Chilometro zero, perché scegliere il produttore più vicino

 

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Chilometro zero, perché scegliere il produttore più vicino

Il mercato e le politiche commerciali delle grandi multinazionali del cibo dilatano la distanza geografica tra il produttore e il consumatore. La società contemporanea è governata dal potere delle aziende che producono alimenti e che regolano l’import/export di cibi standardizzati e di scarsa qualità. Così facendo, le nostre tavole accolgono una sovrabbondanza di cibo privo di gusto, coltivato in media a 2000 chilometri di distanza.

L’area di produzione degli alimenti deve tornare a essere coincidente o quasi con i luoghi in cui gli stessi venivano consumati, per tutelare la tradizione culinaria locale e per abbattere la soglia dell’inquinamento ambientale.

Tornare a un atteggiamento di ricerca del cibo nelle aree limitrofe all’abitazione induce a un riequilibrio degli usi alimentari e a un rapporto con il territorio non esasperato dalla produzione intensiva. La vendita di cibo nei supermercati, in una realtà centralizzata e isolata, raggiungibile spesso solo con la macchina denuncia l’impossibilità del consumatore di essere educato a scegliere e a usare il cibo. Nei supermercati gli alimenti sfilano sotto gli occhi delle persone tutto l’anno, con pochissime variazioni stagionali, con una disponibilità assolutamente sovradimensionata per il singolo compratore. Ciò non avviene nei mercati in cui il consumatore instaura un contatto diretto (fisico e visivo) con il cibo, raramente confezionato e quasi mai fuori stagione.

La diffusione nei cosiddetti farmer’s market dei prodotti a filiera corta o a chilometro zero è una politica economica mirata alla gestione della produttività locale e alla rivalutazione di un sistema produttivo di qualità. Si definisce a chilometro zero il cibo che viene prodotto e venduto nello stesso luogo (o poco distante), in cui la compra/vendita è gestita dal produttore senza passare per uno o più intermediari. Per esempio, nella filiera agroalimentare la frutta e la verdura vengo coltivate da un agricoltore, lavate e pulite da una seconda azienda, confezionate in un altro stabilimento e da questo con un’azienda trasportatrice vengono distribuite nei vari ingrossi alimentari. Quando questa merce non arriva dall’estero, comunque non è soggetta alla vendita diretta perdendo così la freschezza e la qualità di un prodotto appena colto.

Ovviamente la società e le nostre abitudini alimentari, tarati su un apporto nutrizionale proveniente da una dieta varia, non ammettono in assoluto il sistema commerciale a chilometro zero. Non è pensabile che le banane, o rimanendo in ambito nazionale il Parmigiano Reggiano e il pomodoro pachino, vengano consumati solo dagli abitanti delle strette aree limitrofe, quanto invece è possibile e necessario ridurre drasticamente i trasporti delle derrate alimentati. L’Italia è produttrice di una grande varietà di mele, nei supermercati però vengono vendute anche quelle provenienti dalla Cina, prodotte a 8.100 chilometri (Food Miles) di distanza. Così pure per le arance spagnole (1.800 chilometri), il grano ucraino (1.675 chilometri) o canadese (6.727 chilometri), gli asparagi peruviani (10.000 chilometri) e il kiwi neozelandese (18.600 chilometri).

Su questo tema c’è chi ritiene che la distribuzione commerciale crei ricchezza, vietando quindi il traffico alimentare ai popoli si sottrae loro la disponibilità di cibo, oltre al fatto che non sia eticamente corretto che olio italiano possa fare il giro del mondo mentre questo viene impedito, per esempio, al vino cileno o all’uva sudafricana. Bisogna riconoscere che non tutte le aree del nostro pianeta producono cibo a sufficienza per sfamare le popolazioni autoctone, quest’ultime devono essere sostenute nell’approvvigionamento delle risorse alimentari. Questo però non il caso dell’Italia. Proprio perché l’Italia è in grado di fornire cibo alla popolazione insediata, garantendo una dieta varia e un apporto nutrizionale bilanciato, non è necessario incrementare le importazioni alimentari nel nostro territorio ma sviluppare i mercati locali per la distribuzione di cibi freschi e di qualità.

Secondo l’Aci, nel 2012 in Italia l’85,5 per cento del trasporto delle merci è avvenuto su strada con autocarri. L’uso di veicoli gommati comporta l’incremento dei consumi dei carburanti, la congestione del traffico, l’inquinamento atmosferico e acustico e anche una cospicua percentuale di perdita dei prodotti. Ciò avviene su qualsiasi prodotto, ma sulla commercializzazione del cibo è intollerabile.

Le emissioni di CO2 delle arance che arrivano su strada dalla Spagna rilasciano nell’atmosfera 245 KgCO2, l’aglio pakistano compie 3.300 chilometri emettendo 1.185 KgCO2 per viaggio aereo. I dati Istat riportano che solo nel 2013 sono arrivate in Italia 1miliardo di tonnellate di merce da tutto il mondo. La somma dei trasporti per tutti paesi del mondo lasciano solo immaginare quante emissioni inquinanti ogni anno vengono rilasciate nell’atmosfera.

