Supermercati: quando il sottocosto è una presa in giro. L’Antitrust spiega le furberie grande distribuzione per incantare i consumatori

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Supermercati: quando il sottocosto è una presa in giro. L’Antitrust spiega le furberie grande distribuzione per incantare i consumatori

 

Supermercati: quando il sottocosto è una presa in giro. Un documento dell’Antitrust descrive le furberie inventate dalla grande distribuzione per illudere i consumatori

Quando compriamo un chilo di pasta con “il 30% di sconto” o “sottocosto” siamo sicuri di fare un affare? Chi si accolla l’onere della promozione?  Le spese da sostenere per supportare tutte queste iniziative sono a carico delle aziende. I produttori infatti per ogni pacco di pasta venduto nella settimana del sottocosto e/o ogni volta che il prodotto viene fotografato sul volantino recapitato nella casella della posta,  riconoscono al supermercato uno sconto sul prezzo concordato nel contratto. Analizzando però con attenzione i numeri e gli accordi stipulati dalle parti si avverte la forte sensazione che il consumatore venga preso in giro da finti sconti e finte offerte speciali.

Tutto comincia con la definizione del prezzo nel contratto di acquisto, che oltre a materie prime, spese di produzione, distribuzione e ricarico del dettagliante, prende in considerazione le offerte promozionali e gli sconti del prodotto realizzati nell’arco dei 12 mesi. Si tratta di un calcolo affidato a laureati in economia con specializzazione nel marketing, abituati ad  elaborare strategie basate sull’analisi di sconti, promozioni, offerte, coupon, ecc. Il quadro è estremamente complesso, perché il prezzo sullo scaffale è il risultato di tutte queste operazioni.

In Italia i negozi dove si risparmia di più sono le catene di supermercati che adottano il sistema dei prezzi utilizzato in Inghilterra e da alcune catene di discount in Germania, dove si garantisce ai consumatori il miglior rapporto qualità/prezzo tutto l’anno. Il metodo è applicato da U2 e da altre catene ancora più aggressive, localizzate in Veneto come Rossetto, Tosano, Lando che da molti anni hanno abbracciato la strategia dei “prezzi bassi tutto l’anno” e più recentemente da  Sole365 a Napoli. Si tratta di supermercati dove si adotta la politica del prezzo netto pulito (net net dicono gli inglesi).

Per capire il sistema prendiamo come riferimento un chilo di pasta che, secondo la logica del prezzo netto pulito, viene comprato a 1,0 euro al produttore e rivenduto a 1,30 al consumatore. In questo modo il supermercato si garantisce un ricarico vicino al 30% in grado di coprire i costi e di ottenere utili. Nei punti vendita che adottano il prezzo netto pulito il listino è sempre lo stesso tutto l’anno, perché non sono previsti sconti, promozioni, tagli prezzo, offerte 3×2, riduzioni speciali per i possessori di carte fedeltà… Il metodo offre molti vantaggi dal punto di vista finanziario: il supermercato compra solo la pasta che vende, non deve per forza acquistare l’intero l’assortimento, non deve distribuire volantini nelle caselle, non deve riempire il magazzino con camionate di prodotti per fare fronte alle richieste in occasione delle sottocosto, non anticipa somme elevate… C’è poi da considerare la drastica riduzione del personale dell’ufficio acquisti, perché i contratti sono semplici e non bisogna fare controlli nei punti vendita. Alla fine senza tutti questi elementi che incidono sui costi di gestione il prezzo sullo scaffale risulta molto interessante.

La strategia di marketing ora descritta non è quella adottata dalla stragrande maggioranza dei supermercati e ipermercati italiani, che pur avendo un elevato potere contrattuale con il produttore, preferiscono comprare il pacco di pasta a un prezzo maggiore  (1,15 €/kg contro 1,00 €/kg pagato da chi pratica il prezzo netto pulito) e venderlo a 1,35. La differenza garantisce un ricarico del 20% circa che però non copre i costi di gestione. Tutto ciò può sembrare strano, ma in realtà si tratta di un metodo per poter poi vendere sottocosto. Paradossalmente il prezzo di acquisto fissato nel contratto delle piccole catene che adottano il prezzo netto pulito risulta inferiore. Questo è possibile perché il pastificio non deve applicare forti sconti sui lotti di pasta (extra contratto) richiesti dai supermercati per realizzare le numerose promozioni che si alternano durante l’anno.

Il supermercato subito dopo dopo avere fissato il prezzo (1,15 €/kg) per la  quantità di pasta necessaria a soddisfare le vendite annuali, comincia a chiedere altri lotti al pastificio a prezzo scontato, per soddisfare la richiesta di pasta durante le promozioni che si susseguono continuamente durante i 12 mesi ( inserimento del prodotto sui volantini recapitati nelle caselle della posta, vendite promozionali natalizie e pasquali, feste di vario tipo e genere, ricorrenze…).

