Come Monsanto avvelena il Mondo da oltre 100 anni

 

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Come Monsanto avvelena il Mondo da oltre 100 anni

 

Il gigante degli OGM Monsanto questa settimana ha paralizzato la sua richiesta all’UE di approvare i “nuovi progressi tecnologici”, ma questo non significa che gli europei non devono temere per la loro salute. Oggi il nome Monsanto è associato principalmente agli OGM (organismi geneticamente modificati), ma uno sguardo alla storia della società mostra che il suo lavoro è stato collegato con aree molto diverse. Gli effetti di questo lavoro si fanno ancora sentire in tutto il mondo e in alcuni casi la scienza ha già dimostrato che hanno conseguenze estremamente dannose per l’ambiente e per la salute umana…

 

1. Saccarina

Nel 1901 John Francis Queeny ha fondato l’azienda Monsanto Chemical Works a St. Louis, Missouri, per la produzione di sostituti dello zucchero per la Coca Cola. Nei primi dei 70 diversi studi, tra cui uno studio del National Cancer Institute USA, questi rivelarono che la saccarina provoca il cancro nei ratti e altri mammiferi.

2. PCB (bifenili policlorurati)

Negli anni ’20 del secolo scorso, la Monsanto ha iniziato a produrre policlorobifenili, un elemento liquido refrigerante per trasformatori elettrici, condensatori e motori elettrici. Mezzo secolo dopo, l’Environmental Protection Agency statunitense ha presentato prove che i PCB causano il cancro negli animali e negli esseri umani. Nel 1979 il Congresso degli Stati Uniti ne ha vietato la produzione. La Convenzione di Stoccolma sui Contaminanti Organici Persistenti ha vietato i PCB in tutto il mondo nel 2001. Nel 2003, la Monsanto ha pagato oltre 600 milioni di dollari agli abitanti di Anniston (Alabama), dove sorgeva la produzione di queste sostanze chimiche, che hanno subito gravi problemi di salute come il cancro, malattie del fegato e malattie neurologiche. Secondo la ricerca condotta negli Stati Uniti nel 2011, questa sostanza chimica continua ad apparire nel sangue delle donne in gravidanza, mentre altri studi deducono un legame tra PCB e autismo.

3. Polistirolo

Nel 1941 Monsanto focalizzata sulla plastica e il polistirolo sintetico per l’imballaggio degli alimenti. Negli anni ’80 l’ Environmental Protection Agency USA lo ha classificato come il quinto prodotto chimico la cui produzione genera i rifiuti più pericolosi, ma viene ancora prodotto.

4. Armi nucleari e bombe atomiche

Nel 1936 la Monsanto ha acquistato i Laboratori Thomas & Hochwalt nell’ Ohio che divenne il suo Dipartimento Centrale di Ricerca. Tra il 1943 e il 1945 questo dipartimento coordinò i propri sforzi con il Comitato di Ricerca della Difesa Nazionale degli Stati Uniti e si dedicò alla purificazione e la produzione di plutonio, e perfezionare prodotti chimici che vengono utilizzati come inneschi per le armi nucleari.

5. DDT (dicloro difenil tricloroetano)

Nel 1944, la Monsanto è stata uno dei primi produttori del DDT per combattere le zanzare che diffondono la malaria. Fu utilizzato in modo intensivo come insetticida in agricoltura. Nonostante decenni di pubblicità della Monsanto, che ha insistito sul fatto che il DDT era al sicuro, infine gli effetti cancerogeni furono confermati e nel 1972 il DDT è stato vietato su tutto il territorio degli Stati Uniti. Oggi è noto che provoca infertilità e fallimenti nello sviluppo degli embrioni.

6. Doixina

Nel 1945 la Monsanto ha cominciato a promuovere l’uso di pesticidi chimici in agricoltura e prodotto l’erbicida 2,4,5-T, uno dei precursori dell’ Agente Orange contenente diossina. Le diossine si accumulano nella catena alimentare, soprattutto nel tessuto adiposo degli animali. Esse sono altamente tossiche e possono causare problemi di riproduzione e dello sviluppo, interessare il sistema immunitario, interferire con gli ormoni e quindi provocare il cancro.

7. Agente Orange

Nel 60 Monsanto è stato uno dei produttori dell’ Agente Orange, usato come arma chimica nella guerra del Vietnam. Come conseguenza dell’uso dell’Agente Orange circa 400.000 persone sono state uccise o mutilate, 500.000 bambini sono nati con difetti alla nascita, 1 milione di persone portatori di handicap o che hanno avuto problemi di salute, tra cui i soldati statunitensi esposti alla sostanza durante gli attacchi eseguiti. I rapporti interni di Monsanto mostrano che la società era a conoscenza degli effetti tossici dell’ Agente Orange quando lo ha venduto al governo degli Stati Uniti. Ma non finisce qui, infatti ora la Monsanto produce e commercializza l’erbicida più venduto al mondo, il Roundup, che contiene oltre il 70% di Agente Arancio, e che sta già causando gravissimi danni alla salute ed all’ambiente.
8. “Fertilizzanti” prodotti dal petrolio

Nel 1955 la Monsanto ha iniziato questa pratica, dopo l’acquisto di una raffineria di petrolio. Il problema è che i fertilizzanti prodotti dal petrolio rendono sterile la terra, visto che uccidono i microrganismi benefici del suolo.

9. Aspartame

L’aspartame è un dolcificante non calorico, che è 150-200 volte più dolce dello zucchero. E’ stato scoperto nel 1965 dalla multinazionale farmaceutica GD Searl. Nel 1985 Monsanto acquistò GD Searl e ha iniziato la commercializzazione del dolcificante con il marchio NutraSweet. Nel 2000 ha venduto il marchio. NutraSweet è postulato come l’elemento che è presente in 5.000 tipi di prodotti e viene consumato da 250 milioni di persone in tutto il mondo. E’ dichiarato sicuro per il consumo umano da più di 90 paesi. Nel febbraio 1994, il Dipartimento di Salute e Servizi Sociali degli Stati Uniti ha pubblicato l’elenco dei 94 effetti collaterali che la sostanza può avere sulla salute umana. Nel 2012, sulla base dei dati dell’Istituto Ramazzini (Italia) che è riuscito a testare gli effetti cancerogeni di NutraSweet nei ratti, la Commissione Europea ha chiesto di avviare un nuovo processo di rivalutazione di questo composto.

10. L’ormone della crescita bovino

La somatotropina bovina ricombinante (rBGH), detta anche ormone della crescita bovina, è un ormone geneticamente modificato della Monsanto che viene iniettato nel vacche da latte per aumentare la produzione di latte. Secondo diverse indagini, soprattutto europee, vi è un collegamento tra latte rBGH e cancro della mammella, cancro del colon e della prostata nell’uomo. Si evidenzia che il prodotto provoca gli effetti più gravi nei bambini per due semplici motivi: bevono più latte rispetto agli adulti e hanno meno massa corporea per elaborare i contaminanti del latte. L’ormone è vietato in Canada, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Israele, Unione Europea e Argentina.
(Fonte: http://www.vocidallastrada.com/2013/09/come-monsanto-avvelena-il-mondo-da.html )

La lista delle sostanze o prodotti della Monsanto che stanno distruggendo la salute e l’ambiente è ben più lunga di questa. Basti pensare agli OGM ed ai vari prodotti chimici ad essi associati ed ai gravissimi danni che essi stanno causando alla salute ed all’ambiente in molti Paesi del mondo dove sono stati introdotti. Molti di questi semi e prodotti chimici sono brevetti Monsanto.

La cosa ancora più assurda è che questo grande inganno degli OGM vuole essere fatto passare, dalle multinazionali biotech, come la soluzione al problema della fame nel mondo, delle carenze alimentari e delle difficoltà del settore agricolo. Tutto questo è falso! Ci sono ormai moltissime testimonianze di contadini e popolazioni disperate che affermano e evidenziano l’inutilità e la pericolosità degli OGM, erbicidi, pesticidi, fertilizzanti ecc.
fonte: http://laviadiuscita.net/come-monsanto-avvelena-il-mondo-da-oltre-100-anni/

L’accusa di Legambiente: Vuoi la “Bandiera blu”? Te la compri. Bastano solo 3.500 euro!

 

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L’accusa di Legambiente: Vuoi la “Bandiera blu”? Te la compri. Bastano solo 3.500 euro!

 

Legambiente: ‘Bandiere blu’ acquistate dai Comuni al costo di 3.500 euro

“Le ‘Bandiere blu’ vengono acquistate ogni anno dai Comuni, al costo di 3.500 euro”. Lo ha detto Andrea Dominijanni, vicepresidente di Legambiente Calabria, intervenendo a Lamezia Terme all’incontro sulle ecomafie nell’ambito di “Trame – Festival dei libri sulle mafie”. Lo scrive calabriawebtv.it

“La Fee, che rilascia le ‘bandiere’ – ha aggiunto Dominijanni – è un’associazione europea che fa una valutazione su 25 punti e non è gratuita, anzi si basa su un’autocertificazione rilasciata dagli enti stessi. Quella della Fee è una valutazione immaginaria, rispetto a quella scientifica che eseguiamo noi gratuitamente, e spesso non collima con la realtà.
Per esempio, Catanzaro Lido ha avuto la bandiera blu per cinque anni e il mare era sporco. Non lo diciamo noi, lo dicono i bagnanti che vedevano la schiumetta sull’acqua per il fatto che i depuratori non funzionavano. Quindi, mi chiedo, sulla base di quali dati vengono assegnate le bandiere blu? La loro disamina si basa su una valutazione cartacea che tiene conto dei dati Arpacal, del ministero dell’Ambiente e di un’autocertificazione che effettua il Comune. Tutto ciò non collima con quello che rileviamo noi e con quello che vedono i bagnanti”.

fonte: http://www.imolaoggi.it/2017/06/25/legambiente-bandiere-blu-acquistate-dai-comuni-al-costo-di-3-500-euro/

L’ultima follia di Bruxelles: “tappare il culo” alle mucche

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L’ultima follia di Bruxelles: “tappare il culo” alle mucche!

