Ricordate in ns. articolo: “Indicare l’origine del grano sulla pasta? La Barilla dice NO… Chiedetevi Perchè, soprattutto quando fate la spesa”? Beh, la norma alla fine è solo una presa per i fondelli. I produttori potranno ancora fare come gli pare a nostra insaputa!

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Ricordate in ns. articolo: “Indicare l’origine del grano sulla pasta? La Barilla dice NO… Chiedetevi Perchè, soprattutto quando fate la spesa”? Beh, la norma alla fine è solo una presa per i fondelli. I produttori potranno ancora fare come gli pare a nostra insaputa!

Ricordate il  nostro articolo dell’aprile scorso sull’opposizione di Barilla (e di altri grandi marchi) a segnalare sulle confezioni l’origine del grano?

Potete rileggerlo qui:

Indicare l’origine del grano nelle confezioni di pasta? La Barilla dice NO… Chiedetevi Perchè, soprattutto quando al supermercato fate la spesa!!

Non Vi sfuggirà che il solo fatto di opporsi, la dice lunga su quali porcherie contengono le paste industriali…

La nuova normativa avrebbe dovuto rendere obbligatoria indicazione di origine del grano a partire dal febbraio 2018.

Ma la norma che hanno partorito è una porcata. Tutela ancora una volta i produttori che potranno ancora fare quello che gli pare ed è solo una presa per i fondelli per i consumatori che, ancora, non potranno sapere cosa cavolo mangiano.

Riportiamo di seguito il nostro articolo al riguardo di qualche giorno fa:

Grano – La grande beffa dell’ obbligo di origine in etichetta. Ancora una presa per i fondelli per i consumatori. I produttori potranno ancora fare come gli pare a nostra insaputa!

Grano. Gagnarli: “La beffa della nuova etichettatura d’origine”

L’indicazione obbligatoria dal febbraio 2018 è destinata a non essere applicata e non garantisce i consumatori sulla reale presenza di grano nazionale nei pacchi di pasta italiani.

Con i nuovi decreti sull’etichettatura della pasta e del riso, dal prossimo febbraio sarà obbligatorio esplicitare sia la provenienza del grano, ovvero il suo Paese di coltivazione, sia il luogo della sua molitura. In pratica, se il grano duro è coltivato almeno per il 50% in un solo Paese, come ad esempio l’Italia, si potrà usare la dicitura “Italia e altri Paesi UE e/o non UE” in funzione dell’origine comunitaria o meno della restante metà. Idem per l’etichetta del riso dove dovranno essere chiaramente indicati sia il Paese di coltivazione sia quello di lavorazione e confezionamento. Il provvedimento ha diviso la filiera, da una parte i pastai che hanno sempre avuto ritrosia nel dichiarare apertamente che il 20-40% del grano utilizzato proviene da Australia, Canada, Francia o Stati Uniti, difendendosi dietro l’insufficienza della produzione italiana e la sua scarsa qualità proteica, dall’altra le associazioni di categoria degli agricoltori a difesa delle coltivazioni nazionali.

“Ma nel braccio di ferro tra Ministero delle Politiche Agricole e Ministero dello Sviluppo Economico il più grande sconfitto è, purtroppo, il consumatore – dichiara la deputata cortonese Chiara Gagnarli, vice-presidente della commissione Agricoltura alla Camera – L’etichetta, infatti, rischia di essere assolutamente ingannevole perché nessuna verifica può garantire che il grano italiano presente nel pacco di pasta che compriamo sia presente al 50% o all’1%. Il limite della percentuale inserita dal Governo non fa altro che raggirare i consumatori italiani. Sarebbe stata più onesta una generica dicitura ‘miscele di grani Ue/non Ue’ piuttosto che illudere tutti dell’acquisto di un prodotto in gran parte tricolore ma che, nei fatti, rischia di non esserlo. Per questo – continua Gagnarli (M5S) – presenteremo una interrogazione parlamentare per chiedere come il Governo intenda verificare la veridicità di ciò che verrà dichiarato in etichetta. Da sempre ci battiamo per una etichetta più trasparente ma questo provvedimento, che peraltro non ha rispettato le tempistiche indicate da Bruxelles, sembra essere più uno specchietto per le allodole che uno strumento in mano ai consumatori e alla filiera cerealicola nazionale”.