A questo punto il pastificio applica una riduzione del prezzo rispetto a quello fissato nel contratto (1,15 €/kg) per i lotti destinati alle varie iniziative promozionali. Questo schema si ripete ogni qual volta che la pasta viene inserita nel paniere delle vendite speciali, degli anniversari, delle settimane sottocosto, degli sconti  riservati ai possessori di carta fedeltà. L’elenco delle occasioni per ricevere partite di pasta a prezzo scontato comprende anche i premi per avere inserito nuovi tipi di pasta sugli scaffali, per avere venduto un numero di pezzi stabilito nel contratto e altre voci. A fine anno quando il pastificio fa i conti, scopre che sommando la pasta venduta al prezzo fissato nel contratto e quella venduta con lo sconto   per le promozioni, il prezzo unitario risulta vicino a 1,00 €, ovvero inferiore dell’8-10% rispetto a quanto stabilito e vicino a quello pagato da chi adotta il prezzo prezzo netto pulito tutto l’anno. Si tratta proprio del margine necessario al supermercato per coprire i costi di gestione e ricavare l’utile.

Questo giochetto delle promozioni e degli sconti piace molto ai consumatori che, grazie alle continue offerte speciali, hanno l’impressione di risparmiare sulla spesa. In realtà si tratta di un’illusione perché l’entità dello sconto, così come del sottocosto, viene applicato su un prezzo fittizio stabilito nel contratto 1,15 €/kg  che però non considera  l’enorme quantità di pasta fornita a prezzo scontato per soddisfare le promozioni. In altre parole quando il supermercato propone nei volantini o nelle vendite promozionali la pasta “sottocosto” al prezzo di 1,0 € (inferiore di 15 centesimi rispetto al listino indicato nel contratto) non dice tutta a verità. Facendo bene i conti, e considerando il numero di lotti forniti con lo sconto, il costo unitario della pasta per il supermercato nel corso dell’anno si avvicina molto a 1,0 €.  Alla luce di questo ragionamento il sottocosto diventa quasi una presa in giro.

In questa storia bisogna considerare  i vantaggi finanziari. Le catene che applicano il prezzo netto pulito spendono meno per due motivi:  il prezzo indicato nel contratto è più basso (1,00 €/kg) e non devono anticipare denaro per l’acquisto degli stock destinati alle promozioni. La maggior parte delle catene quando compra a un listino superiore  (1,15 €) paga di più e deve anticipare grosse somme per fare fronte alle promozioni. L’altro aspetto da considerare è il costo del personale adibito al controllo delle iniziative promozionali che incide in modo significativo sulle spese di gestione e quindi sul prezzo.

Le furberie del marketing per illudere il consumatore non sono finite. Ci sono catene che chiedono alle grandi aziende formati speciali da 900 g anziché 1 kg , per indicare sullo scaffale listini più bassi. In altri casi  c’è chi vende  confezioni  da 2-3 chili a prezzi superiori rispetto a quelle piccole. Anche il sistema del prezzo netto pulito non è perfetto. Alcuni  supermercati acquistano lotti di merce che scade dopo 6 mesi anziché dopo 2 anni spuntando sconti interessanti.

L’amara conclusione è che attraverso le strategie di marketing si prendono in giro i consumatori, dando loro la sensazione di comprare a prezzi convenienti sfruttando sconti e offerte. Lo ha evidenziato anche l’Agcm in un bellissimo documento del 2013 sui trucchi dei supermercati. Il dossier  analizza i meccanismi e le furberie messe in atto per proporre finti sconti nel periodo del sottocosto e delle  promozioni.

Che fare? «La soluzione più conveniente  per chi ha molto tempo a disposizione è di analizzare e confrontare i volantini delle 3-4 catene di supermercati dislocati vicino a casa e approfittare delle offerte che si alternano durante l’anno. Chi invece fa la spesa solo in un punto vendita conviene scegliere una delle poche catene che adottano il prezzo netto pulito come Unes-U2 ,Rossetto, Tosano, Lando e Sole365 a Napoli.

tratto da: http://www.ilfattoalimentare.it/supermercato-sottocosto-prezzi-antitrust.html

Il Datterino di Pachino a 9 euro al kg: come fregare agricoltori e consumatori!

 

Pachino

 

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Il Datterino di Pachino a 9 euro al kg: come fregare agricoltori e consumatori!

