Vergogna – Ecco l’auto elettrica (90km/h – 200 km di autonomia – costo 10.000 € – consumi praticamente 0) che l’Italia non vuole e la Cina Si… Potenza delle lobby del petrolio!

 

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Vergogna – Ecco l’auto elettrica (90km/h – 200 km di autonomia – costo 10.000 € – consumi praticamente 0) che l’Italia non vuole e la Cina Si… Potenza delle lobby del petrolio!

 

 

City car, elettrica, italiana: perché darla ai cinesi?

La Askoll di Vicenza da tre anni non trova sostegno e finanziamenti per un progetto innovativo di una city car elettrica che costa 10mila euro più Iva e ha consumi irrisori.

L’Italia è un bizzarro paese. Da noi le banche prestano soldi in quantità a soggetti che non li restituiranno mai, ma non a un’azienda che fattura 300 milioni. Da noi i governi esaltano l’imprenditorialità, ma il premier Matteo Renzi non ha trovato il tempo per parlare con Elio Marioni, il patron della Askoll – fondata nel 1978, base a Dueville di Vicenza ma con stabilimenti in 11 paesi e 2500 dipendenti – che gli aveva scritto due volte. E così, a meno di miracoli, dall’anno prossimo la Askoll la sua auto elettrica da città «Eva» – presentata proprio in questi giorni all’Eicma di Milano, con autonomia di 200 chilometri, 80 km/h di velocità massima, ricaricabile con la presa di casa e dal costo di diecimila euro più Iva – dovrà produrla in Cina.

 

Un vero peccato. Askoll nasce da una «piccola» invenzione di Marioni: un compatto motorino elettrico utilizzabile negli acquari. Un’invenzione di successo, e la premessa per il salto di qualità: oggi in quasi tutti gli elettrodomestici i motori elettrici – dalle ventole dei microonde e dei forni alle pompe, fino a quelli che fanno girare vorticosamente i cestelli delle lavatrici – sono marcati Askoll. E c’è un altro uso per i motori elettrici: la mobilità elettrica, cominciando dalle due ruote. Ecco dunque le biciclette a pedalata assistita eB

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(1290 e 1490 euro), e poi gli scooter elettrici eS

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(2290 e 2490 euro). Tutti prodotti al 100% in Italia. Il mercato dà buone risposte, anche se come spiega l’amministratore delegato Alessandro Beaupain, «per adesso il settore della mobilità elettrica è ancor asfittico, e i numeri sono piccoli». Intanto però l’azienda ormai ha imparato il «mestiere» della mobilità elettrica, che deve intrecciare prestazioni, efficienza energetica e gestione delle batterie, sicurezza del conducente e telaistica. 

Ma ci vuole di più: e così, tra gli oltre 800 brevetti registrati, eccone uno per costruire una vera automobile, ma elettrica. Che la city car elettrica sia il business del futuro, Beaupain ne è straconvinto: «per la mobilità urbana le prestazioni delle automobili convenzionali sono sovradimensionate. A che serve un SUV per cinque persone che va a 190, quando in città è difficile toccare una media di 30 all’ora, si viaggia da soli o in due, e non si trova parcheggio?». Vero, ma finora l’auto elettrica non è decollata perché troppo cara e difficile da ricaricare. «Eva», l’auto (e non un quadriciclo) progettata da Askoll, si ricarica in una notte da una normale presa di corrente elettrica ma tocca gli 80 all’ora. Con la sua carrozzeria gradevolmente tondeggiante porta comode due persone, e ha un vero portabagagli. Ha 200 chilometri di autonomia, ma anche i sedili riscaldati e raffrescati. E per percorrere in un anno 7mila chilometri consuma l’equivalente di 50 euro di energia elettrica, cioè niente. Il tutto a un prezzo di 10mila euro più Iva.

 

Sul progetto Askoll investe tre anni e 30 milioni, fino a realizzare un prototipo che può essere messo in produzione. L’intenzione del patron Marioni e dell’ad Beaupain sarebbe quella di fabbricarla in uno stabilimento a Rovigo, ma servono tra gli 80 e i 120 milioni. Soldi che però nessuna banca e nessun investitore italiano si dichiara interessato a prestare o ad investire. E che invece potrebbero arrivare dalla municipalità e da un’impresa di una città cinese a cento chilometri da Shanghai. «La Cina – spiega Beaupain – sta già investendo cifre enormi per lo sviluppo e la diffusione di una mobilità elettrica sostenibile. Se decidiamo di portare lì la produzione, e ovviamente la nostra tecnologia, non solo ci hanno offerto il denaro necessario a mettere in campo il progetto, ma anche una serie di facilitazioni oggi impensabili nel nostro paese».

 

La decisione finale non è stata ancora presa, e in Askoll si spera ancora di riuscire a far rimanere «Eva» un made in Italy. Per adesso però non c’è molta fiducia. «È innegabile che il mercato dell’elettrico sia quasi inesistente; mancano gli investimenti, l’interesse politico e la volontà di renderlo una scelta reale per i cittadini. Askoll ha lavorato questi ultimi 3 anni per progettare e realizzare una macchina bella e sicura, a prezzo ragionevole, in grado di spostarsi a costi irrisori e di non inquinare, totalmente italiana. E ora, purtroppo, ci troviamo nella condizione di doverla andare a produrre in Cina».

fonte: http://www.lastampa.it/2016/12/13/scienza/ambiente/inchiesta/city-car-elettrica-italiana-perch-darla-ai-cinesi-sc7hi7Ad5RhQkAaOTIjw8L/pagina.html

 

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Air gun: i “cannoni ad aria compressa” di cui nessuno parla – Distruggono i nostri mari uccidono la fauna, ma fanno arricchire le lobby del petrolio.

 

 

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Air gun: i “cannoni ad aria compressa” di cui nessuno parla – Distruggono i nostri mari uccidono la fauna, ma fanno arricchire le lobby del petrolio.

AIR GUN. Il progetto segreto di cui nessuno parla. Insomma, quando si tratta di denaro ed interessi non si guarda in faccia a nessuno! ECCO A COSA SERVONO

Tutto ha inizio il 7 maggio 2014, quando la Schlumberger Italiana Spa – filiale italica della Schlumberger Oilfield Services, colosso texano dei servizi per le società petrolifere – presenta al Ministero dell’ambiente e al Ministero dello sviluppo economico una «istanza di permesso di prospezione» per una «miglior comprensione della situazione geologica e della potenzialità geomineraria» di un’area marina localizzata nel Mar di Sardegna.

Il perimetro in questione racchiude quasi 21 mila chilometri quadrati di mare e comprende i comuni di Alghero – a sole 33 miglia -, Bosa, Cuglieri, Magomadas, Narbolia, Porto Torres, San Vero Milis, Sassari, Stintino, Tresnuraghes, Villanova Monteleone. Il punto di costa più vicino è il Capo dell’Argentiera, situato a sole 24 miglia nautiche.

La richiesta non è certo una sorpresa: il triangolo d’acqua tra Sardegna, Spagna e Francia è da qualche anno sotto l’acuta osservazione delle compagnie petrolifere, che lo considerano di “sicuro interesse” per l’attività mineraria.

L’ utilizzo dell’ Air Gun

L’ uso dell’ air gun è perfettamente legale e non rientra tra gli eco-reati riconosciuti in Italia.
Per scoprire se sotto un fondale marino sono presenti giacimenti di gas o petrolio, la Schlumberger si avvale e si potrebbe avvalere anche in Sardegna degli air gun. Proprio sul sito della società texana è possibile trovare una definizione della famigerata tecnologia: «Una fonte di energia sismica utilizzata per l’acquisizione di dati sismici marini attraverso il rilascio in acqua di aria fortemente compressa». In pratica, a seconda della “risposta” fornita dal fondale, è possibile verificare la presenza di eventuali giacimenti.

Si tratta di una sorta di “bomba sonora” che spara aria compressa a cadenza di qualche secondo e può raggiungere i 260 decibel.
Cannonate di aria compressa, ogni 10 secondi, a 250 decibel, 24 ore al giorno, tutti i giorni, per l’intera durata dell’ operazione.

Gli effetti collaterali? Le tartarughe e i piccoli pesci subiscono danni irreversibili che li portano alla morte; per i cetacei c’è la perdita dell’ udito, con il conseguente disorientamento e l’ inevitabile ammassarsi verso le coste per cercare rifugio, spiaggiandosi.

Non a caso i pescatori di Taiji sfruttano l’ inquinamento acustico per disorientare e ammassare i delfini, battendo dei martelli contro la barca a ridosso dell’ acqua e scatenando il panico tra i delfini.

L’utilizzo di tale tecnologia potrebbe quindi mettere a repentaglio l’ecosistema delle zone interessate

Inoltre il Ministero dell’ Ambiente ha appena concesso l’ utilizzo dell’ air gun alla società petrolifera Global Med LLC al largo di Santa Maria di Leuca, nel Salento, a partire da 13 miglia dalla costa. Se le bombe sonore dovessero trovare il petrolio, si prospetterebbe poi il rischio delle trivellazioni. 
La provincia promette ricorso, mentre la Global Med ha puntato gli occhi anche su altre due aree nello Ionio.

tratto da: http://www.jedanews.it/blog/cronaca/air-gun-cannoni-aria-compressa/

Air gun: opportunità per la ricerca, o pericolo per l’ambiente?

L’attesa legge sugli ecoreati è stata approvata, ma rimane aperto il dibattito sul permesso di usare gli air-gun per le indagini geofisiche off-shore

“Dopo anni di attese, finalmente è legge”. È così che il presidente del Senato Pietro Grasso ha commentato l’approvazione della legge sugli ecoreati, che dal 29 maggio 2015 equipara i crimini contro l’ambiente a delitti a tutti gli effetti, punibili con la reclusione fino a venti anni. Una legge attesa da tempo, ma che non ha mancato di attirare critiche anche da ambienti ambientalisti, che guardano ad alcune delle norme contenute nel testo approvato dal parlamento come a un’occasione mancata.