Le imprese italiane avranno 180 giorni di tempo per adeguarsi alla normativa nonché per smaltire le etichette e le confezioni già prodotte. I provvedimenti, nelle intenzioni del Governo, intendono anticipare la completa ed effettiva entrata in vigore del Regolamento comunitario 1169 del 2011 ma rischia, al contempo, di aprire una procedura d’infrazione da parte di Bruxelles ai danni dell’Italia.

fonte: http://www.arezzonotizie.it/politica/grano-gagnarli-la-beffa-della-nuova-etichettatura-dorigine/

Grano estero, record di arrivi: è invasione al porto di Bari. Oltre 2 milioni di quintali!

Grano

 

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Grano estero, record di arrivi: è invasione al porto di Bari. Oltre 2 milioni di quintali!

Continua la vera e propria invasione dell’Italia da parte di grano estero di dubbia qualità. Ogni mese è un nuovo record di arrivi, mentre il grano italiano viene snobbato e sottoquotato dagli importatori italiani. Nel mese di settembre le gru portuali avranno un bel da fare. Si prevede infatti uno scarico record di oltre 2 milioni di quintali per garantire le miscelazioni con il grano salus italiano. Sono in arrivo tre navi solo dal Canada! Ma il glifosate questa volta sarà analizzato? Perché la Lorenzin non fa intervenire direttamente l’ Istituto Superiore di Sanità? 

Il record del mese di settembre rimarrà un record storico. Al porto di Bari ormai è invasione di navi transoceaniche, quasi un anticipo di quei trattati che l’Europa vorrebbe avviare da subito pur senza l’approvazione dei Parlamenti. Australia, Stati Uniti, ma soprattutto Canada. In questi primi giorni di settembre sta arrivando di tutto e di più per obbligare gli agricoltori italiani a vendere sottocosto il grano di qualità. Il listino di Foggia, infatti, in previsione di questi arrivi mercoledì scorso ha operato una diminuzione di venti centesimi con sole tre fatture. Ma a preoccupare tutti noi è la dubbia qualità della merce che i nostri industriali comprano a basso costo.

E’ noto a tutti che l’Italia sia meta preferita di grano estero delle categorie di qualità inferiori. Lo confermano i dati delle Agenzie delle Dogane,  gli analisti canadesi e naturalmente le analisi tossicologiche commissionate da GranoSalus, che nei tribunali di Roma e Trani sono state legittimate.

Come difendersi dall’ invasione?

In Italia purtroppo non ci sono controlli analitici, se non a campione sul 5% delle navi. Il glifosate non è incluso tra gli analiti da ricercare. Non ci sono laboratori pubblici accreditati e non esiste nemmeno uno strumento di valutazione della qualità del grano coerente con gli standard internazionali. In tal modo diventa difficile difendersi dall’ invasione di merce straniera. L’ unica arma sono le analisi sui prodotti finiti.

L’ istituzione della Commissione unica nazionale-CUN, potrebbe aiutarci a classificare correttamente la qualità, e a difendere la salute dei consumatori, ma i sindacati agricoli purtroppo non hanno ancora inoltrato la richiesta al Mipaaf, mentre la Camera di Commercio di Foggia ha riconosciuto ufficialmente i suoi limiti funzionali.

Il mercato italiano, insomma, è allo sbando! Una giungla pericolosa per consumatori e produttori! Mentre gli industriali traggono vantaggi e profitti sulla pelle dei consumatori e dei produttori italiani.

Il ritardo sulla CUN è a dir poco vergognoso! Eppure c’è una legge dello stato, c’è un decreto attuativo, c’è una risoluzione parlamentare che impegna il governo ad istituire una griglia di qualità a tutela della salute pubblica, che consentirebbe la difesa dall’ invasione, ma manca purtroppo la volontà politica di tutte quelle organizzazioni sindacali in ostaggio delle industrie di prima e seconda trasformazioneColdiretti, Cia, Confagricoltura e Copagri sono ormai solo organismi burocratici…

E’ bene che lo sappiano anche i consumatori in modo da diffidare dalle loro “campagne amiche”…e da tutti gli altri slogan! Punire questa gente si può, basta non comprare i prodotti sventolati nei loro mercatini e consorzi, nelle loro sagre, fiere e convegni farlocchi! Per gli agricoltori invece sarebbe ancora più semplice togliere loro il proprio fascicolo aziendale. Ci sono tanti studi privati che potrebbero svolgere lo stesso servizio.

