“Centrali nucleari francesi pericolosissime”: il rapporto che non può essere divulgato e le prove raccolte di nascosto da Greenpeace!

 

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“Centrali nucleari francesi pericolosissime”: il rapporto che non può essere divulgato e le prove raccolte di nascosto da Greenpeace!

 

“Centrali nucleari francesi non sicure”: il rapporto che non può essere pubblicato. La prova: Greenpeace entra a Cattenon

L’associazione ambientalista ha commissionato uno studio sulla vulnerabilità degli impianti atomici d’Oltralpe in caso di attacchi terroristici. I risultati sono così evidenti che la maggior parte del documento non può essere diffuso perché rischierebbe di rappresentare un prezioso aiuto per eventuali attacchi. E in mattinata Greenpeace è riuscita a entrare nel sito a 40 km da Metz e a esplodere alcuni fuochi d’artificio.

Era ancora buio quando questa mattina gli attivisti di Greenpeacehanno scavalcato le recinzioni della centrale nucleare francese di Cattenon, a circa cinquanta chilometri da Metz e hanno sparato fuochi d’artificio nei pressi della vasca di raffreddamento, prima di essere fermati. Dimostrando in questo modo che quella, come altre centrali francesi, sono vulnerabili rispetto al rischio di possibili attacchi terroristici. E quella di Cattelon è una delle centrali oggetto di un rapporto commissionato da Greenpeace e reso pubblico solo parzialmente. Per un anno e mezzo esperti internazionali commissionati dalla ong hanno studiato le misure di sicurezza in vigore nel parco atomico francese e, alla fine, le hanno ritenute inadeguate. Sono state rese pubbliche solo 5 pagine, il resto del dossier è stato giudicato ‘non pubblicabile’, perché avrebbero addirittura potuto fornire spunti a potenzialiattentatori. Il tutto nella Francia colpita più volte dal terrorismo islamico. “Le centrali sono tanto vulnerabili che a Cattelon siamo riusciti a entrare – spiega a ilfattoquotidiano.it Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia – ed è per questo che si è deciso di non pubblicare interamente le conclusioni del rapporto commissionato da Greenpeace Francia a un gruppo di esperti di sicurezza nucleare e terrorismo”. Arriva così la conferma alla notizia scritta dal quotidiano Le Parisien e riportata da LifeGate sulla scelta di rendere pubblica solo una parte del dossier, optando per la riservatezza delle informazioni più sensibili.

IL RAPPORTO “NON PUBBLICABILE” – Il direttore generale dell’organizzazione non governativa Jean-François Julliard ha consegnato invece le copie integrali del documento solo a sette dirigenti di istituzioni direttamente coinvolte nella supervisionedel parco atomico francese, ossia l’Autorità per la sicurezza nucleare (Asn), l’Istituto di radioprotezione e sicurezza nucleare (Irsn) e il Comando speciale militare per la sicurezza nucleare (Cossen). A redarre il rapporto, che fa luce sulle carenze dei sistemi di sicurezza e lancia l’allarme sia alla politica sia a Edf, l’azienda pubblica che gestisce le 19 centrali nucleari presenti in Francia, sono stati setteesperti, tre francesi, una tedesca, due britannici e un americano. “Nel rapporto – spiega Onufrio – si affronta l’analisi di rischio in generale e poi nel dettaglio si parla di alcune centrali. I dati forniti non sono riservati, ma le analisi degli esperti in base a quelle informazioni potrebbero persino tornare utili a malintenzionati. E non è certo questa la nostra intenzione”.

LE CENTRALI NON PROTETTE – Il rapporto degli esperti ha messo in evidenza come le centrali non rispondono agli standarddi sicurezza attuali. Nello studio Greenpeace ha fatto fare anche i conti. Secondo l’organizzazione ambientalista, per scongiurare possibili attacchi terroristici alle 62 riserve e alle strutture che necessitano interventi intorno ai 58 reattori attivi in Francia, servirebbero tra 140 e 222 miliardi di euro. “Intanto c’è un problema che riguarda le strutture – sottolinea Onufrio – perché alcune risalgono a 20, 30 e 40 anni fa, quando i rischi erano diversi rispetto a quelli di oggi e la minaccia terroristica non era certo una priorità. All’epoca l’unico rischio preso in considerazione era quello di un eventuale incidente”. E se gli edifici dove si trovano i reattori sono protetti dai recinti, non è così per le piscine di raffreddamento. Così le riserve di combustibile usato sono facilmente accessibili. La quantità di combustibile che può essere stoccato all’interno di ciascuna piscina dipende dal progetto, ma la maggior parte di esse può contenerne in misura pari a diverse volte la quantità presente in un reattore nucleare in esercizio. “Di norma – spiega il direttore esecutivo di Greenpeace Italia – si stocca il triplo del combustibile utilizzato da una centrale”. Così queste strutturecontengono la maggior parte degli elementi radioattivi di ciascuna centrale. “D’altro canto – aggiunge Onufrio – anche nel caso di Fukushima, le piscine hanno rappresentato un problema e, in generale, con le misure di sicurezza attuali, il pericolo è concreto se si ha a che fare con persone che sanno dove mettere le mani”.

Dalla Edf nessuna presa di posizione, se non l’elenco dei sistemi di sicurezza in vigore, che per Greenpeace sono insufficienti. Sarà che in queste ore l’azienda pubblica che gestisce le centrali francesi è alle prese con un altro problema di sicurezza e con altri 5 reattori verso il fermo, a due settimane dallo stop alla centrale di Tricastin, per i pericoli che potrebbero verificarsi in caso di terremoto. La decisione è stata presa dopo un’ispezione dei circuiti di pompaggio dell’acqua in decine di reattori. I tubi sottili potrebbero causare allagamenti nelle centrali e rappresentare un rischio in caso di sisma. Da qui il via alle operazioni per la messa in sicurezza.