È più forte di loro. Anche nel mezzo della tempesta perfetta che rischia di spazzare via finanziariamente e politicamente le fondamenta stessa del Vecchio Continente, i fenomeni dell’Unione Europea devono trovare il modo non solo di provocare danni collaterali, ma anche di farli ricorrendo a quel peculiarissimo mix di ottusità, iperburocraticismo, correttezza politica e rifiuto totale di scendere a compromessi con il principio di realtà che da sempre il più autentico trademark delle decisioni prese sull’asse Bruxelles-Strasburgo. Anche nel mezzo dell’uragano greco, l’Unione Europea ha ritenuto di imporre ad agricoltori ed allevatori comunitari di mettere un bel tappo nel sedere di mucche e ruminanti in genere.
Succede mercoledì, quando ad Atene si sta per votare il famoso accordo con i creditori e quando l’Unione Europea quasi tutta segue col fiato sospeso gli eventi in diretta dal parlamento ellenico. Quasi tutta, perché c’è un meandro dell’edificio comunitario in cui i guai della Grecia non fanno né caldo nè freddo: la commissione Ambiente dell’Europarlamento. Dove tutti gli occhi sono per la nuova Direttiva comunitaria contro l’inquinamento. C’è l’effetto serra, c’è il riscaldamento globale, c’è l’emergenza ambientale: tutti temi su cui l’Unione non può far sentire la propria voce. All’uopo, il Commissariato per l’Agricoltura guidato dall’irlandese Phil Hogan ha predisposto un ambizioso piano con entrata in vigore nel 2030 consistente in vigorosa riduzione delle emissioni nocive.
Vigorose sì, ma non abbastanza per lo zelo ambientalista della Commissione. Che prende il piano e gli inietta una robusta dose di ricostituente draconiano: tra le altre cose, la data di esordio viene anticipata al 2025, si includono nel novero degli inquinanti da ridurre anche metano e ammoniaco, si includono nella platea dei soggetti chiamati a ridurre le emissioni anche agricoltori ed allevatori. Tanto l’inasprimento che persino l’autrice del rapporto – la conservatrice britannica Julie Girling – si rifiuta di votarlo. Le perplessità della signora vengono fatte proprie da Popolari e resto dei partiti di centrodestra, che cercano di stoppare la manovra. Tutto vano: il pacchetto passa e prende la via dell’aula, dove andrà in votazione al rientro dalla pausa estiva.
Il motivo di tanta perplessità è presto spiegato: l’inclusione di ammoniaca e metano e l’inclusione del settore primario nel piano è una mazzata micidiale: di ammoniaca abbondano infatti i più comuni fertilizzanti e concimi, e riconvertirsi in pochi anni ad altro prodotto ugualmente performante ma più eco-friendly può essere complesso. Se la soluzione del problema dell’ammoniaca è solo complessa, quella del metano però è impossibile. Massima fonte di produzione del metano, infatti, è l’apparato digerente dei ruminanti. E, a meno di ad ora non preventivabili balzi in avanti della bioingegneria, l’ipotesi che da qui al 2030 si riesca ad intervenire sugli intestini di mucche e capre onde farne fuoriuscire altro tipo di gas appare abbastanza remota. Non risultando percorribile neppure la pista – suggestiva, per carità – dell’occlusione artificiale dello sfintere dei poveri quadrupedi, di modi per evitare che le emissioni bovine ed ovine impattino l’atmosfera ne resta solo uno: la rimozione coatta degli animali dall’aria aperta ed il loro ricollocamento in strutture chiuse dotate di appositi strumenti in grado di neutralizzare i pericolosi gas. Una specie di via di mezzo tra la stalla e la saletta fumatori del ristorante, insomma.
Questo il quadro, che gli europarlamentari più sensibili alle ragioni degli agricoltori abbiano tirato su le barricate diventa comprensibile: la transumanza ecologicamente corretta imposta dall’Unione avrebbe costi tremendi per gli allevatori, che si vedrebbero costretti a rivoluzionare dalle fondamenta le proprie aziende e a farlo pure in fretta.
Ideologia, pastoie burocratiche, superfetazione regolamentare, disagio per il cittadino: gli ingredienti per una ennesima puntata del grande romanzo horror che va sotto il titolo di Unione europea ci sono tutti. Per sventare la minaccia, si può solo sperare che l’estate porti consiglio.
Marco Gorra

http://www.liberoquotidiano.it/news/esteri/11811814/L-ultima-follia-di-Bruxelles-.html

Guerra al diesel, divieti di circolazione, auto ecologiche magari elettriche. È guerra all’inquinamento delle auto. Ma sapete che 20 navi cargo inquinano più di tutte le auto del mondo? E sapete quanti ne circolano? …E sapete perchè non le fermano? Beh, forse questo lo sapete: non le fermano perchè le Lobby ci fanno un sacco di soldi!

 

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Guerra al diesel, divieti di circolazione, auto ecologiche magari elettriche. È guerra all’inquinamento delle auto. Ma sapete che 20 navi cargo inquinano più di tutte le auto del mondo? E sapete quanti ne circolano? …E sapete perchè non le fermano? Beh, forse questo lo sapete: non le fermano perchè le Lobby ci fanno un sacco di soldi!

 

Venti di questi cargo inquinano più di tutte le auto del mondo. E sapete quanti ne circolano?

Pieni di alta coscienza ambientale, di sicuro siete già molto preoccupati di quanto inquinano gli automezzi a combustione interna, specie Diesel. Presto vi faranno allarmare sempre più, grazie ad appositi servizi mediatici. Ma ecco la soluzione: come a segnale convenuto, Volvo annuncia che produrrà solo auto elettriche o ibride, BMW costruirà una Mini elettrica in Gran Bretagna , “Mercedes sfida Tesla: dieci modelli elettrici dal 2022”. Elon Musk , il più geniale imprenditore secondo i media , ha già costruito la Tesla Gigafactory, “la più grande fabbrica del mondo”, che (promette) “dal 2018 potrà fornire celle al litio per 500.000 vetture all’anno”.

E se accadesse che la maggior parte dei consumatori, arretrati ed ecologicamente scorretti,  non fossero convinti della convenienza di acquistare  auto elettriche con batterie al litio,  decisamente più costose?  Niente paura: ecco i governi che, sempre solleciti del vostro bene,   già annunciano:   vieteremo l’entrata delle auto a Londra entro il 2040, a Berlino  entro il 2020, “Parigi ed Oslo dichiarano la guerra al Diesel”,  i sindaci di diverse capitali stanno seguendo:  solo  auto elettriche  nei centri cittadini. Il governo Usa elargirà a Elon Musk 1,3 miliardi di sussidi pubblici,  per la sua  geniale impresa (Musk è geniale anche nell’intercettare  sussidi  pubblici).  Vi toccherà comprare un’auto elettrica.  Ostinarsi a tenere un diesel sarà  segno di rozzezza e  insensibilità, come essere “omofobo” e populista.

Di punto in bianco, l’auto elettrica.

E   anche i governi, avrete notato, si sono schierati per l’elettrico  “a segnale convenuto”  –  signo dato, come dice Giulio Cesare nel De Bello Gallico.  Chi  e da qual luogo abbia dato lo squillo di tromba convenuto a cui tutti i leader e le Case obbediscono,  è difficile dire; […]

La   decisione titanica di riconvertire l’industria dell’auto non può esser venuta che molto dall’alto, ed  esser dovuta a motivi strategici che saranno chiari più avanti. Forse s’è deciso di tagliare per sempre il lucro petrolifero ai paesi produttori, specie a quello che, solo, si rifiuta di piegarsi alla Superpotenza. Forse hanno  pronta una innovazione cruciale nelle batterie, e questa innovazione è nelle mani “giuste”. Forse hanno escogitato questo processo per rivitalizzare – letteralmente con un  elettroshock –   l’economia dell’intero mondo occidentale,  dal 2008 in stagnazione irreversibile nonostante i troppi  trilioni di dollari iniettati dalle banche  centrali nel sistema:  nonostante il denaro a costo sottozero, le banche non lo offrono, le imprese non lo chiedono, i privati   se possono li tengono in deposito;  la   velocità di circolazione  di moneta cala invece di salire, di inflazione non si vede l’ombra . L’obbligo di comprare auto elettriche,  con la  riconversione di tutta la rete di rifornimento  dalla benzina alla corrente, dovrebbe innescare l’auspicata ripresa e la fiammata inflazionista.

