Le mele del Trentino? Sono così piene di pesticidi da aver contaminato il DNA dei neonati !!

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Le mele del Trentino? Sono così piene di pesticidi da aver contaminato il DNA dei neonati !!

Il dibattito sui pesticidi c’è ed è pure molto acceso. Nell’affollatissima sala dell’Istituto comprensivo di Cles, si è svolto il convegno «Ambiente è salute: esposizione cronica a pesticidi e Dna umano», presentazione della prima ricerca scientifica su alcuni residenti della Val di Non ed organizzata dal Comitato per il diritto alla salute.
Che il tema scottante fosse particolarmente sentito è stato testimoniato dal fatto che l’organizzazione ha dovuto impedire l’accesso alla sala a molte persone interessate all’iniziativa e giunte quando l’auditorium era ormai al completo. Tuttavia, questo interesse si è fatto sentire in maniera più brusca, quando alcuni interventi a fine dibattito hanno portato un altro punto di vista sull’agricoltura tradizionale.
Ma andiamo per gradi. Sergio De Romedis del Comitato per il diritto alla Salute Val di Non ha introdotto la serata: «Oggi presenteremo uno studio scientifico effettuato sugli abitanti della Val di Non relativo ai danni al Dna dovuti all’esposizione cronica ai pesticidi. Ciò non significa che siamo contro l’agricoltura, ma, al contrario, pensiamo che essa sia fondamentale. Tuttavia, attraverso l’uso di determinate sostanze chimiche di sintesi, crediamo che essa crei una conflittualità, poiché sono state trovate tracce di pesticidi nel corpo di chi non è esposto professionalmente».
La parola è dunque passata agli esperti. Il dottor Marco Tomasetti dell’università politecnica delle Marche ha spiegato l’azione dei pesticidi sul Dna umano: anzitutto essi creano una rottura del genoma, poi inibiscono la naturale funzione ricostruttiva e, proprio per questo, obbligano la cellula a riprodursi in maniera errata. Questo non significa certo malattia istantanea, ma è comunque una premessa a tumori o malattie neurodegenerative.
Il secondo intervento è stato quello della dottoressa Renata Alleva del Irccs Rizzoli di Bologna, la quale ha presentato lo studio sulla popolazione nonesa: «Abbiamo effettuato uno studio su un gruppo di persone che per motivi residenziali è quotidianamente a contatto con i pesticidi. Si è misurata la qualità dell’aria, la presenza di pesticidi all’interno delle case e si sono poi eseguiti prelievi sulle persone in periodi diversi, ad alta e bassa esposizione».
Lo studio afferma che nei periodi di alta esposizione il Dna ci mette molto tempo a riparare i danni subiti dai pesticidi e anzi è inibito dal farlo. «Il danno al Dna si accumula e una donna in gravidanza può trasferire al feto le sostanze – ha proseguito la Alleva – Ciò può avvenire anche durante l’allattamento, visto che i residui dei pesticidi si accumulano nei grassi».
Lo studio sarà pubblicato su una rivista scientifica internazionale, laMolecular Nutrition & Food Research.
Nel dibattito è intervenuto oggi, con una nota dettagliata, anche l’assessore Michele Dallapiccola, che rivendica quanto fatto dalla Provincia su questo fronte e invita a evitare gli allarmismi.
IL DIBATTITO: «I CONTADINI NON SONO ASSASSINI»
Dopo l’intervento del pediatra dottor Pinelli, il quale ha parlato delle conseguenze dei pesticidi sullo sviluppo dei bambini, è seguito un dibattito acceso. In cui però nessuno ha confutato lo studio scientifico (non c’erano esperti di microbiologia o medicina titolati a farlo), ma si è trasferito il dibattito su temi generali.
