Grano, dopo l’indagine di Report il M5s all’attacco: “Indicare nell’etichetta della pasta la presenza di glifosato”

 

Report

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

Grano, dopo l’indagine di Report il M5s all’attacco: “Indicare nell’etichetta della pasta la presenza di glifosato”

Leggi: Anche Report conferma: la pasta che mangiamo? Fatta col grano al glifosato canadese! …E racconta come ci stanno avvelenando!

Grano, dopo ‘Report’ i grillini all’attacco: “Indicare nell’etichetta della pasta la presenza di glifosato”

Abbiamo già illustrato e commentato l’approfondimento che la trasmissione della RAI – Report – ha dedicato al grano duro e alla pasta. La politica registra la prima presa di posizione ufficiale: un’interrogazione ai Ministri Beatrice Lorenzin e Maurizio Martina nella quale si chiede di inserire nelle etichette della pasta l’eventuale presenza di glifosato a tutela dei consumatori. In calce il testo di un’altra interrogazione dei grillini sempre sul glifosato

Abbiamo già commentato l’approfondimento che la trasmissione della RAI – Report – ha dedicato al grano duro. Programma che non è passato inosservato, se è vero che il parlamentare nazionale del Movimento 5 Stelle, Mirko Busto, ha già presentato un’interrogazione al Governo, con riferimento al Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, e al Ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina.

“Inserire nell’etichetta della pasta la presenza di glifosato – scrive il parlamentare grillino – il pesticida della Monsanto (in realtà, si tratta di un erbicida ndr) più usato al mondo, specificandone i contenuti; rivedere il limite massimo previsto per la messa in circolazione e garantirne il monitoraggio nell’ambito dei controlli effettuati dagli uffici dell’Asl preposti sul territorio”.

“In base ai risultati diffusi dalla trasmissione TV Report – leggiamo sul sito di GranoSalus – il glifosato è stato rilevato nei campioni di tutt’e sei i marchi di pasta italiana più venduti. Anche se si tratta in tutti i casi di valori molto bassi, e quindi inferiori al limite massimo consentito, non è detto che i consumatori siano tutelati”.

“Infatti – spiega il parlamentare grillino Busto – in base alle dichiarazioni della dottoressa Belpoggi, dell’istituto Ramazzini di Bologna, che citava recenti studi scientifici, anche quantità minime di glifosato, agendo come interferente endocrino, possono avere un’azione genotossica, alterare lo sviluppo sessuale e la flora batterica intestinale. Chiediamo pertanto al Governo di farsi promotore, presso le istituzioni UE e in tutte le sedi competenti di un adeguamento della normativa nel rispetto del principio di precauzione”.

“E’ evidente – prosegue il parlamentare nazionale del Movimento 5 Stelle – che non basta vietare l’uso del glifosato nel territorio UE, ma occorre tracciarne l’ingresso alle Dogane, e renderlo visibile in etichetta, in totale trasparenza. Solo così – conclude Busto – potremo tutelare la salute dei consumatori e valorizzare il Made in Italy che usa grano non trattato con il glifosato”.

Insomma, il parlamentare pentastellato pone il tema che GranoSalus e I Nuovi Vespri sottolineano da tempo: non si può vietare in Europa l’uso del glifosato e poi non controllare il grano che arriva con le navi in Italia.

E’ molto importante, inoltre, la richiesta – avanzata dal deputato grillino – di indicare nell’etichetta della pasta l’eventuale presenza di glifosato.

E’ noto che il Governo italiano ha disposto, a partire dal prossimo anno, l’indicazione dell’origine del grano nella pasta prodotta in Italia. Su questo tema il dibattito è in corso.

La Barilla, ad esempio, ha già manifestato la propria contrarietà.

Anche in Canada sono molto in ansia per questo provvedimento.

Noi, invece, abbiamo manifestato le nostro perplessità, perché a nostro modesto avviso, oltre alle indicazioni contenute nelle etichette della pasta – di certo importanti – è necessario far conoscere ai cittadini-consumatori cosa c’è dentro i pacchi di pasta, con riferimento, soprattutto, alle eventuali presenza di glifosato e di micotossine.

Non possiamo non notare che la richiesta avanzata dal parlamentare Busto va proprio nella direzione chiesta da GranoSalus e da I Nuovi Vespri: e cioè chiarezza massima sull’eventuale presenza di contaminanti, anche se presenti entro i limiti consentiti dalla legislazione.

Anche perché – è il caso della pasta – se sulla tavola può finire un prodotto che non contiene sostanze contaminanti i consumatori non possono che guadagnarci. E la pasta prodotta con il grano duro del Sud Italia non contiene né glifosato, né micotossine DON.

