Dai mattoni agli scooter, ecco quello che si può fare con i residui di canapa!

 

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Dai mattoni agli scooter, ecco quello che si può fare con i residui di canapa!

 

Mattoni e scooter, ecco i materiali dai residui di canapa

Presentati a Bruxelles i risultati del progetto Multihemp

BRUXELLES, 17 NOV – Far avanzare la conoscenza scientifica sulla canapa per sfruttarne la versatilità per costruire materiali ‘verdi’ e alternative sostenibili alle fibre sintetiche. Questa è la filosofia del progetto Multihemp, finanziato dall’Ue e coordinato da Stefano Amaducci, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano, che ha partecipato alla infoweek del programma Horizon 2020, terminata oggi a Bruxelles. “Il progetto è iniziato nel 2012, si è concluso lo scorso aprile – racconta Amaducci – e ha raggiunto risultati tangibili”. Come innovativi materiali da costruzione a base biologica, tra cui un sistema di isolamento prodotto dal partner del progetto Ventimola. O i pannelli in fibra e i muri a base di canapa sviluppati dall’azienda italiana Cmf Technology di Modena. L’industria moderna della canapa, coltivata su 33mila ettari nell’Ue, è in pieno sviluppo. “La bioedilizia copre ormai il 16% dell’uso del canapulo, che è il residuo dell’estrazione della fibra”, prosegue Amaducci, mentre “il recupero degli scarti di trebbiatura vengono sempre più impiegati nell’industria farmaceutica e cosmetica”. La frontiera sono i biocompositi, materiali formati da resine e rinforzati da fibre naturali, per materiali di costruzione di automobili o scooter.(ANSA).

fonte: http://www.ansa.it/europa/notizie/agri_ue/innovazione/2017/11/17/mattoni-e-scooter-ecco-i-materiali-dai-residui-di-canapa_d17d1711-fef1-4dd7-a2d5-31d29e1abf05.html

Multihemp: il super progetto europeo per riscoprire la fibra di canapa

In Italia la canapa sta facendo la sua ricomparsa nei campi da nord al sud, con un mercato che si sta sviluppando in larga parte intorno alla lavorazione di canapa da seme per ottenere prodotti alimentari. Il valore aggiunto della pianta di canapa sta però nella fibra, considerata in passato come “l’oro verde”.

“La canapa è sempre stata una coltura da fibra, e l’industria europea è ancora oggi basata sul mercato della fibra”, racconta Stefano Amaducci, professore della facoltà di Agraria dell’Università del Sacro Cuore di Milano che ha coordinato Multihemp, un grande progetto finanziato dall’Unione Europea e conclusosi da poco. “Il seme in teoria sarebbe un co-prodotto ed i procedimenti industriali sono quelli che avvengono sullo stelo e sulla fibra”, continua a spiegare Amaducci specificando che: “Quello del seme è invece un mercato agricolo. Da due o tre anni l’incremento della superficie coltivata a canapa in Europa è però dovuto esclusivamente alla canapa da seme perché il mercato della fibra è rimasto uguale dal 2010”.

E così è nato Multihemp: 22 partner di cui 13 piccole e medie imprese provenienti da 11 Paesi europei, con il coinvolgimento anche della Cina con lo scopo “di avanzare la conoscenza scientifica necessaria per rinnovare ed espandere il mercato dei prodotti a base di canapa”. Un progetto biotecnologico, come ha evidenziato Amaducci, “incentrato sul tentativo di dare anche alla canapa quegli strumenti legati alle conoscenze genetiche e fisiologiche che permettono di avere un miglioramento genetico moderno, oltre ad aver sviluppato diversi prodotti ed applicazioni d’uso”.

Cos’è il progetto Multihemp?
E’ iniziato nel 2012 ed ultimato il 28 di febbraio 2017. E’ un progetto ampio finanziato dall’Unione europea con 6 milioni di euro a fronte di un costo totale di 8 milioni. Essendo un progetto di ricerca e sviluppo lo scopo principale è stato quello di avanzare la conoscenza scientifica necessaria per consolidare e rinnovare il mercato dei prodotti rinnovabili a base di canapa. C’erano un’ampia serie di obiettivi specifici, alcuni legati a destinazioni d’uso precise come prodotti che abbiamo sviluppato, anche se il progetto era incentrato più che altro sul dare anche alla canapa quelle conoscenze fisiologiche e genetiche che permettessero di fare un miglioramento genetico moderno. Chi oggi fa breeding con la canapa lo fa seguendo le procedure degli anni ’60, non ci sono marcatori molecolari o conoscenze fisiologiche particolari.

Un sistema d’isolamento basato su dei fiocchi di canapa, ideato per il nord europa dove sono presenti i doppi muri, con la possibilità di iniettare all’interno di questa doppia camera i diversi materiali. E’ un sistema che l’azienda partner Ventimola sta cercando di commercializzare, con un’altra azienda di produttori di canapa, Planet Chanvre, che ha costruito un impianto con tecnologia tedesca a nord di Parigi e che è interessata ad usare la fibra di canapa per questo sistema.
Altra applicazione è la realizzazione di pannelli a base di canapa e canapulo in particolare, che ha visto CMF Technology sviluppare lo spin off CMF Greentech azienda italiana che ha fatto l’upgrade industriale ed ha presentato il proprio impianto produttivo a Ecomondo a Rimini.
Poi abbiamo un’altra destinazione che è quella della fibra di canapa come rinforzo di materiali compositi dall’alto valore aggiunto e prodotti cosmetici: un’azienda spagnola Ctaex, che in realtà è un istituto di ricerca, ha realizzato una serie di prodotti a base di olio di canapa come creme, lozioni e shampoo. Invece con l’Università di York, che ha una piattaforma di bioraffineria, abbiamo provato a dare valore aggiunto ai sottoprodotti della lavorazione. Quando ad esempio si estrae la fibra dal canapulo rimane la polvere ed è stata valutata la possibilità di utilizzarla per produrre bioetanolo, oppure hanno fatto delle analisi sugli scarti delle acque di macerazione della canapa.
Abbiamo inoltre sviluppato la possibilità di utilizzare gli scarti della trebbiatura per estrarre cannabinoidi. E’ un dottorando di ricerca che sta seguendo il progetto dopo una prima pubblicazione.

