Grano canadese, a rischio raccolti e aziende ma soprattutto la salute!

 

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Grano canadese, a rischio raccolti e aziende ma soprattutto la salute!

Continua il fuoco di sbarramento delle parti sociali sul CETA, in discussione al Parlamento. Dalla piazza di Montecitorio, dove si sono dati appuntamento le associazioni contro il trattato di libero scambio tra Canada ed Unione Europea, arriva il grido d’allarme della Coldiretti sul Made in Italy alimentare.

Infatti, per gli agricoltori l’accordo spalancherebbe le porte all’invasione di grano duro dal Paese nordamericano, i cui sbarchi sono aumentati del 15% nei primi 2 mesi del 2017. Manovre “speculative” che rischiano di tagliare i prezzi pagati ai produttori agricoli sotto i costi di produzione, e di decimare ulteriormente le semine di grano, giàcrollate del 7,3%(-100mila ettari), minacciando di desertificare 300 mila aziende e 2 milioni di ettari.

Numerose anche le minacce per la salute, dato che il grano canadese viene trattato con il glifosato, sostanza cancerogena fuori legge in Italia. Inoltre nel trattato è previsto il via libera all’importazione a dazio zero per carni suine (75 mila tonnellate) e bovine (50 mila tonnellate), dove sono presenti ormoni per l’accrescimento ugualmente vietati in Italia.

fonte: http://finanza.lastampa.it/News/2017/07/05/grano-canadese-a-rischio-raccolti-e-aziende-ma-soprattutto-la-salute/MTU5XzIwMTctMDctMDVfVExC

 

Indicare l’origine del grano nelle confezioni di pasta? La Barilla dice NO… Chiedetevi Perchè, soprattutto quando al supermercato fate la spesa!!

 

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Indicare l’origine del grano nelle confezioni di pasta? La Barilla dice NO… Chiedetevi Perchè, soprattutto quando al supermercato fate la spesa!!

 

Però a prevedere l’indicazione dell’origine del grano nelle confezioni di pasta è un decreto varato dal Governo Renzi (finalmente scopriamo una cosa giusta fatta da questo Governo!) e inviato a Bruxelles. Finalmente i consumatori potranno conoscere da dove arriva il grano utilizzato dalla grande industria della pasta. Basterà? Perché i controlli su tutti i derivati del grano proposti da GranoSalus restano comunque importanti.

Indicare l’origine del grano nelle confezioni di pasta, come prevede un decreto che il Governo Renzi ha inviato a Bruxelles il 18 novembre scorso? Alla multinazionale Barilla l’idea non piace. Lo dice senza giri di parole, in un articolo pubblicato dal Corriere della Sera on line, Luca Virginio, responsabile relazioni esterne del gruppo. Virginio ha espresso il proprio pensiero a margine della presentazione dei nuovi contratti di coltivazione per il grano duro di qualità per 900 mila tonnellate in 3 anni.

I decreto che non piace al gruppo Barilla prevede l’introduzione obbligatoria in etichetta dell’origine della materia prima. Nel caso della pasta, ovviamente, bisogna indicare da dove arriva il grano duro. Se è italiano bisogna dire che è italiano e da dove arriva; se è estero, bisogna scrivere in etichetta che è grano estero, indicando da quale Paese del mondo arriva.

Per l’Italia – Paese dove, come scriviamo spesso, arriva tanto grano duro dal Canada, pieno di glifosato e di micotossine – il decreto è una rivoluzione. Un provvedimento frutto dell’accordo raggiunto tra il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina, e il suo collega dello Sviluppo economico, Carlo Calenda (entrambi hanno fatto parte del Governo Renzi ed entrambi sono stati riconfermati dopo che Renzi è stato sostituito a Palazzo Chigi da Paolo Gentiloni).

Il dirigente del gruppo Barilla dice di nutrire “forti dubbi e perplessità sul decreto per l’origine della materia prima in etichetta della pasta che, nella sua versione attuale, confonderebbe i consumatori e indebolirebbe la competitività della filiera della pasta. L’origine da sola – aggiunge Virginio – non è infatti sinonimo di qualità. Inoltre, non incentiva gli agricoltori italiani a investire per produrre grano con gli standard richiesti dai pastai. A tutto svantaggio del consumatore, che potrebbe addirittura arrivare a pagare di più una pasta meno buona. E dell’industria della pasta, che con un prodotto meno buono, perderebbe quote di mercato, soprattutto all’estero”.

