Wair, la fantastica sciarpa anti smog che filtra l’aria, rileva l’inquinamento e segnala i percorsi urbani meno nocivi.

 

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Wair, la fantastica sciarpa anti smog che filtra l’aria, rileva l’inquinamento e segnala i percorsi urbani meno nocivi.

Wair, la prima sciarpa antismog che filtra e rileva l’inquinamento
Ciclisti, motociclisti e pedoni, è arrivata Wair. La sciarpa anti-smog che filtra le sostanze nocive nell’aria e con un’app segnala i percorsi urbani meno inquinati.

Ogni giorno respiriamo enormi quantità di sostanze nocive che causano una serie di effetti negativi sul nostro organismo: l’ozono e gli ossidi d’azoto che irritano i bronchi; l’idrocarburo e i particolati (PM10, PM2,5 e PM1,0), responsabili di problemi alle vie respiratorie; i metalli pesanti e il monossido di carbonio, altamente tossici; il diossido di zolfo che danneggia la pelle.

Partendo da questa realtà che interessa le città di tutto il mondo, l’azienda francese Wair, con l’aiuto di alcuni specialisti, ha sviluppato una sciarpa antismog in grado di purificare l’aria respirata. Ideata nel 2014 da Caroline Van Renterghem in seguito a problemi respiratori causati dal picco di inquinamento registrato a Parigi durante lo stesso anno, è pensata principalmente per motociclisti, ciclisti e pedoni che possono ordinarla online sulla piattaforma di crowdfunding Ulule.

Come funziona Wair

Dotata di una maschera composta da due filtri che catturano fino al 99 per cento di sostanze inquinanti, la sciarpa antismog permette di respirare un’aria più pulita e salutare.

La maschera, costituita internamente da schiuma e rivestita in pelle vegetale, è stata progettata in collaborazione con l’agenzia Pulse & Pulpe con l’intento di creare una struttura che si adattasse a qualsiasi forma di viso, garantendo massimi livelli di comfort e vestibilità.

Un accessorio ecologico alla moda

La sciarpa antismog di Wair, disponibile in tre modelli differenti da personalizzare scegliendo tra fantasie e colori vari, presenta un design estetico moderno e rispettoso dell’ambiente. I tessuti impiegati nella realizzazione, infatti, sono il cotone biologico e il poliestere riciclato.

L’applicazione connessa alla sciarpa antismog

Attivando il meccanismo di geolocalizzazione attraverso il proprio smartrphone, l’applicazione Sup’airman by Wair, direttamente collegata alla sciarpa, è in grado di comunicare tutte le informazioni inerenti al tasso d’inquinamento presente nella zona che si sta percorrendo. Ma non solo. Si tratta di un vero e proprio supporto che suggerisce i percorsi meno inquinati, avvisa l’utente quando è necessario indossare la sciarpa o sostituire il filtro e fornisce ottimi consigli per tutelare al meglio la salute all’interno delle città.

tratto da: https://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/donne-maasai-impresa-sociale-conceria-oikos

La Natura ci ha fatto un dono: il limone. Abusane pure!

 

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La Natura ci ha fatto un dono: il limone. Abusane pure!

Uno di questi doni della natura è proprio il limone.Ma perchè fa bene? Scopriamolo insieme.

PER SECOLI IL LIMONE È STATO CONSIDERATO UNA VERA E PROPRIA MEDICINA IN GRADO DI AIUTARE L’ORGANISMO NELLA CURA E NELLA PREVENZIONE DI MALATTIE.AI NOSTRI TEMPI INVECE L’UNICA COSA CHE L’INFORMAZIONE CI PORTA A CONSIDERARE SONO I FARMACI,QUANDO LA NATURA CI HA DATO DONI DI ASSOLUTO VALORE PER I QUALI NON NE RICONOSCIAMO L’IMPORTANZA.

Uno di questi doni della natura è proprio il limone.Ma perchè fa bene? Scopriamolo insieme.

1) Riequilibra il Ph del corpo

I limoni aiutano il corpo a riequilibrare il proprio Ph. Essi sono inizialmente acidi, ma in seguito agiscono nell’organismo con reazioni alcalinizzanti, in modo da garantire che il Ph possa essere perfettamente bilanciato. Un Ph equilibrato contribuirebbe inoltre ad ostacolare l’insorgere dell’osteoporosi, a favorire un buon riposo ed amigliorare la digestione.

2) Previene il raffreddore

I limoni sono ricchi di vitamina C e di flavonoidi, che aiutano l’organismo a combattere influenza e raffreddori. La scorza di limone può essere utilizzata insieme allo zenzero per la preparazione di infusi protettivi contro le malattie da raffreddamento. La vitamina C contribuisce inoltre a favorire l’assorbimento del ferro da parte dell’organismo. Si consiglia dunque, ad esempio, di condire con succo di limone una salutare insalata preparata con spinaci freschi e verdure a foglia verde.

3) Depura il fegato

Il succo di limone è ritenuto un ottimo stimolante per il fegato ed è inoltre considerato in grado di favorire l’eliminazione degli acidi urici. Il succo di limone agisce attuando una vera e propria attività di depurazione del fegato, soprattutto se consumato al mattino a digiuno, diluito in un bicchiere d’acqua.

4) Aiuta l’intestino

Sia i frutti che il loro succo sono considerati in grado di favorire l’attività intestinale, con particolare riferimento ai movimenti peristaltici. Ciò contribuisce all’eliminazione delle scorie da parte dell’organismo ed a favorire lanaturale regolarità di ciascuno. In questo caso si consiglia di aggiungere del succo di limone ad un bicchiere d’acqua tiepida, che costituirà la prima bevanda del mattino.

5) Dissolve i calcoli

I limoni, per via del loro contenuto di acido citrico, contribuiscono a dissolvere i calcoli biliari, icalcoli renali ed i depositi di calcio che possono accumularsi nei reni. Aggiungere succo di limone alla propria dieta contribuirebbe dunque sia nella prevenzione che nella cura della calcolosi urinaria. Gli effetti benefici dei limoni e del loro succo in tal senso sono noti fin dal 1500.

6) Combatte i radicali liberi

Le componenti nutritive presenti nei limoni sono considerate in grado di svolgere un‘azione di contrasto nei confronti dei radicali liberi, che determinano l’invecchiamento cellulare dell’organismo. Il succo di limone è benefico per la cura della pelle e, diluendone poche gocce in acqua, può essere utilizzato come tonico per il viso.