E di cos’altro si è occupato il progetto?
Di aspetti fisiologici e genetici per cercare di migliorare la canapa ad esempio per la qualità della fibra. L’Università di York aveva già realizzato una varietà di canapa ad alto oleico in modo da aumentare la “vita” dell’olio di canapa. Può tornare utile perché la canapa coltivata in terreni inquinati dove non si può pensare a produzioni alimentari, la varietà alto oleico potrebbe essere molto interessante per destinazioni tecniche come ad esempio le bioplastiche o la fibra per materiale di rinforzo.
Abbiamo poi lavorato sull’individuazione di marcatori molecolari per poter fare il miglioramento genetico e capire quali fossero i geni legati a caratteristiche interessanti come la sensibilità al fotoperiodo, la qualità della fibra e cose di questo tipo.
Poi abbiamo valutato tutta la parte delle tecniche culturali come il livello di azoto, la densità piante, l’epoca di raccolta e di semina influenzassero la produzione e la qualità della fibra. Con l’Università di Brema abbiamo sviluppato un sistema per valutare la qualità: in tutti i settori legati alla fibra naturale, cotone a parte, ci sono poche modalità per stabilire i parametri della qualità della fibra con nuovi parametri qualitativi come la decorticabilità e l’efficienza con la quale riusciamo ad estrarre la fibra dalla pianta.

Secondo lei come inciderà questa ricerca sullo sviluppo della canapa italiana?
Questo progetto era maggiormente incentrato sulla fibra perché la canapa di base è sempre stata una coltura da fibra e l’industria della canapa, in Europa, è un’industria della canapa da fibra. Sullo stelo infatti c’è bisogno di vere e proprie lavorazioni industriali, cosa che non avviene per la canapa alimentare, che ha un mercato prevalentemente agricolo. In Italia oggi la canapa è essenzialmente una coltura da seme.

Il motivo è che non abbiamo le industrie che effettuano queste lavorazioni?
Sì, ma dobbiamo anche chiederci perché non abbiamo questo tipo di industrie. Dietro c’è un mercato della fibra stagnante, che non sta crescendo e rimane nella testa di chi crede che possa essere interessante. Oltre al fermento al quale stiamo assistendo nel nostro Paese, c’è bisogno che ci sia una crescita del mercato. Il mercato della fibra della canapa comprende la carta e poi quelli emergenti o più consolidati come quello del biocomposito per l’automobile e tessili tecnici. Il settore dell’automobile, quello più redditizio, è però legato a quelle poche aziende che la utilizzano ma che potrebbero ad esempio usare il kenaf o un’altra fibra, quindi è un mercato che stiamo difendendo e che non è in espansione. Visto che se ne parla da 20 anni io, da ricercatore, comincio a farmi delle domande. E’ da anni che si parla del mercato dei biocompositi come di un possibile “sleeping giant” un gigante addormentato in procinto di svegliarsi, ma alla fine c’è bisogno di un cambiamento anche a livello di consumatori che apprezzino la fibra naturale fatta in Europa e creino quel valore aggiunto che secondo me oggi la filiera dal basso non è in grado di creare.

C’è un possibile mercato tessile che unisca il made in Italy ad una fibra italiana?
Sì, senza ombra di dubbio. Il problema è come alimentarlo. C’è un mercato per la canapa tessile, il problema è che non c’è la canapa tessile.

E’ un cane che si morde la coda?
Paradossalmente c’è la fibra tecnica e tutti quelli che hanno impianti da canapa da fibra in Europa, viaggiano ad un livello di produzione inferiore alle capacità. Questo succede perché il mercato della fibra tecnica è quello. E quindi anche l’idea di fare un impianto da fibra è difficile da realizzare a meno che non si abbia già un mercato di riferimento, o un’idea di utilizzarla in un’applicazione costruendo un piccolo impianto mirato. Oggi bisogna fare uno sforzo per creare il mercato. Invece sul tessile il mercato c’è già e quindi vale il discorso opposto. Il problema è che la fibra che c’è oggi sul mercato è fibra tecnica. Il mercato tessile è un’idea che si può sviluppare dove il costo della manodopera è più basso anche perché è paradossale che la più grossa produzione per quantità e qualità di lino (fibra lunga) al mondo è in Francia, ma la fibra francese va in Cina. Inoltre in Italia nessuno parla di macerazione, che per la canapa tessile è un problema fondamentale.

Si era provato a meccanizzare la macerazione negli anni ’60?
Negli anni ’60, l’ultimo tentativo di salvare l’agonizzante canapa italiana fu quello di meccanizzare la macerazione in acqua. Venendo create delle macchine che mettevano gli steli di canapa in acqua e poi li tiravano fuori. Oggi sarebbe una cosa impensabile per i costi.

Quale potrebbe essere la soluzione?
Potrebbe essere quella della macerazione in campo facendo poi una stigliatura non lunga, per un fibra che possa essere cardabile come la lana.

Ed il futuro della canapa italiana come lo vede?
Lo vedo confuso, perché immagino che partiranno tanti piccoli progetti a livello regionale. Quindi vedo un futuro frammentato. Federcanapa, io faccio parte del Consiglio scientifico, potrebbe essere una realtà nazionale che si propone di coordinare le attività e le conoscenze. Forse con la nuova legge nascerà un progetto nazionale, perché se no il rischio è che ogni regione finanzi, per il fascino della canapa, piccoli progetti che poi vengono replicati, senza nessun tipo di coordinamento.

Mario Catania 

fonte: http://www.canapaindustriale.it/2017/04/29/multihemp-il-super-progetto-europeo-per-riscoprire-la-fibra-di-canapa/

 

Il pianeta soffoca a causa della deforestazione. Chi sono i principali responsabili? Sempre loro, le Multinazionali! Ecco quali…

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Il pianeta soffoca a causa della deforestazione. Chi sono i principali responsabili? Sempre loro, le Multinazionali! Ecco quali…

La deforestazione è un buon affare per pochi, circa 500 tra aziende, banche e governi, che sottraggono materie prime –bene comune– per poi rivenderle al resto del pianeta trasformate in merci. Un volume commerciale stimato in 1700 miliardi di dollari. Tanto deriva dalla gestione delle foreste del pianeta. Secondo l’osservatorio internazionale Forest 500 tutti insieme sono responsabili del 30% delle emissioni globali di CO2. «Ognuna di loro – spiegano gli analisti – potrebbe virtualmente eliminare il disboscamento tropicale, contribuendo a salvare il pianeta».

«È difficile immaginare che ci sono solo 500 attori che controllano il commercio mondiale di deforestazione, ma è vero», dicono quelli di Forest 500. E solo 7 su 400 multinazionali hanno dato avvio a blandi programmi di riduzione dello scempio di foreste. Più che altro operazioni di marketing, secondo gli studiosi più radicali. Gli altri, la stragrande maggioranza, continuano indisturbati ad abbattere alberi e gonfiarsi le tasche. In generale, stando al Global Programme Canopy, siamo sotto ogni standard utile a limitare le emissioni di gas serra nell’atmosfera.