La vicenda del pomodoro Datterino di Pachino è emblematica del fallimento integrale della politica agricola della Regione siciliana. Un prodotto che dovrebbe essere l’emblema del Km zero della Sicilia è oggetto di una speculazione che riesce a penalizzare, contemporaneamente, gli agricoltori che lo producono e i consumatori della nostra Isola 

Palermo, in giro per i banconi di un supermercato, sezione ortofrutta. Abbondanza di prodotti anonimi, senza indicazione di provenienza (per quello che vale, perché le etichette senza controlli fanno solo sorridere). A un certo punto veniamo attratti dalle vaschette di pomodoro: si tratta del Datterino.Vaschette piccole. Ci informiamo sul peso: 250 grammi. Costo: quasi 2 euro e 30 centesimi.

In pratica, il pomodoro Datterino, nei supermercati del capoluogo della nostra Isola, si vende a oltre 9 euro al chilogrammo!

Se il prezzo è questo gli agricoltori che lo producono dovrebbero essere miliardari. E invece? Invece succedono cose strane, tutte architettate per fregare, come ora proveremo ad illustrare, gli agricoltori siciliani. E i consumatori della nostra isola.

Cominciamo con la zona di provenienza. In Sicilia la zona d’elezione per la produzione del Pomodorino di Pachino e del Datterino è un ristretto areale che si snoda tra Pachino e Porto Palo di Pachino, in provincia di Siracusa.

Volendo essere precisi, il Pomodorino si produce a Pachino, mentre il Datterino a Porto Palo di Pachino. Ma questa è una distinzione topografica un po’ forzata: forse è più corretto affermare che l’area d’elezione per la produzione di questi due particolari pomodori è quella che si distende tra Pachino e Porto Palo di Pachino.

A differenza del Pomodorino, il Datterino è un po’ più piccolo, presenta una forma leggermente allungata, “a dattero”. Il pomodoro Datterino ha una una buccia sottilissima ed una polpa altamente zuccherina, con un gusto unico nel suo genere.

Ormai, vista la grande richiesta di questi prodotti, i luoghi dove il Pomodorino di Pachino e il Datterino si coltivano non si contano più. Nel Trapanese non mancano le coltivazioni di questi particolari tipi di pomodoro. Per non parlare dei Pomodorini e dei Datterini che arrivano dai Paesi esteri, Cina in testa.

Sia i Pomodorini, sia i Datterini sono presenti nei mercati in quasi tutti i mesi dell’anno. Ciò significa che vengono prodotti nelle serre. Qui il discorso si complica.

La gestione di una serra è cosa un po’ complicata. Perché si ha a che fare con tecniche che richiedono particolare maestria da parte degli agricoltori. In questo campo gli agricoltori siciliani sono bravissimi, da Pachino a Porto Palo di Pachino, da Scicli a Vittoria a Gela, fino al Trapanese.

Stiamo parlando di serre nelle quali si utilizzano tecniche sofisticate e altrettanto sofisticati pesticidi. Sostanze che vanno utilizzate con grande oculatezza per limitare al minimo la presenza di residui nei prodotti finiti.

In Sicilia il rispetto dei protocolli è affidato, come già detto, alla maestria degli agricoltori. E fuori dalla Sicilia? Torneremo su questo punto.

Quello che in questo momento è necessario sapere è che, come già accennato, il vero Datterino siciliano è prodotto tra Pachino e Porto Palo di Pachino. Ma è un prodotto che subisce una concorrenza sleale sia da chi lo produce in altre aree della Sicilia, sia da chi lo importa da mezzo mondo!

Sapete quanto viene pagato il Datterino agli agricoltori di Pachino e di Porto Palo di Pachino? Se va bene – ma gli deve andare bene! – a 0,50 euro al chilogrammo.

Possibile che un prodotto di altissima qualità venga pagato agli agricoltori siciliani ad un prezzo così basso? E com’è possibile che, nei supermercati di Palermo, lo stesso Datterino costi ai consumatori oltre 9 euro al chilogrammo?

In questa storia del Datterino, letteralmente rubato agli agricoltori di Pachino e di Porto Palo di Pachino, c’è il fallimento integrale della politica agricola della Regione siciliana.

Riflettiamo: se questo prodotto potesse arrivare sulle tavole dei consumatori siciliani (parliamo solo della Sicilia, in questo caso di Km zero), eliminando l’intermediazione dei commercianti, portando il prezzo a 4 euro al chilogrammo, gli agricoltori potrebbero tranquillamente vendere il proprio prodotto a due euro al chilogrammo e i consumatori potrebbero acquistarlo, per esempio, a 4 euro al chilogrammo.

I due euro di differenza servirebbero a un’amministrazione pubblica che funziona per organizzare una ‘filiera corta’, avvicinando l’offerta (i produttori di Datterino) alla domanda (i consumatori).