Contro l’inquinamento, naturalmente

Qualunque sia la ragione,  quella che vi diranno è  la più virtuosa:  contro l’inquinamento, contro l’effetto serra, per   bloccare il riscaldamento globale prodotto dalle auto  coi loro particolati dannosi.

Questo  serve ad introdurre  e spiegare il  titolo  di questo articolo.   Voi non   lo sapete, ma   venti   navi porta containers  inquinano   quanto  la totalità degli automezzi  circolanti nel mondo.  Sono cargo colossali, lunghi trecento metri –  Maersk ne ha di 400 metri, quattro volte un campo di calcio  –  perché più  sono colossali, più peso e containers possono trasportare, e quindi più il costo del trasporto diminuisce.  I loro titanici motori, onnivori,  bruciano  ovviamente tonnellate di carburante:  ovviamente il meno costoso   sul mercato,  residui della distillazione catramosi, financo “fanghi di carbone”, con altissime percentuali di zolfo che alle auto, semplicemente, sono vietate.

Per questo 20  cargo  fanno peggio che tutto gli automezzi sulla Terra.  Il punto è che non sono venti;  sono 60 mila supercargo che stanno navigando gli oceani,  traversano gli stretti di Malacca, fanno  la fila per entrare nel canale di Suez,  superano  Gibilterra  e dirigono alle Americhe.

Non solo, ma ogni anno si contano 122 naufragi – uno ogni tre giorni – di cargo con più di 300 containers; che finiscono in mare col loro contenuto: quanto di questo contenuto è inquinante? Secondo gli esperti, ogni anno vanno a fondo in questo modo 1,8 milioni di tonnellate l’anno di prodotti tossici. Insieme, beninteso, a duemila marinai; duemila morti l’anno, perché il loro è il secondo mestiere più pericoloso del mondo.

Il primo è quello del pescatore, spiega un’esperta intervistata in una inchiesta di France 5, “Cargos, la face cachée  du Fret” (Cargo, la faccia nascosta del trasporto  marittimo):  una inchiesta impressionante, che non   si capisce come sia riuscita a passare in un medium  mainstream – evidentemente ci  sono ancora giornalisti  non-Botteri.  Una indagine spietata su questo settore   – le multinazionali dell’armamento – che preferisce stare nell’ombra;  i cui colossi battono bandiere di comodo,  dalla Liberia alle Isole Marshall,  da Tonga a Vanuatu, e persino della Mongolia,  che non ha sbocco a nessun mare, ma offre condizioni di  favore agli armatori  globali. Fra le quali c’è  questa:  che qualunque sia la nazionalità dei marinai, le leggi sul lavoro,   obblighi salariali ed assicurazioni  infortunistiche e sanitarie applicate loro sono quelle della nazione di  bandiera. Tonga e Mongolia sono famose per l’avanzata legislazione sociale.

Di fatto, metà del personale navigante  è  filippino, perché “i filippini sanno l’inglese e costano poco”; un saldatore  filippino  su un cargo conferma, guadagno quattro volte più di quello che prenderei al mio paese, “ma è come stare in prigione”.  Gli smartphone non prendono, Internet  nemmeno a pensarci, gli alcoolici sono vietati sulla  flotta Maersk.  Se poi un’ondata ti porta via dal  ponte durante una tempesta,  oppure resti schiacciato dallo scivolare dei containers male assicurati,   la famiglia può adire alle  corti  mongole o di Vanuatu.    Ormai non si sbarca più nel porti, non c’è riposo:  la grande invenzione dei containers, questi parallelepipedi di quattro misure standard, intermodali, ossia concepiti come caricabili su pianali di treno o di camion, non consentono soste:  lo stivaggio non esiste più, ormai dagli anni ’60;   uno solo di questi  mega-cargo, ci informano, può  caricare 800 milioni di banane (abbastanza per dare una banana ad ogni abitante d’Europa e Nordamerica),  scaricarle in 24  ore,  e poi via, perché  il tempo è denaro.  Il comandante (il servizio ne intervista uno,  è un romeno) non sa cosa trasporta e non gli importa:   del contenuto di ogni container   – che parte sigillato – è legale responsabile lo speditore,   e il destinatario.  Ciò praticamente azzera i  controlli doganali, con gran risparmio del tempo  che è denaro. Vari dirigenti di frontiera sostengono che “solo” il 2% può contenere armi o droga, “perché  la massima parte degli spedizionieri rispetta le leggi”.  Un’industria senza regole ,  del tutto estraterritoriale, che rende alle compagnie giganti 450 miliardi di giro d’affari.

Quando i grandi cargo ripartono, sono in parte scarichi avendo lasciato sulla banchina parte dei containers: allora, per stabilizzare l’equilibrio, pompano   nei cassoni decine di tonnellate di  acqua  di mare.  Con migliaia di pesci e creature viventi che  poi trasportano, e scaricano, a migliaia di chilometri dal loro habitat nativo.    Per tacere del rumore dai motori  (sott’acqua, risulta 100 volte il volume sonoro di un jet), un inquinamento  acustico fortemente sospettato di disorientare i grandi cetacei, che sempre  più spesso finiscono spiaggiati.

Ma allora – direte voi  – se governi e  lobbies ecologiste sono così preoccupati per l’inquinamento dei mari e il riscaldamento globale, tanto da aver deciso di vietare prossimamente tutte  le auto a motore a scoppio del pianeta  e sostituirle con motori elettrici puliti e più  efficienti,  perché non pongono qualche limite ai mega-cargo e  alle mega-petroliere? Se 20 di loro   inquinano come la totalità degli automezzi,  basterebbe ridurre dello  0,35 per cento il traffico navale per ottenere lo stesso  risultato di disinquinamento  della riconversione globale all’auto elettrica.

Ma no. Avete fatto la domanda sbagliata.  Vi deve mettere sull’avviso il fatto che il Protocollo di Kioto non copre il trasporto marittimo, ignora quel che inquina e distrugge.    Come spiega  l’economista  Mark Levinson, autore dello studio più  approfondito sui containers, The Box: How the Shipping Container Made the World Smaller and the World Economy Bigger, (Princeton University Press), “la gente crede che la  globalizzazione sia dovuta alla disparità dei salari, che provoca la delocalizzazione della produzione in Asia o dovunque la manodopera è meno cara.  Errore: la disparità di salari esisteva anche prima della mondializzazione. Quello che permette lo sfruttamento della manodopera a basso  costo per fare prodotti da vendere poi  sui  mercati di alto reddito,  è  l’abbassamento tremendo dei costi di trasporto navale. Questo è il  fattore cruciale, reso possibile dai containers e dalle mega-cargo, che   riducono il costo all’osso”.

Costi talmente bassi, “che conviene spedire i merluzzi pescati nel mar di Scozia  in Cina  in container refrigerati   per essere sfilettati e ridotti a bastoncini in Cina, e poi rimandati  ai supermercati e ristoranti di Scozia, piuttosto che pagare retribuire sfilettatori  scozzesi”.   Questo lo racconta Rose George, giovane giornalista britannica, che dopo 10 mila chilometri fino a Singapore a bordo della Mersk Kendal, una portacontainer da 300 metri, manovrata da   solo 20 uomini, ha scritto un libro chiamato “Novanta per cento di tutto – Dentro l’industria invisibile che ti porta i vestiti che indossi, la benzina   nella tua auto e il cibo nel tuo piatto”. (Ninety Percent of Everything: Inside Shipping, the Invisible Industry That Puts Clothes on Your Back, Gas in Your Car, and Food on Your Plate).   Perché la   brava giornalista ha scoperto questo: che nella nostra società post-industriale dove non produciamo più ma compriamo, il 90 per cento di ciò che ci occorre e che acquistiamo, ci viene portato dalle portacontainers.  Tutto: dalla carta al legname, al bestiame vivo al macellato e surgelato.   Il giaccone di sintetico imbottito, i jeans, le giacche   che trovi da Harrod’s  o alla Standa, sono cuciti in Vietnam o Bangladesh;  smartphone e tablets e tutta l’elettronica di consumo, viene dalla Corea, dalla Cina,dal Giappone; non parliamo di  frigoriferi e lavatrici; il grano, dal Canada o dall’Australia; le primizie   di frutta e verdura fuori stagione, dagli antipodi.

Una volta scaricati, i containers sono vuoti a rendere, che sono noleggiati per altri viaggi; prima o poi finiscono per rifare la rotta di ritorno, dall’Occidente all’Asia. Riempiti, per non fare il viaggio a vuoto, di rottami metallici e di plastica, di stracci e vestiti vecchi, di carta usata da riciclare. Tutto ciò che ci resta dopo aver consumato cose che un tempo sapevamo fare, ma che adesso compriamo perché ci costano meno che pagare i nostri operai. Un “meno” che ha un costo altissimo, sociale, di civiltà, ed ambientale. Basta pensare all’eventualità che il colossale traffico si debba bloccare, come è possibile per un una guerra guerreggiata che blocchi, poniamo, il Canale di Suez, o renda impraticabile Malacca o – facilissimo – Ormuz : la nostra autosufficienza, insomma autonomia economica vitale, sarebbe il 10 per cento di quel che ci abbisogna.