In ballo c’è la sopravvivenza di interi ecosistemi -già molto compromessi- e di conseguenza anche il mantenimento di condizioni di vita accettabili nel prossimo futuro, un tempo molto più vicino di quanto immaginiamo. Legname, carne, soia, olio di palma, cuoio, carta e cellulosa. Sono solo alcune delle produzioni che ingrassano i conti di multinazionali e banche, restituendo ai nostri polmoni anidride carbonica, scioglimento delle calotte polari, inondazioni e ogni sorta di cataclisma metereologico.

Una manciata di aziende e banche (qui la lista), tra cui Danone Group, Nesltè, Ikea Group, Cargil, Agropalma, Kellogg, Johnson&Jhonson, L’Oreal, Adidas, Barilla Holding, H&M, Ferrero, Hsbc Bank (quella dei conti segreti in Svizzera), Banco Santander, Bnp Paribas, Goldman Sachs, Deutsche Bank, Bank of America (per citarne alcune), sono maggiormente responsabili del riscaldamento globale. Nei prossimi anni, dicono gli scienziati, le temperature potrebbero salire da 2°C (nelle previsioni più ottimistiche) fino a 6°C, con conseguenze ancora sconosciute.

La deforestazione oggi rappresenta una delle maggiori cause delle emissioni di gas serra nell’atmosfera. Un dato su tutti: il suolo delle foreste del pianeta preserva circa 500 miliardi di tonnellate di carbonio. Gran parte si trova nelle foreste pluviali tropicali. È una quantità enorme, «che supera l’intera massa dei carburanti bruciati in tutto il mondo negli ultimi cento anni», dicono gli analisti di Forest 500. «Indonesia e Brasile contribuiscono al 40% delle emissioni globali di CO2 determinate dalla deforestazione».

Peccato però che la popolazione di questi due Paesi contribuisce molto poco a questo scempio, pagando invece la sete di profitti della spicciolata di multinazionali che controllano il commercio mondiale.

 

tratto da: https://indygraf.com/deforestazione-selvaggia-500-aziende-controllano-il-commercio-mondiale

Un metodo geniale per convertire la bici in elettrica – Convertire la tua bici in elettrica non è mai stato così facile.

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Un metodo geniale per convertire la bici in elettrica – Convertire la tua bici in elettrica non è mai stato così facile.

Un metodo geniale per convertire la bici in elettrica

Convertire la bici in elettrica non è mai stato così facile. L’idea di un ingegnere britannico supera le difficoltà del settore e spopola su Indiegogo.

 

Spopola l’idea di un ingegnere britannico per convertire la bici in elettrica

 

(Rinnovabili.it) – «Il mio nome è Oliver, e sono orgoglioso di essere un ingegnere britannico». Si presenta così l’inventore del nuovo kit Swytch eBike, che permette di convertire la bici in elettrica con una facilità mai vista prima, e si applica a qualunque modello.

«Ecco come funziona – spiega nel suo video pubblicato su Indiegogo, il sito su cui ha già radunato donazioni per 87 mila dollari – Noi ti mandiamo una ruota nuova con un motore leggero incorporato, un sensore per i pedali, due per i freni, e una staffa da posizionare sul manubrio». Su questa staffa si collocano l’elettronica e la batteria, riducendo drasticamente i pesi e i tempi di montaggio dopo aver equipaggiato la bicicletta per la prima volta.

Solitamente, i kit di conversione sono pesanti (circa 8-10 kg), perché devono posizionare la batteria, il motore e l’elettronica all’interno della ruota. In tal modo, la pedalata è più difficile quando non si utilizza l’assistenza elettrica. Ma Swytch promette di eliminare il problema, inserendo la batteria e la parte elettronica in una scatola grande come quella di un comune binocolo del peso di 4 o 5 kg, a seconda del modello scelto. Il pacco si attacca sul manubrio, e nella ruota resta quindi soltanto il motore, fatto che consente di utilizzare la bicicletta in modalità standard con più facilità. Convertire la bici in elettrica con questo sistema, diventa un passaggio di pochi secondi.

 

 

Un pacchetto Swytch costa adesso circa 300 dollari, meno della metà del prezzo di vendita, che sarà di 650. Gli altri kit di conversione, generalmente, si collocano in una fascia più alta, tra i 1.000 e i 1.500 dollari.

La confezione da inserire sul manubrio, che contiene la batteria, ha davanti una luce e sopra un display che mostra la durata residua: l’accumulatore più leggero assicura una autonomia di 40 km, quello più pesante raggiunge gli 80.

Ecco la super-ecologica bicicletta ad idrogeno

 

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Ecco la super-ecologica bicicletta ad idrogeno

La prima bici a idrogeno a un passo dal mercato

Sembra arrivato il momento buono per Pragma Alpha la bici a idrogeno che può percorrere 100 km con un “pieno”, completato in soli 2 minuti

Una bici a idrogeno con 100 km di autonomia che si ricarica in 2 minuti

 

All’inizio sembrava niente più di un esperimento. Era il 2014 quando Pragma Industries, una azienda di Biarritz, cittadina nel sud ovest della Francia che si affaccia sul golfo di Biscaglia, ha dato alla luce la bici a idrogeno Pragma Alpha. Invece, oggi sembra tutto pronto per il salto commerciale, un ingresso in grande stile nel settore della mobilità sostenibile.

Grazie al lavoro di un team di ingegneri, scienziati e tecnici, con specializzazioni che vanno dalla meccanica all’elettronica, dall’automazione e al design del software e all’elettrochimica, un piccolo prodigio dell’innovazione potrebbe presto entrare nel mercato europeo. Le caratteristiche principali sembrano allettanti: motore della Brose, due batterie agli ioni di litio da 150 Wh e una cella a combustibile da 150Wh con tecnologia PEM (Proton Exchange Membrane), che permette di ricaricare le batterie con la pedalata. La fuel cell contiene di 2 litri di idrogeno e trova posto nel serbatoio integrato nel telaio insieme alle altre componenti. Grazie a questo sistema, Alpha è in grado di garantire 100 km di autonomia e un tempo di ricarica di soli 2 minuti.

A differenza delle batterie delle bici elettriche “tradizionali”, non subisce gli effetti delle basse temperature,

mantenendo costanti le prestazioni con qualunque condizione meteorologica. Il resto dell’equipaggiamento comprende freni a disco, forcella ammortizzata e cambio nel mozzo posteriore.

