Incredibile: entro il 2050 nel mare più plastica che pesce! È questo il mondo che stiamo lasciando ai nostri figli?

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Incredibile: entro il 2050 nel mare più plastica che pesce! È questo il mondo che stiamo lasciando ai nostri figli?

Protezione degli oceani: nel 2050 più plastica che pesce.

Gli oceani, polmoni della terra, sono malati di plastica. The New Plastic Economy lotta per la protezione degli oceani. E tu, vuoi fare la tua parte?

Oceani: polmoni, regolatori del clima e fonte di vita

Oceani e mari sono i polmoni della Terra, i regolatori del clima e una fonte di sopravvivenza indispensabile per l’uomo. Eppure sono malati, di plastica. Stiamo avvelenando il pianeta. Tanto che, se non cambiamo abitudini, nel 2050 ci sarà più plastica che pesce negli oceani.

Danni agli oceani: pesca e plastica

Gli oceani producono più del 50% dell’ossigeno del pianeta, soprattutto grazie a fitoplancton (piccoli organismi acquatici vegetali) e alghe. Sono i regolatori dell’atmosfera terrestre e del clima globale. E sono fondamentali per la vita dell’uomo: il 60% della popolazione mondiale vive entro 60 km dalle coste e 3 miliardi di persone basano il 15-20% della loro dieta sui prodotti ittici. Ma ora gli oceani non stanno bene.

A farli ammalare sono lo sovra-sfruttamento della pesca e la plastica. Ogni anno raccogliamo 130 milioni di tonnellate di pesce, generando circa 180 miliardi di Dollari di fatturato e un indotto di 500 miliardi. Ma gli oceani non sono infiniti. Ogni anno vengono persi imballaggi di plastica per un valore di 80-120 miliardi di Dollari. Continuando così, nel 2050 ci sarà più plastica che pesce, come rivela il report The New Plastics Economy – Rethinking the future of plastics, pubblicato dalla Ellen MacArthur Foundation con il World Economic Forum. E il responsabile è sempre uno: l’uomo.

Oceani… e Mediterraneo di plastica

Il 60-80% dei rifiuti marini mondiali e il 90% di quelli sulle spiagge è di plastica. Si stima che galleggino quasi 269.000 tonnellate di rifiuti di plastica nel mondo (esclusi nei fondali e sulle spiagge) ma non è un dato definitivo. Su Litterbase c’è la mappa dell’inquinamento oceanico mondiale. In molti paesi c’è preoccupazione: dal Canada, che vive su tre oceani (Atlantico, Pacifico e Mar Glaciale Artico) che generano 300.000 posti di lavoro e circa 40 miliardi di Dollari di PIL. Alla Norvegia, dove un petroliere ha destinato parte della sua fortuna alla pulizia degli oceani. E non il Mediterraneo non si salva.

Plastica negli oceani: cos’è, dov’è e come ci è arrivata?

La plastica si classifica in macro-plastiche (di diametro o lunghezza superiore a 25mm), meso-plastiche (tra 25 e 5mm), micro-plastiche (minore di 5mm) e nano-plastiche (minore di 1 micrometro). Si calcola che ci siano tra 4.800 e 30.300 tonnellate di micro-plastica solo nel Mediterraneo, secondo la ricerca Un Mediterraneo di plastica di Greenpeace Italia. Mozziconi di sigarette, sacchetti di plastica e materiali usa & getta (tappi, coperchi, bottiglie) inquinano i nostri mari, come evidenzia Legambiente. Ma in mare ci sono anche le reti da pesca fantasma, ossia gli strumenti da pesca abbandonati, persi o scartati che sono veri killer del mare con tartarughe, delfini e balenottere come vittime principali.

Il cattivo smaltimento dei rifiuti umani è il motivo principale di tanta plastica nei nostri oceani. Infatti l’inquinamento oceanico si concentra nelle aree urbanizzate, lungo le rotte commerciali e nei canyon sottomarini. 1.341 specie marine sono venute a contatto con i rifiuti, il 17% di queste sono nelle liste rosse dell’IUCN. La micro-plastica uccide in due modi: sia ingestione che intrappolamento e soffocamento sono fatali. E corriamo anche il rischio che le micro-plastiche si spostino lungo la catena alimentare e arrivino fino a noi (esistono scarsi dati e nessuna normativa a riguardo, ad oggi).