Fonte: Maurizio Blondet

Tratto da: www.informarexresistere.fr

 

 

Cosa sono i nuovi OGM e perché destano tante preoccupazioni?

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Cosa sono i nuovi OGM e perché destano tante preoccupazioni?

Le nuove tecniche di creazione varietale producono nuovi OGM o generano organismi equivalenti a quelli convenzionali? Perché l’Italia li sta finanziando?

(Rinnovabili.it) – Che cosa sono i nuovi OGM? Perché in Europa infuria una battaglia tra organizzazioni ambientaliste e aziende dell’agribusiness su questo tema? Qual è la posizione di Bruxelles e quale quella dell’Italia? Per rispondere a queste domande può essere utile partire dalla breve pubblicazione lanciata ieri dal Coordinamento europeo della Via Campesina, network di movimenti contadini che si batte da decenni per un ritorno all’agricoltura di piccola scala, sostenibile, più democratica e senza il contributo della chimica.

I nuovi OGM, spiega il dossier, sono il risultato di tecniche di ingegneria genetica sviluppate negli ultimi anni, che hanno preso il nome di New Breeding Techniques (NBT). Consistono nell’inserimento, nelle cellule delle piante, di sequenze genetiche o proteine, di un transgene della stessa famiglia vegetale o di un transgene che ne alteri alcuni tratti per poi essere eliminato. Altra tecnica è innestare su una pianta transgenica una pianta non transgenica.

Ora, la Direttiva europea 2001/18 che regola gli organismi geneticamente modificati, stabilisce che l’OGM è «un organismo, diverso da un essere umano, il cui materiale genetico è stato modificato in modo diverso da quanto avviene in natura con l’accoppiamento e/o la ricombinazione genetica naturale».

 

>> Leggi anche: i nuovi OGM saranno legali anche in Italia? <<

 

Secondo l’industria e pezzi del mondo della ricerca, le New Breeding Techniques non produrrebbero piante OGM, ma vegetali del tutto comparabili a quelli che si trovano in natura. Non combinando più una serie di sequenze genetiche al di fuori dell’organismo, per poi inserirle in maniera randomica nel suo genoma, consentirebbero di modificare le piante con maggior precisione. Nessun nuovo materiale genetico finirebbe negli organismi riceventi, cosa che prima era inevitabile dato l’utilizzo di un vettore batterico per il trasporto degli enzimi deputati a effettuare la modifica del Dna. Tuttavia, si tratta pur sempre di «tecniche in vitro agli acidi nucleici», che per il protocollo di Cartagena sulla biosicurezza danno vita agli OGM.

Le New Breeding Techniques comprendono:

  • – Mutagenesi oligonucleotide diretta
  • – Nucleasi a dito di zinco
  • – Cisgenesi e intragenesi
  • – Innesto
  • – Agroinfiltrazione
  • – Metilazione del DNA ed RNA dipendente
  • – Selezione varietale inversa
  • – Genomica sintetica

Per l’industria si tratta di tecniche che «consistono interamente in fenomeni naturali, come incrocio o selezione», e permettono di sviluppare nuove varietà vegetali in maniera simile ma più veloce e preciso rispetto alle tecniche

convenzionali. Pertanto, gli organismi risultanti non dovrebbero essere soggetti alla Direttiva europea sugli OGM, né a particolare etichettatura. Tuttavia, è difficile fugare del tutto la possibilità di alterazioni imprevedibili ed effetti indesiderati, anche sul lungo termine, quali la contaminazione dell’ambiente circostante o le controindicazioni per i consumatori. Per questo, suggerisce Via Campesina, anche i nuovi OGM dovrebbero essere etichettati e tracciabili. Inoltre, le ripercussioni potrebbero assumere contorni anche economici, con i piccoli agricoltori indotti a comprare semi brevettati dalle multinazionaliperdendo la loro autonomia.

La Corte di Giustizia dell’UE, chiamata in causa dalla Francia, emetterà nei prossimi mesi una sentenza per sciogliere i dubbi sulla natura degli organismi prodotti con le NBT. La sentenza dovrà essere recepita dalla Commissione Europea e dagli stati membri. L’Italia, tuttavia, per iniziativa del Ministero delle Politiche Agricole, sta per finanziare un progetto da 21 milioni di euro per la ricerca e lo sviluppo di questi nuovi OGM. La Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati ha dato il suo via libera qualche giorno fa, nel silenzio di maggioranza e opposizione. Se la Corte UE deciderà che simili tecniche producono organismi geneticamente modificati ai sensi della legge comunitaria, la fuga in avanti del nostro paese sarà stata inutile e incauta.

tratto da: http://www.rinnovabili.it/ambiente/cosa-sono-nuovi-ogm-333/

Pianura Padana super inquinata: come salvare i 23 milioni di abitanti?

Pianura Padana

 

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Pianura Padana super inquinata: come salvare i 23 milioni di abitanti?

Si chiama Life Integrato PrepAir e dovrebbe provare a salvare dall’inquinamento peggiore d’Europa i 23 milioni di cittadini della Pianura Padana, promuovendo diversi stili di vita, di produzione e di consumo più sostenibili. Ci crediamo?

Il 40% della popolazione italiana – oltre 23 milioni di persone – risiede nelle regioni che compongono la pianura Padana e in quest’area viene prodotto oltre il 50% del Pil nazionale. Questo comporta elevatissime emissioni in atmosfera nel bacino padano dove, peraltro, la conformazione orografica e le particolari condizioni meteoclimatiche rendono molto difficile la dispersione degli inquinanti, provocando superamenti dei valori limite per polveri, ossidi di azoto e ozono.

Finora tanto si è detto ma pochissimo o nulla si è fatto. Anzi, sono stati anche raddoppiati e potenziati gli inceneritori, tra le altre cose. Ora 18 realtà, istituzionali e non, di quest’area si sono unite per tentare di mettere in campo una strategia che affronti dal basso e in maniera coordinata il problema dell’inquinamento atmosferico, educando, informando e formando. Almeno è questa, sulla carta, la finalità del progetto europeo Prepair (Po Regions Engaged to Policies of Air) per promuovere stili di vita, di produzione e di consumo più sostenibili, cioè capaci di incidere sulla riduzione delle emissioni. Per farlo, saranno realizzate specifiche azioni di sensibilizzazione e divulgazione rivolte ad operatori pubblici, privati e alle comunità locali. La dimensione territoriale è estesa a tutta l’area del bacino del Po e al territorio sloveno, il progetto si svilupperà fino al gennaio 2024. A disposizione ci sono tanti soldi: 17 milioni di euro da investire nell’arco di 7 anni, 10 quelli in arrivo dall’Europa grazie ai fondi del Programma Life.

Cinque i temi sui quali agirà il progetto – agricoltura, trasporti, biomasse, efficienza energetica e monitoraggio & valutazione – mentre i diversi  portatori di interesse si sono espressi sulle azioni che verranno realizzate nel corso dei 7 anni di progetto.

I partner del progetto

Sono 18 i partner che partecipano al progetto Life Prepair: oltre alla Regione Emilia-Romagna, che svolge il ruolo di capofila, ci sono Lombardia, Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Provincia di Trento, le Agenzie ambientali di Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Veneto, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Agenzia per l’ambiente della Slovenia; i Comuni di Bologna, Torino e Milano; Ervet e Fondazione Lombardia per l’Ambiente.

Allarme dei pediatri italiani: “Un terzo delle malattie infantili è causato dall’inquinamento”.

 

malattie infantili

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Allarme dei pediatri italiani: “Un terzo delle malattie infantili è causato dall’inquinamento”.

Malattie infantili, i pediatri: “Causate dall’inquinamento nel 30% dei casi”
Allarme dei pediatri italiani: “Un terzo delle malattie infantili è causato dall’inquinamento”Ecco come invertire il trend negativo

La FIMP, Federazione Italiana Medici Pediatri, lancia l’allarme: secondo gli ultimi dati disponibili, 3 casi su 10 di malattie infantili sono provocati dall’inquinamento.

Con un appello lanciato durante il G7 dell’Ambiente, a Bologna, i medici hanno voluto indicare la azioni concrete da perseguire per ridurre l’impatto. “Una priorità per i pediatri e per le istituzioni”, scrivono dalla Federazione. Tutti i dettagli del loro appello.

Malattie infantili: il nodo inquinamento

Il documento si intitola “Ambiente e salute infantile: dalla consapevolezza del rischio alle strategie per limitare i danni e costruire la salute futura dei bambini italiani“. La FIMP lo ha redatto per sensibilizzare istituzioni e cittadini sulle problematiche ambientali. L’inquinamento dell’aria sarebbe infatti tra le cause principali di malattia e morte della popolazione mondiale, non solo infantile:

Già nel 2006 l’OMS stimava che il 25% di tutte le patologie negli adulti e oltre il 33% nei bambini sotto i 5 anni fosse attribuibile a fattori ambientali “evitabili”. Un più recente documento – sempre dell’OMS – stima che, a livello mondiale, circa 1 su 4 del totale delle morti sia attribuibile al vivere o al lavorare in ambienti malsani. Complessivamente in tutto il mondo ogni anno ci sarebbero 12,6 milioni di decessi attribuibili ad ambienti insalubri e 1,4 milioni di questi si verificherebbero in Europa“.