La nave australiana


Nave australiana al porto di Bari

La prima nave arrivata a settembre proviene dall’ Australia. Si tratta della ERGINA LUCK una BULK CARRIER IMO 9207443 MMSI 636016139 costruita nel 1999, battente bandiera LIBERIA(LR) con una stazza lorda di 38530 ton, summer DWT 73976 ton. La portarinfuse è partita da Newcastle (Australia) il 29 luglio 2017 alle ore 19:25 ed è arrivata al porto di Bari il 7 settembre alle ore 12:53. La nave ha sette stive con un carico stimato di oltre 500 mila quintali di grano.

Le navi canadesi


Nave canadese al porto di Bari

La seconda nave è arrivata oggi e proviene dal Canada. Si tratta della MYRTO una BULK CARRIER IMO 9752383 MMSI 354644000 costruita nel 2017, battente bandiera PANAMA(PA) con una stazza lorda di 44029 ton, summer DWT 81011 ton. La portarinfuse è partita da Port Cartier (Canada) il 26 agosto 2017 alle ore 20:14 ed è arrivata a Bari il 9 settembre alle ore 12:00. La nave ha sette stive con un carico stimato di oltre 500 mila quintali di grano ed è ferma a poche miglia dal porto sino a lunedì.

Sempre dal Canada si prevede l’ arrivo di una terza nave cargo da sette stive di nome PYXIS OCEAN che è partita il 16 agosto scorso da Vancouver e arriverà a Bari il 25 di settembre.


Nave canadese partita da Vancouver

Dal Canada si prevede inoltre l’ arrivo a Bari di una quarta nave da sette stive. Si tratta della Bulk Carrier di nome DRAWSKO, partita il 9 settembre scorso da Port Weller che arriverà a Bari il 26 di settembre.


Nave canadese partita da Port Weller

 

La nave americana


Nave americana prevista in arrivo a Bari

Nei prossimi giorni è previsto l’arrivo di una quinta nave dagli Stati Uniti da circa 300 mila quintali. La Bulk Carrier di nome BELMEKEN è partita da Corpus Christi (USA) il 18 agosto scorso e si prevede che arrivi a Bari il 12 settembre.

Cosa possiamo fare concretamente?

Se ognuno di noi inviasse una email al Ministro Lorenzin, adesso che ha finito le vacanze, non sarebbe male.

Sul fipronil nelle uova ha disposto controlli a tappeto in tutti gli allevamenti avicoli, sia pur in ritardo. Ma sui contaminanti del grano estero quando disporrà controlli a tappeto?

Vogliamo ricordare al Ministro che c’è un divieto sul glifosate nel grano che l’ Italia non fa rispettare nei confronti del grano che arriva nei porti e che è molto più pericoloso per la salute rispetto al fipronil. Se ci fossero dubbi in merito al divieto, il Ministro – a tutela della salute pubblica – potrebbe chiedere l’emanazione di una sentenza interpretativa alla Corte di Giustizia europea.

Nel frattempo, in ossequio al principio di precauzione, il ministro potrebbe disporre controlli a tappeto su tutte le navi di grano estero, e per non correre rischi potrebbe incaricare direttamente l’ Istituto Superiore di Sanità.

 

tratto da:http://www.granosalus.com/2017/09/09/grano-estero-record-di-arrivi-e-invasione-al-porto-di-bari-oltre-2-milioni-di-quintali/

La farina è “made in Italy”, ma spesso, troppo spesso il grano non si sa da dove viene!

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La farina è “made in Italy”, ma spesso, troppo spesso il grano non si sa da dove viene!