Foto tratta da greenme.it

Interessante anche questo altro atto parlamentare a firma dei deputati del Movimento 5 Stelle:

BUSTO, DAGA, DE ROSA, MICILLO,
TERZONI, ZOLEZZI e VIGNAROLI. — Al
Ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio
e del mare. — Per sapere – premesso
che:
il glifosato è un diserbante commercializzato
sin dagli anni ’70 e largamente
usato per fini agricoli ed urbani;
diversi studi scientifici avvertono sul
rischio connesso all’uso del glifosato in
relazione allo sviluppo di patologie tumorali,
anche infantili, e malattie neurodegenerative.
Esso è riconosciuto, dagli anni
’80, come un interferente endocrino e, da
uno studio pubblicato su The Lancet oncology,
è correlato al linfoma non-Hodgkin.
Sono note, inoltre, le ripercussioni ambientali
dell’uso del glifosato in termini di dissesto
idrogeologico e riduzione della biodiversità;
l’Agenzia internazionale per la ricerca
sul cancro (Iarc), in « iarc monographs volume
112: evaluation of five organophosphate
insecticides and herbicides », ha inserito
il glifosato nella classe 2A, « probabilmente
cancerogeno per gli esseri umani »;
l’agenzia americana Oehha (Office of
Environmental Health Hazard Assessment),
ha definito cancerogeno, già dal 2015, il
diserbante. Da qui la decisione della California
di riportare l’indicazione di cancerogenicità
sull’etichetta dal 7 luglio 2017;
l’Agenzia europea per le sostanze chimiche
(Echa), nel marzo 2017, e l’Efsa nel
2016 hanno affermato, per contro, la non
cancerogenicità del glifosato. Lo studio dell’Efsa
è alla base della scelta della Commissione
di prolungare la sua autorizzazione
fino a dicembre 2017;
l’inchiesta giornalistica « Monsanto Papers
» ha denunciato conflitti di interesse
nella valutazione dell’Efsa. Ulteriori dubbi
sono stati sollevati dal confronto, pubblicato
da fonti giornalistiche, tra la richiesta
di rinnovo dell’autorizzazione della Monsanto
del 2012 e la relazione dell’Efsa. La
denuncia riguarda un centinaio di pagine
delle relazioni Monsanto copiate nella relazione
dell’Efsa;
il 22 settembre è iniziata la discussione
tecnica a Bruxelles sulla possibile
proroga di dieci anni per l’impiego del
glifosato in Europa, mentre per il 5-6 ottobre
2017 è prevista la discussione in sede
politica;
la Francia ha dichiarato la volontà di
vietare completamente il diserbante entro
Atti Parlamentari — 50267 — Camera dei Deputati
XVII LEGISLATURA — ALLEGATO B AI RESOCONTI — SEDUTA DEL 27 SETTEMBRE 2017
il 2022. Insieme alla Svezia, inoltre, ha
ribadito la contrarietà al rinnovo in sede
europea;
oltre un milione di firme (1.300.000)
sono state raccolte dall’iniziativa dei cittadini
europei stop glifosato;
il Governo italiano si era dichiarato
contrario al rinnovo dell’autorizzazione al
glifosato, affermando la necessità di un
« piano glifosato zero », astenendosi poi durante
il voto del 2016 –:
quale sia la posizione del Governo
rispetto al rinnovo dell’autorizzazione relativa
al glifosato e quali iniziative, in applicazione
del principio di precauzione, il
Ministro interrogato abbia intenzione di
intraprendere per vietare definitivamente e
in maniera permanente la produzione, la
commercializzazione e l’impiego di tutti i
prodotti a base di glifosato. (5-12307)

 

 

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/11/02/grano-dopo-report-i-grillini-allattacco-indicare-nelletichetta-della-pasta-la-presenza-di-glifosato/#_

Made in Italy. La guerra della pasta arriva al Tar: l’industria italiana respinge l’obbligo di indicare da dove viene il grano. Difende il suo sacrosanto diritto di farci mangiare qualunque porcheria a nostra insaputa!

 

grano

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

Made in Italy. La guerra della pasta arriva al Tar: l’industria italiana respinge l’obbligo di indicare da dove viene il grano. Difende il suo sacrosanto diritto di farci mangiare qualunque porcheria a nostra insaputa!