In pratica, i pediatri ci dicono che un terzo delle malattie infantili, che colpiscono chi ha meno di 5 anni, sono attribuibili all’inquinamento ambientale.

Non solo. I rischi si estenderebbero anche al feto, durante la gravidanza. Tutti i fattori scatenanti sono sintetizzati da Maria Grazia Sapia, referente Nazionale Fimp per l’Ambiente:

“Le sostanze chimiche di sintesi derivanti da attività industriali e agricole, lo smaltimento dei rifiuti, le produzioni energetiche e le radiazioni elettromagnetiche sono fattori di rischio. Nel loro insieme agiscono sugli adulti, quindi anche sui gameti, sul feto durante la gravidanza e sul bambino sopratutto nei primi anni di vita”.

Sapia punta il dito in modo particolare su pesticidi chimici e particolato atmosferico:

Particolarmente importanti sono le conseguenze dei pesticidi nel settore alimentare e dei particolati/polveri sottili negli ambienti domestici, urbani e scolastici per la funzione respiratoria che possono aumentare in modo significativo e diffuso la patologia sub acuta, cronica e la cancerogenicità”.

Malattie infantili: le patologie in aumento

Sapia, oltre a elencare i fattori di rischio, spiega anche quali sono le malattie in aumento causate dall’inquinamento. Eccone un elenco:

  • Patologie degli organi endocrini
  • Disturbi agli apparati respiratorio e digestivo
  • Patologie cardiovascolari
  • Alterazioni dello sviluppo neuro-cognitivo-sensoriale
  • Alterazione del metabolismo
  • Basso peso alla nascita
  • Rischio di aborto e prematurità
  • Aumento della cancerogenicità
Malattie infantili: come rimediare

La Federazione non si limita a indicare il problema. Offre anche una serie di soluzioni, da implementare subito, per migliorare le condizioni di salute nostre e dei nostri bambini. E lancia un appello affinché tutte le istituzioni collaborino attivamente.

Ecco le proposte:

  • Attivare un monitoraggio costante, integrato e sistematico sull’inquinamento ambientale e sugli effetti che ha sui bambini.
  • Ridurre i limiti massimi degli inquinanti in aria, acqua e suolo, per far fronte alla vulnerabilità dell’età pediatrica.
  • Applicare sempre per l’infanzia il “principio di precauzione”.
  • Rinforzare l’attenzione ai primi 1000 giorni di vita del bambino, dal concepimento ai primi anni. Un’attenzione che deve tradursi in atti concreti.
  • Mappare, in tempi brevi, gli edifici scolastici. Individuare in particolare condizioni di inquinamento indoor, prestando attenzione alla possibile presenza di campi elettromagnetici indotti dalle reti wireless.
  • Puntare sull’educazione: promuovere e incentivare programmi, per bambini e adulti, per la salvaguardia dell’ambiente e la scelta consapevole dei prodotti (alimenti, giocattoli, etc.).
  • Incentivare il ricorso alle fonti di energia rinnovabili.
  • Promuovere politiche di sviluppo eco-sostenibile.

I fantastici ghiaccioli fatti con acque inquinate. Come? Non li mangeresti? …E allora perchè li stai preparando per i TUOI figli…???

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I fantastici ghiaccioli fatti con acque inquinate. Come? Non li mangeresti? …E allora perchè li stai preparando per i TUOI figli…???

Questi “Ghiaccioli” sono stati confezionati congelando acque inquinate da varie località. L’idea arriva da Taiwan, più precisamente dalla National Taiwan University of Arts , e parte dal progetto di tre studenti: Hung I-chen, Guo Yi-hui, and Cheng Yu-ti.

guarda il video QUI

I ragazzi hanno deciso di usare i campioni prelevati da 100 luoghi differenti e congelarli, dopo essersi resi conto di una triste, impressionante verità: quasi il 90% di quelle acque conteneva plastica. Per far si che potessero esporre i ghiaccioli senza che si sciogliessero, li hanno poi ricreati usando resina di poliestere.

I tre studenti hanno anche progettato un involucro per ogni tipo di ghiacciolo, con su scritto il nome de luogo da cui proviene ogni campione.

Il loro lavoro è stato premiato con il Youg Pin Design Award ed esposto al World Trade Center di Taipei.

Il Pacific insitute calcola che ogni giorno vengono sversati nelle acque del mondo 2 milioni di tonnellate di liquame fognario. Un dato che deve far riflettere.

fonte: http://coscienzeinrete.net/arte/item/2990-gli-impressionanti-ghiaccioli-fatti-con-acque-inquinate

Tu non lo mangeresti uno di questi ghiaccioli?

E perchè dovrebbe mangiarlo TUO figlio?

Dossier Usa: picco di casi di leucemia per i bambini vicino a impianti petroliferi

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Dossier Usa: picco di casi di leucemia per i bambini vicino a impianti petroliferi

Uno studio dall’università del Colorado conferma il nesso tra tumori e gasdotti e impianti petroliferi. Secondo lo studio pubblicato dal giornale Plos One, le diagnosi di leucemia infantile aumentano nelle aree e a più alta densità di impianti petroliferi. I ricercatori della Colorado School of Public Health si sono concentrati su 57 contee alll’interno dello Stato americano. Lo studio, dal titolo “Cancro ematologico infantile e prossimità a impianti petroliferi e a gas” ha confermato il rapporto di causa effetto. «Le evidenze dimostrano – ha spiegato Lisa McKenzie, responsabile del progetto – che per i giovani abitanti del Colorado, la leucemia infantile è più probabile per chi vive nelle aree a più alta densità di impianti di gas e petroliferi».  «Non vogliamo essere allarmisti – prosegue la dottoressa McKenzie – servono ulteriori conferme per collegare questi casi di leucemia infantile direttamente a determinati inquinanti come il benzene. La nostra analisi ha alcuni limiti e sono necessari maggiori approfondimenti per capire e spiegare meglio questi risultati.

Leucemia e inquinamento: lo studio in Nigeria

Lo studio fa il paio con quello recentemente realizzato in Africa e pubblicato dall’American Journal of Enviromental Scienses. Il rapporto ha trovato che gli abitanti del Delta del Niger (zona a grande densità di impianti petroliferi) sono quelli più soggetti a tumori. Secondo lo studio l’alto rischio di cancro è causato dall’alta concentrazione di materiale tossico e chimico trovato nei pesci di cui si nutre la popolazione locale.

fonte: http://www.secoloditalia.it/2017/02/dossier-usa-picco-casi-leucemia-bambini-vicino-impianti-petroliferi/

L’inquinamento? Fa più morti della seconda guerra mondiale. Ma sembra che a nessuno interessi!

 

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L’inquinamento? Fa più morti della seconda guerra mondiale. Ma sembra che a nessuno interessi!

Più morti che in guerra

E’ una guerra invisibile, con tre nemici. Ma ne combattiamosolo uno. E debolmente.

E’ una guerra vigliacca, colpisce più i bambini che gli adulti. E fa più morti in Italia della seconda guerra mondiale.

E’ una guerra che abbiamo sempre perso, e che abbiamo deciso di perdere ancora. 

La propaganda la chiama “inquinamento“, ma il suo vero nome è un altro.

Da aspoitalia.wordpress.com

Di Dario Faccini

OSPEDALI E FUNERALI

Nella seconda guerra mondiale in Italia, in cinque anni e mezzo, sono morti per cause dirette e indirette, 291.376 militari e 153.147 civili [1]. In totale sono 444.000 morti.

Ora in Italia, ogni anno, muoiono prematuramente perinquinamento dell’aria 87.ooo persone [2]. Quindi in cinque anni e mezzo (teniamo lo stesso periodo della seconda guerra mondiale per avere un confronto omogeneo) sono 478.000 morti.

Come se non bastassero i morti, ci sono poi i “feriti“. In effetti le morti premature sono solo la punta dell’iceberg di un problema che devasta il Sistema Sanitario Nazionale.

piramide-esternalita

Uno studio italiano del 2016 ha mostrato come l’incidenza delle malattie respiratorie siano più che raddoppiate in 25 anni (dal 1985 al 2011) [3]:

  • Attacchi d’asma +110%
  • Rinite allergica +130%
  • Espettorato frequente +118%
  • Broncopneumopatia cronica ostruttiva(BPCO) +220%

I bambini sono particolarmente esposti all’inquinamento dell’aria[4]:

  • innanzitutto la loro velocità di respirazione è 2/3 volte quella di un adulto;
  • poi lo strato cellulare che ricopre le loro vie respiratorie è più permeabile agli inquinanti, rispetto quello di un adulto;
  • le ridotte dimensioni delle vie respiratorie aumenta la probabilità di ostruzione a seguito di infezioni;
  • il loro sistema immunitario non è ancora sviluppato, ciò aumenta il rischio di infezioni respiratorie e diminuisce la capacità di contrastarle.

Come tutte le guerre, anche questa ha un costo, ma è negativo, cioè non spendiamo nel combatterla, ma nel perderla. Ogni cinque anni e mezzo, la spesa sostenuta per i costi sanitari (ospedalizzazioni, giornate perse di lavoro, visite, esami e cure) arriva a 530 miliardi di euro [5]. Per dare un’idea, è più della ricchezza prodotta in un anno dalla Lombardia e Veneto (le due regioni più ricche), ed equivale annualmente a quasi il 5% del PIL nazionale. In realtà, per come si calcola il PILe la ricchezza di uno stato, è più corretto dire che grazie a questa spesa il nostro PIL è gonfiato di un 5%.

