Dalla Sardegna il supergrano per prevenire la celiachia

 

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Dalla Sardegna il supergrano per prevenire la celiachia

IL SUPERGRANO SARDO PER PREVENIRE LA CELIACHIA

La Sardegna ci riserva tante belle sorprese agroalimentari, tra cui il grano monococco, un supergrano nato 10.000 anni fa che può essere un valido alleato nella prevenzione della celiachia.

Il grano monococco non è soltanto un patrimonio agroalimentare ma anche una fonte d’investimento. Soprattutto per l’associazione TricuMonOro che riunisce dal 2013 circa 30 persone impegnate nella tutela di questo prodotto. L’idea è stata di Lorenzo Moi, un ragazzo padovano di 30 anni, di origini sarde. Sull’isola, nella zona di Orosei, ci veniva in vacanza da piccolo. Poi ha iniziato ad appassionarsi ai prodotti della sua terra fino a farli diventare una passione e un’ossessione. Dopo aver conseguito una laurea in Scienze e tecnologie agrarie, si è dedicato al grano monococco, un tipo di spiga piccola che aiuta a combattere la celiachia per via del glutine digeribile.
Il grano monococco, racconta lo stesso Moi, è caratterizzato dall’alto contenuto proteico, circa il 10% in più rispetto alle altre tipologie di grano. In più il glutine che contiene è stato classificato dai ricercatori come poco tossico. In pratica anche i soggetti intolleranti potranno gustare questo rinomato prodotto sardo ricco d zinco, potassio, fosforo, ferro e integratori naturali.

Tanta è la passione di Lorenzo Moi che il giovane non si ferma alla coltivazione e alla tutela del supergrano ma si occupa anche della diffusione della sua “passione”. L’azienda ha iniziato da una coltivazione di pochi ettari ed ora si sta aprendo perfino alle opportunità del commercio elettronico con il marchio “Il grano di Atlantide”.  Le parole di Moi, riportate da La Nuova Sardegna, sono emblematiche:  “Mi piacerebbe che i miei coetanei seguissero il nostro esempio – conferma Moi –. Mi sono iscritto alla Cna per dare qualche consiglio a chi voglia iniziare un percorso come il mio”.

fonte: http://www.itenovas.com/in-tavola/2837-supergrano-sardo-contro-celiachia.html

C’è qualcosa che non va nella pasta italiana – Otto primarie aziende italiane trascinate sul banco degli imputati per micotossine negli spaghetti.

 

pasta italiana

 

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C’è qualcosa che non va nella pasta italiana – Otto primarie aziende italiane trascinate sul banco degli imputati per micotossine negli spaghetti.

 

C’è qualcosa che non va nella pasta italiana di grano duro.

A sostenerlo è l’associazione GranoSalus nata a Foggia, in Puglia che mette insieme produttori e consumatori e ha come obiettivi la sicurezza alimentare e la difesa dei redditi degli agricoltori.

L’obiettivo dichiarato è innalzare la competizione qualitativa tra i vari marchi produttori e tutelare così i consumatori che sono individuati come l’anello debole della filiera insieme agli agricoltori.

L’attenzione è rivolta alle necessità di mercato che portano le aziende agroalimentari ad importare le materie prime dall’estero, e quindi il grano, per assicurare i necessari volumi di produzione.

Sul banco degli imputati sono salite 8 aziende produttrici di pasta di grano duro, una delle bandiere del Made in Italy.

L’Associazione GranoSalus dichiara di aver portato i campioni di pasta a un non meglio laboratorio europeo accreditato per controllare i residui di sostanze vietate dalla legge elaborando una tabella che esprime in sostanza un giudizio negativo sulla qualità degli spaghetti di queste 8 aziende italiane.

Barilla, Voiello, De Cecco, Divella, Garofalo, La Molisana, Coop e Granoro inserite nella tabella in un ordine che sembrerebbe casuale.

Ecco la tabella.

DON, glifosato, cadmio e piombo sono le sostanze incriminate.

La presenza del DON (Deossinivalenolo), in particolare, sarebbe la spia dell’utilizzo di grani esteri anche in quelle marche che assicurano in etichetta di aver utilizzato per la preparazione degli spaghetti solo grani italiani al 100%.

Il DON, spiega GranoSalus, è un composto tossico prodotto da alcuni funghi appartenenti al genere Fusarium che si sviluppa in condizioni di umidità e quindi in grani come quelli canadesi e in genere in tutti gli areali sul 45° parallelo dove le condizioni naturali non consentono un’asciugatura perfetta come invece avviene nei grani del Sud che beneficia di condizioni climatiche seccagne. I funghi presenti nel grano raccolto possono produrre micotossine e il DON, secondo lo IARC, è una possibile sostanza cancerogena classificata 2B.

L’attenzione di GranoSalus si appunta sulla pasta Granoro che userebbe grani esteri.

I grani duri del Sud non dovrebbero presentare queste sostanze pericolose! Il condizionale è d’obbligo, perché se un marchio come Granoro 100% Puglia presenta tracce di questi contaminanti, beh, c’è qualcosa che non funziona nel disciplinare della Regione Puglia che ha concesso in licenza d’uso il marchio alla ditta Granoro e negli stessi controlli della Regione.

I mancati controlli riguarderebbero anche la prassi di miscelare grani contaminati con grani privi di contaminazione al fine di ottenere partite mediamente contaminate (sia pur entro i limiti di legge). Prassi vietata dall’Europa (art. 3 Reg. CE 1881/2006).

Granoro ha risposto con un post pubblico sulla pagina Facebook aziendale. Di tutti i punti che potete leggere direttamente nel comunicato diffuso, la risposta da tenere in considerazione sul punto è questa:

la nostra pasta “Dedicato 100% Puglia” risponde perfettamente a quanto da noi dichiarato, essendo ottenuta da grano non solo italianissimo, ma in particolare pugliese e pertanto contestiamo l’insinuazione contenuta nell’articolo secondo la quale avremmo miscelato anche semola di grano estero con quello pugliese (ricordiamo che nella filiera Dedicato operano circa 140 aziende agricole pugliesi, oltre alla su citata Cooperativa, tutte puntualmente controllate dall’Ente di certificazione);

Le altre sostanze contaminanti prese in esame nella tabella sono il glifosato, vietato in Europa dal mese di agosto 2016, che è uno degli erbicidi disseccanti più diffuso al mondo ed è utilizzato per favorire la maturazione artificiale del grano duro proprio negli areali più umidi e lascia residui che sono stati trovati nei test. Un’altra prova per l’associazione che la pasta verrebbe prodotta con grani coltivati nei Paesi in cui non vige il divieto.

In realtà il glifosato è presente dappertutto ed esistono limiti tollerati per l’alimentazione umana.

Ecco una tabella da Repubblica

Ma l’aspetto paradossale, stando alla tabella di GranoSalus, che nel caso fosse vero che i grani utilizzati da Voiello (che ha organizzato un’azione molto forte coinvolgendo anche il Governo per la promozione del 100% italiano), da Coop e da Granoro e, salvo prova contraria di un’analisi delle partite di grano utilizzate, bisogna credere il grano italiano utilizzato per gli spaghetti contenga glifosatoe in quantità simili a quelle del grano estero (Coop 0.013, Granoro 0.039, Voiello 0.050, De Cecco 0.052, Divella 0.102).

Insomma, non si salverebbe nemmeno il grano italiano. E sarebbe un clamoroso autogol per l’associazione GranoSalus che proprio gli agricoltori vuole difendere (ma probabilmente sarà riuscita a fare anche le analisi dei campioni di grano utilizzati dalle aziende per gli spaghetti).

Poi c’è il cadmio, un metallo pesante tossico innanzitutto per i reni, ma può causare anche demineralizzazione ossea ed è stato classificato come cancerogeno per gli esseri umani dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro. Ma in questo caso non si fa cenno ad una tragica esclusività dei grani esteri. Il cadmio si ritrova in molti alimenti e l’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha ridotto la dose settimanale ammissibile (TWI)per il cadmio a 2,5 microgrammi per chilogrammo di peso corporeo (µg/kg pc), basandosi sull’analisi di nuovi dati. Il TWI è la dose alla quale non sono previsti effetti avversi.

GranoSalus con il suo giudizio Negativo non salva nemmeno uno degli 8 produttori di pasta.