Scrive L’Avvenire:
Made in Italy. La guerra della pasta arriva al Tar

L’industria italiana respinge l’obbligo di indicare da dove viene il grano

Dieci giorni fa Aidepi, l’Associazione delle Industrie del dolce e della pasta italiane, ha presentato ricorso al Tar del Lazio contro la cosiddetta ‘etichetta Made in Italy’, che obbliga a indicare l’origine del grano duro sulle confezioni di pasta che troviamo sugli scaffali. Il provvedimento, oggetto di un decreto del Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, entrerà in vigore il prossimo febbraio, obbligando i produttori a trasmettere in etichetta il o i Paesi in cui è stato coltivato il grano e dove sono state ottenute le semole (se siano Ue, non Ue, Ue e non Ue). Ma i pastai non ci stanno e sono compatti nell’esprimere il proprio dissenso, mai celato nemmeno in questi mesi di discussione sul tema. Oltre al ricorso al Tar, hanno fatto anche una segnalazione alla Commissione europea, attraverso una lettera che sottopone all’attenzione di Bruxelles la questione.

«Il decreto è fatto male – tuona Riccardo Felicetti, presidente dei pastai di Aidepi – non informa correttamente il consumatore, rischia di far credere che ciò che conta per una pasta di qualità è l’origine del grano». E poi «riduce la nostra competitività all’estero perché introduce un obbligo che comporta costi aggiuntivi solo per noi e non per i nostri concorrenti». Oggi l’export di pasta pesa circa il 50% sul fatturato di questo prodotto, ma secondo stime di Aidepi con la nuova etichetta verrebbe perso il 5-7% annuo delle quote di mercato. È dunque contrapposizione netta al governo. «Il rischio – ha spiegato ieri Paolo Barilla, vicepresidente della Barilla e presidente della International pasta organisation – è che sulla spinta del decreto in Italia si semini più grano, ma non è detto che si semini grano di alta qualità, perché ci vuole qualche anno per migliorare la varietà e fare un lavoro più completo».

Arriva anche la replica della Coldiretti, da sempre schierata a favore delle etichette da apporre alle confezioni: quella di avversare il decreto sarebbe «una decisione che va contro gli interessi dell’81% dei consumatori che chiedono che venga indicata in etichetta l’origine del grano utilizzato nella pasta secondo la consultazione pubblica online sull’etichettatura dei prodotti agroalimentari condotta dal Ministero delle Politiche agricole – puntualizza il presidente Roberto Moncalvo – ancora una volta la rappresentanza industriale dei pastai preferisce agire nell’ambiguità contro gli interessi dell’Italia e degli italiani che chiedono trasparenza». «Ci piacerebbe usare il 100% di grano italiano – precisa Felicetti – ma non c’è a livello di volume e nemmeno di qualità». Il grano italiano non è sufficiente e quella che manca è l’uniformità del raccolto: «Il 10% del nostro grano è eccellente, il 50% circa è di qualità media, il restante non ha gli standard di qualità della legge di purezza», specifica Barilla.

Il Canada è uno dei grandi granai mondiali e uno dei principali Paesi da cui gli italiani acquistano partite di materia prima. Per Moncalvo di Coldiretti, senza etichetta «si vuole impedire ai consumatori di conoscere la verità privandoli di informazioni importanti come quella di sapere se nella pasta che si sta acquistando è presente o meno grano canadese trattato in preraccolta con il glifosate, accusato di essere cancerogeno e per questo proibito sul grano italiano». Da parte sua Aidepi difende invece la scelta, spiegando come i livelli di glifosato utilizzato in Canada siano «molto al di sotto della soglia che dà ripercussioni negative sulla salute». Intanto il prossimo 25 ottobre si celebra il 19esimo ‘World pasta day”. Per l’occasione in tutto il mondo pastai e chef doneranno 3 milioni di porzioni di pasta, di cui 160mila in Italia, che verranno consegnate alla Caritas Diocesana per aiutare gli indigenti di 12 regioni.

 

fonte: https://www.avvenire.it/economia/pagine/la-guerra-della-pasta-arriva-al-tar

Occhio all’etichetta: quando il cibo non è quello che sembra

 

etichetta

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

Occhio all’etichetta: quando il cibo non è quello che sembra

mpariamo a leggere le etichette alimentari e a riconoscere le diciture ingannevoli che possono indurci all’acquisto di un prodotto differente da quello che crediamo

Leggere le etichette dei prodotti, si sa, è di fondamentale importanza per fare degli acquisti consapevoli, ancora di più se si tratta di alimenti: sapere cosa abbiamo sulla tavola è un diritto di ogni consumatore. Esistono tuttavia delle diciture non sempre trasparenti che spesso possiamo ritrovare nelle targhette alimentari e che ci possono trarre in inganno.

La funzione principale delle etichette è quella di informare i consumatori, tuttavia occorre dire anche che è il mezzo attraverso il quale i produttori cercano di attirare l’attenzione e la fiducia dei propri clienti, utilizzando talvolta determinate parole piuttosto che altre. È un sottile strategia che si serve di parole, determinati aggettivi e l’omissione di alcuni dettagli per suggerire un’immagine allettante e rendere il più accattivante possibile il prodotto. In questo modo spesso il consumatore finisce per acquistare un prodotto differente da ciò che egli ritiene. Vediamo quali sono le diciture più frequenti e come scoprire cosa si cela dietro.