7) Abbassa il colesterolo

Alcuni studi scientifici si sono rivelati in grado di determinare come una delle componenti presenti nella buccia dei limoni, la tangeritina, possa essere in grado di tenere sotto controllo i livelli di colesterolo nel sangue. Si tratterebbe, al momento, di studi iniziali che dovranno essere approfonditi. Allo stesso tempo, si starebbero esaminando gli effetti positivi della tangeritina nella cura del morbo di Parkinson.

8) Favorisce la digestione

Già nella medicina tradizionale indiana, l‘Ayurveda, i limoni erano ritenuti frutti in grado distimolare l’azione del “fuoco digestivo”, migliorando la capacità del nostro organismo di assorbire i nutrienti. Per l’Ayurveda i limoni sono frutti caldi, leggeri, pungenti, astringenti e protettivi per la vista. In caso di indigestione si consiglia di bere succo di limone a cui aggiungere un pizzico di sale ed uno di pepe nero.

9) Favorisce la respirazione

Si tratta di un consiglio molto utile a coloro che compiono escursioni o arrampicate in alta quota. Nel caso didifficoltà di respirazione o di insufficienza di ossigeno in alta montagna, il succo di limone rappresenterebbe un rimedio davvero efficace, almeno secondo quanto affermato daEdmund Hillary, il primo uomo a scalare l’Everest, che attribuirebbe gran parte del proprio successo al consumo di limoni.

10) Possiede proprietà antibatteriche

I limoni posseggono proprietà antibatteriche comprovate. Essi sarebbero efficaci contro i microrganismi in grado di generare tifo, malaria, colera e difterite. Il loro succo e la loro polpa sono alleati indispensabili nellapreparazione di detergenti naturali per la pulizia della casa e per il lavaggio dei piatti. Si veda ad esempio questa ricetta utile per la preparazione di un detersivo per i piatti completamente naturale a base di limoni.

11) Elimina i parassiti intestinali

I parassiti intestinali sono ospiti indesiderati che possono essere eliminati curando maggiormente la propria alimentazione ed abituandosi ad assumere, come rimedio naturale, un bicchiere d’acqua tiepida in cui sarà stato diluito il succo di mezzo limone. La bevanda dovrà essere assunta ogni mattina. Per eliminare i parassiti intestinali si consiglia solitamente di arricchire la propria dieta con frutta e verdura e di eliminare gli alimenti industriali confezionati.

12) Rafforza i vasi sanguigni

Il consumo di limoni e del loro succo è considerato benefico al fine di rafforzare i vasi sanguigni. Ciò è possibile grazie al loro contenuto di vitamina P, in grado inoltre di contribuire alla prevenzione di emorragie interne. La stessa vitamina renderebbe inoltre i limoni efficaci nella regolazione della pressione sanguigna.

13) Possiede proprietà anticancro

All’interno dei limoni gli esperti hanno individuato ben 22 elementi dalle proprietà anticancro, incluso il limonene naturalmente presente in essi. Tali elementi sarebbero in grado di fermare o di rallentare lo sviluppo di tumori all’interno dell’organismo. Tali risultati si riferirebbero però a studi effettuati sugli animali, che dovrebbero essere verificati sull’uomo.

14) Aiuta gli occhi

I sintomi di alcune malattie oculari, compresa la retinopatia causata dal diabete, sarebbero in grado di migliorare grazie alla rutina, una componente presente all’interno dei limoni. La rutina sarebbe inoltre in grado di rafforzare i capillari e di contrastare gli effetti negativi causati dal colesterolo e dai fenomeni ossidativi sul nostro organismo.

15) Favorisce la produzione di energia

Secondo la Reams Biological Ionization Theory (RBTI), I limoni sarebbero l’unico alimento anionico al mondo. Tale caratteristica li renderebbe particolarmente benefici per la salute, per via del contributo che essi darebbero all’interazione tra cationi ed anioni, necessaria per la produzione di energia a livello cellulare.

Se le api fossero grandi come mucche, saremmo spaventati dai milioni di carcasse nei campi. Invece sono piccole e chi denuncia il problema fa fatica a dimostrarne la portata

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Se le api fossero grandi come mucche, saremmo spaventati dai milioni di carcasse nei campi. Invece sono piccole e chi denuncia il problema fa fatica a dimostrarne la portata.

 

Api: continuiamo a tenere alta l’attenzione!

«Se le api fossero grandi come mucche, saremmo spaventati dai milioni di carcasse nei campi. Invece sono piccole e chi denuncia il problema fa fatica a dimostrarne la portata».

Perdonateci se abbiamo iniziato con questa brutta immagine, qualche volta però le immagini forti sono necessarie perché su troppe cose facciamo finta di niente e la sparizone delle api è una. Ne abbiamo parlato tante volte e ancora purtroppo non sono state intraprese azioni davvero efficaci per ripopolare le colonie. Ma oggi vogliamo riportarvi due buone notizie. Una che viene dall’Unione Europea, e più esattamente dalla Commissione. L’altra invece arriva dall’Australia dove Stuart Anderson e duo figlio Cedar si sono ingegnati per trovare il modo di invitare quante più persone possibile ad allevare api e salvarle dall’estinzione. Partiamo da qui.

Stuart e Cedar sono, leggiamo su La Stampa, i «protagonisti di una delle più stupefacenti raccolte di fondi online della storia. Cercavano 70 mila dollari (57 mila euro) per avviare la produzione di un’invenzione alla quale lavoravano da tre anni, un alveare che dispensa il miele da un rubinetto, e avevano deciso di rivolgersi al «crowdfunding». I 70 mila dollari sono arrivati in sette minuti, ma le offerte non si sono fermate: dopo 24 ore avevano toccato i 2,2 milioni e dopo otto settimane i 12,2 milioni, 174  volte quello di cui avevano bisogno.

Fantastico, no? L’alveare che dispensa miele dal rubinetto si chiama Flow Hive («Alveare a flusso») e nasce dalla volontà di trovare il modo per estrarre il miele dagli alveari senza indossare protezioni, allontanare le api, raschiare via la cera, prendere il nettare, filtrarlo e rimettere tutto a posto… Tutte cose che hanno trovato risposta in un dispositivo molto semplice: «una scatola di legno nella quale ci sono migliaia di celle esagonali di plastica, che possono essere aperte con una leva. Le api riempiono di miele le cellule e le tappano con la cera. La leva rimuove la cera e fa colare il miele in condotti che finiscono in un rubinetto. Chi vuole il miele apre il rubinetto e riempie un barattolo».