Per quanto riguarda il DON, la De Cecco è quella che sta messa meglio con 0,08 μg, ma GranoSalus desume l’utilizzo di grani esteri cosa di cui nessuna delle marche in esame fa mistero (se non per la dichiarazione 100% grano italiano o pugliese di alcune etichette). Il limite fissato dall’Italia per il DON nel grano non lavorato è di 1750 ppb (parti per miliardo), cioè 1,75 milligrammi per chilo, che è addirittura più alto di quello degli altri Paesi tra cui il Canada che fissano un limite tra 750 e 1000 ppb. Il limite tollerato in Italia per il consumo umano del prodotto finito è di 750 μg (microgrammi) per chilo. La dose tollerabile giornaliera per l’uomo di deossinivalenolo è stata fissata a 1 µg/kg.

Con la speranza di aver fatto l’esatta conversione metrica, non si capisce perché non rendere più facile la lettura ai consumatori esprimendo tutto in milligrammi visto che gli spaghetti a casa non si pesano con il microscopio.

In sostanza, sembra di capire, che l’accusa è utilizzo di grani esteri nella pasta italiana, cosa per altro risaputa e nemmeno nascosta da chi non sbandiera il 100% italiano. La notazione più forte è per la Divella e per la Molisana che con 381e 253 ppb di DON non sarebbe adatto all’alimentazione dei bambini (la raccomandazione è di 200 ppb).

Ma, come detto, la presenza di glifosato non è “un’esclusiva” dei grani esteri.

Ci stiamo dunque tutti avvelenando con le micotossine mangiando pasta prodotta da aziende italiane? Per Confagricoltura il rischio è remoto.

La contaminazione del grano duro è, per fortuna, una eventualità abbastanza remota, che avrebbe qualche probabilità di verificarsi solo in caso di andamento climatico molto sfavorevole nei mesi che precedono il raccolto. Se tali condizioni dovessero verificarsi, i controlli condotti da stoccatori e trasformatori, prima ancora che dalle autorità sanitarie, sono comunque in grado di far scattare un’allerta rapida e i provvedimenti conseguenti.

Leggendo l’articolo di GranoSalus, quanti di voi hanno capito quanta pasta è possibile mangiare senza incorrere in problemi ammesso che ce ne siano nel consumare grano estero?

Grazie a chi metterà una parola definitiva alla questione. Aggiornamento 22 giugno 2017

GranoSalus ha fatto sapere di aver di aver vinto in Tribunale con questo articolo pubblicato sul sito.

Questa la risposta dell’Associazione delle Industrie dei Dolci e della Pasta Italiana affidata a un comunicato

AIDEPI interviene sul provvedimento del Tribunale di Roma in merito al ricorso effettuato dall’associazione nei confronti di GranoSalus e i Nuovi Vespri per gli articoli ritenuti diffamatori pubblicati il 26 febbraio scorso. “Il provvedimento con il quale il giudice si è espresso sul nostro ricorso – spiega AIDEPI – pur non accogliendo pienamente le nostre richieste, conferma la legittimità della nostra azione. Il giudice ha rigettato la nostra richiesta di cancellazione degli articoli dal web solo perché nel frattempo – a seguito della notifica della causa – sono stati emendati e rettificati e oggi non riflettono più il tono e il senso originario. Ora, come confermato nel provvedimento, le affermazioni sono puramente ipotetiche e dubitative e sono espresse nell’ambito del diritto di critica. Non sono una verità, quindi, come originariamente si voleva far credere. Sono solo un’opinione, non dimostrata e non dimostrabile ma legittimamente esprimibile secondo le leggi del nostro Paese”. Il Giudice ha confermato che gli articoli originari riportavano affermazioni sulla qualità e la sicurezza della pasta italiana “contenenti conclusioni arbitrarie”, di cui gli autori “non sono in condizione di offrire riscontro”. Le modifiche effettuate hanno invece ridotto le gravi accuse formulate da Grano Salus e I Nuovi Vespro sulla qualità e la salubrità della pasta italiana “al rango di mere ipotesi”. Secondo Aidepi, “venendo meno le conclusioni arbitrarie di GranoSalus, abbiamo ristabilito la verità sulla pasta e difeso l’operato di chi la produce nel rispetto della legge e della salute dei consumatori italiani. L’esito di questa causa, non preclude comunque, come evidenziato dal Giudice, la possibilità di proporre reclamo e avvalerci di una tutela risarcitoria nelle sedi opportune. E nei prossimi giorni valuteremo se farlo”. Ufficio stampa AIDEPI INC – Istituto Nazionale per la Comunicazione

cosa è il glifosato :

IL GLIFOSATO È CANCEROGENO

Lo IARC lo scorso anno ha classificato il glifosato come sostanza probabilmente cancerogena per l’uomo. Il Paese del mondo dove l’uso di glifosato è più esteso è l’Argentina con le sue distese di campi destinate all’agricoltura, dove si produce cibo che va a finire su tutte le tavole del mondo.

La soia e il mais Ogm coltivati in Argentina si utilizzano soprattutto per ottenere mangimi per gli animali da allevamento da cui poi si producono carne e derivati poi consumati in tutto il mondo.

Ecco che in una catena senza fine il glifosato risulta pericoloso non soltanto per gli agricoltori che lo utilizzano e per le persone che vivono vicino ai campi coltivati ma forse anche per chi consuma cibi che potrebbero contenerne delle tracce.

Si forma un vero e proprio pulviscolo che rimane sospeso nell’aria respirata della popolazione e che si deposita sulle pareti delle case. Qui il glifosato non si usa solo nei campi ma anche per conservare il riso. Così la traccia di questa sostanza rimane anche in prodotti di uso comune per l’igiene e non solo, ad esempio negli assorbenti igienici. Ci sono anche alte percentuali di glifosato nel cotone. Le fimigazioni aeree di glifosato sui campi coltivati portano ovunque un pulviscolo velenoso che pervade campagne e città.

Ricordiamo il reportage fotografico di Pablo Ernesto Piovano sui gravi danni per la salute della popolazione causati dall’utilizzo del glifosato nelle coltivazioni Ogm in Argentina, dove negli ultimi anni i casi di cancro in età pediatrica sono triplicati così come le malformazioni alla nascita. Tra i bambini emergono malattie considerate inspiegabili dai medici che non ammettono realmente che il glifosato possa esserne la causa.

Sono molte le famiglie che hanno perso i loro figli a causa dei tumori, legati ad esempio ai polmoni, alla tiroide e non solo. In Argentina oltre ai campi contaminati ci sono anche accumuli di rifiuti, comprese di taniche di glifosato. Quando i rifiuti diventano troppi si brucia tutto.

 

tratto da: http://forum.lottoced.com/forum/discussioni-libere/off-topic/2073346-italiani-che-avvelenano-gli-italiani-che-schifo

L’accusa di Granosalus: Da quattro giorni a Pozzallo una nave scarica grano duro canadese (quello cresciuto tra la neve a forza di glifosato e pieno di micotossine), ma sembra che ai nostri politici, che si girino tutti dall’altra parte, non freghi proprio niente…!!

 

grano duro

 

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L’accusa di Granosalus: Da quattro giorni a Pozzallo una nave scarica grano duro canadese (quello cresciuto tra la neve a forza di glifosato e pieno di micotossine), ma sembra che ai nostri politici, che si girino tutti dall’altra parte, non freghi proprio niente…!!

Al porto di Pozzallo arriva grano canadese al glifosate, ma le autorità lo ignorano

Incredibile: proprio nel giorno in cui abbiamo raccontato dell’Unione Europea e della regione che pagano gli agricoltori siciliani per non fargli coltivare il grano duro, una nave con 190 quintali di grano duro canadese attraccava nel porto di Pozzallo e cominciava a scaricare grano duro canadese. Lo rivela GranoSalus. Il grano duro canadese viene portato nei silos di Castel di Iudica dove viene miscelato con il grano siciliano e…  

Tre giorni fa abbiamo raccontato come Unione Europea e Regione siciliana pagano gli agricoltori della nostra Isola per non fargli coltivare il grano duro (qui il nostro articolo pubblicato il 29 luglio scorso). L’obiettivo è chiaro: favorire l’importazione, in Italia, di grano duro estero, meglio se canadese. Oggi, manco a farlo apposta, apprendiamo che, nel porto di Pozzallo, in provincia di Ragusa, nei giorni scorsi, ha attraccato una delle solite navi cariche di grano duro prodotto in Canada.

La notizia la leggiamo sul sito di GranoSalus, l’associazione che raccoglie produttori di grano duro di tutto il Sud Italia e tanti consumatori:

“Al porto di Pozzallo – si legge nel sito di GranoSalus – è arrivata una nave di grano duro canadese al glifosate (o glifosato ndr) proveniente da Montreal. Il carico, secondo fonti attendibili, è pari a 190 mila quintali e la qualità media. Il controllo analitico dell’Ufficio di Sanità Marittima (Usmaf) non c’è stato, specie sul glifosate, e dal 28 luglio sono iniziate le operazioni di scarico. Del resto, il Ministero della Salute, da cui dipende l’Usmaf, non sembra aver inserito il glifosate nel protocollo dei pesticidi da ricercare, sebbene ne abbia vietato l’uso in pre raccolta in Italia”.