Le polemiche maggiori arrivano dai Verdi e da altre associazioni ambientaliste come PeacelinkGreenpeace e il Wwf, e sono legate al controverso divieto di utilizzo dei cannoni ad aria compressa o “air-gun”, per prospezioni marine, un divieto che era stato inizialmente inserito nel disegno di legge ma che è stato poi eliminato dalla versione definitiva del testo.

In Italia le attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi in mare sono vietate entro 12 miglia marine dal perimetro delle aree protette, e, per i soli idrocarburi liquidi, entro 5 miglia dalle linee di base delle acque territoriali lungo l’intero perimetro costiero nazionale. Nelle restanti zone autorizzate, la ricerca degli idrocarburi avviene soltanto tramite la prospezione geofisica con air-gun: bandirli sarebbe quindi equivalso a bloccare sul nascere qualsiasi attività di questo tipo. Per questo, la scomparsa del divieto dal testo definitivo della legge sugli ecoreati è stato visto da più parti come un favore fatto dal governo alla lobby del petrolio.

L’air-gun è una tecnica usata per l’ispezione geosismica dei fondali marini: in sostanza è un dispositivo che spara aria compressa in acqua producendo onde che si propagano nel fondale, vengono riflesse dagli strati della crosta terrestre e tornano a dei ricevitori chiamati idrofoni. Analizzando le velocità delle onde attraverso i diversi sedimenti e rocce incontrati, è possibile ricostruire la stratigrafia del sottosuolo e riconoscere la presenza di gas o di liquidi. Appare quindi evidente come queste indagini siano fondamentali per la ricerca off-shore di idrocarburi, e lo sono anche per la ricerca geologica di base.

Le indagini geofisiche sono tecniche non distruttive per studiare il sottosuolo molto usate anche a terra (in questo caso la sorgente delle onde è una massa battente o una piccola carica esplosiva) ma è solo l’air-gun ad essere sotto attacco, perché i picchi di pressione generati, che possono raggiungere i 260 dB, sono particolarmente dannosi per l’ambiente marino e specialmente per i cetacei. Questo è il motivo per cui le associazioni ambientaliste hanno molto criticato lo stralcio del divieto.

“Per due gocce di petrolio, per le quali nessun Paese serio nemmeno si scomoderebbe, questi signori stanno mettendo a rischio quanto di più prezioso l’Italia possa offrire: le sue risorse paesaggistiche e naturali, la sua biodiversità”, ha dichiarato nelle scorse settimane Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace. “Scopriranno presto che l’opposizione ai loro piani fossili è cosa ben più estesa e radicata di quanto pensino”. Lo stesso tema è in discussione anche in America, dove le risorse disponibili non sono proprio “due gocce” e dove lo scorso marzo settantacinque scienziati hanno scritto una lettera al presidente Obama per vietare l’uso degli air-gun lungo le coste dell’Atlantico, perché lungo quelle statunitensi e canadesi del Pacifico lo è già.

A gioire della legge così com’è sono invece Confindustria e le società che si occupano dell’estrazione di idrocarburi, raggruppate dall’associazione Assomineraria, il cui presidente Pietro Cavanna ha spiegato su Adnkronos che il divieto avrebbe bloccato 17 miliardi di euro di investimenti già pronti e che ogni milione porterebbe sei nuovi posti di lavoro, cioè 100 mila nuovi assunti. Ha poi affermato che sfruttando il potenziale inesplorato del sottosuolo italiano si potrebbe aumentare la produzione di idrocarburi dall’11% al 22% del fabbisogno nazionale, limitando l’importazione.

In questo tira e molla di critiche e consensi, il governo si difende sostenendo di aver rimediato a un errore che avrebbe causato gravi danni alla ricerca di base. Infatti circa due mesi prima, il 9 marzo, i principali enti di ricerca italiani (come Cnr, Ogs, Ingv, e Ispra) avevanopubblicato una nota per chiedere una modifica del decreto, affermando che “vietare l’utilizzo dell’air-gun significa bloccare lo sviluppo delle conoscenze dell’interno della terra”.

Nonostante il polverone, sia l’opposizione che gli ambientalisti sostengono che per pur non essendo la migliore legge possibile, questa rappresenta sicuramente un passo avanti atteso e necessario. Parola di Legambiente : “Se è vero quello che dice Angelo Bonelli, quella che si sta consumando sarebbe una sorta di “truffa” legislativa, a favore di chi inquina. Peccato che non sia così. È impossibile peggiorare il quadro attuale della tutela penale dell’ambiente, quasi inesistente”.

Viste le differenze di opinioni che esistono su questo tema, abbiamo chiesto ad un rappresentante del mondo della ricerca e ad un ambientalista di spiegarci le loro ragioni.

Le ragioni della ricerca

Intervista a Fabrizio Zgur, ricercatore dell’ Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS)

Per quali scopi vengono utilizzati gli air gun in generale e dall’OGS in particolare?

Il primo input per l’uso degli air gun è venuto dalla ricerca degli idrocarburi a partire dagli anni Sessanta, ma oggi questa tecnica è fondamentale anche per la ricerca di base. La geofisica a riflessione in mare prevede l’utilizzo di sorgenti pneumatiche, cioè aria compressa a circa 140 atmosfere che viene liberata per generare onde sismiche: ovviamente maggiore è la profondità di indagine, maggiore sarà l’energia utilizzata. In questo campo l’OGS svolge attività di ricerca sulla geologia, la tettonica e la geodinamica della Terra, cioè ad esempio sulla struttura della Terra al di sotto della crosta terrestre. I nostri studi sono in parte finanziati dallo stato, ma negli ultimi anni abbiamo avuto alcuni finanziamenti da privati, talvolta anche per trovare siti idonei alla costruzione di piattaforme off-shore per la coltivazione di idrocarburi.

Il divieto di usare gli air gun è stato stralciato dalla legge sugli ecoreati nonostante questa tecnica possa avere un impatto sull’ambiente marino. Qual è la posizione dell’OGS su questo tema?

È stato ampiamente dimostrato che un impatto ambientale esiste ma chiunque lavori in questo campo è tenuto a seguire procedure di mitigazione sancite a livello internazionale, come ad esempio quelle del Joint Nature Conservation Committee. Una di queste è il soft start , che prevede l’uso di energie ridotte nella fase iniziale, che vengono aumentate gradualmente per dare il tempo agli animali di allontanarsi dall’area. Inoltre sulla nave deve essere presente un mammal observer, ovvero un biologo che si occupa di controllare la presenza di cetacei in superficie. Per il monitoraggio più in profondità si utilizza un sistema acustico sensibile alle frequenze emesse dalla maggior parte dei cetacei: l’attività non può iniziare se questi sono presenti nell’arco di 500 m dalla nave. Anche gli impulsi acustici ad alta pressione prodotti dall’air gun vengono misurati e confrontati con dei valori soglia, riportati dall’European Association for Acquatic Mammals. Esiste inoltre un elenco di specie e aree protette, e di zone e periodi di riproduzione. Siamo consapevoli di avere ripercussioni sull’ambiente, ma negare l’uso di questa tecnica sarebbe un delitto nei confronti della ricerca in campo geofisico.

Esistono alternative?

La sismica è un’ecografia di tutto ciò che c’è nel sottosuolo e non esistono altre tecniche in grado di dare una risoluzione così elevata. Verrebbero quindi a mancare moltissime informazioni fondamentali per la ricerca di base e applicata.

Le ragioni degli ambientalisti

Intervista a Fabrizia Arduini, referente energia WWF Abruzzo e presidente WWF Zona Frentana e Costa Teatina

Il 5 maggio scorso è stato modificato il testo del decreto legge sugli ecoreati, eliminando il comma che vietava l’utilizzo della tecnica dell’air gun nei nostri mari. Questa decisione è stata molto contestata dal WWF e da altre associazioni ambientaliste. Quali sono gli effetti delle onde di rifrazione sull’ecosistema marino?

Le onde di rifrazione usate nella ricerca geosismica creano danni, spesso irreversibili, a tutta la fauna ittica, compresa quella protetta. Ricordiamo che tutti i cetacei del Mediterraneo sono considerati specie protetta. I danni sono molteplici: lesioni del sistema uditivo, embolie, emorragie interne, vertigini e disorientamento. Il fisico Maria Rita D’Orsogna ha stimato che questi suoni possono essere un miliardo di volte più potenti di un concerto rock. Credo che a questo non ci sia niente da aggiungere.

Quali sono le coste più a rischio?È possibile accedere con queste strumentazioni anche alle aree protette?

Le coste più a rischio sono quelle adriatiche, ioniche e Canale di Sicilia, ma c’è un attenzione preoccupante anche per la costa occidentale della Sardegna. Il primo progetto di prospezione che è andato in VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) è quello della Schlumberger, in piena Zona di Protezione Ecologica, a ridosso del Santuario dei Cetacei. Fortunatamente, grazie anche al nostro contributo, non è andato a buon fine. Ma torneranno all’attacco.

La tecnica dell’air gun però viene comunemente usata anche per scopi di ricerca scientifica, e per questo è stata difesa dai principali enti di ricerca italiani. Ci si sarebbe potuti comportare diversamente?

Sarebbe bastato che questi istituti di ricerca avessero proposto un emendamento: esclusa la ricerca scientifica. Esiste già nel Mediterraneo una lunga tradizione di studio ma l’air gun non ha nulla di scientifico quando utilizzato dai petrolieri: produce ricostruzioni tridimensionali molto accurate, che permettono di circoscrivere in dettaglio i giacimenti petroliferi e di stimare con precisione i volumi. Ad oggi non esistono metodi di indagine meno impattanti.