Naturale. Questo termine suggerisce sicurezza e qualità, tuttavia ciò non corrisponde sempre a realtà. È una scorrettezza utilizzare questa parola per prodotti alimentari in cui compaiono nella lista degli ingredienti anche sostanze chimiche o se si tratta di cibi di tipo industriale. Tuttavia, poiché non esiste una regolamentazione a livello legislativo circa questa dicitura, molte aziende tendono ad approfittarne.

Produzione artigianale. Questo binomio evoca nell’immaginario del consumatore l’idea di un prodotto autentico, genuino, fatto in casa. La verità è che dietro può esservi una produzione di tipo industriale che impiega anche ingredienti come additivi, coloranti ed emulsionanti. È il caso, ad esempio, di molti gelati spacciati come “artigianali” ma che in realtà sono ottenuti attraverso l’impiego di polveri industriali.

Prodotto a base di carne. Con questa terminologia si indica un prodotto che non è costituito prettamente da carne, anzi in genere ne contiene una minima parte. In genere a tali elaborati vengono aggiunti conservanti, additivi, esaltatori di sapidità, acqua e coloranti.

Preparato di. Questa dicitura in genere è seguita da un tipo di carne (tacchino, pollo, manzo, ecc.) ed è in genere indice di un prodotto di qualità non eccelsa. Anche in questo caso l’ingrediente principale ed in percentuale maggiore non è la carne, ma tutto ciò che gli fa da “contorno”.

Marinato. Il termine normalmente fa pensare ad un determinato condimento a base di aceto, aglio e prezzemolo, che conferisce a carne e pesce un gusto prelibato. In realtà, nella maggior parte dei casi, i prodotti con tale dicitura nella confezione sono stati sottoposti unicamente ad un’aggiunta di acqua, che appare come secondo ingrediente nell’elenco riportato sull’etichetta.

100% di carne di. Una denominazione furba poiché chi acquista in genere pensa che si tratti di un prodotto costituito di sola carne. In realtà la percentuale sta ad indicare che tutta la carne contenuta nel prodotto è di un solo tipo di animale, ma questa carne può anche costituire il 70% del prodotto, il resto potrebbero essere altri ingredienti (grasso, lardo, interiora, scarti di lavorazione).

Al sapore di. Questa denominazione in genere la si trova sulle etichette dei dessert al cucchiaio e degli yogurt. “Al sapore di” indica in genere che sebbene il prodotto abbia il gusto di un determinato ingrediente, non è detto che lo contenga. Ad esempio si può gustare una crema al sapore di vaniglia ma che non contiene la vera vaniglia estratta dalla bacca bensì l’aroma di vanillina, ottenuta il più delle volte attraverso la sintesi chimica in laboratorio.

Nettare. Questa parola fa pensare a qualcosa di buono e naturale al contempo, ma in genere si tratta di un succo diluito con acqua con l’aggiunta di zuccheri, aromi e dolcificanti per renderlo più appetibile.

Italiano. Al richiamo di “Compra italiano” il consumatore medio è portato ad acquistare con fiducia i prodotti che riportano a chiare lettere questa denominazione. Anche in questo caso però occorre far attenzione e leggere se si tratta effettivamente di ingredienti coltivati o allevati in Italia o se si tratta piuttosto di ingredienti provenienti dall’estero e poi confezionati in Italia.

Tradizionale. L’immagine che questo termine richiama è simile a quella dell’artigianale: un prodotto buono, familiare, rassicurante. In verità le ricette tradizionali “della nonna”, come molti produttori amano rimarcare, poco hanno a che fare con i prodotti industriali che si fregiano di questo marchio.

fonte: http://www.breaknotizie.com/occhio-alletichetta-quando-il-cibo-non-e-quello-che-sembra/

Ricordate in ns. articolo: “Indicare l’origine del grano sulla pasta? La Barilla dice NO… Chiedetevi Perchè, soprattutto quando fate la spesa”? Beh, la norma alla fine è solo una presa per i fondelli. I produttori potranno ancora fare come gli pare a nostra insaputa!

grano

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

Ricordate in ns. articolo: “Indicare l’origine del grano sulla pasta? La Barilla dice NO… Chiedetevi Perchè, soprattutto quando fate la spesa”? Beh, la norma alla fine è solo una presa per i fondelli. I produttori potranno ancora fare come gli pare a nostra insaputa!

