Un altro sciagurato effetto degli incendi dell’estate scorsa? Solo sul Vesuvio 50 milioni di api morte!

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Un altro sciagurato effetto degli incendi dell’estate scorsa? Solo sul Vesuvio 50 milioni di api morte!

E’ un altro tragico risvolto degli incendi che hanno devastato il Paese l’estate scorsa. Solo sul Vesuvio, da una prima stima, si calcola siano 50 milioni le api morte. Una cifra impressionante e sicuramente arrotondata per difetto.

Scriveva l’Ansa:

A causa incendi strage di 50 milioni di api sul Vesuvio

Esperti Conapra, un altro 20% perso orientamento e quindi moriranno

Sono cinquanta milioni le api morte a causa dell’incendio che ha colpito il Parco del Vesuvio, con le fiamme che hanno distrutto le arnie e cancellato la produzione di miele e polline. È quanto emerge da un’analisi di Coldiretti dopo le segnalazioni giunte dagli apicoltori dell’area vesuviana, in particolare nella zona di Ercolano. Una vera e propria strage peraltro destinata ad aggravarsi a causa degli effetti del fumo sugli sciami sopravvissuti.

Gli esperti del Conaproa (Consorzio Nazionale Produttori Apistici) in Campania calcolano – spiega la Coldiretti – una perdita ulteriore di almeno il 20% di insetti che hanno perso l’orientamento e quindi morte. Il rogo sul Vesuvio – continua la Coldiretti – ha coinvolto peraltro anche i nuclei di fecondazione. L’azienda La Fattoria Biagino, uno dei maggiori produttori dell’area, ha visto andare in fumo quasi 100 nuclei di riproduzione, vere e proprie casseforti genetiche su cui questi apicoltori lavorano da decenni, partecipando a convegni internazionali proprio sulla salvaguardia del patrimonio genetico. Le fiamme hanno distrutto le arnie anche nelle zone di Licola e ad Agnano, dove ad andare in fumo è stata la riserva naturale degli Astroni. L’incendio colpisce – sottolinea la Coldiretti – un comparto già fortemente messo in crisi dalla siccità. Le api erano già in sofferenza per le scarse precipitazioni che hanno ridotto la disponibilità di fiori.

I roghi che stanno colpendo l’intero territorio nazionale – rileva la Coldiretti – rappresentano un gravissimo danno economico e ambientale tanto che ci vorranno almeno 15 anni per ricostruire i boschi andati a fuoco. Per ogni ettaro di macchia mediterranea bruciato – ricorda la Coldiretti – muoiono in media 400 animali tra mammiferi, uccelli e rettili. Ma sono migliaia le varietà vegetali danneggiate, compresi funghi ed erbe aromatiche. Insieme alle disdette provocate in molti agriturismi – conclude Coldiretti – sono gravi anche i danni diretti registrati alle coltivazioni agricole, le perdite di animali e la distruzione di numerosi fabbricati rurali.

Ho l’impressione che non abbiate capito cosa cazzo sta succedendo nel Parco Nazionale d’Abruzzo! Brucia da dieci giorni. Perchè i Tg non ne parlano? Dov’è il Governo?

 

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Ho l’impressione che non abbiate capito cosa cazzo sta succedendo nel Parco Nazionale d’Abruzzo! Brucia da dieci giorni. Perchè i Tg non ne parlano? Dov’è il Governo?

Abruzzo, sul Morrone è catastrofe ambientale
Per incendi di origine dolosa già in fumo tremila ettari di bosco nel Parco nazionale della Majella, quasi il 5% dell’intera superficie dell’area protetta.

Da dieci giorni bruciano le montagne del Morrone, nel parco nazionale della Majella ferito dalla siccità e dagli incendi dolosi, mentre il fumo ha invaso la valle Peligna, alle pendici del gruppo, rendendo l’aria irrespirabile, e praticamente invisibili dalle strade di accesso gli abitati di Sulmona e Pacentro. La visione notturna della zona, per chi percorreva ancora ieri l’autostrada dei Parchi, nei due sensi del tratto Roma-Pescara, era impressionante: vari focolai su più fronti, con alte lingue di fuoco – che nella giornata di domenica hanno interessato anche le alture di San Cosimo, nei pressi del comune di Prezza – rendevano il paesaggio simile ad un girone dantesco. Dal 19 agosto a oggi sono decine gli inneschi appiccati all’interno dei confini dell’area protetta, i più gravi dei quali concentrati in territorio peligno.

E mentre protezione civile, alpini e vigili del fuoco sono tuttora impegnati ad avere ragione delle ultime fiamme, il bilancio provvisorio dell’ente di gestione recita cifre impietose: sono oltre tremila gli ettari andati in fumo, cioè quasi il 5% dell’intera superficie del Parco. Se la maggioranza di questi era coperta da pineta da riforestazione, nella conta figurano quasi 600 ettari

di praterie sommitali, prezioso serbatoio di biodiversità che ospita numerose specie rare ed endemiche.

L’epicentro di quello che si profila come il più violento incendio dell’ultimo decennio nel Parco, sono le pinete poste sui versanti occidentale e meridionale del Monte Morrone, già protagonista di un episodio altrettanto intenso negli anni ‘80. Eppure, l’efficacia con cui le fiamme hanno percorso e percorrono tuttora i versanti, ravvivate da continui nuovi inneschi posizionati alle spalle delle linee tagliafuoco, suggerisce una pianificazione raffinata e ambiziosa, mai osservata nel Parco. Dietro la quale, secondo Giuseppe Bellelli, procuratore della Repubblica a Sulmona, potrebbe nascondersi un’unica mente.

“Un grave danno alla biodiversità del Parco, in uno dei settori più belli e di pregio. Un vero e proprio attacco alla politiche di conservazione del Parco e i quali danni saranno visibili per anni” si legge in una nota del direttore del Parco, Oremo Di Nino. Il fuoco non ha sfregiato solamente il patrimonio floristico del Parco, che con oltre duemila specie vegetali può vantare circa un terzo dell’intera flora italiana. A farne le spese è anche la fauna, come osserva lo zoologo Marco Carafa “Le specie più in pericolo sono quelle che si spostano lentamente o che non si spostano affatto, come orbettini e lucertole che si rifugiano sotto le pietre”. Ma anche l’elusivo colubro di Riccioli (Coronella girondica), specie di serpente innocua e comune ma di difficilissima osservazione, segnalata a bassa quota sul Monte Morrone. “Questo non significa che gli animali di grossa taglia siano immuni: lupo e capriolo sono territoriali, per loro l’incendio rappresenta un vero e proprio sfratto” prosegue Carafa.

