergine?

In prima battuta, diciamo subito che non può essere un olio extravergine italiano di quest’anno. Per un motivo molto semplice: perché il 2016 verrà ricordato come un’annata nera per l’olivicoltura del nostro paese, compresa quella da olio.

Il clima non è stato clemente per questa coltura. E nemmeno alcune patologie hanno dato tregua, con riferimento, soprattutto, alla ‘Lebbra dell’olivo’, una malattia che crea problemi nelle annate caratterizzate da un’elevata piovosità, da umidità e da temperature miti (come potete leggere qui).

La riduzione della produzione di olive, quest’anno, è stata drastica. In alcune zone della Sicilia le perdite hanno superato il 50-60% della produzione.

In conseguenza della riduzione dell’offerta il prezzo dell’olio d’oliva extra vergine a ‘bocca di frantoio’ (acquistato, cioè, presso i frantoi) è schizzato all’insù: dai 4 Euro al chilo (quasi un litro) dello scorso anno è passato a 7-8 Euro al litro (più 8 Euro che 7).

Ciò significa che, se imbottigliato, dovrebbe costare almeno 8,5-9 Euro a bottiglia.

Abbiamo così appurato che l’extra vergine da 3 Euro e mezzo circa promosso a caratteri cubitali non può essere olio di oliva italiano di quest’anno.

Sarà un olio d’oliva extra vergine italiano dello scorso anno? A parte il fatto che l’olio extra vergine che ha oltre un anno di vita non è proprio un prodotto di alta qualità. Anzi. Come abbiamo già accennato, lo scorso anno, nel nostro Paese, l’olio extra vergine, a ‘bocca di frantoio’, si acquistava a 4 Euro al chilo. Ciò significa che, imbottigliato, l’olio extra vergine italiano dello scorso anno non può costare meno di 5 Euro a bottiglia. Magari 4 Euro e mezzo: ma 3 Euro e mezzo circa a bottiglia, no: non può essere un extra vergine di alta qualità: assolutamente no!

Detto questo, non possiamo nascondere ai nostri lettori che, guarda caso, nei mesi scorsi – quasi ad anticipare la cattiva annata (ma noi non crediamo che la scienza riesca a modificare il clima…) – il Parlamento Europeo ha autorizzato l’arrivo, in Europa, di 90 mila tonnellate di olio d’oliva tunisino!

Per carità: nulla contro la Tunisia. Ci sono solo alcuni problemi che è bene che i consumatori conoscano.

Intanto non abbiamo ancora visto olio d’oliva o olio d’oliva extra vergine (si tratta di due qualità di olio d’oliva diverse: il primo contiene un po’ di acidità, il secondo – l’extra vergine – deve avere un tasso di acidità inferiore all’1% espressa in acido oleico) con il marchio dove si spiega che arriva dalla Tunisia.

Visto il grande quantitativo la promozione dovrebbe essere martellante. Invece, chissà perché, è come se l’olio d’oliva tunisino non fosse tra noi. Come mai?

Guarda caso – come già sottolineato – la bassa produzione di extra vergine di quest’anno, in Italia, sta coincidendo con “l’invasione” di olio d’oliva tunisino. Una combinazione quasi ‘magica’.

Cosa vogliamo dire? Che non possiamo escludere che olio d’oliva tunisino venga venduto come olio d’oliva extra vergine italiano. In pratica, un raggiro ai danni dei consumatori.

Un raggiro conveniente: un chilo di olio d’oliva tunisino costa circa un Euro. Non c’è bisogno di essere maghi dell’imprenditoria per capire che i margini di guadagno, per chi sta ‘pilotando’ tale ‘operazione’, sono cospicui.

Un raggiro pericoloso: in Italia i trattamenti contro vari agenti patogeni dell’olivo non mancano: ma sono contenuti e fatti con oculatezza. E con prodotti chimici non estremamente tossici.

Che pesticidi utilizzano in Tunisia? Ci piacerebbe saperlo. Ci piacerebbe sapere, ad esempio, se anche in Tunisia sono stati banditi i cloroderivati: pesticidi dannosi per la salute umana, che l’Italia ha bandito dalla farmacopea agricola tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 del secolo passato.

Una precisazione anche per i ‘marxisti della domenica’ – che sono anche terzomondisti – che difendono i tunisini e che magari accusano di razzismo chi manifesta dubbi sui prodotti che arrivano dall’Africa.

