Non solo olio, formaggio e agrumi – Ecco che l’Unione Europea, con la complicità di Renzi e Di Martina, attacca anche il nostro vino.

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Non solo olio, formaggio e agrumi – Ecco che l’Unione Europea, con la complicità di Renzi e Di Martina, attacca anche il nostro vino.

 

Continuano i criminosi attacchi europei alla nostra agricoltura con la complicità di Renzi e Di Martina.Dopo i formaggi,limoni ecc,anche i nostri vini.

Di Guido Rossi per lintellettualedissidente.it:

All’Europa non bastava voler abbassare gli standard qualitativi nella produzione dei prodotti caseari. Non le basta dunque ammettere la circolazione di formaggi e simili realizzati con oscenità come il latte in polvere. Adesso quella stessa Europa, un abominio burocratico e infame, vuole distruggere i nostri vini. La Direzione generale Agricoltura e Sviluppo Rurale della Commissione europea ha ipotizzato infatti – come fa sapere Coldiretti – “di liberalizzare l’uso nell’etichettatura di tutti i vini, compresi quelli senza indicazione geografica, di quei nomi di varietà che oggi sono riservati in virtù delle norme comunitarie vigenti”.

Detto altrimenti la Unione Europea vorrebbe consentire l’uso di denominazioni anche laddove non vi sia alcun riferimento geografico e territoriale; in pratica chiunque ed in qualunque parte del mondo potrebbe, in questo modo, mettere in etichetta il nome del vitigno coltivato. Significa che se questo ripugnante testo dovesse passare, potremmo ritrovarci a bere zibibbo, verdicchio, moscato d’asti, falanghina, nebbiolo, primitivo, nero d’avola e non si sa più quanti altri vini che invece di provenire da territori nostrani storici e tradizionali, curati con l’amore di intere generazioni, siano invece stati prodotti in Brasile, Spagna e perfino in Cina.

Il danno maggiore ancora una volta andrebbe, fra tutte le nazioni europee, proprio all’Italia, che è il primo Paese al mondo per produzione vitivinicola, con ben più di cinquecento (!) fra vini a denominazione di origine controllata (Doc), a denominazione di origine controllata e garantita (Docg) e a identificazione geografica tipica (Igt); questo ovviamente senza contare le migliaia di produzioni locali diffuse sul territorio nazionale. Il tutto per un fatturato stimato di circa 12 miliardi, che dà lavoro ad 1,25 milioni di persone.

La colpa più grave in tutto ciò è del nostro Presidente del Consiglio e del suo esecutivo, in particolare il ministro delle politiche agricole Martina, in generale una banda di castrati incapace di difendere il nostro territorio, la nostra agricoltura e dunque la nostra identità. Ma in fondo non c’è da stupirsi, il Pd è lo stesso che ha votato favorevolmente all’accesso temporaneo supplementare dell’Unione a 35.000 tonnellate (!), di olio d’oliva tunisino, senza far pagare a Tunisi un euro di dazio. Attenzione poi perché vi è un’enorme differenza fra “olio extra vergine di oliva” ed “olio di oliva”. Il primo è prodotto direttamente estraendo l’olio dalle olive raccolte (ed in Italia siamo famosi per la sua eccellenza), il secondo è invece un processo chimico mostruoso; viene infatti estratto dalla sansa di olive (ossia lo scarto), tramite solvente, un qualcosa di vagamente edibile, al quale viene aggiunta un’infima percentuale di olio extra vergine della peggior qualità.Oltre a ciò si ricordino altri vergognosi precedenti, come le oltre 200.000 tonnellate di riso cambogiato riversato nella distribuzione europea, anche questo senza pagare dazio alcuno. Inutile ricordare che anche nella produzione del riso siamo i primi in Europa, con oltre 150 varietà coltivate.

Tutto ciò come sempre ricorda sempre più il tremendo trattato transatlantico (TTIP), un patto finanziario tra U.S.A e Ue di solo vantaggio alle multinazionali, favorevoli ovviamente alla liberalizzazione totale e di ogni settore, dalla sanità all’edilizia, dall’allevamento all’agricoltura.Fa dunque ridere –diciamo così- che tanto l’olio tunisino quanto il riso cambogiano rientrino in un piano “di aiuto e solidarietà” verso Paesi disastrati economicamente. Giusto. Ma agli agricoltori italiani invece chi ci pensa?