 

La farina è “made in Italy”, ma il grano non è sempre 100% italiano. Polemica fra Italmopa e Coldiretti. Ecco cosa si trova al supermercato

La dicitura “made in” è il pomo della discordia che ha animato lo scontro a colpi di comunicati stampa tra Italmopa, l’Associazione Industriali Mugnai d’Italia e Coldiretti, che rappresenta gli agricoltori. Come possono esserci farine “made in Italy” se importiamo grano dall’estero si chiede l’associazione che raggruppa una grossa fetta di aziende agricole? La domanda è legittima, ma non tiene conto delle leggi in materia. In Italia le aziende e i mulini che propongono farina confezionata sugli scaffali dei supermercati non sono obbligati a indicare sulle confezioni l’origine della materia prima, ma devono riportare il nome dello stabilimento che ha effettuato l’ultima trasformazione significativa. “Le farine commercializzate in Italia– afferma Italmopa, nel comunicato stampa del 21 marzo 2017- sono Made in Italy al 100%, anche se contengono frumento importato, perché l’ultima lavorazione avviene sul suolo nazionale”. Una farina prodotta da grano importato ma trasformata in Italia è quindi per legge “italiana al 100%”. Lo stesso vale per la semola di grano duro destinata all’industria della pasta, quando sull’etichetta c’è scritto “made in Italy” ci sono buone probabilità che la materia prima sia in parte importata come abbiamo già evidenziato in articoli precedenti. (Leggine altri)

La quasi totalità della farina commercializzata in Italia è quindi confezionata nel nostro Paese  miscelando grano importato e grano locale. Una parte rilevante  del frumento (tenero e duro) da cui viene prodotta la farina made in Italy non è quindi di origine italiana. La stessa industria molitoria rende noto che le importazioni di grano tenero rappresentano il 60% del fabbisogno.  Anche la quota di  grano duro importato destinato ai pastifici italiani è notevole e raggiunge  circa il 40% del fabbisogno.

La maggior parte delle farine utilizzate in Italia nasce dalla lavorazione di frumento importato da paesi dell’Unione Europea (in particolare Francia, Germania e Austria), in alcuni casi dal Canada e dagli Stati Uniti. Nel Piano Cerealicolo del Ministero dell’agricoltura viene riportato anche un altro elemento di debolezza della filiera del grano tenero nostrano: la sua qualità. Secondo il documento quello italiano è un frumento di qualità non eccelsa, per questo viene miscelato con grano importato, generalmente di qualità migliore. Maurizio Monti è un mugnaio e per 8 anni è stato presidente di Antim, l’Associazione Nazionale Tecnici dell’industria Molitoria: “l’industria molitoria italiana, che esporta pasta e farina in tutto il mondo, ha bisogno del frumento importato sia per ragioni quantitative, quello che produciamo è insufficiente, che per ragioni qualitative, per rispondere alle richieste e agli standard dell’industria”. Sono infatti i mugnai, che selezionano, mescolano e macinano i grani in modo da ottenere miscele che soddisfino l’industria della pasta, quella dei dolci e dei prodotti da forno. “Il mugnaio deve conoscere alla perfezione, non solo l’origine del prodotto che lavora – continua Monti – ma deve anche garantire il massimo delle caratteristiche igienico-sanitarie e tecnologiche del grano, scegliendo tra una gamma molto ampia, per venire incontro alle richieste dalla grande industria: più si allarga l’area da cui si prende il frumento più è facile trovare le caratteristiche ricercate”.

Ogni lavorazione della farina e della pasta che compriamo deve essere tracciata. La normativa europea dispone, infatti, la rintracciabilità del prodotto per ogni fase di produzione ma non l’identificazione dell’origine della materia prima. L’industria molitoria è obbligata a risalire al fornitore del grano ma non a conoscere l’agricoltore. Ogni tappa della filiera identifica in modo preciso quella precedente. Questo però non vuol dire che non si possa conoscere l’origine del grano. I contratti di fornitura del frumento duro e tenero spesso prevedono l’indicazione dell’origine del grano anche se, al momento dell’acquisto, a prevalere sono le caratteristiche qualitative della materia prima. Le industrie della pasta, dei dolci e del pane dettagliano le caratteristiche igienico-sanitarie e tecnologiche delle farine, l’origine del grano viene indicata, invece, come preferenza, ma raramente viene inserita nei contratti. La decisione di tracciare, prima, e indicare, poi, l’origine della materia prima sulla confezione del prodotto finale è nelle mani dell’industria e delle sue scelte commerciali.

