“Abiti puliti”, l’agghiacciante rapporto – denuncia sui lavoratori sfruttati dai fornitori di Geox e Benetton

 

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“Abiti puliti”, l’agghiacciante rapporto – denuncia sui lavoratori sfruttati dai fornitori di Geox e Benetton

 

“Abiti puliti”, il rapporto denuncia: lavoratori sfruttati dai fornitori di Geox e Benetton

“Sappiamo sempre quando ci sarà una visita dall’Italia di un ispettore o di un dirigente perché i nostri superiori aprono prima le porte e le finestre, e accendono l’aria condizionata. Normalmente, ci viene detto ‘Non aprite la porta se non volete essere licenziati”. A parlare è una lavoratrice di una delle tante fabbriche in Serbia che producono vestiti e scarpe destinate al mercato europeo. Sfruttati, in condizioni lavorative non dignitose, con salari ben al di sotto del livello di sussistenza, consegnano i loro manufatti ad aziende che riforniscono anche grossi marchi come Geox, Benetton, Esprit, Triumph  e Vera Moda. A dirlo è il nuovo rapporto “L’Europa dello sfruttamento” curato dalla Clean Clothes Campaign, basata su un’inchiesta sulle dure condizioni di lavoro nell’industria tessile e calzaturiera dell’Est e Sud-Est Europa, soprattutto in Ungheria, Ucraina e Serbia. Ad esempio, molti lavoratori in Ucraina, nonostante gli straordinari, guadagnano appena 89 euro al mese in un Paese in cui il salario dignitoso dovrebbe essere almeno 5 volte tanto.

“A volte non abbiamo niente da mangiare”

“Per questi marchi i Paesi dell’Est e Sud-Est Europa rappresentano paradisi per i bassi salari – scrive il rapporto – Molti brand enfatizzano l’appartenenza al “Made in Europe”, suggerendo con questo concetto “condizioni di lavoro eque”. In realtà, molti dei 1,7 milioni di lavoratori e lavoratrici di queste regioni vivono in povertà, affrontano condizioni di lavoro pericolose, tra cui straordinari forzati, e si trovano in una situazione di indebitamento significativo”. Le conseguenze sono terribili. “A volte semplicemente non abbiamo niente da mangiare”, ha raccontato una lavoratrice ucraina. “I nostri salari bastano appena per pagare le bollette elettriche, dell’acqua e dei riscaldamenti” ha detto un’altra donna ungherese. Quando i lavoratori serbi chiedono perché durante la calda estate non c’è aria condizionata, perché l’accesso all’acqua potabile è limitato, perché sono costretti a lavorare di nuovo il sabato, la risposta è sempre la stessa: “Quella è la porta”.

Sgravi in cambio di lavoro malpagato

“Ci pare evidente che i marchi internazionali stiano approfittando in maniera sostanziosa di un sistema foraggiato da bassi salari e importanti incentivi governativi” dichiara Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign. “In Serbia, ad esempio, oltre ad ingenti sovvenzioni, le imprese estere ricevono aiuti indiretti come esenzione fiscale fino a per dieci anni, terreni a titolo quasi gratuito, infrastrutture e servizi. E nelle zone franche sono pure esentate dal pagamento delle utenze mentre i lavoratori fanno fatica a pagare le bollette della luce e dell’acqua, in continuo vertiginoso aumento” continua Deborah Lucchetti.

Salario minimo legale? Quasi mai

Secondo il rapporto: “In Ucraina e Serbia, i rapporti sui lavoratori rivelano che la maggior parte di essi non riceve il salario minimo legale. È ad esempio il caso di una parte dei lavoratori di Geox in Serbia; della maggior parte dei lavoratori serbi presso i fornitori e i subfornitori di Benetton, Esprit, Bestseller/Vero Moda e dei lavoratori ucraini di Triumph. Accuse pesanti per cui il Salvagente sarà lieto di ospitare eventuali repliche da parte delle aziende coinvolte.

