Frutta Cinese in vendita nei supermercati di Napoli… È proprio necessario?

 

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Frutta Cinese in vendita nei supermercati di Napoli… È proprio necessario?

 

Da Il Mattino di Napoli:

Frutta fresca dalla Cina in vendita nei supermercati di Napoli

La globalizzazione ha modificato le abitudini alimentari di molti italiani. Gli scaffali dei supermercati abbandono di prodotti provenienti da ogni angolo della Terra. Ma è proprio necessario proporre in vendita anche frutta fresca proveniente dalla Cina? Come il pomelo, una sorta di gigantesco pompelmo, riapparso in questi giorni nei supermercati napoletani. Ha la forma, e più o meno le dimensioni, di un melone bianco, ma la buccia è gialla e liscia. Tanto liscia da sembrare finta. Un agrume con un abbondante sostanza spugnosa sotto la buccia e che – dicono – ha il sapore di un pompelmo. Viene proposto in vendita a 1,48 euro al chilo. E correttamente sulla confezione c’è la dicitura ma in inglese  «treated with imazalil», ovvero «trattato con imazalil», un funghicida (autorizzato dalle autorità italiane) che probabilmente ne garantisce la stabilità durante il lungo viaggio dalla Cina in Italia.

In definitiva il pomelo è un agrume come quei bei mandarini, le clementine e le arance che troviamo in questo periodo in abbondanza nei mercatini degli agricoltori a un euro al chilo, insieme ad altra frutta di stagione: cachi, mele e pere.  Non trattati. Evviva la globalizzazione, ma almeno la frutta dovremmo mangiarla a chilometro zero.

fonte: https://www.ilmattino.it/napoli/citta/frutta_fresca_dalla_cina_vendita_supermercati-3360392.html

Riso asiatico, conserve di pomodoro cinesi, nocciole turche: ecco nei supermarket i prodotti dello schiavismo. Il tutto con l’OK della UE…!

 

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Riso asiatico, conserve di pomodoro cinesi, nocciole turche: ecco nei supermarket i prodotti dello schiavismo. Il tutto con l’OK della UE…!

Dal riso asiatico alle conserve di pomodoro cinesi, dall’ortofrutta sudamericana alle nocciole turche, gli scaffali dei supermercati dell’Unione Europea sono invasi dalle importazioni di prodotti extracomunitari ottenuti dallo sfruttamento schiavista e spesso anche grazie alle agevolazioni commerciali.

È quanto denuncia la Coldiretti in occasione del G7 dell’agricoltura a Bergamo dove, nel sentierone della città bassa, è in corso una mobilitazione con i prodotti locali del territorio e la pecora “Vicky” di razza bergamasca, che è la piu’ grande; del mondo, assunta a simbolo del G7. Conserve di pomodoro, olio d’oliva, ortofrutta fresca e trasformata, zucchero di canna, rose, olio di palma sono solo alcuni dei prodotti stranieri che arrivano in Europa e in Italia che sono spesso il frutto del mancato rispetto dei diritti sociali che passa inosservato solo perché avviene in Paesi lontani, dove viene sfruttato il lavoro minorile, che riguarda in agricoltura circa 100 milioni di bambini secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), di operai sottopagati e sottoposti a rischi per la salute, di detenuti o addirittura di veri e propri moderni “schiavi”.

E tutto questo – segnala Coldiretti – accade nell’indifferenza delle Istituzioni nazionali, europee ed internazionali che, anzi, spesso alimentano di fatto il commercio dei frutti dello sfruttamento con agevolazioni o accordi privilegiati per gli scambi che avvantaggiano solo le multinazionali. Un esempio è rappresentato dalle importazioni di conserve di pomodoro dalla Cina al centro delle critiche internazionali per il fenomeno dei laogai, i campi agricoli lager che secondo alcuni sarebbero ancora attivi, nonostante l’annuncio della loro chiusura.

Nel 2016 sono aumentate del 36% le importazioni in Italia di concentrato di pomodoro dal Paese asiatico che hanno raggiunto 92 milioni di chili, pari a quasi il 10% della produzione nazionale in pomodoro fresco equivalente. In questo modo, c’è il rischio concreto che il concentrato di pomodoro cinese, magari coltivato da veri e propri “schiavi moderni”, venga spacciato come Made in Italy sui mercati nazionali ed esteri per la mancanza dell’obbligo di indicare in etichetta la provenienza.

Rilevanti sono anche le importazioni di nocciole dalla Turchia sulla quale pende l’accusa per lo sfruttamento del lavoro delle minoranze curde, ma il problema dello sfruttamento riguarda anche le rose dal Kenya per il lavoro sottopagato e senza diritti, i fiori dalla Colombia dove è stato denunciato lo sfruttamento del lavoro femminile o la carne dal Brasile dove è stato denunciato il lavoro minorile.

Le banane sono il terzo frutto più consumato in Italia, ma su quelle che vengono dall’Ecuador sono stati segnalati trattamenti chimici fuorilegge in Europa, mentre lo zucchero di canna, divenuto di gran moda, viene ottenuto in Bolivia in piantagioni dove si segnala l’abuso di stimolanti per aumentare la resistenza al lavoro. Ma ci sono trattative in corso anche per i prodotti frutticoli con i Paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay) dove non ci sono le stesse norme di tutela di lavoro vigenti in Italia.

L’Argentina, che è nella lista nera del dipartimento di Stato americano per lo sfruttamento del lavoro minorile nelle coltivazioni di aglio, uva, olive, fragole e pomodori, ha aumentato le esportazioni di prodotti ortofrutticoli in Italia del 15% nel corso del 2016 – prosegue Coldiretti -.

Un caso a parte è quello delle importazioni di olio di palma ad uso alimentare che in Italia sono più che raddoppiate negli ultimi 20 anni raggiungendo nel 2016 circa 450 milioni di chili. Uno sviluppo enorme che sta portando al disboscamento di vaste foreste senza dimenticare l’inquinamento provocato dal trasporto a migliaia di chilometri di distanza dal luogo di produzione e, naturalmente, le condizioni di sfruttamento del lavoro delle popolazioni locali private di qualsiasi diritto.

“Non è accettabile che alle importazioni sia consentito di aggirare le norme previste in Italia dalla legge nazionale sul caporalato ed è necessario, invece, che tutti i prodotti che entrano nei confini nazionali ed europei rispettino gli stessi criteri a tutela della dignità dei lavoratori, garantendo che dietro tutti gli alimenti, italiani e stranieri, in vendita sugli scaffali ci sia un percorso di qualità che riguarda l’ambiente, la salute e il lavoro, con una giusta distribuzione del valore a sostegno di un vero commercio equo e solidale”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo.