La protezione degli oceani in un piano d’azione

Dopo i risultati, The New Plastics Economy ha iniziato una campagna mondiale di tre anni per riformare il sistema della plastica. A gennaio ha pubblicato il rapporto The New Plastics Economy – Catalysing Action in cui presenta un piano d’azione. Lo studio è sostenuto da mondo accademico, industrie, ONG e start-up, ha 40 partner internazionali come Unilever, Mars, Amcor, P&G, Danone, CocaCola, Nestlé e H&M. L’obiettivo è di aumentare il riuso e riciclo fino al 70% dall’attuale 14%. I punti-chiave sono tre:

  1. Ri-progettazione e innovazione – Creare materiali e modelli riutilizzabili permetterebbe di recuperare il 30% degli imballaggi plastici. Da quelli piccoli (coperchi, tappi etc.) ai materiali non convenzionali come PVC, EPS e PS.
  2. Riuso – Il riutilizzo salverebbe il 20% dei contenitori oggi considerati rifiuti. Ad esempio, bottiglie e sacchetti riutilizzabili salverebbero 6 milioni di tonnellate di materiale e ci farebbe risparmiare 9 miliardi di Dollari l’anno.
  3. Riciclo – Il riciclo sarebbe utile per il 50% degli imballaggi restanti. Favorire innovazione e riuso potrebbe aumentare la raccolta di plastica per un valore fino a 190-290 Dollari/tonnellata, spingendo l’economia circolare a investire in materiali green. Portando a un risparmio di 2-3 miliardi di Dollari l’anno, solo nei paesi dell’OCSE.

Soluzione: 4 consigli per salvare gli oceani

Cambiare il nostro stile di vita è l’unico modo per salvare gli oceani. Come? Esistono almeno quattro modi con cui puoi aiutare gli oceani. Evitiamo la plastica usa & getta. E riduciamo il nostro impatto ambientale. L’innovazione sta facendo i primi passi con la plastica biodegradabile e Ocean CleanUp, la barriera sottomarina per la pulizia degli oceani (però è ancora un prototipo). Ma non basta.

La protezione degli oceani parte da noi

Come si legge in Un Mediterraneo di plastica:

“Uno degli aspetti cruciali per risolvere il problema dell’inquinamento da plastica è cambiare il nostro atteggiamento rispetto alla cultura dell’usa e getta”.

La protezione degli oceani deve partire da noi. Stiamo avvelenando loro e la Terra. La responsabilità di salvarla, quindi, spetta a noi. I nostri polmoni sono malati di plastica. Per curarli dobbiamo cambiare le nostre abitudini.

Tu sei pronto a fare la tua parte?

fonte:

-http://www.green.it/protezione-degli-oceani/

 

Attenzione – Acidificazione degli oceani: un’allarmante conseguenza del riscaldamento globale.

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Attenzione – Acidificazione degli oceani: un’allarmante conseguenza del riscaldamento globale.

Gli effetti dei cambiamenti climatici colpiscono anche le forme di vita marine: parliamo oggi di aumento della temperatura e acidificazione degli oceani

La temperatura del nostro pianeta è cresciuta in media di un grado dal secondo dopoguerra ad oggi. Il velocizzarsi senza precedenti di questo processo è coinciso con l’avvento dell’era industriale e con il crescere delle emissioni inquinanti che hanno prodotto l’effetto serra. È, quindi, l’uomo la causa scatenante di tutto, di un fenomeno che ci porterà entro non molti anni a rivedere le nostre abitudini e priorità. Pensiamo, ad esempio, all’agricoltura, sulla quale gli effetti del riscaldamento globale già si vedono. Molte colture, la vite in particolare, stanno già soffrendo questa situazione e nel nostro paese, con buona probabilità, i vigneti tipici del sud verranno spostati in futuro più a nord. Anche i disastrosi fenomeni atmosferici che si verificano con maggiore frequenza negli ultimi anni sono legati ai cambiamenti climatici. In questo caso, le conseguenze per l’uomo sono dirette e devastanti. Ma anche in fondo al mare avvengono dei cambiamenti. Vediamo, di seguito, come l’acidificazione degli oceani stia stravolgendo la fauna ittica e come influenzi anche la vita sulla terra emersa.

Acidificazione degli oceani: di cosa si tratta?