La normative da cambiare

Ma com’è possibile che il Made in Italy sia prodotto tramite questa filiera sporca? Secondo la campagna l’origine del problema risale agli anni  Settanta, quando un gruppo di governi guidato da quelli tedesco e italiano, stabilì il regime di Traffico di Perfezionamento Passivo in Europa (TPP) verso l’Europa centrale, orientale e sud- orientale. Il regime permette alle aziende dell’Unione europea di mandare le materie prime nelle fabbriche dell’Est per trasformarle in prodotto finito. Basta poi completare il confezionamento nel paese d’origine del marchio per etichettare la scarpa o l’abito come prodotto interamente in patria. La Campagna Abiti Puliti chiede ai marchi coinvolti di adeguare i salari corrisposti al livello dignitoso e di lavorare insieme ai loro fornitori per eliminare le condizioni di lavoro disumane e illegalidocumentate in questo rapporto.

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/11/16/abiti-puliti-il-rapporto-denuncia-lavoratori-sfruttati-dai-fornitori-di-geox-e-benetton/28058/?utm_content=buffer5fca2&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer

Manovra: ecco la ‘tassa’ di 10 euro su tutti i concorsi. Anche il Codacons contro questo ultima vergognosa vigliaccata di un governo che specula schifosamente sulla pelle di chi non può godere di un suo diritto come quello del lavoro!

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Manovra: ecco la ‘tassa’ di 10 euro su tutti i concorsi. Anche il Codacons contro questo ultima vergognosa vigliaccata di un governo che specula schifosamente sulla pelle di chi non può godere di un suo diritto come quello del lavoro!

MANOVRA: ‘TASSA’ 10 EURO SU TUTTI CONCORSI SCUOLA

CODACONS: BALZELLO VERGOGNOSO. GOVERNO VUOLE FARE CASSA SU DIRITTO AL LAVORO

La tassa da 10 euro da applicare su tutti i concorsi relativi alla scuola, è per il Codacons un provvedimento immorale teso a far cassa speculando sul diritto al lavoro. Lo afferma l’associazione, commentando quanto contenuto in un articolo della Bozza della Legge di Bilancio.
“Si tratta di un balzello vergognoso – spiega il presidente Carlo Rienzi – Già oggi chi affronta un concorso nel settore della pubblica istruzione è costretto a sostenere costi ingenti tra testi di preparazione, trasporti, trasferimenti, alloggi in albergo, ecc. A ciò il Governo vorrebbe aggiungere una ulteriore tassa da 10 euro a candidato, di cui non si capisce francamente il senso né cosa la giustifichi. Al contrario sembra un mero espediente per permettere allo Stato di fare cassa, con l’aggravante di pesare su un diritto fondamentale dei cittadini: quello al lavoro”.
“Per tale motivo – prosegue Rienzi – contestiamo duramente il provvedimento e siamo pronti ad impugnarlo nelle sedi opportune se dovesse essere confermato”.

fonte: https://codacons.it/manovra-tassa-10-euro-tutti-concorsi-scuola/

Vergognoso, può succedere solo in Italia – Malati e licenziati. Se ti viene un cancro perdi il lavoro! Già 240mila casi in 10 anni!

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Vergognoso, può succedere solo in Italia – Malati e licenziati. Se ti viene un cancro perdi il lavoro! Già 240mila casi in 10 anni!

Malati e licenziati, con il cancro si perde il lavoro

Nei primi dieci anni del nuovo millennio in italia si contano oltre 240 mila persone mandate a casa dopo una diagnosi di tumore

Da il Fatto Quotidiano del 1-9-2017

Troppo spesso chi ha una malattia grave come il cancro fatica a mantenere il posto di lavoro durante tutto il corso delle cure salvavita. Mancano ancora le tutele e così ci sono famiglie che diventano monoreddito e finiscono sul lastrico. Secondo un’indagine della Federazione italiana associazioni volontariato in oncologia (Favo) e del Censis, nei primi dieci anni del nuovo millennio, sono oltre 240 mila le persone con una diagnosi di tumore che sono state licenziate o hanno perso il lavoro.