La consueta aridità che caratterizza la zona in questa stagione, resa eccezionale da questo 2017 particolarmente asciutto, ha fornito ai piromani abbondante vegetazione secca per innescare la scintilla. Il fuoco guadagna le cime degli alberi e salta di chioma in chioma, rendendo complessi e pericolosi gli interventi di spegnimento da terra. “Lo stesso personale del parco, che conosce il territorio, si è attivato per evitare che gli incendi scavallassero la cresta e raggiungessero il versante orientale” ricorda Nicola Scalzitti, responsabile dell’ufficio stampa del Parco. Un’operazione normalmente coordinata dal Corpo forestale dello stato, la cui assenza si è fatta sentire una volta di più in questa prima estate dalla sua soppressione. Nelle scorse settimane il Parco aveva già messo a disposizione della Sala Operativa Regionale i mezzi e i gruppi antincendio provenienti dal disciolto Corpo forestale; ciò che più è mancato è l’esperienza e la competenza della gestione a terra degli incendi, come nell’approntare le linee tagliafuoco.

Il tutto mentre a livello politico infuriano le polemiche sui presunti gravi ritardi con cui si è cominciato a intervenire per spegnere i primi focolai e accuse di inadempienza come quella del coordinatore della Federazione Nazionale dei Verdi Angelo Bonelli verso il Ministero dell’Ambiente.

fonte: http://www.nationalgeographic.it/ambiente/2017/08/28/news/abruzzo_incendi_boschi_morrone_catastrofe_ambientale-3641938/?ref=fbng

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Sciolta la Forestale senza rinforzare i Vigili del Fuoco: i risultati sono sotto gli occhi di tutti – l’Italia brucia!

 

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Sciolta la Forestale senza rinforzare i Vigili del Fuoco: i risultati sono sotto gli occhi di tutti – l’Italia brucia!

Sciolta la Forestale senza rinforzare i Vvff: e l’Italia brucia come non mai

Emergenza incendi, il governo ha sciolto il Corpo Forestale dello Stato senza rinforzare i Vigili del Fuoco.

Che ogni estate l’Italia debba fare i conti con gli #incendi boschivi non è certo una novità, ma viene da chiedersi se sia solo frutto del caso il fatto che l’anno horribilis in corso da questo punto di vista faccia seguito allo scioglimento del #Corpo forestale dello Stato, con le difficoltà burocratiche che costringono ancora oggi a terra diversi elicotteri che erano in dotazione al CFS, sciolto per giunta senza rinforzareadeguatamente i #vigili del fuoco.

Incendi, è l’anno dei record

Quello in corso è l’anno dei record (negativi) dal punto di vista degli incendi boschivi. I dati diffusi da Legambiente non lasciano margine ad interpretazioni.

Nel 2017 il fuoco ha devastato complessivamente 74.965 ettari di superfici boschive, 2.926 dei quali nel periodo invernale e 72.039 di questi tra Maggio ed il 26 di Luglio. Ad oggi – e la stagione non è finita – siamo al 156,41% del territorio bruciato in tutto l’anno scorso. Nel 2016 infatti le fiamme devastarono 47.926 ettari, una differenza non di poco conto che probabilmente è destinata ad aumentare ulteriormente. Le regioni più colpite dal fenomeno sono Sicilia, Calabria e Campania.

Primi assoluti in Europa

Per quanto riguarda gli incendi [VIDEO] il nostro paese detiene il triste primato in Europa, basti pensare che in Spagna i roghi hanno incenerito 19.666 ettari, in Francia 9.585 ettari contro i 25.071 della sola Sicilia ed i 19.224 della sola Calabria. In Campania invece gli ettari bruciati fino ad oggi sono 13.037, poi vengono Lazio e Sardegna rispettivamente con 4.859 e 3.512 ettari.

Dati che non hanno bisogno di commenti.

A bruciare sono sempre le stesse zone

La relazione di Legambiente evidenzia come a bruciare siano sempre le stesse regioni, e addirittura le stesse province. Con una decisa azione di prevenzione e controllo nelle prime dieci province colpite dai roghi – Napoli, Palermo, Caserta Cosenza, Salerno, Messina, Siracusa, Latina, Trapani, Reggio Calabria – sarebbe stato possibile salvare qualcosa come 47.599 ettari, più della metà del totale incenerito.

La denuncia del Fatto Quotidiano

Era il 14 Luglio quando un articolo a firma di Valerio Valentini de “Il Fatto Quotidiano” evidenziava gli effetti collaterali della Riforma Madia, che ha accorpato il Corpo Forestale dello Stato a Carabinieri e Vigili del Fuoco. A causa di pasticci burocratici non solo diversi elicotteri in servizio al CFS sono ancora fermi a terra, ma numerose figure professionali sono state dequalificate e la rete che presidiava il territorio è stata smantellata. Alla luce dei numeri relativi agli incendi nel 2016 ci sarebbe stato bisogno probabilmente di un potenziamento, mentre invece è accaduto l’esatto contrario. Ci auguriamo che il governo ne prenda atto e corra ai ripari, per l’anno in corso e per quelli a venire.

fonte: http://it.blastingnews.com/ambiente/2017/08/sciolta-la-forestale-senza-rinforzare-i-vvff-e-litalia-brucia-come-non-mai-001922137.html

 

Incendi: in 15 anni i fondi della prevenzione azzerati! Da 10 milioni l’anno a ZERO! …e la mafia ringrazia…!

 

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Incendi: in 15 anni i fondi della prevenzione azzerati! Da 10 milioni l’anno a ZERO! …e la mafia ringrazia…!

 

Incendi, azzerati i fondi della prevenzione Da 10 milioni l’anno a zero in 15 anni Galletti riferisce per 40′ e non ne parla

Fabrizio Curcio punta il dito contro le riduzioni imposte dai governi negli ultimi anni. “Il finanziamento dello Stato per la prevenzione si è assottigliato fino a essere nullo”. Galletti parla in aula ma evita l’argomento: “Siamo in emergenza, ci sarà tempo per discutere di eventuali carenze organizzative e di risorse”. Sinistra Italiana ne chiede le dimissioni, mozione di sfiducia da M5S. Bonelli (Verdi): “Solo nel 2017 danni per 900 milioni, 9 miliardi negli ultimi sei anni”

Da 10 milioni l’anno a zero. La politica ha deliberatamente chiuso  i rubinetti della prevenzione antincendio con la miopia tipica dei tagli lineari, dando così un contributo essenziale all’ennesima emergenza nazionale. Lo ha denunciato lo stesso Capo Dipartimento della Protezione civile, Fabrizio Curcio nella sua audizione in Commissione Territorio e Ambiente al Senato di due giorni fa: “La legge quadro 353 sugli incendi boschivi del 2000 era innovativa. Prevedeva che ci fosse un finanziamento da parte dello Stato per l’attività di prevenzione. Quel finanziamento si è negli anni assottigliato fino a essere nullo. Credo che un segnale, se possibile, sarebbe positivo: la prevenzione è collegata alle risorse, alla pulizia del sottobosco e di altre aree, all’organizzazione di attività di vigilanza”. L’indomani, cioé ieri, il ministro Galletti ha riferito in aula sull’emergenza, ma ha attentamente evitato di rispondere sul tema – spinosissimo – delle responsabilità politiche al quale lo hanno subito richiamato diversi gruppi parlamentari, al punto che Sinistra Italiana ne ha chiesto apertamente le dimissioni mentre il Movimento Cinque stelle annuncia una mozione di sfiducia.