La vera differenza è che rispetto alle e-bikes standard, Alpha non ha bisogno delle 3-4 ore canoniche per completare il ciclo di ricarica, ma soprattutto è in grado di rispondere alle principali obiezioni mosse ai mezzi che montano celle a combustibile: come si ricava l’idrogeno in maniera sostenibile, visto che la fonte di partenza è quasi sempre il metano? Per aggirare questo problema e proporsi come impresa completamente orientata al green, Pragma Industries ha lavorato con Ataway per sviluppare la mini-centrale di ricarica che viene fornita a chi acquista la bici a idrogeno. H2 Spring produce idrogeno tramite l’elettrolisi dell’acqua e il gas viene immagazzinato e compresso prima di essere trasferito nel serbatoio della bicicletta. Ancora non vi sono dati certi sul prezzo, che dovrebbe tuttavia aggirarsi intorno ai 2.300 euro, esclusa la H2 Spring.

 

fonte: http://www.rinnovabili.it/mobilita/prima-bici-a-idrogeno-mercato-333/

 

Dall’Umbria ecco l’eco-casa: senza contatori, senza utenze né bollette, completamente autosufficiente e ecologica.

 

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Dall’Umbria ecco l’eco-casa: senza contatori, senza utenze né bollette, completamente autosufficiente e ecologica.

Casa a Energia Zero

E’ Stato il primo passo per la sperimentazione di un sistema integrato tra le diverse fonti di energia  rinnovabile.

 E’ una comoda casa per due persone che accoglie gli ospiti e vi da comfort senza bollette e impiego di fonti rinnovabili


Qui sono applicate le soluzioni che alimentano il Natural hotel

 Il primo elemento fondamentale , replicato nell’edificio principale è la COIBENTAZIONE realizzata con 16 cm di polistirene sul tetto e muratura portante in ISOTEX (blocchi di legno cemento) con all’interno insolazione di 10 cm di polistirolo grafitato. Infatti maggiore è la coibentazione , minore è l’energia necessaria ,quindi nel nostro caso un minor costo.

Per l’energia elettrica questa è prodotta da un coctkail di micro eolico da 400W di picco a 12 V e Fv in film sottile  da 300W a 12V che alimentano un sistema ad “isola” da 1500 watt supportato da 1000 Ampere di batteria al gel ermetiche senza manutenzione ( hanno una vita di circa 10 anni ). L’acqua che alimenta questa casetta come tutto il Centro PeR è quella piovana che viene captata dai tetti. Dopo aver attraversato un “filtro di prima pioggia” ( ha lo scopo di lavare il tetto ed evitare che gli escrementi degli uccelli vadano in cisterna ) l’acqua raggiunge la cisterna che ha una capacità di 5000 lt. Il Centro dispone di una capacità di accumulo di 200.000 lt suddivisi in varie cisterne. Da queste una pompa in classe “A” spinge l’acqua alle utenze e viene potabilizzata con una serie di filtri meccanici ed un filtro a raggi ultravioletti (UV) . Tutte le utenze sono dotate di rompigetto areati che miscelano aria ed acqua e consentono una riduzione dei consumi del 50%.

Tutti gli scarichi di docce e lavandini sono poi convogliati in un “filtro degrassatore” che separa i saponi dall’acqua per poi poterla riutilizzare negli scarichi dei WC così da evitare un consumo di acqua “buona” per un uso sicuramente non potabile. Le acque reflue poi convogliano in una fossa HIMOF che quando la struttura sarà completamente a regime andranno in un sistema di “fitodepurazione verticale” che permetterà di riutilizzare le acque a scopo irrigui ornamentale.

Per il riscaldamento questa casa utilizza per il 40% energia termica prodotta dalla serra addossata alla casa che con una semplice regolazione ( quando la temperatura interna della serra supera di 4/5 gradi quella della casa il sistema di ventilazione fa entrare in casa il calore accumulato nella serra riscaldando la casa. Quando il calore della sera non è più sufficiente entra in funzione il riscaldamento radiante a pavimento che è alimentato dai 6 m² di collettori sottovuoto che scaldano un accumulo “combinato” da 800 lt che produce oltre al calore necessario al pavimento anche l’acqua sanitaria.

In caso di prolungato maltempo il calore necessario al riscaldamento della casa viene generato da una resistenza elettrica alimentata direttamente del generatore eolico ( quando non c’è sole di solito c’è molto vento ). La funzione di circolazione innescata dalla serra, funge anche da sistema per “cambiare l’aria” all’interno della casa senza perdite di calore. In estate invece la serra funge da estrattore d’aria calda dalla casa attraverso le bocchette di ventilazione superiori che funzionano “al contrario” dell’inverno.

Inoltre il raffreddamento della casa in estate è migliorato immettendo aria fresca generata da un sistema passivo geotermico che prende aria dal boschetto sottostante e “raccoglie” la frescura del sottobosco nei suoi circa 40 m di percorso necessario per arrivare fino alla casa. In questo modo anche in estate si ricambierà l’aria senza perdere il fresco della casa. Se comunque il calore all’interno della serra in estate è troppo alto un sistema elettronico provvederà ad aprire le finestre e se questo non fosse sufficiente a fare scendere la tenda ombreggiante per ridurre ulteriormente la temperatura.

Ambiente – È allarme insetti: negli ultimi 25 anni il loro numero è diminuito del 75%

 

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Ambiente – È allarme insetti: negli ultimi 25 anni il loro numero è diminuito del 75%

Una notizia che non ha avuto il clamore che meritava. Anche noi ne abbiamo già scritto, ma senza suscitare l’interesse dovuto.

Ma ci rendiamo conto? Spariti 3 insetti su 4… Dove stiamo andando? Cosa stiamo combinando a questo mondo? Cosa lasceremo ai nostri figli?

Riporta GreenMe:

ALLARME INSETTI: NEGLI ULTIMI 25 ANNI IL LORO NUMERO È DIMINUITO DEL 75%

Allarme insetti: negli ultimi 25 anni il loro numero è diminuito del 75% in Germania e sebbene le cause siano ancora sconosciute, gli scienziati assicurano che un ruolo fondamentale è giocato dai cambiamenti climatici che potrebbero scatenare un vero e proprio ‘Armaggedon ecologico’.

Il nuovo studio pubblicato su Plus one è molto chiaro e non nasconde un certo allarmismo, soprattutto perché tutti siamo a conoscenza del ruolo fondamentale che svolgono gli insetti nel nostro Pianeta: non solo come preda nella catena alimentare ma anche come impollinatori di piante.