Siamo contenti di riportare che l’invenzione ha avuto un grandissimo successo: ora l’Australia conta migliaia di allevatori di api in più.

Dobbiamo specificare che questo tipo di alveare funziona in Australia ma non sarebbe l’ideale per la nostra apicultura che – a causa di malattie delle api assenti nel nuovo continente – richiede maggiori cure e più attenzioni verso le api.

Che cosa possiamo fare allora dalle nostre parti per aiutare le nostre amiche api?

Intanto qualche fiore sui nostri balconi o davanzali sarebbe un valido aiuto e poi sicuramente continuare a mantenere alta l’attenzione. Che serve davvero. Torniamo alla notizia in arrivo dall’Ue. La Commissione europea ha lanciato una consultazione rivolta a tutti: apicoltori, singoli cittadini, imprese, associazioni ambientali, autorità, tutti insomma, siamo chiamati a dire la nostra, a segnalare situazioni critiche e a proporre soluzioni per costruire un piano d’azione e salvare le api. Se finora non abbiamo avuto riscontro serio da parte delle istituzioni (siamo ancora in attesa di un bando definitivo dei neonicotinoidi, pesticidi killer delle api), usiamo questa occasione per salvare le api dall’estinzione.

Qui trovate maggiori dettagli sulla consultazione e il link al questionario.

 

A cura di Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it

 

fonte: http://www.slowfood.it/miele-dal-rubinetto-lalveare-salva-le-api/

Glifosato, il sogno impossibile di una natura sterilizzata

 

Glifosato

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Glifosato, il sogno impossibile di una natura sterilizzata

Il glifosato è il principio attivo più usato in agricoltura; è un disseccante, e ci racconta bene la relazione che il mondo “sviluppato” ha con l’agricoltura e, più in generale, con la natura.

Infatti non viene impiegato solo dagli agricoltori, ma anche da tante pubbliche e private amministrazioni per “tenere sotto controllo” le erbe indesiderate: si usa per il verde pubblico (una normativa europea ha stabilito che non si possa più fare, ma gli Stati membri hanno tempo fino al 2020 per adeguarsi), per “pulire” i bordi delle strade, i vialetti d’accesso delle case private, quelli di alberghi e ristoranti, per “punire” quei fili d’erba che si azzardano a comparire tra una mattonella e l’altra dei cortili pavimentati. Si spande glifosato sulle scarpate di fianco ai binari, qualche volta anche tra i binari stessi, lungo le autostrade, insomma in tutte quelle situazioni non agricole in cui si sceglie di risparmiare tempo, fatica, e denaro (non necessariamente in questo ordine di priorità) per la manutenzione.

Per quanto riguarda il mondo agricolo, il glifosato dovrebbe servire a combattere le erbe infestanti.

Una delle ragioni del suo uso massiccio nelle aree in cui si coltivano grandi estensioni e nelle quali è consentita la coltivazione di Ogm sta nel fatto che una delle modifiche genetiche che sono state ottenute dall’ingegneria genetica è la resistenza di un tipo di mais e un tipo di soia al RoundUp, ovvero a un diserbante che ha il glifosato tra i suoi ingredienti principali. I campi di soia e mais RR (RoundUp Ready) possono essere serenamente irrorati con l’erbicida senza che l’agricoltore debba temere il disseccamento della coltura target.

Purtroppo però, l’uso prolungato seleziona specie e ceppi di erbacce resistenti, che vengono combattuti alzando i dosaggi, cosa che avviene in tanta parte di America Latina, Usa e non solo, determinando un accumulo progressivo nell’ambiente e nella catena alimentare.

Ma anche alle nostre latitudini se ne usa parecchio, perchè, Ogm a parte, ci siamo messi in testa che anche l’agricoltura, come il vialetto pavimentato che porta al nostro garage, debba essere pulita, ordinata e non debba prendere iniziative.

Se impiantiamo un frutteto ci devono stare solo gli alberi, qualunque altra presenza non è autorizzata e dunque la combattiamo come fosse una questione di legittima difesa. Se impiantiamo un vigneto ci comportiamo come se quel vigneto fosse completamente scollegato dal resto dell’universo, come se il suolo, anziché essere un organismo vivente, che ha proprie logiche e dinamiche di reazione, e ospita altri abitanti oltre a quelli che noi stiamo coltivando, fosse invece solo un substrato inerte e così si deve comportare. Se potessimo coltivare un vigneto su una spianata di cemento, allora sì che sarebbe tutto più semplice. Ma non possiamo, e allora facciamo quanto in nostro potere per rendere il suolo delle vigne quanto più simile a una spianata di cemento.

Ovviamente tutto questo lo fa solo un determinato tipo di agricoltura, così come la parte relativa al verde pubblico e privato è gestita in quel modo solo da un determinato tipo di cittadini e di amministrazioni.

Per fortuna, infatti, esistono agricoltori e cittadini che cercano di disturbare il meno possibile l’universo, e per farlo sono disposti a qualche fatica e a un po’ di studio. Addirittura: sono disposti a dedicare parte dei loro bilanci alla cura dell’universo in cui mangiano, bevono, respirano.

Ci sono sistemi agricoli, praticabili anche sulle grandi superfici, che consentono di controllare l’inerbimento senza utilizzare la chimica. Le false semine per quel che riguarda i cereali, per esempio, la rotazione delle colture, la pacciamatura o il sovescio. O ancora l’impiego di tecniche meccaniche, senza dimenticare la cara e vecchia zappa, soprattutto nei frutteti e nei vigneti, che richiede tempo e fatica che però poi vanno pagati.

Certo, ci va più cura, più tempo, più lavoro e più attenzione. E ci andrebbe anche un pochino di tecnologia. Perchè, restando ai cereali, molto si potrebbe risolvere con delle mietitrebbia capaci di selezionare meglio i semi desiderati escludendo gli altri.