Come Maria, 55 anni di Savona, che ha scoperto di avere un cancro al seno nel 2010. Faceva la cameriera in un hotel con un contratto a tempo indeterminato. Finito il ciclo di chemioterapie, ha ricevuto una lettera di licenziamento tramite raccomandata per aver superato il periodo di comporto (durante il quale vige il divieto di licenziamento del lavoratore assente per malattia) fissato a sei mesi. “È stata una coltellata, avevo bisogno di lavorare per non perdere la dignità – ci racconta -. Ho chiesto alla padrona se potevo fare qualcosa di più leggero, ma non ne ha voluto sapere. Oggi sono iscritta alle liste di collocamento. Campo con una pensione di invalidità di 700 euro e ho un mutuo da saldare. È mio figlio che mi paga le bollette”. Stesso destino per Sabrina, 49 anni di Firenze, anche lei colpita da un carcinoma mammario. Era il 2013 e aveva un ruolo da responsabile modellista in un’azienda di pelletteria. È stata a casa per tutto il tempo della chemio e quando è rientrata è stata inserita nella categoria protetta. “I colleghi hanno iniziato a mobbizzarmi. Non ero più affidabile secondo loro, spruzzavano la varichina quando andavo al bagno. Poi mi sono assentata per la ricostruzione al seno e il capo mi ha minacciato di demansionarmi, nel reparto pulitura delle borse. Lo scorso luglio mi hanno costretta a licenziarmi”. Oggi vive pure lei con una pensione di 700 euro. Per fortuna ha un marito che lavora. “Prima mi hanno concesso di lavorare da casa, poi mi hanno messo in ferie forzate e alla fine in cassa integrazione a zero ore. Io non sono guarito, posso lavorare però e ho una gran voglia, il lavoro è la mia vita ma non possono umiliarmi”: Giovanni, 47 anni è un giornalista di Napoli con una metastasi al rene. A gennaio, stanco di lottare, ha chiesto la pensione. “Prendo 964 euro al mese e ho un affitto di 600”.

Una partita Iva che si ammala vive un incubo nell’incubo. “Dopo 20 anni di contributi versati alla gestione separata Inps, nelle mie condizioni non ho diritto nemmeno a un giorno di indennità di malattia, solo perché non ho versato sufficienti soldi negli ultimi 12 mesi!”: Claudio, della provincia di Brescia, ha 58 anni e un cancro che gli sta mangiando il cavo orale. Consulente aziendale per le risorse umane, lo scorso novembre un’ecografia gli ha sconvolto la vita. Ha dovuto mollare tutto per fare le cure. Daniela Fregosi ha un blog (“Afrodite K”) in cui porta avanti una battaglia per i diritti e l’assistenza dei lavoratori autonomi che si ammalano. “Chiediamo che venga garantita un’indennità di malattia per chi ha un minimo contributivo di tre annualità e non solo negli ultimi 12 mesi perché questo penalizza chi nell’ultimo anno, prima di ammalarsi, ha avuto la sfortuna di lavorare di meno”. “Sto pagando le cartelle di Equitalia con interessi di mora del 40 per cento”: Rosella, 54 anni pisana, ha combattuto un tumore al seno con la paura di vedersi pignorati tutti i beni dallo Stato. “Ho una lavanderia, facevo le chemio al mattino e al pomeriggio rientravo in negozio, non potevo permettermi di pagare un’altra persona o chiudere. Poi ho iniziato la radioterapia: facevo le sedute in pausa pranzo. Ho perso almeno il 30% dei guadagni. E mio marito, altra partita Iva nei cantieri navali, era in crisi. Abbiamo anche un figlio da far crescere”. Ma a Rosella non ha hanno concesso l’esonero temporaneo dal pagamento delle tasse e dei contributi Inps che aveva chiesto.

