Incredibile: entro il 2050 nel mare più plastica che pesce! È questo il mondo che stiamo lasciando ai nostri figli?

mare

 

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

Incredibile: entro il 2050 nel mare più plastica che pesce! È questo il mondo che stiamo lasciando ai nostri figli?

Protezione degli oceani: nel 2050 più plastica che pesce.

Gli oceani, polmoni della terra, sono malati di plastica. The New Plastic Economy lotta per la protezione degli oceani. E tu, vuoi fare la tua parte?

Oceani: polmoni, regolatori del clima e fonte di vita

Oceani e mari sono i polmoni della Terra, i regolatori del clima e una fonte di sopravvivenza indispensabile per l’uomo. Eppure sono malati, di plastica. Stiamo avvelenando il pianeta. Tanto che, se non cambiamo abitudini, nel 2050 ci sarà più plastica che pesce negli oceani.

Danni agli oceani: pesca e plastica

Gli oceani producono più del 50% dell’ossigeno del pianeta, soprattutto grazie a fitoplancton (piccoli organismi acquatici vegetali) e alghe. Sono i regolatori dell’atmosfera terrestre e del clima globale. E sono fondamentali per la vita dell’uomo: il 60% della popolazione mondiale vive entro 60 km dalle coste e 3 miliardi di persone basano il 15-20% della loro dieta sui prodotti ittici. Ma ora gli oceani non stanno bene.

A farli ammalare sono lo sovra-sfruttamento della pesca e la plastica. Ogni anno raccogliamo 130 milioni di tonnellate di pesce, generando circa 180 miliardi di Dollari di fatturato e un indotto di 500 miliardi. Ma gli oceani non sono infiniti. Ogni anno vengono persi imballaggi di plastica per un valore di 80-120 miliardi di Dollari. Continuando così, nel 2050 ci sarà più plastica che pesce, come rivela il report The New Plastics Economy – Rethinking the future of plastics, pubblicato dalla Ellen MacArthur Foundation con il World Economic Forum. E il responsabile è sempre uno: l’uomo.

Oceani… e Mediterraneo di plastica

Il 60-80% dei rifiuti marini mondiali e il 90% di quelli sulle spiagge è di plastica. Si stima che galleggino quasi 269.000 tonnellate di rifiuti di plastica nel mondo (esclusi nei fondali e sulle spiagge) ma non è un dato definitivo. Su Litterbase c’è la mappa dell’inquinamento oceanico mondiale. In molti paesi c’è preoccupazione: dal Canada, che vive su tre oceani (Atlantico, Pacifico e Mar Glaciale Artico) che generano 300.000 posti di lavoro e circa 40 miliardi di Dollari di PIL. Alla Norvegia, dove un petroliere ha destinato parte della sua fortuna alla pulizia degli oceani. E non il Mediterraneo non si salva.

Plastica negli oceani: cos’è, dov’è e come ci è arrivata?

La plastica si classifica in macro-plastiche (di diametro o lunghezza superiore a 25mm), meso-plastiche (tra 25 e 5mm), micro-plastiche (minore di 5mm) e nano-plastiche (minore di 1 micrometro). Si calcola che ci siano tra 4.800 e 30.300 tonnellate di micro-plastica solo nel Mediterraneo, secondo la ricerca Un Mediterraneo di plastica di Greenpeace Italia. Mozziconi di sigarette, sacchetti di plastica e materiali usa & getta (tappi, coperchi, bottiglie) inquinano i nostri mari, come evidenzia Legambiente. Ma in mare ci sono anche le reti da pesca fantasma, ossia gli strumenti da pesca abbandonati, persi o scartati che sono veri killer del mare con tartarughe, delfini e balenottere come vittime principali.

Il cattivo smaltimento dei rifiuti umani è il motivo principale di tanta plastica nei nostri oceani. Infatti l’inquinamento oceanico si concentra nelle aree urbanizzate, lungo le rotte commerciali e nei canyon sottomarini. 1.341 specie marine sono venute a contatto con i rifiuti, il 17% di queste sono nelle liste rosse dell’IUCN. La micro-plastica uccide in due modi: sia ingestione che intrappolamento e soffocamento sono fatali. E corriamo anche il rischio che le micro-plastiche si spostino lungo la catena alimentare e arrivino fino a noi (esistono scarsi dati e nessuna normativa a riguardo, ad oggi).