Articolo Realizzato in collaborazione con il Master Sgp

tratto da: https://www.galileonet.it/2015/08/air-gun-opportunita-per-la-ricerca-o-pericolo-per-lambiente/

 

La nuova batteria per auto elettriche che si ricarica all’istante. È il colpo di grazia ai combustibili fossili? O le Lobby riusciranno ad affossare anche questa scoperta?

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La nuova batteria per auto elettriche che si ricarica all’istante. È il colpo di grazia ai combustibili fossili? O le Lobby riusciranno ad affossare anche questa scoperta?

I ricercatori della Purdue University hanno sviluppato una batteria che si ricarica all’istante, che è conveniente, ecologica e sicura. Attualmente i veicoli elettrici hanno bisogno di alcuni “porti” dove poter ricaricare la propria batteria, posizionati nei punti strategici a seconda della viabilità: il processo richiede tempo e non sempre ci sono colonnine nelle prossime vicinanze. Ma grazie a questa nuova tecnologia tutti i possessori di veicoli elettrici o ibridi potranno ricaricare la loro autovettura esattamente come tutti gli altri automobilisti: in pochi minuti e presso una stazione di servizio.

La batteria si ricarica cambiando i fluidi che la alimentano: può essere fatto in una qualunque stazione di servizio.

Questa scoperta sensazionale non aumenterà soltanto la rapidità di ricarica dei veicoli elettrici, rendendoli più convenienti, ma ridurrà incredibilmente le infrastrutture necessarie per gli stessi. Per queste innovazioni dobbiamo ringraziare i professori John Cushman e Eric Nauman della Purdue Uiversity, per aver ideato una nuovissima batteria (IF-battery).

Il nuovo modello è del tipo “flow battery” (batteria di flusso) che non ha bisogno di una stazione elettrica per essere ricaricato: bisognerà invece sostituire il fluido all’interno della batteria. Questi fluidi non rappresentano però materiale di scarto perché potranno essere accumulati e ricaricati grazie a vento, sole o acqua. Le macchine elettriche che utilizzeranno questa tecnologia dovranno arrivare alle stazioni di servizio, depositare i loro fluidi e ricaricarsi, come una macchina qualunque.

I veicoli elettrici avranno tutti i vantaggi delle auto a combustibile fossile: velocità e praticità durante il rifornimento.

Questo nuovo tipo di batteria di flusso è unico nel suo genere perché non presenta le membrane, costose e vulnerabili, che invece si trovano negli altri modelli. “Le membrane esauste possono limitare il numero di ricariche e sono responsabili dell’incendiarsi di alcune batterie”, ha detto Cushman in un’intervista rilasciata alla stampa. “La IF-battery è composta da parti sicure abbastanza da poter essere custodite a casa di una famiglia, ed è così stabile da poter esser prodotta e distribuita su larga scala. Inoltre è molto economica”.

Quando possiamo aspettarci allora di vedere queste batterie sul mercato? La difficoltà più grande non è il materiale, reperibile in grande quantità ed economicamente, ma le persone. I ricercatori hanno bisogno di molti altri finanziamenti per portare a termine questo progetto e iniziare la distribuzione su larga scala, è per questo che si stanno occupando di pubblicizzare la loro ricerca, con la speranza di destare l’interesse di qualche finanziatore.

guarda QUI il video

 

tratto da: http://lospillo.info/la-nuova-batteria-auto-elettriche-si-ricarica-allistante-sferra-un-duro-colpo-ai-combustibili-fossili/

La fantastica invenzione di due ragazzi Siciliani: la Bioplastica di Canapa. Una scoperta che potrebbe cambiare il mondo.

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La fantastica invenzione di due ragazzi Siciliani: la Bioplastica di Canapa. Una scoperta che potrebbe cambiare il mondo.

Kanèsis, la startup italiana che ha inventato la bioplastica di canapa

di OTTAVIA ZANETTA

Kanèsis, startup siciliana promotrice dell’economia circolare, inventa una bioplastica nata dall’unione tra la canapa e gli scarti vegetali.

Da due giovani siciliani nasce la rivoluzione della bioplastica sostenibile che unisce la canapa agli scarti vegetali delle aziende agricole. Secondo la filosofia di Kanèsis, infatti, si possono sostituire i materiali petrolchimici con composti di origine vegetale, supportando così l’economia circolare.

La storia di Kanèsis

Dalla crasi tra canapa e kinesis (“movimento” in greco) nasce Kanèsis, startup che dopo anni di ricerca e sperimentazione ha preso vita nel 2015 dall’idea di Giovanni Milazzo e Antonio Caruso con il desiderio di valorizzare gli scarti di filiera. L’obiettivo è di creare un’impresa che diffonda in Sicilia l’innovazione nel rispetto di un modello di economia circolare e sostenibilità grazie a Hempbioplastic (Hbp), una bioplastica composta principalmente da canapa (hemp in inglese) unita ad altri scarti vegetali, il tutto concentrato in un filamento che può essere utilizzato nella stampa 3d.

I due co-fondatori della società si sono ispirati ai principi della chemiurgia, la branca dell’industria e della chimica applicata che si occupa della preparazione di prodotti industriali esclusivamente da materie prime agricole e naturali, facendo quindi solamente uso di risorse rinnovabili, creando così un ponte tra il settore primario e quello secondario. Aggiungendo eccedenze agricole a matrici vegetali esistenti si può conferire ai termoplastici proprietà innovative. In questo modo gli avanzi diventano funzionali alle esigenze degli impianti moderni e si può avviare una ristrutturazione del sistema di approvvigionamento industriale.

Il successo di Hempbioplastic

Dopo vari tentativi Milazzo e Caruso sono arrivati a sviluppare Hbp, un biocomposito (materiale composito che contiene fibre naturali) che è il concorrente più valido dell’attuale Acido polilattico (Pla), ovvero la bioplastica più usata al mondo che deriva da risorse biologiche rinnovabili come l’amido di mais e la canna da zucchero. Hempbioplastic è più leggera del 20 per cento e più resistente del 30 per cento rispetto all’acido polilattico. Inoltre il filamento risulta essere adatto alla tecnica di Fused deposition modelling (Fdm), la tecnologia di produzione di cui si avvale la stampa 3d, oltre che avere un prezzo concorrenziale.

All’inizio del progetto è stato creato un modello di occhiali quasi interamente in bioplastica a base di canapa utilizzando la stampa 3d che ha permesso alla startup di lanciare una campagna sulla piattaforma online di crowdfunding Kickstarter nel 2016. Ma ora i settori in cui opera Kanèsis si sono ampliati, spaziando dalla tecnologia per l’agricoltura, all’imballaggio.

La collaborazione tra aziende agricole e industria

Kanèsis progetta e realizza materiali termoplastici su richiesta del cliente che può inviare la scheda tecnica del materiale di origine petrolchimica che vuole sostituire, così da verificare la fattibilità di un composito equivalente di origine naturale. La startup sviluppa i prototipi che i modellatori studiano a partire dalle richieste collaborando con studi di architettura e di design.

Kanèsis si avvale di biomasse derivate da scarti agricoli e in questo modo le filiere in questo settore collaborano con quello secondario ricavando profitto dallo smantellamento di biomasse di scarto. La biomassa agricola viene usata come riempitivo e risulta essere una scelta vantaggiosa in quanto offre un costo ridotto e migliori proprietà meccaniche, rispettando l’ambiente. Le industrie quindi possono abbandonare i materiali plastici e disporre invece di materie prime ottenute in modo sostenibile e a un prezzo di mercato concorrenziale poiché parte di esse derivano dagli scarti delle filiere agricole. L’obiettivo dei due giovani siciliani è quello di rivoluzionare il mondo delle bioplastiche già presenti sul mercato e di rendere il percorso di filiera ancora più sostenibile.

fonte: http://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/kanesis-bioplastica-canapa

Il petrolio in Basilicata, ovvero tumori, tangenti e sottosviluppo.

 

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Il petrolio in Basilicata, ovvero tumori, tangenti e sottosviluppo.

Quelli che riporto di seguito sono testimonianze recenti sulla situazione in Basilicata, dall’Espresso del 17 dicembre 2008 fino a episodi di vita di persone normali. Ci sono dentro storie raccapriccianti sulla tossicita’ di fanghi e fluidi perforanti, lasciati alla meno peggio fra i campi, storie di uomini e donne che muoiono di tumori a quarant’anni, e accuse di reati di concussione per la costruzione del secondo centro oli lucano, a Corleto Perticara, dopo quello che gia’ esiste a 20 km di distanza a Viggiano.

Maria Rita D’Orsogna

( Maria Rita D’Orsogna è fisica e docente universitaria  presso la California State University at Northrdige di Los Angeles. E’ autrice del blog www.dorsogna.blogspot.com 

ORAMAI LA NOSTRA TERRA E’ TUTTA ROVINATA 

Il signor Pietro ha 75 anni e vive a Viggiano. A suo stesso dire, lui e sua moglie vivono circondati dalla puzza di idrogeno solforato. Non e’ un biologo, ne un medico, ne un botanico e nemmeno un ingenere. E’ un semplice contadino che da casa sua vede il centro oli di Viggiano e mettendo insieme due piu due giunge alla sua semplice verita’:

“..da quando c’è il petrolio non vengono più fuori le insalate di una volta. Il grande problema è che non possiamo neanche lasciare questo terreno, perché o nessuno lo vuole oppure, nel migliore dei casi, saremmo costretti a venderlo ad un prezzo troppo basso”.

Filippo Massaro invece e’ il coordinatore per lo Sviluppo delle aree interne lucane. Commentando sul fatto che l’ENI non ha pagato una lira di risarcimento per i contadini e per le persone che possedevano campi, terreni e agriturismi da quelle parti giunge alla stessa conclusione:

L’agricoltura continua a morire. Non si contano più gli incontri e i conseguenti solenni impegni assunti da funzionari-dirigenti di Agip-Eni e dagli amministratori regionali. Solo chiacchiere. Non sono seguiti i fatti. I sistemi di monitoraggio ambientale, le centraline installate dalla Provincia, gli studi dell’Arpab e quelli di fonte diretta dell’Eni non sono efficienti e né sufficienti a garantire il rispetto dell’impatto ambientale. In alcuni casi le centraline sono state installate volutamente al posto sbagliato.