C’è poi la scelta di quel che si coltiva. I grani antichi, per esempio, sono più alti di quelli “moderni”. Questo li rende un pochino meno redditizi (allettano più facilmente), ma anche meno interessati alla questione delle erbacce, perché fanno sì che il terreno prenda meno luce, per cui si sviluppano meno erbe. Inoltre, essendo più alti, al momento della mietitura sarà più semplice escludere il livello delle erbe. Ricordiamoci anche questo quando decidiamo quale pane, pasta o farina comprare. I grani antichi, oltre ad avere naturalmente meno glutine di quelli moderni, sono anche meno bisognosi di chimica nella fase di produzione.

In più crescono bene solo in luoghi con un clima sufficientemente asciutto e una quantità di ore di luce adeguata. Luoghi dove non c’è bisogno di quelle irrorazioni di glifosato che in alcuni Paesi sono lecite, per esempio il Canada (…avete presente il Ceta?): prima del raccolto si nebulizza un po’ di glifosato sui campi, così si è sicuri che tutto secca per bene e non si creeranno muffe indesiderate nel grano stoccato o nelle farine, che si manterranno per un sacco di tempo, potranno fare il giro del mondo e arrivare da noi a costi bassissimi rispetto a quelli delle farine da grani antichi. Evviva.

Così torniamo da capo: vogliamo cibo a costi ridicoli? Lo possiamo avere, ma dobbiamo sapere cosa implica la semina su sodo (che fa risparmiare tempo e denaro, protegge il suolo dall’erosione, ma spesso è abbinata all’utilizzo di erbicidi), dobbiamo sapere che tutto quel residuo chimico non “sparisce”, solo perché nei prodotti non lo ritroveremo (ammesso e non concesso), ma va a finire nel sottosuolo e dunque nelle acque e dunque nei fiumi, nei mari, nei pesci. Che noi mangiamo. E li mangiano anche quelli che diserbano a mano e non inquinano il vialetto del garage. Li mangiano anche quelli che vivono dall’altra parte del globo, non hanno né campi da coltivare, né vialetti, né garage, ma solo un villaggio su un’isola dove cercano di vivere in pace pescando e crescendo i propri figli.

Un recente studio ci racconta della presenza di glifosato nelle nostre urine: lì proprio non ci dovrebbe essere. Vogliamo aspettare che i governi ci indichino un limite legale di glifosato anche nei nostri fluidi corporei? Dopodiché, vedendo qualcuno accostare l’auto nella piazzola di emergenza e scendere slacciandosi la cintura potremo dire: “gli scappa da diserbare”.

 

 

fonte: http://www.slowfood.it/glifosato-il-sogno-impossibile-di-una-natura-sterilizzata/

 

La Natura si ribella – L’Amaranto, l’antica pianta sacra degli Incas, attacca le colture OGM !!

 

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La Natura si ribella – L’Amaranto, l’antica pianta sacra degli Incas, attacca le colture OGM !!

La Natura si ribella e infesta le coltivazioni OGM

Amaranto, l’antica pianta sacra degli Incas attacca le colture OGM

Panico tra gli agricoltori proOGM negli Stati Uniti.
Le loro colture di soia OGM, nonostante i massicci trattamenti chimici, non riescono a tenere alla larga l’antico cereale naturale dell’Amaranto, che si ribella infestando i loro campi.
Gli agricoltori statunitensi hanno dovuto lasciare cinquemila ettari di  soia transgenica, mentre altri cinquantamila sono seriamente minacciati.
Già nel 2004, un agricoltore di Atlanta osservò che diverse piante di amaranto resistevano al potente e cancerogeno erbicida Roundup. Da allora la situazione è peggiorata e il fenomeno si è diffuso in Sud e Nord Carolina, Arkansas, Tennessee e Missouri. Secondo un gruppo di scienziati britannici dal Centro di Ecologia e Idrologia, vi è stato un trasferimento dei geni tra la pianta geneticamente modificata e alcune erbacce come l’amaranto.
Questo indesiderato e pericoloso risultato, contraddice le affermazioni dei sostenitori pro-OGM che affermano che un’ibridazione tra una pianta OGM e una pianta naturale è semplicemente “impossibile“….
A quanto pare Madre Natura si sta ribellando, portando a galla le pericolose menzogne dell’agricoltura chimico/industriale che attualmente sta avvelenando la terra, gli animali e noi esseri umani.
L’erbicida potente usato, il Roundup, ha esercitato un’enorme pressione sulle piante, che hanno ulteriormente aumentato la velocità di adattamento.
” A quanto pare un gene per la resistenza agli erbicidi ha dato vita ad un impianto ibrido…
L’unica soluzione è strappare le erbacce a mano, come “una volta“, ma questo non è più possibile date le enormi dimensioni delle colture….
Inoltre, essendo profondamente radicate al suolo, questi cereali antichi sono molto difficili da estirpare.
Possiamo dire che il Karma gira anche nell’agricoltura!
E ‘divertente notare che l’amaranto, ormai considerato un “diabolica” pianta per l’agricoltura chimico/industriale degli OGM è al contrario una pianta sacra per gli Incas. Essa appartiene ai cibi più antichi del mondo.
Ogni pianta produce una media di 12.000 grani l’anno e produce molte più proteine della soia ogm, inoltre produce vitamine A e C, e sali minerali.
L’Amaranto sopporta la maggior parte degli sbalzi climatici, e non ha problemi con gli insetti o con le malattie, tanto meno con la mania di prepotenza prodotta dall’incoscienza dell’uomo.
Noi tutti amanti della Natura dovremmo ringraziare la pianta sacra dell’Amaranto e da essa prendere esempio, perché come lei resiste ai pazzi esperimenti dell’uomo, noi dovremmo fare altrettanto resistendo a chi fa le guerre in nome nostro, a chi crea le crisi economiche volendoci tutti schiavi, a chi distrugge la Natura in nome di un falso progresso e che ci rinchiudi in tutte queste città soffocanti che ci rendono deboli ed insensibili ai problemi del mondo.
fonte: http://curiosity2017.blogspot.it/2017/03/blog-post.html

Il risveglio dei giganti: la connessione fra terremoti e cambiamenti climatici

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Il risveglio dei giganti: la connessione fra terremoti e cambiamenti climatici

La Terra è formata da quattro sfere in equilibrio tra loro: atmosfera, idrosfera, biosfera e litosfera. Qual’è la relazione tra terremoti e cambiamenti climatici?