Ricordate il  nostro articolo dell’aprile scorso sull’opposizione di Barilla (e di altri grandi marchi) a segnalare sulle confezioni l’origine del grano?

Potete rileggerlo qui:

Indicare l’origine del grano nelle confezioni di pasta? La Barilla dice NO… Chiedetevi Perchè, soprattutto quando al supermercato fate la spesa!!

Non Vi sfuggirà che il solo fatto di opporsi, la dice lunga su quali porcherie contengono le paste industriali…

La nuova normativa avrebbe dovuto rendere obbligatoria indicazione di origine del grano a partire dal febbraio 2018.

Ma la norma che hanno partorito è una porcata. Tutela ancora una volta i produttori che potranno ancora fare quello che gli pare ed è solo una presa per i fondelli per i consumatori che, ancora, non potranno sapere cosa cavolo mangiano.

Riportiamo di seguito il nostro articolo al riguardo di qualche giorno fa:

Grano – La grande beffa dell’ obbligo di origine in etichetta. Ancora una presa per i fondelli per i consumatori. I produttori potranno ancora fare come gli pare a nostra insaputa!

Grano. Gagnarli: “La beffa della nuova etichettatura d’origine”

L’indicazione obbligatoria dal febbraio 2018 è destinata a non essere applicata e non garantisce i consumatori sulla reale presenza di grano nazionale nei pacchi di pasta italiani.

Con i nuovi decreti sull’etichettatura della pasta e del riso, dal prossimo febbraio sarà obbligatorio esplicitare sia la provenienza del grano, ovvero il suo Paese di coltivazione, sia il luogo della sua molitura. In pratica, se il grano duro è coltivato almeno per il 50% in un solo Paese, come ad esempio l’Italia, si potrà usare la dicitura “Italia e altri Paesi UE e/o non UE” in funzione dell’origine comunitaria o meno della restante metà. Idem per l’etichetta del riso dove dovranno essere chiaramente indicati sia il Paese di coltivazione sia quello di lavorazione e confezionamento. Il provvedimento ha diviso la filiera, da una parte i pastai che hanno sempre avuto ritrosia nel dichiarare apertamente che il 20-40% del grano utilizzato proviene da Australia, Canada, Francia o Stati Uniti, difendendosi dietro l’insufficienza della produzione italiana e la sua scarsa qualità proteica, dall’altra le associazioni di categoria degli agricoltori a difesa delle coltivazioni nazionali.

“Ma nel braccio di ferro tra Ministero delle Politiche Agricole e Ministero dello Sviluppo Economico il più grande sconfitto è, purtroppo, il consumatore – dichiara la deputata cortonese Chiara Gagnarli, vice-presidente della commissione Agricoltura alla Camera – L’etichetta, infatti, rischia di essere assolutamente ingannevole perché nessuna verifica può garantire che il grano italiano presente nel pacco di pasta che compriamo sia presente al 50% o all’1%. Il limite della percentuale inserita dal Governo non fa altro che raggirare i consumatori italiani. Sarebbe stata più onesta una generica dicitura ‘miscele di grani Ue/non Ue’ piuttosto che illudere tutti dell’acquisto di un prodotto in gran parte tricolore ma che, nei fatti, rischia di non esserlo. Per questo – continua Gagnarli (M5S) – presenteremo una interrogazione parlamentare per chiedere come il Governo intenda verificare la veridicità di ciò che verrà dichiarato in etichetta. Da sempre ci battiamo per una etichetta più trasparente ma questo provvedimento, che peraltro non ha rispettato le tempistiche indicate da Bruxelles, sembra essere più uno specchietto per le allodole che uno strumento in mano ai consumatori e alla filiera cerealicola nazionale”.

Le imprese italiane avranno 180 giorni di tempo per adeguarsi alla normativa nonché per smaltire le etichette e le confezioni già prodotte. I provvedimenti, nelle intenzioni del Governo, intendono anticipare la completa ed effettiva entrata in vigore del Regolamento comunitario 1169 del 2011 ma rischia, al contempo, di aprire una procedura d’infrazione da parte di Bruxelles ai danni dell’Italia.

fonte: http://www.arezzonotizie.it/politica/grano-gagnarli-la-beffa-della-nuova-etichettatura-dorigine/

Grano – La grande beffa dell’ obbligo di origine in etichetta. Ancora una presa per i fondelli per i consumatori. I produttori potranno ancora fare come gli pare a nostra insaputa!

 

Grano

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

Grano – La grande beffa dell’ obbligo di origine in etichetta. Ancora una presa per i fondelli per i consumatori. I produttori potranno ancora fare come gli pare a nostra insaputa!