Invece di tutto questo non c’è traccia. L’assessorato regionale all’Agricoltura, in Sicilia, di fatto, è una sorta di ‘Castello di Kafka’ che oggi, in buona parte, serve solo a complicare la vita agli agricoltori e a distribuire contributi – ormai per lo più fondi europei – in parte agli agricoltori, in parte a soggetti che, con l’agricoltura siciliana non hanno nulla a che vedere.

Il tutto con ritardi incredibili che, in parte sono da imputare ad Agea (l’Agenzia dello Stato che eroga i contributi in agricoltura) e, in parte, sono da imputare ad un’amministrazione regionale che, anche in questo settore, è un ‘modello di disorganizzazione organizzata’ (in questo momento, in Sicilia, i ritardi nell’erogazione dei fondi europei in agricoltura sfiorano e in alcuni casi superano i due anni: cosa, questa, con molta probabilità voluta per far fallire gli agricoltori e favorire l’arrivo di produzioni estere: paradigmatico il ‘caso’ del grano duro canadese che deve sostituire il grano duro del Sud Italia).

In questo ‘Far West’ dell’agricoltura siciliana avviene di tutto. Ortofrutta che arriva da chissà dove senza alcun controllo sui pesticidi (ci sono zone del mondo dove ancora oggi si utilizzano a piene mani pesticidi pericolosi per la salute umana che l’Italia ha bandito negli anni ’70 del secolo passato!). Arance marocchine, olio d’oliva ‘extra vergine’ tunisino, limoni argentini, frutta secca messicana o californiana, frutta estiva dal Nord Africa, carciofi dall’Egitto, pomodori e passata di pomodoro dalla Cina e via continuando.

Un caos totale. E in questo caos totale anche i prodotti che, in Sicilia, dovrebbero essere di nicchia, magari a Km zero, vengono surclassati da produzioni che arrivano da chissà dove.

“Il prezzo è questo, prendere o lasciare, tanto ormai di Pomodorino e di Datterino ne troviamo quanto ne vogliamo”, si sentono ripetere gli agricoltori.

Chi ci vanno fregati, in questa storia, sono anche i consumatori siciliani. In una Regione organizzata dovrebbero mangiare Pomodorino e Datterino di Pachino prodotto nelle zone d’elezione della nostra Isola a un prezzo almeno dimezzato rispetto a quello attuale. Invece Iddio solo sa che cosa arriva sulle loro tavole a oltre 9 euro al chilogrammo…

Il tutto in vaschette sempre più piccole.

All’inizio erano vaschette da 1 kg.

Poi vaschette da 500 grammi.

Oggi vaschette da 250 grammi.

Perché un conto è scrivere su una vaschetta di Datterino 4 euro e mezzo, che farebbe scappare a gambe levate i consumatori, mentre altra cosa è scrivere 2 euro e 30 centesimi. Nella fretta i consumatori che frequentano i supermercati non si accorgono nemmeno di aver acquistato una vaschetta di 250 grammi di prodotto, lo prendono e pagano…

 

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/11/20/il-datterino-di-di-pachino-a-9-euro-al-kg-come-fregare-agricoltori-e-consumatori/

Giusto per tenerVi informati: altre due navi per Divella al porto di Bari. Altri 116 mila quintali di quella porcheria che all’estero chiamano grano. Altra immondizia che ci ritroveremo nel piatto!

 

Divella

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Giusto per tenerVi informati: altre due navi per Divella al porto di Bari. Altri 116 mila quintali di quella porcheria che all’estero chiamano grano. Altra immondizia che ci ritroveremo nel piatto!

 

Due nuove navi nel porto di Bari destinate a Divella. La prima arriva direttamente dalla Francia. La seconda è polacca ma ha fatto scalo in Spagna. Ancora in corso lo scarico della nave canadese PYXIS OCEAN di Casillo. Si attende l’arrivo a giorni di un’ altra nave canadese ed una australiana 

Divella, dopo aver già scaricato nei giorni scorsi quasi la metà della nave canadese Drawsko (l’altra metà è andata al porto di Ravenna), è in attesa di scaricare la nave MANISA COCO una General Cargo IMO 9306392 MMSI 244130572 costruita nel 2005, battente bandiera Olandese (NL) con una stazza lorda di 5581 ton, summer DWT 7601 ton. La portarinfuse è partita da FOR SUR MER (FRANCIA) il 5 ottobre 2017 alle ore 18:36 ed è arrivata al porto di Bari il 9 ottobre alle ore 14:30. La nave ha un carico stimato di circa 63 mila quintali di grano. Destinazione DIVELLA

