La fantastica ricetta con cui l’Islanda ha sconfitto la crisi: politici capaci, lasciate fallire le banche, sbattuti in galera i banchieri responsabili, rimborsata la gente con i soldi ricavati vendendo una banca, niente austerità!

 

Islanda

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La fantastica ricetta con cui l’Islanda ha sconfitto la crisi: politici capaci, lasciate fallire le banche, sbattuti in galera i banchieri responsabili, rimborsata la gente con i soldi ricavati vendendo una banca, niente austerità!

 

Ancora una volta ci troviamo a raccontare quanto accade in Islanda, dove i banchieri finiscono in prigione (anziché essere salvati dal governo) e l’austerità viene rifiutata.
I risultati di questa strategia anti-sistema sono ottimi, tanto è vero che la crisi è scomparsa e la popolazione islandese – dopo un periodo molto difficile – è tornata a vivere nel benessere, come riporta un articolo di Vox.com tradotto in italiano dalla redazione di Comedonchisciotte.
Ieri (2 anni fa – Ndr) il primo ministro islandese, Sigmundur Gunnlaugsson, ha annunciato il piano che costituisce essenzialmente il capitolo conclusivo della strategia adottata dal suo paese per la gestione della crisi finanziaria – un approccio che deviava parecchio dalle preferenze delle élite finanziarie globali e che ha funzionato piuttosto bene. Invece di abbracciare l’ortodossia dei salvataggi bancari, dell’austerità e della bassa inflazione, l’Islanda ha fatto esattamente l’opposto.
E nonostante la sua economia fosse stata colpita dalla crisi bancaria forse più duramente di qualsiasi altra nel mondo, ciò non ha avuto una ripercussione poi così grande sull’occupazione che comunque è stata oggetto di una grande ripresa.
Quanto grande? Bè, è sufficiente paragonare l’evoluzione del tasso di disoccupazione in Islanda con ciò che è successo in Irlanda, il fiore all’occhiello delle Persone Molte Serie. Oppure effettuate un paragone con gli Stati Uniti.
Come ci sono riusciti?
Lasciare che le banche falliscano
Per iniziare, piuttosto che affannarsi a mobilizzare risorse pubbliche per assicurarsi che le banche non venissero meno alle proprie obbligazioni, l’Islanda ha lasciato che le banche fallissero. I dirigenti della banca più importante del paese sono stati perseguiti penalmente e sono finiti in prigione (v. seguito articolo).
Rigettare l’austerità.
Nonostante ciò, l’Islanda venne colpita da una grave recessione che diede luogo ad una crescita incontrollata del rapporto tra debito e PIL. Ma anche dopo diversi anni di costante incremento, il governo non cedette al panico. Decise invece di dare priorità alla ripresa. E quando la ripresa era ormai stata avviata e il rapporto debito – PIL aveva iniziato a ridursi, il governo fece in modo che si riducesse in modo graduale.
Svalutare e accettare l’inflazione.
Non esistono pasti gratis nella vita, e nessun paese si riprende da una grave recessione senza poter evitare che accadano anche delle brutte cose. Ma mentre la maggior parte dei paesi sviluppati ha subito anni di disoccupazione insostenibilmente elevata abbinata ad un’inflazione esageratamente bassa, l’Islanda ha fatto il contrario. Ha lasciato che il valore della propria moneta sprofondasse, il che ha condotto naturalmente a prezzi più alti.
Il risultato di ciò è stato un rapido riguadagnare terreno nei mercati internazionali delle industrie esportatrici del paese. La disoccupazione è salita, ma si è poi fermata ad un modesto 7,6% prima di scendere in modo costante fino a raggiungere livelli molto bassi. Negli Stati Uniti e in Europa, la priorità è stata data ad al mantenimento di una inflazione bassa al fine di proteggere i patrimoni dei benestanti. L’Islanda ha dato invece priorità all’occupazione ed è stata una scelta che ha funzionato.
Imporre controlli temporanei sui movimenti di capitale
In un contesto di insolvenze bancarie e valute che sprofondano, il governo islandese ha ritenuto necessario l’imposizione di un’ulteriore misura – i “capital controls”, ossia regolamentazioni che limitano l’abilità dei cittadini islandesi di portare fuori dal paese il loro denaro. Questo rappresenta una seria violazione dell’ortodossia del libero mercato. Costituisce inoltre una grossa scocciatura per le persone normali nelle loro attività ordinarie nonché un ostacolo alla creazione di nuove imprese. In alcuni paesi come l’Argentina questo tipo di controlli sul capitale ha incoraggiato il diffondersi di corruzione e malaffare.
Questo ha portato alcuni a concludere che non importa quanto bene possano funzionare da un punto di vista economico le politiche eterodosse, poiché esse sono destinate in definitiva al fallimento sul piano politico.
L’Islanda è prova del fatto che questo non è il caso. Azzeccare la giusta politica è difficile, ma può essere fatto. E il vantaggio che deriva dal fare la cosa giusta – svalutare in modo massiccio la moneta, imporre controlli ai movimenti di capitale per limitare le conseguenze negative e poi terminare i controlli una volta che l’economia si è ripresa – può essere enorme. L’Islanda ha trascorso 7 o 8 anni difficili, ma lo stesso vale per tanti altri paesi. Adesso però le cose stanno iniziando ad assumere un aspetto positivo perché i leader del paese hanno avuto la saggezza di rigettare gli elementi di quella saggezza convenzionale e compiaciuta di sé che altrove hanno dato prova di essere così nocivi.
fonte: http://siamolagente2.altervista.org/fantastica-islanda-mette-i-banchieri-in-prigione-rifiuta-lausterita-e-cosi-supera-la-crisi-sara-perche-i-loro-politici-non-sono-degli-incapaci-che-pensano-solo-ai-cazzi-loro-e-che-i-loro-m/