Sull’olio tunisino ha parlato Ettore Pottino, presidente di Confagricoltura della Sicilia in un’intervista rilasciata a La Sicilia di Catania:

“In questi ultimi anni di delocalizzazione dell’agricoltura imprenditori siciliani, italiani, tedeschi, spagnoli ed europei in generale hanno spostato i loro interessi dove il denaro viene remunerato di più. Hanno fatto incetta di seminativi in Romania per beneficiare dei contributi della PAC, di agrumeti in Marocco per importare arance facendole passare per spagnole e, manco a dirlo, hanno comprato tutti gli oliveti tunisini usufruendo dello sgravio fiscale totale per dieci anni. Qui hanno investito rendendo innovativi gli impianti e, grazie alla manodopera a costo bassissimo e alla possibilità di impiegare fitofarmaci proibiti in Europa, invadono i nostri mercati di olio a 2-3  euro al chilo. Dunque, la Mogherini e l’UE non daranno questo aiuto al popolo tunisino, non sosterranno la democrazia di quel Paese, ma i nostri imprenditori e quelli italiani e tedeschi che, senza pagare tasse, miscelano legalmente il loro olio tunisino con quello siciliano o italiano, o lo vendono con etichetta tunisina nei supermercati a prezzi low cost. Il nostro olio non può competere e viene svenduto o non viene acquistato”.

Che dire, in conclusione? Solo una precisazione.

Quest’anno – piaccia o no alla grande distribuzione organizzata – l’olio d’oliva extra vergine italiano imbottigliato non può costare meno di 8-9 Euro per ogni bottiglia di un litro-chilo.

Il resto sono chiacchiere.

Foto tratta da insiemeperlaterra.it

articolo di I Nuovi Vespri

 

L’art 9 della Costituzione: “Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione” …ma il Pd se ne fotte della Costituzione se deve fare un favore alle Multinazionali. E gli Ulivi Millenari della Puglia li abbatte lo stesso per far spazio al metanodotto!!

Costituzione

 

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L’art 9 della Costituzione: “Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione” …ma il Pd se ne fotte della Costituzione se deve fare un favore alle Multinazionali. E gli Ulivi Millenari della Puglia li abbatte lo stesso per far spazio al metanodotto!!

 

Gli olivi monumentali, una passeggiata nella storia d’Italia

Dalla Puglia alla Calabria, dalla Sardegna alla Toscana, dal Garda all’Umbria. Vi sono innumerevoli esempi di olivi monumentali, spettatori della storia d’Italia. Immergersi in questo percorso virtuale è ripercorrere la nostra storia e creare una via dell’olio extra vergine d’oliva unica nel suo genere, ricordando l’articolo 9 della Costituzione

 

Che cosa definisce il carattere di monumentalità di una pianta di olivo? Una lucida definizione si estrae dalla legge regionale del 2007 sulla “Tutela e Valorizzazione del paesaggio degli Ulivi della Puglia”. Essa spiega il carattere di monumentalità quando la pianta gode un’età plurisecolare. In particolare, l’art.2 della legge, lo trae dalle misure del tronco, che deve avere un diametro uguale o superiore a un metro, misurato all’altezza di un metro e trenta dal suolo.

Dopo sei anni, per la prima volta in Italia, la tutela degli alberi monumentali è stata regolata con la legge n. 10 del 14 gennaio 2013. Attraverso tali norme, i comuni dovranno censirli, documentarli e chi ne provoca l’abbattimento, potrebbe essere sanzionato.

Quando un tronco è per così dire “frammentato” il diametro che lo definisce, è quello d’insieme, ricavato dalla ricomposizione della forma teorica del tronco intero. Il carattere monumentale oltre ad essere un principio è anche una funzione definita da spazio e tempo anche se spesso l’irregolarità di un tronco d’ulivo, non restituisce con esattezza tutte le grandezze riguardanti la sua età, il suo sviluppo, l’incidenza della sua chioma, la sua origine.

L’ulivo è ancora il grande testimone del popolo Mediterraneo. Ogni ulivo si porta dentro, dai tempi del mito di Atena, i profili dei suoi migliaia di custodi. Con esso si ritorna a cercare quel vasto tempio perduto che, probabilmente, avremmo da sempre tenuto innanzi, senza che mai ce ne accorgessimo. “Se riesci a scorgere un solo profilo su queste piante, è troppo poco”, ti dicono i vecchi saggi.

La legge attribuisce il carattere di monumentalità a quegli uliveti che presentano una percentuale minima del 60 per cento di piante monumentali all’interno dell’unità colturale, individuata nella relativa particella catastale.

Si applica questa definizione quando la misura di riferimento del tronco è inferiore alle attese e non si vuol tralasciare il suo valore antropologico o quando è citato o rappresentato in documenti, in rappresentazioni iconiche e storiche.

L’accredito di questo valore si aggiunge alla forma dell’albero analizzata tra gli articoli della legge. La forma teorica dell’olivo monumentale s’interpone tra spirali, alveoli, cavità e portamenti. Attraverso quei contorni puoi riconoscerne un’espressione, una faccia, una danza o una piacevole presenza. È in questo momento che l’insieme di quelle presenze si traducono in paesaggi mozzafiato o surreali, in emozioni, in aspetti di vita rurale o in azioni di tutela.