Dal 2016 il governo sta lavorando a una legge che dovrebbe garantire la tracciabilità delle materie prime anche per pasta e farina che si comprano al supermercato, indicando in etichetta l’origine del grano. Una legge come questa, secondo Maurizio Monti, complicherà i lavoro del mugnaio dal punto di vista meccanico, perché dovrà predisporre etichettature e stampe diverse per ogni produzione. “Questa procedura di trasparenza, di fatto, non aggiunge nulla all’effettiva tracciabilità del prodotto: già oggi il mulino può fornire all’industria l’indicazione di origine, per ogni grano utilizzato”.

La farina commercializzata in Italia proviene da mulini italiani, ma tra i grandi distributori presi in esame (Esselunga, Iper, Carrefour, Unes, Conad, Penny e Pam) solo Coop, per la sua linea interna, e NaturaSì indicano l’origine del frumento. Tra i prodotti a marchio Coop ci sono farine da grano di origine 100% italiana come la farina da frumento integrale bio e la farina di grano tenero “00”, e farine di frumento tenero da grani che provengono da Italia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Romania e Ungheria. Nel caso dei prodotti commercializzati da NaturaSì sono le stesse marche ad indicare, il più delle volte, l’origine dei grani da filiera 100% italiana, o regionale come nel caso del frumento tenero dall’Emilia Romagna o il grano duro dalla Sicilia. Le farine di grano tenero a marchio NaturaSì vengono dal ferrarese. Anche l’industria della pasta negli ultimi anni ha puntato a creare linee dedicate alla materia prima 100% italiana come Voiello e Granoro.

Oltre ai pastifici anche i mulini hanno creato delle linee di farina e semola provenienti al 100% da grano italiano, facendo dell’origine una dichiarazione da indicare in confezione. Su 54 aziende molitorie prese in esame poco meno della metà, una ventina, prevedono all’interno del catalogo una linea dedicata esclusivamente a grano duro e tenero nostrano. A spingere le aziende verso questa direzione è stata la maggiore attenzione dei consumatori nei confronti dei prodotti a filiera corta e biologici. In casi come quello di Molino Bigazzi il grano 100% nazionale è stato scelto per avere un controllo maggiore sulla materia prima. Nel 2016 l’80% del grano tenero utilizzato dal mulino proveniva da campi che si trovano in Umbria, Toscana, Marche, Lazio e Abruzzo. Di farine come quelle prodotte da Molini Pivetti viene tracciata tutta la filiera, indicando da quali campi provenga il grano che sarà trasformato dall’industria molitoria. Attraverso il marchio Campi Protetti Pivetti viene commercializzata una farina realizzata da grani provenienti da Bologna, Modena e Ferrara. La stessa iniziativa dedicata alla tracciabilità locale del grano tenero viene realizzata anche da aziende come Mulino Caputo, Molino Rachello, Mulino Padano e Molini Voghera. Molino Rachello è certificato biologico dal 1999 e ha scelto la filiera italiana controllata per poter lavorare un grano di qualità: dai metodi di coltivazione fino alla sua lavorazione. Il mulino trevigiano collabora direttamente con agricoltori in Veneto, Friuli e Toscana. Le aziende agricole biologiche e convenzionali in filiera seguono un disciplinare e metodi di coltivazione concordati insieme ad un agronomo del mulino. Esistono poi farine che riportano sulla confezione una dicitura regionale come la “Farina Veneta” dell’azienda Molino Rossetto che contiene grano veneto al 100%. Un altro esempio è quello di Molino Profili Giuseppe che ha rilanciato un prodotto già parte della tradizione dell’azienda: farina “0” e “00” per la panificazione da grani provenienti dalla Tuscia viterbese.

Le farine di grano tenero e le semole di grano duro ottenute da grani nazionali in genere costano leggermente di più rispetto al prodotto commercializzato senza l’etichetta 100% grano italiano. Il costo aumenta quando alla caratteristica della filiera corta si aggiunge la macinazione a pietra, la selezione di grani antichi e la certificazione biologica. In altri casi il costo maggiore dipende anche dai contratti di filiera, che impegnano gli agricoltori a regole precise e prevedono quindi compensi più elevati. Alcune aziende, come Molino Rachetto, hanno investito nella certificazione di filiera ISO 22005 che traccia ogni fase della produzione, gli attori coinvolti, l’origine e la territorialità. Questi prodotti hanno più diritto di definirsi 100% Made in Italy? Finché non sarà obbligatorio riportare l’intera filiera in etichetta, bisognerà affidarsi alle strategie commerciali dei produttori o dei distributori che decideranno di indicare o meno l’origine della materia prima. Bisogna però ricordare che la bontà dei prodotti sugli scaffali, è più legata alla capacità di selezione delle farine fatta dai mulini e meno all’origine della materia prima.