 

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/12/centrali-nucleari-francesi-non-sicure-il-rapporto-che-non-puo-essere-pubblicato-la-prova-greenpeace-entra-a-cattenon/3909750/

 

Dalla Sardegna si alza l’urlo: “Non siamo la pattumiera d’Italia” – Inizia la rivolta Italiana contro il nucleare!

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Dalla Sardegna si alza l’urlo: “Non siamo la pattumiera d’Italia” – Inizia la rivolta contro il nucleare!

L’Italia ha da smaltire circa 30 mila metri cubi di rifiuti nucleari e deve realizzare al più presto un deposito unico nazionale. Dove debba sorgere ancora non è chiaro. O meglio, nessuno lo vuole svelare. La Sardegna si sente l’indiziata numero uno e la paura non sembra infondata. Cercare di capirne qualcosa di più è difficile, perché i dossier del ministero dell’Ambiente sono ancora tutti secretati. Il procedimento in corso si chiama Valutazione ambientale strategica: si è chiuso il 13 settembre e dall’isola sono arrivate osservazioni a valanga. «La procedura è stata a dir poco anomala – sostiene il presidente dell’Anci della Sardegna, Emiliano Deiana –. Com’è possibile presentare le osservazioni se non viene detto prima quale sarà la localizzazione dell’impianto? Non è stato possibile neanche allegare studi precisi o consulenze tecniche sulle caratteristiche del territorio».

Nel dossier che i sindaci sardi hanno contestato in massa c’è un indizio che ha fatto subito scattare l’allarme. Gli indizi, in realtà, sono almeno tre: le cartine delle regioni italiane che fanno i conti col rischio sismico, vulcanico e con quello idrogeologico. Messe una sull’altra, l’unica regione che sembra indenne a tutti i fenomeni sembra essere proprio la Sardegna. «Secondo il dossier della Sogin, la società incaricata dal ministero di individuare i siti idonei, i parametri delle tre mappe fanno scattare l’esclusione di alcune regioni – denuncia il deputato Mauro Pili –. Al contrario, la zona che è immune da quelle situazioni finirà per essere scelta». Il procedimento è ancora lungo, i sindaci sardi e le associazioni ambientaliste hanno già spedito i loro dossier a Roma ma il ministro dell’Ambiente, in visita in Sardegna in pieno agosto, ha tentato di rassicurare: «Cosa c’è di vero in questo rischio? Proprio nulla». Le parole di Gianluca Galletti non hanno avuto l’effetto sperato e anche l’assessore regionale all’Ambiente, che accompagnava il ministro nel suo tour estivo, ha dovuto ribadire che il deposito nucleare nell’isola non si può fare.

A Ottana, ex polo industriale andato in rovina, temono che dove c’erano le fabbriche possa essere realizzato l’impianto per le scorie. I tecnici di Sogin da queste parti hanno già fatto un sopralluogo e per questo gli abitanti sono pronti a scatenare la guerra. «Ci stenderemo giorno e notte nella zona industriale, dormiremo in campagna, faremo di tutto per impedire che arrivino qui gli scarti delle centrali delle altre regioni – annuncia il sindaco Franco Saba –. Noi pretendiamo la bonifica delle nostre vecchie fabbriche, non accettiamo che si ricordino di noi solo per smaltire le scorie». «Il più grande paradosso – dice Francesco Mura, primo cittadino della piccola Nughedu Santa Vittoria – è che pensino di depositare gli scarti delle lavorazioni nucleari in una delle poche regioni che non ha avuto le centrali».

Lo stesso rischio l’isola lo aveva già corso qualche anno fa e nel 2011 aveva risposto con un referendum con quorum molto alto e il 97 per cento dei voti contro. «Capiamo l’esigenza di mettere in sicurezza gli scarti delle centrali, ma è una follia depositare materiali così pericolosi in un’isola – precisa la battagliera sindaca di Arborea, reduce dal successo contro le trivelle per la ricerca del metano –. Perché proprio la Sardegna deve farsi carico di quest’altra servitù? Non bastano quelle militari?». «Ci hanno già scaricato i detenuti più pericolosi, dai mafiosi ai terroristi islamici, e ora ci vogliono trasformare persino nella pattumiera nucleare – rincara la dose il presidente dell’Anci –. E poi si è pensato a quanto possa essere rischioso spostare questi materiali via mare, attraversando le acque di un parco internazionale e del santuario dei cetacei?»

via NincoNanco

Dal rapporto di Greenpeace: gli impatti ambientali del disastro nucleare di Fukushima avranno effetti per secoli!

 

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Dal rapporto di Greenpeace: gli impatti ambientali del disastro nucleare di Fukushima avranno effetti per secoli!

Studio Greenpeace: da Fukushima impatti per secoli
Gli impatti ambientali del disastro nucleare di Fukushima Daiichi avranno effetti per secoli su foreste, fiumi ed estuari. È quanto emerge da “Radiation reloaded”, nuovo rapporto diffuso da Greenpeace Giappone.

Gli impatti ambientali del disastro nucleare di Fukushima Daiichi avranno effetti per secoli su foreste, fiumi ed estuari. È quanto emerge da “Radiation reloaded”, nuovo rapporto diffuso da Greenpeace Giappone, secondo cui gli elementi radioattivi a lunga vita sono stati assorbiti da piante e animali, riconcentrati tramite le catene alimentari, e trascinati a valle verso l’Oceano Pacifico da tifoni, da inondazioni e dallo scioglimento della neve.

«Il Programma di decontaminazione del governo giapponese non avrà quasi nessun impatto sulla riduzione del rischio ecologico legato all’enorme quantità di radioattività emessa nel disastro nucleare di Fukushima», afferma Kendra Ulrich, senior campaigner nucleare di Greenpeace Giappone. «Già oltre 9 milioni di metri cubi di scorie nucleari sono sparsi su almeno 113 mila siti nella Prefettura di Fukushima. Questo mentre il governo Abe vuol far passare la favola che cinque anni dopo l’incidente nucleare la situazione stia tornando alla normalità. E, purtroppo per le vittime, ciò significa che gli viene raccontato che possono tornare in sicurezza in ambienti in cui i livelli di radiazione sono spesso ancora troppo elevati e circondati da una pesante contaminazione».