La civiltà? Islanda: prima hanno sbattuto in galera i banchieri che hanno provocato la crisi, ora rimborsano la gente con i soldi ricavati vendendo una banca !!

DI CLAIRE BERNISH – theantimedia.org

Per cominciare l’Islanda ha sbattuto in galera i banchieri corrotti per il loro diretto coinvolgimento nella crisi finanziaria del 2008.

Ora tutti gli Islandesi riceveranno una rendita dalla vendita di una delle tre più grandi banche d’Islanda, Islandbanki.

Se il Ministro delle Finanze Bjarni Benediktsson riuscirà nel suo intento – e probabilmente ce la farà – gli Islandesi riceveranno 30.000 corone dopo che il governo prenderà possesso della banca. Islandbanki diventerà la seconda delle tre più grandi banche sotto il controllo dello stato.

“Sto semplicemente dicendo che il governo prenderà una data porzione, il 5%, e semplicemente la distribuirà alla gente di questa nazione”, ha affermato.

Dato che gli Islandesi hanno preso il controllo del loro Governo, effettivamente controllano le banche. Benediktsson crede che ciò porterà capitale straniero nella nazione e infine spingerà l’economia – la quale, tra l’altro, è l’unica ad essersi totalmente ripresa dalla crisi del 2008. L’Islanda è persino riuscita a ripagare in toto il suo enorme debito al FMI – in anticipo rispetto alla data prevista.

Guðlaugur Þór Þórðarson, vicecapo della Commissione sul Budget, ha spiegato che questa manovra faciliterà l’alleggerimento del controllo dei capitali, benché non fosse convinto che il controllo statale fosse la soluzione più ideale. L’ex Ministro delle Finanze Steingrìmur J. Sigfùsson è dalla parte di Þórðarson, sostenendo in uno show radio “non dovremmo lasciare le banche nelle mani di folli” e che l’Islanda beneficerà da un cambio di vedute separando “le banche commerciali da quelle d’investimento”.

I piani non sono ancora stati preparati con precisione per quando avverranno la presa di possesso e il conseguente pagamento a tutti i cittadini, ma l’approccio rivoluzionario dell’Islanda al crollo finanziario mondiale del 2008 di certo merita tutta l’attenzione che si è guadagnato.

L’Islanda ha di recente sbattuto in galera il suo ventiseiesimo banchiere – 74 anni di detenzione sommando tutte le pene comminate – per aver causato il caos finanziario. I banchieri criminali statunitensi sono stati ricompensati per le loro frodi e le manipolazioni del mercato con un enorme salvataggio a spese dei contribuenti.