La globalizzazione e i liberi mercati degli agricoltori sono un fenomeno che difficilmente avrà un’inversione di marcia, almeno non a breve termine. Frenare il traffico alimentare è possibile perché è una scelta che ognuno di noi può fare singolarmente, producendo effetti benefici per tutti. In un report del marzo 2014, Coldiretti afferma che la compra/vendita di prodotti a chilometro zero nei mercati degli agricoltori è aumentata del 67 per cento a fronte di un calo del 4 per cento delle vendite a causa della crisi.

Al giorno d’oggi pensare a una distribuzione del cibo solo a chilometro zero è una ideologia radicale poco applicabile a un contesto globale. Il pianeta ha bisogno di una cura concreta e unitaria contro l’inquinamento e contro la malnutrizione. Scegliere un’alimentazione quanto più possibile a chilometro zero è sostenibile, restituisce agli agricoltori la gestione della filiera alimentare e ci nutre con prodotti più sani. I vantaggi sono per tutti, pianeta compreso.

fonte: https://opinionedellacastagna.com/2016/12/15/chilometro-zero-perche-scegliere-il-produttore-piu-vicino/

Salute, ecco la black list dei cibi più pericolosi elaborata da Coldiretti.

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Salute, ecco la black list dei cibi più pericolosi elaborata da Coldiretti.

 

Salute, ecco la black list dei cibi più pericolosi

Il pesce spada e il tonno dalla Spagna inquinato da metalli pesanti, gli integratori e i cibi dietetici con ingredienti non autorizzati dagli Stati uniti e le arachidi dalla Cina contaminate da aflatossine cancerogene. Sono questi i cibi sul podio della “black list” dei prodotti alimentari più pericolosi per la salute, che vede al decimo posto i pistacchi dalla Turchia per la presenza di aflatossine oltre i limiti di legge.

A stilare la lista nera è la Coldiretti nel dossier “La classifica dei cibi più pericolosi” presentato al Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’alimentazione di Cernobbio sulla base delle rilevazioni dell’ultimo rapporto Sistema di allerta rapido europeo (RASFF), che registra gli allarmi per rischi alimentari verificati a causa di residui chimici, micotossine, metalli pesanti, inquinanti microbiologici, diossine o additivi e coloranti nell’Unione Europea nel 2016.

Come sottolinea la Coldiretti, sono 2.925 gli allarmi scattati nell’Unione Europea con la Turchia che è il paese che ha ricevuto il maggior numero di notifiche per prodotti non conformi (276), seguita dalla Cina (256) e dall’India (194), dagli Stati Uniti (176) e dalla Spagna (171). Si tratta di Paesi con un fiorente scambio commerciale con l’Italia che, come denuncia la Coldiretti, riguarda anche i prodotti più a rischio.

Nel 2016 sono stati importati dalla Spagna in Italia 167 milioni di chili di pesce in aumento del 5% nel primo semestre del 2017 mentre sono quasi 2 milioni i chili di pistacchi che nel 2016 sono arrivati dalla Turchia che ha esportato in Italia anche quasi 3 milioni di fichi secchi e  25,6 milioni di chili di nocciole che rientrano nella lista nera per elevata rischiosità.

Per numero di allarmi fatti scattare nel 2016 al quarto posto della classifica si trovano i peperoni  provenienti dalla Turchia che ha fatto registrare contaminazione oltre i limiti consentiti di pesticidi,  mentre preoccupante è la situazione della frutta secca, come i pistacchi provenienti dall’Iran e i fichi secchi dalla Turchia, che sono rispettivamente al quinto e sesto posto, entrambi fuori norma per la presenza di aflatossine, considerate cancerogene anche dall’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (EFSA).

Seguono in classifica le carni di pollo provenienti dalla Polonia, che sono state oggetto di allarme per contaminazioni microbiologiche oltre i limiti di legge, in particolare di salmonella. All’ottavo posto troviamo ancora prodotti contaminati da aflatossine, le nocciole provenienti dalla Turchia, seguiti dalle arachidi dagli USA con lo stesso problema di sicurezza alimentare, che ritroviamo ancora nei pistacchi dalla Turchia e nel peperoncino dall’India. A seguire altri prodotti sono stati tra quelli più segnalati, come per le albicocche essiccate dalla Turchia per contenuto eccessivo di solfiti, la noce moscata dall’Indonesia, per aflatossine e le carni di pollo dai Paesi bassi, per contaminazioni microbiologiche.

La Coldiretti spiega che l’agricoltura italiana è la più green d’Europa con 292 prodotti a denominazione di origine (Dop/Igp), il divieto all’utilizzo degli Ogm e il maggior numero di aziende biologiche, ma è anche al vertice della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari (0,5%), quota inferiore di 3,2 volte alla media UE (1,7%) e ben 12 volte a quella dei Paesi terzi (5,6%).