La seconda nave KOMET III è una General Cargo IMO 8919831 MMSI 305312000 costruita nel 1990, battente bandiera Antigua Barbuda (AG) con una stazza lorda di 4169 ton, summer DWT 4752 ton. La portarinfuse è partita da Ceuta  (SPAGNA) il 4 ottobre 2017 alle ore 14:00 ma proveniva da GDYNIA (POLONIA) ed è arrivata al porto di Bari il 9 ottobre alle ore 11:00. La nave ha un carico stimato di circa 53 mila quintali di grano. Destinazione DIVELLA

Nel porto di Bari procedono le operazioni di scarico della nave canadese con 600 mila quintali di grano destinata a Casillo. La  gigantesca portarinfuse PYXIS OCEAN  era arrivata a Bari il 24 settembre ma non ha ancora completato le operazioni.

fonte: http://www.granosalus.com/2017/10/10/due-navi-per-divella-al-porto-di-bari-altri-116-mila-quintali-di-grano-estero/

L’entrata in vigore del CETA è uno scandalo per la Democrazia – Mette gli investitori in condizione di opporsi ai provvedimenti politici ritenuti contrari ai loro interessi – Insomma, la Gente non ha più difesa contro chi specula sulla sua pelle!

 

CETA

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L’entrata in vigore del CETA è uno scandalo per la Democrazia – Mette gli investitori in condizione di opporsi ai provvedimenti politici ritenuti contrari ai loro interessi – Insomma, la Gente non ha più difesa contro chi specula sulla sua pelle!

 

Quindi, dopo oltre un anno di articoli che mettevano in guardia contro i pericoli di un’eventuale approvazione del CETA per i cittadini europei, il trattato è entrato in vigore, nel pressoché totale silenzio dei media nazionali, lo scorso 21 settembre. Jacques Sapir fa il punto su ciò che adesso ci aspetta, e il quadro è purtroppo tutt’altro che rassicurante: oltre ai rischi per la salute e per l’ambiente, il CETA rappresenta un grave vulnus alla sovranità nazionale e ai principi democratici.

Di Jacques Sapir, 22 settembre 2017

Il CETA, trattato di libero scambio con il Canada, è infine entrato in vigore giovedì 21 settembre, ad eclatante dimostrazione di come gli Stati abbiano rinunciato alla loro sovranità, lasciando spazio ad un nuovo diritto, indipendente dal diritto degli stessi Stati e non soggetto ad alcun controllo democratico.

Il CETA sarebbe, sulla carta, un “trattato di libero scambio”. In realtà però prende di mira le normative non-tariffarie che alcuni Stati potrebbero adottare, in particolare in materia di protezione ambientale. A questo riguardo, c’è da temere che il CETA possa dare l’avvio a una corsa a smantellare le norme di protezione. A ciò si aggiungono i pericoli che scaturiscono dal meccanismo di protezione degli investimenti contenuto nel trattato. Il CETA crea infatti un sistema di protezione per gli investitori tra l’Unione Europea e il Canada che, grazie all’istituzione di un tribunale arbitrale, permetterà loro di citare in giudizio uno Stato (o a una decisione dell’Unione Europea) nel caso in cui un provvedimento pubblico adottato da tale Stato possa compromettere“le legittime aspettative di guadagno dall’investimento”. In altre parole, la cosiddetta clausola ISDS (o RDIE) è in pratica un meccanismo di protezione dei guadagni futuri. E si tratta di un meccanismo unilaterale: nel quadro di questa disciplina, nessuno Stato può, da parte sua, citare in giudizio un’impresa privata. È chiaro quindi che il CETA metterà gli investitori in condizione di opporsi ai provvedimenti politici ritenuti contrari ai loro interessi. Questa procedura, che rischia di essere molto dispendiosa per gli Stati, avrà certamente effetti dissuasivi già con una semplice minaccia di processo. Al riguardo, non dimentichiamo che, a seguito della dichiarazione della Dow Chemical di voler portare la causa in tribunale, il Québec fu costretto a fare marcia indietro sul divieto di una sostanza, sospettata di essere cancerogena, contenuta in un diserbante commercializzato da questa impresa.

Vi sono inoltre dubbi in merito alla reciprocità: si fa presto a dire che il trattato apre i mercati canadesi alle imprese europee, tanto più che il mercato dell’Unione Europea è già adesso aperto alle imprese canadesi. Ma basta solo guardare alla sproporzione tra le popolazioni per capire chi ci guadagnerà. Al di là di questo, c’è il problema più ampio del libero scambio, in particolare dell’interpretazione del libero scambio che si evince dal trattato. Al centro si trovano gli interessi delle multinazionali, che di certo non coincidono con quelli dei consumatori né dei lavoratori.