Con il rapporto lanciato oggi, basato su un grande volume di ricerche scientifiche indipendenti effettuate nelle zone colpite nell’area di Fukushima, l’organizzazione ambientalista denuncia anche la posizione profondamente sbagliata dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e del governo Abe, sia in termini di rischi di decontaminazione che di rischi per l’ecosistema. Lo studio si basa inoltre sulle analisi dell’impatto ambientale della catastrofe nucleare di Cernobyl, per trarre un’indicazione del possibile futuro delle aree contaminate in Giappone.

Le analisi mostrano come evidenti i seguenti impatti ambientali:

  • Elevate concentrazioni di radioelementi riscontrate nelle nuove foglie e, almeno nel caso del cedro, anche nel polline;
  • Aumento di mutazioni nella crescita degli abeti con l’aumento dei livelli di radioattività;
  • Mutazioni ereditarie riscontrate nelle farfalle tipo Pseudozizeria maha, Dna danneggiato nei vermi nelle zone altamente contaminate e riduzione della fertilità nella rondine comune;
  • Diminuzione dell’abbondanza di 57 specie di uccelli nelle aree a maggiore contaminazione, evidenziata da uno studio di quattro anni;
  • Elevati livelli di contaminazione da cesio riscontrati nei pesci d’acqua dolce di importanza commerciale;
  • Contaminazione radiologica degli estuari che rappresentano uno degli ecosistemi più importanti.

«Ancora non si vede la fine di questa drammatica vicenda per le comunità di Fukushima», continua Ulrich. «Quasi 100 mila persone non sono tornate a casa e molti non saranno mai in grado di farlo. La maggior parte dei cittadini si oppone al riavvio dei reattori nucleari, e molti di essi chiedono lo sviluppo delle fonti rinnovabili, le uniche opzioni sicure e pulite in grado di soddisfare le esigenze del Giappone. Il governo giapponese dovrebbe mettere gli interessi dei suoi cittadini prima di ogni altro», conclude.

Dal marzo 2011 ad oggi Greenpeace ha condotto 25 indagini radiologiche su Fukushima. Nel 2015, si è concentrata sulla contaminazione delle montagne boscose nel distretto di Iitate, a nord-ovest della centrale nucleare di Fukushima Daiichi. Sia le analisi di Greenpeace che ricerche indipendenti hanno dimostrato come la radioattività si muova dai bacini montani contaminati, fino a entrare negli ecosistemi costieri.Il fiume Abukuma, uno dei più grandi del Giappone, che scorre in gran parte attraverso prefettura di Fukushima, nei primi cento anni dopo l’incidente potrebbe scaricare in mare 111 TBq di Cesio-137 e 44 TBq di Cesio-134.

Attualmente un team di ricercatori di Greenpeace Giappone sta studiando la contaminazione radioattiva dei sedimenti oceanici e alla foce del fiume sulla costa di Fukushima. L’indagine sottomarina è condotta da una nave di ricerca giapponese, con l’appoggio della Rainbow Warrior. Il disastro di Fukushima rappresenta il più grande rilascio di radioattività nell’oceano. Insieme all’incidente nucleare di Cernobyl è l’unico di livello 7 mai verificatosi sinora.

Leggi il report “Radiation reloaded” (pdf)

La nuova paura nucleare con la quale convivere

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La nuova paura nucleare con la quale convivere

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Essendo nato nel 1948, ho vissuto sin da bambino lo spettro di una terza guerra nucleare mondiale. Quella paura fu presente sino alla fine della Guerra Fredda e al crollo dell’Urss. Da allora, il rischio che le superpotenze nucleari scatenino l’Apocalisse si è ridotto, per non dire scomparso. Oggi il pericolo è che un numero sempre maggiore di staterelli minori, governati da regimi instabili o dittatoriali, cerchino di dotarsi di armi nucleari: diventando una potenza nucleare si garantiscono la sopravvivenza, perseguono interessi geopolitici a livello regionale o mire espansionistiche.

In questo nuovo assetto è venuta meno quella “razionalità della deterrenza” che Usa e Urss avevano garantito durante la Guerra Fredda. Adesso, con l’aumento della proliferazione nucleare, la soglia di deterrenza si abbasserà.

Come dimostrano i fatti in Corea del Nord, la nuclearizzazione dell’Asia orientale o del Golfo Persico è una minaccia alla pace mondiale. Considerate gli scambi fra Kim Jong-un e Trump, nei quali il presidente Usa ha promesso di rispondere con “f«oco e furia» a ogni ulteriore provocazione della Corea del Nord. Trump non si è affidato alla razionalità della deterrenza, anzi ha dato libero sfogo al suo disappunto.

La crisi covava da un po’, con la Corea del Nord pronta a tutto pur di diventare potenza nucleare. E poi, il regime nordcoreano sta mettendo a punto missili balistici intercontinentali in grado di trasportare una testata nucleare e raggiungere la costa occidentale degli Usa, se non oltre.

Infine, non è il caso di rispondere alla minaccia nordcoreana. Un intervento preventivo americano potrebbe portare a uno scontro diretto con la Cina e alla distruzione della Corea del Sud, con imponderabili conseguenze per il Giappone. E poiché Cina, Corea del Sud e Giappone sono diventati il nuovo baricentro dell’economia globale del XXI secolo, le ricadute arriverebbero ovunque. Per quanto gli Usa continuino ad alludere all’eventualità di una guerra, i leader militari americani sanno che l’uso della forza non è opzione percorribile.

