Disastro del Vajont – 54 anni fa , ma non possiamo dimenticare le 1917 vittime! …E non fu una disgrazia! La montagna che franò veniva chiamata Toc, dall’espressione Toc de pan, pezzo di pane PERCHÉ FRAGILE.

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Disastro del Vajont – 54 anni fa , ma non possiamo dimenticare le 1917 vittime! …E non fu una disgrazia! La montagna che franò veniva chiamata Toc, dall’espressione Toc de pan, pezzo di pane PERCHÉ FRAGILE.
Vajont, il Colle: «Non fu una fatalità»

Roma – «Quell’evento non fu una tragica, inevitabile fatalità, ma drammatica conseguenza di precise colpe umane, che vanno denunciate e di cui non possono sottacersi le responsabilità». Così il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel messaggio inviato in occasione del 50/o anniversario del disastro del Vajont.

Il presidente del Senato Pietro Grasso ha partecipato alle commemorazioni e ha evidenziato che il disastro sarebbe stato evitato se non fossero prevalsi gli interessi economici e strategici. E alle vittime, portando le scuse dello Stato, ha detto, «avete diritto a delle risposte».

Il messaggio di Napolitano
Questo il testo del messaggio inviato dal capo dello Stato: «La memoria del disastro che il 9 ottobre 1963 sconvolse l’area del Vajont suscita sempre una profonda emozione per l’immane tragedia che segnò le popolazioni con inconsolabili lutti e dure sofferenze. Il ricordo delle quasi duemila vittime e della devastazione di un territorio stravolto nel suo assetto naturale e sociale induce, a cinquant’anni di distanza, a ribadire che quell’evento non fu una tragica, inevitabile fatalità, ma drammatica conseguenza di precise colpe umane, che vanno denunciate e di cui non possono sottacersi le responsabilità. È con questo spirito che il Parlamento italiano ha scelto la data del 9 ottobre quale “Giornata nazionale in memoria delle vittime dei disastri ambientali e industriali causati dall’incuria dell’uomo”, riaffermando così che è dovere fondamentale delle istituzioni pubbliche operare, con l’attivo coinvolgimento della comunità scientifica e degli operatori privati, per la tutela, la cura e la valorizzazione del territorio, cui va affiancata una costante e puntuale azione di vigilanza e di controllo».

«Nella ricorrenza del 50esimo anniversario del disastro, – continua il messaggio di Napolitano – desidero rendere omaggio alla memoria di quanti hanno perso la vita, alla tenacia di coloro che ne hanno mantenuto fermo il ricordo e che si sono impegnati nella ricostruzione delle comunità così terribilmente ferite e rinnovare, a nome dell’intera nazione, sentimenti di partecipe vicinanza a chi ancora soffre. Desidero, inoltre, esprimere profonda riconoscenza a quanti, in condizioni di grave rischio personale, si sono prodigati, con abnegazione, nell’assicurare tempestivi soccorsi ed assistenza, valido esempio per coloro che, nelle circostanze più dolorose, rappresentano tuttora un’insostituibile risorsa di solidarietà per il paese».

Grasso: «Disastro evitabile»
«Questo disastro si sarebbe evitato se una maggiore considerazione della vita umana avesse prevalso su interessi economici e strategici. Non si possono sottacere le pesanti responsabilità umane che hanno determinato la catastrofe». Lo ha detto il presidente del Senato Pietro Grasso riguardo alla tragedia del Vajont.

«Né, da uomo dello Stato – ha aggiunto Grasso -, posso ignorare le manchevolezze delle Istituzioni dell’epoca, che non hanno permesso di intervenire e prevenire, come era doveroso». Il presidente del Senato ha quindi ricordato le parole della giornalista Tina Merlin che parlò di «un genocidio» e fece un richiamo alla giustizia e ai colpevoli di assumersi «le responsabilità di quanto hanno fatto».

«Ci sono voluti decenni di processi, le condanne, i risarcimenti ma la giustizia, in questa valle, ancora non ha trovato piena cittadinanza. Molti sono i punti ancora da chiarire, molte le responsabilità ancora non emerse, tante le domande che ancora oggi cercano risposta. E finché non arriveremo a una verità, finché non si sarà fatta piena luce su ogni aspetto di questa tragedia, non potremo trovare pace».