A quella commissione nominata ad hoc che decide la monumentalità del singolo albero o della sua piana se ne dovrebbe affiancare una di esperti d’arte per definire, all’unisono, quel limite spaziale ed estetico che narra il valore della scultura. Ci vuole davvero poco.

Allora, il solenne ulivo diventerebbe a tutti gli effetti, un bene d’interesse storico-artistico, architettonico, archeologico riconosciuto ai sensi del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali, ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137).

Una regione come il Salento, con migliaia di alberi plurisecolari, di respiro messapico, dovrebbe essere rivalutata o meglio dettagliata. Quei monumenti sono una evidente dichiarazione d’amore per l’umanità oltre che una ricchezza culturale. Una riflessione che rilanciai qualche anno fa ma mai presa in considerazione. Si riparte da zero e altre occasioni si ripresenteranno per ripensare a questo intento. Ogni territorio che ama queste piante può fare la sua parte. Ogni buon governo, dovrebbe percepire questa dimensione ecologica, con lo stesso stupore con cui si ammira un capolavoro e decidere poi di riporre tale patrimonio, tra quelli dell’umanità.

C’è un valore simbolico, etico e ambientale in un ulivo plurisecolare. A questo proposito non scordiamo che l’Italia con l’art 9 della Costituzione “Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione” lo Stato italiano demanda alle Regioni la tutela e la selezione delle aree protette, tra cui i monumenti naturali, tra i quali, si spera, quegli ulivi ritrovati in ogni meridiano del nostro territorio.

Molti di loro sono nel Salento, terra magno – greca, scavata da frantoi ipogei e origine messapica.
Ritroviamo a ridosso di monasteri e menhir alberi millenari che è quasi impossibile nominarli. Sono migliaia. Per essi si dice che il passaggio attraverso le grandi cavità dei loro tronchi, sia di buon auspicio. Per le genti, questo rito sarebbe servito, un tempo, per allontanare gli spiriti indesiderati e chi avrebbe dimostrato ostilità nei confronti di tali generose piante. Quelli della piana del misterioso Masso della Vecchia a Giurdignano nei dintorni di Otranto avrebbero una sacralità e un’energia indefinibile. Le vibrazioni intorno alle pietre fitte sparse in questo territorio ti conducono a Strudà, frazione di Vernole dove trovi i patriarchi che hanno incantato la moglie di Obama, quali l’ulivo Regina, Lu Barone e la Baronessa, varietà Ogliarola, circonferenze di 15 metri ed età di oltre 1500 anni.
Non poco distante trovi a Borgagne, Lu Matusalemme, il più vecchio d’Italia; a Scorrano l’ulivo Patriarca, a Felline di Alliste, Lu Gigante, a Specchia, a Casarano l’ulivo Lu Re, a Trepuzzi l’ulivo Lumaca.
A Nardo in località Sarparea, ne trovi degli altri che ricordano sicuramente i bivacchi dei cavalieri templari prima di salpare per la terra Santa da Otranto o da Brindisi. Nel Salento li trovi sparsi come guardiani, nel territorio dell’Arneo, luoghi di lotte contadine del dopoguerra, con i suoi Giganti; ancora, in località Zanzara- Monteruga, i tronchi spiralati, imitano i moti della Terra. L’olio estratto da questi ulivi, attraverso la via romana Sallentina che collegava il Capo di Leuca con Taranto era destinato, passando per il Porto di Gallipoli, alle città del nord dell’Europa.
Un altro sito importante di ulivi millenari si trova in località Monacelli, vicino all’Abbazia di Cerrate, ai confini con il brindisino, dove si dice, siano stati ingentiliti dai monaci di San Basilio già nel XII secolo. Sono monumenti tra luoghi energetici ricchi di storie e aneddoti per ogni comunità.

Sempre in Puglia, meritano menzione i millenari della piana degli ulivi secolari, nel territorio che comprende quelli di Carovigno, Ostuni, Fasano e Monopoli. La piana è attraversata dalla via Traiana, quella che da Roma giungeva a Brindisi, riferimento commerciale per l’oriente dell’olio d’oliva. Tra essi quelli ubicati in località Brancati di Ostuni, l’ulivo Capanna di circa 3000 anni e oltre 10 metri di circonferenza. A Ginosa l’Ulivo Pensante e poi altri a Manduria, Oria, Ceglie Messapica.
A Corato, in provincia di Bari, è mappato un ulivo secolare di circa 600 anni. Vi è grande certezza che esso fosse uno dei progenitori della varietà coratina. La pianta, che si trova in proprietà privata, è stata rilanciata recentemente per essere annoverata insieme agli altri alberi pugliesi come patrimonio dell’Unesco. Anche nel parco del Gargano ne trovi circa 300 monumentali.