Era stato direttamente Curcio, al Senato, a mettere il dito nella piaga. La legge del 2000 per le attività di prevenzione e lotta agli incendi boschivi finanziava le regioni con 20 miliardi di vecchie lire l’anno per il triennio successivo, ovvero l’equivalente di 10,3 milioni di euro l’anno. Stabiliva poi che a decorrere dal 2003  si sarebbe proceduto con “stanziamento determinato dalla legge finanziaria”. Ed è qui che si è esercitata la politica dei tagli e delle riorganizzazioni funzionali – su tutte quella della Forestale inglobata in altri corpi di polizia dal governo Renzi – che a distanza di anni presenta il conto, non certo a fronte di uno scampato pericolo. : “Dal primo gennaio – ha riferito Curcio – abbiamo dovuto affrontare 955 richieste di intervento della flotta nazionale per lo spegnimento di incendi. Un record assoluto degli ultimi 10 anni”.

Ma quanti fondi, rimessi in  questo modo alla discrezionalità di scelte politiche, sono stati stati stanziati per impedirlo? Ancora nel 2008 erano stati stanziati 8 milioni di euro.  Nel 2011, l’anno del terrore di un default per l’Italia e della staffetta Berlusconi-Monti, calano a 5 milioni per poi essere quasi azzerati del tutto in sede di conferenza permanente Stato-Regioni. Nel 2015, ad esempio, il fondo è stato ridotto a 1,2 milioni. “Si può dire che lo Stato insieme alle Regioni hanno chiuso i rubinetti alla prevenzione”, dicono alla Protezione Civile. L’effetto è davanti agli occhi di tutti, scorre nei titoli dei tg e sulle prime pagine dei quotidiani da settimane: “Emergenza”. “E’ chiaro – è il ragionamento degli uomini di Curcio – che se togli i fondi per fare prevenzione e controllo e deleghi la materia alle regioni  non puoi più garantire la sicurezza delle aree boschive. Basta tagliare gli organici che non si pattugliano più le zone a rischio, non si fanno le vie di fuga. E quando un incendio divampa il danno è ingentissimo, se doloso è anche per la mancanza di deterrenti incoraggia i criminali”. Ma la politica fa l’esatto contrario.

GALLETTI PARLA PER 40 MINUTI MA EVITA L’ARGOMENTO
Negli ultimi tre anni il ministro dell’Ambiente è stato Gian Luca Galletti, nominato da Renzi e confermato da Gentiloni che – non a caso ma su richieste di varie forze politiche, tra cui Mdp – ieri ha letto un’informativa in aula alla Camera sugli incendi e le azioni di contenimento. Galletti ha spiegato che sono stati impegnati tutti gli uomini e mezzi disponibili, caldeggiato l’emendamento alla legge di Bilancio del Senato per la confisca dei terreni incendiati in caso l’autore sia il proprietario l’istruttoria tecnica “per l’eventuale delibera del Consiglio dei Ministri dello stato di emergenza in relazione alle esigenze operative conseguenti all’impiego eccezionale della flotta aerea dello Stato nei giorni scorsi”. Ma nei suoi 40 minuti di intervento si è tenuto alla larga sul tema dei fondi per la prevenzione azzerati. “Ci sarà tempo per discutere e verificare eventuali carenze e difficoltà operative: oggi siamo tutti impegnati per l’emergenza a fianco degli operatori e delle comunità colpite dai criminali piromani”.

LE REAZIONI: CRITICHE E RICHIESTE DI DIMISSIONI
“Galletti non ha fatto alcuna analisi sulle criticità e responsabilità che hanno portato alla distruzione di 50mila ettari di bosco, nulla sulle risorse da garantire per evitare l’emergenza che ha vede soli i sindaci lasciati alla propria improvvisazione”, accusa il deputatoPaolo Russo (FI) replicando all”intervento del ministro. “Concepire lo Stato come una pesa e non come una leva di sviluppo e tutela del territorio è stato un errore politico che ora paghiamo a caro prezzo”, rimarca Arturo Scotto di Mdp. “Sento Renzi parlare di una Maastricht 3.0 che permetta di liberare un punto di Pil dal tetto del Patto di stabilità. Ecco, si mettano quei 16 miliardi di euro in un piano straordinario quinquennale per la prevenzione e messa in sicurezza del territorio. Subito, nella prossima Legge di stabilità”. “Non si è assunto alcuna responsabilità ministro”, attacca Serena Pellegrino (SI) che chiede addirittura le dimissioni del ministro: “Mezza Italia brucia, avete tagliato le risorse della 353 per la prevenzione. Questa situazione certifica il fallimento delle vostre politiche in continuità con quelle dei precedenti governi che hanno dissipato in modo scellerato il patrimonio di competenze in campo alla Forestale e le risorse a difesa del suolo. La miopia delle vostre scelte è sotto gli occhi di tutti”.

Annunciano una mozione di sfiducia per Galletti i deputati del M5S e la senatrice Paola Nugnes, più un pacchetto di 11 proposte per contrastare l’emergenza e rimediare a tagli e disfunzioni inferti dai governi. Come “i direttori delle operazioni di spegnimento dimezzati “da 100 a 50 solo in Campania, dopo l’accorpamento del Corpo Forestale e i “390 i forestali confluiti nei vigili del fuoco senza competenze di direzione operativa anti incendio, perché, si è detto, che il numero era sufficiente mentre un documento del ministero dell’interno sostiene che i VVFF sono sotto organico di 3500 unità”. Idem la per la flotta aerea: “i  32 mezzi del Corpo sono stati divisi tra Vigili del Fuoco e carabinieri, dove non c’è competenza di spegnimento incendi, ma dei 16 ai carabinieri ben 8 sono fermi pur essendo adatti allo spegnimento. I fondi della Protezione civile sono diminuiti strada facendo fino a scomparire del tutto nell’ultima manovra di bilancio”.

IL COSTO DEI “RISPARMI”
Proprio i numeri, del resto, rivelano il reale costo dei supposti “risparmi” ottenuti negli anni prosciugando anche i fondi della prevenzione incendi. “Parliamo di 900 milioni di danni da incendi solo quest’anno, 9 miliardi negli ultimi sei”, scandisce Angelo Bonelli, presidente dei Verdi. Il costoso azzardo del ceto politico ha un contrappasso paradossale: mentre divampano le polemiche si candida a far luce sugli incendi il Senato con la sua “indagine conoscitiva” in commissione Ambiente. Sapendo che il piromane è da stanare chissà dove, ma la politica incendiaria abita proprio nel Palazzo.