Quando la Corea del Nord raggiungerà lo status di potenza nucleare, la garanzia di sicurezza da parte degli Usa non sarà più infallibile. Una Corea del Nord dotata di armi nucleari e dei mezzi per impiegarle spingerebbe Corea del Sud e Giappone a potenziare la propria capacità nucleare, cosa che farebbero facilmente. Ma questa è l’ultima cosa che la Cina vuole.

L’attuale assetto nucleare in Asia ricalca le stesse caratteristiche del XX secolo e le stesse dinamiche di potere nazionale del XIX, e questo è cocktail molto esplosivo. Al contempo, il sistema internazionale diventa sempre più instabile, con strutture politiche, istituzioni e alleanze messe in discussione.

Molto dipenderà da cosa accadrà negli Usa di Trump. Le indagini sulla possibile collusione di Trump con la Russia, durante la campagna presidenziale nel 2016, e la mancata abrogazione dell’Obamacare hanno dimostrato l’instabilità dell’Amministrazione Usa. E i punti all’ordine del giorno dell’agenda americana come la riduzione delle tasse, il muro alla frontiera con il Messico e la rinegoziazione del Nafta non fanno che fomentare la destra radicale. L’instabilità interna degli Usa preoccupa. Se non sono più in grado di garantire stabilità, nessun altro Paese potrà farlo. Resterà un vuoto nella leadership mondiale: nulla è più pericoloso per la proliferazione nucleare. E poi vi è un altro pericolo nucleare che si profila in autunno: se il Congresso americano impone nuove sanzioni all’Iran, l’accordo nucleare fra Iran e le potenze 5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Germania) potrebbe venire meno. Il presidente iraniano Hassan Rohani ha annunciato che l’Iran potrebbe rinunciare all’accordo «nel giro di poche ore» come risposta alle nuove sanzioni imposte.

Alla luce della crisi nordcoreana, sarebbe da pazzi irresponsabili scatenare una crisi nucleare ingiustificata – e magari una guerra – in Medio Oriente. E un ritorno alla strategia di cambio del regime in Iran, sarebbe del tutto controproducente per gli Usa perché, così, non farebbero che consolidare la linea dura iraniana. E questo in una regione già segnata da crisi e guerre. Visto che Russia, Cina ed Europa terrebbero fede all’accordo nucleare, gli Usa si ritroverebbero da soli e in difficoltà con i loro più stretti alleati. «Fuoco e furia» non serviranno a scongiurare la minaccia nucleare, al contrario, occorre razionalità e una paziente opera di diplomazia che non si basi su minacce. Se l’ultima delle superpotenze abbandona queste virtù, tutti noi dovremo affrontare le conseguenze.

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-08-31/la-nuova-paura-nucleare-la-quale-convivere–214930.shtml?uuid=AENIfPLC&refresh_ce=1

 

 

 

È allarme tra gli esperti: nei ghiacciai delle Alpi sostanze radioattive riconducibili a test e incidenti nucleari come Fukushima. “Col disgelo ritornano nell’aria”…!!

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È allarme tra gli esperti: nei ghiacciai delle Alpi sostanze radioattive riconducibili a test e incidenti nucleari come Fukushima. “Col disgelo ritornano nell’aria”…!!

leggi anche: Uno studio italiano rivela: Nei ghiacciai delle Alpi presenti sostanze radioattive direttamente riconducibili a test e incidenti nucleari come Fukushima.

Nei ghiacciai sostanze radioattive: “Col disgelo ritornano nell’aria”

La ricerca della Bicocca: frutto degli incidenti e dei test nucleari

Milano, 6 settembre 2017 – «Tutto ciò che è rimasto intrappolato nei ghiacciai sarà presto rilasciato nell’ambiente», assicurano i ricercatori. Succede a resti antichi, alpinisti e soldati scomparsi decenni fa ma anche a tutto ciò che era contenuto nell’aria di epoche passate, compreso quella contaminata dal disastro di Chernobyl. È sbalorditivo il risultato di una recente ricerca durata quasi tre anni e realizzata dai Dipartimenti di scienze dell’ambiente e della terra e di fisica dell’Università di Milano-Bicocca, dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, dell’Università di Genova e del Laboratorio per l’energia nucleare applicata dell’Università di Pavia.

Lo studio dimostra che i ghiacciai, che mai come negli ultimi anni si ritirano a vista d’occhio, stanno rilasciando metalli pesanti e sostanze radioattive. Le recenti misure, effettuate sul ghiacciaio del Morteratsch, nelle Alpi svizzere, da un gruppo di ricercatori italiani, che ha utilizzato sedimenti chiamati crioconiti come rivelatori o “cartine tornasole” per l’analisi del ghiaccio, lo dimostrano. I ghiacciai alpini che rappresentano una sorta di catalogatore naturale di tutto ciò che è accaduto in varie epoche, custodiscono sostanze radioattive prodotte da test e incidenti nucleari come cesio-137, americio-241. Sulle Alpi sono rimaste imprigionate sostante provenienti da Chernobyl e Fukushima, ma anche prodotte dai test nucleari degli anni Cinquanta e Sessanta. Si ipotizza che un ruolo importante lo abbia la più potente bomba all’idrogeno mai sperimentata e principale indiziata per la presenza di bismuto-207: la celebre Bomba Zar che venne fatta esplodere nel 1961 nella Novaja Zemlja, allora parte dell’Unione Sovietica. «Iò Bismuto-207 è una sostanza abbastanza misteriosa. Non era mai stata trovata nell’ambiente. La sua origine non è ancora completamente chiara ma ci sono evidenze che si sia sprigionato da un evento singolo, come il test termonucleare più potente della storia che ha lasciato tracce anche 50 anni dopo», commenta Giovanni Baccolo, 29 anni di Milano, dottore di ricerca che collabora con i gruppi di glaciologia e radioattività dell’Università di Milano-Bicocca. Fortunatamente in tutto ciò non è stato rilevato alcun rischio immediato per la salute. «Con la progressiva fusione dei ghiacciai, le sostanze immobilizzate da anni o addirittura decenni vengono rilasciate nell’ambiente circostante attraverso l’acqua di fusione. Sinceramente non ci aspettavamo che fosse così facile scovare tutti questi metalli. Adesso che la fusione dei ghiacciai è molto più intensa e riguarda anche le parti più in quota il rilascio di queste sostanze è molto più veloce e intenso. Non siamo nemmeno dovuti andare a cercare chissà dove. Vuol dire che sono praticamente ovunque, custoditi nelle masse glaciali di tutte le Alpi».

fonte: http://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/sostanze-radioattive-ghiacciai-1.3378523

Uno studio italiano rivela: Nei ghiacciai delle Alpi presenti sostanze radioattive direttamente riconducibili a test e incidenti nucleari come Fukushima.