I cambiamenti climatici esistono solo in atmosfera? Ci siamo mai chiesti se ad esempio esiste una relazione tra terremoti e cambiamenti climatici? Oppure poiché è nell’atmosfera che si accumula la CO2 gli effetti sono circoscritti in quella zona terrestre? In molti sono convinti che gli effetti dei cambiamenti climatici siano limitati all’atmosfera, ma si sbagliano. Gli effetti dei cambiamenti climatici possono avere ripercussioni sull’intero sistema terra. L’aumento della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera è in grado di condizionare tutte le sfere di cui è composto il nostro pianeta:  atmosfera, idrosfera (e criosfera), biosfera e litosfera. Gli scienziati considerano da tempo la Terra come un unico grande ecosistema e sanno perfettamente che ogni piccola variazione in una delle sfere principali finisce per influenzare anche le altre. È per questo che esiste una connessione ben precisa fra terremoti e cambiamenti climatici, una interazione importante, conosciuta e studiata dagli scienziati rientrante nella disciplina scientifica denominata “Scienze della terra”. Una materia che cerca di studiare e capire il funzionamento del nostro pianeta considerandolo un unico insieme.

Terremoti e cambiamenti climatici, qual è il nesso?

Le quattro sfere principali sono in perfetto equilibrio tra loro, la modifica di una delle sfere è in grado di influenzare le altre. Sappiamo ad esempio che se aumentiamo la concentrazione di carbonio in atmosfera, aumenta la temperatura. L’aumento di temperatura influisce lo biosfera, modifica le zone di vegetazione ed è in grado di alterare i raccolti. Secondo un recente studio l’aumento di temperatura influisce sui processi fisiologici delle piante, riduce la capacità fotosintetica e di conseguenza la capacità di assorbire CO2.

Inoltre l’aumento delle temperature, favorisce lo scioglimento dei ghiacci e dei ghiacciai, diminuendo lo strato di ghiaccio noto con il nome di criosfera. Lo scioglimento dei ghiacci a sua volta influenza l’idrosfera favorendo non solo l’innalzamento dei livelli dei mari, ma modificando i modelli metereologici delle piogge, causando siccità oppure inondazioni. E la litosfera? Cosa lega l’aumento del carbonio in atmosfera con terremoti e cambiamenti climatici?

Greenland ice sheet, un foglio di ghiaccio di 2,8 milioni di km cubici

Durante l’ultima era glaciale, quando la terra è stata trasformata da una palla di ghiaccio a qualcosa di molto simile ad oggi (climaticamente parlando), lo scioglimento della spessore di ghiaccio che copriva la zona scandinava ha causato una serie devastanti di terremoti. Tutti fenomeni riconducibili ad un effetto molto semplice chiamato “rimbalzo isostatico” o “isostasia”. Quando la crosta terrestre è schiacciata da uno spessore di ghiaccio è spinta violentemente verso il basso, fino ad arrivare anche sotto il livello del mare; nel momento in cui il ghiaccio sovrastante si scioglie la crosta, alleggerita, ritorna su. Questo processo, che può durare anche migliaia di anni, comporta uno sprigionamento enorme di energia in grado di generare violenti terremoti. È come se saltasse un tappo da una bottiglia di champagne; tutta l’energia rimasta imprigionata per migliaia di anni, esplode in tutta la sua violenza.

Questo fenomeno, che colpì la zona scandinava tra 20mila e 10mila anni fa, ha causato una serie di terremoti di magnitudo 8 (e più) della scala Richter che hanno provocato tsunami con onde alte 30 metri e frane sottomarine che hanno avuto ripercussioni in tutta la zona nord atlantica. Come se non bastasse lo scioglimento dei ghiacci ha aumentato di trenta, quaranta volte l’attività vulcanica, con tempeste sino ad allora mai viste. Una sequenza devastante che ha pesantemente rimodellato la geografia di tutta la zona.

Immaginate ora cosa potrebbe accadere se lo strato di ghiaccio che copre attualmente la Groenlandia dovesse sciogliersi. Gli effetti potrebbero essere altrettanto devastanti considerando anche il numero di vulcani dormienti presenti sotto Vatnajökull, la più grande calotta di ghiaccio islandese. Grazie alla recente eruzione del vulcano Eyjafjallajökull (nel 2010) siamo perfettamente consapevoli dei disagi che un vulcano islandese può causare al resto del mondo.

Cosa ci aspetta in futuro? La preoccupazione degli scienziati

Adesso è più chiaro cosa lega terremoti e cambiamenti climatici, un fenomeno che inizia principalmente in atmosfera ma, come abbiamo visto, impatta negativamente su biosfera, idrosfera e litosfera, le componenti dell’ecosistema terrestre. Un equilibrio fragile che desta non poche preoccupazioni tra gli scienziati di tutto il mondo sia per il numero di vulcani potenzialmente coinvolti e sia per la velocità con cui si stanno sciogliendo i ghiacci. È molto probabile che se queste condizioni non vengano in qualche modo rese reversibili, presto potranno verificarsi attività vulcaniche importanti.

 

fonte: http://www.green.it/risveglio-dei-giganti-la-connessione-fra-terremoti-cambiamenti-climatici/

 

Sulle nostre teste, nell’atmosfera, nell’aria ci sono ancora le scorie nucleari della guerra fredda!

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Sulle nostre teste, nell’atmosfera, nell’aria ci sono ancora le scorie nucleari della guerra fredda!

 

Ancora sopra di noi le scorie nucleari della guerra fredda

Da più di 50 anni, le particelle di plutonio radioattivo dei test nucleari degli anni Cinquanta e Sessanta sono nella stratosfera, tra 20 e 50 km al di sopra delle nostre teste. Si pensava che fossero già tutte precipitate al suolo nel corso dei decenni ma, dopo l’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajökull avvenuta nel 2010, sono sorti i primi dubbi. Le eruzioni vulcaniche, infatti, possono far precipitare queste particelle radioattive nella parte più bassa dell’atmosfera, la troposfera. Lo afferma uno studio svizzero pubblicato questo mese su Nature Communications. Secondo la ricerca elvetica, tuttavia, non ci sarebbe da preoccuparsi per possibili conseguenze sulla salute umana.