Le api stanno scomparendo e neanche le farfalle stanno tanto bene, con loro tanti altri insetti che piano piano non si vedono più neanche nelle riserve naturali. Come si legge nello studio, ci sono una serie di concause che stanno portando a questa moria.

In cima ci sono i cambiamenti climatici, seguiti dalla distruzione di intere aree a favore dell’agricoltura e l’uso smodato dei pesticidi e di glifosato, contro cui è in corso una vera e propria battaglia.

Gli insetti compongono circa i due terzi di tutta la vita sulla Terra, ma il loro numero è in declino. L’impressione è quella che stia creando un Pianeta sempre meno ospitale per questi essere viventi, ma se perdiamo gli insetti, tutto il sistema crollerà spiega Dave Goulson, professore di scienze della vita presso l’Università di Sussex e co-autore dello studio.

Lo studio è stato condotto da decine di entomologi in tutta la Germania che hanno con speciali tecnologie osservato vari insetti nel corso degli anni. La ricerca è iniziata nel 1989 e con il passare del tempo il calo era sempre più persistente, soprattutto nel periodo estivo

“Il fatto che il numero di insetti battenti stia diminuendo ad un tasso così elevato in un’area così vasta è una scoperta allarmante”, ha dichiarato Hans de Kroon, ecologista dell’Università di Radboud, che ha guidato la ricerca.

Gli scienziati ritengono che il fatto che questo declino si sia registrato anche nelle riserve naturali ben gestite è ancora più allarmante, perché i dati potrebbero essere peggiori nelle aree non protette.

“Non siamo in grado di definire con esattezza perché tutto ciò stia accadendo. Potrebbe essere la carenza di cibo, l’esposizione a pesticidi o entrambi. E’ chiaro che il primo aspetto è collegato ai cambiamenti climatici”, ha detto Hans de Kroon.

Cosa fare per proteggere gli insetti

Cosa possiamo fare per proteggere gli insetti in generale e in particolare le api a partire dalla nostra vita quotidiana? Ecco alcuni suggerimenti utili:
  • Piantare fiori in giardino e sul balcone
  • Contribuire a creare e a proteggere gli habitat naturali
  • Smettere di usare pesticidi e insetticidi
  • Aiutare le associazioni che si impegnano a proteggere insetti e api

Dominella Trunfio

fonte: https://www.greenme.it/informarsi/natura-a-biodiversita/25416-allarme-insetti#accept

Norvegia, il paradiso delle auto elettriche. Ora non bastano le colonnine di ricarica

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Norvegia, il paradiso delle auto elettriche. Ora non bastano le colonnine di ricarica

Il paradosso europeo: il più grande produttore di petrolio del Vecchio Continente è anche il numero uno tra i veicoli a zero emissioni. Un’auto immatricolata su tre è elettrica. Un’esplosione così rapida che gli strumenti di ricarica non riescono a stare al passo.

Sapete qual è nel mondo il paradiso delle auto elettriche? Incredibile a dirsi, un PetroStato, anzi l´unico PetroStato europeo: la Norvegia, il felice regno giudicato dalle Nazioni Unite paese al mondo con la massima qualità della vita. In Norvegia ormai un´auto immatricolata nuova su tre è elettrica, e in un paese di poco piú di 5,2 milioni di abitanti, per prospero che sia, il numero di immatricolazioni di auto elettriche o ibride spesso plug-in cresce del 100 per cento. Fin qui tutto bene: l´obiettivo bipartisan, condiviso dal centrodestra al governo e dalle opposizioni di sinistra, è di arrivare all´ormai vicino 2025 con il permesso di immatricolare solo auto elettriche. Strategia condivisa dalla vicina Svezia, potenza egemone-soft del grande Nord.

Tutto bene allora? Non proprio, perché esattamente la crescita esponenziale di acquisti di auto elettriche pone le autorità comunali in tutto il regno davanti al grave problema di rincorrerla, installando abbastanza colonnine di rifornimento. Al momento sono troppo poche, per cui persino Petter Haugneland, dell´associazione per la diffusione delle elettroauto e la difesa dei consumatori che le acquistano, è giunto a consigliare ai cittadini di comprarle solo se sono sicuri di avere una stazione di ricarica nelle vicinanze.

Che l´aria nella bella Oslo e altrove nella Norvegia (paese che nelle città e nella natura è di una bellezza mozzafiato) sia piú pulita che non da noi o altrove, te ne accorgi respirando quando passeggi. Eppure proprio i grandi balzi in avanti possono creare problemi. Nella capitale dove già oggi il numero di auto elettriche è pari al 40 per cento degli autoveicoli privati in circolazione, cioè ottantamila vetture, le colonnine e stazioni di ricarica sono appena 1300. In alcuni quartieri bene a Oslo o città chic confinanti come Drammen le vedi dappertutto, ma il numero non basta. Certo, governo nazionale e comuni ce la mettono tutta, aumentano del 26 per cento ogni anno la costruzione e installazione di colonnine e stazioni di rifornimento. Ma questo tasso di aumento è poco piú di un quarto della crescita annuale di vendite e immatricolazione di auto elettriche, che è del 100 per cento. Il collo di bottiglia insomma è un rischio reale.

Ma allora perché i norvegesi comprano sempre piú auto elettriche? Le risposte sono due, e semplici. Primo, per coscienza ecologica come valore costitutivo, nel paese che ad esempio dispone del fondo sovrano piú ricco del mondo, oltre mille miliardi di dollari, e questo fondo disinveste da petrolio e combustibili fossili pur prodotti in massa. Secondo, per gli enormi incentivi all´acquisto di auto a emissioni zero. Chi acquista una elettrica media, come i modelli Renault, Nissan o Vw, risparmia con le sovvenzioni almeno cinquemila euro, oltre a enormi sconti su tassa di circolazione e agevolazioni sulle assicurazioni. Se poi l´auto elettrica è davvero grande, come una Tesla – e a Oslo ne vedi tante, private o taxi – il risparmio va oltre i novemila euro ad acquisto.

La sfida è insieme un successo e un problema. Almeno 60 cittadini su cento infatti non dispongono di garage con prese elettriche adatte alla ricarica, quindi devono affidarsi all´ancora insufficiente rete di colonnine pubbliche. Oslo ha fretta di risolvere il problema, e conoscendo norvegesi e il resto degli scandinavi c´è da scommettere che alla fine ci riuscirá. Morale della favola: se volete vendere auto nel Grande Nord, dimenticate la produzione di auto con motori a combustione interna. Nella vicina Svezia del resto, come è noto, la Volvo casa simbolo del paese ha deciso di produrre solo elettriche o ibride dal 2020, e anche su questo sfondo ha appena deciso di raddoppiare gli investimenti per gli impianti di produzione delle sue limousines, familiari e Suv di superlusso superecologico che fanno tremare Audi bme Lexus e Mercedes.