Anche la Gazzetta del Mezzogiorno conferma, spiegandoci che una volta a Viggiano c’erano le vigne che producevano uva e vino di qualità, c’erano le mele della val d’Agri. Di tutto cio’ non sono rimasti che chicchi d’uva oleosi e puzzolenti e mele annerite. I contadini hanno provato a reciclarsi come tecnici petroliferi, ma lavoro non ce n’e’.

Giovanna Perruolo, presidente della Confederazione Italiana di Agricoltura (CIA) della Val d’Agri testimonia che delle cento aziende che coltivano fagioli cosiddetti “Sarconi”, la metà quest’anno non ha piantato il prodotto. Fra le possibili e invisibile cause c’e’ la percezione negativa di un prodotto coltivato nella terra del petrolio. Dice Giovanna:

…forse era meglio quando nessuno associava il petrolio alla nostra terra, quando la Basilicata era ancora sconosciuta in questo senso”.

Duecento ettari di terra sono stati abbandonati.

La signora Donata aveva dei terreni vicino a Corleto Perticara, dove nel 1994 perforarono dei pozzi. I signori della Total decisero, allegramente, di lasciare fanghi e fluidi perforanti ALL’APERTO, senza alcuna forma di precauzione. Tutti gli animali che mangiavano l’erba, specie le pecore, dopo un po’ si accasciavano e morivano. Sono morti di tumore, dopo due anni anche il papa’ della signora Donata, e il suo vicino di casa, a 43 anni.

Beffa delle beffe, la Total gli disse pure che non c’era scampo e che dovevano vendergli quelle terre che loro stesi avevano avvelenato: “Offriamo 5 euro al metro quadrato. Vi conviene vendere perché altrimenti il comune esproprierà tutto e pagherà la metà”. Troppo buoni. Fattisi i conti, alla fine ai contadini venne offerto ancora meno: 2.5 euro al metro quadrato.

Fu da queste denuncie che il pubblico ministero Woodcock inizio’ le sue indagini per presunta concussione da parte della Total ai lucani. La Total, secondo i pm, avrebbe truccato anche le gare per il trattamento e per la fornitura dei fanghi di perforazione, oltre che essersi sporcata di vari intrallazzi con i politici locali.

Intanto, gia’ nel 2004, il Corriere diceva:

Ammine aromatiche, anidride solforosa, scarti dalla lavorazione del greggio, che qui viene separato dallo zolfo e dal metano e immesso nell’ oleodotto, verso la raffineria di Taranto e le navi per la Turchia. Anche l’ acqua la portano in Puglia. Qui non resta niente. Un centinaio appena di posti di lavoro. L’ Eni aveva promesso la Fondazione Mattei per i giovani e un centro per il monitoraggio ambientale, ma non hanno ancora deciso il posto: vorrebbero fare la fondazione a Viggiano e il centro di controllo a Marsiconuovo, lontano dal centro oli; non sarebbe meglio il contrario? Nel frattempo si muore di cancro, almeno un caso per famiglia. La valle in teoria è diventata un parco naturale, dai confini mobili, che si spostano in caso di scoperta di un pozzo. Un giorno il petrolio finirà, e noi avremo abbandonato i meleti, le piste da sci, gli scavi archeologici di Grumento. E non c’ è nessun controllo sui barili estratti. Chi ci garantisce che non ci stanno truffando? Hanno trattato la Basilicata come un Paese africano o asiatico in via di sviluppo.

Manca qualcos’altro? Dedicato ai negazionisti.

di: Maria Rita D’Orsogna dorsogna.blogspot.com

Correva l’anno 1941. Henry Ford realizzò un’auto interamente realizzata in canapa e alimentata ad olio di canapa. Economica, resistente ed ecologica. Ma poi le Lobby si resero conto che la Canapa per loro era un pericolo e…

canapa

 

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Correva l’anno 1941. Henry Ford realizzò un’auto interamente realizzata in canapa e alimentata ad olio di canapa. Economica, resistente ed ecologica. Ma poi le Lobby si resero conto che la Canapa per loro era un pericolo e…

Vi consigliamo di leggere:

Non è facile spiegare alla Gente che la Canapa è illegale solo perchè potrebbe sostituire plastica, carta, petriolio e tanto altro, toccando così gli interessi di lobby e multinazionali !!

La Ford creò un’auto alimentata a olio di canapa.

Ci fanno credere che la canapa è illegale solo perchè è una droga,ma la verità è che la legalizzazione potrebbe nuocere alle tasche di potenti lobbie,QUELLE DEL PETROLIO.Ecco perchè. Si sente spesso parlare rigaurdo la salvaguardia ambientale , ma una volta che vi è la possibilità di sostituire il petrolio con una materia prima naturale ed ecosostenibile, nessuno dice niente o per lo meno nessuno VUOLE dire niente! Va contro gli interessi…

Hempcar, in questa frase di Henry Ford è racchiusa la sua ambiziosa visione: produrre autoveicoli interamente costruiti e alimentati con la canapa e i suoi derivati. Così nel 1941 la sua concezione diede alla luce la Hemp Body Car, un prototipo interamente in plastica derivata dalla pianta, alimentata con etanolo di canapa (raffinato dai semi). Sfortunatamente Ford morì soltanto due anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale, la coltivazione della canapa venne resa illegale e il progetto cadde nell’oblio. In molti oggi sostengono che ciò accadde sotto le pressioni della nascente industria petrolchimica, che vedeva in un prodotto naturale e abbondante come la canapa una concorrenza da eliminare.

TEST DI RESISTENZA DELLA CARROZZERIA IN CANAPA 10 volte più resistente delle normali carrozzerie. QUI il video

Immaginiamo un mondo senza petrolio. Un mondo senza plastica, asfalto, gasolio, benzina e tutti gli altri prodotti ottenuti mediante la raffinazione del petrolio. Un mondo basato sulle soluzioni, ecologiche, basato su menti ed intelletti nuovi, basato sulla libertà di pensiero.Vivremmo tutti in un ambiente più sano, pulito, privo di inquinamento e libero da tonnellate di rifiuti, molti dei quali tossici. Vivremmo in un Paese non costretto a deforestare per produrre carta.

E se vi dicessi che una soluzione chiara e concreta esiste già? E se vi dicessi che la soluzione si chiama: CANAPA ??!!

Forse non tutti sanno che la Canapa è una grande ed economica risorsa che potrebbe:

produrre numerosi tipi di tessuti
fabbricare combustibili da biomassa, vernici ecocompatibili e materie plastiche. Sostituendo in questo modo il dannoso petrolio
Contribuire a salvare ogni anno milioni di alberi e produrre carta ecocompatibile
Sfamare i paesi in via di sviluppo, con l’ausilio dei suoi semi
Salvare l’ambiente
Produrre materiali per l’edilizia, come tavole
Produrre olio naturale biologico
Salvare la nostra economia, generando nuovi posti di lavoro e permettendo allo Stato di avere delle nuove entrate e non dipendere più dal riformimento di combustibili dall’estero.

 

 

Per parlare di questo è indispensabile introdurre il concetto di biomassa: con biomassa intendiamo tutto quell’insieme delle coltivazioni, degli scarti agricoli e forestali, dei bio carburanti e dei gas utilizzati a scopi energetici; in sintesi parliamo di sostanze di origine biologica in forma non fossile. Nel 1940 Henry Ford dimostrò al mondo che è possibile ottenere dalla canapa quanto necessario per sostituire il petrolio. La canapa rappresenta la pianta con il più alto rendimento per ettaro, è la pianta che cresce più rigogliosa e più velocemente, e questo anche in condizioni climatiche sfavorevoli. E’ una pianta legnosa che contiene il 77% di cellulosa; a paragone il legno produce un 60% di cellulosa, ma soprattutto con tempi estremamente più lunghi e con un’occupazione di terreno incredibilmente maggiore. La canapa seminata in modo diradato (30 kg ettaro) cresce rigogliosa raggiungendo in 100 giorni altezze dai 3 ai 5 metri. Aumentando la quantità’ (50 – 100 kg per ettaro) si ottiene una pianta più piccola, ma con le stesse caratteristiche. Il derivato del petrolio più importante è sicuramente la benzina, che può serenamente essere sostituita dall’etanolo di canapa. In funzione della sua alta resa in massa vegetale, la canapa è considerata ideale anche per la produzione di combustibili da biomasse come l’etanolo, considerato il carburante del futuro. Questo tipo di carburante alternativo al petrolio può essere prodotto su larga scala attraverso processi di pirolisi o fermentazione, in assenza di ossigeno. Dalla canapa è possibile ottenere anche una sorta di biodiesel di origine naturale che può essere sostitutivo parziale e per intero agli odierni gasoli, nafte e derivati. Il biodiesel deriva dalla transesterificazione degli oli vegetali effettuata con alcol etilico e metilico: ne risulta un combustibile puro, rinnovabile a bassissimo impatto ambientale, come per l’ etanolo. “Perché esaurire le foreste che sono nate attraverso i secoli e le miniere che necessitano di molti anni per formarsi, se possiamo ottenere l’equivalente di una foresta e dei prodotti minerari attraverso la coltivazione annua dei campi di canapa?”

Oggi assistiamo ad una progressiva riabilitazione della pianta canapa. Sempre più persone riconoscono nella canapa una risorsa naturale e sostenibile sulla quale oggi il mondo potrebbe basare una nuova economia. Per la rinascita della coltivazione della canapa non basta l’iniziativa di un singolo. E’ necessaria una base stabile, dove sperimentare i macchinari, regolare le produzioni e fornire le materie prime. La canapa oggi come in passato è il frutto di un impegno collettivo. Secondo la nostra visione è necessario approccio saggio, umile e co-creativo. Ci vogliono solamente persone vere ed imprenditori entusiasti.

