Ecco come si fa per non mangiare glifosato

 

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Ecco come si fa per non mangiare glifosato

Il glifosato è una sostanza chimica che si trova nei pesticidi più utilizzati dagli agricoltori, come il Roundup – in cui la concentrazione è piuttosto elevata. Recentemente i residui di glifosato negli alimenti sono diventati un argomento allarmante perché, secondo alcuni studi, questo erbicida potrebbe essere cancerogeno (ovvero, provocare tumori). In particolare, tre ricerche hanno mostrato un legame tra tali residui e lo sviluppo del linfoma non Hodgkin, un tumore del sistema immunitario. È Importante prestare attenzione ai cibi che potrebbero essere contaminati da questa sostanza chimica, ma anche cercare di ridurne ed evitarne l’assunzione tramite il consumo degli alimenti.

 

Eliminare i Residui del Pesticida dagli Alimenti
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Lava bene qualsiasi prodotto alimentare. I residui di glifosato si trovano sopra e all’interno di molti cibi. Tuttavia, le fonti più comuni di questa sostanza nociva sono la frutta e la verdura. Pertanto, lavandole accuratamente, puoi diminuire le quantità di glifosato e altri pesticidi che andrai a ingerire.

  • Per lavare i cibi, gli esperti in materia di sicurezza alimentare raccomandano di utilizzare acqua pulita o un detergente per i prodotti provenienti dall’agricoltura (che puoi acquistare al supermercato). Risciacqua per qualche secondo e lo sporco visibile sarà scomparso.
  • Indipendentemente dal fatto che si tratti di alimenti vegetali o no, è importante lavare tutto prima del consumo.
  • Per questa operazione non usare mai il detersivo per la cucina o il sapone per le mani. C’è il rischio che, in virtù della loro natura porosa, la frutta e la verdura assorbano le sostanze chimiche contenute all’interno.
  • Nessun metodo di lavaggio è efficace al 100% per rimuovere i residui dei pesticidi. Alcuni elementi chimici, come il glifosato, penetrano nelle piante e nella frutta e, purtroppo, non possono essere eliminati con l’acqua o altri metodi di pulizia.
  • Inoltre, lava tutte le posate e le stoviglie che sono entrate in contatto con i cibi di origine vegetale prima del lavaggio.

 

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Asciuga e pulisci gli alimenti. Oltre a lavare la frutta e la verdura, devi asciugarle nel modo appropriato. Se non vengono pulite, i residui dei pesticidi potrebbero resistere persino dopo il lavaggio.

  • Utilizza un panno o un asciugamano pulito per pulire e asciugare tutta la frutta e la verdura che hai lavato. In questo modo, rimuoverai qualsiasi residuo di pesticida presente sui questi prodotti alimentari.
  • Se devi lavare diversi pezzi, considera di utilizzare la carta assorbente. Buttala via ogni volta che hai finito di asciugare un frutto o un ortaggio per impedire che si contamino a vicenda.
  • Anche la frutta e le verdure che hanno la buccia o uno strato esterno non edibile (come le banane o i meloni) vanno lavate e pulite. Infatti, c’è il rischio che i residui dei pesticidi si trasferiscano nella polpa quando le tagli o le prepari.
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Sbuccia lo strato esterno. Un altro ottimo metodo per ridurre i residui dei pesticidi, come il glifosato, è quello di sbucciare e rimuovere gli strati esterni di determinati alimenti.

  • Ad esempio, la lattuga, il cavolo, i carciofi, i porri o i cavoletti di Bruxelles hanno diversi strati di foglie. Rimuovendo quelli più esterni (soprattutto quelli che appaiono più sporchi), puoi diminuire la quantità di glifosato e altri pesticidi che andrai a ingerire.
  • Elimina anche le foglie di altri prodotti di origine vegetale. Togli tutti gli strati esterni finché non arriverai alle foglie più chiare o delicate che si trovano nella parte centrale.
  • Inoltre, non dimenticare le altre qualità di frutta e verdura, tra cui asparagi, patate, carote, sedano e rape. Anche in questi casi è necessario rimuovere gli strati esterni in modo da non consumare le parti che sono entrate in contatto con il terreno o gli erbicidi.
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Elimina il grasso e la pelle della carne. Molte persone non sanno che persino la superficie esterna degli alimenti non vegetali possono contenere livelli elevati di glifosato e residui di pesticidi. È necessario rimuovere anche la pelle di queste fonti proteiche.