P.S.

L’origine del grano duro, da sola, non è sinonimo di qualità? Non siamo d’accordo con il responsabile delle relazioni esterne del gruppo Barilla. L’origine, soprattutto in un prodotto come il grano duro, non è solo sinonimo di qualità, ma è anche una garanzia per i consumatori. Soprattutto quando il grano duro estero contiene sostanze dannose per la salute umana.

Tuttavia, pur apprezzando lo sforzo del Governo italiano – che con questo decreto sta provando a valorizzare il grano duro italiano (che, lo ricordiamo, per l’80% è prodotto nel Sud Italia) – noi siamo un po’ più radicali e, come dicono dalle parti di GranoSalus, ricordiamo che l’etichetta, da sola, non basta.

Perché oggi, a causa degli effetti nefasti provocati dalla globalizzazione dell’economia, non è importante solo sapere cosa c’è scritto nelle etichette dei prodotti: ma è importante sapere cosa c’è dentro una confezione che conserva un prodotto. Nel caso della pasta è giusto che ci sia l’etichetta, con tanto di indicazione circa la provenienza del grano. Ma è ancora più importante che produttori di grano duro e consumatori promuovano i controlli sui prodotti confezionati.

Sotto questo profilo ci convince il programma di lavoro proposto dall’associazione GranoSalus e da altre associazioni che seguiranno questa strada. GranoSalus è un’associazione – che vede insieme tanti produttori di grano duro del Mezzogiorno d’Italia e tanti consumatori – che si propone di effettuare analisi su tutti i derivati del grano: pasta, pane, pizze, farine, semola, dolci e via continuando. 

Solo effettuando le analisi sui prodotti finiti – analisi che dovranno essere effettuate da vari soggetti ‘terzi’ – i consumatori potranno conoscere cosa arriva sulle loro tavole.

Chi non ha nulla da nascondere non dovrà temere né le informazioni scritte nelle etichette, né le analisi.

Questo è un modo per combattere gli effetti nefasti della globalizzazione. E, nel caso del grano duro prodotto nel Sud Italia, per tutelare e promuovere un prodotto che, grazie al clima, non contiene micotossine.

Non solo. I produttori di grano duro del Sud Italia non debbono seguire le indicazioni dei pastai, che chiedono un grano duro iperproteico per risparmiare sui costi di produzione. Un’alta percentuale di glutine non fa bene alla salute. Quando il mercato estero prenderà coscienza di ciò – e questo tempo si avvicina – molte cose cambieranno. 

Qui potete leggere l’articolo pubblicato dal Corriere della Sera 

tratto da: http://www.inuovivespri.it/2016/12/20/indicare-lorigine-del-grano-nelle-confezioni-di-pasta-la-barilla-dice-no/#more-18532

 

…Se avete ancora qualche dubbio, guardate anche questo video: QUI

 

…E GranoSalus chiede: Che fine ha fatto il grano contaminato arrivato a Bari il 13 aprile scorso?

grano contaminato

 

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…E GranoSalus chiede: Che fine ha fatto il grano contaminato arrivato a Bari il 13 aprile scorso?

Che fine ha fatto il grano contaminato arrivato a Bari il 13 aprile scorso?

Vi raccontiamo una storia, una storia vera. La storia di una nave che doveva essere respinta – secondo l’Unione europea – mentre i fatti del Belpaese dimostrano il contrario. A che serve l’allerta rapida se vi sono falle nel sistema? Che grano siamo costretti a mangiare ogni giorno nella pasta e nel pane? Possibile che le multinazionali debbano sempre farla franca? Il silenzio dei sindacati

Quasi un anno fa, il 13 aprile arriva al porto di Bari una nave che in sette stive trasporta più di 59mila tonnellate di grano duro proveniente dall’Argentina. Dai controlli degli ispettori dell’Ufficio di Sanità marittima (Usmaf) effettuati a campione in due stive, viene fuori che in una delle due il grano è contaminato da Dichlorvos, un pesticida vietato dall’Unione Europea, in una concentrazione di 0.34 milligrammi per chilogrammo (il limite massimo è di 0,01). La stiva contaminata contiene oltre 12 mila tonnellate di grano, secondo le notizie riportate da un articolo apparso su la Repubblica in data 8 marzo 2017 che attribuisce un valore al carico, a conti fatti, di circa 8 euro al quintale! Grano di pessima qualità che in partenza sarà costato nemmeno la metà, al netto dei costi di trasporto. Dai sindacati agricoli? Nemmeno una parola.