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/07/20/incendi-azzerati-fondi-della-prevenzione-da-10-milioni-lanno-zero-15-anni-galletti-riferisce-per-40-e-non-ne-parla/3741093/

Chi ha interesse a incendiare la Sicilia? Il dopo-fuoco e il grande business di elicotteri e Canadair

 

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Chi ha interesse a incendiare la Sicilia? Il dopo-fuoco e il grande business di elicotteri e Canadair

Da sempre sul ‘banco degli imputati’ come possibili piromani, si scopre che operai della Forestale e pastori non hanno nulla da guadagnare dal fuoco. Ad avere possibili interessi con la Sicilia in fiamme potrebbero essere altri soggetti. Gli interventi per la ricostituzione delle aree verdi. E il grande giro di affari su elicotteri e Canadair

Mentre la Sicilia continua a bruciare (dopo Messina, dove i danni sono ingentissimi, è la volta della provincia di Trapani: il fuoco ha fatto la propria apparizione nel villaggio turistico di Calampiso, con la gente che è fuggita via mare, fiamme a San Vito Lo Capo e una nuova minaccia per la Riserva Naturale dello Zingaro, negli anni passati già incenerita da un incendio), forse perché sulla vicenda sta intervenendo la magistratura (qui l’articolo), si comincia a cercare di capire chi ci guadagnerà con il fuoco che si sta ‘mangiando’ buona parte del verde della Sicilia. Interessi legati agli elicotteri? O ai Canadair? O c’è ancora dell’altro?

Sulla rete i soliti noti – quelli sempre pronti ad attaccare “gli oltre 20 mila operai della Forestale della Sicilia che non fanno niente” – sono in netta diminuzione. Ed è anche logico: ci sono fatti oggettivi che sono sotto gli occhi di tutti:

come ignorare il fatto che gli operai della Forestale, quest’anno, sono stati inviati al lavoro dopo il 15 giugno?

come ignorare il fatto che le opere di prevenzione degli incendi non sono state effettuate?

come si fa a ignorare le erbe secche e le sterpaglie abbandonate in tutte le aree verdi dell’Isola?

Insomma, le accuse gratuite contro gli operai della Forestale non convincono più. In questa storia degli incendi che, ormai da quasi una settimana, stanno mandando in fumo anni e anni di lavoro (un bosco non si sviluppa in un paio di anni), contribuendo a desertificare la Sicilia, giocano tanti fattori.

Il primo elemento che salta agli occhi è la capillarità degli incendi di questi giorni: un mozzicone di sigaretta gettato in un bosco con un sottobosco pieno di erbe secche e sterpaglie, complice il vento, può causare il finimondo.

Ma da quasi una settimana il fuoco è in tutte le aree verdi dell’Isola. Il caso c’entra poco. Si tratta, con molta probabilità, di incendi dolosi, dietro ai quali c’è una strategia.

Sulla pagina facebook del Si.F.U.S. (Sindacato Forestali Uniti per la Stabilizzazione) ci sono tanti post che affrontano il tema da tante sfaccettature.

Abbiamo già parlato delle possibili speculazioni sulle opere successive agli incendi.

Ma c’è un altro filone: i mezzi di soccorso. E poiché gli incendi sono stati tanti e sono ancora tanti – e quasi tutti con ampio raggio di fuoco – sono intervenuti e continuano ad intervenire elicotteri e Canadair.

Sempre nella pagina facebook è interessante un articolo pubblicato da l’ecodelsud.it quotidiano indipendente di informazione della Sicilia e della CalabriaIn questo articolo – che riprende alcune considerazioni degli operai della Forestale – si parla proprio di elicotteri e Canadair.

“La Regione siciliana – si legge nel’articolo – spende mediamente una decina di milioni per gli elicotteri e circa tre milioni per i Canadair e la Protezione Civile intasca circa 13 milioni di euro l’anno, puliti-puliti. Chi ha interesse a che questo business vada avanti?” chiedono i forestali.

In realtà, proprio oggi abbiamo cercato – senza riuscirci – di saperne di più dei Canadair. E’ noto che un’ora di volo di questo aereo anfibio costa circa 14 mila euro (come potete leggere qui).

Noi pensavamo che il costo dei Canadair fosse a carico della Protezione civile nazionale. Ci siamo sbagliati. E’ la Regione siciliana che paga il servizio dei Canadair. E poiché, da oltre una settimana, in Sicilia questi aerei anfibi svolgono un servizio quasi h 24, non possiamo non porre una domanda:

si risparmia sugli operai della Forestale, sulla vigilanza degli stessi operai nelle aree verdi della Sicilia e poi spendiamo un sacco di soldi per i Canadair? E quanto stanno costando, quest’anno, i Canadair?

E infatti l’articolo pubblicato da l’ecodelsud.it arriva alle nostre stesse conclusioni:

“A tirare di somma, dunque, abbiamo capri espiatori che rispediscono al mittente le accuse; una politica sciatta e inadempiente che preferisce pagare milioni di euro invece di spendere, magari la stessa cifra una sola volta e non annualmente, per dotarsi di squadre antincendio, dotate di mezzi e strumenti propri. Una politica non in grado di affrontare le emergenze e che risolve sempre tutto con la dichiarazione di stato di calamità”.

E poi? “Cominciano a sorgere gruppi privati di flotte aeree antincendio – leggiamo sempre nell’articolo – spinte dal numero sempre crescente di incendi. Altro che ‘mafie pecoraie’ e ‘forestali piromani’, che recitano solo da utili comparse in questa tragicommedia coloniale della Terra bruciata”.

E ancora:

“Anche l’alibi della mafia ‘pecoraia e vaccara’, che brucia boschi per farne pascolo, viene sapientemente, intelligentemente, smontato: ‘Pascoli per farne che? – si obietta – Visto che la Sicilia importa dalla Padania e l’UE – in valore – il 95% di carni & derivati. E anche nel ciclo agroindustriale dei latticini non gode di buona salute”.

Ultima considerazione: in forza di una campagna di stampa discutibile è stata fatta passare la già citata tesi che “gli oltre 20 mila operai della Forestale siciliana non fanno nulla e si sprecano un sacco di soldi”.

Peccato che gli operai della Forestale la Regione siciliana li paga con i soldi dei Siciliani, cioè con le proprie entrate.

Ma grazie alla campagna di stampa non certo casuale lo Stato ha tagliato alla Regione anche una parte dei fondi per le attività di tutela delle aree verdi.

La Regione amministrata dal centrosinistra – protagonisti l’assessore-commissario all’Economia, Alessandro Baccei, l’assessore all’Agricoltura, Antonello Cracolici, e l’assessore al Territorio e Ambiente, Maurizio Croce – ha ‘risparmiato sulle attività di prevenzione degli incendi: ma i risparmi stanno in buona parte servendo per elicotteri e Canadair.

Servono – gli elicotteri e i Canadair – per spegnere gli incendi, non certo per prevenirli: così, al danno ambientale gravissimo, si somma la beffa di pagare anche elicotteri e aerei anfibi. Per avere, alla fine, terre bruciate.

Peggio di così – almeno per ciò che riguarda i boschi – una Regione non può essere amministrata.