 ENTRIAMO NEL PARTICOLATO

Vediamo di capire cosa è successo nei giorni scorsi.

Semplificando, l’inquinamento dell’aria è riconducibile principalmente alle polveri sottili, PM2,5, responsabili di oltre il 70% dei morti, e agli ossidi di azoto, che uccidono un altro 20%. [6]

Il PM2,5 è composto da minuscole particelle “respirabili” che rimangono in sospensione nell’aria e riescono a giungere sin dentro ai polmoni e da qui nel sangue.

polveri-sottili

Le particelle, chiamate anche particolato, possono avere l’origine più diversa e trasportare altri inquinanti molto pericolosi, come il Benzopirene. Per questo, indipendentemente dall’origine, le PM2,5 sono classificate come cancerogene.

Il particolato [7] per lo più è prodotto in due modi:

  1. direttamente da tutte le combustioni (particolato primario)
  2. in inverno, a partire da altri inquinanti gassosi, soprattutto i composti azotati (ossidi di azoto e ammoniaca), quando le condizioni meteo trasformano l’aria inquinata in un vero e propriolaboratorio chimico-fisico (particolato secondario).

formazione-particolato

In inverno, le condizioni meteo (freddo, assenza di vento) possono portare alla concentrazione rapida del particolato nelle pianure e nei fondovalle. L’ultimoeclatante episodio è capitato solo pochi giorni fa ed ha investito l’intera Pianura Padana, con valori delle PM2,5 ben al di sopra degli 80 ug/m3 (il limite medio annuo è 25).

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Concentrazioni di PM2,5 il giorno 31-1-2017 in Lombardia e Emilia Romagna. Fonte: Arpa Lombardia eArpa Emilia Romagna.

 

L’evento è capitato a grande velocità: sono bastati solo tre giorni. Segno questo che la produzione di inquinantiin Pianura Padana è troppo elevata per il ricambio e la diluizione dell’aria garantita dalle condizioni meteo e morfologiche della grande vallata.

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Impennata delle concentrazioni di PM2,5 alla periferia della città di Cremona a fine gennaio 2017.

 

SORPRESI DAL NEMICO ALLE SPALLE

Facciamo un gioco con i colori. Scopriamo in Italia chi produce i principali tre inquinanti: PM2,5, Ossidi di Azoto e Ammoniaca.

Legenda fondamentali

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(cliccare per ingrandire) Ripartizione per settore di produzione, dei tre principali inquinanti dell’aria nel 2013, su base nazionale. Il traffico veicolare è calcolato su modelli reali di utilizzo, include quello leggero e quello pesante, l’usura dei pneumatici ma non quella dell’asfalto. Fonte: ASPOItalia, Inquinamento: tutti i banditi e i mandanti.

 

Si scoprono tre cosette interessanti:

  1. La prima sorpresa sono le biomasse (legna e pellet) per riscaldamento che producono il 60% delle PM2,5, sono di gran lunga la principale fonte di particolato primario;
  2. meno sorprendentemente, il traffico veicolare è il principale produttore degli ossidi di azoto, con il 42,5%; 
  3. la seconda sorpresa viene dalla produzione diammoniaca, che è al 95% prodotta dal settore agricolo (utilizzo di fertilizzanti);

Questi sono dati nazionali, vediamo di calarli in due casi reali.

In una grande città come Milano, in inverno biomasse(legna e pellet), traffico e particolato secondarioproducono ciascuno circa un terzo del PM2,5. In aperta campagna invece, oltre che al dimezzarsi del PM2,5 totale, i contributi sono: biomasse 35%, traffico 9%, particolato secondario 53% (NOx 31%, NH3 14%, SOx 9%) e altro 3%. [8]

 

Quanti chilometri fai con una stufa o una mucca?

Entriamo nei tre problemi, e vediamo, tra le altre cose, anche quanti km deve percorrere un’auto a benzina per inquinare quanto una stufa a legna o un animale da allevamento.

STRATEGIA FUORISTRADA

Per il traffico veicolare qualcosa si è fatto, grazie all’Unione Europea. Con le limitazioni alle emissioni veicolari rappresentate dagli standard EURO, si è abbassato sia il particolato che gli ossidi di azoto emessi, soprattutto per i motori a benzina. Per i motori diesel, alla luce dei recenti scandali sull’alterazione dei test di aderenza agli standard EURO, invece si è fattomolto meno, come si può apprezzare nella figura seguente.

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Confronto tra emissioni reali e limiti degli standard EURO per gli Ossidi di Azoto, per i motori a benzina e diesel. Fonte: vedi nota [2] nell’articolo precedente.

La situazione è ancora meno rosea considerando che il mercato dei trasporti è stato lasciato libero di spostarsi verso il diesel, che nel 2000 in Italia rappresentava il 51% dei consumi petroliferi su strada e nel 2014 il 72% (considerando solo benzina e gasolio, senza il GPL) [9, pag 72]. Ecco perché è troppo poco. Anche se un effetto sulle emissioni di particolato primario c’è stato (vedi grafico seguente).

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Per l’Italia, storico delle emissioni PM2,5 (solo particolato primario) del trasporto su strada secondo modelli di reale utilizzo (auto, moto, furgoni, camion, usura dei pneumatici ma manca quella dell’asfalto), in blu, e degli impianti stazionari a servizio del settore residenziale, in rosso. La serie relativa al settore residenziale è stata ricalcolata nel 2016 in seguito alla scoperta di gravi sottostime nel consumo di biomasse, che rappresentano il 99% delle emissioni di questo settore. Fonte: rielaborazione dell’autore su dati [10] (aggregazione settori da 1A3bi a 1A3bvii, e 1A4bi).

Per agire ulteriormente sui trasporti c’è praticamente solo una strada: in prima istanza l’abbandono del diesel,che sembra già iniziato, e successivamente quello dellamobilità privata a favore di quella pubblica. Sulla possibilità di sostituire tutti i veicoli ora in circolazione con mezzi elettrici, ne parleremo in un altro post, per ora basti dire che avrebbe effetti ed impatti non sostenibili.

CHILOMETRI IN FUMO

Per legna e pellet invece si può affermare con certezza che non solo nulla è stato fatto, ma anzi si sta aggravando il problema. A dimostrazione si osservi il grafico precedente, in cui le emissioni dirette di PM2,5 delle biomasse dal settore residenziale (camini, stufe e caldaie) sono largamente superiori a quello del traffico, e sono cresciute moltissimo negli ultimi 10 anni.

Per farci un’idea, cerchiamo di capire quanto inquinano i vari impianti di riscaldamento rispetto ad un’auto. Ad esempio, cerchiamo di capire quanti km deve fare un’auto a benzina per inquinare quanto una stufa a legna (utilizzata per un anno).

Prendiamo allora per riferimento un appartamento di 70mq, in classe E (consumo di 100kWh/mq/a) ed osserviamo quanto inquinerebbe ogni diverso combustibile per riscaldarlo per un anno intero. Stiamo parlando di un consumo di legna pari a 40 quintali l’anno, o 32 quintali di pellet. Come inquinante prendiamo sempre il particolato, frazione PM10, considerando sia quello primario che secondario(derivato da ossidi azoto, ammoniaca e ossidi zolfo). Questo approccio, ha il vantaggio di rendere intuitivo l’inquinamento prodotto e di aggregare tutti i principali inquinanti. Introduce però alcune imprecisioni, che sono in parte compensate e comunque sempre in senso molto conservativo, vedere nota [13].

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Inquinamento in particolato primario e secondario prodotto ogni anno da vari impianti di riscaldamento, per riscaldare un appartamento di 70mq in classe E. L’inquinamento è espresso nei km percorsi da un’auto a benzina “media” per il parco italiano. Si leggano la note [13] [14] per le fonti utilizzate e le ipotesi di carattere conservativo introdotte.

A parte la follia di usare ancora nel XXI secolo un camino aperto, si osserva come l’uso della Legna produce sempre un inquinamento pari ad un’auto a benzina che gira intorno all’abitazione, per tutto l’inverno, percorrendo oltre 40.000km!

Un poco meglio va con l’uso del pellet, che comunque quando sostituisce una precedente caldaia a Metano o, addirittura, a Gasolio, in questo confronto aumenta le emissioni di ben  20.000km ‘percorsi’.

Ecco perché, nonostante i miglioramenti tecnologici nella combustione delle biomasse su piccola scala, le emissioni in questo settore continuano ad aumentare:vengono sostituiti combustibili più puliti (benché non rinnovabili).

L’effetto di sostituzione si può apprezzare nel grafico seguente, in cui si può osservare il calo continuo dei  combustibili liquidi a favore delle biomasse. [16]

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Storico dei consumi in proporzione sul totale, di ogni classe di combustibile nel settore residenziale. Anno di riferimento 2014. Fonte: Rielaborazione autore su dati ISPRA [10].