“Non c’è più tempo da perdere e occorre rendere finalmente pubblici i flussi commerciali delle materie prime provenienti dall’estero per far conoscere anche ai consumatori i nomi delle aziende che usano ingredienti stranieri”, ha sottolineato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare che “importanti passi avanti sono stati ottenuti con l’estensione dell’obbligo di indicare la provenienza del riso e del grano impiegato nella pasta ma molto resta da fare perché 1/3 della spesa resta anonima, dai succhi di frutta al concentrato di pomodoro fino ai salumi”.

Ecco i cibi più pericolosi e la motivazione:

1.Pesce dalla Spagna (96): metalli pesanti in eccesso (mercurio e cadmio)
2.Dietetici/integratori da USA (93): ingredienti e novel food non autorizzati
3.Arachidi dalla Cina (60): aflatossine oltre i limiti
4.Peperoni dalla Turchia (56): pesticidi oltre i limiti
5.Pistacchi dall’Iran (56): aflatossine oltre i limiti
6.Fichi secchi dalla Turchia (53): aflatossine oltre i limiti
7.Carni di pollo dalla Polonia (53): contaminazioni microbiologiche (salmonella)
8.Nocciole dalla Turchia (37): aflatossine oltre i limiti
9.Arachidi dagli USA (33): aflatossine oltre i limiti
10. Pistacchi dalla Turchia (32): aflatossine oltre i limiti
11. Peperoncino dall’India (31): aflatossine e salmonella oltre i limiti
12. Albicocche secche da Turchia (29): solfiti oltre i limiti
13. Noce moscata da Indonesia (25): aflatossine oltre i limiti, certificato sanitario carente
14. Carni di pollo dai Paesi Bassi (15): contaminazioni microbiologiche

 

fonte: http://www.coldiretti.it/salute-e-sicurezza-alimentare/salute-la-black-list-dei-cibi-piu-pericolosi

Coldiretti lancia l’allarme: solo 25 analisi su 7,6 miliardi di kg di grano che arriva dall’estero. E grazie che poi mangiamo porcherie!

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Coldiretti lancia l’allarme: solo 25 analisi su 7,6 miliardi di kg di grano che arriva dall’estero. E grazie che poi mangiamo porcherie!

Coldiretti, solo 25 analisi su 7,6 mld kg grano estero

Rivedere limiti massimi di presenza glifosate in cibo importato

ROMA – “Con 7,65 miliardi di chili di cereali importati dall’estero nel 2016, scoprire che sono stati esaminati solo 25 campioni e che nessuna analisi è stata eseguita per il glifosate, dovrebbe essere motivo di preoccupazione per un Paese che è leader nella qualità e nella sicurezza alimentare”. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento al piano di controllo sule micotossine del Ministero della Salute.

“Una imprenditoria sana e responsabile anziché esultare, come hanno fatto gli industriali della pasta di Aidepi – osserva Coldiretti -, si porrebbe l’obiettivo di aumentare i controlli a tutela dei qualità dei propri prodotti e a garanzia dei consumatori, soprattutto con riguardo al miliardo di chili di grano duro proveniente dal Canada sul quale è stato usato in preraccolta il discusso erbicida glifosate vietato in Italia perché ritenuto a rischio, che, lo ribadiamo non è stato oggetto di analisi del rapporto”. “Non si capisce perché, a fronte del divieto di utilizzo del glifosate in preraccolta per le imprese agricole italiane – prosegue l’organizzazione agricola – non solo non sia vietata l’importazione del frumento trattato in questo modo, ma non ci sia neppure la ricerca sistematica dei residui di glifosate sul 100% di prodotto importato. Usare il solo parametro delle micotossine per disinnescare l’allarme tossicologico sul glifosato è un errore di prospettiva nel momento in cui tutto il dibattito a livello europeo e internazionale è spostato sull’autorizzazione del rinnovo di questa sostanza”. “Per questo ci auguriamo – conclude Coldiretti – che gli industriali della pasta si uniscano a noi nel chiedere che i limiti massimi di residui dello stresso glifosate debbano essere precauzionalmente rivisti in ragione dell’incertezza scientifica sui rischi per la salute oggetto dell’attuale dibattito tra le agenzie europee. Si preferisce invece speculare per sottopagare gli agricoltori italiani proprio in una annata che ha visto un crollo di almeno il 10% del raccolto di grano duro a seguito delle quotazioni insostenibili e all’andamento climatico”.

 

fonte: http://www.ansa.it/canale_terraegusto/notizie/cibo_e_salute/2017/09/28/salutecoldirettisolo-25-analisi-su-76-mld-kg-grano-estero_ae568096-78e7-4065-978d-5250a1702c22.html

L’accusa di Coldiretti: Per la maturazione del grano straniero viene usata una sostanza assolutamente vietata in Italia, ma poi qui l’industria ci fa la pasta Made in Italy che mangiamo tutti i giorni…!

 

Coldiretti

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L’accusa di Coldiretti: Per la maturazione del grano straniero viene usata una sostanza assolutamente vietata in Italia, ma poi qui l’industria ci fa la pasta Made in Italy che mangiamo tutti i giorni…!

Le associazioni dei produttori di pasta non possono che rimanere soddisfatte dal responso del Ministero della Salute sui controlli sul grano importato: ”Il frumento estero è sicuro, basta insinuazioni”.