Alle vittime Grasso ha anche detto: «Voi avete il diritto di chiedere risposte, lo Stato, quello Stato che oggi qui rappresento, ha il dovere di darvele, per rendere giustizia alle vittime, ai loro familiari, ai superstiti, e per riscattarsi dalle proprie mancanze di 50 anni fa».

«In un primo momento si è parlato di “tragica fatalità”, di “calamità naturale” – ha detto Grasso in un passaggio del suo intervento -: ma tutto quello che è successo qui, in questi luoghi, la sera del 9 ottobre di cinquanta anni fa, era indubbiamente prevedibile. La montagna aveva mandato segnali, gli esperti avevano fatto le loro indagini e dato avvisi, lanciato allarmi circa il rischio di un evento fatale». «Eppure l’avidità, l’incuria, l’irresponsabilità, la sordità alle proteste di chi da anni denunciava i pericoli, prima fra tutte una donna tenace e coraggiosa come Tina Merlin – ha proseguito -, che per le sue inchieste sulla diga venne addirittura denunciata per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico” ebbero la meglio».

 

Il disastro in Val d’Agri che Eni, Politica e Media stanno disperatamente tentando di censurare!

 

Val d’Agri

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Il disastro in Val d’Agri che Eni, Politica e Media stanno disperatamente tentando di censurare!

 

Il disastro di ENI in Val d’Agri: composti cancerogeni nelle falde ben oltre il COVA

Vi alleghiamo alcune analisi pubblicate marginalmente, come sempre, sul sito della Regione Basilicata. Arpab in alcuni piezometri fuori il COVA rileva sforamenti da: manganese, ferro, sommatoria policiclici aromatici, benzopirene, dibenzo – antracene, indeno pirene, dicloroetilene, benzofluorantene ed altro. Sostanze cancerogene e tossiche ad ampio spettro, ma questo non lo dicono. Manca la georeferenziazione dei dati, le profondità, la modellistica di dispersione in falda, insomma difronte al disastro ambientale sta uscendo fuori tutta la miseria della regione Basilicata.

La barriera idraulica pare argini solo un versante del COVA, e non sapendo come sono fatte le falde non si conosce esattamente ancora la dinamica della contaminazione e la sua profondità, nonchè entità visto che Arpab non rileva tutte le sostanze che dovrebbe rilevare, infatti manca la ricerca di decine e decine di inquinanti previste per legge ed altre a scopo precauzionale

L’Arpab  solo adesso inizia a riportare in maniera sistemica e precisa, dopo 19 anni di omissioni, il giudizio di non conformità dei campioni, e nessuno spiega come sia naturalmente spiegabile, come i tenori di ferro e manganese arrivino in alcuni campioni a 13mila o 3300 mcg/l, superando di decine di volte la soglia di legge, prova che ferro e manganese non sono sempre contaminanti esclusivamente naturali come dicono da anni politici e tecnici proni alla politica. E chi inquina sa come giocare con i limiti di legge e con la presuntà “petrogenicità” dei metalli abbondanti in falda.

Ciò che la Regione Basilicata sta mettendo in campo è sempre sottodimensionato rispetto al problema: il disastro è più esteso e pericoloso di quello che ci stanno comunicando e le contromisure messe in campo sono comunque insufficienti. Come Cova Contro ci sentiamo di dire soprattutto alla popolazione locale, di consumare solo previa estesa, imparziale ed accreditata analisi i prodotti locali, dall’acqua agli alimenti, perchè le istituzioni locali non sono tecnicamente in grado di dirlo in maniera accurata, nè libere dal comunicare esiti gravi. Diffidate da chi, pezzo del sistema e finto oppositore, asserisce il contrario, tradendo il proprio territorio. E poi chi aiuta Arpab nelle analisi? L’Ispra, guidata da un condannato, amico storico del PD lucano, che collabora con ENI in altri progetti ambientali.

 

fonte: http://analizebasilicata.altervista.org/blog/il-disastro-di-eni-in-val-dagri-composti-cancerogeni-nelle-falde-ben-oltre-il-cova/