Nel frattempo, una conquista: il nuovo Statuto dei lavoratori autonomi, approvato a maggio, in caso di malattia prevede il congelamento dei contributi previdenziali per un massimo di 24 mesi e successiva rateizzazione nel tempo. E durante le terapie invasive equipara l’indennità di malattia alla degenza ospedaliera aumentando così i giorni utilizzabili (da 61 a 180) e facendo raddoppiare il rimborso economico.

Peccato che i piccoli commercianti e gli artigiani siano rimasti fuori, così come i professionisti degli Ordini”, commenta Fregosi. Paola faceva la cuoca nell’hotel di famiglia, chiuso da quando le hanno tolto tutti i linfonodi ascellari colpiti da un tumore e non può più usare il braccio come prima. “Non potevamo stipendiare un altro dipendente”. Paola, che abita in Liguria, ha 31 anni e un futuro davanti a sé. “Un lavoro mi aiuterebbe a superare il peso psicologico che ho dentro”. Carla si sfoga così: “Quando hai un cancro entri in uno spazio di nessuno”. Psicologa, bolognese di 58 anni, divorziata dal marito, da qualche giorno con grande fatica è riuscita a ottenere la pensione di vecchiaia anticipata per invalidità. “Prendo 500 euro al mese e ne pago 900 tra commercialista e tasse”. “I malati di cancro sono persone a rischio povertà – di-chiara il presidente Francesco De Lorenzo della Favo -. Il nostro studio ha rivelato che il 78% dei malati ha subìto un cambiamento nel lavoro dopo la diagnosi, il 36,8% ha dovuto fare assenze, il 20,5% è stato costretto a lasciare l’impiego e il 10,2 si è dimesso. Il lavoro aiuta ad affrontare meglio la malattia”.

I numeri non aiutano. Le persone con una diagnosi di tumore è passata da 2,6 milioni nel 2010, a 3 milioni nel 2016, di cui oltre un milione in età lavorativa. Al momento c’è una proposta di legge, presentata dal deputato Pd Vincenzo D’Arienzo (con il supporto della Favo), per l’equiparazione della durata del comporto dei lavoratori pubblici (18 mesi) e di quelli privati (sei mesi) e l’obbligo per il datore di comunicare la fine del periodo di comporto entro 30 giorni dalla scadenza (il calcolo non è semplice!).

Di Chiara Daina

Tutto quello che non vi dicono sul centro commerciale che è comodamente aperto anche la domenica: da orari da incubo a stipendi da fame a…

 

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Tutto quello che non vi dicono sul centro commerciale che è comodamente aperto anche la domenica: da orari da incubo a stipendi da fame a…

 

Approfondimento GDO – Commercio: orari da incubo, stipendi da fame.

 

Pubblichiamo un approfondimento sul Commercio che diffonderemo a partire da domani in occasione dello sciopero della GDO. Il volantone fa parte della nostra campagna rivolta ai lavoratori del settore, attualmente teatro dei principali attacchi provenienti dal padronato. Lo smantellamento dei contratti integrativi (Ikea), il licenziamento in tronco di migliaia di lavoratori (Auchan) e lo sfondamento totale sulla questione degli orari, con negozi che rimangono aperti 24H (Carrefour l’apripista) sono solo un’anticipazione di ciò che potrebbe succedere anche in altri settori. L’unica strada percorribile per non sottomettersi a questo ennesimo attacco è l’unità fra lavoratori, all’interno del posto di lavoro così come fra vari settori, al di là delle sigle di appartenenza. Questa è l’arma che fa tremare il padronato e scavalca gli ostacoli posti spesso e volentieri dai dirigenti sindacali. Uniti possiamo tutto, divisi non siamo nulla.

Crisi economica e Commercio: quando il gatto si morde la coda

Una delle tante trovate del capitalismo italiano per tamponare la crisi economica che persiste dal 2008 è stata la liberalizzazione degli orari di apertura nel settore del Commercio. Con il decreto Salva Italia varato dal Governo Monti nel 2011, ogni esercizio ha potuto decidere gli orari della propria attività, arrivando anche all’apertura 24 ore su 24, 365 giorni all’anno.