 

fonte: http://www.stopeuro.news/riso-asiatico-conserve-di-pomodoro-cinesi-nocciole-turche-nei-supermarket-prodotti-dello-schiavismo-con-lok-della-ue/

Glaxo: Farmaci, Tagenti, Favori Sessuali e Frode in Cina. Ecco a chi è affidata la nostre salute

 

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Glaxo: Farmaci, Tagenti, Favori Sessuali e Frode in Cina. Ecco a chi è affidata la nostre salute

 

Un vecchio e saggio proverbio recita: “fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio“. Quando si tratta poi di Glaxo il non fidarsi è d’obbligo dopo tutti gli scandali e il malaffare accumulati nel corso della sua attività. Il primo a non fidarsi dovrebbe essere il governo per tutelare il suo popolo, ma così non è e si continua a far finta di non vedere (qualcuno questa forma di cecità la chiama corruzione), e a lasciar campo libero a questo gigante farmaceutico. Certo se tu non paghi le tasse ingiuste e più alte d’Europa come il Bollo auto verrai perseguito ed etichettato come “il cattivo” e “il male” per la società mentre se siedi nel consiglio di amministrazione di qualsiasi multinazionale puoi far quello che vuoi, che tanto ci sarà sempre qualcuno a pagare per te e sarai sempre ben accetto da ogni politico al governo, soprattutto se la “busta” è bella piena.

Ritornando alla Glaxo vogliamo ricordare tra i tanti già riporti e non scandali, quello che ha combinato in Cina, perché le persone in buona fede devono capire che al mondo non siamo tutti gli stessi, come da piccoli nei cartoni animati, oggi nei film, i cattivi esistono anche nella vita reale. Glaxo mette il fatturato dinnanzi a tutto, e non sono supposizioni, ecco cosa è successo in Cina.

Il gigante farmaceutico britannico ha riportato un balzo nelle vendite del 20% a circa 1,15 miliardi di euro. Ma secondo le autorità anti-frode di Pechino la maggior parte sarebbero il frutto di pratiche illegali.

L’accusa: aver corrotto personale medico perché prescrivesse i suoi farmaci attraverso una rete di 700 intermediari. Agenzie di viaggio e di consulenza fittizie che si assicuravano i contratti con i dirigenti GSK, secondo quanto riportato, anche con corrispettivi di natura sessuale.

Secondo i quotidiani cinesi, le agenzie sarabbero state usate per creare dei fondi neri, erogati ai medici attraverso carte di credito dell’azienda.

Le tangenti ammonterebbero a oltre 371 milioni di euro e quattro dirigenti cinesi del gruppo in Cina sono già finiti in manette. Il capo della divisione cinese di GSK, dicono le autorità, avrebbe lasciato il Paese a fine giugno.

 

 

fonte: http://www.stopeuro.news/glaxo-farmaci-tagenti-favori-sessuali-e-frode-in-cina-ecco-a-chi-e-affidata-la-nostre-salute/

Incredibile, ma vero: i Cinesi ci sommergono tutti i giorni con le loro peggiori porcherie… Però dicono stop al nostro gorgonzola con la scusa della “sicurezza alimentare”

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Incredibile, ma vero: i Cinesi ci sommergono tutti i giorni con le loro peggiori porcherie… Però dicono stop al nostro gorgonzola con la scusa della “sicurezza alimentare”

 

Lo stop dei cinesi al gorgonzola con la scusa della sicurezza alimentare
La Cina ha da tempo bloccato l’importazione dall’Europa di formaggi con muffe come gli italiani gorgonzola e taleggio e i francesi camembert e roquefort e ora il vicedirettore per l’Europa del ministero del Commercio cinese, Wu Jing-chun ha spiegato che “non c’è alcun problema politico”, bisogna solo ridefinire alcuni parametri igeinico-sanitari legate alle muffe. Ma la scusa di Pechino non è troppo convincente.

Ritieni: “I ceppi delle muffe sono controllati”

Ma questi formaggi possono rappresentare un rischio sanitario per i consumatori? Ci aiuta a rispondere il professor Alberto Ritieni docente di Chimica degli Alimenti all’Università Federico II di Napoli, firma nota ai nostri lettori e autore insieme a Riccardo Quintili del libro Miti Alimentari edito da Salvagente: “Per produrre i formaggi erborinati bisogna aggiungere nella lavorazione dei determinati ceppi di muffe. Parliamo di sostanze selezionate e testate che non solo vengono analizzate in modo rigoroso ma non posseggono neanche i geni che possono ad esempio far nascere le micotossine, alcune delle quali tossiche per l’uomo”. Parliamo quindi di funghi selezionati e sicuri che producono muffe capaci di donare sapore e profumi inconfondibili al formaggio ma completamente sicure per la salute umana.
Nel gorgonzola ad esempio vengono aggiunti nel latte ceppi di penicillium che sono selezionati e controllati in modo costante. “Chi produce formaggi di questo tipo con tutti i crismi – conclude il professor Ritieni – non espone in alcun modo il consumatore a dei pericoli. Per entrare nello specifico: se il governo di Pechino pone la questione sulla conta delle muffe, deve sapere che i produttori onesti non potranno mai inserire nella lavorazione dei formaggi elementi tossici per l’uomo”.

Una barriera doganale “mascherata”

Nonostante le rassicurazioni che arrivano dal governo di Pechino – “non è uno stop politico” – e scartate gli allarmi sulla sicurezza alimentare,  è chiaro che il blocco alle importazioni invece è un modo per penalizzare i cibi made in Ue.
Il braccio di ferro con il governo di Pechino potrebbe tuttavia risolversi entro breve tempo visto che la Ue è disponibile a rivedere i parametri 2010 – molto bassi sulle muffe – per superare gli ostacoli cinesi.
fonte: https://ilsalvagente.it/2017/09/11/lo-stop-dei-cinesi-al-gorgonzola-con-la-scusa-della-sicurezza-alimentare/25738/

La nuova paura nucleare con la quale convivere

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La nuova paura nucleare con la quale convivere

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Essendo nato nel 1948, ho vissuto sin da bambino lo spettro di una terza guerra nucleare mondiale. Quella paura fu presente sino alla fine della Guerra Fredda e al crollo dell’Urss. Da allora, il rischio che le superpotenze nucleari scatenino l’Apocalisse si è ridotto, per non dire scomparso. Oggi il pericolo è che un numero sempre maggiore di staterelli minori, governati da regimi instabili o dittatoriali, cerchino di dotarsi di armi nucleari: diventando una potenza nucleare si garantiscono la sopravvivenza, perseguono interessi geopolitici a livello regionale o mire espansionistiche.

In questo nuovo assetto è venuta meno quella “razionalità della deterrenza” che Usa e Urss avevano garantito durante la Guerra Fredda. Adesso, con l’aumento della proliferazione nucleare, la soglia di deterrenza si abbasserà.