Grano. Gagnarli: “La beffa della nuova etichettatura d’origine”

L’indicazione obbligatoria dal febbraio 2018 è destinata a non essere applicata e non garantisce i consumatori sulla reale presenza di grano nazionale nei pacchi di pasta italiani.

Con i nuovi decreti sull’etichettatura della pasta e del riso, dal prossimo febbraio sarà obbligatorio esplicitare sia la provenienza del grano, ovvero il suo Paese di coltivazione, sia il luogo della sua molitura. In pratica, se il grano duro è coltivato almeno per il 50% in un solo Paese, come ad esempio l’Italia, si potrà usare la dicitura “Italia e altri Paesi UE e/o non UE” in funzione dell’origine comunitaria o meno della restante metà. Idem per l’etichetta del riso dove dovranno essere chiaramente indicati sia il Paese di coltivazione sia quello di lavorazione e confezionamento. Il provvedimento ha diviso la filiera, da una parte i pastai che hanno sempre avuto ritrosia nel dichiarare apertamente che il 20-40% del grano utilizzato proviene da Australia, Canada, Francia o Stati Uniti, difendendosi dietro l’insufficienza della produzione italiana e la sua scarsa qualità proteica, dall’altra le associazioni di categoria degli agricoltori a difesa delle coltivazioni nazionali.

“Ma nel braccio di ferro tra Ministero delle Politiche Agricole e Ministero dello Sviluppo Economico il più grande sconfitto è, purtroppo, il consumatore – dichiara la deputata cortonese Chiara Gagnarli, vice-presidente della commissione Agricoltura alla Camera – L’etichetta, infatti, rischia di essere assolutamente ingannevole perché nessuna verifica può garantire che il grano italiano presente nel pacco di pasta che compriamo sia presente al 50% o all’1%. Il limite della percentuale inserita dal Governo non fa altro che raggirare i consumatori italiani. Sarebbe stata più onesta una generica dicitura ‘miscele di grani Ue/non Ue’ piuttosto che illudere tutti dell’acquisto di un prodotto in gran parte tricolore ma che, nei fatti, rischia di non esserlo. Per questo – continua Gagnarli (M5S) – presenteremo una interrogazione parlamentare per chiedere come il Governo intenda verificare la veridicità di ciò che verrà dichiarato in etichetta. Da sempre ci battiamo per una etichetta più trasparente ma questo provvedimento, che peraltro non ha rispettato le tempistiche indicate da Bruxelles, sembra essere più uno specchietto per le allodole che uno strumento in mano ai consumatori e alla filiera cerealicola nazionale”.

Le imprese italiane avranno 180 giorni di tempo per adeguarsi alla normativa nonché per smaltire le etichette e le confezioni già prodotte. I provvedimenti, nelle intenzioni del Governo, intendono anticipare la completa ed effettiva entrata in vigore del Regolamento comunitario 1169 del 2011 ma rischia, al contempo, di aprire una procedura d’infrazione da parte di Bruxelles ai danni dell’Italia.

fonte: http://www.arezzonotizie.it/politica/grano-gagnarli-la-beffa-della-nuova-etichettatura-dorigine/

Ed il Codacons si ribella: è assurdo! Non conosciamo l’origine di metà della nostra spesa!

Codacons

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

Ed il Codacons si ribella: è assurdo! Non conosciamo l’origine di metà della nostra spesa!

 

Bene per il Codacons l’obbligo di indicare in etichetta l’origine del latte e dei prodotti lattiero-caseari che scatta in Italia mercoledì 19 aprile.
“Da decenni chiedevamo un simile provvedimento e finalmente, dopo anni in cui i consumatori hanno totalmente ignorato la provenienza del latte bevuto e del formaggio mangiato, sarà possibile garantire piena trasparenza – spiega il Presidente Carlo Rienzi – Quello sul latte però è solo un primo passo: il Codacons chiede infatti di estendere l’obbligo di etichettatura d’origine alla totalità dei prodotti alimentari. Oggi per beni di elevato uso quotidiano come sughi e pasta regna il mistero, e non si conosce da quale paese del mondo provenga la materia prima. I consumatori, al contrario, hanno pieno diritto di sapere cosa mangiano perché l’origine dei prodotti modifica le scelte economiche degli utenti.

Pro-memoria – Indicare l’origine del grano nelle confezioni di pasta? La Barilla dice NO… Chiedetevi Perchè, soprattutto quando al supermercato fate la spesa!!

 

grano

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

All’indomani della beffa della nuova “etichettatura d’origine” che in buona sostanza non dice nulla al consumatore e consente al produttore di mettere nel prodotto qualunque porcheria proveniente da qualunque parte del mondo, Vi riproponiamo questo articolo di qualche mese fa…

Indicare l’origine del grano nelle confezioni di pasta? La Barilla dice NO… Chiedetevi Perchè, soprattutto quando al supermercato fate la spesa!!