I rischi rappresentati dal CETA riguardano quindi la salute pubblica e, senz’ombra di dubbio, la sovranità. Ma ancora più grave è anche la minaccia posta dal trattato alla democrazia. Al momento della sua votazione finale nel Parlamento Europeo, tra i rappresentanti francesi sono stati quattro i gruppi a votare contro: il Fronte di Sinistra, gli ambientalisti dell’EELV, il Partito Socialista e il Front National. Un’alleanza forse meno anomala di quanto sembri, se si prendono in considerazione i problemi sollevati dal trattato. È indicativo il fatto che sia stato rigettato dalle delegazioni di tre dei cinque paesi fondatori della Comunità Economica Europea, e dalle seconda e terza maggiori economie dell’Eurozona. Ciononostante è stato ratificato dal Parlamento Europeo il 15 febbraio 2017, e deve adesso passare la ratifica dei singoli parlamenti nazionali. Nondimeno, è già considerato parzialmente in vigore prima della ratifica da parte degli organi rappresentativi nazionali. Il CETA è quindi entrato in vigore provvisoriamente e parzialmente il 21 settembre 2017 per gli aspetti riguardanti le competenze esclusive dell’UE, ad esclusione, per il momento, di certi aspetti di competenza concorrente che necessitano di votazione da parte dei paesi membri dell’UE, in particolare le parti riguardanti i tribunali arbitrali e la proprietà intellettuale. Ma anche così, circa il 90% delle disposizioni dell’accordo vengono già applicate. Ciò rappresenta un grave problema politico di democrazia. Come se non bastasse, anche nel caso in cui un paese dovesse rigettare la ratifica del CETA, quest’ultimo resterebbe comunque in vigore per tre anni. È evidente che è stato fatto di tutto perché il trattato fosse formulato ed applicato al di fuori del controllo della volontà popolare.

In effetti questo non è affatto ciò che normalmente si definirebbe un trattato di “libero scambio”. Si tratta di un trattato il cui scopo è essenzialmente imporre norme decise dalle multinazionali ai singoli parlamenti degli Stati membri dell’Unione Europea. Se ciò che si voleva dare era una dimostrazione della natura profondamente anti-democratica dall’UE, non si poteva certamente fare di meglio.

Ciò pone un problema sia democratico che di legittimità di chi si è fatto fautore del trattato. In Francia uno solo dei candidati alle elezioni presidenziali, Emmanuel Macron, si era dichiarato apertamente a favore del CETA. Anche uno dei suoi principali sostenitori, Jean-Marie Cavada, aveva votato al Parlamento europeo per l’adozione del trattato. Si profila quindi nelle elezioni presidenziali, e non per la prima volta nella nostra storia, il famigerato “partito dall’esterno” che a suo tempo (per l’esattezza il 6 dicembre 1978) era stato denunciato da Jacques Chirac dall’ospedale di Cochin…[1]

Prima della sua nomina a ministro del governo di Edouard Philippe, Nicolas Hulot aveva preso nettamente posizione contro il CETA. La sua permanenza al governo, a queste condizioni, ha il valore di un voltafaccia. Come ministro della Transizione Ambientale (sic), non ha sicuramente finto un certo rammarico lo scorso venerdì mattina su Europe 1. Ha riconosciuto che la commissione di valutazione nominata da Edouard Philippe lo sorso luglio aveva identificato diversi potenziali pericoli contenuti nel trattato. Ma ha anche aggiunto: “…i negoziati erano ormai arrivati a un punto tale che, a meno di non rischiare un incidente diplomatico con il Canada, che certamente vorremmo evitare a tutti i costi, sarebbe stato difficile bloccarne la ratifica”. Questa è una perfetta descrizione dei meccanismi di irreversibilità deliberatamente incorporati nel trattato. Non dimentichiamo inoltre che, prima di essere nominato ministro della Transizione Ambientale, l’ex-presentatore televisivo aveva più volte dichiarato che il CETA non era “compatibile con il clima”. Si può qui immaginare quanto fosse grande la spada che ha dovuto ingoiare: praticamente una sciabola.

Da parte sua, fin dalla sua elezione Emmanuel Macron si è presentato come difensore allo stesso tempo dell’ecologia e del pianeta riprendendo, capovolgendolo, lo slogan di Donald Trump “Make the Planet Great Again”. Ha spesso ribadito questo concetto, sia alle Nazioni Unite che in occasione del suo viaggio alle Antille dopo l’uragano “Irma”. Ma non si può ignorare che il suo impegno a favore del CETA e la sua sottomissione alle regole dell’Unione Europea, che ha comunque registrato un terribile ritardo sulla questione degli interferenti endocrini, dimostrino come non sia decisamente l’ecologia a motivarlo, e che al massimo questa non sia che un pretesto per una comunicazione di pessimo gusto e di bassa lega.