Come dimostrano i fatti in Corea del Nord, la nuclearizzazione dell’Asia orientale o del Golfo Persico è una minaccia alla pace mondiale. Considerate gli scambi fra Kim Jong-un e Trump, nei quali il presidente Usa ha promesso di rispondere con “f«oco e furia» a ogni ulteriore provocazione della Corea del Nord. Trump non si è affidato alla razionalità della deterrenza, anzi ha dato libero sfogo al suo disappunto.

La crisi covava da un po’, con la Corea del Nord pronta a tutto pur di diventare potenza nucleare. E poi, il regime nordcoreano sta mettendo a punto missili balistici intercontinentali in grado di trasportare una testata nucleare e raggiungere la costa occidentale degli Usa, se non oltre.

Infine, non è il caso di rispondere alla minaccia nordcoreana. Un intervento preventivo americano potrebbe portare a uno scontro diretto con la Cina e alla distruzione della Corea del Sud, con imponderabili conseguenze per il Giappone. E poiché Cina, Corea del Sud e Giappone sono diventati il nuovo baricentro dell’economia globale del XXI secolo, le ricadute arriverebbero ovunque. Per quanto gli Usa continuino ad alludere all’eventualità di una guerra, i leader militari americani sanno che l’uso della forza non è opzione percorribile.

Quando la Corea del Nord raggiungerà lo status di potenza nucleare, la garanzia di sicurezza da parte degli Usa non sarà più infallibile. Una Corea del Nord dotata di armi nucleari e dei mezzi per impiegarle spingerebbe Corea del Sud e Giappone a potenziare la propria capacità nucleare, cosa che farebbero facilmente. Ma questa è l’ultima cosa che la Cina vuole.

L’attuale assetto nucleare in Asia ricalca le stesse caratteristiche del XX secolo e le stesse dinamiche di potere nazionale del XIX, e questo è cocktail molto esplosivo. Al contempo, il sistema internazionale diventa sempre più instabile, con strutture politiche, istituzioni e alleanze messe in discussione.

Molto dipenderà da cosa accadrà negli Usa di Trump. Le indagini sulla possibile collusione di Trump con la Russia, durante la campagna presidenziale nel 2016, e la mancata abrogazione dell’Obamacare hanno dimostrato l’instabilità dell’Amministrazione Usa. E i punti all’ordine del giorno dell’agenda americana come la riduzione delle tasse, il muro alla frontiera con il Messico e la rinegoziazione del Nafta non fanno che fomentare la destra radicale. L’instabilità interna degli Usa preoccupa. Se non sono più in grado di garantire stabilità, nessun altro Paese potrà farlo. Resterà un vuoto nella leadership mondiale: nulla è più pericoloso per la proliferazione nucleare. E poi vi è un altro pericolo nucleare che si profila in autunno: se il Congresso americano impone nuove sanzioni all’Iran, l’accordo nucleare fra Iran e le potenze 5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Germania) potrebbe venire meno. Il presidente iraniano Hassan Rohani ha annunciato che l’Iran potrebbe rinunciare all’accordo «nel giro di poche ore» come risposta alle nuove sanzioni imposte.

Alla luce della crisi nordcoreana, sarebbe da pazzi irresponsabili scatenare una crisi nucleare ingiustificata – e magari una guerra – in Medio Oriente. E un ritorno alla strategia di cambio del regime in Iran, sarebbe del tutto controproducente per gli Usa perché, così, non farebbero che consolidare la linea dura iraniana. E questo in una regione già segnata da crisi e guerre. Visto che Russia, Cina ed Europa terrebbero fede all’accordo nucleare, gli Usa si ritroverebbero da soli e in difficoltà con i loro più stretti alleati. «Fuoco e furia» non serviranno a scongiurare la minaccia nucleare, al contrario, occorre razionalità e una paziente opera di diplomazia che non si basi su minacce. Se l’ultima delle superpotenze abbandona queste virtù, tutti noi dovremo affrontare le conseguenze.

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-08-31/la-nuova-paura-nucleare-la-quale-convivere–214930.shtml?uuid=AENIfPLC&refresh_ce=1

 

 

 

Attenzione: l’aglio importato dalla Cina è pieno di candeggina e prodotti chimici! Ecco come individuarlo sul mercato

 

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Attenzione: l’aglio importato dalla Cina è pieno di candeggina e prodotti chimici! Ecco come individuarlo sul mercato

Senza dubbio, la maggior parte delle persone non sanno che l’aglio che compriamo tutti i giorni presso il negozio più vicino a casa oppure quello presente nel nostro pasto al ristorante può effettivamente arrivare dalla Cina. Secondo il rapporto più recente, gli Stati Uniti hanno importato quasi un terzo del dell’aglio consumato dalla cina nel 2015.

Questo non sarebbe affatto un problema, ma una parte del aglio prodotto in Cina è tossico. Oltre al controllo di qualità che in Cina è sempre stato un problema molto serio, i produttori cinesi utilizzano legalmente pesticidi che in europa sono vietati per aumentare la loro produzione, e possono avere effetti devastanti sulla salute, tra cui forato e parathion.

Pertanto, per proteggere la propria salute, è meglio eliminare questo aglio dalla vostra dieta, e imparare a riconoscere l’aglio coltivato in Cina e non.

Questo articolo vi aiuterà a identificare questo tipo di aglio. Così, si dovrebbero notare le seguenti cose ogni volta che si va a comprare l’aglio:

– Gusto: l’aglio sano è più ricco di gusto rispetto al prodotto in Cina.

– Se la radice e lo stelo non vengono rimossi, l’aglio che si desidera acquistare dovrebbe essere sicuro. Gli agricoltori cinesi rimuovono spesso le radici e gli steli per ridurre il peso e risparmiare denaro durante la spedizione.

– L’aglio cinese è più leggero e meno bulboso, inregolare.

Quindi, possiamo concludere che il modo migliore per godere di tutti i benefici dell’aglio è quello di acquistarlo dagli agricoltori locali, o perché non coltivarlo da se?

fonte: La verità di Ninco Nanco

Il canale Greco ma “made in Cina” che fregherà l’Europa: un progetto ciclopico da 10 miliardi di dollari!

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Il canale Greco ma “made in Cina” che fregherà l’Europa: un progetto ciclopico da 10 miliardi di dollari!

Il canale greco (made in Cina) che fregherà l’Europa

Un paio di progetti redatti 44 anni fa sotto l’ egida delle Nazioni Unite studiavano la possibilità di unire il Danubio all’ Egeo attraverso una serie di fiumi e canali già esistenti regolati attraverso delle chiuse. Una nuova via di navigazione lunga 650 chilometri che all’ epoca per la verità, attraversando Stati e territori perlopiù sottosviluppati e poco interessati alle economie di mercato, non faceva gola a nessuno.