Nel Lazio l’ulivo di Palombara Sabina si trova nei dintorni di un convento del quattrocento dedicato a San Francesco e a pochi metri dallo scavo archeologico di sito romano. Ha un’età stimata intorno ai 3000 anni e una circonferenza superiore ai 12 metri. I cittadini che lo chiamano U l’ivo, tramite associazioni di volontari, è stato recuperato e valorizzato per farne attrazione turistica. Un altro riscontrato nel Lazio è quello di Tivoli con circa 15 metri di circonferenza a petto d’uomo.

A Luras, in località San Nicola nel cuore della Gallura della Sardegna si trova l’ulivo più grande d’Europa, il S’ozzastru tra i 3000 e i 4000 anni di età. È un olivastro, selvatico, di 14 metri d’altezza per circa 12 metri di circonferenza. Nel 1991 è stato dichiarato come Monumento Nazionale.
Sempre in Sardegna, un altro olivastro il Sa Tanca Manna si riscontra a Cugliersi in provincia di Oristano, quello di Santa Maria Navarrese, sulla costa di Baunei, nella provincia dell’ogliastra, la cui chioma spinge sui 10 metri di altezza.
Ancor più meraviglioso è il parco degli ulivi di “S’Ortu Mannu, a Villamassargia. Qui insiste il Sa Reina un ulivo di circa 800 anni e una circonferenza superiore ai 15 metri.

Nel cosentino, a pochi passi dal centro storico del comune di Sangineto, si possono ammirare un gruppo di ulivi secolari. Molti di essi hanno dimensioni davvero ragguardevoli. Alcuni di essi sono stati stimati per un’età di oltre 2000 anni e circonferenze aggirarsi intorno ai 20 metri al pedale. Molti ulivi monumentali in Calabria sono distribuiti sulla Piana di Gioia Tauro. Il Dasa a Vibo Valentia, Il Rossano e Il Gattuzzo in provincia di Cosenza.

Anche nel Veneto la presenza di alberi monumentali è considerevole. Sono alberi con età stimata intorno ai 350 anni con circa 8 metri di circonferenza come il Guarenti a comune di Garda e il Villa Are sulla collina delle Torricelle in provincia di Verona.

L’Olivo della Strega si trova in provincia di Grosseto, a Magliano, all’interno del giardino della chiesa della Santissima Annunziata. Secondo alcuni è vecchio di 3500 anni e il suo tronco ha una circonferenza alla base di nove metri. Nella stessa provincia, l’ulivo Fibbianello che incanta per la sua altezza di oltre 20 metri. Nel lucchese, insistono l’ulivo Impollinatore e quello dei Trenta Zoccoli, forse meno alti rispetto al precedente ma pur sempre dei bellissimi millenari.

Tra i millenari umbri troviamo il Macciano e il Sant’emiliano. Il primo si trova nelle vicinanze di Giano dell’Umbria e il secondo in località Bovara nell’agro di Trevi di Perugia.

In Sicilia è annoverato l’Olivo dei Templi, nell’omonima valle ad Agrigento, nei pressi del Tempio della Concordia.

L’ulivo millenario è una dimensione ecologica su cui l’osservatore non può che stupirsi e relazionare il proprio stato emotivo con il territorio. Ogni residente ha il suo esclusivo ulivo di riferimento, ne quota il suo valore simbolico ed etico, si ricarica dalla vitalità della sua linfa e si rende portavoce di un importante messaggio. Tutti sanno che senza quell’ulivo che restituisce storia, dignità e cultura, qualsiasi popolo perderebbe la sua identità.

di Mimmo Ciccarese

tratto da: http://www.teatronaturale.it/racconti/quo-vadis/22884-gli-olivi-monumentali-una-passeggiata-nella-storia-d-italia.htm

Per rinfrescarVi la memoria – Il metanodotto Snam: il tracciato voluto dal Governo attraversa 55 Km di uliveti del Salento. 10.000 ulivi sulla sua strada… Ecco a che serve la Xylella !!

metanodotto Snam

 

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Per rinfrescarVi la memoria – Il metanodotto Snam: il tracciato voluto dal Governo attraversa 55 Km di uliveti del Salento. 10.000 ulivi sulla sua strada… Ecco a che serve la Xylella !!

 

DOSSIER – Tap, 10.000 ulivi sulla strada del gasdotto, è braccio di ferro Puglia-Governo…

di Giancarlo Navach

MELENDUGNO (Lecce) (Reuters) – Tutto quello che si vede è una guardia giurata, occhiali da sole e cappellino con visiera, che si aggira intorno ai 231 ulivi numerati che saranno “sacrificati” per consentire la realizzazione del gasdotto Tap, la parte terminale del corridoio meridionale del gas che attraverserà sei Paesi per approdare in Puglia.