Di Guido Rossi

Fonte: lintellettualedissidente.it

Incredibile, ma vero: i Cinesi ci sommergono tutti i giorni con le loro peggiori porcherie… Però dicono stop al nostro gorgonzola con la scusa della “sicurezza alimentare”

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Incredibile, ma vero: i Cinesi ci sommergono tutti i giorni con le loro peggiori porcherie… Però dicono stop al nostro gorgonzola con la scusa della “sicurezza alimentare”

 

Lo stop dei cinesi al gorgonzola con la scusa della sicurezza alimentare
La Cina ha da tempo bloccato l’importazione dall’Europa di formaggi con muffe come gli italiani gorgonzola e taleggio e i francesi camembert e roquefort e ora il vicedirettore per l’Europa del ministero del Commercio cinese, Wu Jing-chun ha spiegato che “non c’è alcun problema politico”, bisogna solo ridefinire alcuni parametri igeinico-sanitari legate alle muffe. Ma la scusa di Pechino non è troppo convincente.

Ritieni: “I ceppi delle muffe sono controllati”

Ma questi formaggi possono rappresentare un rischio sanitario per i consumatori? Ci aiuta a rispondere il professor Alberto Ritieni docente di Chimica degli Alimenti all’Università Federico II di Napoli, firma nota ai nostri lettori e autore insieme a Riccardo Quintili del libro Miti Alimentari edito da Salvagente: “Per produrre i formaggi erborinati bisogna aggiungere nella lavorazione dei determinati ceppi di muffe. Parliamo di sostanze selezionate e testate che non solo vengono analizzate in modo rigoroso ma non posseggono neanche i geni che possono ad esempio far nascere le micotossine, alcune delle quali tossiche per l’uomo”. Parliamo quindi di funghi selezionati e sicuri che producono muffe capaci di donare sapore e profumi inconfondibili al formaggio ma completamente sicure per la salute umana.
Nel gorgonzola ad esempio vengono aggiunti nel latte ceppi di penicillium che sono selezionati e controllati in modo costante. “Chi produce formaggi di questo tipo con tutti i crismi – conclude il professor Ritieni – non espone in alcun modo il consumatore a dei pericoli. Per entrare nello specifico: se il governo di Pechino pone la questione sulla conta delle muffe, deve sapere che i produttori onesti non potranno mai inserire nella lavorazione dei formaggi elementi tossici per l’uomo”.

Una barriera doganale “mascherata”

Nonostante le rassicurazioni che arrivano dal governo di Pechino – “non è uno stop politico” – e scartate gli allarmi sulla sicurezza alimentare,  è chiaro che il blocco alle importazioni invece è un modo per penalizzare i cibi made in Ue.
Il braccio di ferro con il governo di Pechino potrebbe tuttavia risolversi entro breve tempo visto che la Ue è disponibile a rivedere i parametri 2010 – molto bassi sulle muffe – per superare gli ostacoli cinesi.
fonte: https://ilsalvagente.it/2017/09/11/lo-stop-dei-cinesi-al-gorgonzola-con-la-scusa-della-sicurezza-alimentare/25738/

Parmesan grattugiato al 100%, ma dentro c’è quasi un 10% di segatura? In America è legale. E con TTIP e CETA lo sarà anche in Italia…!

 

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Parmesan grattugiato al 100%, ma dentro c’è quasi un 10% di segatura? In America è legale. E con TTIP e CETA lo sarà anche in Italia…!

 

Parmesan grattugiato al 100% (con un po’ di legno)? Negli Usa (e non solo) si può

La scritta che campeggia in etichetta parmesan grattugiato al 100%? Non ci avrete mica creduto? È solo un modo di dire…

È più o meno questa la conclusione di decine di cause contro i produttori statunitensi del calibro di Kraft Heinz, Walmart, Target, Albertsons, Publix, giudicate dal giudice federale Gary Feinerman in Illinois.

Che ha respinto in un sol blocco tutte le azioni promosse dai consumatori in diversi Stati. I cittadini sostenevano di essersi fidati della scritta che campeggiava sulla confezione tranne poi scoprire che  che oltre al formaggio e a qualche additivo, nel grattugiato c’erano anche quantità dell’8,8% di polvere di cellulosa.

LA SEGATURA NEL FORMAGGIO?

Il caso era finito su molti giornali lo scorso anno, dopo che agli onori della cronaca (specie italiana) erano finiti titoli del tipo “Segatura nel parmisan” o “Legno nel formaggio Usa”. Titoli ad effetto per descrivere quello che in realtà fanno in molti. E non solo negli Usa. Di fatti la cellulosa è utilizzata come antiagglomerante, serve insomma a far sì che il grattugiato non si “ammassi”. Ed è usata anche in Italia, seppure solo nei mix di formaggi grattugiati.
Ebbene, per il giudice Feinerman “Formaggio parmesan grattugiato al 100%” è un’affermazione ambiguache è aperta a molteplici interpretazioni.
“Sebbene possa essere interpretato come un prodotto al 100% di formaggio e nient’altro, potrebbe anche essere un’asserzione che il 100% del formaggio è parmesan o che il formaggio sia grattugiato al 100%” ha spiegato il giudice dell’Illinois.