Così ad esempio Alessandro Dalpiaz, direttore dell’Apot: «La serata mi ha disorientato. Noi agricoltori siamo accusati di essere gli artefici delle problematiche esposte in questo studio. Non crediamo sia così. Noi agiamo nel rispetto delle norme e non sta a noi fare pressione sul legislatore affinché elimini determinati pesticidi. Al contrario di quanto sostenuto stasera, la qualità e l’aspettativa di vita non sono peggiorate».
A queste parole sono partite grida di protesta contro Dalpiaz, il quale ha proseguito dicendo che «Noi non siamo colpevoli, ma interpreti della nostra vita professionale. Possiamo sicuramente migliorare, ma dobbiamo trovare punti di incontro e dialogare di più». Dalpiaz ha ripreso il proprio posto in sala accompagnato da forti proteste.
In questo clima rovente, dal mondo ortofrutticolo è arrivata un’altra voce, quella di Gabriele Calliari, presidente Coldiretti Trentino: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Siamo tutti venuti qui in auto e chissà quanti aerei sono passati sopra le nostre teste durante la serata. Io non mi sento un killer di bambini. Devo forse pensare che la gente muore di cancro per colpa della mia attività? L’agricoltura oggi è a un bivio: o è legittimata e può dunque andare avanti, oppure deve terminare. Dobbiamo smettere di produrre e acquistare prodotti esteri distribuiti dalle lobby multinazionali e ogm? Diamoci una mano, altrimenti non se ne esce».
Anche in questo caso non sono mancati i brusii di sottofondo, ma certo non così forti come quelli rivolti a Dalpiaz. La serata si è quindi conclusa verso mezzanotte.
APOT E MELINDA: «ECCO PERCHÉ ABBIAMO PARTECIPATO»
Diversi rappresentanti dei Consorzi Melinda e «La Trentina», associati ad Apot – Associazione produttori ortofrutticoli trentini – ed una rappresentanza di frutticoltori di imprese private, e rappresentanze di enti locali del territorio, non hanno voluto mancare al Convegno, per ribadire il proprio impegno e volontà di accogliere le istanze della popolazione sul fronte del tema dell’utilizzo dei fitofarmaci. E lo hanno ribadito in un comunicato stampa.
Esso informa: «Abbiamo ritenuto utile una nostra presenza all’incontro per confermare la disponibilità dei frutticoltori verso un confronto più aperto e attento sui temi della salute e dell’ambiente – dichiara Alessandro Dalpiaz, direttore di Apot -. Dobbiamo essere coscienti che solo attraverso una progettualità rinnovata, ma anche sufficientemente condivisa, sarà possibile migliorare la qualità del sistema produttivo e del sistema territoriale, offrendo maggiori e più solide garanzie sociali ed economiche al Trentino, dando pieno significato al concetto di sostenibilità che ingloba le istanze economiche, sociali ed ambientali dei lavoratori e dei cittadini».
Continua il comunicato stampa: «Sulla medesima posizione il presidente di Melinda Michele Odorizzi, che ricorda come “L’interesse del Consorzio passi anche attraverso le sensibilità dei cittadini, che vanno ascoltate ed applicate nelle politiche ambientali e commerciali ma anche nel lavoro quotidiano dei singoli frutticoltori”».
Secondo il comunicato dei frutticoltori «Il confronto continuo e costruttivo, quindi, è quanto Apot e i Consorzi associati auspicano, da cui trarre utili suggerimenti e indicazioni importanti per la formulazione di programmi di attività e progetti in grado di favorire il raggiungimento di obiettivi di qualità ambientale, sociale ed economica alla base del concetto di “sostenibilità”, verso cui i frutticoltori, le loro rappresentanze e la società civile sono comunemente orientati».
fonte: http://www.ladige.it/popular/salute/2016/03/20/pesticidi-studio-residenti-val-non-agiscono-dna-passano-mamma-feto
tratto da: QUI

 

Attenzione: ci vendono le mele dell’anno scorso facendole passare per fresche, e ce le fanno pagare anche di più!