 

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/07/12/chi-ha-interesse-a-incendiare-la-sicilia-il-dopo-fuoco-e-il-grande-business-di-elicotteri-e-canadair/

Sardegna – I retroscena della piaga degli incendi e come abbiamo ridotto una delle regioni più belle al mondo!

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Sardegna – I retroscena della piaga degli incendi e come abbiamo ridotto una delle regioni più belle al mondo!

 

I retroscena della piaga degli incendi in Sardegna

Sardegna: un patrimonio naturale immenso che però ogni anno viene devastato da incendi che nella stragrande maggioranza dei casi sono dolosi. Colpevoli pressoché sempre impuniti e l’amarezza per un paese che non riesce o non vuole bloccare il fenomeno. Ne parla Giorgio Pelosio, amministratore di Teletron Euroricerche, azienda che si occupa di sistemi di rilevazione ambientale.

L’associazione “L’uomo che pianta gli alberi”, da anni impegnata sul fronte della tutela dell’ambiente e del territorio sardi, ha intervistato in proposito Giorgio Pelosio, amministratore di Teletron Euroricerche, che si occupa si sistemi di sicurezza ambientale,

Cosa sta succedendo in Sardegna sul fronte degli incendi?

Stiamo assistendo a una devastazione totale del territorio, mi sembra ormai nell’indifferenza della gente, che subisce tutto questo passivamente. L’immagine è quella di una Sardegna che nel periodo estivo è meta degli incendiari, fuori controllo. Eppure è una delle zone, a livello internazionale, dove il turista viene perché trova e si aspetta un ambiente meraviglioso, ancora intatto. Questa piaga degli incendi è una situazione che si potrebbe evitare o ridurre drasticamente. L’usanza di bruciare i terreni per migliorare la fertilità del terreno è molto antica. Però la differenza rispetto a una volta, nei rarissimi casi di incendi colposi, è che quando qualcuno creava un incendio per bruciare delle stoppie, c’era sempre chi da vicino controllava fino all’ultimo momento che il fuoco non andasse fuori controllo.

Le cronache antiche, fino ai primi decenni del ‘800, parlano di una Sardegna ricca di boschi; le cronache successive, invece, descrivono una Sardegna inaridita. C’è stata speculazione con grandi disboscamenti. Ci sono le condizioni ambientali perché si possa ricostituire una Sardegna ricca di boschi?

Si potrebbe tornare a quella situazione, però per certe specie di alberi ci vogliono millenni prima di diventare piante adulte. La macchia mediterranea è un ombrello straordinario per il terreno, perché limita i danni dell’acqua quando arriva la pioggia, in certi casi torrentizia, che limita il dilavamento dei terreni dove l’humus viene completamente trasferito a valle. Quindi la macchia mediterranea ha questo compito molto importante. Basterebbe farla ricrescere nell’arco di 5-10 anni e costituirebbe uno strato di protezione del terreno, favorendo poi la crescita di altre piante, che possono essere endemiche della Sardegna oppure piante di rimboschimento.

Però sarebbe un processo molto lungo…

Sì. Per fare, ad esempio,  per riprodurre un bosco di tassi o di querce ci vogliono centinaia, migliaia di anni. Qui in Sardegna abbiamo specie straordinarie di tassi che hanno 2/3000 anni e gli olivastri che sono famosi nel mondo. Se questi esemplari sono arrivati fino a noi oggi, vuol dire che prima c’era la cultura e il rispetto di queste piante, di cui la Sardegna era straordinariamente colma. Ovunque c’erano lecci, corbezzoli, tassi, ginepri… Oggi ce ne sono ma molto, molto meno. Questo è dovuto a varie cause. Certamente gli incendi sono una delle prime cause. Negli ultimi 50 anni sono stati anche fatti rimboschimenti certe volte inappropriati, con eucaliptus o pini.

Ancora oggi?

Sì, ancora oggi vengono fatti rimboschimenti con l’eucaliptus, una pianta tipica che viene utilizzata nelle zone ricche d’acqua, quindi messa addirittura per assorbire l’acqua all’uscita degli impianti di trattamenti delle acque. Una pianta adulta di eucaliptus è in grado di assorbire 200-300 litri di acqua al giorno. Ora, però, le zone in cui c’è tanta acqua in Sardegna sono veramente molto poche. Quindi, fare il rimboschimento di eucaliptus in una montagna, porta ad inaridire ulteriormente zone che magari sono state già percorse dal fuoco. I pini, essendo resinosi, sono estremamente resistenti, quindi vivono anche in situazioni difficili con scarsità di acqua e crescono un po’ più velocemente di altre essenze. Comunque le specie endemiche della Sardegna rimangono sempre quelle della macchia mediterranea, poi i ginepri, i lecci… Queste sono le piante tipiche della Sardegna. I corbezzoli noti come arbusti si trasformano molte volte in alberi, sono delle piante veramente straordinarie.

Quanti ettari di vegetazione si perdono ogni estate in Sardegna?

Solo se noi pensiamo agli ultimi 20  giorni, credo che siano stati distrutti 6mila ettari di territorio, pascolo e boscato, questo, oltre a essere un danno ambientale, determina anche un notevole aumento della temperatura, perché, da osservazioni che faccio da circa trentacinque anni (essendo vicino a questo settore dal 1984), ho verificato che non è vero quello che si dice: “Fa caldo quindi nascono gli incendi”. E’ completamente alla rovescia: fa caldo perché ci sono gli incendi. Se c’è un incendio di qualche centinaio  di ettari al centro della Sardegna e soffia il maestrale, a distanza anche di 100 Km la temperatura può aumentare oltre i 5 gradi. Questo lo dico per osservazioni fatte tutti gli anni in Sardegna. Quindi il ragionamento è all’opposto.

Se si andrà avanti così, il processo di desertificazione sarà irreversibile?

Esattamente. Perché non c’è possibilità di far crescere piante in una zona percorsa più volte dagli incendi. Quando ci sono ad esempio zone granitiche, dove è passato più volte un incendio, prima che si ricostruisca l’humus (quindi tutto quel processo lentissimo che consente di creare il substrato per rinnovare di nuovo la vegetazione, quindi per far partire le piantine) ci vogliono centinaia di anni e in certi casi migliaia, perché è un processo lentissimo in quanto c’è poca acqua e molta pietra. Perciò la situazione è veramente molto difficile. Per costruire la pineta di Sinnai, fatta ai tempi della guerra, erano state scavate enormi buche nel granito, era poi state riempite di terra e lì avevano piantato gli alberi. Quindi pensate alle difficoltà che ci sono per fare un rimboschimento. Purtroppo, la maggior parte di quel rimboschimento di Sinnai, una quindicina di anni fa è scomparso per un incendio che in poche ore ha distrutto la maggior parte di quella meravigliosa pineta.

Cosa occorre per invertire questo processo di desertificazione della Sardegna?