La Coldiretti, però, aspettando con ansia l’introduzione dell’obbligo in etichetta di indicazione dell’origine del riso e del grano per la pasta, esprime però la sua opinione per voce di Rolando Manfredini, responsabile della sicurezza alimentare, a Ilfattoquotidiano.it: “Ci sarebbe stato da preoccuparsi se i controlli avessero dato risultati diversi, ci fa piacere che non sono state rilevate irregolarità, ma questo non toglie che vi siano molte differenze tra il grano italiano e quello canadese”.

Le associazioni Aidepi e Italmopa si sono incaricate di divulgare la notizia sul controllo delle micotossine e il messaggio è decisamente chiaro: non sono state scovate tracce di illegalità o irregolarità nei campioni di grano importato che sono stati analizzati dal dicastero.

In aggiunta, l’associazione Aidepi, tiene presente che queste analisi sono state precedute dai controlli su pesticidi e fitofarmaci, sempre condotti dal Ministero. A conti fatti, quindi, il presidente dei pastai italiani di Aidepi, Riccardo Felicetti, si sente rassicurato dai risultati delle analisi, perché respingono ogni accusa sulla qualità e sanità delle materie prime della pasta.

Nonostante le rassicurazioni da parte del ministero in merito alla questione, le perplessità della Coldiretti non sono infondate. Alberto Ritieni, docente di chimica degli alimenti all’Università Federico II di Napoli, in un’intervista a ilfattoquotidiano.it, dichiara che il deossinivaleno, una particolare micotossina, “se assunto in minime quantità l’effetto del don può non comparire mai”.

Ma se il valore di don consentito è calcolato su base europea, in cui il secondo posto di consumatore è occupato dalla Germania con 7.4 kg all’anno, può essere considerata una minima assunzione se relazionata ai 26 kg dell’italiano medio?

È il porto di Bari a ritrovarsi campo di battaglia della cosiddetta “Guerra del grano”, dove approdano milioni di tonnellate di grano estero – per metà canadesi tra l’altro – che, da una parte ricevono controlli dall’UE, dalle autorità italiane, dai molini e infine dalle aziende pastaie, ma dall’altra non rispettano le regole imposte dall’Unione Europea.

Rolando Manfredini, infatti, sottolinea le differenze tra il grano italiano e quello canadese, di nuovo a ilfattoquotidiano.it: ” Mentre il primo viene raccolto in estate, in piena maturazione, il secondo viene raccolto tra fine settembre e gli inizi di ottobre, in autunno quindi.

viene fatto maturare artificialmente – aggiunge – ossia utilizzando un seccante, il glifosato, nella fase della pre-raccolta, sostanza che da noi è vietata. Questo espone la materia prima a valutazioni negative dal punto di vista della sicurezza alimentare”

Alla fine dei conti, il vero problema sarà affrontare i risvolti dell’applicazione, per ora provvisoria, del Ceta, l’accordo commerciale tra UE e Canada, in quanto, se il progetto dell’etichettatura di origine per il grano duro diventasse realtà, la maggiore chiarezza sulla materia prima potrebbe incidere negativamente sulle vendite per chi esporta il frumento – il Canada per l’appunto – , che potrebbe richiedere un risarcimento.

L’accusa di Coldiretti, su 7,6 miliardi di kg di grano estero sbarcato in Italia, solo 25 analisi e nessuna per il Glifofato! Così tutelano la nostra salute? Sono forse complici?

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L’accusa di Coldiretti, su 7,6 miliardi di kg di grano estero sbarcato in Italia, solo 25 analisi e nessuna per il Glifofato! Così tutelano la nostra salute? Sono forse complici?

Coldiretti, solo 25 analisi su 7,6 mld kg grano estero

Rivedere limiti massimi di presenza glifosate in cibo importato

ROMA – “Con 7,65 miliardi di chili di cereali importati dall’estero nel 2016, scoprire che sono stati esaminati solo 25 campioni e che nessuna analisi è stata eseguita per il glifosate, dovrebbe essere motivo di preoccupazione per un Paese che è leader nella qualità e nella sicurezza alimentare”. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento al piano di controllo sule micotossine del Ministero della Salute.