È dunque necessario avere ben chiare le conseguenze dell’applicazione del CETA, oltre alla minaccia che esso rappresenta per la sovranità nazionale, la democrazia e la sicurezza del paese.

[1] Haegel F., « Mémoire, héritage, filiation : Dire le gaullisme et se dire gaulliste au RPR », Revue française de science politique, vol. 40, no 6,‎ 1990, p. 875

Un articolo su:
    

 

È ufficiale – I grandi economisti del nostro Governo colpiscono ancora: manovra, autovelox come bancomat. Passa l’emendamento che massacrare la Gente di multe per coprire buchi di bilancio dei Comuni!

Governo

 

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È ufficiale – I grandi economisti del nostro Governo colpiscono ancora: manovra, autovelox come bancomat. Passa l’emendamento che massacrare la Gente di multe per coprire buchi di bilancio dei Comuni!

Ve lo avevamo già anticipato:

I grandi economisti del nostro Governo colpiscono ancora: manovra correttiva, per coprire buchi di bilancio invitano i Comuni ad utilizzare gli autovelox per massacrare la Gente di multe!

Ma ora è ufficiale.

Manovra, autovelox come bancomat. Passa l’emendamento che scippa i soldi alla sicurezza stradale
Via libera nella notte a una modifica al decreto di correzione dei conti. Comuni e città metropolitane potranno utilizzare i proventi delle sanzioni per finanziare oneri di viabilità e polizia locale

Torna la temuta norma autovelox che permette a Province e Citta metropolitane di utilizzare i soldi delle multe per fare cassa. Nella notte di ieri è stato approvato un emendamento all’articolo 18, firmato da un ampio spettro di forze politiche a partire dal Pd, che inserendo il comma3-bis prevede la possibilità per le province e le città metropolitane di utilizzare i proventi delle sanzioni (le contravvenzioni) per le violazioni al Codice della Strada, comprese quelle relative all’eccesso di velocità rilevato con autovelox e dispositivi analoghi, per finanziare, nel 2017 e 2018, gli oneri relativi alle funzioni di viabilità e polizia locale per migliorare la sicurezza stradale.

Tale norma deroga alla normativa vigente che prevede l’utilizzo di una quota dei proventi delle sanzioni spettanti agli enti locali per una serie di specifiche destinazioni, tra cui gli interventi relativi alla segnaletica delle strade di proprietà dell’ente, il potenziamento delle attività di controllo e di accertamento delle violazioni stradali ed altre finalità connesse al miglioramento della sicurezza stradale, nonché, per i proventi da violazioni ai limiti di velocità, alla realizzazione di interventi di manutenzione e messa in sicurezza delle infrastrutture stradali.

Pronta la rivolta di consumatori e automobilisti. “Noi siamo a favore della sicurezza stradale e per multe severe nei confronti di chi non rispetta i limiti di velocità – avvisava il Codacons nei giorni scorsi quando si era ventilata la possibilità dell’emedamento -, ma questa norma, così come studiata, appare pericolosissima perché le amministrazioni, grazie a tale misura, potranno disseminare le strade di autovelox e utilizzare i soldi delle multe non per incrementare la sicurezza sulle strade, ma per coprire i buchi di bilancio, pagare straordinari e stipendi dei vigili e realizzare opere stradali per le quali i cittadini pagano già le tasse”.

Roberto Petrini, la Repubblica

…E GranoSalus chiede: Che fine ha fatto il grano contaminato arrivato a Bari il 13 aprile scorso?

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…E GranoSalus chiede: Che fine ha fatto il grano contaminato arrivato a Bari il 13 aprile scorso?

Che fine ha fatto il grano contaminato arrivato a Bari il 13 aprile scorso?

Vi raccontiamo una storia, una storia vera. La storia di una nave che doveva essere respinta – secondo l’Unione europea – mentre i fatti del Belpaese dimostrano il contrario. A che serve l’allerta rapida se vi sono falle nel sistema? Che grano siamo costretti a mangiare ogni giorno nella pasta e nel pane? Possibile che le multinazionali debbano sempre farla franca? Il silenzio dei sindacati

Quasi un anno fa, il 13 aprile arriva al porto di Bari una nave che in sette stive trasporta più di 59mila tonnellate di grano duro proveniente dall’Argentina. Dai controlli degli ispettori dell’Ufficio di Sanità marittima (Usmaf) effettuati a campione in due stive, viene fuori che in una delle due il grano è contaminato da Dichlorvos, un pesticida vietato dall’Unione Europea, in una concentrazione di 0.34 milligrammi per chilogrammo (il limite massimo è di 0,01). La stiva contaminata contiene oltre 12 mila tonnellate di grano, secondo le notizie riportate da un articolo apparso su la Repubblica in data 8 marzo 2017 che attribuisce un valore al carico, a conti fatti, di circa 8 euro al quintale! Grano di pessima qualità che in partenza sarà costato nemmeno la metà, al netto dei costi di trasporto. Dai sindacati agricoli? Nemmeno una parola.