Un progetto colossale, che prevede un investimento da 45 miliardi di dollari su tre gasdotti per un totale di 3.500 chilometri, ritenuto strategico dall’Europa perché diversifica gli approvvigionamenti di gas rispetto alla Russia e consente di fare del nostro Paese l’hub del gas, potendo contare su 10 miliardi di metri cubi l’anno, espandibili fino a 20 miliardi.

Il primo gas arriverà a inizio 2020 sotto la costa di San Foca, la spiaggia ‘Bandiera blu’ della marina di Melendugno, nel Salento, proveniente dai giacimenti dell’Arzebajan. Anche se, a poco più di tre anni dalla data di partenza del Trans Adriatic Pipeline, sul versante italiano, non c’è una traccia evidente dell’avvio dei lavori e aumentano i timori che l’opera non sia realizzata nei tempi previsti.

Ci sono difficoltà immediate, come le migliaia di ulivi da spostare, alcuni monumentali, parte integrante del paesaggio della Puglia. E poi c’è una guerra fatta a colpi di carte bollate, ricorsi, aule di tribunale.

Da una parte il governo guidato da Matteo Renzi e il consorzio Tap, dall’altra il governatore della Regione Puglia Michele Emiliano – non sempre in sintoria con il premier pur militando nello stesso partito, il Pd – che può contare sull’appoggio del comune di Melendugno, del comitato ‘No Tap’ e, più in generale, di buona parte della comunità locale, che non si sente tranquillizzata dalle rassicurazioni fornite da Tap sulla compatibilità dell’infrastruttura con il territorio.

Un motivo di preoccupazione per le numerose imprese coinvolte, come Snam, che è anche il socio italiano del consorzio con una quota del 20%, e Saipem, anche perché sull’altra sponda dall’Adriatico, in Albania e Grecia, le ruspe sono già al lavoro.

Il governo Renzi si sta giocando buona parte della propria credibilità sulla capacità di realizzare le grandi infrastrutture nel nostro Paese a due mesi dal referendum costituzionale che, in caso di vittoria del ‘sì’, rivedrà il titolo V della parte II della Costituzione, riducendo di fatto i poteri di veto delle Regioni e spuntando le ali ai localismi. “Non è detto che vinca il sì. Credo che tutte le Regioni italiane non siano contente di questa riforma perché temono di avere meno forza nei confronti del governo e di dovere subire cose che non si capiscono come questa del Tap”, dice Emiliano, intervistato da Reuters nella sede della Regione sul lungomare di Bari, lasciando intendere da che parte si schiererà nella campagna referendaria.

In una dichiarazione rilasciata per email, il ministro per lo Sviluppo Economico, Carlo Calenda, che ha di recente accusato la Regione Puglia di ostacolare la costruzione dell’infrastruttura a causa degli ulivi, dice che “se dovesse passare, il referendum assicurerà una più sensibile divisione di poteri, soprattutto nel settore dell’energia”.

Va subito al sodo il sindaco, Marco Potì: “Lei porterebbe sua figlia a costruire i castelli di sabbia sopra un gasdotto che ha una pressione di 145 bar? E che ne sarà della balneazione e della pesca in quel tratto di mare?”. Anche le opinioni raccolte nella piazza del paese sono contrarie all’opera: “Temiamo che possa penalizzare la vocazione turistica della città e quindi che la gente non venga più qui”, dice l’edicolante. Secondo il signor Pantaleo, 72 anni, pensionato, “il paese è diviso, ma la maggioranza non lo vuole il gasdotto”.

Il consorzio Tap – di cui fanno parte anche BP, Socar, Fluxys, Enagas e Axpo – ha ufficialmente aperto il cantiere nelle campagne di Melendugno lo scorso 16 maggio, come richiesto dall’autorizzazione unica concessa dal governo, con l’avvio di alcune indagini archeologiche. La data è importante anche perché è la condizione posta dalla Ue, con termine dei lavori dopo quattro anni, affinché il gasdotto non sia aperto a terzi e, quindi, garantisca una remunerazione certa al consorzio.

In realtà, tutto quello che si vedeva quando Reuters ha visitato il sito poco più di una settimana fa erano alcune reti arancioni, peraltro senza alcuna scritta con riferimento ai lavori, e una guardia privata che presidia giorno e notte i primi 231 ulivi numerati che dovranno essere espiantati per consentire l’avvio dei lavori. Una cautela in più da parte di Tap, vista la contrarietà dei cittadini. Da ieri, inoltre, sulla spiaggia Tap ha avviato un sondaggio geologico.

Ma tanto basta per fare dire a Emiliano che di fatto i lavori non sono ancora partiti e che l’autorizzazione è scaduta.