 

fonte: http://www.repubblica.it/economia/2017/09/22/news/norvegia_il_paradiso_delle_auto_elettriche_ora_non_bastano_le_colonnine_di_ricarica-176024751/

Soluzioni concrete per non morire di inquinamento in città

 

 

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Soluzioni concrete per non morire di inquinamento in città

Se c’è un terrorismo costante, una sciagura paragonabile alla peggior epidemia o guerra e che colpisce ogni anno, questa si chiama inquinamento. Possiamo attrezzarci per non morire?

Essendo il prodotto di interessi economici vari, non è molto osteggiato; anzi, si fa poco e nulla per combatterlo, nelle città al massimo si aspetta il vento che porti lo smog altrove e si continua come se nulla fosse. Mica si vorranno intaccare i sacri e inviolabili interessi dei costruttori di automobili e degli spacciatori di energia fossile? I quali avendo in mano gran parte dei media, non solo minimizzano il problema ma ad esempio continuano a sfornare costantemente pubblicità di auto nonostante siamo già strapieni e non si capisce chi le deve comprare e dove le dobbiamo ancora mettere.

Le soluzioni per evitare molte delle 70 mila morti premature in Italia sono assai facili da applicare ma non lo si vuole evidentemente fare. Si dovrebbe iniziare da subito, spiegando chiaramente con una diffusa e puntuale informazione e formazione, che il miglior modo per non morire nelle nostre camere a gas cittadine è usare il meno possibile l’automobile. Se c’è un mezzo inefficiente per spostarsi in città dove tutto è relativamente vicino è proprio l’auto. Anche perché se poi tutti si spostano con l’auto ovviamente si rimarrà perennemente imbottigliati, così come puntualmente succede. Proprio per come sono strutturate le città, è ottimale l’uso dei mezzi pubblici e della bicicletta nelle sue varie forme e declinazioni. Ad Hannover in Germania stanno addirittura studiando progetti di mobilità di carico con le biciclette per poterle utilizzare anche se si devono fare trasporti di oggetti.

E’ evidente che per scoraggiare l’uso dell’automobile in città, i mezzi  pubblici devono essere potenziati e circolare in maniera capillare, efficace, coprire ogni fascia oraria ed essere molto frequenti. Inoltre devono avere tariffe agevolanti per chi li prende spesso. E per aumentarne decisamente l’uso bisogna  informare i cittadini sui benefici e chiudere al traffico di mezzi privati sempre più ampie zone del centro o di altre zone che verrebbero appunto massicciamente coperte dai mezzi pubblici. Il quartiere Vauban di Friburgo in Germania è un esempio efficacissimo, dove le automobili sono una percentuale estremamente bassa se rapportate a coloro che usano i mezzi pubblici e la bicicletta. Ricordiamo che non usare l’auto ha benefici non solo ambientali ma anche sanitari ed economici considerando i costi dei ricoveri, delle medicine e cure, dei carburanti, delle assicurazioni e della costante manutenzione dei mezzi.

Altro elemento di emissione di inquinamento sono gli impianti di riscaldamento. Basterebbe un’azione di coibentazione di tutti gli edifici per dimezzare da subito i consumi e relative emissioni. Il Comune dovrebbe fare da regia per queste azioni e dare le linee guida e assieme alle associazione di categoria , le imprese e le banche fornire tutte le informazioni e agevolazioni possibili affinchè qualsiasi cittadino di qualsiasi reddito sia messo in grado di coibentare la sua casa.

Con un’attenta opera di formazione bisognerebbe andare nelle case di tutti i cittadini, negozi e strutture di ogni tipo pubbliche e private e spiegare loro come diminuire i consumi di acqua, elettricità e riscaldamento. Agendo in questo modo si ridurrebbe l’inquinamento, i costi e si aumenterebbe l’occupazione.

Tra le decine di esempi negativi in città, è un insulto allo spreco e un ode alla stupidità vedere costantemente negozi che hanno in estate il condizionamento a tutta forza e in inverno riscaldamento al massimo, il tutto sempre con le porte aperte.

A livello energetico bisogna passare alle famose smart grid (sul serio non solo in teoria) e fare di ogni condominio, gruppo di case o  quartiere un produttore di energia, attraverso l’uso di fonti rinnovabile e sistemi di produzione energetica ad alta efficienza come la micro cogenerazione.  Occorre invertire totalmente la logica che bisogna pagare necessariamente la bolletta a qualcuno, meglio produrre e scambiare le eccedenze con la rete. Tutto ciò è tecnologicamente possibile già da tempo e sono pronte tutte le conoscenze e le applicazioni.

Inoltre, per dare una reale ripulita all’aria e creare microclimi favorevoli, senza aspettare o sperare che arrivi il vento che porti l’inquinamento altrove, si devono piantare più alberi possibile. Alberi di non eccessive dimensioni  e soprattutto alberi da frutta di antiche cultivar locali e più resistenti delle varietà moderne che, non si sa mai, visto che in futuro andiamo verso la sempre maggiore autosufficienza, potranno sempre servire.

Ricapitolando, quindi le azioni da fare per ridurre realmente l’inquinamento in città sono tre e assai semplici:

1)     Puntare sui mezzi pubblici, sull’uso della bicicletta e sulla drastica riduzione dell’uso dell’auto privata

2)     Almeno dimezzare i consumi degli edifici pubblici e privati attraverso un’efficace opera di coibentazione e farli diventare dove possibile auto produttori di energia elettrica e termica

3)     Piantare alberi, produttori di ossigeno, di verde e di cibo.

Tutto ciò non va sognato e fatto forse nei prossimi decenni, perché nel frattempo saranno morte altre centinaia di migliaia di persone. Speriamo che prima di girare con le bombole di ossigeno, gentilmente offerteci dalle case automobilistiche come gadget, magari firmate da qualche stilista, ci si convinca che è la strada da seguire e si agisca. A meno che non si faccia nulla perché con l’inquinamento alle stelle anche solo le spese sanitarie sono così alte che danno una bella spinta al PIL e se non sia mai si dovesse ripulire l’aria, il PIL con meno ricoverati e malati ne risentirebbe.  Ma non sarà che i paladini della crescita siano i veri sponsorizzatori dell’inquinamento? Che poi questi significhi la morte di migliaia di persone, ai paladini interessa poco, trattandosi di un trascurabile effetto collaterale.