 

fonte: http://www.ilfattoalimentare.it/tracciabilita-farina-made-in-italy.html

 

…E Granosalus si chiede: se la Grecia produce 800mila tonnellate di grano, come fa ad esportarne oltre 2 milioni in Italia? Da dove viene? Se è grano buono perchè farlo transitare dalla Grecia? E queste porcherie, alla fine, le mangiamo noi!

Grecia

 

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…E Granosalus si chiede: se la Grecia produce 800mila tonnellate di grano, come fa ad esportarne oltre 2 milioni in Italia? Da dove viene? Se è grano buono perchè  farlo transitare dalla Grecia? E queste porcherie, alla fine, le mangiamo noi!

 

Granosalus: “la culla della civiltà lavatrice del grano sporco?”

Come fa la Grecia che produce appena 0,8 milioni di tonnellate di grano duro all’ anno ad esportare in Italia una quantità tre volte superiore? Da dove arriva tutto quel grano commercializzato e soprattutto qual’ è la qualità?  I dati ufficiali dell’ Agenzia centrale delle Dogane sono inquietanti: la Grecia supera le forniture del Canada

I misteri della globalizzazione sono tanti. Dall’ accesso alle informazioni delle Agenzie delle Dogane emerge un dato inquietante: la Grecia spedisce in Italia più grano duro di quanto ne arrivi dal Canada. Con una differenza: il Canada è il primo produttore ed esportatore mondiale di grano duro. La Grecia, invece, produce dieci volte meno del Canada ma commercializza verso l’Italia una quantità doppia di grano rispetto al Canada. Grano evidentemente di dubbia provenienza!

Nel triennio 2014-2016, l’ Italia ha importato 5,5 milioni di tonnellate di grano extra Ue di cui il 61% proveniente dal Canada. Il Canada, dunque, ci manda mediamente ogni anno oltre un milione di tonnellate. Nello stesso triennio, ha importato 7 milioni di tonnellate di grano duro intra Ue di cui l’ 81% proveniente dalla Grecia. La Grecia, dunque, ci manda mediamente ogni anno quasi due milioni di tonnellate. Con una differenza: il Canada è il primo produttore al mondo, la Grecia è tra gli ultimi produttori al mondo. Del resto, una parte della produzione di grano gli serve per l’autoconsumo interno.

Che la Grecia avesse una brillante tradizione navale e un’attitudine agli scambi commerciali è fuori dubbio, la sua storia sotto questo profilo è millenaria. Basti pensare che il Museo Navale della Grecia, per il suo materiale d’archivio, è considerato tra i più importanti nella storia del Mediterraneo. Ma che la Grecia potesse diventare la piattaforma logistica da cui far triangolare il grano che poi arriva in Italia ci lascia un po’ basiti.

Del resto, se è grano buono  che necessità c’è di farlo transitare dalla Grecia??? Cosa vogliono nascondere pur di allungare il viaggio ??? A chi conviene??? Che succede nel villaggio globale? Quali strategie usano le multinazionali per nascondere il traffico di grano sporco?

Non sono forse sufficienti le terre del Sud a produrre grano di qualità? O sono forse insufficienti i nostri porti italiani ad ospitare direttamente tutto il grano extracomunitario? Evidentemente, essendo i controlli in Italia più restrittivi, conviene sdoganare la merce  più scadente nei porti europei, dove le maglie dei controlli sono più larghe, per trasformare tutto questo grano extracomunitario -come per magia!- in grano comunitario.

Il codice doganale prevede infatti che le navi di provenienza extra Ue una volta arrivate in uno dei porti europei, possono transitare senza subire altri controlli negli altri porti.

La colonizzazione greca si è dunque evoluta. Una volta il fabbisogno di terre e materie prime induceva i greci a colonizzare l’area orientale e occidentale, tra cui il mezzogiorno, oggi il modello è cambiato. E’ la Grecia che ci manda le materie prime a noi! Ma dove prende tutto questo grano che non produce? Non vorremmo che la culla della civiltà fosse diventata lavatrice del grano sporco…di qualche multinazionale.