“Il governo non intende parlare con la Regione Puglia. Per questo abbiamo chiesto la revoca in autotutela della autorizzazione e speriamo di non dover ricorrere alla Corte Costituzionale. Abiamo messo un termine, 30 giorni. Chiediamo che si ricominci tutto daccapo perché, non essendo mai stati interrogati per dare il via libera all’intesa, riteniamo siano state lese le nostre attribuzioni costituzionali in sede di redazione del progetto”, spiega senza mezzi termini il governatore della Puglia, che fa riferimento a una recente sentenza della Corte Costituzionale, la 110 del 2016, in tema di energia.

In questi terreni a circa 700 metri dalla spiaggia – dove i lavori dovevano essere già iniziati – è previsto lo scavo per realizzare il microtunnel in cemento armato dell’approdo (lungo 1,5 chilometri) a una profondità di una decina di metri che sbucherà poi in mare a circa 800 metri dalla costa. La realizzazione dell’opera insieme al tratto offshore sotto il Mar Adriatico è stata affidata alla Saipem.

Una volta realizzato il microtunnel partirà il gasdotto per 8,2 km di tracciato che raggiungerà il terminale di ricezione, alla periferia di Melendugno. Per costruirlo dovranno essere espiantati e successivamente ricollocati altri 1.900 ulivi. Infine, per allacciare l’infrastruttura alla rete nazionale, occorre estendere il gasdotto di altri 55 km fino a Mesagne (Brindisi) dove parte poi la dorsale del gas della Snam, con ulteriore spostamento di altri 8.000 ulivi.

Fino al 31 ottobre, però, gli ulivi non si possono spostare perché in stato vegetativo e potrebbero non sopravvivere a un reimpianto. Se ne riparlerà dal prossimo primo novembre. E ci vuole cautela a causa della Xilella, il batterio che sta colpendo migliaia di ulivi del Salento. “Per affrontare questa malattia i primi provvedimenti prevedevano l’abbattimento, le persone hanno manifestato, arrampicandosi sugli alberi, e il piano fu interrotto. Lo stesso si immagina possa succedere con il gasdotto”, rimarca il sindaco di Melendugno.

REGIONE: APPRODO BRINDISI EVITA 55 KM DI ALTRI LAVORI

“Se il Tap arriva a Brindisi, invece che a Melendugno, si attacca immediatamente alla dorsale Snam e va in esercizio”, sostiene Emiliano. “Con l’approdo a Melendugno, invece, bisogna costruire un gasdotto di 55 km, e lo deve costruire la Snam, del tutto superlfluo dal punto di vista funzionale”, aggiunge il governatore che mette in guardia anche dai possibili rischi di infltrazione della criminalità organizzata su questi lavori.

Interpellato al telefono da Reuters, il sindaco di Brindisi, Angela Carluccio, respinge al mittente la proposta di Emiliano: “Non comprendiamo la caparbietà della Regione che vuole cambiare il percorso e creare un canale che passa dal mare con tutto quello che comporterebbe per Brindisi, città che ha già pagato tanto in termini ambientali”.

Questa ipotesi è stata, comunque, scartata da Tap perché ritenuta difficile da realizzare, con diverse ricadute ambientali e, comunque, non è stata presa in considerazione dal ministero allo Sviluppo economico che il 20 maggio 2015 ha concesso l’autorizzazione unica alla costruzione dell’opera. Data di inizio dei cantieri, appunto, il 16 maggio scorso. Al consorzio Tap è stato poi chiesto di ottemperare a 66 prescrizioni che, a sentire il sindaco di Melendugno, non sono mai state rispettate: “Ci sono la questione degli ulivi, i muretti a secco, la fattibilità del microtunnel. A tutt’oggi non c’è un piano esecutivo e non sappiamo se sia fattibile dal punto di vista idrogeologico”.

Così il country manager di Tap Italia, Michele Elia, risponde alle perplessità sollevate: “Stiamo lavorando in costante confronto con i tecnici del ministero dell’Ambiente per addivenire a un disegno del microtunnel (il progetto esecutivo, appunto) che soddisfi i criteri del decreto e la legislazione ambientale”.

In questa fase, tuttavia, la prescrizione più importante è la A44 che riguarda il ripristino ambientale, una volta chiusi i cantieri. La Regione ha dato un via libera parziale, che di fatto non consente l’espianto degli alberi. Tap si è rivolta direttamente al ministero dell’Ambiente. Dice il country manager di Tap Italia, Elia “i ministeri competenti hanno fornito alla Regione i chiarimenti richiesti nella ‘parziale approvazione’ del progetto esecutivo dei ripristini ambientali presentato da Tap; siamo pertanto fiduciosi che, in tempi brevi si prenderà atto che la prescrizione A44 è stata ottemperata”.

Nessun timore quindi di ulteriori rinvii: “Ove quest’approvazione ritardasse, avremmo solo un restringimento della finestra temporale per lo spostamento degli ulivi (1 novembre–30 aprile), non certo uno stop al progetto, che al momento nessun atto o provvedimento blocca”.