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Attenzione: ci vendono le mele dell’anno scorso facendole passare per fresche, e ce le fanno pagare anche di più!

 

Ci vendono le mele dell’anno scorso facendole passare per fresche, e costano anche di più

Con l’arrivo dell’autunno sono arrivate le prime mele nei supermercati, ma bisogna prestare molta attenzione al tipo di prodotto che si sta acquistando. Potrebbero essere, infatti, mele dello scorso anno, la cui vendita non sembra nemmeno vietata.

A parlarne è Carlo Bogliotti su La Stampa che spiega come il 2017 sia stato un pessimo anno per la raccolta delle mele a causa delle avverse condizioni meteo: prima due gelate a maggio e poi una lunga siccità estiva, questo ha comportato un basso numero di prodotti da vendere. Lo scorso anno, invece, la produzione è stata decisamente maggiore a quella dell’offerta e i frutti non sono stati buttati, ma conservati in appositi magazzini, per evitarne il deterioramento, e ora vengono riproposti sul mercato.

Non si tratta di prodotti “cattivi”, ma semplicemente di prodotti vecchi, a fronte della situazione sopra riportata. Il problema sembrerebbe non esserci, ma lo diventa quando però l’etichetta dei prodotti non rivela questo dettaglio, come invece dovrebbe per correttezza. Non esiste però un obbligo legale che imponga scrivere sull’etichetta la data di raccolta delle mele e quindi al consumatore resta il dubbio, che in questo caso ha anche il sapore di inganno.

A mostrare ancora di più la poca correttezza di alcuni commercianti sono i prezzi: se infatti la raccolta del 2017 è stata più scarsa, ha un senso un prezzo più elevato, ma non lo è se la mela è in realtà del 2016. Come scoprirlo? Impossibile, bisogna solo fidarsi dell’onestà del commerciante.

tratto da: http://www.leggo.it/alimentazione/news/mele_grande_inganno_vendono_prodotti_dello_scorso_anno_scambiandoli_freschi_ed_tutto_legale-3276304.html

Cina. 88 miliardi di mele alla conquista del mondo

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Cina. 88 miliardi di mele alla conquista del mondo

 

Da dove viene la mela che hai mangiato poco fa?

E quelle che hai cucina?

E quelle del supermercato o del negozio sotto casa?

Se ne parla poco o niente. Ma che bisogno c’è di importare alimenti, anche deperibili come la frutta, dall’altro capo del mondo?

Ripeto, se ne parla troppo poco. E l’informazione diventa oltremodo nebulosa proprio per quanto riguarda le mele. Vogliamo solo riproporVi questo articolo di 12 anni fa di Repubblica:

 