“Una imprenditoria sana e responsabile anziché esultare, come hanno fatto gli industriali della pasta di Aidepi – osserva Coldiretti -, si porrebbe l’obiettivo di aumentare i controlli a tutela dei qualità dei propri prodotti e a garanzia dei consumatori, soprattutto con riguardo al miliardo di chili di grano duro proveniente dal Canada sul quale è stato usato in preraccolta il discusso erbicida glifosate vietato in Italia perché ritenuto a rischio, che, lo ribadiamo non è stato oggetto di analisi del rapporto”. “Non si capisce perché, a fronte del divieto di utilizzo del glifosate in preraccolta per le imprese agricole italiane – prosegue l’organizzazione agricola – non solo non sia vietata l’importazione del frumento trattato in questo modo, ma non ci sia neppure la ricerca sistematica dei residui di glifosate sul 100% di prodotto importato. Usare il solo parametro delle micotossine per disinnescare l’allarme tossicologico sul glifosato è un errore di prospettiva nel momento in cui tutto il dibattito a livello europeo e internazionale è spostato sull’autorizzazione del rinnovo di questa sostanza”. “Per questo ci auguriamo – conclude Coldiretti – che gli industriali della pasta si uniscano a noi nel chiedere che i limiti massimi di residui dello stresso glifosate debbano essere precauzionalmente rivisti in ragione dell’incertezza scientifica sui rischi per la salute oggetto dell’attuale dibattito tra le agenzie europee. Si preferisce invece speculare per sottopagare gli agricoltori italiani proprio in una annata che ha visto un crollo di almeno il 10% del raccolto di grano duro a seguito delle quotazioni insostenibili e all’andamento climatico”.

Colpo di scena – Nella guerra del grano tra Coldiretti e produttori “scompare” il glifosato…!

 

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Colpo di scena – Nella guerra del grano tra Coldiretti e produttori “scompare” il glifosato…!

Una guerra senza esclusione di colpi. È quella tra Aidepi e Coldiretti su pasta e grano. La prima raccoglie e rilancia i dati del ministero della Salute. Non c’è motivo di credere che il grano estero non sia sicuro e salubre, spiega l’associazione degli industriali della pasta. E continua “Il Piano nazionale ministeriale per il controllo delle micotossine, pubblicato il 18 settembre 2017, non ha infatti rilevato irregolarità in alcun campione di grano importato analizzato”. “Finalmente quello che ribadiamo da anni è stato confermato anche dall’organo di controllo più autorevole: la pasta è buona e sicura” sostiene Riccardo Felicetti, presidente dei Pastai italiani. Rincara la dose Cosimo De Sortis, Presidente Italmopa. “Questi dati portano alla luce la verità dei fatti e, ancora una volta, smentiscono alcune campagne denigratorie promosse nei riguardi delle importazioni di frumento”, ha commentato il presidente dell’associazione che rappresenta l’industria molitoria italiana a frumento tenero e a frumento duro.

“Che i campioni analizzati dal ministero della Salute siano conformi ci fa piacere – commenta Rolando Manfredini, responsabile sicurezza alimentare di Coldiretti a Repubblica – se fosse stato il contrario il problema sarebbe stato gravissimo. Però lo stesso ministero della Salute, nel 2016, ha diffuso un rapporto sui fitofarmaci, nel quale si attestava che nel grano canadese il limite era tre volte superiore a quello stabilito in Italia”.

Niente di vero, ribattono i produttori, i controlli, sempre realizzati dal ministero della Salute, su pesticidi e fitofarmaci (Controllo Ufficiale Sui Residui Di Prodotti Fitosanitari Negli Alimenti), divulgati a giugno hanno dimostrato che nessun campione di grano duro è risultato fuorilegge.

Lo spauracchio dell’origine del grano

È solo il primo atto di una battaglia che al centro del contendere ha, come capiscono in molti, la dichiarazione di origine del grano.

Si cambia strategia, insomma. Se dopo i provvedimenti, pubblicati il 16 e 17 agosto scorso in Gazzetta ufficiale – indicazione d’origine dal prossimo 16 febbraio 2018 – era intervenuta FoodDrinkEurope, l’associazione europea dei produttori alimentari e di bevande, chiedendo alla Commissione europea di “bloccare” il decreto, ora si passa a una tattica più nazionale.

Spiegare ai consumatori italiani, insomma, che non c’è alcuna differenza tra grano straniero e grano tricolore. È quello che fa, per esempio, Barilla che ha aperto un portale sul web per spiegare da dove viene il suo grano e con quali garanzie. Aidepi sembra sposare appieno la logica (e come potrebbe fare altrimenti?). Operazione lecita, senza alcun dubbio. E probabilmente anche giusta: la materia prima, se controllata e scelta con cura, può essere buona anche se viene da lontano.

Il convitato di pietra

Quello che tanto Aidepi che Coldiretti dimenticano, però, è la questione del glifosato. Pur senza trarre materiale dalle tante indagini di questo giornale e dalle inchieste sul preharvest, ossia la brutta abitudine (questa sì, canadese) di essiccare le piante di frumento non al sole ma con una bella spruzzata di erbicida Monsanto, prendiamo a prestito proprio i dati pubblici dell’Agenzia canadese di ispezione degli alimenti.

Uno dei dati più impressionanti è quello ottenuto dai controlli sul grano, utilizzato anche da molte aziende italiane per produrre la pasta: il 36,6% di campioni hanno fatto registrare la presenza di glifosato e il 3,9% addirittura sopra i limiti di legge che in Canada è di 5 ppm.

Ora, volete sapere quanto frumento italiano presenti residui dell’erbicida Monsanto?

Ci spiace, non potrete contare su dati ministeriali, in quanto non ne esistono di pubblici. Si può solo dire che non è abitudine tricolore utilizzare glifosato e con il nostro clima non si pratica il preharvest.