Fonte: www.attivotv.it

L’ecocidio della Monsanto

Monsanto

 

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L’ecocidio della Monsanto

 

L’ecocidio, ovvero aver distrutto o causato danni ingenti all’ambiente e agli ecosistemi nei quali vivono diverse comunità, è un nuovo termine utilizzato dal Tribunale di Opinione Monsanto dell’Aja, per descrivere l’accusa mossa direttamente al colosso dell’agrochimica…
E’ abbastanza noto ormai che il settore agrochimico e agroalimentare sia finito nelle mani di pochi. Il controllo sulle masse passa, necessariamente, anche per il controllo sull’alimentazione, base della crescita di ogni individuo.
Controllando quindi le produzioni agricole, le multinazionali possono decidere cosa e come immettere sul mercato, possono controllare gli agricoltori e influenzarli nelle loro scelte di produzione. Possono anche immettere particolari sostanze non proprio “pulite” sul mercato e obbligare gli agricoltori ad utilizzare…
A proposito: la parola ecocidio fa rima con un’altra parola…

(www.osservatoriodiritti.com) – Monsanto condannata per ecocidio. Un Tribunale d’opinione condanna la multinazionale per aver distrutto ambiente ed ecosistemi.

«Colpevole». È il verdetto emesso a metà aprile dal “Tribunale Internazionale Monsanto” all’Aja, in Olanda. Il tribunale di opinione organizzato dalla società civile ha giudicato un imputato eccellente: il gigante dell’agrochimica Monsanto, recentemente acquisito dal gruppo tedesco Bayer. Il verdetto a cui sono giunti i cinque giudici nominati dalle associazioni è pesante: Monsanto è colpevole di aver violato il diritto a vivere in un ambiente sano, al cibo e a uno standard di salute adeguato. I giudizi si sono basati sulle leggi internazionali che regolano i diritti umani e ambientali, dopo aver ascoltato numerose testimonianze.
L’accusa più pesante è quella di “ecocidio”, ovvero di aver distrutto o causato danni ingenti all’ambiente e agli ecosistemi nei quali vivono diverse comunità: dall’Argentina al Burkina Faso, dagli Stati Uniti all’India. Un reato che non esiste nella legislazione internazionale, l’ecocidio, ma di cui il tribunale della società civile chiede l’introduzione per colmare la disparità tra i diritti concessi alle multinazionali e i loro obblighi nei confronti delle comunità.

«Una parodia», così Monsanto ha definito in una lettera aperta l’iniziativa del tribunale, accusando gli organizzatori di voler distrarre l’attenzione dalla necessità di un’agricoltura tecnologica, in grado di poter sfamare una popolazione mondiale in forte crescita. La sedia riservata all’imputato, durante tutta la durata del processo, è rimasta vuota e Monsanto, informata e invitata a partecipare, non è stata in alcun modo rappresentata.
Sementi ogm e diritto al cibo: Usa e Burkina Faso

Numero uno al mondo tra i produttori di sementi tradizionali e ibride, Monsanto avrebbe abusato della sua posizione dominante, spingendo contadini e paesi ad adottare semi geneticamente modificati per migliorare la produttività. Secondo il tribunale di opinione, infatti, la multinazionale avrebbe messo a rischio il diritto al cibo per contadini e intere comunità.

L’esempio riportato nella sentenza è quello degli Stati Uniti: nelle campagne statunitensi centinaia di agricoltori sono stati costretti a indennizzare Monsanto per aver utilizzato sementi ibride senza licenza. A pagare la compagnia sono stati anche i contadini che si sono ritrovati i campi contaminati da ogm e che avevano conservato le sementi per l’anno successivo. Le sementi ibride, infatti, devono essere acquistate tutti gli anni, perché vincolate da patenti.

In un report del 2013 dal titolo “Seed Giants vs US Farmers” (Giganti della semente contro agricoltori), il Center For Food Safety (Centro per la sicurezza del cibo) e la campagna “Save Our Seeds” (Salva le nostre sementi) parlano di 142 cause intentate da Monsanto contro più di 400 agricoltori, per un totale di 23 milioni di dollari vinti dall’azienda. Negli Stati Uniti il 93% dei semi di soia e l’86% di quelli di mais sono ogm. Le sementi di Monsanto avrebbero ridotto anche la biodiversità e si sarebbero rivelate poco efficienti per la loro dipendenza da erbicidi e pesticidi.

Il caso più recente di ritorno ai semi tradizionali è quello del Burkina Faso, che ha deciso di abbandonare nel 2016 il cotone BT di Monsanto e di chiedere un risarcimento a causa del calo di produttività e della scarsa qualità della materia prima.

Erbicida RoundUp: glifosato cancerogeno?

Tra gli erbicidi più contestati e più diffusi al mondo c’è proprio un prodotto che fino al 2001 era un brevetto Monsanto: il RoundUp. Fino a quella data la multinazionale ha spinto molto per la vendita di sementi ibride resistenti al glifosato, la molecola alla base dell’erbicida RoundUp. Non è un caso che questo specifico prodotto sia stato utilizzato in modo intensivo in paesi dove sono diffuse le colture ogm di mais e soia.Monsanto forniva all’agricoltore il pacchetto completo: i semi ibridi resistenti al glifosato e l’erbicida RoundUp. L’erbicida non selettivo, in grado di uccidere tutte le erbacce, veniva utilizzato in modo intensivo prima della semina e al momento del raccolto, per velocizzare l’essiccatura.

Proprio per l’uso massiccio di erbicida, secondo il tribunale, la compagnia avrebbe violato il diritto alla salute delle comunità vicine ai campi e degli stessi agricoltori che lo utilizzavano. Molti contadini e abitanti delle campagne avrebbero sviluppato linfomi, tumori e malattie croniche.

La comunità scientifica si è però divisa sulla cancerogenicità del glifosato, alla base di molte formulazioni per erbicidi, tra cui il RoundUp. A metà marzo l’Agenzia europea per le sostanze chimiche ha dichiarato il glifosato non cancerogeno, per mancanza di prove scientifiche che lo dimostrino. Un giudizio che sostiene la posizione già espressa dall’Efsa, l’Autorità europea per la Sicurezza alimentare e che contraddice lo studiopubblicato nel 2015 e confermato nel 2016 dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro. L’agenzia specializzata dell’Organizzazione mondiale della sanità, infatti, aveva inserito il glifosato tra gli elementi probabilmente cancerogeni per l’uomo.
Nel mese di marzo di quest’anno 40 persone hanno avviato un processo presso un ramo dellaSuprema Corte della California chiedendo i danni alla multinazionale per gli effetti causati dal RoundUp. Nel 2016 la California aveva aggiunto il glifosato nell’elenco dei cancerogeni.

L’Argentina e la soia Monsanto

Oltre agli Stati Uniti, anche l’Argentina è uno dei paesi in cui i prodotti Monsanto, e in particolare i semi ibridi, si sono più diffusi. La multinazionale ha cominciato ad operare nel paese nel 1956. Ma fu negli anni ’90 che la scelta dell’Argentina di puntare sull’agricoltura intensiva spinse in alto le vendite dell’erbicida firmato Monsanto, contestualmente alla diffusione della coltivazione di soia resistente al glifosato.

L’uso indiscriminato di pesticidi, riportano le testimonianze raccolte dal tribunale, avrebbe provocato: malattie, tumori e malformazioni anche nei bambini e nelle comunità adiacenti ai campi coltivati. Testimonianze sono state raccolte dal fotografo Pablo Ernesto Piovano nel reportage “El costo humano de los agrotóxicos” e vengono raccontate nel video “Glifosato: l’erbicida nuoce alla salute del mondo?” diAlessandro Casati e Gaetano Pecoraro (vedi sotto). Secondo dati diffusi da Greenpeace nel 2016 con il report “Trangenicos en Argentina”, nel paese sudamericano in più del 75% delle zone agricole l’aria, il suolo e le acque risultano contaminati.

Sono molte le proteste e le cause contro Monsanto avviate in questi anni. Nel 2016 la comunità di Malvinas nella provincia argentina di Cordoba, dopo tre anni di protesta, ha vinto la sua battaglia contro la multinazionale, che voleva realizzare nell’area il più grande impianto di semi di mais geneticamente modificati.

Vedi: Youtube.com/Watch
Monsanto-Agenzia per l’ambiente: rapporti pericolosi

Il verdetto del Tribunale Internazionale Monsanto non ha alcun valore legale, ma a gettare ombre sul comportamento della multinazionale ci ha pensato quest’anno anche una corte federale degli Stati Uniti. LaCorte Federale di San Francisco ha desecretato documenti sugli effetti dell’erbicida RoundUp, agli atti di numerosi processi contro il colosso dell’agrochimica. Tra i documenti ci sono mail e comunicazioni intercorse tra i dipendenti di Monsanto e l’Agenzia statunitense di protezione dell’ambiente (Epa). Un ex dirigente dell’agenzia, infatti, secondo le carte, avrebbe cercato di fermare un’indagine sugli effetti dell’erbicida.
Secondo i documenti la compagnia, inoltre, sarebbe l’autrice occulta di ricerche attribuite ad esperti accademici che definivano non cancerogene le sostanze contenute nel RoundUp. Monsanto, dal canto suo, ribadisce la scientificità e la trasparenza delle sue attività e definisce “parziale” la pubblicazione: sarebbero molti i documenti, depositati agli atti, che non sono stati diffusi.

Lo scorso 20 maggio in centinaia di città del mondo si è svolta l’annuale “March against Monsanto” (Marcia contro Monsanto), alla sua sesta edizione. Una marcia internazionale organizzata da numerose associazioni della società civile che ha dedicato l’edizione di quest’anno proprio al RoundUp, chiedendone la messa al bando.