Cina. 88 miliardi di mele alla conquista del mondo

Da Yantai parte un quarto di tutte le esportazioni di mele cinesi verso il resto del mondo, il nuovo made in China che ha invaso le tavole degli italiani. Ottantotto miliardi di mele: l’ anno scorso il raccolto cinese ha polverizzato ogni record, di che fornire più di una dozzina di pomi per ogni abitante della terra. Ancora all’ inizio degli anni Novanta gli Stati Uniti erano il primo produttore mondiale di mele, oggi la Cina ne raccoglie il quadruplo degli americani. Con salari da due euro a giornata, i contadini vendono le Fuji sotto i 15 centesimi di euro al chilo: impossibile competere con quei prezzi. Perciò i frutteti sono dilagati su due milioni di ettari, si estendono dalle rive del Mar Giallo fino alle colline del Gansu. è rimasta un’ agricoltura all’ antica, senza macchinari, tutta segnata dalla fatica umana. Per sfruttare al massimo quei campicelli in miniatura si piantano gli alberi vicinissimi, incollati uno all’ altro. In certi punti la vegetazione è così fitta che la luce non arriva ai rami bassi, perciò i contadini stendono per terra la carta argentata per riflettere qualche raggio di sole. Quando i frutti sono ancora giovani vengono avvolti ciascuno in un sacchetto di carta. Più avanti nella stagione, tolta la carta si appiccicano nastri adesivi per proteggere la pelle delicata delle Fuji. Prima di portarle al mercato vengono incellofanate una per una. La quantità di lavoro consacrata ad ogni mela è spaventosa. Per lo stesso raccolto a cui un agricoltore americano dedica 200 ore del suo tempo, il cinese fatica 1.400 ore. Le delicate attenzioni dei coltivatori dello Shandong hanno un costo invisibile. Da quel frutto dipende tutta la loro vita, è troppo prezioso per correre rischi con le malattie delle piante, le bestiole e i parassiti. Con la tànica sulle spalle e lo spruzzatore in mano, i contadini annaffiano le Fuji di veleni, spesso ignorando i regolamenti locali. «Ogni mela viene toccata diciassette volte prima di arrivare al mercato», è il detto cinese: anticamente alludeva a cure amorevoli, oggi semmai è un sintomo di pericolosa manipolazione. Ne è convinto Peter Johnston, responsabile-qualità per la catena di supermercati ParknShop di Hong Kong. Nel viaggio delle mele Fuji dalla Cina verso il resto del mondo, lui presidia la prima frontiera strategica, l’ ex colonia britannica dove i consumatori sono più avvertiti e guardinghi che nel resto della Cina. Quando a notte fonda arrivano i camion dalla Cina continentale per le consegne ai suoi magazzini frigoriferi, Johnston non li lascia scaricare una sola cassetta finché i suoi esperti non hanno analizzato campioni della merce fresca. «Nella frutta e verdura cinese – dice Johnston – i pesticidi sono un problema serio. Ogni anno dei consumatori finiscono all’ ospedale per aver mangiato frutti o ortaggi contaminati». Per i suoi venti supermercati ha creato una task force di periti biochimici che fanno dei blitz direttamente nei campi, dai primi fornitori. «Se chiudi gli occhi e ti affidi alla catena della grande distribuzione così come funziona adesso, sei a rischio». Il governo di Pechino assiste trionfante all’ ascesa di questa nazione come potenza agricola. Ormai un terzo di tutto il commercio mondiale di ortofrutta è made in China. Ma anche le autorità devono ammettere i pericoli per la salute. Un’ indagine ufficiale ha rivelato che il 47 per cento della frutta e verdura contiene tracce di pesticidi superiori ai limiti massimi stabiliti per legge. Per onestà bisogna ricordare che l’ Italia non è un paradiso ecologico; l’ agricoltura padana è la più grossa fonte di inquinamento dell’ Adriatico. In Cina però il fenomeno raggiunge punte ineguagliate. La produzione industriale di pesticidi è triplicata in cinque anni e dilaga anche in questo settore la contraffazione: il 40 per cento degli insetticidi chimici sono venduti agli agricoltori sotto marchi falsi, aumentando il rischio di nocività. Il ministero della Sanità stima che i casi di intossicazione da pesticidi raggiungono 120mila persone all’ anno. A Pechino i ricchi ormai sono sospettosi, preferiscono fare la spesa nei supermercati stranieri, strapagando arance californiane e uva neozelandese. I veleni