Il processo di desertificazione è un fatto soprattutto di tipo culturale,  che genera grandi interessi economici. Non è facile da sradicare. Bisogna mettere l’albero, il bosco, al primo posto nell’ambiente. Quando vediamo per esempio che brucia un ettaro di vegetazione, oltre al danno determinato  del fatto che stia bruciando quella vegetazione e ai costi dell’intervento di spegnimento, non c’è più quell’ettaro, e quell’ettaro mancante ha impoverito il territorio. L’altro effetto molto importante è il fatto che quella piccola porzione di vegetazione non assorbe più CO2, e l’assorbimento di CO2 è fondamentale. Da una parte bruciando produciamo una enormità di CO2, dall’altra si impoverisce il territorio e quell’ettaro lì non ci sarà più, con la sua possibilità di assorbire la CO2. Quindi il problema è doppio. Più i costi degli interventi aerei ed a terra che oramai sono alle stelle.

Quanto costa un intervento?

Ricordo che l’incendio del 7 agosto di tre anni fa a Sinnai, nella zona di San Gregorio, è costato, solo di interventi aerei per 300 ettari percorsi dal fuoco, 300.000 euro. Stiamo parlando solo di costi vivi. Poi c’è tutto quello che gira intorno, che ha costi aggiuntivi. I danni: una buona parte di quella zona che è stata percorsa dall’incendio, se oggi si osserva sul posto ed anche attraverso  Google Earth, è desertificata. Ci sono piantine piccole piccole che stanno cercando di crescere con grande difficoltà anche a causa di  questa siccità, le cose non stanno migliorando. Per cui, se aumentando gli incendi e quindi la superficie bruciata, si determina una situazione di carenza di umidità e di carenza quindi anche di nuvole che possano scaricare l’acqua nel territorio. Molti anni fa sono andato in una zona del Sud America dove è stato fatto un rimboschimento di 400 mila ettari negli anni 80. Questo rimboschimento ha portato a cambiare il clima della zona. Antecedentemente all’intervento  non pioveva più, non c’era più umidità, non c’era più acqua. Facendo questo rimboschimento di 400 mila ettari (adesso sono piante adulte che hanno oltre 30 mt di altezza) si è ricreata la fauna, l’acqua e lì continuamente passano le nuvole e scaricano l’acqua. Sulle nuvole c’è da dire una cosa interessante: dove c’è vegetazione vi è un fenomeno molto particolare: nella sommità della vegetazione, quando passano le nuvole, si verifica un fenomeno di leggera riduzione della temperatura apicale dell’albero per effetto della fotosintesi clorofilliana. Questa lieve riduzione fa sì che la nuvola scarichi l’acqua sul bosco. Invece, dove non ci sono boschi, le precipitazioni possono avvenire ovunque, a carattere torrentizio e fare dei danni come si sono visti nell’Ogliastra, a Capoterra  Olbia ecc., che hanno fatto danni a persone e cose. Alluvioni incredibili. Perché si caricano nuvole di ghiaccio  ed acqua e poi, a un certo punto, scaricano tutte insieme. Quindi con un danno ambientale successivo incalcolabile.

Il rischio incendi è circoscritto solo al periodo estivo?

E’ stata fissata la data per l’inizio di una campagna antincendio normalmente dall’inizio di giugno, ma la vegetazione, in caso di deficit idrico (che avviene dopo circa 20-30 giorni di mancanza di piogge), col vento forte, quindi con un ambiente secco, in qualsiasi momento dell’anno può permettere lo svilupparsi di un incendio analogamente a quello che succede d’estate. Tant’è vero che più di 20 anni fa c’è stato un incendio nel periodo di Pasqua, era ancora freddo, un periodo un po’ piovoso, e nella zona di Triei-Baunei è sparita una pinetina nell’arco di un paio d’ore con un incendio. La propagazione dell’incendio è leggermente  lenta, ma se l’incendio parte va in chioma in qualsiasi periodo dell’anno.

C’è un business dietro gli incendi? Chi ci guadagna? Per fare un esempio, prima ha parlato di 300 mila euro occorsi per spegnere 300 ettari in un incendio del 2007. In quel caso, chi ha guadagnato?

Certamente tutti quelli che hanno fatto questo servizio, tutti quelli che hanno fornito il carburante, tutti quelli che hanno fatto delle missioni, tutti quelli che girano intorno alla macchina dell’antincendio. La campagna antincendio io la vedrei più come ”campagna incendi”. Ma non sto affermando nulla di nuovo, sulla stampa appaiono da oltre 40 anni articoli in tal senso.

Sono privati?

Ci sono certamente anche privati. I canadair sono della protezione civile però gestiti da società private sotto il controllo dei vigili del fuco. Poi ci sono gli elicotteri che sono per lo più di società private. Ma è evidente che dietro tutta questa macchina girano un sacco di soldi. Per ogni ora (questi sono dati della protezione civile), se girano quattro canadair e un elicottero ci sono circa 50-60 mila euro di interventi. Siccome un intervento può durare dalle 5 alle 10 ore, lì si vede quali interessi si mettono in moto con un incendio. Devo dire che questo coinvolge anche moltissime persone che invece si sacrificano ogni giorno, quei volontari che io ritengo gli unici che si dovrebbero occupare dell’antincendio, volontari specializzati e formati. In molte regioni la maggior parte delle attività antincendio è affidata ai volontari sia per l’osservazione, sia per l’identificazione, sia per l’intervento. Questo sarebbe importantissimo. Dove invece ci sono in gioco altri interessi, non è detto che gli incendi vengano spenti in maniera rapida.

Come si muove la giustizia? Ogni tanto le cronache ci raccontano di qualche piromane che viene identificato e fermato. Quali sono le pene comminate?

Da quello che leggo sui giornali, ogni tanto ne prendono qualcuno, magari stanno dentro per breve tempo, molti vengono rimandati a casa. Dicono che viene fatta un’azione molto importante di investigazione, di prevenzione, ma io l’effetto di tutto questo non lo sto vedendo. Perché se fosse veramente così, con tante persone che si occupano di investigazione…

Manca la consapevolezza collettiva della gravità di questo reato?

Sì, perché di fatto basta che uno accenda il fuoco nel momento peggiore, con forte vento e secco, parte un focolaio o più focolai e questi si propagano in maniera rapidissima. Ho visto incendi propagarsi con una velocità di un ettaro al minuto. Non credo che le pene, la giustizia, almeno quella italiana, siano in grado di scoraggiare questi piromani. Questi incendi sono un attentato alla vita. Ogni anno la situazione sta peggiorando.

Non si crea indignazione mediatica su questi crimini. Eppure le foreste sono il primo ingrediente della vita.

Sì. Sono pochissimi i casi in cui a innescare un incendio è la marmitta della macchina oppure il barbecue, o ancora il treno che, frenando, sviluppa scintille… Quelli possono succedere ma sono veramente molto rari. Anche perché i casi come questi si possono verificare sempre, anche quando non c’è vento. Invece, guarda caso, tutti questi eventi si verificano sempre e solo quando c’è forte vento. Quindi questo vuol dire che è proprio un programma criminale, portato avanti da persone senza scrupoli  che hanno interesse a bruciare. Ci sono personaggi, dietro le quinte (dietro quelli che si sacrificano di giorno e di notte, volontari) che possono trarre grosso beneficio da questi eventi.