Dunque, il giorno prima del nostro articolo – che per inciso è stato letto da migliaia e migliaia di persone – a Pozzallo scaricavano grano duro canadese!

Incredibile: noi raccontavamo che gli uffici della Regione siciliana, con i soldi del PSR, sigla che sta per Piano di Sviluppo Rurale, da febbraio, pagavano gli agricoltori siciliani invitandoli a non coltivare più grano duro e, a Pozzallo, nelle stesse ore, si scaricava grano duro canadese!

“Il porto di Pozzallo – leggiamo sempre nel sito di GranoSalus – è da tempo al centro di una sorta di triangolazione di navi cariche di grano duro che arrivano dall’Europa dell’Est, Ucraina e Bielorussia in primis, e da Turchia e Grecia, fino alla Tunisia. A denunciarlo è stato anche Nello Musumeci in una conferenza stampa tenuta a Roma con Giorgia Meloni”.

“Questa volta, però, la nave arriva dal Canada – scrive sempre GranoSalus -. Da quattro giorni centinaia di autotreni si affrettano a scaricare la LAKE ONTARIO una Bulk Carrier IMO 9283538 MMSI 304603000 costruita nel 2004, battente bandiera Antigua Barbuda(AG) con una stazza lorda di 18825 ton, summer DWT 27783 ton”.

A questo punto arriva la notizia che ‘delizierà’ tanti siciliani:

“Il grano della porta rinfuse di dubbia qualità tossicologica è arrivato a Pozzallo il 27 luglio ed è diretto ai Silos di Castel di Iudica (CT), dove viene praticamente miscelato con grano siciliano per essere poi trasformato in semola”.

E ancora:

“Fonti certe ci riferiscono che le operazioni di scarico sono iniziate il 28 luglio senza che siano state effettuate le analisi del glifosate da parte dell’Usmaf di Siracusa. La procedura, infatti, prevede un controllo materiale solo sul 5% delle navi che arrivano”.

“E’ evidente – si sottolinea nell’articolo riportato sul sito di GranoSalus – che ancora una volta il provvedimento di ammissione all’importazione è stato concesso solo sulla base di un controllo documentale. Ed il fatto che il codice Taric riporti una qualità media non dà alcuna certezza sull’assenza di glifosate, che da noi è vietato per ragioni di precauzione. Le autorità italiane, dunque, continuano ad ignorare il divieto d’uso del glifosate e la sua probabile cancerogenità. Eppure dalle analisi effettuate dalla nostra associazione su alcuni campioni di grano canadese arrivato in Puglia, il glifosate risulta sempre presente. Noi lo abbiamo già segnalato alle autorità competenti. Anche a quelle di Pozzallo… (QUI LE ANALISI SULLA PASTA INDUSTRIALE ITALIANA PROMESSE DA GRANOSALUS).

Nell’articolo di GranoSalus si segnalano due regolamenti in contrasto tra loro:

“Se è vero che il regolamento europeo n° 293/ 2013 fissa i limiti – si legge nell’articolo – è pur vero che il regolamento successivo n° 1313/ 2016 stabilisce un vero e proprio divieto all’uso di glifosate in pre raccolta. Tale divieto scaturisce dall’applicazione (ma solo sulla carta) del principio di precauzione, giacché il dibattito scientifico sulla cancerogenità di questa molecola è ancora in corso. Ma il Ministero ritiene che le due norme possano convivere, senza neppure spiegarlo attraverso una circolare interpretativa. Mentre lo Stato della California lo ha già bandito”.

“Il divieto recepito dal Ministero della Salute attraverso un decreto dirigenziale – si legge sempre nell’articolo di GranoSalus – imporrebbe di inserire il glifosate nel protocollo dei pesticidi da ricercare sempre, e non a sondaggio (5%), a tutela della salute dei consumatori. Ciò al fine di evitare di ritrovare il pericoloso erbicida in tutti i derivati del grano, pasta in primis. O nelle urine delle mamme in gravidanza! Se c’è un divieto allora vuol dire che c’è un rischio di potenziale pericolosità per la salute pubblica… che non può essere accertato solo nel 5% dei casi, ma va investigato sempre, su ogni nave che arriva dal Canada”.

“Chiediamo al Ministro Lorenzin di sanare questo paradosso – conclude l’articolo -. Lorenzin faccia rispettare tale divieto sempre, derogando se necessario alle procedure operative standard…e dia disposizioni agli uffici Usmaf periferici di analizzare sempre il glifosate. Ne va della salute pubblica!”.

P.S.

Ci chiediamo e chiediamo: i parlamentari nazionali catanese e i parlamentari regionali eletti nel collegio di Catania hanno qualcosa da dire a proposito del fatto che il grano duro canadese è finito nel silos di Castel di Judica per essere miscelato con grano duro siciliano e trasformato in semola? Che ne faranno di questa semola? Verrà esportata o verrà consumata in Sicilia sotto forma di derivati del grano? 

QUI L’ARTICOLO DI GRANOSALUS

Vergognoso – Da Regione e UE soldi agli agricoltori siciliani per non coltivare il nostro grano. E così il grano al glifosato canadese avrà via libera!!

 

agricoltori

 

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Vergognoso – Da Regione e UE soldi agli agricoltori siciliani per non coltivare il nostro grano. E così il grano al glifosato canadese avrà via libera!!

 

Regione e UE: soldi agli agricoltori siciliani per non coltivare il grano. E così arriva il grano canadese!

Ecco cosa fa la Regione siciliana: distribuisce ricchi premi agli agricoltori della nostra Isola che non coltiveranno il grano duro per sette anni! Meno grano duro prodotto in Sicilia, più giustificazioni per il grano duro che arriva con le navi. Così la Regione siciliana si genuflette agli interessi delle multinazionali, dell’Unione Europea e del Canada. Il tutto a scapito dei consumatori che mangeranno sempre più grano ‘estero’ con annessi e connessi

Che l’ha detto che la Regione siciliana non fa nulla per i produttori di grano duro della nostra Isola? Fa, invece. E sapete cosa fa, guarda caso a partire da quest’anno, proprio mentre infuria in tutto il mondo la polemica sul grano duro canadese pieno di glifosato e micotossine DON? Regala un po’ di soldi ad ogni agricoltore siciliano che decide di non coltivare più grano duro per sette anni! Sì, avete letto bene: tu, agricoltore di Sicilia, ti stai buono per sette anni tenendo i terreni a pascolo e io, Regione, ti regalo 360-370 euro ad ettaro. I soldi li tira fuori l’Unione Europea.

Il discorso non fa una grinza. Il Parlamento Europeo approva il CETA, il trattato commerciale internazionale tra Unione Europea e Canada che prevede, tra le altre cose, che l’Europa acquisti il grano duro che il Canada produce nelle aree fredde e umide. Sono 4 milioni di tonnellate di grano duro canadese all’anno (come potete leggere in questo articolo che abbiamo scritto lo scorso dicembre) ‘ricco’ di glifosato e micotossine DON.

Ovviamente ci sono tante lamentele. Mezzo mondo, ormai, sa di che pasta è fatto (è proprio il caso di dirlo!) il grano duro canadese coltivato nelle aree umide. I consumatori hanno cominciato a riflettere sulla pasta industriale che arriva sulle loro tavole. E i produttori di grano duro del Mezzogiorno d’Italia, massacrati dalla concorrenza sleale dei canadesi, sono in rivolta. Un’associazione di produttori di grano del Sud e di consumatori – GranoSalus – ha fatto effettuare le analisi su otto marche di pasta italiane (qui i risultati delle analisi).

Gli industriali dicono che debbono ricorrere al grano duro estero (nessuno nomina più il grano duro canadese, chissà perché…) perché il grano duro prodotto nel Sud Italia non basta. Per certi versi hanno ragione, se è vero che, negli ultimi anni, 600 mila ettari di seminativi del Sud Italia sono stati abbandonati. Tutto grano duro che non si coltiva più, rimpiazzato dal grano duro “estero” (che nella stragrande maggioranza dei casi è canadese o ucraino) che arriva con le ‘famigerate’ navi.

In questo momento è in corso una battaglia durissima. I produttori di grano duro del Sud si sono ribellati. Sono soprattutto i granicoltori della Puglia e della Sicilia a combattere, visto che in queste due Regioni si coltiva quasi il 70% del grano duro italiano.