  • Il glifosato è un pesticida così difficile da evitare perché viene usato non solo nelle colture destinate al consumo umano, ma anche nel mangime con cui vengono nutriti gli animali. Quindi, i residui finiscono nella carne, in particolare nei tessuti più grassi, come la pelle.
  • Se compri carne rossa o bianca, assicurati di tagliare il grasso in eccesso oppure acquista tagli di carne più magri.
  • Per quanto riguarda il pollo e le carni bianche, togli la pelle o acquistali già spellati. Elimina il grasso in eccesso se è visibile.
Evitare il Glifosato e Altri Pesticidi
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Acquista alimenti biologici al 100%. Un modo abbastanza semplice per evitare il glifosato e altri residui di erbicidi nei cibi consiste nel comprare prodotti biologici. Anche i prodotti di carne ottenuti con metodo biologico devono riportare sulle confezioni l’identificazione delle carcasse, le indicazioni obbligatorie della regolamentazione comunitaria e il riferimento al metodo di produzione biologico.

  • Compra sempre frutta e verdura biologica al 100%. Molti sono i pesticidi utilizzati nella coltivazione di frutta e verdura, quindi scegliendo alimenti biologici, ridurrai automaticamente l’assunzione dei residui contenuti nei cibi di origine vegetale.
  • Inoltre, acquista carni e pollame biologici al 100%. Anche se gli erbicidi non vengono usati direttamente nell’allevamento, vengono impiegati nella coltivazione dei mangimi (ad esempio, del mais o della soia) e, in tal modo, penetrano nelle fibre muscolari e nella pelle dei prodotti animali.
  • Sarebbe anche opportuno comprare cereali biologici al 100% (come il grano o la quinoa), perché quelli coltivati con le procedure convenzionali contengono grosse quantità di residui di glifosato.
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Non acquistare gli alimenti noti per gli alti livelli di glifosato. Esistono diversi pesticidi, utilizzati spesso nell’alimentazione. Tuttavia, la presenza del glifosato è piuttosto elevata in determinati cibi. Evita i seguenti alimenti perché potrebbero contenerlo in notevoli quantità:

  • Soia (prodotti a base di soia, oli vegetali o olio di soia);
  • Mais e olio di mais;
  • Semi di canola utilizzati nell’olio di canola;
  • Barbabietole e zucchero prodotto dalle barbabietole;
  • Mandorle;
  • Piselli secchi;
  • Carote;
  • Quinoa;
  • Patate dolci.
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Evita i prodotti stranieri. Durante la stagione invernale vengono importati molti prodotti. Anche se in questo modo possiamo permetterci di mangiare una grande varietà di frutta e verdura, si corre il rischio di assumere una quantità più elevata di residui di pesticidi.

  • Innanzitutto, è chiaro che ogni Paese segue disposizioni e leggi differenti riguardo all’uso di erbicidi e ai livelli considerati accettabili o tollerabili. Nei fatti una simile realtà si può tradurre in un aumento della quantità dei residui di pesticidi all’interno dei cibi importati.
  • Cerca sempre l’etichetta di origine dei prodotti. Ti dice in quale località è stato coltivato o allevato.
  • In ogni caso, puoi rivolgerti agli agricoltori locali o acquistare alimenti a chilometro zero.
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Considera di coltivare da solo una parte di quello che mangi. Oltre all’acquisto dei prodotti biologici, molte persone stanno prendendo in considerazione la possibilità di coltivare determinati alimenti. In questo modo sanno esattamente che cosa vanno a consumare (ad esempio, se si tratta di una coltura autoctona o OGM) e possono permettersi di non usare nessun erbicida.