Claire Bernish

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Fonte: http://theantimedia.org/

29.10.2015

fonte: http://siamolagente2.altervista.org/la-civilta-islanda-prima-hanno-sbattuto-in-galera-i-banchieri-che-hanno-provocato-la-crisi-ora-rimborsano-la-gente-con-i-soldi-ricavati-vendendo-una-banca/

Tutto quello che non vi dicono sul centro commerciale che è comodamente aperto anche la domenica: da orari da incubo a stipendi da fame a…

 

centro commerciale

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Tutto quello che non vi dicono sul centro commerciale che è comodamente aperto anche la domenica: da orari da incubo a stipendi da fame a…

 

Approfondimento GDO – Commercio: orari da incubo, stipendi da fame.

 

Pubblichiamo un approfondimento sul Commercio che diffonderemo a partire da domani in occasione dello sciopero della GDO. Il volantone fa parte della nostra campagna rivolta ai lavoratori del settore, attualmente teatro dei principali attacchi provenienti dal padronato. Lo smantellamento dei contratti integrativi (Ikea), il licenziamento in tronco di migliaia di lavoratori (Auchan) e lo sfondamento totale sulla questione degli orari, con negozi che rimangono aperti 24H (Carrefour l’apripista) sono solo un’anticipazione di ciò che potrebbe succedere anche in altri settori. L’unica strada percorribile per non sottomettersi a questo ennesimo attacco è l’unità fra lavoratori, all’interno del posto di lavoro così come fra vari settori, al di là delle sigle di appartenenza. Questa è l’arma che fa tremare il padronato e scavalca gli ostacoli posti spesso e volentieri dai dirigenti sindacali. Uniti possiamo tutto, divisi non siamo nulla.

Crisi economica e Commercio: quando il gatto si morde la coda

Una delle tante trovate del capitalismo italiano per tamponare la crisi economica che persiste dal 2008 è stata la liberalizzazione degli orari di apertura nel settore del Commercio. Con il decreto Salva Italia varato dal Governo Monti nel 2011, ogni esercizio ha potuto decidere gli orari della propria attività, arrivando anche all’apertura 24 ore su 24, 365 giorni all’anno.

Si è trattato di un cambiamento di grande portata, soprattutto se pensiamo al numero di lavoratori coinvolti: la nuova disciplina ha infatti investito 750mila piccoli negozi, 170mila ambulanti, 10mila supermercati e 600 ipermercati, quindi milioni di addetti del Commercio, concentrati soprattutto nella GDO (Grande Distribuzione Organizzata).

La giustificazione posta a difesa del decreto era la spinta ai consumi che in teoria questa liberalizzazione avrebbe dovuto innescare, stimata da Federdistribuzione e governo in un aumento di 4 miliardi di euro di spesa, pari a circa il 2% dei consumi. Le cose sono andate diversamente, però. Nel 2012, anno dell’introduzione effettiva del Salva Italia, si è tenuto il peggior crollo dei consumi della storia repubblicana, con una flessione del 4,3% su base annua e un’ulteriore diminuzione del 2% nel 2013. Nei due anni successivi abbiamo assistito ad una sostanziale stagnazione del settore, in gran parte motivata dal calo dei prezzi, che al momento ha permesso di mantenere costanti i livelli di spesa delle famiglie (fonte dati: Confesercenti).

Lungi dall’essere uno stimolo al consumo, ciò che si è potuto riscontrare nel periodo successivo all’entrata in vigore della legge è stata invece una mera redistribuzione degli acquisti all’interno della settimana, a favore della domenica e a scapito degli altri giorni. Ciò nonostante, i centri commerciali continuano ad essere sempre aperti e a proliferare, soprattutto nel nord Italia, alternando l’inaugurazione di nuovi negozi al ridimensionamento o addirittura alla chiusura di altri.

Questo giochetto fa comodo non solo ai colossi della GDO, che si disfano di un esercizio non appena la redditività cade, ma ne giovano anche quei Comuni che ospitano nuovi centri commerciali: avallando la costruzione di metri cubi di cemento sperano di poter risanare parte del loro bilancio attraverso gli oneri di urbanizzazione.