La battaglia è durissima e impari. Le multinazionali, attraverso il mercato di Chicago (il più importante del mondo per i cereali), fanno crollare il prezzo del grano duro del Sud Italia. L’estate dello scorso anno il prezzo del grano duro del Mezzogiorno d’Italia è precipitato a 14-15 euro al quintale, a fronte di costi di produzione di 21-22 euro al quintale. Presi per la gola, lo scorso anno molti agricoltori pugliesi e siciliani si sono rifiutati di vendere il proprio grano duro e l’hanno stoccato.

Quest’anno, stessa musica: grano duro di alta qualità, quello prodotto nel Sud Italia, ma prezzo basso: 21 euro al quintale. Strozzati per il secondo anno consecutivo.

Il tutto mentre in questo momento il grano duro canadese – quello ‘ricco’ di sostanze che fanno bene alla salute! – viene pagato a 27 euro al quintale.

I lettori giustamente diranno: ma come, il grano duro del Sud Italia – per lo più pugliese e siciliano – maturato al sole, privo di glifosato e di micotossine DON si vende a 21 euro e il grano duro canadese con i contaminanti si vende a 27 euro al quintale? Ma come funziona ‘sto mercato?

Funziona in ragione degli interessi delle multinazionali. Le multinazionali hanno deciso che la pasta industriale si deve produrre con il grano ‘estero’: e così deve essere! Quindi ‘botte’ in testa – cioè prezzi bassi – per gli agricoltori del Sud Italia e, in generale, per chi si oppone allo strapotere delle multinazionali.

Cosa fanno Unione Europea e Regione siciliana nel pieno di questo scontro? ‘Premiano’ gli agricoltori siciliani che si adeguano ai voleri delle multinazionali.

Tutti noi, l’estate dello scorso anno, ci siamo chiesti: perché una ‘stretta’ così forte? Perché far precipitare il prezzo del grano duro a 14-15 euro al quintale? Perché un prezzo così stracciato?

La spiegazione arriverà a febbraio di quest’anno. Dopo l’annata orribile dello scorso anno tanti produttori di grano duro della Sicilia si sono detti:

“Ragazzi, ragioniamo un attimo: lavorazione del terreno, semina, interventi per eliminare le malerbe, patema d’animo (perché in agricoltura un’ondata di maltempo ti dimezza il raccolto), trebbiatura e poi dobbiamo pure perdere nella vendita del nostro grano? E se non lo vendiamo – perché a 15 euro al quintale non lo vendiamo – ci dobbiamo sobbarcare pure i costi dello stoccaggio?”.

E’ a questo punto – siamo nel febbraio di quest’anno – che in ‘soccorso’ degli agricoltori siciliani arrivano le tre “C” della Regione siciliana: Crocetta, Cracolici & Cimò.

Il primo – Rosario Crocetta – è il presidente della Regione.

Il secondo – Antonello Cracolici – è l’assessore regionale all’Agricoltura.

Il terzo – Gaetano Cimò – è il dirigente generale del dipartimento Agricoltura della Regione.

Cosa si inventa il Governo regionale? Un decreto a valere sul PSR, Piano di Sviluppo Rurale, fondi europei per l’agricoltura. Misura 10. Anzi, per essere precisi, Misura 10.1.C.

Voi agricoltori – questo prevede tale Misura – vi impegnate a non coltivare i seminativi per sette anni. Per sette anni i vostri terreni debbo diventare pascolo permanente. E noi vi diamo un premio in base alla localizzazione. Ovvero:

288 euro ad ettaro se il vostro terreno si trova in montagna;

365 euro per ettaro se il vostro terreno si trova in collina;

370 euro per ettaro se il vostro terreno si trova in pianura.

Il grano duro è una coltura tipicamente collinare che va bene anche in pianura: e infatti la maggiore remunerazione si ha per la collina e per la pianura.

Se a questi 360-370 euro all’anno, per ettaro, si somma il contributo AGEA – che varia da 230 a 290 euro per ettaro all’anno, a seconda se il fondo non viene o viene coltivato (se si coltiva si arriva a 290 euro), si arriva a un reddito di oltre 600 euro per ettaro.

Pensate: 600 euro all’anno per ogni ettaro di seminativo per restare in casa: non male no?

Il problema è che, tra sette anni, tra multinazionali e CETA, chissà che cosa torneranno a coltivare gli agricoltori che hanno accettato…

Intanto le navi che scaricano il grano duro ‘estero’ avranno un’altra motivazione: se anche la Sicilia coltiva meno grano duro a maggior ragione noi lo dobbiamo importare! E chi lo smonta, adesso?

Il danno prodotto da questa Misura del PSR non riguarda solo l’agricoltura siciliana e il grano duro in particolare. Riguarda i consumatori di pasta: italiani e del resto del mondo. Perché la pasta industriale si mangia in tutto il mondo.

Perché se il grano duro ‘cattivo’ scaccia quello buono la pasta industriale, vuoi o non vuoi, verrà prodotta con il grano duro ‘estero’.

Grande la Regione siciliana, no? Invece di sostenere la produzione di grano duro della nostra terra sostiene gli interessi delle multinazionali in combutta con l’Unione Europea!

Riassumiamo.

Le multinazionali devono fare affari in Canada.

I canadesi dicono: “Sì, ma in cambio ci dovete fare vendere i nostri 4 milioni di tonnellate di grano duro che coltiviamo nelle aree fredde e umide”.

Le multinazionali impongono all’Unione Europea il CETA, che prevede, tra le altre cose, che l’Unione acquisti il grano duro canadese. Morale: pasta, pane, biscotti, pizze, dolci, merendine e via continuando si faranno anche con questo grano ‘estero’.

Ci penserà la pubblicità martellante a farci ‘digerire’ il glofosato e le micotossine DON.

Il Parlamento Europeo approva il CETA e dice ai 27 Paesi che fanno parte della stessa Unione: approvate il CETA.

Milioni di consumatori, in tutta Europa, protestano contro il CETA e contro i veleni in agricoltura.

E mentre è in corso ‘sta battaglia che fa la Regione siciliana? D’accordo con l’Unione Europea toglie di mezzo una parte del grano duro siciliano per fare posto a quello ‘estero’.

Intanto la parola passa al Senato presieduto da Piero Grasso, che ‘deve’ approvare il CETA. E via…

P.S.

Qualcuno obietterà che la Misura 10.1.C del PSR non vale solo per il grano duro, ma anche per altre colture annuali. A questi ‘scienziati’ dovete rispondere che il grano duro si coltiva in rotazione: proprio con quelle colture che, insieme con il grano, non vanno coltivate per sette anni. 

Questa Misura è stata pensata contro il grano duro siciliano. Il resto sono chiacchiere. 

 

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/07/29/regione-e-ue-soldi-agli-agricoltori-siciliani-per-non-coltivare-il-grano-e-cosi-arriva-il-grano-canadese/

Intolleranti al grano? Attenzione, potrebbe non essere il glutine, ma il pesticida Roundup di Monsanto!

 

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Intolleranti al grano? Attenzione, potrebbe non essere il glutine, ma il pesticida Roundup di Monsanto!

 

Intolleranza al grano ed il pesticida Roundup della Monsanto

Purtroppo stanno aumentano vertiginosamente le intolleranze alimentari, escludendo quelle riconducibili ad una matrice genetica, per la maggior parte vengono provocate da alimenti contaminati da antibiotici, gas, pesticidi (è scontato citare la Terra dei Fuochi). Ma leggiamo attentamente la situazione attinente al grano, i pesticidi della Monsanto e la celiachia.

Intolleranza al grano, non è il glutine ma il pesticida Roundup di Monsanto!

L’intolleranza al grano è in crescita e sembra causata dai pesticidi Monsanto.

Una delle malattie in continuo aumento negli ultimi anni è l’intolleranza al grano, ed in particolare alla sostanza che fissa l’amido, glutine. La malattia, che va da una semplice intolleranza temporanea all’allergia vera e propria, si può manifestare a tutte le età e la sua incidenza aumenta in tutti i Paesi: in Italia si stima 1 persona ogni 100-150 abitanti (Associazione italiana celiachia); negli Stati Uniti 1 persona su 133; infine, studi epidemiologici recenti hanno riscontrato la presenza di celiachia e il suo aumento perfino in Africa e in Sudamerica (Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute).

Recentemente, dai risultati emersi in alcuni studi, sembrerebbe che l’allergia al grano non dipenda dal grano stesso ma dal modo in cui esso viene coltivato. Non sembra una coincidenza, infatti, che uno dei maggiori pesticidi utilizzati nelle coltivazioni di questo importante cereale sia proprio il Roundup, erbicida prodotto dal colosso Monsanto, un prodotto da anni sotto accusa in quanto ricco di glifosato.