 

Però a prevedere l’indicazione dell’origine del grano nelle confezioni di pasta è un decreto varato dal Governo Renzi (finalmente scopriamo una cosa giusta fatta da questo Governo!) e inviato a Bruxelles. Finalmente i consumatori potranno conoscere da dove arriva il grano utilizzato dalla grande industria della pasta. Basterà? Perché i controlli su tutti i derivati del grano proposti da GranoSalus restano comunque importanti.

Indicare l’origine del grano nelle confezioni di pasta, come prevede un decreto che il Governo Renzi ha inviato a Bruxelles il 18 novembre scorso? Alla multinazionale Barilla l’idea non piace. Lo dice senza giri di parole, in un articolo pubblicato dal Corriere della Sera on line, Luca Virginio, responsabile relazioni esterne del gruppo. Virginio ha espresso il proprio pensiero a margine della presentazione dei nuovi contratti di coltivazione per il grano duro di qualità per 900 mila tonnellate in 3 anni.

I decreto che non piace al gruppo Barilla prevede l’introduzione obbligatoria in etichetta dell’origine della materia prima. Nel caso della pasta, ovviamente, bisogna indicare da dove arriva il grano duro. Se è italiano bisogna dire che è italiano e da dove arriva; se è estero, bisogna scrivere in etichetta che è grano estero, indicando da quale Paese del mondo arriva.

Per l’Italia – Paese dove, come scriviamo spesso, arriva tanto grano duro dal Canada, pieno di glifosato e di micotossine – il decreto è una rivoluzione. Un provvedimento frutto dell’accordo raggiunto tra il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina, e il suo collega dello Sviluppo economico, Carlo Calenda (entrambi hanno fatto parte del Governo Renzi ed entrambi sono stati riconfermati dopo che Renzi è stato sostituito a Palazzo Chigi da Paolo Gentiloni).

Il dirigente del gruppo Barilla dice di nutrire “forti dubbi e perplessità sul decreto per l’origine della materia prima in etichetta della pasta che, nella sua versione attuale, confonderebbe i consumatori e indebolirebbe la competitività della filiera della pasta. L’origine da sola – aggiunge Virginio – non è infatti sinonimo di qualità. Inoltre, non incentiva gli agricoltori italiani a investire per produrre grano con gli standard richiesti dai pastai. A tutto svantaggio del consumatore, che potrebbe addirittura arrivare a pagare di più una pasta meno buona. E dell’industria della pasta, che con un prodotto meno buono, perderebbe quote di mercato, soprattutto all’estero”.

P.S.

L’origine del grano duro, da sola, non è sinonimo di qualità? Non siamo d’accordo con il responsabile delle relazioni esterne del gruppo Barilla. L’origine, soprattutto in un prodotto come il grano duro, non è solo sinonimo di qualità, ma è anche una garanzia per i consumatori. Soprattutto quando il grano duro estero contiene sostanze dannose per la salute umana.

Tuttavia, pur apprezzando lo sforzo del Governo italiano – che con questo decreto sta provando a valorizzare il grano duro italiano (che, lo ricordiamo, per l’80% è prodotto nel Sud Italia) – noi siamo un po’ più radicali e, come dicono dalle parti di GranoSalus, ricordiamo che l’etichetta, da sola, non basta.

Perché oggi, a causa degli effetti nefasti provocati dalla globalizzazione dell’economia, non è importante solo sapere cosa c’è scritto nelle etichette dei prodotti: ma è importante sapere cosa c’è dentro una confezione che conserva un prodotto. Nel caso della pasta è giusto che ci sia l’etichetta, con tanto di indicazione circa la provenienza del grano. Ma è ancora più importante che produttori di grano duro e consumatori promuovano i controlli sui prodotti confezionati.

Sotto questo profilo ci convince il programma di lavoro proposto dall’associazione GranoSalus e da altre associazioni che seguiranno questa strada. GranoSalus è un’associazione – che vede insieme tanti produttori di grano duro del Mezzogiorno d’Italia e tanti consumatori – che si propone di effettuare analisi su tutti i derivati del grano: pasta, pane, pizze, farine, semola, dolci e via continuando. 

Solo effettuando le analisi sui prodotti finiti – analisi che dovranno essere effettuate da vari soggetti ‘terzi’ – i consumatori potranno conoscere cosa arriva sulle loro tavole.

Chi non ha nulla da nascondere non dovrà temere né le informazioni scritte nelle etichette, né le analisi.

Questo è un modo per combattere gli effetti nefasti della globalizzazione. E, nel caso del grano duro prodotto nel Sud Italia, per tutelare e promuovere un prodotto che, grazie al clima, non contiene micotossine.