La motivazione di questo cambiamento sembra essere principalmente di ordine estetico ed economico, cui spesso non è assente un messaggio ecologista: la Legna spesso non paga l’IVA (perché di autoproduzione, o perché viene evasa) che comunque è agevolata al 10%, e insieme al Pellet non paga nessuna accisa. Purtroppo si confonde spesso il concetto di combustibile “rinnovabile” con quello di “pulito”. 

In questo le autorità stanno facendo bel poco. Le più attente, hanno messo prima dei limiti minimi di efficienza agli apparecchi a biomasse, poi hanno introdotto una classificazione sulle emissioni, che però diventa veramente stringente in realtà solo quando i limiti di qualità dell’aria sono già stati superati. Nel frattempo, mentre i decisori politici si rifiutano di prendere azioni di contenimento, l’Italia detiene il record mondiale di importazioni di legna da ardere (con tutti i problemi connessi di impatto ambientale ed energetico dovuti ai trasporti), e quello europeo per il consumo di pellet (85% importato).

Eppure basterebbe così poco. Sarebbe sufficiente imporre l’obbligo di rottamare una vecchia stufa a legna prima di procedere all’installazione di una nuova di ultima generazione. Il bilancio sulle emissioni sarebbe così positivo e l’indotto sarebbe salvaguardato.

UN MONDO DI LETAME

Per ultimo trattiamo il mondo dell’agricoltura e degliallevamenti, che abbiamo visto in Italia producono il96% di tutta l’ammoniaca(NH3) nell’aria, un inquinante che insieme ad altri produce il pericoloso particolato secondario (smog).

Partiamo da un dato: metà delle emissioni provengono dalla gestione, nei ricoveri, delle deiezioni degli animalida allevamento, mentre quasi l’altra metà proviene dallafertilizzazione dei campi con letami e concimi inorganici. In pratica, oltre il 70% delle emissioni di NH3 è imputabile agli animali da allevamento (bovini, suini, pollame) sotto forma di gestione delle loro urine e feci.

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Ripartizione emissioni di ammoniaca dal settore agricolo/zootecnico. Legenda: 3B-Gestione dei Letami nei ricoveri e stoccaggi degli allevamenti; 3D-Fertilizzazione dei terreni. Fonte: [9, pag 116]

Per capire l’entità del problema, come già visto per le stufe a legna, vediamo quanti km deve percorrere un auto a benzina per inquinare quanto un animale da allevamento, in termini di emissioni PM10(I+II). In questo caso la stima è meno robusta, ma dovrebbe essere ancora conservativa, vedere note [13], [14] e [17].

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Emissioni di particolato (quasi totalmente secondario), espresso  “in chilometri percorsi da un’auto a benzina”, prodotto da vari animali da allevamento. Sono separati due contributi: le emissioni delle deiezioni degli animali nei ricoveri e negli stoccaggi, e lo spargimento nei campi. Anno di riferimento: 2014. Per fonti e metodologia impiegata, vedere note [13], [14] e [17].

Scopriamo così che ogni bovino da latte inquina in inverno come un’auto a benzina che percorra 55.000 km. Se consideriamo che in Italia nel 2014 avevamo 1.800.000 bovini da latte e il doppio da carne, a livello di inquinamento sanitario è come se ci fossero circa altri 20 milioni di vetture a benzina [18]. Questo senza contare i suini, il pollame e gli altri animali (equini, ovini, bufale,…).

Ma com’è possibile che gli allevamenti inquinino così tanto? La risposta è semplice: in natura, gli stessi animali che alleviamo, non sarebbero né così numerosi, né così ipernutriti.

L’aspetto veramente interessante, è che delle azioni mirate nel settore agrozootecnico non avrebbero benefici solo sull’emissioni di Ammoniaca/Particolato, ma anche su quelle climalteranti (es. metano), sulla sostenibilità ecologica (minor uso dei fertilizzanti, riduzione eutrofizzazione delle acque), energetica e sanitaria(obesità).

Le strategie per ridurre questi impatti potrebbero essere allora di tre tipi:

  1. La spinta ad un cambiamento nei consumi alimentari, che riduca il consumo di proteine animali, salvaguardando la sostenibilità, la profittabilità(aumento dei prezzi delle carni) e la qualità del settore zootecnico. Un’idea su tutte: marchi di qualità che garantiscano al consumatore la sostenibilità a tutto tondo degli allevamenti, invece che la mera provenienza geografica. Anche perché comunque il settore zootecnico è in una crisi che va gestita: nel periodo 1990-2013 si è avuto un calo del 15% delle emissioni di ammoniaca principalmente dovuto alla riduzione del numero di capi allevati.
  2. La riduzione della sovralimentazione proteicanegli allevamenti, che si riflette ora in un eccesso di ammoniaca che viene espulso tramite le deiezioni. Togliere, dalla dieta, l’1% in proteine, permette di ridurre le emissioni del 10%.
  3. Tecniche avanzate di gestione dei liquami e letami in azienda (acidificazione, copertura vasche di stoccaggio,…) e durante lo spandimento dei concimi nei campi per la fertilizzazione (iniezione, interramento). Le possibilità di abbattimento sono molte. L’adozione di BAT (Migliori Tecnologie a Disposizione) ha permesso alla Danimarca di ridurre, nel giro di 20 anni, del 40% le emissioni di ammoniaca del comparto agricolo.

In Italia, al momento, la riduzione delle emissioni di ammoniaca fissate in sede UE al 2030 sono del 14% (rispetto al 2005). Un obiettivo che, per riuscire a definire ambizioso, serve una spiccata fantasia.

 

Nella foto un bambino cinese sta respirando aria pura da una lattina. La lattina è prodotta in Canada e costa una decina di euro, e dura qualche decina di respiri “incontaminati”. Follia economica, energetica ed ecologica a parte, fortunatamente questo business, iniziato un paio d’anni fa, non è esploso, ma il fatto chenon sia  neppure morto e sepolto, è uno dei tanti segnali che indicano come l’inquinamento sia un problema serio.

Vediamo allora come sia possibile:

  1. attaccare il problema collettivamente e,
  2. almeno singolarmente, ridurlo a termini ragionevoli almeno per i bambini

L’UNIONE FA LA FORZA

Ad un certo punto abbiamo deciso di controllare la potabilità dell’acqua nelle reti idriche, abbiamo introdotto le norme antisismiche e misure di sicurezza via via più stringenti nel mondo del lavoro. Perché allora sull’inquinamento dell’aria i risultati sono stati così modesti?

Il motivo è semplice: l’inquinamento dell’aria dipende per lo più dalla quantità di energia chimica che usiamo nella nostra società (fossile o biomasse) e siccome abbiamo voluto continuare a ‘crescere’, ci è servita più energia. Anche contando la maggiore efficienza e tecnologie più pulite, finché c’è crescita materiale l’inquinamento prodotto non può calare bruscamente. E questo vale considerando anche la transizione dalle fossili alle rinnovabili, che per quanto desiderabile sarà meno facile e meno veloce di quanto normalmente si creda [19]. Nel frattempo, continueremo ad immettere nell’atmosfera troppi gas climalteranti (nonostante gli accordi presi a Parigi) e l’inquinamento dell’aria continuerà a mietere troppe vittime.

Almeno una leva che potrebbe accelerare  i tempi però c’è. Ed è la stessa leva che sinora è stata largamente latitante: le pubbliche autorità. La UE ha infatti avviato ben due procedure di infrazione nei confronti dell’Italia sul particolato e il biossido di azoto, potenzialmente in grado di arrivare ad una multa da un miliardo di euro l’anno. La Commissione Europea contesta essenzialmente all’Italia di non aver fatto abbastanza e indica necessarie ulteriori azioni sul fronte del trasporti, dei combustibili solidi (biomasse) e dell’agricoltura [20].

Difficilmente però dallo Stato e dalle Regioni verranno intraprese azioni più incisive se non ci sarà una richiesta da parte dei cittadini. Per questo segnaliamo due raccolte firme da parte dell’associazioneriambientiAMOci :

  • una su AVAAZ, rivolta al Presidente della Repubblica, per ricordare come l’Art. 32 della Costituzione che tutela la salute pubblica sia disatteso;
  • una su CHANGE, diretta a quattro Presidenti di Regione della Pianura Padana perché adottino provvedimenti più incisivi nel limitare le emissioni;

A livello locale, è meritoria l’azione di Cittadini per l’Aria,AIPI e ClientEarth che hanno fatto ricorso al TAR della Lombardia perché la Regione modifichi il Piano degli Interventi per la qualità dell’Aria emanato nel 2013: in tre anni ha dimostrato un effetto praticamente nullo.

EDIFICI MALATI

Ok, ma oltre a provare a cambiare qualcosa collettivamente, nel frattempo non si può provare adifendersi in qualche modo? Almeno per i bambini

La risposta è si, ma prima di dire come si può fare, si deve capire dove si deve agire.

Molti anni fa, in una lezione postuniversitaria sull’inquinamento da traffico, la professoressa ammise con orgoglio che, per riguardo dei figli, non apriva mai le finestre della sua casa di Milano per evitare l’ingresso del polveri sottili nei periodi di maggior inquinamento. L’affermazione colpì molto tutti noi alunni, e, sinceramente, non ci sembrò una strategia molto utile.