 

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Uno studio italiano rivela: Nei ghiacciai delle Alpi presenti sostanze radioattive direttamente riconducibili a test e incidenti nucleari come Fukushima.

Alpi, lo studio italiano rivela: “I ghiacciai contengono sostanze radioattive e metalli pesanti. Colpa delle attività umane”
La ricerca di tre università, pubblicata su Scientific Reports, ha scoperto come elementi quali cesio-137, americio-241 e bismuto-207, siano stati catturati dai ghiacci delle Alpi. Le sostanze sono direttamente riconducibili a test e incidenti nucleari. Ritrovati anche metalli pesanti, derivati dalle attività industriali e dai trasporti

Può l’incidente di Fukushima del 2011, avvenuto in Giappone, avere effetti anche sulle Alpi? La risposta è sì. Parola di un gruppo di ricercatori italiani. Nei ghiacciai della catena montuosa al confine tra Italia e Svizzera, infatti, ci sono sostanze radioattiveprodotte da test e incidenti nucleari. Non solo, ci sono anche metalli pesanti. La scoperta è comparsa in un studio pubblicato su Scientific Reports del gruppo Nature. Elementi come il cesio-137americio-241 e bismuto-207, depositati nel suolo insieme alla neve, possono essere conservati anche per decenni nei ghiacciai. Lo dimostrano le recenti misure effettuate dal pool di studiosi sul ghiacciaio del Morteratsch, nelle Alpi svizzere, appena dopo il confine della provincia di Sondrio. Niente paura, però. Le sostanze in questione sono in concentrazioni tali da non essere pericolose per la salute.

La ricerca è stata condotta dai ricercatori dei dipartimenti di Scienze dell’ambiente e della terra e di Fisica dell’università di Milano-Bicocca, dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), dell’università di Genova e del laboratorio per l’Energia nucleare applicata (Lena) dell’università di Pavia, attraverso l’analisi di particolari sedimenti chiamati crioconiti. Le coppette crioconitiche sono dei piccoli depositi di sedimenti scuri che si trovano sui ghiacci di tutto il mondo. La loro formazione è dovuta all’interazione fra materiale di origine minerale e sostanza organica. Sono, sostanzialmente, delle “spugne” capaci di captare e assorbire sostanze e impurità. Gli studiosi hanno utilizzato questi sedimenti come ‘cartine tornasole’ per l’analisi del ghiaccio che “oltre alle sostanze radioattive assorbono e concentrano anche metalli pesanti e metalloidi come zinco, arsenico e mercurio”.

Fra le sostanze radioattive trovate solo alcune sono di origine naturale, come nel caso di torio, uranio e potassio. Tutte le altre sono legate esclusivamente ad attività umane. Ovvero test e incidenti nucleari avvenuti negli anni passati. Si spiega così la presenza di sostanze radioattive, che possono viaggiare insieme alle correnti atmosferiche e sono in grado di percorrere migliaia di chilometri. Ecco perché ci sono tracce dell’incidente di Fukushima del 2011, avvenuto in Giappone, rilevate anche in Italia – seppur in concentrazioni bassissime – da alcuni degli autori di questo studio. Il cesio-137, uno dei nuclidi artificiali più noti nonché il più abbondante fra quelli trovati nelle crioconiti alpini, è associato a incidenti come quelli di Chernobyl e Fukushima, ma anche ai test nucleari degli anni Cinquanta e Sessanta, e la sua diffusione è notevole.

A causa della progressiva fusione dei ghiacciai, le sostanze cristallizzate da anni, se non da decenni, vengono rilasciate nell’ambiente attraverso l’acqua di fusione. Le concentrazioni di sostanze rilevate nelle crioconiti sono nettamente superioririspetto a quelle tipicamente osservate nel ghiaccio e nell’acqua di fusione pura. Lo studio conferma che la regione alpina è un’area critica e fragile dal punto di vista ambientale, essendo circondata da alcuni tra i distretti più densamente popolati e industrializzatidel pianeta. Il ghiacchio delle Alpi è un banco di prova ideale per studiare l’impatto delle attività umane sui ghiacciai e sugli ambienti d’alta quota in generale. Le concentrazioni di metalli pesanti, secondo i ricercatori, sono direttamente riconducibili al fattore umano: industrie e trasporti.

Sulla pericolosità delle sostanze incapsulate nelle coppette crioconitiche i ricercatori assicurano che “non è stato rilevato alcun rischio immediato per la salute”. Nello specifico, gli elementi potenzialmente nocivi raggiungono concentrazioni significative solo all’interno delle singole “spugne”. Quando il ghiaccio fonde e la crioconite viene rilasciata nell’ambiente insieme all’acqua, queste sostanze sono diluite enormemente. Dunque, non c’è pericolo.

Lo studio pubblicato su Scientific Reports

tratto da: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/30/alpi-lo-studio-italiano-rivela-i-ghiacciai-contengono-sostanze-radioattive-e-metalli-pesanti-colpa-delle-attivita-umane/3826149/

 

Italia – 90mila metri cubi di scorie nucleari: dove ce le metteranno?