Il Roundup non solo uccide tutte le erbacce, ma si fissa sul terreno in cui viene utilizzato rendendolo sterile. Intanto i livelli di contaminazione di glifosato sono in continuo aumento. Le erbe infestanti sono diventate più resistenti agli erbicidi, rendendo necessario un loro utilizzo più massiccio, con conseguente accumulo di sostanze tossiche nelle piante; inoltre gli agricoltori si sono resi conto che spruzzando Roundup sulle coltivazioni di grano aumenta la produzione. Il risultato è che questo erbicida viene utilizzato molto più frequentemente e liberamente e gli Americani consumano tracce della sostanza chimica ogni volta che mangiano prodotti a base di grano.

Nel 2013, uno studio pubblicato su Interdisciplinary Toxicology ha evidenziato una relazione diretta tra l’aumento della presenza di glifosato nel grano e l’aumento della celiachia, con un andamento quasi identico. Sempre attraverso tale studio si è evidenziato come l’effetto più dannoso sia proprio a carico dell’apparato digerente: ilglifosato va a colpire i batteri “buoni” del nostro organismo, ovvero quelli utili per la produzione di amminoacidi essenziali per la digestione.

Il glifosato, insomma, è molto più tossico di quanto si pensasse originariamente e se, da una parte, le sperimentazioni del colosso biotech continuano indisturbate (per esempio a Molokai sta sperimentando nuove qualità di grano in grado di resistere maggiormente ai pesticidi), dall’altra fortunatamente, alcuni Paesi stanno intervenendo per porre freno alla potente multinazionale: l’Olanda ha detto ’No alla Monsanto’. Il parlamento olandese, infatti, ha recentemente deciso di vietare la vendita di erbicidi a base di glifosato ai privati, a partire dal 2015.

Nell’attesa che anche gli altri Paesi prendano esempio dall’Olanda, ogni persona dovrebbe tutelare la propria salute acquistando grano di qualità come il triticum monococcum: ha un basso tenore di glutine, un alto contenuto proteico, è adatto ai terreni poveri e aridi, ha un basso impatto ambientale, si presta facilmente all’agricoltura biologica e, soprattutto, non è modificato dalla Monsanto!

tratto da: http://www.tuttogreen.it/intolleranza-al-grano-non-e-il-glutine-ma-il-pesticida-roundup-di-monsanto/

Roundup, il pesticida della Monsanto possibile causa dell’aumento di intolleranze al glutine

Un nuovo studio, portato avanti da due scienziati americani, sostiene che un maggior uso delglifosatopesticida della Monsanto conosciuto con il nome commerciale di Roundup, potrebbe essere la causa della crescita dei casi di celiachia, intolleranza al glutine ma anche della sindorme dell’intestino irritabile.

La Celiachia e più in generale l’ipersensibilità al glutine è un problema crescente in tutto il mondo, soprattutto in Nord America e in Europa, dove le ultime statistiche parlano di un 5% della popolazione interessata. I sintomi di chi non tollera il glutine possono includere nausea, diarrea, eruzioni cutanee, anemia ma anche problemi all’umore e un maggior rischio di contrarre malattie alla tiroide, insufficienza renale e tumori.

Nel rapporto, opera di Anthony Samsel e Stephanie Seneff, si sostiene che il glifosato, principio attivo del Roundup sia il fattore più importante che sta causando questa “epidemia” di intolleranze. Si legge nel documento redatto dai due scienziati che: “I pesci esposti al glifosato sviluppano problemi digestivi simili alla celiachia. Il morbo celiaco è associato a squilibri nei batteri intestinali che possono essere spiegati considerando gli effetti noti del glifosato sui batteri intestinali”.

Ma c’è di più: “Il glifosato è noto per inibire gli enzimi del citocromo P450, famiglia enizmatica implicata nella detossificazione delle tossine ambientali, nell’attivazione della vitamina D3, nel catabolismo della vitamina A, nel mantenimento della produzione della bile e nella fornitura di solfato all’intestino. Anche carenze di ferro, cobalto, molibdeno, rame ed altri metalli rari associate alla celiachia possono essere attribuiti a forte capacità del glifosato di chelare questi elementi”.

La portata della notizia è di interesse mondiale dato che il glifosato della Monsanto sembra essere diventato l’erbicida più venduto al mondo, vista anche la crescita della produzione di grano Roundup Ready GM, appunto della Monsanto.

Il rapporto si avvale di una corposa parte bibliografica che fa riferimento alle ricerche scientifiche prese in esame e si conclude con un appello ai governi di riconsiderare le politiche relative alla sicurezza dei residui di glifosato negli alimenti.

tratto da: http://www.greenme.it/informarsi/agricoltura/12682-roundup-pesticida-monsanto-celiachiaintolleranza-glutine

Non solo ci avvelenano con il grano cattivo, ma ci vogliono ubbidienti e disinformati!

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Non solo ci avvelenano con il grano cattivo, ma ci vogliono ubbidienti e disinformati!

 

Mentre i cittadini cercano di difendersi dagli effetti nefasti della globalizzazione dell’economia, mentre gli agricoltori si organizzano – come stanno facendo i produttori di grano duro del Sud Italia associati a GranoSalus – per informare la popolazione sui pericoli per la salute provocati da alcuni prodotti agricoli che arrivano da Paesi extraeuropei, l’Unione Europea deve fronteggiare l’offensiva di alcune multinazionali che pretendono di importare i propri prodotti senza alcun controllo e senza ‘tracciabilità’. Magari per farci mangiare gli OGM. Non solo. Pretendono pure che la UE smantelli le etichette, lasciando al buio i consumatori…

Ci stanno avvelenando con il grano pieno di glifosato e micotossine. Di fatto, continuiamo a non sapere che cosa c’è, veramente, nella pasta, nel pane, nelle pizze, nelle farine e nei dolci che finiscono sulle nostre tavole. Non contenti di questo, nel silenzio quasi generale, non solo stanno creando le condizioni per imporci i grani avvelenati, ma stanno lavorando, anche, per eliminare tutte le leggi sulle etichettature.

Questa richiesta potrebbe arrivare dal Comitato WTO – TBT (Technical Barriers to Trade).

Per carità: non sempre alle etichette che accompagnano i prodotti che mangiamo corrisponde, poi, quanto ci sta scritto. Ma è pur sempre un’indicazione, ignorando la quale, a norma di legge, scattano le sanzioni. Ma alle multinazionali non vanno bene nemmeno le etichette. I prodotti, secondo chi oggi controlla il mercato mondiale globalizzato, debbono circolare liberamente. E i consumatori non debbono conoscere né la provenienza di un prodotto, né la sua qualità. Tutti al buio, alla faccia della ‘tracciabilità’!

Abbiamo già raccontato cosa stanno combinando i ‘Signori dell’Unione Europea dell’Euro’ con il CETA, il trattato commerciale tra il Canada e la stessa Unione Europea:

Accordo UE-Canada: ci costringeranno a mangiare il grano duro canadese e tanto altro ancora

Sul CETA si sono già pronunciate due commissioni del Parlamento Europeo. L’ultima parola spetterà allo stesso Parlamento di Strasburgo, a febbraio. Lì si scoprirà quali forze politiche difendono la salute dei consumatori e chi, invece, difende gli interessi delle multinazionali.

Sul CETA non aspettiamoci informazione, ma solo controinformazione sulla rete. Gli interessi in ballo sono enormi. E questa volta – per ciò che riguarda l’Italia – non penalizzano solo il Mezzogiorno con il grano duro (argomento al quale questo blog dedica ampio spazio). Questa volta è toccata – e molto pesantemente – anche l’industria dei salumi e, in particolare, del prosciutto crudo.

Il CETA, infatti, prevede di ‘inondare’ di suini canadesi l’Europa. Intanto non sappiamo come li allevano, che mangimi usano, se li imbottiscono di sostanze chimiche varie. Sappiamo, sì, che i canadesi sono molto attenti alla propria alimentazione e prima di far entrare nel proprio Paese un prodotto impongono controlli severissimi sulla qualità: ne sanno qualche cosa i produttori di uva Italia siciliani, che hanno dovuto sottoporre il proprio prodotto a controlli severissimi prima di avviare l’esportazione in Canada, come potete leggere qui:

Il Canada esporta in Sicilia grano duro pieno di glifosato e micotossine, ma pretende uva da tavola siciliana supercontrollata!

L’attenzione verso la qualità dei cibi dei canadesi, però, scompare quando questo Paese di furbi deve esportare il grano duro che produce nelle proprie zone umide e fredde: a questo punto i controlli non servono più: e se i consumatori di mezzo mondo cominciano a protestare perché non vogliono un grano duro pieno di glifosato e micotossine, ecco che arriva in soccorso il già citato CETA, in base al quale i Paesi dovranno tenersi il grano duro canadese – e anche i suini e i prosciutti – che gli piacciano o no!