Era più che altro l’ approfondimento accademico di traiettorie che ai tempi degli antichi permettevano il trasporto via terra e poi via fiume e mare, dell’ ambra dal mare del nord alle civiltà elleniche e romane. In questi 44 anni, però, molte cose sono cambiate, sia economicamente che politicamente e quel sogno di pochi potrebbe presto diventare una realtà concreta per tanti e addirittura un mezzo incubo per altri. Ne è interessato in primis Belgrado, ma anche Skopje, e forse nell’ area balcanica ancora di più Atene.

L’interesse cinese –  Ma più di tutti, ed è questo il fattore che renderà il canale fattibile in brevissimo tempo, interessata è la Cina che proprio in Grecia sta già investendo molto, a iniziare proprio dai porti (il Pireo è già per il 67% in mano al colosso asiatico Cosco), e in Serbia sta aprendo nuove prospettive industriali e commerciali. Non può essere un caso che solo un paio di mesi fa il sindaco di Belgrado ha firmato a Pechino un accordo per la costruzione di un nuovo parco industriale a Smederevo, sulle rive del Danubio, e che almeno tre compagnie cinesi (una delle quali è intenzionata a produrre auto elettriche) hanno promesso investimenti in Serbia per miliardi nei prossimi anni.

Il canale permetterebbe alle merci cinesi di raggiungere le destinazioni balcaniche e più in generale dell’ est Europa con un risparmio di tempo e di denaro considerevole. Le due vie utilizzate in questo momento infatti sono quella classica di Gibilterra con destinazione al porto di Rotterdam in Olanda, lunghissima e costosa, e l’ altra più breve ma più complicata politicamente e doganalmente che passa attraverso il Bosforo, controllato interamente dalla Turchia, entra nel Mar Nero e risale il Danubio.
Rispetto a quest’ ultima il canale farebbe risparmiare all’ incirca 1200 chilometri, oltre tre giorni di navigazione e costi annessi.

Per Pechino, che già di fatto controlla i porti greci sarebbe una manna, per Atene una festa a discapito della Turchia ma soprattutto dell’ Europa del Nord, specie dell’ Olanda la cui importanza da questo punto di vista verrebbe considerevolmente ridimensionata. Per la Macedonia e la Serbia potrebbe addirittura essere l’ occasione per far definitivamente decollare le rispettive economie.

Via libera – Tecnicamente il progetto, anche se ancora non è stato pubblicamente reso noto in tutti i particolari, sarebbe in stato avanzato, pronto a decollare come quello del canale (anch’ esso cinese) in Nicaragua alternativo a Panama. Ci sarebbe uno studio di fattibilità già pronto condotto dalla ditta cinese China Gezuba Corporation, che il presidente serbo Tomislav Nikolic avrebbe approvato e presentato al suo omologo macedone. Anche Tsipras, attraverso La Hellenic Shortsea Shipowners Association avrebbe annunciato il suo pieno sostegno. In pratica il canale sfrutta i corsi dei fiumi Axios / Vardar, Morava e Danubio, parte da Salonicco e arriva dritto a Belgrado.

Pechino, per quella che è già stata battezzata “la nuova via della seta”, prevede un investimento iniziale di 10 miliardi di dollari. Soldi ben spesi se si considera che grazie agli accordi di libero scambio tra i Balcani e la Ue, la Repubblica popolare potrebbe accedere direttamente al mercato di 800 milioni di persone aggirando le restrizioni commerciali che la Ue mette in atto.

di Carlo Nicolato

fonte: Qui

Storia del concentrato di pomodoro prodotto in Cina e venduto come italiano – Loro risparmiano, le nostre aziende chiudono e tu non sai cosa mangi!

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Storia del concentrato di pomodoro prodotto in Cina e venduto come italiano – Loro risparmiano, le nostre aziende chiudono e tu non sai cosa mangi!

Storia del concentrato di pomodoro prodotto in Cina e venduto come italiano.

Il bambino ha l’aria concentrata. Vestito con una tuta lacera, le mani protette da un paio di guanti, scava un foro nel terreno. Ci infila la piantina. Copre il foro. Si sposta di circa 30 centimetri e ripete la stessa operazione. Dice di avere dodici anni, ma ne dimostra anche meno. Intorno a lui, un’altra ventina di persone, donne, uomini, qualche altro ragazzo più grande. Tutti fanno gli stessi gesti, veloci e ripetitivi: afferrano le minuscole piante da cassette di plastica e le collocano a terra, a una distanza fissa l’una dall’altra. Finita una cassa, ne attaccano un’altra. E poi un’altra ancora, seguendo le linee dell’aratura.Seduto su una panca di legno ai bordi del campo, il proprietario li osserva pigramente, mentre un caposquadra annota su un taccuino lo spazio che ha coperto ognuno di loro. La sera li pagherà in contanti, a cottimo: 0,17 yuan (2 centesimi di euro) al metro. A fine giornata, i più svelti riusciranno a mettere in tasca una settantina di yuan, più o meno dieci euro.Siamo nello Xinjiang, estremo ovest della Cina, a tremila chilometri da Pechino. Questa regione sconfinata, grande cinque volte e mezzo l’Italia, è tappezzata di terreni dove si coltiva uno degli ortaggi più consumati al mondo: il pomodoro. Una produzione destinata non al consumo interno, ma all’esportazione: i frutti delle piantine immesse nel terreno da questi braccianti a giornata di ogni età saranno trasbordati in una fabbrica, per essere lavorati e mandati in giro per il pianeta sotto forma di triplo concentrato. Dopo opportuna rilavorazione, finiranno nel ketchup della Heinz, nei barattoli che si vendono a due soldi nei mercati africani. O in concentrati e sughi pronti prodotti da marchi italiani.Perché il principale importatore di questo prodotto è proprio il nostro paese: nel 2016, secondo i dati dell’agenzia delle dogane, sono arrivati in Italia 92mila tonnellate di triplo concentrato made in China. Una cifra che segna un aumento del 40 per cento rispetto all’anno precedente.