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Italia – 90mila metri cubi di scorie nucleari: dove ce le metteranno?

 

IN ITALIA 90MILA METRI CUBI DI SCORIE NUCLEARI; COSA NE FACCIAMO?

In Italia ci sono oltre 90mila metri cubi di rifiuti radioattividerivanti dalle centrali dismesse (75mila metri cubi) e dalle attività industriali, mediche e di ricerca (15mila), a cui si aggiungono 58mila metri cubi di rifiuti provenienti da attività di bonifica di installazioni industriali contaminate accidentalmente. Cosa ne facciamo? Andranno nel deposito nazionale che l’Italia è chiamata ad avere operativo entro il 2024. Solo che per realizzarlo manca ancora tutto.

Manca il programma nazionale per la gestione delle scorie, manca la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee ad ospitare il futuro deposito (la cosiddetta Cnapi, che in realtà è stata redatta dalla Sogin nel 2015 sulla base dei criteri dell’Ispra ma che da allora è in attesa di pubblicazione e di cui, quindi, non si nulla) e manca il luogo dove sorgerà questo deposito.

Quello che invece c’è già, è il rischio di incorrere nell’ennesima procedura di infrazione. Secondo la direttiva 2011/70 del Consiglio europeo, infatti, il Programma nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi doveva essere presentato entro il 23 agosto 2015. Cosa che non è avvenuta. Così, lo scorso il 13 luglio la Commissione europea ha inviato un “parere motivato”, ovvero un richiamo formale che ci dà tempo 60 giorni per evitare il deferimento alla Corte di giustizia europea. Appena due mesi per recuperare un ritardo di anni.

Sarà per questo che, a due anni dalla scadenza fissata dal Consiglio Europeo, il governo ha avviato la fase di consultazione pubblica per la Valutazione ambientale strategica (Vas), la procedura prevista dalle direttive europee che permette ai cittadini di dire la propria sul programma nazionale per la costruzione e la gestione del deposito dei rifiuti radioattivi.

Procedura che, però, arriva in estate e si chiude il 13 settembre, proprio quando vanno un po’ tutti in vacanza. Il ministro Calenda ha però annunciato tempi brevi per la conclusione della procedura di Vas e la pubblicazione entro la fine di quest’anno della Carta delle aree idonee ad ospitare il deposito nazionale dei rifiuti nucleari italiani.

Discutibile il metodo, perché andavano seguiti i gli step in ordine successivo: paradossalmente, abbiamo avviato l’iter di definizione e discussione sul deposito nazionale, che è un pezzo del programma, senza però dare lo scenario di contesto cioè la strategia. E soprattutto, per l’ennesima volta, l’Italia corre ai ripari dopo il richiamo europeo. “Fatto salvo tutto questo, però, ora ci auguriamo che, una volta definito il programma, si vada avanti in maniera molto diversa rispetto a quanto fatto con il deposito che è, a nostro avviso, una struttura necessaria”, dice all’Adnkronos Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente.

Anche per l’associazione ambientalista infatti, l’Italia non può più accumulare ritardi sulla realizzazione di un deposito in cui smaltire i rifiuti a bassa e media attività, soprattutto considerando che molti depositi ‘temporanei’ si trovano in aree che, secondo gli stessi criteri dell’Ispra, oggi risulterebbero non idonee.

“Prima di imputare la mancata realizzazione di questo deposito alla sindrome Nimby o all’ostracismo di Comuni e comitati – sottolinea Zampetti – bisogna fare estrema attenzione alla trasparenza dell’iter e alla certezza dei tempi, cosa che avevamo già chiesto nel 2014, quando l’Ispra presentò i requisiti”.

Ma i tempi indicati all’inizio non sono mai stati rispettati e tutta la confusione che c’è stata fino ad oggi “non fa altro che alimentare timori e allerta nella popolazione con il risultato che alcuni Comuni e comitati hanno già preso posizione. L’auspicio è che a questo punto, col programma prima e con la pubblicazione della Cnapi poi, ci sia tutto il tempo e la partecipazione possibili a garanzia che il deposito si faccia nel miglior modo e luogo possibili”.

“Quello ci lascia perplessi – aggiunge Zampetti – è un aspetto, contenuto sia nel programma nazionale sia nel progetto di deposito, che è quello di mettere temporaneamente nel deposito delle scorie a bassa e media attività, anche quelle ad alta attività attualmente in fase di riprocessamento all’estero. Visti i quantitativi marginali che l’Italia ha di questo tipo di scorie, sarebbe meglio continuare con questi accordi lasciando che a gestirli siano i Paesi che hanno già le strutture adeguate”.

Fonte: qui

Anonymous lancia l’allarme: la più grande minaccia per l’umanità e la Terra sono le fughe radioattive di Fukushima!

Anonymous

 

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Anonymous lancia l’allarme: la più grande minaccia per l’umanità e la Terra sono le fughe radioattive di Fukushima!

 

In un breve video, informativo,Anonymous ha spiegato perché è importante essere consapevoli di ciò che sta avvenendo presso la centrale nucleare di Fukushima Daiichi.

E questo messaggio non poteva venire in un momento migliore, a causa del fatto che i recenti livelli di radiazione del reattore numero due sono stati riportati come “inimmaginabili “.

Dopo sei anni da quando è avvenuto il disastro nucleare di Fukushima Daiichi, dopo uno tsunami che ha colpito il Giappone, la radiazione continua a inquinare l’ambiente e sta prendendo strada nella catena alimentare.

Non solo, ma secondo diversi rapporti, la radiazione sta aumentando piuttosto che estinguersi.

Secondo Anonymous:

Il pianeta Terra è contaminato da elementi radioattivi velenosi. E, di conseguenza, il DNA degli esseri viventi con il deterioramento, accelerano l’estinzione della specie e del pianeta, compresi noi.  Centinaia di milioni di persone dovranno morire di tumori e malattie causate dall’esposizione alla radiazione “. Inoltre, affermano che ” Milioni di mamme subiranno aborti, a causa delle deformazioni dei loro bambini “.