Le ricadute sull’occupazione sono pari a zero, perché si crea da una parte distruggendo dall’altra e poco importa se questo mec­canismo consente la perpetrazione di speculazioni e sfruttamento del territorio, spesso operato anche dalla malavita organizzata. Purtroppo abbiamo già visto questo film proprio con la dismissione delle grandi fabbriche a favore di una speculazi­one edilizia spaventosa, che ha ingrassato i palazzinari, addirittura aggravando il problema casa.

L’altra favola raccontata all’epoca del Salva Italia era l’aumento dei posti di lavoro che sarebbe scaturito dalle aperture domenicali e festive: anche in questo caso una bolla di sapone. Il Commercio non si è distinto, anzi, è in linea con l’aumento della disoc­cupazione che caratterizza pressoché tutti i settori (attualmente al 13% su scala nazionale, toccando l’apice del 45% tra i giovani.) L’aspetto più paradossale di questa vicenda è che si chiede flessibilità oraria ma i posti di lavoro continuano a diminuire.

La liberalizzazione degli orari ha addiritura penalizzato fortemente la piccola distribuzione: nei 18 mesi successivi al decreto, il settore ha registrato un saldo negativo di quasi 32mila aziende, con la perdita di oltre 90mila posti di lavoro. Attualmente in Italia ci sono 500mila esercizi commerciali sfitti e dei 700mila esistenti, circa la metà è a rischio chiusura (fonte dati: Confesercenti).

Il Salva Italia è un gatto che si morde la coda e non riesce a salvare nemmeno se stesso. A pagare sono sempre i lavoratori: l’80% degli addetti del Commercio (circa 2 milioni) è costretto a lavorare la domenica e i festivi, giorni in cui la maggior parte delle persone è a riposo, quindi con ripercussioni importanti sul tempo libero e la vita familiare (fonte dati: Confesercenti).

Il mondo della GDO: lavori di più, pagato di meno

La liberalizzazione degli orari di apertura ha condotto a situazioni paradossali, come il caso di Carrefour, che tiene aperti 24 ore su 24 ben 77 negozi in tutta Italia rinunciando però ad aprirne di nuovi nel profondo sud perché la redditività non sarebbe abbastanza elevata. Va detto che anche gli altri giganti della GDO non sono da meno, perché la fuga dalle regioni meridionali riguarda pressoché tutti i marchi, con ripercussioni pesanti sui posti di lavoro.

La ricetta è quindi sfruttare di più chi è già impiegato, usando la disoccupazione come ricatto per far ingoiare continui peggioramen­ti. Proprio il ricatto di perdere il lavoro o di essere spostati a decine di km da casa, unito all’arrendevolezza dell’apparato sindacale, ha costretto i lavoratori del Commercio a subire una flessibilità sempre più sfrenata.

Dal 1997 ad oggi la legislazione in termini di tutele del posto di lavoro è andata sempre peggiorando e l’ultimo provvedimento varato, il Jobs Act del governo Renzi, ha definitivamente cancellato l’art. 18 per i nuovi assunti. La GDO è il teatro dove tutte le forme contrattuali, anche le più strampalate, sono state messe in atto con lo scopo di adattarsi il più possibile ai flussi di clientela. Non è difficile trovare lavoratori a tempo indeterminato, determinato, interinale, a chiamata all’interno dello stesso eser­cizio commerciale, magari assunti anche da ditte diverse Le figure più comuni sono a part-time perché solitamente soggette a turni e quindi più facilmente spostabili a seconda delle esigenze del negozio. L’assegnazione degli orari di lavoro all’ultimo, senza tener conto degli impegni dei dipendenti, è ormai un’abitudine consolidata in tutto il settore. Per un lavoratore è pressoché impossibile organizzarsi la vita al di fuori del negozio.

Oltre all’attacco sugli orari, va detto che le misure ap­provate nel decreto hanno conseguenze pesanti anche sullo stipendio: equiparando domenica e festivi ai giorni feriali, le maggiorazioni previste per il lavoro straordinario vengono a cadere. Non è un caso che anche in quelle realtà in cui il contratto integrativo azien­dale forniva ancora una tutela salariale, il padronato abbia deciso di dismetterlo cancellando in un sol colpo anni di contrattazione.