Si è trattato di un cambiamento di grande portata, soprattutto se pensiamo al numero di lavoratori coinvolti: la nuova disciplina ha infatti investito 750mila piccoli negozi, 170mila ambulanti, 10mila supermercati e 600 ipermercati, quindi milioni di addetti del Commercio, concentrati soprattutto nella GDO (Grande Distribuzione Organizzata).

La giustificazione posta a difesa del decreto era la spinta ai consumi che in teoria questa liberalizzazione avrebbe dovuto innescare, stimata da Federdistribuzione e governo in un aumento di 4 miliardi di euro di spesa, pari a circa il 2% dei consumi. Le cose sono andate diversamente, però. Nel 2012, anno dell’introduzione effettiva del Salva Italia, si è tenuto il peggior crollo dei consumi della storia repubblicana, con una flessione del 4,3% su base annua e un’ulteriore diminuzione del 2% nel 2013. Nei due anni successivi abbiamo assistito ad una sostanziale stagnazione del settore, in gran parte motivata dal calo dei prezzi, che al momento ha permesso di mantenere costanti i livelli di spesa delle famiglie (fonte dati: Confesercenti).

Lungi dall’essere uno stimolo al consumo, ciò che si è potuto riscontrare nel periodo successivo all’entrata in vigore della legge è stata invece una mera redistribuzione degli acquisti all’interno della settimana, a favore della domenica e a scapito degli altri giorni. Ciò nonostante, i centri commerciali continuano ad essere sempre aperti e a proliferare, soprattutto nel nord Italia, alternando l’inaugurazione di nuovi negozi al ridimensionamento o addirittura alla chiusura di altri.

Questo giochetto fa comodo non solo ai colossi della GDO, che si disfano di un esercizio non appena la redditività cade, ma ne giovano anche quei Comuni che ospitano nuovi centri commerciali: avallando la costruzione di metri cubi di cemento sperano di poter risanare parte del loro bilancio attraverso gli oneri di urbanizzazione.

Le ricadute sull’occupazione sono pari a zero, perché si crea da una parte distruggendo dall’altra e poco importa se questo mec­canismo consente la perpetrazione di speculazioni e sfruttamento del territorio, spesso operato anche dalla malavita organizzata. Purtroppo abbiamo già visto questo film proprio con la dismissione delle grandi fabbriche a favore di una speculazi­one edilizia spaventosa, che ha ingrassato i palazzinari, addirittura aggravando il problema casa.

L’altra favola raccontata all’epoca del Salva Italia era l’aumento dei posti di lavoro che sarebbe scaturito dalle aperture domenicali e festive: anche in questo caso una bolla di sapone. Il Commercio non si è distinto, anzi, è in linea con l’aumento della disoc­cupazione che caratterizza pressoché tutti i settori (attualmente al 13% su scala nazionale, toccando l’apice del 45% tra i giovani.) L’aspetto più paradossale di questa vicenda è che si chiede flessibilità oraria ma i posti di lavoro continuano a diminuire.

La liberalizzazione degli orari ha addiritura penalizzato fortemente la piccola distribuzione: nei 18 mesi successivi al decreto, il settore ha registrato un saldo negativo di quasi 32mila aziende, con la perdita di oltre 90mila posti di lavoro. Attualmente in Italia ci sono 500mila esercizi commerciali sfitti e dei 700mila esistenti, circa la metà è a rischio chiusura (fonte dati: Confesercenti).

Il Salva Italia è un gatto che si morde la coda e non riesce a salvare nemmeno se stesso. A pagare sono sempre i lavoratori: l’80% degli addetti del Commercio (circa 2 milioni) è costretto a lavorare la domenica e i festivi, giorni in cui la maggior parte delle persone è a riposo, quindi con ripercussioni importanti sul tempo libero e la vita familiare (fonte dati: Confesercenti).