Il Ministero della Salute blocca la partita e ne vieta ogni trattamento, esistendo il ragionevole dubbio che il prodotto una volta commercializzato possa contenere un principio attivo non autorizzato” e non potendo, dunque, escludere rischi per i consumatori. Infatti, secondo il Ministero possono essere trattate solo partite con contaminanti non vietati dall’UE.

Dunque questo grano non può essere utilizzato? Non proprio purtroppo, perché l’importatore, la Casillo Commodities, non si rassegna e ricorre al TAR ottenendo un provvedimento cautelare con cui viene sospeso il diniego all’importazione.

Nel provvedimento del TAR tuttavia si specifica che:

  • l’ammissione al trattamento speciale non comporta l’autorizzazione alla trasformazione e alla commercializzazione del frumento, che dovrà in ogni caso essere sottoposto, concluso il trattamento, a rigorosi controlli di legge;
  • non sussiste, allo stato, un pericolo di danno per la salute pubblica, mentre la merce contaminata è soggetta a naturale deperimento.

Secondo i giudici del TAR l’eventuale via libera sarebbe, dunque, legato alla possibilità di effettuare nuove analisi prima della vendita.

L’autorità competente dovrebbe assicurare che i trattamenti speciali siano eseguiti in stabilimenti sotto il suo controllo o sotto il controllo di un altro Stato membro e conformemente alle condizioni previste secondo la procedura di cui all’articolo 62, paragrafo 3 del regolamento CE 882/04) o, in mancanza di tali condizioni, alle norme nazionali.


Allerta rapida

In realtà il carico era stato oggetto di allerta, come si può notare nel documento qui affianco riportato in cui si invitava a respingerlo al mittente. In tale documento viene segnalato, tuttora, un livello di rischio “serious” ed una notifica classificata come “border rejection“, ovvero respingimento alla frontiera. Insomma quel grano secondo l’autorità europea andava restituito al mittente argentino (c.d. action taken).

Ma cosa è successo poi? Questo grano contaminato non è stato affatto respinto, come la normativa Europea prevedeva e lo stesso Ministero della Salute Italiano affermava, ma invece sottoposto, dopo una rassicurante sentenza del TAR di Bari (che non ha competenze in maniera sanitaria), ad un processo di ventilazione.

Tuttavia, attraverso la ventilazione si potrebbe forse bonificare il carico dalla polvere ma senza togliere l’insetticida: il principio attivo è un citotropico e sistemico che non può evaporare.

Ecco perché il mancato reinvio al mittente argentino lascia una zona d’ombra sull’intera vicenda.  Il timore è che tecnicamente questo grano possa essere miscelato per diluire la presenza dell’ insetticida .

Questa (non)soluzione sarebbe una scorciatoia, un po’ pasticciata e sospetta.

La decontaminazione è cosa ben diversa dalla diluizione (che risulta vietata dall’art 20 dello stesso regolamento CE 882/04 e anche dall’ art 3 del regolamento CE 1881/06)!

Qual’è la conclusione di questa vicenda? In Italia sembra perfettamente legale importare food contenente una sostanza tossica  non autorizzata e sembra che un giudice amministrativo abbia più competenza sulla salute pubblica delle Autorità Europee e del Ministero della Salute Italiano.

Oltretutto di trattamenti speciali di ventilazione sul Dichlorvos, materialmente effettuati, in tutta Europa non vi è traccia. Dal database RASFF non risulta che questi siano mai stati ammessi sul Dichlorvos!

Nei casi di partite di alimenti contaminati con Dichlorvos (più di 100) in Europa, le azioni intraprese sono state di distruzione o di respingimento alla frontiera, mai nessun trattamento speciale, fisico o chimico, ne tantomeno alcuna ventilazione.

E’ necessario che le autorità europee facciano luce su questa vicenda evitando che la decontaminazione si tramuti in diluizione.

Ed è necessario che il Ministro della Sanità invochi il principio di precauzione e la CLAUSOLA DI SALVAGUARDIA Art. 23 Direttiva 2001/18/CE.

Non si possono fare sconti alle multinazionali sulla pelle dei cittadini per tutelare il profitto! La salute viene prima dell’ economia.

fonte: http://www.granosalus.com/2017/03/20/fine-carico-grano-contaminato-arrivato-bari-13-aprile-scorso/