Le piantine nascono in serra e quando le temperature diventano più miti, tra aprile e maggio, vengono trapiantate per crescere in campo aperto. Questa è precisamente l’operazione che sta compiendo la squadra di braccianti di cui fa parte il bambino con la tuta lacera.Nel giro di un paio di mesi, tra luglio e settembre, i frutti matureranno e saranno raccolti da altre squadre molto più numerose. Per l’occasione si riverseranno nello Xinjiang migliaia di migranti da altre zone della Cina: intere famiglie con prole al seguito, tutti insieme a lavorare nei campi. Il proprietario del campo, che dice di chiamarsi semplicemente signor Li, conferma: “Bisogna raccogliere velocemente, prima che il pomodoro marcisca. I bambini sono particolarmente adatti a questo lavoro: grazie alle loro mani piccole sono più svelti”. Come mai l’Italia, importa così tanto dall’estremo oriente? Dove finisce questo mare di concentrato? Centinaia di camion assicureranno poi il trasbordo dai campi alle fabbriche, dove i pomodori saranno trasformati e spediti in treno al porto di Tianjin, vicino a Pechino, luogo di raccolta in attesa dell’esportazione. Da qui navi cargo attraverseranno gli oceani e porteranno il prodotto in giro per il pianeta. Molte di queste sbarcheranno al porto di Salerno, dove il concentrato in fusti di legno da 1,3 tonnellate sarà raccolto dalle ditte trasformatrici e diluito in doppio concentrato, oppure usato per altri prodotti derivati.Come mai l’Italia, che è il primo produttore di pomodoro da industria dell’Unione europea e il secondo nel mondo dopo gli Stati Uniti, importa simili quantitativi dall’estremo oriente? E soprattutto, dove finisce questo mare di concentrato prodotto all’altro capo del mondo?“Il pomodoro che importiamo dalla Cina non è immesso nel mercato nazionale. È utilizzato per lo più come materia prima in regime di temporanea importazione da parte di aziende che lo ritrasformano e lo riesportano al di fuori dell’Unione europea”, sottolinea il direttore dell’Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali (Anicav) Giovanni De Angelis. La procedura prevede che una merce proveniente da un paese extracomunitario sia rilavorata in Italia (o in un altro paese europeo), per poi essere esportata verso un paese terzo. Per questo l’industria che fa la rilavorazione è esentata dal pagamento dei dazi doganali.L’allarme di Coldiretti Nel suo ufficio al centro direzionale di Napoli, nel cuore della regione che storicamente trasforma il pomodoro, De Angelis mostra le tabelle statistiche a suffragio delle sue affermazioni: “Esportiamo il concentrato in quantità due­tre volte maggiori rispetto a quello che importiamo”.Il direttore è perentorio su questo punto e lo sottolinea più volte: “I nostri prodotti più commercializzati, i pelati e la passata, prendono origine da pomodoro italiano, nonostante l’allarmismo che è stato creato negli ultimi anni. La Cina in particolare produce solo la materia prima, che le nostre aziende trasformano mettendo il know­how e la capacità di gestire un procedimento industriale che non ha nulla a che vedere con quello utilizzato per produrre i beni di largo consumo sul mercato nazionale. Si tratta peraltro di un prodotto marginale nel fatturato complessivo dell’industria trasformatrice: parliamo di 145 milioni di euro su un’industria che fattura tre miliardi di euro, meno del 5 per cento del totale”.“In termini quantitativi, non lo definirei propriamente marginale”, ribatte Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti, l’organizzazione che più di ogni altra negli ultimi anni ha lanciato l’allarme sulle importazioni di concentrato cinese. “Se consideriamo che per fare un chilo di triplo concentrato servono sette chili di pomodoro fresco, vediamo che l’anno scorso abbiamo importato dalla Cina e da altri paesi l’equivalente di circa un milione di tonnellate, una quantità equivalente a circa il 20 per cento della produzione nazionale”

Bazzana studia da anni i movimenti del concentrato cinese, registra le oscillazioni nelle importazioni e non si stanca di denunciare la mancanza di trasparenza dell’industria, che non indica sui prodotti la provenienza della materia prima. “Confezionando concentrato cinese in prodotti italiani si danneggia tutta la filiera, perché questi hanno standard di uso di fitofarmaci più bassi di quelli consentiti all’interno dell’Unione europea. Quando poi l’industria dice: ‘Non preoccupatevi, il concentrato cinese finisce in mercati esteri’, non mi pare mandi un messaggio felicissimo. Equivale a dire: manteniamo la qualità in casa, ma all’estero vendiamo prodotti scadenti. Un ottimo modo per distruggere la reputazione del made in Italy”.Il concentrato “confezionato in Italia” ma prodotto da “pomodoro cinese” finisce quindi prevalentemente nei barattoli venduti in Africa, ma in parte anche nei sughi pronti e nel pomodoro da pizza smerciato in vari paesi europei (la Germania è il primo importatore di concentrato italiano, la Francia il terzo), e a volte nella passata (quella venduta in Italia deve essere fatta da pomodoro fresco, ma la legislazione ha validità solo nazionale).