Il mondo della GDO: lavori di più, pagato di meno

La liberalizzazione degli orari di apertura ha condotto a situazioni paradossali, come il caso di Carrefour, che tiene aperti 24 ore su 24 ben 77 negozi in tutta Italia rinunciando però ad aprirne di nuovi nel profondo sud perché la redditività non sarebbe abbastanza elevata. Va detto che anche gli altri giganti della GDO non sono da meno, perché la fuga dalle regioni meridionali riguarda pressoché tutti i marchi, con ripercussioni pesanti sui posti di lavoro.

La ricetta è quindi sfruttare di più chi è già impiegato, usando la disoccupazione come ricatto per far ingoiare continui peggioramen­ti. Proprio il ricatto di perdere il lavoro o di essere spostati a decine di km da casa, unito all’arrendevolezza dell’apparato sindacale, ha costretto i lavoratori del Commercio a subire una flessibilità sempre più sfrenata.

Dal 1997 ad oggi la legislazione in termini di tutele del posto di lavoro è andata sempre peggiorando e l’ultimo provvedimento varato, il Jobs Act del governo Renzi, ha definitivamente cancellato l’art. 18 per i nuovi assunti. La GDO è il teatro dove tutte le forme contrattuali, anche le più strampalate, sono state messe in atto con lo scopo di adattarsi il più possibile ai flussi di clientela. Non è difficile trovare lavoratori a tempo indeterminato, determinato, interinale, a chiamata all’interno dello stesso eser­cizio commerciale, magari assunti anche da ditte diverse Le figure più comuni sono a part-time perché solitamente soggette a turni e quindi più facilmente spostabili a seconda delle esigenze del negozio. L’assegnazione degli orari di lavoro all’ultimo, senza tener conto degli impegni dei dipendenti, è ormai un’abitudine consolidata in tutto il settore. Per un lavoratore è pressoché impossibile organizzarsi la vita al di fuori del negozio.

Oltre all’attacco sugli orari, va detto che le misure ap­provate nel decreto hanno conseguenze pesanti anche sullo stipendio: equiparando domenica e festivi ai giorni feriali, le maggiorazioni previste per il lavoro straordinario vengono a cadere. Non è un caso che anche in quelle realtà in cui il contratto integrativo azien­dale forniva ancora una tutela salariale, il padronato abbia deciso di dismetterlo cancellando in un sol colpo anni di contrattazione.

Il mantenimento degli accordi aziendali sta diventando sempre più problematico, soprattutto dopo che la bar­riera del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) è stata abbattuta con la firma di Cgil, Cisl e Uil nel rinnovo del 2015. In questo momento premi e incentivi previsti dai contratti interni sono sotto attacco: se ciò dovesse andare a buon fine si calcola un ribasso degli stipendi pari a circa il 20%, misura particolamente pesante per i part time, che nel settore sono la maggioranza.

La risposta dei sindacati: concertazione e autoritarismo

Il rinnovo contrattuale del 2011 si concluse con un accordo separato che vedeva la Cgil (Filcams) schierarsi contro Cisl e Uil, per una visione critica in particolare sulla limitazione del diritto alla malattia e sugli orari di lavoro. Al rifiuto della firma, però, la Cgil non fece seguire una campagna nazionale per riconquistare le tu­tele abolite. In questi anni, nel migliore dei casi, ha cercato di mantenere le ultime garanzie esistenti a livello aziendale accettando come un dato di fatto i peggioramenti subiti.

A marzo 2015, purtroppo, il nuovo CCNL è stato firmato anche dalla Cgil che stavolta ha ceduto su quegli stessi temi che ne aveva­no impedito la firma allo scorso rinnovo. Via libera dunque alle restrizioni sulla malattia, al lavoro domenicale senza maggiorazioni, alla banca ore e all’apprendistato selvaggio. A parole la Cgil ha criticato il Jobs Act, ma nella contrattazione del Commercio non è stata conquistata nessuna misura per limitare la nuova legislazione sul lavoro.