Il mantenimento degli accordi aziendali sta diventando sempre più problematico, soprattutto dopo che la bar­riera del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) è stata abbattuta con la firma di Cgil, Cisl e Uil nel rinnovo del 2015. In questo momento premi e incentivi previsti dai contratti interni sono sotto attacco: se ciò dovesse andare a buon fine si calcola un ribasso degli stipendi pari a circa il 20%, misura particolamente pesante per i part time, che nel settore sono la maggioranza.

La risposta dei sindacati: concertazione e autoritarismo

Il rinnovo contrattuale del 2011 si concluse con un accordo separato che vedeva la Cgil (Filcams) schierarsi contro Cisl e Uil, per una visione critica in particolare sulla limitazione del diritto alla malattia e sugli orari di lavoro. Al rifiuto della firma, però, la Cgil non fece seguire una campagna nazionale per riconquistare le tu­tele abolite. In questi anni, nel migliore dei casi, ha cercato di mantenere le ultime garanzie esistenti a livello aziendale accettando come un dato di fatto i peggioramenti subiti.

A marzo 2015, purtroppo, il nuovo CCNL è stato firmato anche dalla Cgil che stavolta ha ceduto su quegli stessi temi che ne aveva­no impedito la firma allo scorso rinnovo. Via libera dunque alle restrizioni sulla malattia, al lavoro domenicale senza maggiorazioni, alla banca ore e all’apprendistato selvaggio. A parole la Cgil ha criticato il Jobs Act, ma nella contrattazione del Commercio non è stata conquistata nessuna misura per limitare la nuova legislazione sul lavoro.

La capitolazione della Cgil non ha comportato un arretramento solamente dal punto di vista contrattuale. Per giustificare quanto fatto, i dirigenti Cgil ora devono applicare una linea più moderata e maggiormente concertativa anche all’interno delle vertenze. Non è un caso che durante la lotta Ikea proprio la Cgil abbia scelto di ricorrere a metodi autoritari, intimando ai propri delegati Rsu di allinearsi alle decisioni dei funzionari. In alcuni casi, si è arrivati addirittura a sollevare gli stessi rappresentanti dall’incarico, come successo nel negozio di Brescia.

I tradimenti sindacali non possono lasciarci indifferenti né devono farci cadere nel qualunquismo. Voltare lo sguardo dall’altra parte o sostenere che i dirigenti sindacali siano tutti uguali è semplice, ma non ci aiuterà ad avere maggiori tutele sul nostro posto di lavoro, nel Commercio come in qualsiasi altro settore. La risposta è ancora una volta nelle nostre mani, di noi che tutti i giorni andiamo a lavorare e ci scontriamo con arroganza e condizioni insopportabili. L’unità che fa la forza, quella che spaventa sia i padroni che i dirigenti sindacali, è proprio quella tra compagni di lavoro, tra coloro che subiscono i peggioramenti decisi sulle poltrone delle sale riunioni.

Proprio Ikea ci ha fornito un primo esempio di come sia necessario mantenere questa unità sviluppando forme di autor­ganizzazione e un dibattito collettivo tra colleghi, al di là della tessera di appartenenza. I sindacati sono uno strumento valido, ma solo se rispondono alle esigenze e ai bisogni di chi lavora. Dobbiamo riprendere in mano queste strutture quando è possibile e creare coordinamenti esterni quando i sindacati si trasformano in un freno per la lotta. Siamo noi i protagonisti e noi dobbiamo scegliere quale ruolo interpretare.

La strategia padronale: oggi tocca al Commercio, domani a tutti

Nel gennaio 2012 la Fiat usciva da Condindustria, inaugurando ufficialmente una stagione di svalutazione del contratto nazionale, peraltro già in corso negli stabilimenti, soprattutto a danno degli attivisti Fiom. La scelta di ritirarsi dall’associazione padronale ris­pondeva ad un disegno preciso di Marchionne: non sottomettersi a nessuno e avere le mani libere per imporre le proprie esigenze direttamente in fabbrica.

Il mondo della GDO ha riproposto questa strategia in grande stile, creando una vera e propria emorragia da Confcommercio: Au­chan, Carrefour, Coin, Despar, Esselunga, Ikea e Metro sono usciti per aderire a Federdistribuzione, attualmente sprovvista di CCNL. Evidentemente tutti gli sforzi fatti dai sindacati confederali per svendere il contratto non sono stati suf­ficienti. Oltre al danno, pure la beffa.