Non tutto il pomodoro cinese entra infatti in regime di temporanea importazione: nel 2016, secondo i dati dell’agenzia delle dogane, 14mila tonnellate sono entrate in via definitiva e sono rimaste all’interno dell’Unione europea. “Nulla mi vieta di pensare poi che una parte più consistente di quel prodotto sia utilizzata per tagliare altri sughi e derivati di pomodoro”, continua Bazzana. “Essendo il pomodoro riesportato sotto forma di doppio concentrato, ossia con un prodotto diverso, le tabelle di equivalenza permettono una certa elasticità”.Che sia venduto all’interno del’Ue o nei mercati africani, l’origine del pomodoro non è mai indicata in etichetta, dove c’è l’obbligo di scrivere solo il paese dove il pomodoro è inscatolato. In pratica, denuncia la Coldiretti, quel pomodoro raccolto nello Xinjiang anche da bambini è venduto come italiano a milioni di consumatori in tutto il mondo. “Noi vendiamo un processo industriale”, ripete De Angelis. “Il triplo concentrato è un materiale grezzo, che la nostra industria trasforma grazie a competenze e tecnologie acquisite nel corso del tempo. È un procedimento che nell’agro­nocerino­sarnese, culla della trasformazione di pomodoro del sud Italia, si fa da più di un secolo”.Dagli anni novanta a oggi La storia del concentrato cinese è invece parecchio più recente. Fino agli anni novanta, nello Xinjiang non c’era l’ombra di un pomodoro. Poi sono arrivati proprio gli italiani che, per far fronte all’aumento dei costi e a una riduzione dei sussidi previsti dalla politica agricola comune (pac), hanno pensato di esternalizzare la produzione.Con sé hanno portato due cose fondamentali: la tecnologia e il mercato per l’esportazione. E in pochi anni, il remoto Xinjiang è diventato la seconda regione produttrice al mondo di pomodoro da industria, subito dopo la California. Ma come mai la Cina, che già ha di per sé scarsità di terre per sfamare la sua popolazione, ha deciso di coltivare in scala massiccia un prodotto non destinato al mercato interno? La risposta si trova nella particolarità dell’area in cui è stata impiantata la produzione. Lo Xinjiang è una regione complicata, scossa da tensioni sociali e da spinte separatiste. Gli abitanti autoctoni, gli uiguri di lingua turcofona e religione musulmana, ne rivendicano da anni l’indipendenza. I cinesi han, arrivati in massa grazie a un generoso programma di incentivi, controllano le leve politiche ed economiche, lasciando gli uiguri in una situazione di cittadini di serie b. Per stabilizzare l’area, fin dagli anni cinquanta Mao Zedong ha inviato nella regione un vero e proprio esercito di pionieri, reclutati in tutta la Cina, e li ha inquadrati in una specie di ente militare, lo Xinjiang shengchan jianshe bingtuan (Corpi di produzione e costruzione dello Xinjiang), più comunemente chiamato bingtuan (Corpi).Incaricato di rappresentare i nuovi arrivati, ma anche di costruire nuove città e far fruttare le terre che gli erano state assegnate, il bingtuan nasce come filiazione del governo centrale e deve rispondere solo a questo. Formava – e ancora forma per certi versi – una società a parte all’interno dello Xinjiang, con le proprie scuole, le proprie città, le proprie terre.La storia dello sviluppo del pomodoro in Cina è legata a doppio filo a quella del bingtuan. Nel corso degli anni, con la modifica delle priorità e degli obiettivi della Repubblica popolare, l’ente ha perduto la sua connotazione originaria di corporazione militar­rurale per assumere un ruolo più prettamente urbano, orientato ad attività industriali e commerciali.Nel 1998, il bingtuan è diventato ufficialmente una corporation, una struttura privata, i cui obiettivi sono legati alla “apertura delle regioni occidentali” ufficializzata dal presidente Jiang Zemin l’anno successivo. È stata la progressiva trasformazione dei Corpi da gruppo militare con interessi agricoli a vera e propria industria orientata al profitto a fare da propulsore allo sviluppo dei “cash crop”, cioè prodotti destinati all’esportazione, come per l’appunto il pomodoro. Il grande balzo in avanti nella produzione dell’“oro rosso” è cominciato proprio in concomitanza con la trasformazione del bingtuan in impresa commerciale, alla fine degli anni novanta.Sviluppo folgorante In quegli anni è nata la Chalkis. Espressione dei Corpi, quest’azienda ha avuto uno sviluppo a dir poco folgorante: nel giro di pochi anni, ha decuplicato il suo fatturato, aprendo 23 fabbriche di trasformazione in Cina e acquisendo temporaneamente un importante gruppo estero, i francesi di Conserve de Provence­Le Cabanon. Chalkis è partita da un vantaggio non indifferente: in quanto legata al bingtuan, è proprietaria della terra in cui si coltiva il pomodoro e delle fabbriche in cui si produce il concentrato, foraggiate da sussidi statali e portate avanti da manodopera a basso costo, fra cui anche i bambini.Vedendo il suo successo, altri si sono lanciati sul promettente settore. All’inizio degli anni 2000, una piccola azienda di nome Tunhe ha cominciato a svilupparsi in questo comparto, aprendo numerose fabbriche di trasformazione. Nel 2004, la Tunhe è stata acquisita dal conglomerato di stato cinese Cofco, il grande braccio commerciale e produttivo del governo di Pechino, che ha iniettato nell’azienda vagonate di soldi pubblici. Oggi, i due gruppi si dividono il mercato: insieme controllano complessivamente l’80 per cento della produzione cinese e il 15 per cento del commercio globale di concentrato. Gran parte dei derivati di pomodoro consumati in giro per il pianeta ha origine dalla materia prima proveniente da questi due gruppi: il braccio commerciale di un’azienda nata come una impresa paramilitare di colonizzazione e il principale conglomerato di stato in mano al governo cinese, che ha affari in tutto il mondo. L’industria del pomodoro concentrato italiano deve importare il prodotto dal suo principale concorrente internazionale.

“Il nostro mercato migliore è l’Italia”, esclama con un certo orgoglio Tian Jun nell’accogliermi in una specie di improvvisata sala conferenze nella sede centrale dell’azienda a Urumqi, capitale dello Xinjiang. “La collaborazione è antica, i rapporti ottimi. Vendiamo a gran parte dei principali gruppi. Poi, con l’aumento del cambio del dollaro, dal 2015 i nostri volumi di esportazione sono aumentati perché i nostri acquirenti preferiscono comprare da noi piuttosto che dai produttori statunitensi”.Figlio della colonizzazione han della regione, questo responsabile commerciale di 39 anni sciorina le cifre del successo e prospetta ulteriori sviluppi. Con un entusiasmo debordante, mostra la ambizioni del gruppo, ben evidenziate dallo slogan usato nelle varie operazioni di marketing: “Chalkis will tomato the world!”. La grande inondazione di pomodoro del pianeta deve partire proprio da questa sede anonima nella capitale dello Xinjiang e dai campi coltivati in tutta la regione. Tian Jun indica chiaramente la strategia per il futuro: “Il nostro primo mercato di riferimento è l’Italia. Ma, negli ultimi anni, abbiamo diversificato. Da un po’ di tempo forniamo ditte cinesi che vendono direttamente nel mercato africano”.

Tian riassume bene con le sue parole l’evoluzione degli ultimi anni. Nata alla fine degli anni novanta, la collaborazione tra i cinesi e gli italiani era basata su uno scambio: gli italiani fornivano ai cinesi la tecnologia e gli impianti e questi li ripagavano in concentrato, che poi gli italiani ritrasformavano e vendevano sui loro mercati di riferimento.Ma pian piano, i cinesi si sono affinati e hanno trasformato l’idea apparentemente geniale di delocalizzare la produzione in Cina in una specie di mostro di Frankenstein sfuggito di mano ai suoi creatori: perché invece di rifornire in modo esclusivo i loro ex mentori italiani, i produttori cinesi hanno cominciato a fargli concorrenza. E, nell’impossibilità di competere con ditte sostenute dallo stato che usano manodopera anche minorile a prezzi stracciati, questi hanno perso consistenti quote di mercato.La memoria storica del concentrato “Ormai non c’è più partita. I cinesi ci stanno buttando fuori”. Angelo D’Alessio è una sorta di memoria storica del concentrato italiano.La sua ditta di famiglia è nel settore da più di un secolo e, con il nome di Centro di esportazioni concentrato (Cec), a partire dagli anni cinquanta si è specializzata nel doppio concentrato destinato ai mercati africani. Nel suo ufficio a Nocera Superiore, in provincia di Salerno, ricorda quando il concentrato non si importava dall’estero ma si produceva nel centro Italia. E, soprattutto, quando il business era saldamente in mano agli italiani. “Nessuno poteva competere con noi”. D’Alessio mostra con orgoglio i manifesti storici appesi alle pareti dei vari marchi che la sua ditta di famiglia ha esportato in tutto il mondo, dal concentrato “Sole d’Italia” ai pelati “la Chitarrella”, fino ai marchi “pupetta nera” e “faccetta nera” usati durante il ventennio fascista.D’Alessio produce ancora una linea di concentrato completamente “certificato italiano” con materia prima proveniente dal nord Italia. “Ma è una nicchia per i più ricchi, che si vende a prezzi decisamente più alti”. Per il grosso della produzione, è costretto a importare i fusti di triplo concentrato da varie parti del mondo, dagli Stati Uniti, dalla Spagna. E in parte anche dalla Cina. “È l’unico modo per competere su quei mercati”. Paradossi della globalizzazione, D’Alessio si rifornisce – anche se, assicura, “al massimo per il 15 per cento” della materia – dai suoi stessi concorrenti, di cui dice peste e corna. “Fanno dumping perché le loro aziende sono sovvenzionate e perché usano manodopera a costo zero. Poi, nei mercati africani, mandano merce scadente, con additivi di vario genere, che gli costa anche meno”.Ricapitolando, l’industria del pomodoro concentrato italiano si trova nella necessità di dover importare concentrato da quello che è il suo principale concorrente sui mercati internazionali. Non potrebbe contrastarlo con un prodotto proprio, originale, fatto con materia prima italiana? “Si tratta di mercati poveri in cui già stiamo perdendo competitività. Con il concentrato prodotto ai costi italiani, usciremmo fuori dal mercato”, continua Giovanni De Angelis. Che ribadisce: “Se vogliamo alzare muri e impedire l’arrivo della materia prima cinese, facciamolo. Ma assumiamoci la responsabilità di distruggere un intero comparto e i posti di lavoro a esso collegati”.“Noi non vogliamo alzare muri”, ribatte Lorenzo Bazzana di Coldiretti. “Vogliamo semplicemente un’etichettatura completa, che indichi la provenienza della materia prima e permetta al consumatore di fare scelte consapevoli”. Su questo punto gli industriali non sono in disaccordo. “Noi non abbiamo nulla in contrario a indicare la provenienza della materia prima”, aggiunge De Angelis. “Siamo per la trasparenza più completa”.Ma poi verrà da chiedersi: quando sulla latta sarà scritto “pomodoro concentrato confezionato in Italia da materia prima cinese”, il consumatore africano non preferirà comprare un prodotto totalmente cinese, che costa pure meno? E i consumatori di pizza tedeschi, francesi o inglesi non avranno a loro volta qualcosa da ridire su un pomodoro che viene dalla Cina e che è stato raccolto da bambini di dodici anni pagati dieci euro al giorno?