E che magari fanno leva sulla crisi economica per attirare la collaborazione di chi non ha o ha scarse fonti di reddito… In quale percentuale si può parlare di casi di vera piromania?

Ci sono stati diversi casi in cui sono stati identificati dei piromani. Ricordo molti anni fa, all’isola d’Elba: erano persone che avevano dei disturbi, delle manie particolari, delle patologie, e che godevano nel vedere il fuoco e tutto quello che si metteva in moto intorno a questo fuoco perché diventava quasi uno spettacolo. Questo è successo diverse volte. Però sono convinto che i fuochi che sono partiti in Sardegna nascano da interessi materiali.

Lei di cosa si occupa?

Sono ormai 40 anni che mi occupo di sistemi per la prevenzione degli incendi boschivi. Il primo sistema lo abbiamo fatto nel 1986, collaudato nei territori di Arzana, vicino a Lanusei, col contributo della Comunità Europea e dell’Ispettorato Regionale delle foreste di Nuoro. Quel primo sistema fatto ha avuto un grande successo, tant’è vero che è stato organizzato un convegno in Francia nel 1987, proprio per parlare di questa tecnologia innovativa nell’infrarosso e nel visibile.

Ci può spiegare in cosa consiste questo sistema?

Occorre localizzare in tempi brevissimi (3 minuti massimo) un incendio, quindi sul nascere, individuarne la posizione in maniera molto precisa e mandare questa informazione a chi deve fare l’intervento, che possono essere o mezzi a terra o, se lo consentono le condizioni meteorologiche, l’elicottero. Dopo questo primo impianto fatto a Lanusei, in Ogliastra, visto il successo di questa iniziativa, la Regione, le comunità montane e altri enti hanno ordinato molti altri di questi impianti, che hanno funzionato fino al 2004. Tutti impianti collaudati, che si basano soprattutto sulla prevenzione. La prevenzione ha anche un effetto deterrente. Da uno studio fatto, si è visto che nell’arco di tre anni in tutte le zone monitorate da questi sistemi basati su telecamere dell’infrarosso e del visibile, nelle zone di migliore osservazione (in cima alle montagne), c’era una riduzione (e questi sono dati ufficiali) dell’80% degli incendi. Chi, intenzionato a dare fuoco, vedeva la stazione, non dava fuoco direttamente a vista proprio per il notevole effetto deterrente. E’ la stessa cosa che si verifica molto banalmente in un supermercato o in una banca, che se uno si trova sotto una telecamera è scoraggiato a prendere determinate iniziative. E nel momento in cui viene localizzato in tempi brevissimi (stiamo parlando nell’ordine di 3 minuti massimi) un principio di incendio, se queste informazioni sono comunicate agli elicotteri e ai mezzi a terra, lo spegnimento può essere rapidissimo prima che il fuoco finisca in chioma e quindi che provochi danni che sono veramente irreparabili. Abbiamo numerosissimi casi registrati e a disposizione dall’insorgere dell’incendio al rapido spegnimento in brevissimo tempo.

Tornando ai costi di cui ha parlato prima (l’incendio del 2007, 300 mila euro per spegnere 300 ettari ), questi sono legati anche alla durata delle operazioni di spegnimento? Più tempo occorre a spegne un incendio, maggiore è il costo e quindi anche i guadagni?

Esattamente.

Quindi, per chi trae profitto dalle operazioni di spegnimento, è economicamente vantaggioso che l’incendio abbia il tempo di propagarsi…

Certo, più dura, maggiori sono gli interessi.

Il suo sistema non esclude l’impiego dei mezzi di spegnimento tradizionali (mezzi di terra e di cielo) ma ne ridurrebbe la necessità e i tempi di utilizzo…

Il fatto che io possa fare un intervento che duri 10 minuti o 10 ore, questo cambia moltissimo. Perché 10 minuti di elicottero possono costare qualche centinaio di euro. Se invece uno fa 10 ore di canadair, possono essere centinaia di migliaia di euro. Questa è la differenza. Oltre alla distruzione del territorio. Devo dire che  le tecnologie di monitoraggio realizzate  sono state utilizzate con successo dal 1986 al 2004 perché l’amministrazione ha visto che, nel momento in cui il rilevamento è immediato, l’intervento è immediato, la riduzione delle superfici bruciate è drastica, e che quindi zone importanti sono state preservate, preservate per molti anni. Poi dal 2005 hanno delegittimato questi impianti, che sono stati abbandonati in maniera incomprensibile. Ora io credo che bisognerebbe fare un ragionamento importante, che è quello di ricostituire una rete di persone, di soggetti che siano veramente interessati al bene della Sardegna, al bene dei boschi e della vegetazione. Oggi, quando c’è un incendio, c’è tutto un meccanismo piuttosto complesso (prima di verifica, poi si autorizza l’elicottero, autorizza qui, autorizza lì…) e passano i minuti, qualche volta le ore, per cui il fuoco prende piede e brucia decine, centinaia, migliaia di ettari, come si è visto questi ultimi giorni, perché non c’è più la consapevolezza che è interesse di tutta la collettività contribuire a spegnere un incendio.

Se fossero in funzione tutti gli impianti, quanti ettari potrebbe coprire questo sistema?

Il sistema potrebbe coprire oltre 600 mila ettari di territorio pregiato  e individuare un principio di incendio entro 3 minuti con localizzazione precisa in pianta ed effettuare la previsione di sviluppo e direzione dell’incendio per poter aiutare le squadre dell’intervento e orientare i loro sforzi. Inoltre, l’osservazione dell’incendio è soltanto una delle tantissime cose che può fare questo sistema. E’ fondamentale l’effetto deterrente. E’ fondamentale la tempestività della localizzazione di un principio di incendio, seguirlo costantemente, sia nelle fasi iniziali sia nelle fasi dello spegnimento attraverso le camere termiche all’infrarosso, il fatto di poter consentire a quelli che si occupano dello spegnimento e che rischiano la propria vita, di avere uno strumento per sapere esattamente da dove arriva il fuoco e quindi qual è la linea di fuga più adatta. E’ una cosa che l’uomo, senza la strumentazione, non può fare.

I costi?

Grosso modo 3 euro per ettaro. Basti pensare che il rimboschimento di un ettaro può costare dai 15 mila ai 30 mila euro. Quindi il grande risparmio che si può avere è assolutamente evidente.


Le istituzioni, di fronte al progetto che lei hai presentato e che ha avuto anche una fase di realizzazione, come reagiscono?