Auchan, Ikea, Coop e Gigante hanno addirittura annunciato la cancellazione del contratto integrativo. Auchan ha dichiarato quasi 1.400 licenziamenti, poi trasformati in dimissioni volontarie riuscendo a coprire il 90% degli esuberi, dato che segna una profonda sfiducia nei confronti del sindacato. Inoltre, i lavoratori rimasti, si trovano senza contratto aziendale, quindi con uno stipendio inferiore e meno diritti. Ikea, invece, ha ricattato i propri dipendenti subordinando l’erogazione del premio all’accettazi­one di un nuovo sistema di flessbilità oraria: i turni vengono imposti dal flusso di clientela e quindi soggetti a continui cambiamenti.

Ci sono state campagne di solidarietà verso i lavoratori di queste realtà, molte delle quali proponevano il boicottaggio del marchio o l’astensione dallo shopping la domenica. Riteniamo che queste posizioni possano essere valide a livello individuale, ma non abbiano la forza di ribaltare la situazione. Dicasi lo stesso per l’acquisto di prodotti equo e solidali in contrapposizione ai grandi marchi: lo sfruttamento esiste in tutte le realtà lavorative, da quelle mulinazionali a quelle equo e solidali, anche se meno evidente.

A queste campagne di opinione, che possono essere utili a porre in discussione il problema, desideriamo aggiungere una campagna di classe che miri ad unire i lavoratori, partendo dal presupposto che lo sfruttamento è un dato fondativo di questa società e per eliminarlo dobbiamo mettere in discussione tutto, non solo il giorno in cui andare a fare la spesa.

Gli attacchi subiti dai lavoratori del Commercio stanno avvenendo anche in altri settori, a partire dalla ristorazione collettiva e dal turismo. La diffusione di turni, banche ore, straordinari comandati è ormai un dato di fatto in molte realtà, anche nel mondo impiegatizio. Ecco che si genera un circolo vizioso: ci spingono a pensare che fare la spesa la domenica o andare al ristorante la sera tardi sia un’opportunità, ma la verità è che siamo costretti ad andarci in giorni ed orari improbabili proprio perché ci fanno lavorare in giorni ed orari improbabili. Oggi tocca al Commercio, domani toccherà a tutti.

Ci impongono questi sacrifici in nome di un profitto di cui non godremo mai, per risanare una crisi che non ab­biamo causato noi. Proprio per questi motivi la campagna contro l’aumento dell’orario di lavoro deve basarsi innanzitutto sulle nostre forze, rispedendo al mittente flessibilità oraria e contrattuale proprio adesso che siamo ancora in tempo.

La soluzione c’è: lavorare meno, lavorare tutti!

Spesso ci capita di sentirci impotenti di fronte a grandi aziende e multinazionali e pur percependo che qualcosa non quadra nel modo in cui funziona la società, ci pare di non sapere da dove cominciare per risanare la situazione. In realtà una prima, semplice proposta può servire ad invertire la rotta: la riduzione dell’orario di lavoro a parità di stipendio.

I colossi della GDO e come loro tante imprese hanno guadagnato milioni di euro negli scorsi decenni. Nonostante l’ammontare immenso di questi profitti, la società si è polarizzata ulteriormente e i ricchi lo sono sempre più, mentre il tasso di povertà è cre­sciuto in maniera costante. Ciò significa che quella ricchezza, prodotta innanzitutto da chi lavora, è stata redistribuita male, com’è normale che sia nel sistema capitalista.

La riduzione d’orario a parità di stipendio sarebbe dunque attuabile fin da subito se si imponesse i padroni di rinunciare ai profitti intascati con il nostro sudore. Ciò comporterebbe un reale aumento dei posti di lavoro, risolvendo una volta per tutte il problema della disoccupazione. I lavoratori avrebbero maggior tempo a disposizione da trascorrere con famiglie, amici e per dedicarsi ad attività ricreative. In questo modo ne gioverebbe tutta la società, che sarebbe meno alienata e culturalmente più attiva. Infine, riducendo l’orario di lavoro a parità di stipendio, potremmo far compere durante la settimana e garantire la chiusura dei templi del commercio la domenica, trasformando il circolo vizioso in un meccanismo virtuoso.