Circa un quarto della CO2 presente nell’atmosfera va a finire i mari ed oceani. A contatto con l’acqua reagisce chimicamente, portando alla formazione di acido carbonico. Come conseguenza dell’acidificazione degli oceani, tutta la fauna marina viene messa in pericolo. Pensiamo al fenomeno dello sbiancamento dei coralli, ovvero la perdita delle alghe che vivono sulla superficie del corallo stesso e che ne produce la morte. Il tutto è scatenato proprio dall’abbassamento del PH marino conseguente all’acidificazione. Il carbonato di calcio che costituisce le conchiglie, i molluschi, i crostacei ed anche il corallo, diminuisce all’aumentare dell’acidità, mettendone a rischio la sopravvivenza. Al di là dei casi estremi in cui le forme di vita marine possono morire, l’acidificazione degli oceani ne determina anche cambiamenti comportamentali e modifiche della struttura esterna.

Effetti anche sulla su flora e fauna marine

All’aumentare delle concentrazioni di CO2 disciolte nell’acqua corrisponde una crescita più vigorosa delle forme di vita vegetali, stesso fenomeno che avviene anche sulla terra. Al contrario, la vita animale richiede grandi quantità di ossigeno anche sott’acqua, elemento che spinge i pesci e le altre forme di vita ad allontanarsi dagli strati oceanici con maggiore quantità di vegetazione. Si vengono, quindi, a creare delle fasce, soprattutto a profondità maggiori, prive di vita animale proprio perché vengono meno le condizioni sufficienti per portarla avanti. L’incremento delle temperature oceaniche non fa altro che aumentare la portata del fenomeno, determinando un’ancora maggiore stratificazione delle acque, soprattutto laddove la differenza termica fra fasce superficiali e profonde è maggiore. In pratica, l’attuarsi di tale processo produce minori conseguenze salendo con la latitudine, in regioni in cui la temperatura dell’acqua in superficie è molto simile a quella in profondità.

Altre conseguenze per gli oceani del riscaldamento globale

Le zone costiere hanno visto di norma una più veloce e facile crescita degli insediamenti umani. Non è un caso, infatti, che molte delle più grandi e importanti città al mondo si trovino proprio sulla costa, spesso in prossimità della foce di un fiume. Mari e oceani hanno un ruolo fondamentale nel mantenere stabile la temperatura sulla terraferma, assorbendo all’incirca il 90% del calore del pianeta e fungendo da termostato regolatore del clima. In prossimità dell’acqua, infatti, le temperature subiscono variazioni minori e sono, di norma, più miti rispetto all’entroterra. Ma a causa dei cambiamenti climatici che stanno determinando il riscaldamento dell’atmosfera e delle acque oceaniche, questo delicato equilibrio potrebbe compromettersi. Ad aggravare la situazione si aggiunge anche il discorso legato all’innalzamento del livello delle acque stesse, messo in moto dallo scioglimento dei ghiacciai. Si tratta di una grande reazione a catena che, entro un centinaio di anni, potrebbe cambiare completamente il volto delle città costiere.

La Corrente del Golfo: dal riscaldamento alla glaciazione

La Corrente del Golfo mitiga le temperature del nostro continente e rende possibile la vita anche nei paesi del nord, pur situati a latitudini simili a quelle dell’Alaska o della Groenlandia. Questa corrente calda, infatti, nasce nel Golfo del Messico e attraversa tutto l’Oceano Atlantico, offrendo il proprio benefico influsso non solo alla zona del Mediterraneo ma anche al Nord-Europa. A causa del riscaldamento globale, però, stiamo assistendo ad un rallentamento della Corrente del Golfo, fenomeno destinato ad amplificarsi nei prossimi anni e a produrre conseguenze pericolose entro la fine del secolo. Il meccanismo è semplice. All’aumentare della temperatura, si mette in moto lo scioglimento dei ghiacci che immette negli oceani enormi quantità di acqua dolce e fredda. La Corrente del Golfo, calda e salata, man mano che si avvicina all’Europa, inizia a scontrarsi con questo gigantesco blocco che la fa rallentare. In futuro, potrebbe bloccarla del tutto, limitando quasi completamente l’apporto di calore al nostro continente. L’effetto più catastrofico potrebbe essere una nuova glaciazione.

fonte:

-http://www.green.it/acidificazione-degli-oceani-unallarmante-conseguenza-del-riscaldamento-globale/