somministrati dai contadini sono solo una parte del problema. Molte sostanze letali abbondano già nell’ ambiente dove crescono le mele Fuji, i pomodori, i broccoli e i cocomeri made in China. Le minacce si nascondono nella terra e nell’ acqua. Campi e fiumi cinesi sono fra i più inquinati del pianeta. Chen Junshi, che per molti anni ha diretto l’ Accademia cinese per la medicina preventiva, sostiene che viene individuato solo il dieci per cento delle malattie dovute ad agenti tossici nel cibo contaminato: «Non abbiamo un’ idea della vera ampiezza delle patologie». Una delle eredità dei tempi di Mao Zedong è l’ eccezionale densità di Ddt depositato nel suolo, per l’ uso massiccio che fu fatto del micidiale insetticida. «La concentrazione di Ddt resta elevata ancora oggi – dice Wu Yongning dell’ Istituto di igiene alimentare – nonostante che sia stato messo fuorilegge a metà degli anni Ottanta». Per Wu una minaccia altrettanto seria per la salute sono i pesticidi a base di fosfato che hanno sostituito il Ddt, insieme con i fertilizzanti al nitrogeno che sono cancerogeni. L’ acqua è l’ altra maledizione. Per irrigare bisogna attingere a fiumi e laghi circostanti. Liu Hongzhi, direttore dell’ Agenzia per la protezione dell’ ambiente, rivela che «i sette grandi fiumi, e 25 dei 27 laghi principali, sono contaminati da scariche industriali tossiche e fognature urbane». Mercurio e piombo, scorie metalliche e colibatteri possono passare dall’ acqua ai raccolti, dalle piante fino allo stomaco del consumatore. Ad aggravare i rischi c’ è la promiscuità forzata tra industria e agricoltura, spesso vicine di casa. Uno dei paradossi della Cina è che questo immenso paese-continente è ricoperto di deserti, catene montuose e zone aride quasi disabitate, dal Tibet al Xinjiang alla Mongolia interiore. La stragrande maggioranza della popolazione si addensa in aree ridotte: quelle dove ci sono le terre fertili sono le stesse dove c’ è manodopera per le fabbriche. Lo Shandong, il regno della mela Fuji, è anche una regione ricca di giacimenti petroliferi, industria chimica, miniere e centrali a carbone. Lo Shaanxi, seconda regione produttrice di mele, è pieno di impianti petrolchimici e di industria militare. I campi dei contadini lambiscono le periferie delle grandi città, nonostante l’ avanzare del cemento e dei grattacieli. Chi arriva in aereo a Shanghai dall’ alto vede uno scintillìo che può scambiare per il riflesso del mare: sono chilometri quadrati di campi di verdure protette da miriadi di sacchetti di plastica che brillano al sole, un raccolto indispensabile per sfamare i venti milioni di cittadini della megalopoli. La cappa di smog che opprime il cielo di Shanghai deposita le sue polveri anche sui broccoli e gli spinaci, le fragole e i pomodorini. Ma gli allarmi sull’ inquinamento non rallentano la lunga marcia della mela Fuji, dal villaggio di Er Ji alla cittadina di Yantai, da lì alla conquista del pianeta. I Tir la travasano sulla flotta mercantile gestita dalla Brilliant Century Agriculture Developing Company: è il più grande esportatore cinese di mele fresche. Ogni anno questa società da sola spedisce nel resto del mondo 30mila tonnellate di mele. Ha due soci italiani nel commercio all’ ingrosso, Primatronic e Ama Trade. Sono i potenti intermediari della nuova “catena alimentare”, che parte dai frutteti dello Shandong e arriva sulle tavole degli italiani, nello zainetto dei vostri figli, nei bar e nei ristoranti, nelle macedonie e nei succhi di frutta. Se nel viaggio intercontinentale la mela Fuji si trascina dietro veleni, la cosa non riguarda i grossisti della Brilliant Century Agriculture, che muovono miliardi sui conti in banca dai loro grattacieli di Pechino e Shanghai. Anche il governo cinese ha altre priorità. Con 800 milioni di abitanti rurali che campano di agricoltura, non si può essere troppo pignoli. La Fuji arriva sulle tavole degli italiani con tanta compagnia, insieme ai gamberetti asiatici imbottiti di antibiotici, insieme ai polli dalla salute incerta. Giorno dopo giorno, i problemi della Cina ci penetrano lentamente nelle vene.

FEDERICO RAMPINI

La Repubblica, 12 giugno 2015

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2005/06/12/cina-88-miliardi-di-mele-alla-conquista.html