La capitolazione della Cgil non ha comportato un arretramento solamente dal punto di vista contrattuale. Per giustificare quanto fatto, i dirigenti Cgil ora devono applicare una linea più moderata e maggiormente concertativa anche all’interno delle vertenze. Non è un caso che durante la lotta Ikea proprio la Cgil abbia scelto di ricorrere a metodi autoritari, intimando ai propri delegati Rsu di allinearsi alle decisioni dei funzionari. In alcuni casi, si è arrivati addirittura a sollevare gli stessi rappresentanti dall’incarico, come successo nel negozio di Brescia.

I tradimenti sindacali non possono lasciarci indifferenti né devono farci cadere nel qualunquismo. Voltare lo sguardo dall’altra parte o sostenere che i dirigenti sindacali siano tutti uguali è semplice, ma non ci aiuterà ad avere maggiori tutele sul nostro posto di lavoro, nel Commercio come in qualsiasi altro settore. La risposta è ancora una volta nelle nostre mani, di noi che tutti i giorni andiamo a lavorare e ci scontriamo con arroganza e condizioni insopportabili. L’unità che fa la forza, quella che spaventa sia i padroni che i dirigenti sindacali, è proprio quella tra compagni di lavoro, tra coloro che subiscono i peggioramenti decisi sulle poltrone delle sale riunioni.

Proprio Ikea ci ha fornito un primo esempio di come sia necessario mantenere questa unità sviluppando forme di autor­ganizzazione e un dibattito collettivo tra colleghi, al di là della tessera di appartenenza. I sindacati sono uno strumento valido, ma solo se rispondono alle esigenze e ai bisogni di chi lavora. Dobbiamo riprendere in mano queste strutture quando è possibile e creare coordinamenti esterni quando i sindacati si trasformano in un freno per la lotta. Siamo noi i protagonisti e noi dobbiamo scegliere quale ruolo interpretare.

La strategia padronale: oggi tocca al Commercio, domani a tutti

Nel gennaio 2012 la Fiat usciva da Condindustria, inaugurando ufficialmente una stagione di svalutazione del contratto nazionale, peraltro già in corso negli stabilimenti, soprattutto a danno degli attivisti Fiom. La scelta di ritirarsi dall’associazione padronale ris­pondeva ad un disegno preciso di Marchionne: non sottomettersi a nessuno e avere le mani libere per imporre le proprie esigenze direttamente in fabbrica.

Il mondo della GDO ha riproposto questa strategia in grande stile, creando una vera e propria emorragia da Confcommercio: Au­chan, Carrefour, Coin, Despar, Esselunga, Ikea e Metro sono usciti per aderire a Federdistribuzione, attualmente sprovvista di CCNL. Evidentemente tutti gli sforzi fatti dai sindacati confederali per svendere il contratto non sono stati suf­ficienti. Oltre al danno, pure la beffa.

Auchan, Ikea, Coop e Gigante hanno addirittura annunciato la cancellazione del contratto integrativo. Auchan ha dichiarato quasi 1.400 licenziamenti, poi trasformati in dimissioni volontarie riuscendo a coprire il 90% degli esuberi, dato che segna una profonda sfiducia nei confronti del sindacato. Inoltre, i lavoratori rimasti, si trovano senza contratto aziendale, quindi con uno stipendio inferiore e meno diritti. Ikea, invece, ha ricattato i propri dipendenti subordinando l’erogazione del premio all’accettazi­one di un nuovo sistema di flessbilità oraria: i turni vengono imposti dal flusso di clientela e quindi soggetti a continui cambiamenti.

Ci sono state campagne di solidarietà verso i lavoratori di queste realtà, molte delle quali proponevano il boicottaggio del marchio o l’astensione dallo shopping la domenica. Riteniamo che queste posizioni possano essere valide a livello individuale, ma non abbiano la forza di ribaltare la situazione. Dicasi lo stesso per l’acquisto di prodotti equo e solidali in contrapposizione ai grandi marchi: lo sfruttamento esiste in tutte le realtà lavorative, da quelle mulinazionali a quelle equo e solidali, anche se meno evidente.