Tra il 1945 e il 1998, un piccolo numero di paesi del mondo ha affermato la propria potenza militare facendo deflagrare bombe atomiche in test all’aria aperta. Le dinamiche della Guerra fredda hanno portato prima Stati Uniti e Unione Sovietica, poi Francia e Regno Unito, e in seguito Cina e India, a gareggiare in esplosioni atomiche. Una volta venute meno le esigenze della Guerra fredda, le esplosioni sono andate decrescendo, ma le scorie radioattive di più di duemila test nucleari sono rimaste nella stratosfera. Si è poi aggiunta la radioattività causata da eventi come l’esplosione, nel 1964, del satellite statunitense SNAP-9A, alimentato a plutonio, che ha riversato sul pianeta scorie che si sono unite alle particelle presenti nell’aria, l’aerosol. Nella troposfera, che si estende verticalmente dal suolo per circa 17-20 km, queste particelle vengono eliminate nel giro di qualche settimana o mese.

Ma un insieme di fattori può ostacolare questo smaltimento. È il caso della tropopausa, lo strato di atmosfera che separa la troposfera dalla stratosfera. La tropopausa funge da barriera e trattiene la maggior parte delle particelle più radioattive nella stratosfera per un tempo che varia da uno a quattro anni, come dimostrato da studi effettuati negli anni Sessanta e Settanta. Le particelle più grandi, dal diametro tra uno e dieci milionesimi di metro, si depositano invece più rapidamente, rimanendo nella stratosfera per qualche settimana o mese. Poiché i test nucleari sono stati condotti molto tempo fa, si pensava che tutte queste particelle radioattive presenti nella stratosfera dovessero ormai essersi depositate.

Tuttavia, dopo l’eruzione dell’Eyjafjallajökull, fisici e climatologi hanno cominciato ad avere qualche dubbio. Il gruppo svizzero, campionando l’aerosol della troposfera, vi ha trovato elevate concentrazioni di radionuclidi. In particolare, i livelli di cesio e plutonio erano di tre volte più alti di quelli presenti nell’aria in prossimità del suolo. Questi dati contraddicono precedenti studi sull’aerosol, che avevano trovato livelli bassi in tutta la troposfera. José Corcho Alvarado e colleghi, dell’Ospedale universitario di Losanna, hanno confrontato i dati raccolti dopo l’eruzione con quelli conservati dalle autorità militari svizzere a partire dagli anni Settanta. Il gruppo ha poi creato un modello della distribuzione delle particelle radioattive nell’atmosfera sopra la Svizzera per tutto il periodo.

Dal modello è emerso che la maggior parte del plutonio atmosferico si sarebbe depositata sul territorio svizzero tra il 1964 e il 1968, confermando l’ipotesi che i test nucleari e l’esplosione del satellite siano state le maggiori fonti di radionuclidi. “Una frazione significativa di quel plutonio è comunque nella stratosfera da decenni”, scrivono i ricercatori. Quanto al plutonio radioattivo finito nelle ceneri del vulcano, l’eruzione avrebbe portato a contatto col ghiaccio migliaia di tonnellate di roccia fusa, originando una forte esplosione che avrebbe portato vapore e particelle nell’aria, facendo precipitare nelle zone più basse della stratosfera polveri sottili e gas come il biossido di zolfo. Le particelle di ceneri e zolfo si sarebbero attaccate al plutonio e al cesio nella stratosfera e li avrebbero trascinati nella troposfera.

“La forte eruzione vulcanica islandese ha ridistribuito i radionuclidi derivati dalle attività umane nella bassa atmosfera”, conclude lo studio. Innocua per la salute umana, la radioattività presente potrebbe invece essere utile a studiare il movimento delle particelle nell’atmosfera, poiché i radionuclidi possono dare indicazioni sulle modalità di circolazione dell’aria.

fonte: https://oggiscienza.it/2014/01/16/ancora-sopra-di-noi-le-scorie-nucleari-della-guerra-fredda/

Luciano Lliuya, il contadino peruviano che sta facendo tremare i colossi dell’energia mondiale

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Luciano Lliuya, il contadino peruviano che sta facendo tremare i colossi dell’energia mondiale

 

Un contadino peruviano sta facendo paura ai colossi mondiali dell’energia, a cominciare dalla multinazionale tedesca Rwe, uno dei maggiori produttori mondiali di elettricità da centrali a carbone e, di conseguenza, anche uno dei maggiori produttori di emissioni nocive nell’ambiente. Un uomo semplice, ma con le idee chiare, che per primo portarà in tribunale una multinazionale dell’energia per aver causato il cambiamento climatico.

LA SUA CITTÀ MINACCIATA DALLO SCIOGLIMENTO DEI GHIACCI. Luciano Lliuya vive a Huaraz, una città posta a oltre tremila metri sul livello del mare, sull’altipiano Callejón de Huaylas, nel nord del Perù, qui si occupa non solo di agricoltura, ma arrotonda la giornata facendo la guida sui cammini di montagna. E proprio esplorando le montagne si è reso conto della velocità alla quale i ghiacciai si stanno sciogliendo, riducendosi a vista d’occhio. Un problema che mette a rischio immediato anche la sua città, posta sotto ad un lago che si sta riempiendo sempre più, minacciando di inondare Huaraz e i suoi 120 mila abitanti. Per questo ha avuto l’idea di denunciare la tedesca Rwe, chiedendo ai giudici di riscontrare la sua responsabilità diretta sul surriscaldamento climatico e quindi di imporgli di farsi carico innanzitutto delle spese necessarie per mettere in sicurezza il lago e di conseguenza la città di Huaraz.

UN PROCESSO CHE POTREBBE CAMBIARE LA STORIA. La causa di Luciano Lliuya è stata esaminata dal Tribunale regionale di Essen, in Germania, presso il quale a supporto del contadino peruviano c’era un pool di avvocati dell’associazione ambientalista tedesca Germanwatch. Un po’ a sorpresa il tribunale ha ritenuto ammissibile la denuncia e quindi la Rwe ora dovrà difendersi in tribunale. Una decisione che, specie se sarà seguita da una vera condanna, potrebbe contribuire a riscrivere la storia del diritto, stabilendo una responsabilità diretta da parte delle aziende maggiormente impattanti sui danni prodotti dal riscaldamento climatico. Una conseguenza che la scienza ha già provato da tempo, riuscendo anche a stabilire le percentuali di colpa tra le varie industrie. Proprio queste ricerche sono alla base della causa, che se per ora chiama in causa la sola Rwe chiede in realtà che tutte le multinazionali dell’energia prendano parte alle spese di ricompensazione in base alla loro percentuale di responsabilità.