Continuano a spiegare come i media mainstream siano rimasti quasi silenziosi dall’evento, per quanto riguarda l’incidente . Durante un periodo di tempo molto breve, il video continua a mostrare vari incidenti di fallout fino dal disastro 2011.

Essi mostrano come i media, americani e non , hanno continuato a distrarre la popolazione da ciò che deve seguire a questo disastro.

Si prega di condividere questo video con tutti quelli che sono conosci, è di fondamentale importanza che cominciamo a premere sui poteri istituzionali per fare qualcosa prima che sia troppo tardi.

La radiazione del reattore nucleare di Fukushima è al livello più elevato dalla sua fusione del 2011 
Le straordinarie letture dei livelli radioattivi pongono pressione sull’operatore Tepco nei suoi sforzi per la disattivazione della centrale nucleare, i livelli di radiazione estremamente elevati sono stati registrati all’interno di un reattore danneggiato presso la centralenucleare di FukushimaDaiichi, da quasi sei anni da quando l’impianto ha subito una tripla fusione.

L’operatore dell’impianto, Tokyo Electric Power (Tepco), ha detto che le letture registrate atmosferiche, raggiungono fino a 530 sieverts l’ora, all’interno del recipiente di contenimento del reattore n. 2, uno dei tre reattori che hanno provocato una crisi quando l’impianto è stato paralizzato da un enorme tsunami che ha colpito la costa nordorientale del Giappone nel marzo 2011.

Le straordinarie letture di radiazioni evidenziate dalla scala dei valori che affrontano migliaia di lavoratori , in quanto l’aumento di pressione  basata da Tepco per avviare la decommissioning o disattivazione dell’impianto , è un processo che dovrebbe durare circa quattro decadi.

Anche se viene preso in considerazione un margine di errore del 30 per cento, la lettura recente, descritta da alcuni esperti come “inimmaginabile“, è molto superiore al record precedente di 73 segmenti l’ora rilevati dai sensori nel 2012.

Tepco ha sottolineato, tuttavia, che la fotocamera che aveva esplorato più profondamente all’interno del reattore si era concentrato su un solo punto. I livelli di radiazione in altri punti filmati dalla fotocamera sono stimati  essere molto più bassi, hanno aggiunto.

Una singola dose di uno sievert è sufficiente a causare malattie e nausea da radiazioni ; 5 sieverts ucciderebbe metà degli esposti entro un mese e una singola dose di 10 sieverts sarebbe fatale entro poche settimane.

Tepco ha anche detto che l’analisi delle immagini aveva rivelato un foro in una grata metallica sotto lo stesso recipiente di pressione del reattore. Il foro di un metro è stato probabilmente creato dal combustibile nucleare  fuso e che poi è penetrato nello scafo dopo che lo tsunami ha bloccato il sistema di raffreddamento di sostegno di Fukushima Daiichi.

Può essere stato causato dal combustibile nucleare che si sarebbe fuso e ha generato un buco nel vaso, ma è solo un’ipotesi in questo stadio“, afferma il portavoce della Tepco Tatsuhiro Yamagishi ad AFP.

Crediamo che le immagini catturate forniscano informazioni molto utili, ma abbiamo ancora bisogno di indagare dato che è molto difficile comprendere pienamente la condizione reale all’interno“.

La presenza di radiazioni pericolosamente elevate complicherà gli sforzi per smantellare in sicurezza l’impianto.

Un robot a controllo remoto che la Tepco intende inviare nel contenitore di contenimento del reattore No 2 è stato progettato per resistere all’esposizione a un totale di 1000 sievert , il che significa sopravvivere per meno di due ore prima che inizi a malfunzionare.

La ditta ha dichiarato che le radiazioni non sono fuoriuscite al di fuori del reattore, aggiungendo che il robot sarebbe ancora utile perché si sposta da un punto all’altro e incontra radiazioni di diversi livelli.

Tepco e la sua rete di società partner di Fukushima Daiichi devono ancora identificare la posizione e la condizione del combustibile fuso nei tre reattori più gravi. La rimozione in modo sicuro rappresenta una sfida senza precedenti nella storia del nucleare.

Si ritiene che le quantità di combustibile fuso accumulato nella parte inferiore dei contenitori di contenimento dei reattori danneggiati, ha una radiazione pericolosamente elevata e ha impedito agli ingegneri di misurarne con precisione lo stato dei depositi di carburante.

All’inizio di questa settimana, l’utility ha rilasciato immagini di grumi scuri che si trovano al di sotto del reattore n. 2 che ritiene possa essere carburante di uranio fuso – la prima scoperta del genere dopo il disastro.

Nel mese di dicembre, il governo ha dichiarato che il costo stimato per la disattivazione dell’impianto e la decontaminazione dell’area circostante, nonché il pagamento di compensazioni e la conservazione dei rifiuti radioattivi, era salito a 21,5 tn yen (150 miliardi di euro), quasi il doppio di una stima pubblicata nel 2013.

Forse non lo sapete, ma il mondo è in attesa di una nuova Chernobyl. Entro i prossimi 5 anni è previsto un nuovo devastante incidente in uno dei 15 reattori delle fatiscenti centrali nucleari rimaste attive in Ucraina

Chernobyl

 

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Forse non lo sapete, ma il mondo è in attesa di una nuova Chernobyl. Entro i prossimi 5 anni è previsto un nuovo devastante incidente in uno dei 15 reattori delle fatiscenti centrali nucleari rimaste attive in Ucraina

 

Dopo Chernobyl, allarme nucleare sull’Europa: nei prossimi 5 anni un nuovo devastante incidente

Nei prossimi 5 anni c’è l’80% di possibilità di un incidente atomico, una nuova Chernobyl, nelle centrali nucleari rimaste attive in Ucraina dopo il disastro del 1986. Uno degli eventi più disastrosi del Novecento europeo, dunque, potrebbe ripetersi a breve, e tutto dipende dalle condizioni fatiscenti delle quattro centrali ucraine e dei loro 15 reattori.