La protezione degli oceani in un piano d’azione

Dopo i risultati, The New Plastics Economy ha iniziato una campagna mondiale di tre anni per riformare il sistema della plastica. A gennaio ha pubblicato il rapporto The New Plastics Economy – Catalysing Action in cui presenta un piano d’azione. Lo studio è sostenuto da mondo accademico, industrie, ONG e start-up, ha 40 partner internazionali come Unilever, Mars, Amcor, P&G, Danone, CocaCola, Nestlé e H&M. L’obiettivo è di aumentare il riuso e riciclo fino al 70% dall’attuale 14%. I punti-chiave sono tre:

  1. Ri-progettazione e innovazione – Creare materiali e modelli riutilizzabili permetterebbe di recuperare il 30% degli imballaggi plastici. Da quelli piccoli (coperchi, tappi etc.) ai materiali non convenzionali come PVC, EPS e PS.
  2. Riuso – Il riutilizzo salverebbe il 20% dei contenitori oggi considerati rifiuti. Ad esempio, bottiglie e sacchetti riutilizzabili salverebbero 6 milioni di tonnellate di materiale e ci farebbe risparmiare 9 miliardi di Dollari l’anno.
  3. Riciclo – Il riciclo sarebbe utile per il 50% degli imballaggi restanti. Favorire innovazione e riuso potrebbe aumentare la raccolta di plastica per un valore fino a 190-290 Dollari/tonnellata, spingendo l’economia circolare a investire in materiali green. Portando a un risparmio di 2-3 miliardi di Dollari l’anno, solo nei paesi dell’OCSE.

Soluzione: 4 consigli per salvare gli oceani

Cambiare il nostro stile di vita è l’unico modo per salvare gli oceani. Come? Esistono almeno quattro modi con cui puoi aiutare gli oceani. Evitiamo la plastica usa & getta. E riduciamo il nostro impatto ambientale. L’innovazione sta facendo i primi passi con la plastica biodegradabile e Ocean CleanUp, la barriera sottomarina per la pulizia degli oceani (però è ancora un prototipo). Ma non basta.

La protezione degli oceani parte da noi

Come si legge in Un Mediterraneo di plastica:

“Uno degli aspetti cruciali per risolvere il problema dell’inquinamento da plastica è cambiare il nostro atteggiamento rispetto alla cultura dell’usa e getta”.

La protezione degli oceani deve partire da noi. Stiamo avvelenando loro e la Terra. La responsabilità di salvarla, quindi, spetta a noi. I nostri polmoni sono malati di plastica. Per curarli dobbiamo cambiare le nostre abitudini.

Tu sei pronto a fare la tua parte?

fonte:

-http://www.green.it/protezione-degli-oceani/

 

Oltre “Terra dei Fuochi” – Lo scandalo nascosto in fondo al mare: “Hanno fatto affondare 90 navi piene di rifiuti tossici” – Il Mediterraneo come un’enorme discarica velenosa!

Mediterraneo

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

Oltre “Terra dei Fuochi” – Lo scandalo nascosto in fondo al mare: “Hanno fatto affondare 90 navi piene di rifiuti tossici” – Il Mediterraneo come un’enorme discarica velenosa!

 

Lo scandalo nascosto in fondo al mare: “Hanno fatto affondare 90 navi piene di rifiuti nel Mediterraneo”

I servizi militari avrebbero inviato, fin da settembre 1995, un elenco di 49 navi sospette alla Procura di Reggio Calabria che svolgeva le indagini “ma – sostiene il Fatto Quotidiano – questo non arrivò mai agli investigatori”
di Ignazio Dessì   –   Facebook: I. D.

Sarebbero complessivamente almeno 90 i cargo fatti colare a picco nelle acque più buie del Mediterraneo tra il 1989 e il 1995 (e mai recuperati), secondo gli analisti del Sismi che avrebbero messo quegli affondamenti in relazione con “presunti traffici di rifiuti tossici”. Giovedì scorso la Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti ha desecretato il documento che dimostrerebbe inoltre come i  servizi segreti militari (ex Sismi, appunto) avessero inviato, fin da settembre 1995, un elenco di 49 navi sospette alla Procura di Reggio Calabria che svolgeva le indagini sul presunto affondamento doloso di natanti carichi di rifiuti tossici nel Mar Mediterraneo.

Secondo i dati diffusi a seguito della decisione della commissione presieduta dal deputato Alessandro Bratti, del Pd, a fianco di ognuna delle navi i Servizi appuntavano “data, luogo e causa presunta dell’inabissamento, nazionalità, carico e nome dell’armatore”.