I depistatori che volevano farci credere il contrario sono stati sbugiardati!

 

Indicare l’origine del grano nelle confezioni di pasta? La Barilla dice NO… Chiedetevi Perchè, soprattutto quando al supermercato fate la spesa!!

 

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Indicare l’origine del grano nelle confezioni di pasta? La Barilla dice NO… Chiedetevi Perchè, soprattutto quando al supermercato fate la spesa!!

 

Però a prevedere l’indicazione dell’origine del grano nelle confezioni di pasta è un decreto varato dal Governo Renzi (finalmente scopriamo una cosa giusta fatta da questo Governo!) e inviato a Bruxelles. Finalmente i consumatori potranno conoscere da dove arriva il grano utilizzato dalla grande industria della pasta. Basterà? Perché i controlli su tutti i derivati del grano proposti da GranoSalus restano comunque importanti.

Indicare l’origine del grano nelle confezioni di pasta, come prevede un decreto che il Governo Renzi ha inviato a Bruxelles il 18 novembre scorso? Alla multinazionale Barilla l’idea non piace. Lo dice senza giri di parole, in un articolo pubblicato dal Corriere della Sera on line, Luca Virginio, responsabile relazioni esterne del gruppo. Virginio ha espresso il proprio pensiero a margine della presentazione dei nuovi contratti di coltivazione per il grano duro di qualità per 900 mila tonnellate in 3 anni.

I decreto che non piace al gruppo Barilla prevede l’introduzione obbligatoria in etichetta dell’origine della materia prima. Nel caso della pasta, ovviamente, bisogna indicare da dove arriva il grano duro. Se è italiano bisogna dire che è italiano e da dove arriva; se è estero, bisogna scrivere in etichetta che è grano estero, indicando da quale Paese del mondo arriva.

Per l’Italia – Paese dove, come scriviamo spesso, arriva tanto grano duro dal Canada, pieno di glifosato e di micotossine – il decreto è una rivoluzione. Un provvedimento frutto dell’accordo raggiunto tra il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina, e il suo collega dello Sviluppo economico, Carlo Calenda (entrambi hanno fatto parte del Governo Renzi ed entrambi sono stati riconfermati dopo che Renzi è stato sostituito a Palazzo Chigi da Paolo Gentiloni).

Il dirigente del gruppo Barilla dice di nutrire “forti dubbi e perplessità sul decreto per l’origine della materia prima in etichetta della pasta che, nella sua versione attuale, confonderebbe i consumatori e indebolirebbe la competitività della filiera della pasta. L’origine da sola – aggiunge Virginio – non è infatti sinonimo di qualità. Inoltre, non incentiva gli agricoltori italiani a investire per produrre grano con gli standard richiesti dai pastai. A tutto svantaggio del consumatore, che potrebbe addirittura arrivare a pagare di più una pasta meno buona. E dell’industria della pasta, che con un prodotto meno buono, perderebbe quote di mercato, soprattutto all’estero”.

P.S.

L’origine del grano duro, da sola, non è sinonimo di qualità? Non siamo d’accordo con il responsabile delle relazioni esterne del gruppo Barilla. L’origine, soprattutto in un prodotto come il grano duro, non è solo sinonimo di qualità, ma è anche una garanzia per i consumatori. Soprattutto quando il grano duro estero contiene sostanze dannose per la salute umana.

Tuttavia, pur apprezzando lo sforzo del Governo italiano – che con questo decreto sta provando a valorizzare il grano duro italiano (che, lo ricordiamo, per l’80% è prodotto nel Sud Italia) – noi siamo un po’ più radicali e, come dicono dalle parti di GranoSalus, ricordiamo che l’etichetta, da sola, non basta.

Perché oggi, a causa degli effetti nefasti provocati dalla globalizzazione dell’economia, non è importante solo sapere cosa c’è scritto nelle etichette dei prodotti: ma è importante sapere cosa c’è dentro una confezione che conserva un prodotto. Nel caso della pasta è giusto che ci sia l’etichetta, con tanto di indicazione circa la provenienza del grano. Ma è ancora più importante che produttori di grano duro e consumatori promuovano i controlli sui prodotti confezionati.