Questa battaglia è il primo passo fondamentale per porre un freno a tutte le misure peggiorative che stiamo subendo nei posti di lavoro ormai da oltre vent’anni a questa parte. Nel prossimo periodo il governo porrà in discussione altri diritti, a partire dalle pen sioni e dallo stato sociale. Promuovere una grande campagna per lavorare meno e lavorare tutti è il modo migliore per passare subito al contrattacco e dimostrare che non vogliamo cedere nemmeno sui rinnovi contrattuali previsti a breve: pubblico impiego, trasporto pubblico e metalmeccanici.

Lavoriamo in settori diversi e abbiamo contratti differenti, ma l’attacco condotto dal padronato è unanime e generalizzato. Noi lavoratori siamo sulla stessa barca e l’ammutinamento deve coinvolgere tutte le realtà, esprimendo solidarietà a chi lotta e riportan­do questa battaglia anche all’interno del nostro posto di lavoro. Uniti possiamo tutto, divisi non siamo nulla.

 

fonte: http://www.laragione.org

Big Pharma: distruggete quei farmaci, così aumentiamo i prezzi …Ecco come queste carogne sacrificano la vita della Gente all’altare del Dio Business

Big Pharma

 

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Big Pharma: distruggete quei farmaci, così aumentiamo i prezzi …Ecco come queste carogne sacrificano la vita della Gente all’altare del Dio Business

 

Big Pharma: distruggete quei farmaci, così aumentiamo i prezzi

Aspen Pharmacare accusata di aver eliminato forniture di medicinali anticancro per poter far lievitare i costi. Cresciuti nel Regno Unito del 1100%

LONDRA – Salta fuori un altro scandalo su Big Pharma. E stavolta fra le sue vittime c’è anche l’Italia. Sotto accusa è Aspen Pharmacare, un’azienda farmaceutica sudafricana che ha il quartiere generale europeo a Dublino. Tra il 2012 e il 2014, secondo rivelazioni del Times di Londra, la società discusse la distruzione di forniture di medicinali che possono salvare la vita a pazienti malati di leucemia e di altre forme di cancro del sangue, allo scopo di imporre aumenti fino al 4mila per cento dei prezzi dei prodotti ai propri clienti, tra cui la sanità pubblica italiana, spagnola, britannica e di altri paesi.

A causa degli aumenti, per esempio, il costo del Busulfan, un medicinale prescritto ai malati di leucemia, in Gran Bretagna è cresciuto da 5 a 65 sterline a confezione nel corso del 2013, un incremento del 1100 per cento. Nel 2009 la Aspen aveva acquistato i diritti per un portafoglio di farmaci oncologici da un altro gigante del settore, la GlaxoSmithKline (Gsk), per 273 milioni di sterline. In cambio, la Gsk ha ricevuto il 16 per cento della Aspen, che da allora ha rivenduto per 1 miliardo e 700 milioni di sterline (oltre 2 miliardi di euro).

I farmaci in questione sono efficaci nella terapie contro vari tipi di cancro del sangue, in particolare per curare bambini e anziani. Non esistono terapie alternative. L’anno scorso, dopo un’inchiesta analoga del Times, il governo britannico ha introdotto leggi che permettono allo stato di imporre a un’azienda prezzi più bassi se quelli fissati vengono giudicati eccessivi e legislazioni analoghe sono state approvate o sono in discussione altrove in Europa. Ma nel periodo dell’indagine del quotidiano londinese non esistevano restrizioni simili. E dunque Big Pharma aveva un solo limite agli aumenti indiscriminati dei prezzi: la propria coscienza. Che a quanto pare non ha frenato l’azienda sudafricana.