Questo, però, non lo ricorda né l’Aidepi né la Coldiretti. Se il silenzio della prima è comprensibile, quello della seconda potrebbe essere legato alla svolta di questi giorni sull’erbicida Monsanto. È di oggi, infatti, il comunicato della Confedereazione italiana agricoltori che recita: “Sul glifosato il governo italiano dovrebbe tener conto della posizione unitaria delle organizzazioni agricole italiane, che si sono espresse a Bruxelles attraverso il Copa-Cogeca, il raggruppamento che comprende, oltre alla Cia-Agricoltori Italiani, anche Confagricoltura e Coldiretti. Tutti favorevoli alla proroga”.

Se anche Coldiretti si schiera a favore del glifosato, insomma, forse davvero c’è poca differenza tra italiano e straniero…

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/09/26/nella-guerra-del-grano-tra-coldiretti-e-pastai-scompare-il-glifosato/26363/

L’allarme di Coldiretti – Il grano canadese, quello che cresce coperto di neve e che può maturare solo grazie al glifosato? In due mesi +15% di sbarchi grazie al Ceta. E il nostro grano marcisce nei campi!!

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L’allarme di Coldiretti – Il grano canadese, quello che cresce coperto di neve e che può maturare solo grazie al glifosato? In due mesi +15% di sbarchi grazie al Ceta. E il nostro grano marcisce nei campi!!

 

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UE: Coldiretti, +15% sbarchi grano Canada desertificano l’Italia

Con la prospettiva dell’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Canada sono aumentati del 15% gli sbarchi di grano duro del Paese nordamericano in Italia nei primi due mesi del 2017, con manovre speculative che stanno provocando la scomparsa della coltivazione in Italia. E’ l’allarme lanciato dalla Coldiretti in occasione della mobilitazione di migliaia di agricoltori che hanno lasciato le campagne per invadere la Capitale in Piazza Montecitorio davanti al Parlamento dove è in corso la discussione per la ratifica del Trattato di libero scambio con il Canada. Un Trattato che – denuncia la Coldiretti – spalanca le porte all’invasione dal paese nordamericano di grano, la principale coltivazione dell’Italia particolarmente diffusa nelle aree piu’ deboli del Paese ma che prevede anche il via libera all’importazione a dazio zero per circa 75.000 tonnellate di carni suine e 50.000 tonnellate di carne di manzo dal Canada dove vengono utilizzati ormoni per l’accrescimento vietati in Italia.

L’iniziativa #stopCETA è condivisa con un’inedita ed importante alleanza con altre organizzazioni (Cgil, Arci, Adusbef, Movimento Consumatori, Legambiente, Greenpeace, Slow Food, Federconsumatori e Fair Watch) che chiedono di fermare un trattato sbagliato e dannoso per l’Italia.
“La concorrenza sleale provocata dalle importazioni spacciate come tricolori ha provocato il taglio dei prezzi pagati ai produttori agricoli sotto i costi di produzione, con la decimazione delle semine di grano che in Italia sono crollate del 7,3% per un totale di 100mila ettari raccolti in meno” ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare che “in pericolo non ci sono solo la produzione di grano e la vita di oltre trecentomila aziende agricole che lo coltivano, ma anche un territorio di 2 milioni di ettari a rischio desertificazione e gli alti livelli qualitativi per i consumatori garantiti dalla produzione Made in Italy”.
Oggi, con le quotazioni del grano a 24 centesimi al chilo –  denuncia la Coldiretti – gli agricoltori italiani ne devono vendere più di 4 chili per poter acquistare un caffè. Una realtà che – sostiene la Coldiretti – rischia di essere aggravata dall’approvazione del CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) con il Canada, che prevede l’azzeramento strutturale dei dazi indipendentemente dagli andamenti di mercato. Circa la metà del grano importato dall’Italia arriva, infatti, proprio dal paese nordamericano dove – continua la Coldiretti – le lobby in vista dell’accordo CETA sono già al lavoro contro l’introduzione in Italia dell’obbligo di indicazione della materia prima per la pasta previsto per decreto e trasmesso all’Unione Europea, trovando purtroppo terreno fertile anche in Italia.
Una necessità per nascondere ai consumatori il fatto che già lo scorso anno sono arrivate in Italia oltre un milione di tonnellate dal Canada dove viene fatto un uso intensivo di glifosato nella fase di pre-raccolta per seccare e garantire artificialmente un livello proteico elevato che è però vietato in Italia perché accusato di essere cancerogeno. In assenza dell’etichetta di origine non è possibile – sottolinea la Coldiretti –  conoscere un elemento di scelta determinante per le caratteristiche qualitative, ma si impedisce anche ai consumatori di sostenere le realtà produttive nazionali e, con esse, il lavoro e l’economia nazionali. L’81% dei consumatori italiani – continua la Coldiretti – ritiene che la mancanza di etichettatura di origine nella pasta possa essere ingannevole secondo la consultazione pubblica on line sull’etichettatura dei prodotti agroalimentari condotta dal Ministero delle Politiche Agricole.
Per denunciarne i rischi gli agricoltori della Coldiretti hanno distribuito sacchetti di grano canadese con la scritta “”No al grano canadese con glifosato in preraccolta vietato in Italia”. Tale sostanza chimica è stata vietata in pre raccolta in Italia dal 22 agosto 2016, con l’entrata in vigore del decreto del Ministero della Salute, perché accusata di essere cancerogena. Un pericolo quindi anche per i consumatori visto che i cereali stranieri risultati irregolari per il contenuto di pesticidi sono praticamente il triplo di quelli nazionali, a conferma della maggiore qualità e sicurezza del Made in Italy, sulla base del rapporto sul controllo ufficiale sui residui di prodotti fitosanitari negli alimenti divulgato l’8 giugno 2017 dal Ministero della Salute. I campioni con un contenuto fuori legge di pesticidi – conclude la Coldiretti – sono pari allo 0,8% nel caso di cereali stranieri mentre la percentuale scende ad appena lo 0,3% nel caso di quelli di produzione nazionale.
fonte: http://www.coldiretti.it/News/Pagine/524—5-Luglio-2017.aspx