Fonte: Azione Tradizionale

Sardegna – I retroscena della piaga degli incendi e come abbiamo ridotto una delle regioni più belle al mondo!

Sardegna

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Sardegna – I retroscena della piaga degli incendi e come abbiamo ridotto una delle regioni più belle al mondo!

 

I retroscena della piaga degli incendi in Sardegna

Sardegna: un patrimonio naturale immenso che però ogni anno viene devastato da incendi che nella stragrande maggioranza dei casi sono dolosi. Colpevoli pressoché sempre impuniti e l’amarezza per un paese che non riesce o non vuole bloccare il fenomeno. Ne parla Giorgio Pelosio, amministratore di Teletron Euroricerche, azienda che si occupa di sistemi di rilevazione ambientale.

L’associazione “L’uomo che pianta gli alberi”, da anni impegnata sul fronte della tutela dell’ambiente e del territorio sardi, ha intervistato in proposito Giorgio Pelosio, amministratore di Teletron Euroricerche, che si occupa si sistemi di sicurezza ambientale,

Cosa sta succedendo in Sardegna sul fronte degli incendi?

Stiamo assistendo a una devastazione totale del territorio, mi sembra ormai nell’indifferenza della gente, che subisce tutto questo passivamente. L’immagine è quella di una Sardegna che nel periodo estivo è meta degli incendiari, fuori controllo. Eppure è una delle zone, a livello internazionale, dove il turista viene perché trova e si aspetta un ambiente meraviglioso, ancora intatto. Questa piaga degli incendi è una situazione che si potrebbe evitare o ridurre drasticamente. L’usanza di bruciare i terreni per migliorare la fertilità del terreno è molto antica. Però la differenza rispetto a una volta, nei rarissimi casi di incendi colposi, è che quando qualcuno creava un incendio per bruciare delle stoppie, c’era sempre chi da vicino controllava fino all’ultimo momento che il fuoco non andasse fuori controllo.

Le cronache antiche, fino ai primi decenni del ‘800, parlano di una Sardegna ricca di boschi; le cronache successive, invece, descrivono una Sardegna inaridita. C’è stata speculazione con grandi disboscamenti. Ci sono le condizioni ambientali perché si possa ricostituire una Sardegna ricca di boschi?

Si potrebbe tornare a quella situazione, però per certe specie di alberi ci vogliono millenni prima di diventare piante adulte. La macchia mediterranea è un ombrello straordinario per il terreno, perché limita i danni dell’acqua quando arriva la pioggia, in certi casi torrentizia, che limita il dilavamento dei terreni dove l’humus viene completamente trasferito a valle. Quindi la macchia mediterranea ha questo compito molto importante. Basterebbe farla ricrescere nell’arco di 5-10 anni e costituirebbe uno strato di protezione del terreno, favorendo poi la crescita di altre piante, che possono essere endemiche della Sardegna oppure piante di rimboschimento.

Però sarebbe un processo molto lungo…

Sì. Per fare, ad esempio,  per riprodurre un bosco di tassi o di querce ci vogliono centinaia, migliaia di anni. Qui in Sardegna abbiamo specie straordinarie di tassi che hanno 2/3000 anni e gli olivastri che sono famosi nel mondo. Se questi esemplari sono arrivati fino a noi oggi, vuol dire che prima c’era la cultura e il rispetto di queste piante, di cui la Sardegna era straordinariamente colma. Ovunque c’erano lecci, corbezzoli, tassi, ginepri… Oggi ce ne sono ma molto, molto meno. Questo è dovuto a varie cause. Certamente gli incendi sono una delle prime cause. Negli ultimi 50 anni sono stati anche fatti rimboschimenti certe volte inappropriati, con eucaliptus o pini.

Ancora oggi?

Sì, ancora oggi vengono fatti rimboschimenti con l’eucaliptus, una pianta tipica che viene utilizzata nelle zone ricche d’acqua, quindi messa addirittura per assorbire l’acqua all’uscita degli impianti di trattamenti delle acque. Una pianta adulta di eucaliptus è in grado di assorbire 200-300 litri di acqua al giorno. Ora, però, le zone in cui c’è tanta acqua in Sardegna sono veramente molto poche. Quindi, fare il rimboschimento di eucaliptus in una montagna, porta ad inaridire ulteriormente zone che magari sono state già percorse dal fuoco. I pini, essendo resinosi, sono estremamente resistenti, quindi vivono anche in situazioni difficili con scarsità di acqua e crescono un po’ più velocemente di altre essenze. Comunque le specie endemiche della Sardegna rimangono sempre quelle della macchia mediterranea, poi i ginepri, i lecci… Queste sono le piante tipiche della Sardegna. I corbezzoli noti come arbusti si trasformano molte volte in alberi, sono delle piante veramente straordinarie.

Quanti ettari di vegetazione si perdono ogni estate in Sardegna?

Solo se noi pensiamo agli ultimi 20  giorni, credo che siano stati distrutti 6mila ettari di territorio, pascolo e boscato, questo, oltre a essere un danno ambientale, determina anche un notevole aumento della temperatura, perché, da osservazioni che faccio da circa trentacinque anni (essendo vicino a questo settore dal 1984), ho verificato che non è vero quello che si dice: “Fa caldo quindi nascono gli incendi”. E’ completamente alla rovescia: fa caldo perché ci sono gli incendi. Se c’è un incendio di qualche centinaio  di ettari al centro della Sardegna e soffia il maestrale, a distanza anche di 100 Km la temperatura può aumentare oltre i 5 gradi. Questo lo dico per osservazioni fatte tutti gli anni in Sardegna. Quindi il ragionamento è all’opposto.

Se si andrà avanti così, il processo di desertificazione sarà irreversibile?

Esattamente. Perché non c’è possibilità di far crescere piante in una zona percorsa più volte dagli incendi. Quando ci sono ad esempio zone granitiche, dove è passato più volte un incendio, prima che si ricostruisca l’humus (quindi tutto quel processo lentissimo che consente di creare il substrato per rinnovare di nuovo la vegetazione, quindi per far partire le piantine) ci vogliono centinaia di anni e in certi casi migliaia, perché è un processo lentissimo in quanto c’è poca acqua e molta pietra. Perciò la situazione è veramente molto difficile. Per costruire la pineta di Sinnai, fatta ai tempi della guerra, erano state scavate enormi buche nel granito, era poi state riempite di terra e lì avevano piantato gli alberi. Quindi pensate alle difficoltà che ci sono per fare un rimboschimento. Purtroppo, la maggior parte di quel rimboschimento di Sinnai, una quindicina di anni fa è scomparso per un incendio che in poche ore ha distrutto la maggior parte di quella meravigliosa pineta.

Cosa occorre per invertire questo processo di desertificazione della Sardegna?

Il processo di desertificazione è un fatto soprattutto di tipo culturale,  che genera grandi interessi economici. Non è facile da sradicare. Bisogna mettere l’albero, il bosco, al primo posto nell’ambiente. Quando vediamo per esempio che brucia un ettaro di vegetazione, oltre al danno determinato  del fatto che stia bruciando quella vegetazione e ai costi dell’intervento di spegnimento, non c’è più quell’ettaro, e quell’ettaro mancante ha impoverito il territorio. L’altro effetto molto importante è il fatto che quella piccola porzione di vegetazione non assorbe più CO2, e l’assorbimento di CO2 è fondamentale. Da una parte bruciando produciamo una enormità di CO2, dall’altra si impoverisce il territorio e quell’ettaro lì non ci sarà più, con la sua possibilità di assorbire la CO2. Quindi il problema è doppio. Più i costi degli interventi aerei ed a terra che oramai sono alle stelle.

Quanto costa un intervento?

Ricordo che l’incendio del 7 agosto di tre anni fa a Sinnai, nella zona di San Gregorio, è costato, solo di interventi aerei per 300 ettari percorsi dal fuoco, 300.000 euro. Stiamo parlando solo di costi vivi. Poi c’è tutto quello che gira intorno, che ha costi aggiuntivi. I danni: una buona parte di quella zona che è stata percorsa dall’incendio, se oggi si osserva sul posto ed anche attraverso  Google Earth, è desertificata. Ci sono piantine piccole piccole che stanno cercando di crescere con grande difficoltà anche a causa di  questa siccità, le cose non stanno migliorando. Per cui, se aumentando gli incendi e quindi la superficie bruciata, si determina una situazione di carenza di umidità e di carenza quindi anche di nuvole che possano scaricare l’acqua nel territorio. Molti anni fa sono andato in una zona del Sud America dove è stato fatto un rimboschimento di 400 mila ettari negli anni 80. Questo rimboschimento ha portato a cambiare il clima della zona. Antecedentemente all’intervento  non pioveva più, non c’era più umidità, non c’era più acqua. Facendo questo rimboschimento di 400 mila ettari (adesso sono piante adulte che hanno oltre 30 mt di altezza) si è ricreata la fauna, l’acqua e lì continuamente passano le nuvole e scaricano l’acqua. Sulle nuvole c’è da dire una cosa interessante: dove c’è vegetazione vi è un fenomeno molto particolare: nella sommità della vegetazione, quando passano le nuvole, si verifica un fenomeno di leggera riduzione della temperatura apicale dell’albero per effetto della fotosintesi clorofilliana. Questa lieve riduzione fa sì che la nuvola scarichi l’acqua sul bosco. Invece, dove non ci sono boschi, le precipitazioni possono avvenire ovunque, a carattere torrentizio e fare dei danni come si sono visti nell’Ogliastra, a Capoterra  Olbia ecc., che hanno fatto danni a persone e cose. Alluvioni incredibili. Perché si caricano nuvole di ghiaccio  ed acqua e poi, a un certo punto, scaricano tutte insieme. Quindi con un danno ambientale successivo incalcolabile.

Il rischio incendi è circoscritto solo al periodo estivo?