LA VITTORIA DELLE MONTAGNE E DEI POPOLI ANDINI. La multinazionale tedesca ovviamente rifiuta ogni responsabilità e c’è da scommettere che tutte le corporation dell’energia si uniranno per contrastare questa causa. Un’eventuale sentenza a favore di Lliuya avrebbe come sicura conseguenza quella di provocare cause analoghe in tutto il mondo, costringendo le aziende a rimborsare i danni del riscaldamento climatico per miliardi di euro. «Le montagne hanno vinto — ha commentato Lliuya — I laghi sono le lacrime delle montagne: la giustizia le ha ascoltate e ci ha dato ragione. Ora voglio tornare a casa sulle Ande e dire alla gente che ho potuto fare qualcosa per loro». La città di Huaraz è nota in Perù come “la muy noble y generosa ciudad” (la città molto nobile e generosa), appellativo che risale alla lotta per l’indipendenza del Perù e che si meritò per la dedizione dimostrata dai suoi abitanti alla causa. Un soprannome che sicuramente continuerà a meritare per molto tempo ancora.

 

fonte: http://www.dolcevitaonline.it/luciano-lliuya-il-contadino-peruviano-che-sta-facendo-tremare-i-colossi-dellenergia-mondiale/

La Natura non la freghi: i parassiti si adattano sempre più in fretta agli OGM…!

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La Natura non la freghi: i parassiti si adattano sempre più in fretta agli OGM…!

La scoperta dei ricercatori dell’Università dell’Arizona: I parassiti si adattano sempre più in fretta agli OGM.

In soli 5 anni molti parassiti sviluppano la resistenza agli OGM

 

(Rinnovabili.it) – Quasi cento milioni di ettari di terreni agricoli nel mondo, lo scorso anno sono stati coltivati con soia, mais e cotone Bt. Si tratta di colture OGM capaci di produrre una proteina codificata dal transgene del Bacillus thuringiensis, un batterio tossico per alcuni parassiti.

Utilizzato anche nel biologico, anche se in maniera differente (fitofarmaci contenenti il batterio vengono spruzzati sulle piante, mentre le colture OGM sono in grado di produrre da sole la tossina), negli anni ha ricevuto alcune critiche: sono emerse prove che, con il passare del tempo, gli insetti sviluppavano una resistenza alla tossina, rendendola inutile. Oggi un nuovo studio rivela che la resistenza dei parassiti alle colture di Bt sta evolvendo più velocemente di prima.

I ricercatori dell’Università di Tucson (Arizona) hanno lavorato per scoprire perché i parassiti  si siano adattati rapidamente in alcuni casi, ma non altri. Quando nel 1996 le colture OGM basate sul Bacillus thuringiensis furono introdotte per la prima volta, nessuno sapeva quanto rapidamente gli insetti nocivi si sarebbero adattati. Ma come spesso accade, venne data priorità al commercio: non per nulla, tra le aziende che volevano diffondere questo tipo di colture c’erano colossi del calibro di Monsanto.

Dopo vent’anni, la scienza torna a porsi il problema. I ricercatori hanno analizzato i dati ricavati da 36 casi che studiano le risposte al Bt di 15 specie di parassiti in 10 paesi in tutti i continenti (eccetto l’Antartide). Hanno scoperto che l’efficacia delle colture Bt si è ridotta in 16 casi nel solo 2016, rispetto ai tre casi appena rilevati al 2005. In questi 16 casi, i parassiti hanno sviluppato la resistenza in un tempo medio di poco superiore ai cinque anni.

Gli esperti supportano la tesi che coltivare “piante rifugio” permetta di allungare i tempi in cui gli insetti sviluppano la resistenza ala proteina degli OGM. I rifugi sono piante non OGM che i parassiti possono mangiare senza esporsi alle tossine Bt. Mettere a dimora queste piante vicino ai campi di mais, cotone o soia modificata riduce le probabilità che due insetti resistenti si mescolino l’uno con l’altro. Secondo le leggi dell’evoluzione, gli accoppiamenti tra un genitore resistente e un genitore non resistente producono prole che vulnerabile alla coltura Bt.

 

fonte: http://www.rinnovabili.it/alimentazione/parassiti-adattano-ogm-333/

ATTENZIONE – Il “Biologico” Cinese invade i supermercati! Leggete le etichette!

 

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ATTENZIONE – Il “Biologico” Cinese invade i supermercati! Leggete le etichette!

 

Durante le olimpiadi di Pechino gli atleti cinesi venivano alimentati con prodotti accuratamente selezionati NON provenienti dai supermercati, lo sapevi? Probabilmente i cibi etichettati come biologici sono sani e non dovremmo preoccuparci, oppure dovremmo indagare? Ecco come stanno le cose.

Se pensi che i prodotti cinesi siano una rarità al supermercato purtroppo ti sbagli di grosso. Secondo l’Istituto Nazionale di Economia Agraria, le importazioni alimentari dalla Cina sono pari a circa 500 milioni di euro all’anno ed è in crescita esponenziale.

I cibi che attraversano le nostre frontiere sono principalmente: pomodorolegumisecchi, ortaggi e cereali(soprattutto riso), prodotti ortofrutticoli freschi (come mele,funghi, o l’aglio che ha subito un aumento del 120%), spaghetti di riso, prodotti ittici surgelati (gamberetti e pesce di vario genere) e cibi della tradizione gastronomica cinese (salsa di soia e ). Inoltre molte nostre aziende acquistano dalla Cina grassi vegetali e olio di semi come ingredienti per i loro prodotti.

Basta leggere l’etichetta accuratamente per scoprire che molti prodotti non sono italiani né europei ma di provenienza NON-UE, ovvero al di fuori dell’Unione Europea, senza specificare molto. Altri prodotti invece hanno scritto chiaro e tondo Provenienza Cina.

Recentemente ha fatto scalpore sui social networks, la scoperta che prodotti tipicamente italiani come i fagioli borlotti e cannellini, per di più etichettati come biologici, fossero in verità un prodotto cinese. Ecco il post su Facebook a riguardo di Davide Suraci, laureato in Agraria:

Davide Suraci ha aggiunto 2 nuove fotosu tutte le furie.