Ma il governatore della Puglia avverte: “Per come si stanno mettendo le cose, succederà un cataclisma. La nostra proposta, invece, diminuisce il rischio di non realizzazione dell’opera, risolve i problemi tecnici e crea il consenso delle popolazioni. Siamo pronti a sottoscrivere un’intesa su questo progetto in due minuti”.

LE COMPENSAZIONI DI TAP, “NO GRAZIE”, DICE IL SINDACO

Possibile che l’arrivo di un’infrastruttura di questo tipo non sia percepita nel Salento come un’occasione di sviluppo? Tap è disposta a investire circa 3 milioni di euro l’anno per i quattro anni dei lavori più l’assunzione di 30-35 persone. A queste va aggiunto il pagamento delle tasse locali, quantificate in circa 500.000 euro l’anno. Non proprio una mancia per un comune così piccolo che non raggiunge i 10.000 abitanti. “C’è un impatto di immagine del luogo che non può essere cancellato da alcuna compensazione. Hanno proposto soldi per l’erosione costiera, soldi per le associazioni. Non servono a compensare un danno che è per sempre”, dice il sindaco.

Secondo il governatore della Puglia questa può essere l’occasione per portare avanti il progetto di decarbonizzazione dell’Ilva di Taranto. “Visto che potrebbero arrivare più di 20 miliardi di gas l’anno grazie a Tap e, forse anche a un altro gasdotto il Poseidon con approdo a Otranto, si potrebbe chiedere a questi due consorzi di mettere a disposizione 2,95 miliardi di metri cubi di gas l’anno a prezzi compatibili con quelli in vigore per il carbone in modo da sostituirlo, avendo un vantaggio ambientale enorme, con l’azzeramento dell’inquinamento a Taranto”.

Ha collaborato Steve Jewkes

Sul sito www.reuters.it altre notizie Reuters in italiano. Le top news anche su www.twitter.com/reuters_italia

fonte: http://it.reuters.com/article/topNews/idITKCN1240IY

 

tratto da: http://curiosity2015.altervista.org/metanodotto-snam-tracciato-voluto-dal-governo-attraversa-55-km-uliveti-del-salento-10-000-ulivi-sulla-sua-strada-serve-la-xylella/

Ancora falso olio extravergine: Bertolli, De Cecco e Carapelli bocciati nel test della tv svizzera Patti Chiari. CONTINUANO A PRENDERCI PER I FONDELLI. Segnatevi queste marche e ricordatevele quando andate a fare la spesa!!

olio extravergine

 

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Ancora falso olio extravergine: Bertolli, De Cecco e Carapelli bocciati nel test della tv svizzera Patti Chiari. CONTINUANO A PRENDERCI PER I FONDELLI. Segnatevi queste marche e ricordatevele quando andate a fare la spesa!!

 

Ancora falso olio extravergine: Bertolli, De Cecco e Carapelli bocciati nel test della tv svizzera Patti Chiari. Promossa Monini. Vince lo svizzero Sabo, prodotto dall’italiana Clemente

Ancora una volta un test comparativo, questa volta realizzato dal programma della tv svizzera italiana Patti Chiari, segnala la presenza sul mercato di finti oli extravergini. Gli autori del servizio, andato in onda il 9 dicembre hanno fatto analizzare in laboratorio 12 bottiglie (alcune vendute anche nei supermercati italiani), rilevando in alcuni casi l’assenza dei requisiti di legge per etichettare l’olio come extravergine di oliva. Il panel di esperti, nominati dal Consiglio olivicolo internazionale (COI) di Weadensiwill nel Canton Zurigo,  ha analizzato l’olio da un punto di vista organolettico alla ricerca di difetti sensoriali percepibili al gusto e all’olfatto, come stabilito dalla normativa europea.

I risultati sono stati davvero scoraggianti. Metà delle bottiglie prese in esame sono state bocciate a causa dei difetti riscontrati nel gusto e per la scarsa qualità del prodotto. Sulla base dei giudizi attribuiti dal panel ai vari marchi, la norma europea non consentirebbe di vendere come extravergini sei oli su dodici. Tra i marchi sotto accusa troviamo: De Cecco Classico, Bertolli Originale e Carapelli Classico. Non è la prima volta che Bertolli, come pure Carapelli e De Cecco vengono accusati di proporre in bottiglia un olio extravergine che non è tale. I primi rilievi risalgono al 2015  quando le inchieste di Il Test – Salvagente, aveva realizzato un test comparativo che ha declassato da olio extra vergine a olio vergine 9 marchi italiani tra cui Bertolli, ma anche Carapelli, De Cecco e Sasso. In seguito anche il programma svizzero Kassensturz e la rivista elvetica Ktipp bocciano ancora Bertolli. Pochi mesi fa, per Bertolli, Sasso e Carapelli, è arrivata anche una sanzione dall’Agcm, che ha condotto ulteriori analisi sensoriali, riscontrando difetti tali da provocare il declassamento dell’olio a vergine. In seguito alla sanzione, Carapelli (controllata da Deoleo), aveva scritto al Fatto Alimentare in rappresentanza di Bertolli e Sasso, per ribadire l’impegno del gruppo a migliorare gli standard qualitativi dei propri prodotti.