E’ stata fissata la data per l’inizio di una campagna antincendio normalmente dall’inizio di giugno, ma la vegetazione, in caso di deficit idrico (che avviene dopo circa 20-30 giorni di mancanza di piogge), col vento forte, quindi con un ambiente secco, in qualsiasi momento dell’anno può permettere lo svilupparsi di un incendio analogamente a quello che succede d’estate. Tant’è vero che più di 20 anni fa c’è stato un incendio nel periodo di Pasqua, era ancora freddo, un periodo un po’ piovoso, e nella zona di Triei-Baunei è sparita una pinetina nell’arco di un paio d’ore con un incendio. La propagazione dell’incendio è leggermente  lenta, ma se l’incendio parte va in chioma in qualsiasi periodo dell’anno.

C’è un business dietro gli incendi? Chi ci guadagna? Per fare un esempio, prima ha parlato di 300 mila euro occorsi per spegnere 300 ettari in un incendio del 2007. In quel caso, chi ha guadagnato?

Certamente tutti quelli che hanno fatto questo servizio, tutti quelli che hanno fornito il carburante, tutti quelli che hanno fatto delle missioni, tutti quelli che girano intorno alla macchina dell’antincendio. La campagna antincendio io la vedrei più come ”campagna incendi”. Ma non sto affermando nulla di nuovo, sulla stampa appaiono da oltre 40 anni articoli in tal senso.

Sono privati?

Ci sono certamente anche privati. I canadair sono della protezione civile però gestiti da società private sotto il controllo dei vigili del fuco. Poi ci sono gli elicotteri che sono per lo più di società private. Ma è evidente che dietro tutta questa macchina girano un sacco di soldi. Per ogni ora (questi sono dati della protezione civile), se girano quattro canadair e un elicottero ci sono circa 50-60 mila euro di interventi. Siccome un intervento può durare dalle 5 alle 10 ore, lì si vede quali interessi si mettono in moto con un incendio. Devo dire che questo coinvolge anche moltissime persone che invece si sacrificano ogni giorno, quei volontari che io ritengo gli unici che si dovrebbero occupare dell’antincendio, volontari specializzati e formati. In molte regioni la maggior parte delle attività antincendio è affidata ai volontari sia per l’osservazione, sia per l’identificazione, sia per l’intervento. Questo sarebbe importantissimo. Dove invece ci sono in gioco altri interessi, non è detto che gli incendi vengano spenti in maniera rapida.

Come si muove la giustizia? Ogni tanto le cronache ci raccontano di qualche piromane che viene identificato e fermato. Quali sono le pene comminate?

Da quello che leggo sui giornali, ogni tanto ne prendono qualcuno, magari stanno dentro per breve tempo, molti vengono rimandati a casa. Dicono che viene fatta un’azione molto importante di investigazione, di prevenzione, ma io l’effetto di tutto questo non lo sto vedendo. Perché se fosse veramente così, con tante persone che si occupano di investigazione…

Manca la consapevolezza collettiva della gravità di questo reato?

Sì, perché di fatto basta che uno accenda il fuoco nel momento peggiore, con forte vento e secco, parte un focolaio o più focolai e questi si propagano in maniera rapidissima. Ho visto incendi propagarsi con una velocità di un ettaro al minuto. Non credo che le pene, la giustizia, almeno quella italiana, siano in grado di scoraggiare questi piromani. Questi incendi sono un attentato alla vita. Ogni anno la situazione sta peggiorando.

Non si crea indignazione mediatica su questi crimini. Eppure le foreste sono il primo ingrediente della vita.

Sì. Sono pochissimi i casi in cui a innescare un incendio è la marmitta della macchina oppure il barbecue, o ancora il treno che, frenando, sviluppa scintille… Quelli possono succedere ma sono veramente molto rari. Anche perché i casi come questi si possono verificare sempre, anche quando non c’è vento. Invece, guarda caso, tutti questi eventi si verificano sempre e solo quando c’è forte vento. Quindi questo vuol dire che è proprio un programma criminale, portato avanti da persone senza scrupoli  che hanno interesse a bruciare. Ci sono personaggi, dietro le quinte (dietro quelli che si sacrificano di giorno e di notte, volontari) che possono trarre grosso beneficio da questi eventi.

E che magari fanno leva sulla crisi economica per attirare la collaborazione di chi non ha o ha scarse fonti di reddito… In quale percentuale si può parlare di casi di vera piromania?

Ci sono stati diversi casi in cui sono stati identificati dei piromani. Ricordo molti anni fa, all’isola d’Elba: erano persone che avevano dei disturbi, delle manie particolari, delle patologie, e che godevano nel vedere il fuoco e tutto quello che si metteva in moto intorno a questo fuoco perché diventava quasi uno spettacolo. Questo è successo diverse volte. Però sono convinto che i fuochi che sono partiti in Sardegna nascano da interessi materiali.

Lei di cosa si occupa?

Sono ormai 40 anni che mi occupo di sistemi per la prevenzione degli incendi boschivi. Il primo sistema lo abbiamo fatto nel 1986, collaudato nei territori di Arzana, vicino a Lanusei, col contributo della Comunità Europea e dell’Ispettorato Regionale delle foreste di Nuoro. Quel primo sistema fatto ha avuto un grande successo, tant’è vero che è stato organizzato un convegno in Francia nel 1987, proprio per parlare di questa tecnologia innovativa nell’infrarosso e nel visibile.

Ci può spiegare in cosa consiste questo sistema?

Occorre localizzare in tempi brevissimi (3 minuti massimo) un incendio, quindi sul nascere, individuarne la posizione in maniera molto precisa e mandare questa informazione a chi deve fare l’intervento, che possono essere o mezzi a terra o, se lo consentono le condizioni meteorologiche, l’elicottero. Dopo questo primo impianto fatto a Lanusei, in Ogliastra, visto il successo di questa iniziativa, la Regione, le comunità montane e altri enti hanno ordinato molti altri di questi impianti, che hanno funzionato fino al 2004. Tutti impianti collaudati, che si basano soprattutto sulla prevenzione. La prevenzione ha anche un effetto deterrente. Da uno studio fatto, si è visto che nell’arco di tre anni in tutte le zone monitorate da questi sistemi basati su telecamere dell’infrarosso e del visibile, nelle zone di migliore osservazione (in cima alle montagne), c’era una riduzione (e questi sono dati ufficiali) dell’80% degli incendi. Chi, intenzionato a dare fuoco, vedeva la stazione, non dava fuoco direttamente a vista proprio per il notevole effetto deterrente. E’ la stessa cosa che si verifica molto banalmente in un supermercato o in una banca, che se uno si trova sotto una telecamera è scoraggiato a prendere determinate iniziative. E nel momento in cui viene localizzato in tempi brevissimi (stiamo parlando nell’ordine di 3 minuti massimi) un principio di incendio, se queste informazioni sono comunicate agli elicotteri e ai mezzi a terra, lo spegnimento può essere rapidissimo prima che il fuoco finisca in chioma e quindi che provochi danni che sono veramente irreparabili. Abbiamo numerosissimi casi registrati e a disposizione dall’insorgere dell’incendio al rapido spegnimento in brevissimo tempo.

Tornando ai costi di cui ha parlato prima (l’incendio del 2007, 300 mila euro per spegnere 300 ettari ), questi sono legati anche alla durata delle operazioni di spegnimento? Più tempo occorre a spegne un incendio, maggiore è il costo e quindi anche i guadagni?

Esattamente.

Quindi, per chi trae profitto dalle operazioni di spegnimento, è economicamente vantaggioso che l’incendio abbia il tempo di propagarsi…

Certo, più dura, maggiori sono gli interessi.

Il suo sistema non esclude l’impiego dei mezzi di spegnimento tradizionali (mezzi di terra e di cielo) ma ne ridurrebbe la necessità e i tempi di utilizzo…

Il fatto che io possa fare un intervento che duri 10 minuti o 10 ore, questo cambia moltissimo. Perché 10 minuti di elicottero possono costare qualche centinaio di euro. Se invece uno fa 10 ore di canadair, possono essere centinaia di migliaia di euro. Questa è la differenza. Oltre alla distruzione del territorio. Devo dire che  le tecnologie di monitoraggio realizzate  sono state utilizzate con successo dal 1986 al 2004 perché l’amministrazione ha visto che, nel momento in cui il rilevamento è immediato, l’intervento è immediato, la riduzione delle superfici bruciate è drastica, e che quindi zone importanti sono state preservate, preservate per molti anni. Poi dal 2005 hanno delegittimato questi impianti, che sono stati abbandonati in maniera incomprensibile. Ora io credo che bisognerebbe fare un ragionamento importante, che è quello di ricostituire una rete di persone, di soggetti che siano veramente interessati al bene della Sardegna, al bene dei boschi e della vegetazione. Oggi, quando c’è un incendio, c’è tutto un meccanismo piuttosto complesso (prima di verifica, poi si autorizza l’elicottero, autorizza qui, autorizza lì…) e passano i minuti, qualche volta le ore, per cui il fuoco prende piede e brucia decine, centinaia, migliaia di ettari, come si è visto questi ultimi giorni, perché non c’è più la consapevolezza che è interesse di tutta la collettività contribuire a spegnere un incendio.

Se fossero in funzione tutti gli impianti, quanti ettari potrebbe coprire questo sistema?

Il sistema potrebbe coprire oltre 600 mila ettari di territorio pregiato  e individuare un principio di incendio entro 3 minuti con localizzazione precisa in pianta ed effettuare la previsione di sviluppo e direzione dell’incendio per poter aiutare le squadre dell’intervento e orientare i loro sforzi. Inoltre, l’osservazione dell’incendio è soltanto una delle tantissime cose che può fare questo sistema. E’ fondamentale l’effetto deterrente. E’ fondamentale la tempestività della localizzazione di un principio di incendio, seguirlo costantemente, sia nelle fasi iniziali sia nelle fasi dello spegnimento attraverso le camere termiche all’infrarosso, il fatto di poter consentire a quelli che si occupano dello spegnimento e che rischiano la propria vita, di avere uno strumento per sapere esattamente da dove arriva il fuoco e quindi qual è la linea di fuga più adatta. E’ una cosa che l’uomo, senza la strumentazione, non può fare.