Coldiretti: in Italia in un pacco di pasta su 3 ci trovi dentro solo grano straniero, pesticidi compreso!

 

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Coldiretti: in Italia in un pacco di pasta su 3 ci trovi dentro solo grano straniero, pesticidi compreso!

Coldiretti: in Italia un pacco di pasta su 3 da grano straniero
Pericolo con i cereali stranieri risultati irregolari per il contenuto di pesticidi che sono praticamente il triplo di quelli nazionali

A causa delle speculazioni che hanno fatto crollare i prezzi del grano nazionale sotto i costi di produzione ormai un pacco di pasta imbustato in Italia su tre è fatto con grano straniero senza alcuna indicazione per i consumatori. Questo è l’allarme lanciato dalla Coldiretti in occasione dello scoppio della #guerradelgrano con migliaia di agricoltori alle banchine per lo scarico di un mega cargo con grano canadese al Porto di Bari proprio alla vigilia della raccolta di quello italiano con evidenti finalità speculative.

Sono ben 2,3 milioni le tonnellate di grano duro che sono arrivate lo scorso anno dall`estero quasi la metà delle quali proprio dal Canada che peraltro ha fatto registrare nel 2017 un ulteriore aumento del 15% secondo le analisi Coldiretti su dati Istat relativi ai primi due mesi del 2017. Una realtà che – sostiene la Coldrietti – rischia di essere favorita dall’approvazione da parte dell’Europarlamento del Ceta (Comprehensive Economic and Trade Agreement) con il Canada che prevede l`azzeramento strutturale dei dazi indipendentemente dagli andamenti di mercato.

Un pericolo anche per i consumatori con i cereali stranieri risultati irregolari per il contenuto di pesticidi che sono praticamente il triplo di quelli nazionali a conferma della maggiore qualità e sicurezza del Made in Italy, sulla base del rapporto sul controllo ufficiale sui residui di prodotti fitosanitari negli alimenti divulgato l`8 giugno 2017 dal Ministero della Salute. I campioni risultati irregolari – sottolinea la Coldiretti – per un contenuto fuori legge di pesticidi sono pari allo 0,8% ne caso di cereali stranieri mentre la percentuale scende ad appena lo 0,3% nel caso di quelli di produzione nazionale.
Peraltro in alcuni Paesi terzi vengono utilizzati principi attivi vietati in Italia come proprio nel caso del Canada dove viene fatto un uso intensivo del glifosate proprio nella fase di pre-raccolta per seccare e garantire artificialmente un livello proteico elevato che – continua la Coldiretti – è stato vietato in Italia dal 22 agosto 2016 con entrata in vigore del decreto del Ministero della Salute perché accusato di essere cancerogeno.

fonte: http://www.ilpopulista.it/news/11-Giugno-2017/15279/coldiretti-in-italia-un-pacco-di-pasta-su-3-da-grano-straniero.html

Ecco cosa si stanno inventando per trasformare il marchio MADE IN ITALY in un nuovo grande inganno per i consumatori

MADE IN ITALY

 

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Ecco cosa si stanno inventando per trasformare il marchio MADE IN ITALY in un nuovo grande inganno per i consumatori

 

Così il nuovo marchio made in Italy ingannerà i consumatori

Quando si può definire “made in Italy” un prodotto alimentare? Quando “è avvenuta in Italia l’ultima trasformazione sostanziale del cibo” oppure quando è stato ottenuto con materie prima coltivate/allevate in Italia, come avviene oggi per l’olio extravergine 100% italiano, la passata di pomodoro, il miele, il latte e i prodotti a denominazione?

In altre parole nel “made in Italy” deve prevalere il concetto di cibo prodotto anche con ingredienti esteri ma “trasformato” in Italia, come chiedono gran parte delle aziende e il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, oppure il concetto di “produzione con materie prime italiane“, come rivendica Coldiretti ma anche alcuni consorzi di tutela e associazioni di categoria come Federvini? Il governo sta lavorando al nuovo marchio unico del made in Italy sotto la regia del ministro Calenda ed è propenso ad attribuire lo “stellone” della Repubblica italiana ai prodotti che sul suolo patrio hanno subito “l’ultima trasformazione sostanziale”. Per cui disco verde al tricolore agli spaghetti ottenuti dal grano canadese, all’extravergine “spremuto” da olive tunisine e caffè coltivato in Brasile.