Più tardi ebbi modo di scoprire fino in fondo quanto fosse dannosa quando studiai la Sindrome dell’Edificio Malato, scoppiata a livello globale a cavallo tra gli anni ’70 e  ’80,  nel momento in cui si scoprì che il 30% dei nuovi edifici costruiti globalmente facevano ammalare i propri occupanti. La colpa fu presto individuata nell’aumento dell’inquinamento indoor (quello che si forma negli ambienti confinati), a sua volta provocato dalla riduzione dei ricambi d’aria per le azioni di risparmio energetico che erano stato adottate in risposta alle due precedenti crisi petrolifere.

In media le persone trascorrono l’80-90% del loro tempo in ambienti chiusi, dove alcuni inquinanti possono concentrarsi nel tempo raggiungendo anche livelli di 10-40 volte superiori a quelli dell’aria esterna. Il problema dell’inquinamento dell’aria esterna (outdoor) si somma allora a quello degli inquinanti prodotti internamente da [21]:

  • suolo e rocce usate per la costruzione; inquinante: il radon, un gas radioattivo che si accumula di solito nei piani inferiori (mappa della situazione italiana per regione);
  • materiali di costruzione e arredi, soprattutto quando nuovi; possibili inquinanti: formaldeide, composti organici volatili (COV, in inglese VOC);
  • combustioni in cucina e per il riscaldamento; possibili inquinanti: monossido di carbonio, biossido di azoto, di zolfo,  e nel caso di tabacco/legna/pellet anche il particolato e gli idrocarburi policiclici aromatici;
  • umidità persistente (è sufficiente la presenza di qualche persona) e mancanza di pulizia dei filtri degli impianti di climatizzazione;  possibili inquinanti: funghi, muffe, batteri (es. legionelle);

Anche i prodotti per la pulizia e le stampanti sono fonti inquinanti. Infine, l’inquinamento outdoor finisce comunque per influire su quello indoor, ad es. per il particolato e gli ossidi di azoto.

Per alcuni individui con una predisposizione genetica all’ipersensibilità, alcuni di questi inquinanti possono essere allergeni attraverso i quali si manifestanopatologie anche in presenza di livelli ridotti e poco significativi per il resto della popolazione.

Difendersi dall’inquinamento almeno nella propria abitazione, dove chi ha un lavoro di ufficio trascorre in media il 59% del suo tempo (di più per bambini ed anziani), non è solo fondamentale per chi vive in aree inquinate, ma paradossalmente anche per chi non ci vive.

Va detto subito che in Italia deve ancora essere emanata una legge quadro sulla qualità dell’aria indoor,per cui non esistono valori limite degli inquinanti negli ambienti (a parte per alcuni nei luoghi di lavoro e un limite di 0,1ppm per la formaldeide) e si fa riferimento ai livelli di legge per l’aria esterna [21].

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Valori di riferimento degli inquinanti indoor secondo l’OMS e alcuni paesi Europei che hanno già legiferato. Fonte: Nota [22].

 

 

LE REGOLE PER CAMBIARE ARIA

Vediamo di dare alcune regole semplici e generali, rinviando a fonti più complete per gli approfondimenti.

La PRIMA REGOLA è cambiare l’aria, almeno due volte al giorno, anche nei periodi in cui l’inquinamento esterno supera i limiti di legge. I momenti migliori, in cui l’inquinamento giornaliero raggiunge il minimo, sono in generale due: mattina presto (tra le 4 e le 6) e nelpomeriggio (tra le 14 e le 17) se non si è in prossimità di vie particolarmente trafficate [23]. Bastano pochi minuti con tutte le finestre aperte in inverno, quando le basse temperature permettono un rapido ricambio dell’aria, senza necessità di sottrarre molto calore alla massa termica interna (edificio ed arredi).

Questi ricambi d’aria sono ancora più importanti se l’edificio ha degli infissi moderni a tenuta d’aria, tanto che a volte in edifici ristrutturati isolando bene i muri e con sostituzione degli infissi, sorgono problemi di inquinamento indoor che vengono segnalati dalla presenza di muffa (accumulo umidità, se non altro per la presenza di occupanti che lo emettono con la normale traspirazione). E’ il motivo per cui le Case Passive sono tutte dotate di ventilazione meccanica con recupero di calore, dimensionata di solito per garantire un ricambio completo d’aria ogni due ore.

La SECONDA REGOLA, se si vive in un’area inquinata, èfiltrare almeno il particolato dall’aria interna. Ci sono ormai in commercio un gran numero di purificatori d’aria, che nella forma più semplice ed efficace non sono altro che un ventilatore per muovere l’aria ed un filtro HEPA (High-Efficiency Particulate Arrestance) che è in grado di trattenere oltre il 99,5% del PM0,3 (diametro 300 millionesimi di millimetro ). Per chi si diletta con il fai-da-te (Do-It-Yourself in inglese, o DIY) può costruirsi con una spesa minima un purificatore d’aria abbastanza facilmente comprando un filtro HEPA della misura giusta e applicandolo ad un ventilatore con del nastro adesivo, come nel video seguente dell’Università del Michigan.

Non deve sorprendere che l’esplosione del mercato dei purificatori d’aria sia avvenuta in Cina negli ultimi anni, proprio a causa degli elevatissimi livelli di inquinamento, e che ben presto si sia scoperto che i purificatori autocostruiti sono efficaci come quelli più costosi sul mercato. Il tutto con un assorbimento di potenza che non supera i 20W (l’equivalente di un paio di lampade a LED).

Molti studi sono stati effettuati sugli effetti positivi dei purificatori d’aria per l’asma, ma finora sono ancora rari quelli effettuati per misurare l’eventuale miglioramento in termini di salute per l’abbattimento del particolato in generale. Una ricerca canadese del 2013 ha mostrato con uno studio in doppio cieco che l’uso di un purificatore per una sola settimana in un ambiente indoor contaminato, apporta chiari benefici in termine di abbassamento della pressione sanguigna e di miglioramento delle funzionalità polmonare [24].

Come ha detto giustamente un medico americano che vive in Cina:

 “per l’amor di Dio, mettetene uno nella camera dei vostri figli“.

La TERZA REGOLA (se viene seguita almeno la prima) è quella di sigillare bene gli infissi se ci si trova in una zona soggetta a forte inquinamento outdoor,  ad esempio in prossimità di vie trafficate (canyon urbano). In questo modo si evita l’infiltrazione dell’inquinamento dall’esterno nelle ore in cui questo è maggiore. Per trovare le perdite di aria basta avvicinare una candela accesa agli infissi e notare dove si piega. Per sigillarli ci sono in vendita vari tipi di guarnizioni adesive che possono essere adattate.

La QUARTA REGOLA è rendersi conto che dobbiamoaffrontare il problema in prima persona. Questo vuol dire imparare a:

  • Usare il proprio naso. La prova più semplice per capire se l’aria è viziata in un ambiente chiuso è quella di annusarla provenendo da fuori, prima che il nostro olfatto sia abituato all’odore. Nello stesso modo è possibile individuare la presenza di muffe, magari nascoste dietro un mobile.  Anche per il fumo di legna vale una semplice regola olfattiva: se è appena percepibile l’odore di fumo, allora il livello di PM10 si aggira almeno intorno ai 50ug/m3, il livello limite per legge [25].
  • Cominciare a ragionare sulle nostre abitudini quotidiane. Ci potrebbe aiutare un misuratore di particolato pm2.5, dal costo contenuto (<200€), c’è un’enorme offerta. Il problema in questo caso è che anche nel caso di strumenti inizialmente precisi, quelli a basso costo non possono essere puliti e ricalibrati, quindi nell’arco di pochi mesi diventano inaffidabili. Ci sono strumenti più costosi, ma naturalmente vanno rispediti alla casa madre almeno una volta l’anno per essere ritarati. In aiuto possono venire alcuni studi che possono aiutarci a capire quali abitudini siano in generale sbagliate. Ad esempio, nelle figure seguenti (cliccare per ingrandire) si può apprezzare l’andamento del particolato in 3 stanze residenziali (cucina, sala e camera da letto) rispetto all’ambiente esterno. Si nota come i maggiori tassi di inquinamento indoor si verifichino in cucina. Nella tabella successiva c’è una ripartizione  tra l’esposizione nelle varie stanze, nel tragitto in auto sino al lavoro (Roma) e in ufficio. Fonte: vedi nota [22, pag 50-55].

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  • Compiere scelte ragionate in fase di acquisto. Ad esempio, quando si intonacano le pareti interne e si comprano mobili, verificare che siano stati usatiprodotti che non rilasciano VOC. Anche quando si acquista un semplice aspirapolvere è importante che abbia un filtro HEPA, altrimenti una normale operazione di pulizia dei pavimenti(che è bene compiere di frequente) si trasforma in un rimescolamento in aria del particolato depositato a terra.

E se dobbiamo stare fuori per molto tempo quando il livello di inquinamento è elevato, ad esempio per lavoro o per svolgere attività fisica, valutiamo se indossare una mascherina antiparticolato. Non costano molto e sono abbastanza efficaci se aderiscono bene al volto (meglio se sono etichettate almeno come  N95 e hanno la valvola per l’aria espirata). Proteggiamo i nostri polmoni, il nostro cuore e mandiamo un messaggio a chi ci vede: c’è qualcosa di sbagliato nell’aria.

Fine.

Di aspoitaliawordpress.com