Un documento prezioso

Un documento davvero prezioso per gettare luce sul possibile traffico di rifiuti industriali e forse radioattivi che potrebbero essere stati imbarcati su cosiddette “navi a perdere” fatte affondare apposta in alto mare. Una (presunta) losca attività sulla quale stava indagando un pool di investigatori del Corpo forestale dello Stato per conto delle Procure di Reggio Calabria e Matera.

“Mai arrivato agli investigatori”

Secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, tuttavia, “agli investigatori del Corpo Forestale dello Stato che indagavano per conto dei pm di Reggio Calabria e Matera il documento confezionato dal Sismi, così prezioso per le indagini, non sarebbe mai arrivato”.

La morte del capitano De Grazia

Nell’elenco elaborato dagli 007 militari figuravano per altro alcuni mercantili sui quali stava indagando in quel periodo il capitano Natale De Grazia, uno degli investigatori in prima linea nell’inchiesta, morto durante una trasferta, in circostanze rimaste sempre sospette. De Grazia cessò di vivere nella notte tra il 12 e il 13 dicembre ’95 per “morte cardiaca improvvisa dell’adulto”, referto mai accettato dai familiari. La commissione d’inchiesta sui rifiuti nel 2012 parlò invece di “decesso dovuto a causa tossica”, aprendo nuove prospettive su quanto accaduto.

Come succede a volte in questo nostro Paese, dopo la scomparsa del capitano De Grazia, le indagini finirono nelle sabbie mobili e il pool investigativo venne smantellato.

Il riferimento alla Moby Prince

Nel documento dei servizi segreti militari comparirebbe inoltre anche un riferimento alla tragica vicenda della Moby Prince, il traghetto diretto ad Olbia che il 10 aprile del 1991, dopo una collisione con la petroliera Agip Abruzzo, si incendiò provocando la morte di 141 persone nella Rada di Livorno.

Il fatto sarebbe stato inserito dall’Intelligence in una “mappa concettuale” dedicata al “traffico di materiale bellico recuperato, di scorie nucleari e di armi”. La stessa sarebbe stata inviata il 3 aprile 2003 alla Divisione ricerca e anti proliferazione del Servizio segreto militare (allora Sismi, oggi Aise).

La “nota su Comerio”

Stando a quanto riportato dal Fatto la mappa del Sismi sarebbe allegata a una nota “sul faccendiere Giorgio Comerio, ingegnere che negli anni ’90 progettava di inabissare le scorie nucleari sui fondali marini servendosi di siluri penetratori, inquisito da diverse procure ma mai condannato per reati ambientali”. Il ruolo di Comerio è sempre rimasto poco chiaro. In un appunto del 2003 il Sisde lo considerò “sedicente appartenente ai servizi segreti, noto faccendiere italiano presumibilmente legato alla vicenda delle cosiddette navi a perdere …”

In ogni caso i Servizi cercarono di stabilire  un “filo diretto tra rimozione e traffico di materiale bellico” relativo alla Guerra del Golfo e il disastro della Moby Prince, ricostruendo la “presunta rete di traffici paralleli di armi, scorie e rifiuti tossici”. Da notare che i processi per il disastro della Moby Prince, comunque, non hanno portato mai all’individuazione di un colpevole.

Neri: “I servizi collaborarono”

Da precisare che, secondo l’ex pm di Reggio Calabria, all’epoca coordinatore delle indagini, Francesco Neri (oggi presidente di sezione penale d’Appello a Roma), il Servizio segreto militare collaborò, tanto che lui gli indirizzò una lettera di ringraziamento. “Il Sismi collaborò correttamente, mandando per le vie formali le informazioni che avevano – precisa in una intervista a La Cnews24 – Non posso affermare, salvo prova del contrario, che non abbia collaborato con noi. Abbiamo scoperto un fenomeno che non si conosceva. I servizi non potevano mandarci qualcosa di cui non erano a conoscenza”.

L’elenco desecretato, secondo quanto Neri dichiara ancora nell’intervista, “è uno dei tanti. Noi ne avevamo un altro di 131 navi. Quindi di imbarcazioni sospette ce n’erano molte. Ma non si poteva estendere l’indagine a tutto il mondo. Ci concentravamo su quelle che erano di nostra competenza, che potevano essere state affondate nel Mar Mediterraneo”.

fonte: http://notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/navi-rifiuti-mediterraneo-sismi/