 

fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/soluzioni-concrete-per-non-morire-di-inquinamento-in-citta

Scienza – La vita sulla Terra sta collassando. Studiosi tedeschi rilevano una riduzione del 75% della biomassa di insetti volanti!

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Scienza – La vita sulla Terra sta collassando. Studiosi tedeschi rilevano una riduzione del 75% della biomassa di insetti volanti!

Uno studio effettuato da scienziati tedeschi, rileva una riduzione del 75% della biomassa di insetti volanti negli ultimi 25 anni, suggerendo la possibilità di un collasso ecologico su larga scala . I declini globali negli insetti hanno suscitato grande interesse tra gli scienziati, i politici e il grande pubblico. La perdita di diversità e abbondanza di insetti è prevista per provocare effetti a cascata sul circuito di alimentazione e per mettere in pericolo i servizi ecosistemici. La nostra comprensione dell’estensione e delle cause di fondo di questo declino si basa sull’abbondanza di singole specie o gruppi tassonomici, piuttosto che i cambiamenti nella biomassa degli insetti più rilevanti per il funzionamento ecologico.

Secondo uno studio apparso su PLOS ONE la biomassa degli insetti volanti sarebbe diminuita di oltre il 75% in 27 anni in alcune aree protette. Lo studio si è avvalso dell’utilizzo delle trappole Malaise (nell’immagine un esempio), trappole entomologiche progettate proprio per gli insetti volanti. Queste ultime sono state dispiegate in 63 aree protette della Germania e sono state lasciate attive per oltre 27 anni. Il risultato? La biomassa degli insetti volanti è diminuita di addirittura il 76% ma ciò non fa stupire più di tanto entomologi e animalisti: questi risultati, infatti, si allineano con quei declini recentemente riportati anche da altri studi e analisi soprattutto per quanto riguarda insetti quali farfalle, api selvatiche e falene.

Tuttavia lo studio aggiunge un ulteriore dato che probabilmente è quello più preoccupante: è l’intera comunità degli insetti volanti ad essere decimata negli ultimi decenni e non specie specifiche. Non esiste ancora una spiegazione riguardo questo declino ma si pensa siano coinvolti fattori su larga scala, probabilmente legati al tipo di habitat e soprattutto ai cambiamenti climatici estremi. Tuttavia ulteriori ricerche dovranno integrare questi dati anche per comprendere la dimensione geografica del declino numerico in relazioni ad altre aree del globo.

Il 2017 ha registrato un picco di morie animali senza precedenti. I dati sono allarmanti: pesci, mammiferi, uccelli e insetti continuano a morire in un ecatombe che non sembra avere fine. Cosa sta succedendo al pianeta Terra, e quali sono le conseguenze per l’umanità?

Nel 1979, lo scienziato inglese James Lovelock propose l’Ipotesi Gaia, un teoria secondo la quale il pianeta Terra sarebbe un unico grande organismo vivente. In questa visione, la flora e la fauna planetaria sarebbero parte di questo organismo, un po’ come se fossero le cellule che ne permettono la vita, e noi, esseri umani, faremmo parte di questo organismo.  Se consideriamo plausibile questa teoria e prendiamo in considerazione gli allarmanti dati sulle morti di massa animali che si stanno verificando da qualche anno, allora dovremmo concludere che il pianeta Terra sta collassando e morendo!

fonte: http://www.complottisti.com/la-vita-sulla-terra-sta-collassando-studiosi-tedeschi-rilevano-una-riduzione-del-75-della-biomassa-di-insetti-volanti/

Parla il grande documentarista Sir David Attenborough: “Quel piccolo di albatros che trova solo plastica nel becco materno”…!!!

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Parla il grande documentarista Sir David Attenborough: “Quel piccolo di albatros che trova solo plastica nel becco materno”…!!!

 

Sir David Attenborough: “Quel piccolo di albatros che trova solo plastica nel becco materno”

Parla il grande documentarista: “Mostro i prodigi della natura ma anche i nostri disastri”

LONDRA – Da sessant’anni racconta le meraviglie della natura sul piccolo schermo. Il grande pubblico italiano ebbe modo di conoscerlo nel 1984, quando la Rai decise di mandare in prima serata il suo Pianeta vivente. Da allora il suo nome, sempre in coppia con quello della Bbc, è diventato sinonimo di documentario. L’ultimo è stato presentato pochi giorni fa a Londra: Blue Planet II, seconda puntata di una serie dedicata agli oceani. E il prossimo, che sta scrivendo, sarà dedicato al cambiamento climatico. Perché, nonostante i 91 anni, Sir David Attenborough non è stanco di viaggiare nei luoghi più selvaggi della Terra. E ne ha viste abbastanza per fare un bilancio sullo stato di salute della Natura.

Cos’è che l’affascina tanto degli oceani?
“Da ragazzo non avevo mai visto cosa accadeva al di sotto delle onde. Negli anni Cinquanta, quando indossai per la prima volta un autorespiratore, mi resi conto di trovarmi di fronte all’ecosistema più ricco, vario, bello, emozionante e meno conosciuto del pianeta. È uno spettacolo che toglie il fiato: nuovo per la televisione”.

Ha visto molta plastica negli oceani?
“La plastica rappresenta un problema gravissimo. L’esempio più straziante? Ho girato una scena in cui il piccolo di albatro sta per essere nutrito, e dal becco dell’adulto non escono fuori pesci o calamari, il loro alimento naturale, bensì plastica. Ti spezza il cuore”.

Cosa pensa dei cambiamenti climatici?
“Il programma che sto scrivendo si focalizza su questo tema. Se si parla di cambiamenti occorre usare una prospettiva storica. Alcuni dei cambiamenti a cui assistiamo sono più produttivi, altri meno. Stavo giusto guardando una scena in cui orche e megattere vanno a caccia di aringhe al largo delle coste norvegesi. Vent’anni fa le orche non nuotavano in quelle acque. Perché? Non saprei dare una risposta certa, ma denota un cambiamento. Parte del quale è dovuto senza dubbio al riscaldamento globale”.

È preoccupato per le ripercussioni che i cambiamenti climatici avranno sui suoi nipoti?
“Certamente. Quale persona responsabile potrebbe negare di esserlo? E non si tratta solo dei miei nipoti, ma di ciò che accade al mondo intero. Agli elefanti, ai trichechi…”.