Quest’inchiesta è un ampliamento di un capitolo del libro di Stefano Liberti I signori del cibo. Fonte: http://www.internazionale.it/reportage/stefano­liberti/2017/04/08/pomodoro­cina­italia

tratto da: http://coscienzeinrete.net/economia/item/2961-storia-del-concentrato-di-pomodoro-prodotto-in-cina-e-venduto-come-italiano

 

Ecco il nuovo allarme alimentare: è il riso di plastica – l’EFSA lo classifica come “rischio emergente”, viene dalla Cina e fa malissimo!!

riso di plastica

 

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Ecco il nuovo allarme alimentare: è il riso di plastica – l’EFSA lo classifica come “rischio emergente”, viene dalla Cina e fa malissimo!!

 

RISO DI PLASTICA: L’EFSA LO INSERISCE TRA I RISCHI EMERGENTI

Il prodotto proveniente dalla Cina è composto da amido di patate mescolato con resine industriali
L’Autorità  Europea per la sicurezza alimentare (Efsa) lancia l’allarme: il riso di plastica proveniente dalla Cina è un rischio emergente.

Sono diversi anni che circolano notizie relative alla produzione in Cina di riso artificiale di plastica costituito da amido di patate mescolato con resine industriali. Ma sino ad oggi la contraffazione ha riguardato prevalentemente le Filippine, tant’è vero che il Segretariato della Rete internazionale delle autorità per la sicurezza alimentare (INFOSAN) dell’Organizzazione mondiale della sanità ha ricevuto diverse richieste di informazione dai suoi membri asiatici, preoccupati da queste notizie, e ha chiesto informazioni ai suoi membri in Cina senza ricevere risposta.

L’Efsa dunque, rilevando le difficoltà che si incontrano di fronte a questioni di sicurezza alimentare derivanti da frodi,  sottolinea come siano state sollevate anche perplessità sull’adeguatezza delle metodologie analitiche utilizzate per individuare il riso artificiale. In particolare l’Eren, la Rete sui rischi emergenti dell’Efsa, ha discusso le questioni legate a questo problema, sottolineando come non possa essere fatta una corretta caratterizzazione del rischio, così come non possono essere identificati i diversi tipi di resina utilizzati nella produzione di questo riso artificiale. L’Eren ha quindi concluso che il riso di plastica deve essere considerato un rischio emergente della catena alimentare e ha raccomandato all’Efsa di contattare i suoi vari collaboratori internazionali in Asia e di rimanere in contatto con Infosan per essere aggiornata sulla vicenda.

fonte: http://adiconsum.it/aree_tematiche/alimentazione/index.php?arg=31&id=2327

 

Riso di plastica dalla Cina, l’Efsa lo classifica come un rischio emergente della catena alimentare. Preoccupazione per la mancanza di informazioni

Nel novembre dello scorso anno, Il Fatto Alimentare pubblicò una notizia sulla preoccupazione diffusa in vari paesi asiatici sulla vendita del cosiddetto “riso di plastica” proveniente dalla Cina e che, se consumato in grandi quantità, può causare gravi problemi grastrointestinali. Il riso di plastica sembra quasi identico ai grani di riso, ma è generalmente costituito da amido di patate, mescolato con resine industriali. Alcuni avevano giudicato quella notizia frutto di allarmismo, dato che a gennaio 2011 c’erano state segnalazioni di questo tipo in Cina, che poi erano cessate in seguito al rafforzamento dei controlli. Che non fosse allarmismo è dimostrato dal fatto che nel suo recente Rapporto sui rischi emergenti l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha inserito il riso di plastica tra gli undici rischi emergenti.


L’Efsa ricostruisce la vicenda, ricordando che nel 2011 sui media di tutto il mondo cominciò a circolare la notizia secondo cui in Cina veniva prodotto del riso artificiale di platica, che veniva venduto in città come Taiyuan, nella provincia dello Shaanxi. Nel 2013, la questione venne sollevata al Parlamento europeo, dove alcuni deputati chiesero alla Commissione Ue se fosse a conoscenza di questa pratica e di quali garanzie fossero state adottate per evitare che questo riso artificiale entrasse in Europa. La Commissione Ue rispose che in base al regolamento europeo il riso proveniente dalla Cina può essere ammesso alla libera circolazione solo se accompagnato da un rapporto analitico che dimostri che non contiene Ogm e da un certificato sanitario rilasciato dalla competente autorità cinese (AQSIC) attestante che il riso è stato prodotto, selezionato, manipolato, trattato, confezionato e trasportato in linea con le buone pratiche igieniche. Intanto, il Regno Unito preparò una nota informativa per la discussione del tema da parte della Rete dell’Efsa per lo scambio sui rischi emergenti (EREN).
Nell’ottobre 2015, un membro dell’Epidemic Intelligence dell’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) inviò all’Efsa il link a un articolo del Shangai ist, che come altri media riportava la notizia della diffusione in Asia del riso fatto con la plastica. Il Segretariato della Rete internazionale delle autorità per la sicurezza alimentare (INFOSAN) dell’Organizzazione mondiale della sanità ha ricevuto diverse richieste di informazione dai suoi membri asiatici, preoccupati da queste notizie. Il Segretariato dell’INFOSAN, a sua volta, ha chiesto informazioni ai suoi membri in Cina, senza ricevere alcuna risposta. Un membro INFOSAN di un altro paese asiatico ha segnalato un caso sospetto di malattia conseguente al consumo di riso con plastica, ma il fatto non è stato confermato dalle indagini.