I costi?

Grosso modo 3 euro per ettaro. Basti pensare che il rimboschimento di un ettaro può costare dai 15 mila ai 30 mila euro. Quindi il grande risparmio che si può avere è assolutamente evidente.


Le istituzioni, di fronte al progetto che lei hai presentato e che ha avuto anche una fase di realizzazione, come reagiscono?

Devo dire che ho trovato molto favore per i risultati, che sono estremamente chiari, evidenti. Questo ha trovato il favore di molte istituzioni. Stiamo parlando della Corte dei Conti, dei Carabinieri, Guardia di Finanza, tutti quelli che operano nel territorio e hanno a cuore il fatto che non ci siano incendi. Il progetto si è fermato, secondo me, per motivi di carattere politico. Dietro la scelta di abbandonare un sistema di impianti collaudato, certificato e entrato in esercizio, deve esserci l’interferenza di altri interessi. D’altra parte c’è un motivo che potrebbe essere la causa o la concausa di questo blocco e cioè: nello stesso anno in cui è stato bloccato il funzionamento degli impianti, la Regione aveva ottenuto un grosso finanziamento dall’Unione Europea per un’altra rete di impianti. Ho presentato una denuncia alla Procura alcuni anni fa.

Quindi, appurato che ci sono grossi interessi economici e che c’è ostracismo da parte di certi ambienti della politica, a questo punto qual è la vera medicina? Sensibilizzare la coscienza pubblica?

Certo! Occorre che tutti i sardi, e non, sappiano che esiste questa tecnologia e che è stata abbandonata. Oltretutto, quando c’è stato l’incendio dei Sette Fratelli, anziché mettere l’accento sul fatto che c’erano stazioni che erano spente durante l’incendio, hanno focalizzato l’attenzione sulle perplessità intorno a questa tecnologia, facendo intendere che dietro si nascondesse qualche cosa di losco e che tutto quanto sarebbe stato affidato alla Procura della Repubblica. Mi ricordo molto bene: è successo nell’agosto di tre anni fa. Poi il silenzio.

Stiamo donando ai posteri un deserto perché la Sardegna è destinata, se non si inverte questa tendenza distruttiva, a diventare un deserto in maniera irreversibile. In materia di ambiente pare esserci ancora molta distrazione da parte della gente.

Occorre rendersi conto che quando brucia un albero, quell’albero è anche nostro. Se noi vogliamo vivere in un ambiente naturale, puro, dove ci siano acqua e benessere, e quello viene bruciato, abbiamo bruciato una cosa nostra. Manca questa coscienza.


Nelle cronache dei primi del ‘800 leggiamo che la Sardegna era una terra ricca di corsi d’acqua. Per tutto l’anno.

Sì. Basta vedere la Corsica che è a due passi da noi. La Corsica ha una quantità di vegetazione simile a quella che aveva la Sardegna qualche centinaio di anni fa. Ma se noi andiamo in questo momento in Corsica, la maggior parte della Corsica ha fiumi come se ne vedono sulle Alpi, sulle Dolomiti. E questo rappresenta una ricchezza straordinaria.

Questo ancora lo si vede in certe aree della Sardegna, dove si può fare il bagno anche d’estate. Sempre meno però…

Sempre meno. Se uno guarda una cartina turistica: dove è preferibile andare? Nelle zone dove è indicato il verde, cioè dove c’è il bosco. E’ difficile si indirizzi il turista dove c’è una montagna desertica. Normalmente l’interesse è di andare nei luoghi dove c’è vegetazione. La vegetazione porta acqua, porta vita. Con i fondi comunitari si potrebbe fare un piano di rimboschimento di tutte le aree bruciate della Sardegna, considerato anche che il rimboschimento contribuisce alla riduzione della CO2. E questa attività potrebbe vedere un sacco di gente (operai, forestali, ecc.) impegnata in una attività di tutto l’anno. E d’estate, se i canadair devono veramente volare, facciamoli volare usandoli applicandovi sistemi di irrigazione aerei che possano spruzzare l’acqua sui rimboschimenti.

Tra l’altro a volte i canadair attingono l’acqua dal mare. Quest’acqua salata che effetto ha poi sul terreno?

E’ devastante. Se io prendo un vaso di fiori e ci metto l’acqua salata, muore la pianta. Quindi, una volta che io sono andato a spargere il sale in giro… questo è un ulteriore danno.

fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/incendi_sardegna

In prima linea a difendere il clima? Svezia, Germania e Francia …Italia? Non pervenuta!

 

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In prima linea a difendere il clima? Svezia, Germania e Francia …Italia? Non pervenuta!

In prima linea a difendere il clima? Svezia, Germania e Francia

«Gli accordi di Parigi non sono rinegoziabili». Hanno risposto così, in una dichiarazione congiunta, Italia, Germania e Francia all’annuncio del presidente Donald Trump di voler ritirare gli Stati Uniti dall’intesa sul clima siglata a fine 2015. Ma, dichiarazioni a parte, cosa stanno facendo i governi europei per contrastare il riscaldamento globale?

Intanto, va detto che l’Europa è il continente che più degli altri si sta impegnando per ridurre le emissioni di gas serra. Anche nel 2016, a livello continentale, la quantità di CO2  emessa in atmosfera si è ridotta dello 0,4%. Sebbene con risultati diversi a livello di singolo Paese: la Bulgaria le ha tagliate del 7%, la Finlandia le ha viste crescere di oltre l’8%.

I governi europei stanno in questi mesi discutendo dello Effort Sharing Regulation. Ovvero di un accordo che vincolerà le politiche ambientali dal 2021 al 2030. E che fa seguito a quello attualmente in vigore, che andrà a scadenza nel 2020. Sulla base di questa nuova intesa, i Paesi membri dell’Unione si impegneranno a ridurre le emissioni di gas serra del 30%, rispetto a quelle del 2005, appunto entro il 2030.

Nell’ambito di questo dibattito, nel marzo scorso due organizzazioni non profit come Transport&Environment e Carbon market watch hanno rilasciato lo EU Climate leader board. Un rapporto nel quale vengono valutati cinque indicatori, che misurano l’atteggiamento dei governi dei 27 Paesi coinvolti rispetto alle tematiche in discussione. A ciascuno di questi indicatori viene assegnato un punteggio. Il totale massimo raggiungibile è di 100. E la nazione che si comporta meglio, cioè la Svezia, arriva appena a 67. L’Italia, invece, è in fondo alla classifica.

fonte: http://www.infodata.ilsole24ore.com/2017/06/05/linea-difendere-clima-svezia-germania-francia/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

Parla il pentito della Camorra: “Altro che Terra dei Fuochi – Nel bresciano sono rovinati, li abbiamo riempiti di rifiuti tossici”

 

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Parla il pentito della Camorra: “Altro che Terra dei Fuochi – Nel bresciano sono rovinati, li abbiamo riempiti di rifiuti tossici”

“Nel bresciano sono rovinati, li abbiamo riempiti di rifiuti tossici”

Il pentito Nunzio Perrella parla in televisione del grande traffico dei rifiuti: “Montichiari peggio della Terra dei Fuochi”. L’affare milionario anche in Lombardia: “Fino al 1987 li portavamo solo qua”

“Nel bresciano sono rovinati, li abbiamo riempiti di rifiuti tossici”

BRESCIA – Trent’anni al servizio della camorra. Poi grande testimone, pentito. Trent’anni nel ‘giro’ del recupero e dello smaltimento dei rifiuti. Anche e soprattutto tossici.

Il quartiere Isola a Napoli è tutto pieno. Ma anche il Raccordo Anulare a Roma”. E la Lombardia: “Ah, il Nord è davvero molto rovinato. I rifiuti li abbiamo portati solo in Lombardia, fino al 1987. Poi stava tutto pieno, e abbiamo cominciato a portarli anche al Sud.

IL PENTITO IN TV – Parola di Nunzio Perrella, ex camorrista che negli anni ’90 è diventato un collaboratore di giustizia. “Ho cominciato negli anni ’60 – ha raccontato ai microfoni della trasmissione Nemo, su Rai Due – ma sono stati subito chiaro: io non faccio droga e omicidi, io faccio la monnezza. Perché la monnezza è oro”.

LE TARIFFE – Un tariffario ben preciso, riporta Brescia Today: “10 lire al chilo per la camorra, 25 lire al chilo per la politica. Ho festeggiato 2 miliardi in contanti al ristorante, una sera. E ancora mi chiamano, dopo anni. E sono grandi industriali, non piccoli”. E’ il valzer dei rifiuti, vero e proprio business nel bresciano.

EMERGENZA BRESCIANA – Il pentito Perrella incontra Gigi Rosa, del Comitato Sos Terra di Montichiari. “Un paese – spiega Rosa – dove si possono trovare 7 discariche in 1 chilometro quadrato. Un paese dove sono stoccati 13 milioni di metri cubi. La situazione è critica: non sappiamo cosa respiriamo, e ormai sono arrivati alle falde acquifere”.

Montichiari? Me la ricordo bene – ammette Perrella – e così Ospitaletto, Castegnato, Rovato… Fino a Mantova siamo arrivati.

“PEGGIO DELLA TERRA DEI FUOCHI” – Ma a Montichiari, i rifiuti dove? “Dappertutto. Tutte le cave che stanno lì, guarda… son tutte piene. State peggio di noi, siete più rovinati di noi”. Peggio della Terra dei Fuochi.

 

fonte: http://www.today.it/citta/rifiuti-brescia-montichiari-nunzio-perrella.html