A queste campagne di opinione, che possono essere utili a porre in discussione il problema, desideriamo aggiungere una campagna di classe che miri ad unire i lavoratori, partendo dal presupposto che lo sfruttamento è un dato fondativo di questa società e per eliminarlo dobbiamo mettere in discussione tutto, non solo il giorno in cui andare a fare la spesa.

Gli attacchi subiti dai lavoratori del Commercio stanno avvenendo anche in altri settori, a partire dalla ristorazione collettiva e dal turismo. La diffusione di turni, banche ore, straordinari comandati è ormai un dato di fatto in molte realtà, anche nel mondo impiegatizio. Ecco che si genera un circolo vizioso: ci spingono a pensare che fare la spesa la domenica o andare al ristorante la sera tardi sia un’opportunità, ma la verità è che siamo costretti ad andarci in giorni ed orari improbabili proprio perché ci fanno lavorare in giorni ed orari improbabili. Oggi tocca al Commercio, domani toccherà a tutti.

Ci impongono questi sacrifici in nome di un profitto di cui non godremo mai, per risanare una crisi che non ab­biamo causato noi. Proprio per questi motivi la campagna contro l’aumento dell’orario di lavoro deve basarsi innanzitutto sulle nostre forze, rispedendo al mittente flessibilità oraria e contrattuale proprio adesso che siamo ancora in tempo.

La soluzione c’è: lavorare meno, lavorare tutti!

Spesso ci capita di sentirci impotenti di fronte a grandi aziende e multinazionali e pur percependo che qualcosa non quadra nel modo in cui funziona la società, ci pare di non sapere da dove cominciare per risanare la situazione. In realtà una prima, semplice proposta può servire ad invertire la rotta: la riduzione dell’orario di lavoro a parità di stipendio.

I colossi della GDO e come loro tante imprese hanno guadagnato milioni di euro negli scorsi decenni. Nonostante l’ammontare immenso di questi profitti, la società si è polarizzata ulteriormente e i ricchi lo sono sempre più, mentre il tasso di povertà è cre­sciuto in maniera costante. Ciò significa che quella ricchezza, prodotta innanzitutto da chi lavora, è stata redistribuita male, com’è normale che sia nel sistema capitalista.

La riduzione d’orario a parità di stipendio sarebbe dunque attuabile fin da subito se si imponesse i padroni di rinunciare ai profitti intascati con il nostro sudore. Ciò comporterebbe un reale aumento dei posti di lavoro, risolvendo una volta per tutte il problema della disoccupazione. I lavoratori avrebbero maggior tempo a disposizione da trascorrere con famiglie, amici e per dedicarsi ad attività ricreative. In questo modo ne gioverebbe tutta la società, che sarebbe meno alienata e culturalmente più attiva. Infine, riducendo l’orario di lavoro a parità di stipendio, potremmo far compere durante la settimana e garantire la chiusura dei templi del commercio la domenica, trasformando il circolo vizioso in un meccanismo virtuoso.

Questa battaglia è il primo passo fondamentale per porre un freno a tutte le misure peggiorative che stiamo subendo nei posti di lavoro ormai da oltre vent’anni a questa parte. Nel prossimo periodo il governo porrà in discussione altri diritti, a partire dalle pen sioni e dallo stato sociale. Promuovere una grande campagna per lavorare meno e lavorare tutti è il modo migliore per passare subito al contrattacco e dimostrare che non vogliamo cedere nemmeno sui rinnovi contrattuali previsti a breve: pubblico impiego, trasporto pubblico e metalmeccanici.

Lavoriamo in settori diversi e abbiamo contratti differenti, ma l’attacco condotto dal padronato è unanime e generalizzato. Noi lavoratori siamo sulla stessa barca e l’ammutinamento deve coinvolgere tutte le realtà, esprimendo solidarietà a chi lotta e riportan­do questa battaglia anche all’interno del nostro posto di lavoro. Uniti possiamo tutto, divisi non siamo nulla.

 

fonte: http://www.laragione.org