LA COLPA? DEI CONSUMATORI

Oltre al danno, poi, ha aggiunto la beffa, dando degli “irragionevoli”, ai consumatori: “Un consumatore ragionevole saprebbe che il formaggio puro non è stabile a temperatura ambiente e non può stare in imballaggi sigillati in un negozio di alimentari per lunghi periodi di tempo”, ha concluso il giudice. Con buona pace di chi ancora si fidava delle confezioni…

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/08/28/parmesan-grattugiato-al-100-con-un-po-di-legno-negli-usa-e-non-solo-si-puo/25398/

Non solo olio, frutta e agrumi: Ecco l’invasione di pecorino straniero – L’Ue mette in ginocchio l’Italia – Rivolta dei pastori sardi, ma i Tg non dicono una parola !!

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Non solo olio, frutta e agrumi: Ecco l’invasione di pecorino straniero – L’Ue mette in ginocchio l’Italia – Rivolta dei pastori sardi, ma i Tg non dicono una parola !!

Avevamo postato quest’articolo giusto un anno fa. Poi anche noi ce ne siamo dimenticati, complici i media che si guardano bene dal dire qualcosa che minimamente può dar fastidio a quelle carogne che siedono nel nostro parlamento.

Eppure lo abbiamo toccato con mano, un giro in Sardegna (il regno del pecorino) e l’amara costatazione che, ad occhio e croce, molto più del 50% dei formaggi della grande distribuzione viene dall’estero!

Incredibile, no? E chi dobbiamo ringraziare per tutto questo? Inutile ripeterlo per l’ennesima volta!

Invasione di pecorino straniero: l’Ue mette in ginocchio l’Italia

A Cagliari la rivolta dei pastori sardi contro l’invasione di pecorino straniero.

 

Sulla busta il nome “pecorino” e una mucca sorridente a fare da accompagnamento. Cosa c’entri un bovino con il pecorino romano, non si capisce.

Ma è quello che si vede sulle confezioni dei prodotti “taroccati” negli Usa, in Cina e nell’Est Europa e poi venduti come italiani. Anche se di nostrano non hanno nulla.

Pecorino, il made in italy in ginocchio

Oggi gli allevatori della Sardegna sono scesi in piazza per protestare contro l’invasione di formaggio straniero. Le importazioni, infatti, sono praticamente triplicate (+ 181%) nel 2015 per un totale di 2,9 milioni di chili. A dimostrarlo uno studio della Coldiretti dal titolo: “Pecorino Made in Italy sotto attacco”. “Più di 3 forme di formaggio di pecora straniero su 4 (78%) – si legge nel rapporto – sono arrivate in Italia nel 2015 dall’Europa dell’Est, in particolare dalla Repubblica Ceca e dalla Romania”. Un dato in crescita, ovviamente, da quando i paesi prima sotto l’ala dell’ex Unione sovietica hanno iniziato il loro avvicinamento all’Ue. Ma non è questo l’unico problema. Le regole di importazione in Europa, decise dalla Commissione Ue, hanno infatti lasciato troppo spazio alle imitazioni e hanno difeso troppo poco i prodotti italiani originali, nonostante le varie etichettature.

Negli Usa boom di pecorino tarocco

“Negli Stati Uniti 7 pecorini di tipo italiano su 10 sono “tarocchi” nonostante il nome richiami esplicitamente al Made in Italy”, scrive ancora la Coldiretti. Si parla di quasi 24,96 milioni di chili, con una crescita esponenziale negli ultimi 30 anni. Un flusso che non funziona al contrario, visto che gli le partenze di prodotti originali dall’Italia verso gli Usa si sono fermate ad appena 10,81 milioni di chili. Un dato su cui pende come la spada di damocle il trattatoTTIP (in via di definizione) sul libero commercio tra Usa e Ue. Più volte i parlamentari italiani hanno evidenziato il rischio che questo accordo possa aggravare il flusso in entrata di prodotti “fac simile” a basso costo, senza generare un incremento simile nelle esportazioni.

Dal Romano cheese degli Stati Uniti, al pecorino Friulano del Canada fino al Sardo argentino o il Pecorino cinese, tutti questi formaggi sono realizzati rigorosamente con latte di mucca. Ma spacciati per pecorino. Con buona pace dei consumatori. E dei produttori italiani.

 

(Fonte)