Devo dire che ho trovato molto favore per i risultati, che sono estremamente chiari, evidenti. Questo ha trovato il favore di molte istituzioni. Stiamo parlando della Corte dei Conti, dei Carabinieri, Guardia di Finanza, tutti quelli che operano nel territorio e hanno a cuore il fatto che non ci siano incendi. Il progetto si è fermato, secondo me, per motivi di carattere politico. Dietro la scelta di abbandonare un sistema di impianti collaudato, certificato e entrato in esercizio, deve esserci l’interferenza di altri interessi. D’altra parte c’è un motivo che potrebbe essere la causa o la concausa di questo blocco e cioè: nello stesso anno in cui è stato bloccato il funzionamento degli impianti, la Regione aveva ottenuto un grosso finanziamento dall’Unione Europea per un’altra rete di impianti. Ho presentato una denuncia alla Procura alcuni anni fa.

Quindi, appurato che ci sono grossi interessi economici e che c’è ostracismo da parte di certi ambienti della politica, a questo punto qual è la vera medicina? Sensibilizzare la coscienza pubblica?

Certo! Occorre che tutti i sardi, e non, sappiano che esiste questa tecnologia e che è stata abbandonata. Oltretutto, quando c’è stato l’incendio dei Sette Fratelli, anziché mettere l’accento sul fatto che c’erano stazioni che erano spente durante l’incendio, hanno focalizzato l’attenzione sulle perplessità intorno a questa tecnologia, facendo intendere che dietro si nascondesse qualche cosa di losco e che tutto quanto sarebbe stato affidato alla Procura della Repubblica. Mi ricordo molto bene: è successo nell’agosto di tre anni fa. Poi il silenzio.

Stiamo donando ai posteri un deserto perché la Sardegna è destinata, se non si inverte questa tendenza distruttiva, a diventare un deserto in maniera irreversibile. In materia di ambiente pare esserci ancora molta distrazione da parte della gente.

Occorre rendersi conto che quando brucia un albero, quell’albero è anche nostro. Se noi vogliamo vivere in un ambiente naturale, puro, dove ci siano acqua e benessere, e quello viene bruciato, abbiamo bruciato una cosa nostra. Manca questa coscienza.


Nelle cronache dei primi del ‘800 leggiamo che la Sardegna era una terra ricca di corsi d’acqua. Per tutto l’anno.

Sì. Basta vedere la Corsica che è a due passi da noi. La Corsica ha una quantità di vegetazione simile a quella che aveva la Sardegna qualche centinaio di anni fa. Ma se noi andiamo in questo momento in Corsica, la maggior parte della Corsica ha fiumi come se ne vedono sulle Alpi, sulle Dolomiti. E questo rappresenta una ricchezza straordinaria.

Questo ancora lo si vede in certe aree della Sardegna, dove si può fare il bagno anche d’estate. Sempre meno però…

Sempre meno. Se uno guarda una cartina turistica: dove è preferibile andare? Nelle zone dove è indicato il verde, cioè dove c’è il bosco. E’ difficile si indirizzi il turista dove c’è una montagna desertica. Normalmente l’interesse è di andare nei luoghi dove c’è vegetazione. La vegetazione porta acqua, porta vita. Con i fondi comunitari si potrebbe fare un piano di rimboschimento di tutte le aree bruciate della Sardegna, considerato anche che il rimboschimento contribuisce alla riduzione della CO2. E questa attività potrebbe vedere un sacco di gente (operai, forestali, ecc.) impegnata in una attività di tutto l’anno. E d’estate, se i canadair devono veramente volare, facciamoli volare usandoli applicandovi sistemi di irrigazione aerei che possano spruzzare l’acqua sui rimboschimenti.

Tra l’altro a volte i canadair attingono l’acqua dal mare. Quest’acqua salata che effetto ha poi sul terreno?

E’ devastante. Se io prendo un vaso di fiori e ci metto l’acqua salata, muore la pianta. Quindi, una volta che io sono andato a spargere il sale in giro… questo è un ulteriore danno.

fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/incendi_sardegna

…E poi scopri che i Canadair e gli elicotteri antincendio sono gestiti da privati! …E Ti rendi conto che gli incendi fanno girare tanti, ma proprio tanti soldi…!

 

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…E poi scopri che i Canadair e gli elicotteri antincendio sono gestiti da privati! …E Ti rendi conto che gli incendi fanno girare tanti, ma proprio tanti soldi…!

 

Incendi/ Sorpresa: i Canadair e gli elicotteri antincendio sono gestiti da privati!

Lo scrive sulla propria pagina facebook Gherardo Chirici, professore associato di Inventari forestali e telerilevamento presso Università degli Studi di Firenze. Contratti sempre alle stesse ditte. Chiede il docente: “E se non ci fossero più incendi queste ditte che vendono i loro servizi di antincendio otterrebbero ancora i loro appalti milionari?”

Sorpresa: i Canadair che in questi giorni sorvolano il Sud Italia, e in particolare la Sicilia, al costo di 14 mila euro l’ora, per spegnere gli incendi sono gestiti da privati. La stessa cosa riguarda gli elicotteri per il salvataggio e la lotta agli incendi. Lo scrive sulla propria pagina facebook Gherardo Chirici, professore associato di inventari forestali e telerilevamento presso Università degli Studi di Firenze. Post riportato sulla pagina facebook del SI.F.U.S., il Sindacato Forestali Uniti per la Stabilizzazione (qui la pagina facebook).

“Tutti forse lo sanno già… – scrive il docente universitario – ma vorrei ricordare che la nostra famosa flotta di 19 Canadair così come la maggior parte della flotta di elicotteri per il salvataggio e la lotta agli incendi è privata. Ogni anno i Vigili del Fuoco, la Protezione Civile e gli altri enti danno in appalto questi servizi di soccorso dal cielo. I contratti se li aggiudicano sempre le stesse ditte”.

Possibile? A quanto pare sì:

Tant’è – scrive sempre il professore Gherado Chirici – che dopo aver osservato un campione di 18 gare d’appalto, è intervenuta l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

Il docente universitario riporta anche il passaggio dell’intervento dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato dove si leggono i nomi delle società e dove si parla di possibili violazioni:

“RITENUTO, pertanto, che le condotte sopra descritte poste in essere dalle società Babcock Mission Critical Services Italia S.p.A. (già Inaer Aviation Italia S.p.A.), Airgreen S.r.l.Elifriulia S.r.l., Heliwest S.r.l., Eliossola S.r.l., Elitellina S.r.l., Star Work Sky S.a.s. e dall’Associazione Elicotteristica Italiana sono suscettibili di configurare un’intesa restrittiva della concorrenza in violazione dell’articolo 101 del TFUE”.

Testo del provvedimento – Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, 14 Marzo 2017.

Amaro il commento del docente universitario:

“E se non ci fossero più incendi queste ditte che vendono i loro servizi di antincendio otterrebbero ancora i loro appalti milionari? Quando vedete un bel Canadair che sgancia la sua bomba d’acqua di 6000 litri pensateci…”.

 

 

tratto da: http://www.inuovivespri.it/2017/07/16/incendi-sorpresa-i-canadair-e-gli-elicotteri-antincendio-sono-gestiti-da-privati/