Come spiega un reportage del Giornale, tutte le strutture ancora in funzione furono costruite in epoca sovietica e ora, facendosi carico di una produzione energetica nettamente superiore alle proprie capacità, hanno bisogno assoluto di manutenzione e ammodernamento. “Le centrali ucraine sono vecchie – accusa Dmitry Marunich, co-presidente del Fondo ucraino per la strategia energetica -. Non dovrebbero essere utilizzate per più di 30 anni, ma la vita di sette reattori è già stata prolungata. Fra pochi anni alcuni di essi non saranno più utilizzabili e andranno spenti una volta per tutte”.

Nell’autunno 2014 c’è già stato un inquietante precedente: uno dei reattori della centrale di Zaporizzja si fermò, provocando un blackout che coinvolse decine di migliaia di persone. Pochi mesi dopo, non a caso, la centrale richiese una licenza di estensione della vita utile del reattore, segno che probabilmente il degrado delle strutture era ormai insopportabile. La rivista anglosassone Energy Research & Social Science aveva evidenziato come “gli incidenti alle centrali nucleari ucraine non vengono registrati nei database, nonostante i media statali ne abbiano dato notizia”. Una mancanza di trasparenza che ricorda molto da vicino quanto accaduto poco più di trent’anni fa, quando per settimane le allora autorità sovietiche cercarono di minimizzare il rischio radiazioni e nascondere il devastante effetto fall-out di quei giorni, con 66 vittime accertate e una stima di persone coinvolte nei mesi e anni successivi, tra feriti, ammalati di leucemia e altre patologie derivate dall’esposizione alle radiazioni, che arriva addirittura ai 6 milioni di Greenpeace. “Se l’Europa non risolverà i problemi del nucleare ucraino nei prossimi anni – è l’allarme finale di Marunich – sarà tutto il Continente a doversi preoccupare. E non solo l’Ucraina”.

 

fonte: http://tv.liberoquotidiano.it/video/esteri/12419750/ucraina-centrali-nucleare-dopo-chernobyl-nuovo-rischio-altissimo-incidenti-reattori.html

ATTENZIONE – Spada di Damocle sull’Europa, nuove crepe nei reattori nucleari in Belgio. La situazione è davvero critica, ma a noi non fanno sapere niente!

reattori nucleari

 

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ATTENZIONE – Spada di Damocle sull’Europa, nuove crepe nei reattori nucleari in Belgio. La situazione è davvero critica, ma a noi non fanno sapere niente!

Spada di Damocle sull’Europa. Nuove crepe nei reattori nucleari in Belgio

di Dario Tamburrano, EFDD – M5S Europa

Le ultime ispezioni effettuate nelle decrepite centrali nucleari belghe hanno individuato una moltitudine di nuove crepe nell’acciaio dei reattori Doel 3 e Tihange 2. Essi vengono mantenuti accesi nonostante le migliaia di crepe già individuate da tempo e l’età ormai veneranda essendo entrati in funzione rispettivamente nel 1982 e nel 1983 e sono progettati per durare trent’anni. L’unica contromisura adottata in passato dalle autorità fu la promessa di distribuire a tutta la popolazione pillole di iodio, utili in caso di incidente nucleare per limitare i danni all’organismo. Ma non hanno fatto neanche quello: non ci sono i soldi!

I reattori di Doel e Thiange fanno parte dei 128 catorci atomici europei che continuano a funzionare alla faccia del buonsenso: per smantellare il vetusto parco nucleare dell’UE e per gestire le scorie servirebbero 286 miliardi di euro mentre attualmente, per coprire questi costi, sono disponibili solo 105,1 miliardi di euro. Mancano 118 miliardi.

L’esistenza di 300 ulteriori crepe nel reattore Doel 3 attende ancora la conferma ufficiale, mentre il ministro belga degli Interni, Jan Jambon, ha ammesso l’esistenza di 70 nuove crepe nel reattore Tihange 2 la scorsa settimana, rispondendo ad un’interrogazione parlamentare. In seguito, l’agenzia belga per il controllo nucleare ha pubblicato il risultato dei controlli effettuati a Thiange 2 ed é stato possibile fare i conti con precisione: le crepe sono passate da 3.149 (quelle rilevate nel febbraio 2015) a 3.219, con un aumento del 2,22% in due anni.

Secondo le autorità del Belgio, le crepe non sono pericolose e quelle già note non si sono ingrandite; la scoperta di nuove crepe sarebbe dovuta al fatto che l’apparecchiatura ad ultrasuoni usata per ispezionare il reattore é stata collocata in un punto diverso rispetto a due anni fa. Le dimensioni delle nuove crepe non sono state rese note. Quelle vecchie sono state descritte come microbolle di idrogeno nell’acciaio, spesse come una cartina per le sigarette e con una lunghezza che arriva fino a 16 centimetri, o forse anche superiore.

Più un reattore é vecchio, più si discosta dagli attuali standard di sicurezza. Reattori così vecchi e così crepati impediscono di dormire sonni tranquilli. Le centrali nucleari di Doel e Tihange si trovano a poca distanza dal confine tedesco. La Germania é preoccupata: dopo la scoperta delle nuove crepe, ha ricordato al Belgio la richiesta, già avanzata due anni fa, di spegnere i reattori e ha reclamato accesso alle informazioni. Il Lander tedesco del Nord Reno Westfalia, il più vicino, ha comprato – lui sì – le pillole di iodio da distribuire alla popolazione in caso di incidente.

 

fonte: http://www.movimento5stelle.it/parlamentoeuropeo/2017/06/spada-di-damocle-sul.html