Non è finita. In Canada gli OGM – Organismi Geneticamente Modificati sono all’ordine del giorno. Ipocritamente l’Unione Europea ha ‘bandito’ gli OGM, ma è pronta a ratificare l’accordo commerciale con il Canada per fare mangiare agli europei i prodotti agricoli – freschi e trasformati – del Canada a base di OGM a ventiquattro carati!

A che serve avere bandito gli OGM – come ha fatto l’Unione Europea – e poi siglare l’accordo CETA che farebbe arrivare in Europa chissà quanti prodotti OGM? Non è ipocrisia?

Poi c’è la sabbia bituminosa, altro grande affare dei canadesi. Di che si tratta? Semplice: del combustibile più sporco del mondo. A voi la ‘ricetta’: mettere insieme argilla, sabbia, acqua e bitume, mescolate energicamente e, oplà!, ecco ottenute le sabbie bituminose. Dalle quali si estrae una sostanza vischiosa simile al petrolio che può essere convertita in greggio e, successivamente, raffinata per ottenere derivati (se ne volete sapere di più leggete qui).

Per la cronaca, nella provincia canadese dell’Alberta c’è uno dei giacimenti di sabbie butiminose più estesi del mondo. Con il CETA ci divertiremo anche con questo nuovo inquinante…

Con questo trattato commerciale internazionale – sempre che l’Unione Europea lo ratifichi – ci saranno problemi anche per i pescatori. La nostra attività di pesca è in crisi. A completare il quadro penserà quella parte del CETA che si occupa di pesca. Soprattutto di pesce allevato.

Fino a qualche anno fa si pensava che il pesce di allevamento fosse addirittura migliore di quello pescato. Purtroppo non è più così. Il salmone di allevamento, per esempio, è ormai un vero problema, come potete leggere in questo articolo:

Il salmone? Ottimo prodotto. Ma meglio mangiarlo solo una volta al mese…

Tutto questo riguarda il CETA. Ora, dall’Unione Europea dell’Euro potrebbe arrivare un nuovo attacco al cittadini, questa volta – come già ricordato – alle etichette dei prodotti. Bruxelles, infatti, potrebbe cedere alle proteste di Stati Uniti e Canada, contrarie alle recenti normative adottate dai Paesi UE sull’etichettatura d’origine dei prodotti alimentari.

In realtà – per ciò che riguarda gli Stati Uniti – questa posizione è stata espressa dall’Amministrazione Obama. Ora bisognerà capire cosa farà il nuovo presidente, Trump. Il nuovo presidente degli Stati Uniti, infatti, ha già espresso contrarietà al TTPI. Vedremo cosa deciderà sulle etichettature.

Che cosa si prepara? Ancora una volta la ricetta è semplice: eliminare le informazioni sui prodotti che finiscono sulle tavole di tutti noi.

A chi ci vuole vendere prodotti agricoli di pessima qualità non vanno proprio giù le norme che sono già state approvate dall’Unione Europea. Di recente – per citare un esempio – l’Italia ha stabilito che i consumatori debbono conoscere l’origine del latte. E’ una cosa sacrosanta: perché un consumatore dovrebbe acquistare il latte e non sapere dove è stato prodotto?

Sempre per ciò che riguarda l’Italia, nei mesi scorsi il Governo del nostro Paese ha varato un decreto che impone alle industrie e, in generale, a chi utilizza il grano di informare i cittadini sulla provenienza dei prodotti che utilizzano.

Nel caso della pasta, le industrie debbono dire da dove arriva il grano duro che utilizzano.

 

Credeteci: ci sarà da divertirsi. Le industrie della pasta, infatti, non sembrano molto felici di far sapere ai consumatori che grano duro utilizzano. E forse nemmeno i canadesi saranno contenti…

Questo decreto, ovviamente, cozza con il CETA. Perché il bello di questa storia del grano canadese coltivato nelle zone fredde e umide sta nel fatto che a qualcuno bisogna ‘sbolognarlo’, ma senza fare sapere ai cittadini quali sono i problemi che questo prodotto comporta. E anche se lo sanno, beh, se lo debbono tenere lo stesso nel nome del CETA…

Ma CETA o non CETA, GranoSalus – l’associazione che raccoglie produttori di grano duro del Sud Italia e tanti consumatori – ha già avviato i controlli sui derivati del grano: e non potrà certo essere l’Unione Europea a vietare ai cittadini di difendersi dai veleni. La stessa UE non potrà imporre agli agricoltori del Mezzogiorno del nostro Paese di fallire per consentire ai canadesi di farci mangiare il loro grano duro.

Su questi due punti informeremo i nostri lettori su quello che fanno i parlamentari europei eletti in Sicilia e, in generale, nel Sud Italia. 

Ribadiamo: ci sarà da ridere se, malauguratamente, il Parlamento Europeo dovesse ratificare il CETA.

Come finirà? Sulla gestione USA di Trump non ci possiamo pronunciare. Ma non è da escludere che il Canada avvii un contenzioso presso l’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio). Non è un’ipotesi campata in aria: un precedente di rilievo è rappresentato dalla legge sull’indicazione d’origine delle carni (COOL, Country of Origin Labelling), che gli Stati Uniti hanno abrogato su istanza del Messico, che ha fatto valere l’accordo NAFTA (North America Free Trade Agreement).

In ogni caso, visto che il Parlamento Europeo si dovrà pronunciare sul CETA entro febbraio, è probabile che chi ha in testa di fare qualcosa contro le leggi sulla ‘tracciabilità’ aspetti prima il pronunciamento dell’assemblea di Strasburgo.

Amaro il commento del sito Foods Times Blog (qui potete leggere per esteso l’articolo):

Le confederazioni agricole hanno voluto il libero scambio sulle derrate agroalimentari e ora pedalano, verso i destini ignoti del capitale finanziario che domina produzioni industriali e mercati. Dopo l’abolizione dei contributi alla produzione, l’abbattimento delle barriere tariffarie e l’apertura di contingenti tariffari su merci in aperta concorrenza con quelle proprie, la rinuncia a tutelare gran parte delle proprie DOP e IGP, è giunta l’ora della de-regolamentazione. Ad maiora”.

Attenzione – In Italia grano radioattivo da Ucraina, Russia e Romania!

 

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Attenzione – In Italia grano radioattivo da Ucraina, Russia e Romania!

di Gianni Lannes
L’Istituto Superiore della Sanità è forse in letargo? Nei porti del belpaese seguitano a sbarcare da anni, impunemente, navi dei veleni che battono bandiere ombra, gravide di pericolosi carichi di cereali provenienti da territori dell’Europa orientale. Secondo le rilevazioni dell’IAEA, dell’OMS e di Greenpeace, si tratta di zone contaminate per migliaia di anni a seguito del disastro di Chernobyl. E così va in onda la farsa dei controllori e dei controllati. Milioni e milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi trasformati in cibo tricolore. Più miracolo di così. Ma ecco qualche altro esempio: su cento portarinfuse ne viene controllata al massimo una. Nessuna autorità italiana, attualmente è in grado di certificare la quantità e la qualità esatta di grano importato annualmente in Italia. Non è tutto. A Cernovoda in Romania (il nuovo eldorado agricolo degli speculatori mondiali e nostrani), dove il rispetto dell’ambiente – come della vita umana – è un optional non assicurato dallo Stato, è attiva dal 1996 una centrale nucleare realizzata in concorso dall’Ansaldo nucleare, che vomita inquinamento nell’aria, nell’acqua e nella terra.
Il grano importato da questi territori contaminati, come per magia industriale, diviene poi in Italia pasta tricolore. A parte l’evidente speculazione di 4 broker internazionali che grazie al favore dell’Unione europea, ribassano costantemente il prezzo del grano italiano, quali sono le conseguenze sulla salute umana?

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2017/01/litalia-importa-grano-radioattivo.html

L’inquinamento radioattivo minaccia concretamente la catena alimentare. Le particelle radioattive vengono trasportate da minuscole gocce che compongono l’umidità nell’aria. Può essere direttamente inalato nei polmoni, cadere a terra o in mare con la pioggia e contaminare coltivazioni, fauna marina e acqua potabile. Per gli esperti, molto vulnerabile è il latte di mucca. Le sostanze radioattive che si propagano nel cibo possono far lievitare il rischio tumori. A correre maggiori pericoli i più indifesi: bambini e feti, ovvero piccoli che aspettano di venire al mondo. Secondo gli esperti, l’esposizione a materiale radioattivo può dare il la a vari tipi di cancro e le probabilità di ammalarsi crescono, naturalmente, all’aumentare del livello di radiazioni raggiunto. Anche una piccola quantità di radiazioni aumenta il rischio di cancro. Le radiazioni sono pericolose perché possono causare cambiamenti o mutazioni nel Dna, che a loro volta rischiano di accendere il cancro. E se è vero che l’organismo è in grado di arginare i danni al Dna riparandoli, una persona si può considerare fuori pericolo solo se il processo di riparazione impiega meno tempo di quello necessario perché il Dna danneggiato o mutato si replichi.Ecco perché la maggior parte degli esperti concorda nel ritenere i bambini e feti più a rischio: la loro divisione cellulare, infatti, avviene più rapidamente che negli adulti. Inoltre consumano più latte di mucca, il che li espone a ulteriori pericoli. Le vacche, infatti, assorbono lo iodio radioattivo che si deposita sulla terra brucando il foraggio.