Sotto questo profilo ci convince il programma di lavoro proposto dall’associazione GranoSalus e da altre associazioni che seguiranno questa strada. GranoSalus è un’associazione – che vede insieme tanti produttori di grano duro del Mezzogiorno d’Italia e tanti consumatori – che si propone di effettuare analisi su tutti i derivati del grano: pasta, pane, pizze, farine, semola, dolci e via continuando. 

Solo effettuando le analisi sui prodotti finiti – analisi che dovranno essere effettuate da vari soggetti ‘terzi’ – i consumatori potranno conoscere cosa arriva sulle loro tavole.

Chi non ha nulla da nascondere non dovrà temere né le informazioni scritte nelle etichette, né le analisi.

Questo è un modo per combattere gli effetti nefasti della globalizzazione. E, nel caso del grano duro prodotto nel Sud Italia, per tutelare e promuovere un prodotto che, grazie al clima, non contiene micotossine.

Non solo. I produttori di grano duro del Sud Italia non debbono seguire le indicazioni dei pastai, che chiedono un grano duro iperproteico per risparmiare sui costi di produzione. Un’alta percentuale di glutine non fa bene alla salute. Quando il mercato estero prenderà coscienza di ciò – e questo tempo si avvicina – molte cose cambieranno. 

Qui potete leggere l’articolo pubblicato dal Corriere della Sera 

tratto da: http://www.inuovivespri.it/2016/12/20/indicare-lorigine-del-grano-nelle-confezioni-di-pasta-la-barilla-dice-no/#more-18532

 

…Se avete ancora qualche dubbio, guardate anche questo video: QUI

 

La guerra della farina, Coldiretti: “ingannano i consumatori”

 

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La guerra della farina, Coldiretti: “ingannano i consumatori”

È guerra tra l’ Associazione Industriali Mugnai d’Italia Italmopa e la Coldiretti.

Per Ivano Vacondio, presidente di Italmopa l’associazione mugnai, la farina è “100% made in Italy a prescindere dall’origine del grano”, che invece  in gran parte viene importato dall’estero. Dura la replica della Coldiretti: “Sono queste furbizie che distruggono il vero made in Italy dal campo alla tavola: il trucco di Italmopa non inganna i consumatori italiani”.

Farina 100% made in Italy Grano estero? Come è possibile?

Il presidente dell’Associazione industriali mugnai d’Italia aveva dichiarato: “Non ci stancheremo mai di ripetere che le nostre farine sono da considerarsi al 100% made in Italy. Esse sono il frutto dell’impareggiabile capacità dei nostri mugnai nel saper individuare e miscelare le migliori e più preziose varietà di frumento tenero, per la produzione di un’ampia varietà di farine di frumento, tutte accomunate da eccellenti qualità nutrizionali e salutistiche, destinate alla produzione di pane, di pizza o di prodotti dolciari. E questo a prescindere dall’origine della materia prima frumento”.

Peccato che poco prima avesse precisato: “Il nostro paese si trova nell’obbligo di importare circa il 60% del proprio fabbisogno nel comparto del frumento tenero e circa il 40% nel comparto del frumento duro“. Come si fa dunque ad ottenere dal grano estero farina Made in Italy? Mistero…!!

“Il trucco dei mugnai non incanta”

Secca e puntuale la replica della Coldiretti: “Il trucco dei mugnai non inganna i consumatori che sanno bene che da un grano straniero non si può certo ottenere il miracolo della farina italiana. Sono queste furbizie che distruggono il vero Made in Italy dal campo alla tavola, favoriscono le importazioni straniere da spacciare come italiane”.

“Le maggiori importazioni di grano duro – precisa la Coldiretti – arrivano da un paese come il Canada che in preraccolta fa un uso massiccio di glifosato, vietato in Italia. Un malcostume che va fermato con la trasparenza dell’informazione a partire dall’obbligo di indicare in etichetta la provenienza del grano utilizzato nella produzione di pasta accelerando l’iter dello schema di decreto condiviso dai ministri delle Politiche agricole Maurizio Martina e dello Sviluppo economico Carlo Calenda, inviato ormai da tempo per l’esame preliminare alla Commissione Europea a Bruxelles”.