Tra le sei bottiglie di vero extravergine, due sono comunque di scarsa qualità

Esce vincitore dal test, l’olio extravergine 100% italiano Sabo, imbottigliato in Canton Ticino, ma prodotto dall’azienda italiana Clemente, con olive 100% pugliesi. Seguono l’olio Gran Delizia Toscano IGP e Monini Classico. Due degli oli sottoposti al test, pur essendo stati classificati extravergini dagli assaggiatori, raggiungono un punteggio insufficiente.

 

 

L’olio extra vergine Bertolli è stato bocciato dagli assaggiatori

A conferma dei risultati ottenuti dal panel svizzero, Patti Chiari ha sottoposto i 12 oli anche all’esame organolettico del Comitato di assaggio ufficiale dell’olio Chianti DOP, e al laboratorio fiorentino di analisi ValorItalia di Sambuca per quanto attiene le analisi chimiche. Sia il secondo panel, che le analisi di laboratorio  hanno sostanzialmente confermato la classifica degli esperti svizzeri. Vale la pena sottolineare come da un punto di vista analitico tutti gli oli analizzati rispettano i parametri chimici previsti dalla legge europea sugli extravergini, anche se alcuni elementi evidenziano le criticità evidenziate nelle prove di assaggio. Il laboratorio ha confermato le criticità dell’olio De Cecco (troppi polifenoli (cattivi) a basso peso molecolare), di Carapelli (presenza di alchilesteri). Al contrario, l’olio Sabo risulta contenere la quantità maggiore di polifenoli (buoni)  indice di buona qualità del prodotto e responsabili delle note amare di un extravergine di qualità.

Le aziende produttrici degli oli bocciati contestano le analisi

Deoleo, proprietaria di Carapelli e Bertolli, insieme a De Cecco e altre aziende produttrici degli oli bocciati dal test hanno contestato le analisi, avanzando l’idea che  le modalità di conservazione e stoccaggio potrebbero aver alterato le caratteristiche, oltre a sottolineare la soggettività delle analisi organolettiche. Tutte le aziende assicurano che le analisi condotte internamente prima prima e dopo aver ricevuto i risultati dei test della TV svizzera sono conformi ai requisiti di legge. Alle accuse di poca riproducibilità dei test sensoriali risponde Gianfranco De Felice del Coi, che ha rassicurato sulla validità assoluta della prova di  assaggio come elemento discriminante per classificare un extravergine e ha consigliato, se si vuole avere garanzia di maggiore qualità, di scegliere extravergini DOP e IGP. L’ultima nota riguarda la decisione dei grandi marchi di non accettare l’invito al confronto proposto dalla tv svizzera. Siamo di fronte all’ennesimo test che riscontra anomalie tra i grandi marchi  dell’olio extravergine e all’ennesimo rifiuto delle aziende di discutere. Un atteggiamento che non può portare a niente di buono.

 

fonte:http://www.ilfattoalimentare.it/falso-extravergine-patti-chiari.html

La strana coincidenza: il metanodotto Snam passerà proprio dai focolai Xylella, dove sono stati abbattuti la maggior parte degli Ulivi …diceva un fesso “a pensar male si fa peccato…”

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La strana coincidenza: il metanodotto Snam passerà proprio dai focolai Xylella, dove sono stati abbattuti la maggior parte degli Ulivi …diceva un fesso “a pensar male si fa peccato…”

 

La strana coincidenza: il metanodotto Snam passerà proprio dai focolai Xylella, dove sono stati abbattuti la maggior parte degli Ulivi …diceva un fesso “a pensar male si fa peccato…” …e infatti un importante politico ammette: sulla strada del metanodotto ci sono gli Ulivi da abbattere!!!

Ve ne avevamo già parlato con un nostro vecchio articolo che all’epoca fece un discreto successo:

La strana coincidenza: il metanodotto Snam passerà proprio dai focolai Xylella, dove sono stati abbattuti la maggior parte degli Ulivi …diceva un fesso “a pensar male si fa peccato…”

 

…ricordavamo che “Diceva un fesso “A pensar male si fa peccato, però spesso ci si azzecca”…

E il fesso raramente si sbaglia! Ecco che un importante politico, CASINI, confessa candidamente che l’ostacolo al loro metanodotto sono gli Ulivi secolari Pugliesi…

Mica tanto “fesso” il “fesso”…

 

Casini spiega la riforma costituzionale: serve anche ad abbattere gli ulivi pugliesi