Non solo. I produttori di grano duro del Sud Italia non debbono seguire le indicazioni dei pastai, che chiedono un grano duro iperproteico per risparmiare sui costi di produzione. Un’alta percentuale di glutine non fa bene alla salute. Quando il mercato estero prenderà coscienza di ciò – e questo tempo si avvicina – molte cose cambieranno. 

Qui potete leggere l’articolo pubblicato dal Corriere della Sera 

tratto da: http://www.inuovivespri.it/2016/12/20/indicare-lorigine-del-grano-nelle-confezioni-di-pasta-la-barilla-dice-no/#more-18532

 

…Se avete ancora qualche dubbio, guardate anche questo video: QUI

 

La grande truffa dell’etichetta a semaforo per il cibo voluta dalle multinazionali: promossi Coca-Cola e cibi spazzatura. Bocciati Parmigiano e Olio di Oliva…!

 

etichetta a semaforo

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

.

 

La grande truffa dell’etichetta a semaforo per il cibo voluta dalle multinazionali: promossi Coca-Cola e cibi spazzatura. Bocciati Parmigiano e Olio di Oliva…!

Le 6 sorelle del cibo dicono sì al semaforo che promuove la Coca-Cola e boccia il Parmigiano.

Non capita tutti di avere una dichiarazione congiunta di sei colossi dell’industria alimentare che si mettono d’accordo per stabilire, in barba alle istituzioni europee e alla concorrenza, quale sistema di etichettatura adottare nel prossimo futuro. Le sei sorelle del Big Food Coca-Cola, Mars, Mondelez, Nestlé, PepsiCo e Unilever hanno annunciato che adotteranno il modello dell’etichetta a semaforo sullo stile inglese, molto criticato in Europa, ma i tre colori, rosso, giallo e verde saranno attribuiti a grassi, zuccheri, sale non riferiti a 100 grammi o ml di prodotto come avviene oggi in tutta Europa nella tabella nutrizionale bensì in base a quelli presenti per porzione.

Levata di scudi dell’Italia e di altri 15 Paesi europei contro la proposta. A Bruxelles, come ha segnalato per primo il sito Greatitalianfoodtrade, è in programma un tavolo tecnico nell’ambito della “Piattaforma Ue per la dieta, l’attività fisica e la salute“, in cui Coca Cola e Pepsi & Co, Mars e Mondelez, Nestlé e Unilever si accingono a dichiarare il loro appoggio al cosiddetto “traffic lights system”.

Il sistema “semaforico” fu introdotto nel 2013 su base volontaria dalla Gdo britannica col sostegno delle associazioni dei consumatori e poi recepito nel 2014 dall’amministrazione sanitaria d’oltremanica allo scopo di contrastare l’obesità. Consiste nell’apporre sulle confezioni dei prodotti alimentari una sintetica informazione sul contenuto di grassi, zuccheri e altri nutrienti, utilizzando i colori verde, giallo e rosso in misura delle quantità contenute e delle loro possibili ripercussioni sull’equilibrio di una sana alimentazione.

Ma l’etichetta a semafori ha suscitato la contestazione sia dell’industria alimentare che dei governi di molti Paesi, Italia in testa, che lo giudicano grossolano e penalizzante dei prodotti tipici di alcune aree, come quella mediterranea. Secondo Coldiretti, infatti, alcune eccellenze del made in Italy esportate in tutto il mondo come il Prosciutto di Parma, il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano, ma anche l’olio extravergine di oliva, sarebbero tra le vittime illustri di questo sistema grafico. L’approccio britannico crea infatti paradossi come il bollino rosso all’olio extravergine d’oliva e il verde alla bevanda gassata. “Va respinta l’ipotesi – sostiene l’associazione dei coltivatori – di un’informazione visiva che finisce per escludere dalla dieta alimenti sani come i prodotti a denominazione di origine (Dop/Igp), per promuovere, al contrario, il cibo spazzatura come le bevande gassate senza zucchero, ingannando i consumatori rispetto al reale valore nutrizionale“.  Un no ribadito anche dall’industria italiana: “L’etichetta a semafori – ha avvertito il presidente di Federalimentare Luigi Scordamaglia –  va a ledere gravemente il modello produttivo italiano, basato su standard qualitativi elevati e trasparenza”.

In prima linea nella battaglia contro l’etichetta britannica il ministro delle Politiche Agricole: “Ribadiremo con forza il nostro no a questo sistema”, ha tuonato Maurizio Martina, annunciando una lettera “nelle prossime ore” alla Commissione Ue chiedendole di “impedire la diffusione di un elemento così distorsivo del mercato”.

by Curiosity