L’Efsa osserva come tutto questo evidenzi le difficoltà che si incontrano di fronte a questioni di sicurezza alimentare derivanti da frodi e sottolinea come siano state sollevate anche perplessità sull’adeguatezza delle metodologie analitiche utilizzate per individuare il riso artificiale. Anche la Food and Drug Administration (FDA) statunitense è a conoscenza del problema e sta monitorando il riso proveniente dalla Cina. L’ipotesi è che questo riso contenente plastica sia esportato principalmente in Africa.

La Rete sui rischi emergenti dell’Efsa ha discusso le questioni legate a questo problema, sottolineando come non possa essere fatta una corretta caratterizzazione del rischio, così come non possono essere identificati i diversi tipi di resina utilizzati nella produzione di questo riso artificiale. L’EREN ha quindi concluso che il riso di plastica deve essere considerato un rischio emergente della catena alimentare e ha raccomandato all’Efsa di contattare i suoi vari collaboratori internazionali in Asia e di rimanere in contatto con INFOSAN per essere aggiornata sulla vicenda.

fonte: http://www.ilfattoalimentare.it/riso-di-plastica-efsa-rischio.html

Pomodoro cinese: lo sfruttamento dei bambini arriva (anche) sulle nostre tavole?

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Pomodoro cinese: lo sfruttamento dei bambini arriva (anche) sulle nostre tavole?

 

Ci sono intere famiglie che lavorano nei campi dove si coltiva uno degli ortaggi più consumati al mondo: il pomodoro. Tutto il giorno, tutti i giorni per un prodotto destinato all’esportazione in Italia.

A Xinjiang ad ovest della Cina ci sono appezzamenti di terreno sconfinati, dove uomini, donne e bambini seminano, annaffiano, raccolgono pomodori. Gesti da automi sotto l’occhio vigile del capo, che a fine giornata li pagherà a cottimo. Due centesimi al metro.

E’ un lungo racconto quello racchiuso nel reportage del giornalista Stefano Libertiche documenta la vita dei braccianti cinesi che lavorano in tutta la filiera del pomodoro: dal campo fino alla fabbrica.

Pomodori che finiranno nel ketchup della Heinz, in barattoli venduti nei mercati africani o in concentrati e sughi pronti.

“Nel 2016, secondo i dati dell’agenzia delle dogane, sono arrivati in Italia 92mila tonnellate di triplo concentrato made in China. Una cifra che segna un aumento del 40 per cento rispetto all’anno precedente”, scrive Liberti.

Dopo averle piantate in serra, le piante sono travasate nel terreno. E’ così, che tra aprile e maggio, centinaia di migranti con figli al seguito, lavorano tutti assieme nel campo.

Tra luglio e settembre, la manodopera aumenta perché bisogna raccogliere in fretta il pomodoro che tende a marcire. Per questo, i bambini sono gettonati, grazie alle loro mani piccole sono più svelti.

Liberti spiega tutto il percorso che il pomodoro fa prima di arrivare a tavola.Centinaia di camion trasportano l’ortaggio alle fabbriche, dopo la trasformazione, viaggiano in treno fino al porto di Tianjin, vicino Pechino.

Da qui, navi cargo partiranno sugli oceani, arrivando anche nel porto di Salerno “dove il concentrato in fusti di legno da 1,3 tonnellate sarà raccolto dalle ditte trasformatricie diluito in doppio concentrato, oppure usato per altri prodotti derivati”.

Il giornalista si chiede poi come mai l’Italia che è il primo produttore di pomodoro da industria dell’Unione europea e il secondo del mondo dopo Usa, importa quantitativi così alti.

La risposta è affidata a Giovanni De Angelis direttore dell’Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali (Anicav), secondo cui, il pomodoro cinese “è utilizzato per lo più come materia prima in regime di temporanea importazione da parte di aziende che lo ritrasformano e lo riesportano al di fuori dell’Unione europea”.

Il direttore ribadisce:

“I nostri prodotti più commercializzati, i pelati e la passata, prendono origine da pomodoro italiano, nonostante l’allarmismo che è stato creato negli ultimi anni. La Cina in particolare produce solo la materia prima, che le nostre aziende trasformano mettendo il know-how e la capacità di gestire un procedimento industriale che non ha nulla a che vedere con quello utilizzato per produrre i beni di largo consumo sul mercato nazionale. Si tratta peraltro di un prodotto marginale nel fatturato complessivo dell’industria trasformatrice: parliamo di 145 milioni di eurosu un’industria che fattura tre miliardi di euro, meno del 5 per cento del totale”.

Differente l’opinione di Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti che invece da anni denuncia importazioni di concentrato cinese:

“Se consideriamo che per fare un chilo di triplo concentrato servono sette chili di pomodoro fresco, vediamo che l’anno scorso abbiamo importato dalla Cina e da altri paesi l’equivalente di circa un milione di tonnellate, una quantità equivalente a circa il 20 per cento della produzione nazionale”.

Confezionare concentrato cinese in prodotti italiani, danneggia tutta la filiera perché ogni paese ha i propri standard qualitativi.

Quando poi l’industria dice: ‘Non preoccupatevi, il concentrato cinese finisce in mercati esteri’, non mi pare mandi un messaggio felicissimo. Equivale a dire: manteniamo la qualità in casa, ma all’estero vendiamo prodotti scadenti. Un ottimo modo per distruggere la reputazione del made in Italy”, continua Bazzana.

“Nulla mi vieta di pensare poi che una parte più consistente del prodotto sia utilizzata per tagliare altri sughi e derivati di pomodoro. Essendo il pomodoro riesportato sotto forma di doppio concentrato, ossia con un prodotto diverso, le tabelle di equivalenza permettono una certa elasticità”.

Una situazione, quella illustrata dalla Coldiretti, che era stata denunciata anche da Le Iene. Nel servizio televisivo c’era un’intervista ad una grande azienda che in Cina produce concentrato di pomodoro che viene spedito in Europa, Italia compresa, e che una volta giunto a destinazione viene diluito e usato per i sughi.

Dominella Trunfio

fonte: https://www.greenme.it/mangiare/altri-alimenti/23540-pomodoro-cinese