Cosa spingerà l’uomo a intervenire?
“L’unico modo è stringere accordi globali. E per farlo, in linea di massima occorre lavorare con o attraverso i politici. In una società democratica spetta a noi fare il possibile per convincere i politici ad intervenire. È il motivo per cui Parigi ha rappresentato un’occasione tanto ottimistica e felice. A ripensarci adesso, in verità, siamo stati degli illusi. Eppure quell’incontro ci ha dato una marcia in più”.

Cosa vorrebbe dire a chi ignora o nega l’esistenza dei cambiamenti climatici?
“Viviamo in un mondo libero e non siamo dittatori del pensiero. Dobbiamo semplicemente far conoscere i fatti a cui assistiamo e fornire prove ogni volta che possiamo. Il problema è che ci sono molti interessi in gioco e a molte persone conviene negare i fatti, per un tornaconto economico. Negli anni Cinquanta, quando si discuteva del fumo, alcuni negavano tutto. Forse perché erano tolleranti, illusi, o credevano davvero che i dati statistici che collegavano nicotina e tumore ai polmoni fossero errati. O avevano investito tutto il loro denaro nell’industria del tabacco. Sono convinto che alcuni fossero in malafede. Che vi fosse chi sapeva e negava tutto. Ma c’erano anche altri, per i quali le cose non stavano così. Probabilmente anche oggi molti credono che questa storia del monossido di carbonio non sia proprio vera. Tutto ciò che possiamo fare è raccogliere le prove”.

Ci sono anche reazioni negative ai fatti. Cosa ne pensa della diffidenza verso gli esperti?
“Accade quando qualcuno si sente dire qualcosa che non gli piace e che probabilmente non capisce. Non è necessariamente un male: ci sono molte persone che nemmeno io capisco e non mi piacciono. Per lo meno non in quei termini. È una sorta di riflesso condizionato. Ma comunque non si può prescidendere dalle prove scientifiche”.

Lei ha incontrato Obama. Accetterebbe un invito da Trump?
“Avrei bisogno di sapere di cosa vorrebbe parlarmi e perché desidera incontrarmi. È difficile sapere quali prove sarebbe disposto ad accettare. C’è stato un climatologo responsabile che ha detto che gli sconvolgenti fenomeni in Texas sono conseguenza del riscaldamento climatico? Non sono un fisico e di certo non so nulla della chimica dell’atmosfera, ma so che se appoggi il bollitore sulla fiamma e l’aumenti, l’acqua inizia a bollire. Sono sicuro che dei climatologi più sofisticati di me direbbero: “Ragazzo, stai semplificando le cose”. Tuttavia questo sta accadendo al clima mondiale… “.

Perché i politici fanno tanta fatica ad affrontare il tema dei cambiamenti climatici?
“Quale politico decide di prendere un’iniziativa che ha grandi costi e non porta nessun vantaggio visibile, se non dopo le prossime elezioni o quelle ancora successive? I problemi a lungo termine richiedono una visione lungimirante ed altruistica che la poli- tica non consente di coltivare”.

Pensa che il nazionalismo rappresenti una minaccia alla politica sul clima?
“L’ascesa del nazionalismo è allarmante. Dopo tutto, l’ottimismo alla Conferenza sul clima di Parigi nasceva dal fatto che delle nazioni per la prima volta si fossero riunite per fare qualcosa di concreto. Tutto ciò che interferisce con quello spirito è contrario a ciò che mi auguro accada. Abbiamo bisogno di più internazionalismo. Più dialogo e accordi. E meno frontiere”.

Oggi c’è più interesse nei confronti dell’ambiente?
“Per 20-30 anni mi sono sgolato gridando al disastro. E per molto tempo i miei moniti sono caduti nel vuoto. Adesso per la prima volta sento un cambiamento nell’opinione pubblica. E sono soprattutto i giovani che pensano di dover fare qualcosa per porre rimedio. È un cambiamento enorme”.

Perché i giovani si interessano ai cambiamenti climatici?
“Mi piacerebbe credere che sia per via delle prove, che esistono e che ogni essere razionale darebbe per buone. Forse è perché quando si è giovani non hai quei patemi di natura economica, politica, o altro e riesci a vedere i fatti con una certa chiarezza. Si potrebbe dire che sono ingenui. Forse. Ma l’ingenuità ha i suoi lati positivi”.

In che modo riesce a coinvolgere il pubblico sulle tematica ambientali con i suoi film?
“Faccio documentari di ogni tipo, ma mi piace fare soprattutto quelli che spiegano perché le formiche creano una società come quella in cui vivono. Perché gli uccelli del paradiso hanno quel tipo di piume. La meraviglia, lo splendore, il prodigio, cose così. Questo mi piace mostrare. Ed è quello che faccio. Ma ho anche il dovere di fare programmi su tutte le cose di cui abbiamo parlato. Se facessi solo programmi su disastri, tragedie e terrore, la gente probabilmente si scoraggerebbe e perderebbe di vista il nocciolo del discorso. Ovvero la meraviglia di questo nostro splendido mondo. E se non riesci a coglierla, o se non te ne importa nulla, non farai mai nulla per proteggerlo”.

Qualcosa le dà speranza?
“L’azione collettiva è uno dei motivi per cui nutro speranze. Trent’anni fa nessuno ascoltava chi si preoccupa dell’inquinamento mentre oggi le nostre preoccupazioni vengono ascoltate”.

Cosa pensa delle energie rinnovabili, come l’eolico offshore?
“Uno dei grandi vantaggi di questo tipo di energia è che si trova ovunque attorno a noi, ed esistono diversi modi per sfruttarla. La si può ricavare dal vento, delle correnti sottomarine… Le fonti sono numerose, ed è giusto sfruttarle. Ma sarei un ingenuo se dicessi di ritenere che non vi siano anche controindicazioni, che si tratta di una meravigliosa panacea priva di implicazioni. Quali altre strade esistono? Il nucleare, i blackout… che alternative abbiamo?”

L’ultima domanda: cosa dobbiamo aspettarci di vedere in Blue Planet II?
“Dovrei rispondere che disponiamo di materiale inedito, meraviglioso, e che abbiamo esplorato luoghi mai visitati prima. E per certi versi è vero, ma non è questo il punto. Il punto è che la vita negli oceani è meravigliosa. Ho visto moltissimi filmati che mostrano le megattere a pescare con una rete di bolle, e ho anche visto molti coralli. Eppure continuo ad entusiasmarmi”.

© Greenpeace Unearthed – Traduzione di Marzia Porta

fonte: http://www.repubblica.it/ambiente/2017/09/30/news/sir_david_attenborough_quel_piccolo_di_albatros_che_trova_solo_plastica_nel_becco_materno_-176946779/