Oggi sugli scaffali di un supermercato…Due prodotti “biologici” – fagioli secchi – con denominazione italiana (cannellini e borlotti) ma rigorosamente coltivati in Cina (osservare l’indicazione della provenienza). Se è vero per i cinesi che tutto ciò che si può masticare è commestibile, è anche vero che non tutto ciò che è commestibile sia salubre. Immaginate adesso in quali lontani, insalubri e sconosciuti terreni possono aver luogo simili coltivazioni….Il “bello” della truffa e dell’assenza di garanzie sanitarie raggiunge l’apice se date una sbirciatina all’imprimatur (via libera!) offerto dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali…Chi ci garantisce sull’assenza, in tali prodotti “taroccati”, di sostanze tossiche prese direttamente dai terreni, dall’acqua e dell’atmosfera della Repubblica Popolare Cinese? Moltissimi cittadini ignari comprano e consumano, insieme ai propri figli questi prodotti senza alcuna tutela e/o informazione da parte delle istituzioni…

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Da ilgiornaledelcibo.it:

NON SOLO RISO E TÈ: IL BOOM DEL BIOLOGICO CINESE

Cereali, pesce surgelato, pomodori, tè. Ma anche olio, legumi, addirittura frutta e funghi. I prodotti bio cinesi non si nascondono più e si preparano a completare un’invasione cominciata dieci anni fa. Con prevedibile scia di polemiche in un terreno che si fa improvvisamente scivoloso perché ancora vergine nonostante ormai decennale. Perché trovare tra gli scaffali di rivenditori specializzati fagioli borlotti e fagioli cannellini provenienti dalla Cina ha inorridito i puristi e gettato nuove ombre sulla bontà di ciò che arriva dall’Estremo Oriente.

L’importazione di bio cinese

Le importazioni alimentari dalla Cina, secondo l’Istituto nazionale di economia agraria, valgono 500 milioni di euro all’anno e sono in ascesa, e lo stesso discorso vale per il biologico: numeri su scala inferiore, ma ugualmente importanti. Secondo l’ultimo rapporto del Sinab, il sistema di informazione sulla bioagricoltura, l’Asia, e la Cina in particolare, occupano un posto importante nelle 91mila tonnellate di prodotto biologico importato dall’Italia (dati 2014): oltre 22mila sono di provenienza cinese, ossia il 25% del totale. Un prodotto bio su 4 importati e immessi sul mercato italiano è dunque orientale, con dati significativi per i cereali (8.600 tonnellate, con un aumento del 150% rispetto al 2013), le colture industriali (quasi 7mila, in diminuzione però rispetto all’anno precedente), persino per gli ortaggi (poco meno di 4mila, con un raddoppio sul dato 2013).

I numeri della crescita

Sensibilmente aumentati rispetto al 2005, l’anno della svolta, in realtà gli ettari riservati in Cina all’agricoltura biologica non la pongono ai primi posti a livello mondiale. È invece la crescita del mercato che colpisce, tanto che le previsioni la proiettano per il futuro al primo posto.

Lo si evince dal rapporto, il tradizionale volume annuale di statistiche sul biologico The World of Organic Agriculture che Fibl e Ifoam hanno di recente presentato al Biofach di Norimberga, la più importante fiera del settore: i dati, aggiornati a fine 2014, indicano in 43,7 milioni di ettari la superficie a livello mondiale raggiunta dal settore, con una crescita di 0,5 milioni di ettari rispetto al 2013.

Ebbene, in una classifica capeggiata dall’Australia, il paese con la più vasta superficie agricola bio (17,2 milioni di ettari, per  il 97%), seguita da Argentina (3,1 milioni) e Stati Uniti (2,2 milioni), la Cina non eccelle, con poco più di un milione di ettari. Né è ai primi posti per numero di produttori biologici, che a livello mondiale hanno superato i 2,3  milioni (il numero maggiore è in India, 650mila).

È sul mercato che il livello sale. Gli Stati Uniti sono il primo mercato con 27,1 miliardi di euro, seguiti da Germania (7,9 miliardi di euro), Francia (4,8 miliardi di euro), e, per l’appunto, Cina: 3,7 miliardi di euro, con un trend di crescita costante.

I prodotti

Tanti, e in costante crescita di numero e varietà. Sono diverse le aziende italiane che hanno scommesso sul cinese, alcune delle quali di primo piano, e ogni anno l’elenco di prodotti bio made in China si arricchisce. Ecco quindi legumi secchi, riso e altri cereali, ortaggi di vario tipo, mele, funghi, aglio, tè.

E ovviamente spaghetti di riso, mentre il pomodoro, dopo lo scandalo di qualche anno fa (sugo made in Italy fatto con materia prima dell’estremo Oriente) è in calo. Facile dunque imbattersi non solo in riso di tutte le tipologie, ma anche in prodotti che si pensavano italiani come i fagioli cannellini e borlotti che tanto scandalo hanno fatto in Rete.

Pro e contro il biologico cinese

Sono più argomentati i secondi, a leggere siti e blog del settore, anche se non ci sono prese di posizione ufficiali da parte di organizzazioni di categoria e delle principali associazioni a difesa dei consumatori. A favore del bio made in China ecco quindi il prestigio e la serietà delle aziende che hanno deciso di investire in Oriente, e prima di importare hanno effettuato approfonditi studi sull’effettivo stato dell’agricoltura bio cinese. 

I detrattori, invece, portano diversi argomenti a difesa della loro tesi. L’inquinamento anzitutto, elevatissimo in Cina tanto da posizionarla al primo posto nel mondo. Quindi una regolamentazione diversa rispetto a quella presente in Italia di prodotti chimici e fertilizzanti (di cui è il maggiore consumatore mondiale), che nella penisola sono vietati.

E poi il diverso regime dei controlli: le aziende italiane vengono verificate ogni anno, quelle cinesi no e men che meno dagli organi di controllo nostrani. E infine, l’assenza di accordi tra Europa e Cina sul rispetto delle normative europee. La sensazione di chi è contrario è dunque quella che dietro la dicitura “agricoltura cinese” (o agricoltura non Ue, come spesso accade) che appare sulla confezione non ci sia una selezione rigorosa. Il tempo dirà quanto l’italiano apprezza il prodotto orientale.