Il Ministero della Salute blocca la partita e ne vieta ogni trattamento, esistendo il ragionevole dubbio che il prodotto una volta commercializzato possa contenere un principio attivo non autorizzato” e non potendo, dunque, escludere rischi per i consumatori. Infatti, secondo il Ministero possono essere trattate solo partite con contaminanti non vietati dall’UE.

Dunque questo grano non può essere utilizzato? Non proprio purtroppo, perché l’importatore, la Casillo Commodities, non si rassegna e ricorre al TAR ottenendo un provvedimento cautelare con cui viene sospeso il diniego all’importazione.

Nel provvedimento del TAR tuttavia si specifica che:

  • l’ammissione al trattamento speciale non comporta l’autorizzazione alla trasformazione e alla commercializzazione del frumento, che dovrà in ogni caso essere sottoposto, concluso il trattamento, a rigorosi controlli di legge;
  • non sussiste, allo stato, un pericolo di danno per la salute pubblica, mentre la merce contaminata è soggetta a naturale deperimento.

Secondo i giudici del TAR l’eventuale via libera sarebbe, dunque, legato alla possibilità di effettuare nuove analisi prima della vendita.

L’autorità competente dovrebbe assicurare che i trattamenti speciali siano eseguiti in stabilimenti sotto il suo controllo o sotto il controllo di un altro Stato membro e conformemente alle condizioni previste secondo la procedura di cui all’articolo 62, paragrafo 3 del regolamento CE 882/04) o, in mancanza di tali condizioni, alle norme nazionali.


Allerta rapida

In realtà il carico era stato oggetto di allerta, come si può notare nel documento qui affianco riportato in cui si invitava a respingerlo al mittente. In tale documento viene segnalato, tuttora, un livello di rischio “serious” ed una notifica classificata come “border rejection“, ovvero respingimento alla frontiera. Insomma quel grano secondo l’autorità europea andava restituito al mittente argentino (c.d. action taken).

Ma cosa è successo poi? Questo grano contaminato non è stato affatto respinto, come la normativa Europea prevedeva e lo stesso Ministero della Salute Italiano affermava, ma invece sottoposto, dopo una rassicurante sentenza del TAR di Bari (che non ha competenze in maniera sanitaria), ad un processo di ventilazione.

Tuttavia, attraverso la ventilazione si potrebbe forse bonificare il carico dalla polvere ma senza togliere l’insetticida: il principio attivo è un citotropico e sistemico che non può evaporare.

Ecco perché il mancato reinvio al mittente argentino lascia una zona d’ombra sull’intera vicenda.  Il timore è che tecnicamente questo grano possa essere miscelato per diluire la presenza dell’ insetticida .

Questa (non)soluzione sarebbe una scorciatoia, un po’ pasticciata e sospetta.

La decontaminazione è cosa ben diversa dalla diluizione (che risulta vietata dall’art 20 dello stesso regolamento CE 882/04 e anche dall’ art 3 del regolamento CE 1881/06)!

Qual’è la conclusione di questa vicenda? In Italia sembra perfettamente legale importare food contenente una sostanza tossica  non autorizzata e sembra che un giudice amministrativo abbia più competenza sulla salute pubblica delle Autorità Europee e del Ministero della Salute Italiano.

Oltretutto di trattamenti speciali di ventilazione sul Dichlorvos, materialmente effettuati, in tutta Europa non vi è traccia. Dal database RASFF non risulta che questi siano mai stati ammessi sul Dichlorvos!

Nei casi di partite di alimenti contaminati con Dichlorvos (più di 100) in Europa, le azioni intraprese sono state di distruzione o di respingimento alla frontiera, mai nessun trattamento speciale, fisico o chimico, ne tantomeno alcuna ventilazione.

E’ necessario che le autorità europee facciano luce su questa vicenda evitando che la decontaminazione si tramuti in diluizione.

Ed è necessario che il Ministro della Sanità invochi il principio di precauzione e la CLAUSOLA DI SALVAGUARDIA Art. 23 Direttiva 2001/18/CE.

Non si possono fare sconti alle multinazionali sulla pelle dei cittadini per tutelare il profitto! La salute viene prima dell’ economia.

fonte: http://www.granosalus.com/2017/03/20/fine-carico-grano-contaminato-arrivato-bari-13-aprile-scorso/