E’ vero che la radioattività è un fenomeno naturale, al quale siamo sottoposti ogni giorno della nostra vita. Significa che assorbiamo radiazioni facendo le cose di tutti i giorni. Ma non è questo il problema; il guaio è l’aggiunta che può derivare da attività estranee alla natura, ad esempio quando c’è un incidente in una centrale nucleare e le scorie radioattive finiscono nei campi, nel mare o nell’aria. Rimane il problema che non è agevole prevedere le conseguenze delle radiazioni.  Ma, allora, se queste sostanze che decadono, che si trasformano, cioè che sono radioattive, se queste sostanze possono far danno a distanza di tempo, quanto ci vuole per stare tranquilli? La risposta è quella più classica della scienza: dipende. Ogni elemento radioattivo si trasforma tendendo alla stabilità con ritmi differenti. C’è chi ci mette poco e chi ci mette di più. Vediamo come funziona. Il calcolo viene fatto in questo modo. Immaginiamo di avere a che fare con un milione di nuclei radioattivi (il numero è indicativo, solitamente sono enormemente di più). Il tempo necessario perché ne decada la metà è chiamato tempo di dimezzamento o emivita. Dunque dopo una emivita restano da trasformare ancora 500 mila nuclei. Dopo due emivite saranno 250 mila, dopo tre emivite 125 mila e così via. Anche se un appassionato di matematica potrebbe dire che questa serie non ha fine perché rimane sempre qualcosa da trasformare, possiamo pensare che ragionevolmente dopo dieci emivite il pericolo radioattivo sia ridotto al punto da diventare tollerabile con le nostre difese personali. E allora vediamo qualche esempio. I tempi di dimezzamento dei singoli nuclei li trovate in ogni libro di chimica. Così il Cesio naturale è un elemento stabile, ma il suo isotopo con 137 tra protoni e neutroni e per questo chiamato Cesio 137 ha una emivita di circa 30 anni. Secondo quando visto prima dunque una fuoriuscita in pubblico di Cesio 137 dovrà tenere in allarme per circa 300 anni. Il Cesio viene prodotto nella fissione dell’Uranio nelle centrali nucleari ed è la causa principale dei danni provocati nell’ambiente. Ci sono situazioni ben più drammatiche, come quelle legate proprio alla produzione di energia elettrica da fissione. In quel caso uno dei prodotti del processo, o se preferite, delle scorie radioattive è il Plutonio 239, utilizzato per costruire armi nucleari durante tutta la guerra fredda e quindi trattato appositamente. Oggi si tratta solo di scorie con tempi di dimezzamento di decine di migliaia di anni, il che significa che il tempo di stoccaggio in sicurezza si calcola in centinaia di migliaia di anni , e nessuno sa da che parte cominciare. Inoltre, la mania degli stati (USA, URSS, Francia, Gran Bretagna, Israele e così via) di provare la bomba ha rilasciato negli anni in atmosfera qualcosa oltre 10 tonnellate di plutonio.

riferimenti:

https://www.iaea.org/pris/WorldStatistics/NuclearShareofElectricityGeneration.aspx

https://www.iaea.org/pris/CountryStatistics/CountryDetails.aspx?current=RO

http://www.progettohumus.it/chernobyl.php?name=mappe2

http://www.progettohumus.it/include/chernobyl/mappe/europa/PLATE36.PDF

http://www.progettohumus.it/include/chernobyl/mappe/europa/PLATE37.PDF

http://www.progettohumus.it/include/chernobyl/mappe/europa/PLATE38.PDF

http://www.progettohumus.it/include/chernobyl/mappe/europa/PLATE01.PDF

http://www.progettohumus.it/include/chernobyl/mappe/europa/PLATE02.PDF

http://www.progettohumus.it/include/chernobyl/mappe/europa/PLATE13.PDF

http://www.progettohumus.it/include/chernobyl/mappe/europa/PLATE09.PDF

http://www.progettohumus.it/include/chernobyl/mappe/europa/PLATE14.PDF

http://www.progettohumus.it/include/chernobyl/mappe/europa/PLATE19.PDF

http://www.progettohumus.it/include/chernobyl/mappe/europa/PLATE18.PDF

http://www.progettohumus.it/include/chernobyl/mappe/europa/PLATE26.PDF

http://www.progettohumus.it/include/chernobyl/mappe/europa/PLATE39.PDF

http://www.progettohumus.it/include/chernobyl/mappe/europa/PLATE56.PDF

http://www.progettohumus.it/include/chernobyl/mappe/europa/PLATE57.PDF

http://www.progettohumus.it/include/chernobyl/mappe/europa/PLATE60.PDF

http://www.progettohumus.it/include/chernobyl/mappe/europa/PLATE58.PDF

https://www.iaea.org/sites/default/files/chernobyl.pdf

http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/report/2006/9/Sintesi-Cernobyl-2006.pdf

http://www-pub.iaea.org/MTCD/publications/PDF/Pub1239_web.pdf

http://www.unscear.org/docs/reports/annexj.pdf

http://www.fire.uni-freiburg.de/iffn/country/rus/rus_7.htm

http://web.archive.org/web/20060421072536/http://www.greenpeace.org/raw/content/international/press/reports/chernobylhealthreport.pdf

https://academic.oup.com/ije/article/33/5/1025/623963/Thyroid-cancer-incidence-trends-in-Belarus

http://oup.silverchair-cdn.com/oup/backfile/Content_public/Journal/ije/33/5/10.1093/ije/dyh201/2/dyh201.pdf?Expires=1485770549&Signature=K77wDjZ5io-NdZZdYZCw2O~T0~eNrRNcbMDvLRVo1PMck8T3IVpcHlC20qWGmNGhZJtDoGIUMSCTtwiW6GU9qXeqS9LDza6nhLQVT-A0WvkUYw5EV8aZUhaqr1x1q14nc5FPdpRldNH6NL49BmYF8MVZfkvngXNmscs5mnTlzpJdfA4-x6WuXzQXLEe6Y0kLERWkEG3ZBG6RoRn5ooATa55rQDKx27pNvoGrlxkSXuwx-GDru0mooaJpAxvGUdQ3Ut1KEusF4nz6GAtg5lf38AbFbKw2cYmdaBumMra7mJRKL3WGKqrO-DKlp4DHJbJ6yefqA4OhJbEQ-qjf6jX0jg__&Key-Pair-Id=APKAIUCZBIA4LVPAVW3Q

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21345660

http://www.fire.uni-freiburg.de/iffn/country/rus/rus_16.htm

http://iopscience.iop.org/article/10.1088/0952-4746/31/1/B01/pdf;jsessionid=375189A7F02FA4C3B04CD3B22FF4C756.c1.iopscience.cld.iop.org

http://www.who.int/ionizing_radiation/a_e/chernobyl/EGH_overview.pdf

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2017/01/litalia-importa-grano-inquinato-e.html

Effetti della radioattività sulla salute

(Equivalente di dose totale ricevuto in una singola breve esposizione)

150 mSv = Sterilità temporanea testicoli

500 mSv = Depressione dell’emopoiesi midollo osseo

Da 500 a 2000 mSv = Opacità osservabili cristallino

1500 mSv = Aplasia mortale midollo osseo

Da 2500 a 6000 mSv = Sterilità Ovaie

3500 mSv = Sterilità permanente testicoli

5000 mSv = Deficit visivo cristallino

Le radiazioni naturali a cui siamo sottoposti mediamente sono di circa 2,4 msv per anno.

 

fonte: http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2017/01/in-italia-grano-radioattivo-da-ucraina.html

La Confederazione italiana agricoltori: “Il nostro grano di qualità non si vende, il prezzo imposto dal mercato è inaccettabile. Così uccidono il mercato e minano la salute”…!!!

 

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La Confederazione italiana agricoltori: “Il nostro grano di qualità non si vende, il prezzo imposto dal mercato è inaccettabile. Così uccidono il mercato e minano la salute”…!!!