In base ai documenti ottenuti dal Times, la Aspen ha condotto “aggressivamente” i negoziati con il sistema sanitario nazionale italiano e con altri in Europa, creando artificialmente un deficit nelle forniture dei medicinali o minacciando di interromperle del tutto per costringere le autorità ad accettare le richieste di aumenti vertiginosi. Nell’ottobre 2013, scrive il quotidiano, Aspen avvertì l’Italia che avrebbe smesso di fornire i farmaci se il nostro governo non avesse accettato un incremento dei prezzi del 2100 per cento entro tre mesi. In seguito le autorità italiane hanno approvato forti aumenti, ma nel frattempo ci sono state carenze dei medicinali orchestrate appositamente dalla Aspen per mettere sotto pressione la nostra sanità.

Il giornale riferisce il caso di un farmacista italiano che scrisse alla Aspen e al distributore italiano lamentandosi che era costretto a scegliere a quale tra due famiglie con un bambino malato di cancro dare l’unica confezione di farmaco che aveva, come risultato delle mancate forniture da parte dell’azienda. E in Spagna, davanti alla iniziale resistenza delle autorità agli aumenti, un dirigente dalla Aspen rispose che se il governo non accettava gli aumenti, “l’unica possibilità” per l’azienda sarebbe stata quella di “donare o distruggere i medicinali”. In un’altra email, un funzionario della Aspen osserva che la società avrebbe potuto guadagnare di più vendendo in Spagna i farmaci destinati all’Italia, anche se ciò avrebbe lasciato l’Italia a corto dei medicinali necessari alle cure previste.

Interpellato dal Times, Dennis Dencher, amministratore delegato della Aspen Pharma Europe, afferma che gli aumenti dei prezzi erano “al livello appropriato per promuovere la sostenibilità a lungo termine” dei farmaci. E un portavoce della Gsk commenta che la sua azienda “non era coinvolta nelle decisioni sui prezzi dei medicinali, dopo averne venduti i diritti alla Aspen”. Tutti con la coscienza a posto, dunque. E ai malati una sola opzione: pagare di più o morire.

 fonte: http://www.repubblica.it/salute/2017/04/14/news/aspen_farmaci_cancro_costo-162973391/

Glifosato – Le proteste in tutti Europa? Milioni di firme raccolte? La salute della Gente? A “loro” non glie ne frega una beata minchia! Commissione Europea favorevole al rinnovo del pesticida per altri 15 anni…!!

Glifosato

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Glifosato – Le proteste in tutti Europa? Milioni di firme raccolte? La salute della Gente? A “loro” non glie ne frega una beata minchia! Commissione Europea favorevole al rinnovo del pesticida per altri 15 anni…!!

 

Glifosato, in arrivo lo scandaloso rinnovo a 15 anni

Non avevamo dubbi, la Commissione europea non aspettava altro che la sentenza (oscura) dell’ECHA per poter finalmente prorogare la concessione all’utilizzo del glifosato. Per loro è stata una liberazione, come se si fossero scrollati di dosso un problema che stava per esplodergli tra le mani. Il commissario europeo per l’agricoltura, Phil Hogan si è infatti detto “rincuorato dai recenti pareri delle agenzie europee” sul glifosato. Esprimendosi senza mezzi termini favorevole al rinnovo del pesticida per 10 o addirittura 15 anni. Questo mercoledì il collegio dei commissari discuterà proprio sulla durata di questa ennesima concessione.

A nulla sono valse le proteste organizzate praticamente in tutti Europa, le milioni di firme raccolte per impedire a questo pesticida di continuare a spopolare e la mobilitazione di una larga fetta del Parlamento europeo. Perché quando gli interessi di lobby e multinazionali è stringente, le maglie di questa Europa si allargano per fare favori a destra e a manca. Se poi, come in questo caso, ci si mette di mezzo anche la Germania (che tramite Bayer ha acquisito in “tempi più che sospetti” Monsanto) il gioco è fatto.

Ancora una volta la Commissione europea è insensibile al benessere dei cittadini e dimostra di non essere un’istituzione al servizio di quest’ultimi. Rinnovare il glifosato per 15 anni, dopo che è stato dimostrato come il parere delle agenzie europee fosse inquinato da interessi di varia natura, è una vera follia. Non rimane che attendere l’iter della cosiddetta “ICE”, l’Iniziativa dei Cittadini Europei, così da riportare la questione in Europa e tentare di bloccare e bandire questa sostanza una volta per tutte.

fonte: http://www.movimento5stelle.it/parlamentoeuropeo/2017/04/glifosato-in-arrivo.html