L’origine di per sè non è sinonimo di qualità, ma…

Chiariamolo subito: l’origine di un prodotto non è sinonimo di qualità, nè per forza di maggiori garanzie per il consumatore. Possiamo portare in tavola degli ottimi spaghetti prodotti con il grano canadese, così come siamo leader al mondo nella trasformazione del caffè seppur non ne coltiviamo nemmeno un chicco.

Tuttavia ci chiediamo che sensa abbia etichettare come italiano un extravergine tunisino solo perchè imbottigliato nel Belpaese, quando non solo il governo italiano spende soldi per promuovere il “vero” made in Italy all’estero, incentiva le filiere oleicole e, non da ultimo, questa etichettatura sarebbe in contrasto con la legislazione europea.

Mongiello (Pd): “Il marchio unico chi aiuta?”

Critica la deputata del Pd Colomba Mongiello, madrina della legge Salva-olio: “Mi chiedo cosa  facciamo rientrare sotto il cappello del marchio unico made in Italy: sia il cibo prodotto che quello trasformato in Italia? Personalmente sono per una distinzione. Abbiamo speso tante risorse, e a mio parere il governo ha fatto bene, per valorizzare all’estero il made in Italy e contrastare l’italian sounding, abbiamo sostenuto le filiere agroalimentari tipiche, come quella oleicola, e ora tutto questo rischia di essere depotenziato”.

Federvini contraria: “Così si cancellano 50 anni di tutele”

Il marchio unico rischia di azzerare i marchi di garanzia, le denominazioni di origine che oggi offrono già molte garanzie ai consumatori come avviene nel mondo del vino. Netto Ottavio Cagiano presidente di Federvini che a Repubblica ha dichiarato: “Abbiamo impiegato 50 anni a creare un sistema di valore serio e garantito fondato sul Doc e Docg e solo queste possono portare il simbolo dello Stato. Possiamo convertire il sistema, ma non rottamarlo. Prima di usare lo stellone per tutto il vino e cancellare mezzo secolo di storia chiediamo di pensarci due volte”.

Manfredini (Coldiretti): “C’è un problema anche di sicurezza”

Contraria al progetto Calenda è la Coldiretti. Rolando Manfredini, responsabile della qualità e sicurezza alimentare dell’organizzazione spiega al Salvagente: “Se Calenda interpreta il made in Italy in base alle regole del codice doganale, io mi chiedo che senso ha etichettare come italiano un pacco di pasta fatta con grano coltivato altrove o certificare come italiani prosciutti lavorati con cosce di suino estero? Il 90% dei consumatori chiede di conoscere l’origine delle materie prime e poi il marchio unico crea un problema di sicurezza. Pensiamo al concentrato di pomodoro cinese inscatolato in Italia ed esportato come made in Italy: siamo sicuri dei livelli di pesticidi di quel prodotto?”

 

L’allarme di Coldiretti: “I limoni siciliani stanno scomparendo” – Non si capisce perché ci fanno acquistare a 3 euro il prodotto che arriva dall’altra parte del mondo e non consumare quello della nostra terra !!!

limoni siciliani

 

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L’allarme di Coldiretti: “I limoni siciliani stanno scomparendo” – Non si capisce perché ci fanno acquistare a 3 euro il prodotto che arriva dall’altra parte del mondo e non consumare quello della nostra terra !!!

 

L’allarme di Coldiretti: “I limoni siciliani stanno scomparendo”

 

“I limoni siciliani stanno sparendo. Nel 2010 nell’Isola i limoneti si estendevano su una superficie di circa 22.400 ettari nel 2015 gli ettari sono diventati 17.800 e per quest’anno si teme un’altra riduzione”. E’ l’allarme di Coldiretti Sicilia che fotografa una realtà paradossale: “nella terra degli agrumi la grande distribuzione vende limoni d’importazione a 3 euro al chilo”.

“La situazione del comparto – aggiunge Coldiretti Sicilia – è tragica. A livello nazionale negli ultimi 15 anni si è volatilizzato il 50% limoni, il 31 % degli aranci e il 18 % dei mandarini. Quest’anno anche il prezzo dei limoni siciliani all’origine, rispetto al passato, è aumentato e sono cresciuti i furti in campagna, ma davvero non si capisce perché bisogna acquistare a 3 euro il prodotto che arriva dall’altra parte del mondo e non consumare quello della nostra terra. L’acquisto diretto dal produttore – conclude Coldiretti Sicilia – oltre ad offrire una garanzia di salubrità permette di risparmiare e non privarsi di un agrume così importante per la salute”.

 

fonte: http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2016/09/06/allarme-coldiretti-limoni-siciliani-stanno-scomparendo_8vBX42NwwlHn0K6gc7XjZP.html?refresh_ce