ROMA – “Il nostro grano di qualità non si vende, il prezzo proposto dalla domanda del mercato è inaccettabile. Questo anche perché siamo sommersi da grani esteri, tutt’altro che sicuri dal punto di vista salutistico, che falsano il mercato, non rispettando i veti previsti dall’Italia nella fase dei processi produttivi, come ad esempio l’uso del glifosate. Proporzioni e conti alla mano si traduce che circa il 15% della pasta venduta come ‘Made in Italy’, ovvero, un pacco di pasta su tre, potrebbe contenere tracce di un diserbante. Garanzie che questo non avvenga: nessuna fino alla prova contraria. Infatti su l’uso di alcune sostanze chimiche non c’è uniformità legislativa, al livello mondiale, ne certezze sui danni che queste possano recare alla salute dei consumatori.

Solo dal Canada importiamo ben 1,2 milioni di tonnellate di grano duro. Allora chiediamo che si faccia chiarezza sulla situazione, è assurdo, in questo caso, non venga applicato il principio di precauzione sugli alimenti che entrano nella filiera della trasformazione nel nostro Paese. Il grano italiano sta morendo, per mano di chi mette i nostri produttori in una condizione di debolezza contrattuale. Da una parte si chiede ai nostri agricoltori di coltivare rispettando i massimi livelli qualitativi e sanitari per il prodotto, dall’altra si permette l’ingresso di enormi derrate di dubbio ‘pedigree’ che mandano in tilt il mercato. Per questo non abbiamo altra strada da percorrere che la protesta ad oltranza, finché produttori e consumatori non vengano adeguatamente tutelati”.

Dino Scanavino, presidente della Cia – Agricoltori italiani.

25 OTTOBRE 2016

L’allarme di Coldiretti – Il grano canadese, quello che cresce coperto di neve e che può maturare solo grazie al glifosato? In due mesi +15% di sbarchi grazie al Ceta. E il nostro grano marcisce nei campi!!

Coldiretti

 

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L’allarme di Coldiretti – Il grano canadese, quello che cresce coperto di neve e che può maturare solo grazie al glifosato? In due mesi +15% di sbarchi grazie al Ceta. E il nostro grano marcisce nei campi!!

 

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Ecco il grano canadese coperto di neve, che può maturare solo grazie al glifosato! Ce lo ritroveremo sulle nostre tavole, mentre il nostro grano marcisce nei campi!!

UE: Coldiretti, +15% sbarchi grano Canada desertificano l’Italia

Con la prospettiva dell’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Canada sono aumentati del 15% gli sbarchi di grano duro del Paese nordamericano in Italia nei primi due mesi del 2017, con manovre speculative che stanno provocando la scomparsa della coltivazione in Italia. E’ l’allarme lanciato dalla Coldiretti in occasione della mobilitazione di migliaia di agricoltori che hanno lasciato le campagne per invadere la Capitale in Piazza Montecitorio davanti al Parlamento dove è in corso la discussione per la ratifica del Trattato di libero scambio con il Canada. Un Trattato che – denuncia la Coldiretti – spalanca le porte all’invasione dal paese nordamericano di grano, la principale coltivazione dell’Italia particolarmente diffusa nelle aree piu’ deboli del Paese ma che prevede anche il via libera all’importazione a dazio zero per circa 75.000 tonnellate di carni suine e 50.000 tonnellate di carne di manzo dal Canada dove vengono utilizzati ormoni per l’accrescimento vietati in Italia.

L’iniziativa #stopCETA è condivisa con un’inedita ed importante alleanza con altre organizzazioni (Cgil, Arci, Adusbef, Movimento Consumatori, Legambiente, Greenpeace, Slow Food, Federconsumatori e Fair Watch) che chiedono di fermare un trattato sbagliato e dannoso per l’Italia.
“La concorrenza sleale provocata dalle importazioni spacciate come tricolori ha provocato il taglio dei prezzi pagati ai produttori agricoli sotto i costi di produzione, con la decimazione delle semine di grano che in Italia sono crollate del 7,3% per un totale di 100mila ettari raccolti in meno” ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare che “in pericolo non ci sono solo la produzione di grano e la vita di oltre trecentomila aziende agricole che lo coltivano, ma anche un territorio di 2 milioni di ettari a rischio desertificazione e gli alti livelli qualitativi per i consumatori garantiti dalla produzione Made in Italy”.
Oggi, con le quotazioni del grano a 24 centesimi al chilo –  denuncia la Coldiretti – gli agricoltori italiani ne devono vendere più di 4 chili per poter acquistare un caffè. Una realtà che – sostiene la Coldiretti – rischia di essere aggravata dall’approvazione del CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) con il Canada, che prevede l’azzeramento strutturale dei dazi indipendentemente dagli andamenti di mercato. Circa la metà del grano importato dall’Italia arriva, infatti, proprio dal paese nordamericano dove – continua la Coldiretti – le lobby in vista dell’accordo CETA sono già al lavoro contro l’introduzione in Italia dell’obbligo di indicazione della materia prima per la pasta previsto per decreto e trasmesso all’Unione Europea, trovando purtroppo terreno fertile anche in Italia.
Una necessità per nascondere ai consumatori il fatto che già lo scorso anno sono arrivate in Italia oltre un milione di tonnellate dal Canada dove viene fatto un uso intensivo di glifosato nella fase di pre-raccolta per seccare e garantire artificialmente un livello proteico elevato che è però vietato in Italia perché accusato di essere cancerogeno. In assenza dell’etichetta di origine non è possibile – sottolinea la Coldiretti –  conoscere un elemento di scelta determinante per le caratteristiche qualitative, ma si impedisce anche ai consumatori di sostenere le realtà produttive nazionali e, con esse, il lavoro e l’economia nazionali. L’81% dei consumatori italiani – continua la Coldiretti – ritiene che la mancanza di etichettatura di origine nella pasta possa essere ingannevole secondo la consultazione pubblica on line sull’etichettatura dei prodotti agroalimentari condotta dal Ministero delle Politiche Agricole.
Per denunciarne i rischi gli agricoltori della Coldiretti hanno distribuito sacchetti di grano canadese con la scritta “”No al grano canadese con glifosato in preraccolta vietato in Italia”. Tale sostanza chimica è stata vietata in pre raccolta in Italia dal 22 agosto 2016, con l’entrata in vigore del decreto del Ministero della Salute, perché accusata di essere cancerogena. Un pericolo quindi anche per i consumatori visto che i cereali stranieri risultati irregolari per il contenuto di pesticidi sono praticamente il triplo di quelli nazionali, a conferma della maggiore qualità e sicurezza del Made in Italy, sulla base del rapporto sul controllo ufficiale sui residui di prodotti fitosanitari negli alimenti divulgato l’8 giugno 2017 dal Ministero della Salute. I campioni con un contenuto fuori legge di pesticidi – conclude la Coldiretti – sono pari allo 0,8% nel caso di cereali stranieri mentre la percentuale scende ad appena lo 0,3% nel caso di quelli di produzione nazionale.
fonte: http://www.coldiretti.it/News/Pagine/524—5-Luglio-2017.aspx

Grano canadese, a rischio raccolti e aziende ma soprattutto la salute!

 

Grano canadese

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Grano canadese, a rischio raccolti e aziende ma soprattutto la salute!

Continua il fuoco di sbarramento delle parti sociali sul CETA, in discussione al Parlamento. Dalla piazza di Montecitorio, dove si sono dati appuntamento le associazioni contro il trattato di libero scambio tra Canada ed Unione Europea, arriva il grido d’allarme della Coldiretti sul Made in Italy alimentare.

Infatti, per gli agricoltori l’accordo spalancherebbe le porte all’invasione di grano duro dal Paese nordamericano, i cui sbarchi sono aumentati del 15% nei primi 2 mesi del 2017. Manovre “speculative” che rischiano di tagliare i prezzi pagati ai produttori agricoli sotto i costi di produzione, e di decimare ulteriormente le semine di grano, giàcrollate del 7,3%(-100mila ettari), minacciando di desertificare 300 mila aziende e 2 milioni di ettari.

Numerose anche le minacce per la salute, dato che il grano canadese viene trattato con il glifosato, sostanza cancerogena fuori legge in Italia. Inoltre nel trattato è previsto il via libera all’importazione a dazio zero per carni suine (75 mila tonnellate) e bovine (50 mila tonnellate), dove sono presenti ormoni per l’accrescimento ugualmente vietati in Italia.

fonte: http://finanza.lastampa.it/News/2017/07/05/grano-canadese-a-rischio-raccolti-e-aziende-ma-soprattutto-la-salute/MTU5XzIwMTctMDctMDVfVExC