  • Se hai spazio, considera l’idea di iniziare con un piccolo orto. Scegli un posto ben illuminato dal sole. Pianta le verdure o la frutta che intendi mangiare più spesso o quelle che in commercio contengono un livello più elevato di pesticidi (come il sedano o le fragole).
  • Se non hai un giardino o lo spazio sufficiente, potresti coltivare nei contenitori. Molte piante di frutta e verdura crescono bene nei vasi se ricevono la luce del sole e vengono innaffiate regolarmente.
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Segui una dieta variegata. Potresti sorprenderti al pensiero che, variando l’alimentazione, puoi ridurre la quantità di glifosato e altri pesticidi che assumi dai cibi. È un ottimo trucco da tenere a mente per ridurre il rischio di esposizione a queste sostanze nocive.

  • Anche se il glifosato (come altri erbicidi) viene utilizzato su vari tipi di colture, molti agricoltori preferiscono usare un unico tipo di erbicida per ogni coltura.
  • Ad esempio, possono ricorrere al Roundup (che contiene il glifosato) sul mais, ma utilizzare un pesticida completamente diverso sugli alberi da frutta.
  • Una dieta variegata riduce il rischio di esposizione a un solo genere di pesticida.
  • Inoltre, ti offre un apporto più ampio di sostanze nutritive e ti aiuta a mangiare in modo equilibrato.
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Mantieniti aggiornato sulle notizie e sulle ricerche più recenti. Se stai cercando di evitare i pesticidi, specialmente quelli più nocivi, come il glifosato, devi rimanere aggiornato sulle ricerche che riguardano l’uso di queste sostanze chimiche.

  • La FDA (Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali degli Stati Uniti), l’EPA (Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti) e altre organizzazioni informano regolarmente i consumatori sui cibi in cui è possibile trovare questi pesticidi, sui prodotti alimentari che li contengono in quantità più elevate e sui modi in cui è possibile ridurre il rischio di esposizione tramite il consumo.
  • Una delle risorse più valide da usare è il National Pesticide Information Centerdegli Stati Uniti. Offre informazioni e ricerche su tutti i pesticidi utilizzati negli Stati Uniti.
  • Puoi registrarti per ricevere avvisi tramite e-mail o controllare regolarmente questi siti web per essere al corrente dell’uso dei pesticidi e del glifosato.
Comprare Alimenti Biologici
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Osserva l’etichettatura dei cibi biologici. L’acquisto di alimenti biologici è la prima linea di difesa per ridurre al minimo l’assunzione di sostanze nocive, tra cui i residui di glifosato. Tuttavia, stai attento e resta sempre informato quando fai la spesa.

  • Esistono due diversi tipi di etichette per gli alimenti biologici. Puoi acquistare quelli biologici o quelli biologici al 100%. Impara a riconoscere questa differenza. Naturalmente, l’ideale sarebbe comprare solo cibi biologici al 100%.
  • Quando vedi il logo “Euro-leaf” o leggi che un prodotto viene definito biologico al 100%, significa che tutti i suoi ingredienti sono conformi alle leggi europee che garantiscono che nessuno degli ingredienti contenuti all’interno sono stati coltivati con l’utilizzo di prodotti di sintesi e organismi geneticamente modificati. Se viene etichettato con la sola dicitura “biologico”, vuol dire che solo il 95% degli ingredienti contenuti è biologico.
  • Anche se troverai altri tipi di etichettature, come “tutto naturale”, scegli solo alimenti bio al 100%. “Tutto naturale” non comporta nessuna garanzia e i prodotti che riportano questa dicitura potrebbero contenere ingredienti provenienti da colture convenzionali o contenere pesticidi.
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Leggi la lista degli ingredienti. Quando esamini un prodotto e analizzi la confezione, devi anche leggere l’elenco degli ingredienti, soprattutto se stai cercando di evitare i residui di glifosato.

  • Purtroppo, il pesticida Roundup che contiene lo glifosato viene utilizzato su vari tipi di colture non destinate al consumo diretto, ma impiegate nella produzione di olii, altri alimenti (come il pane) o mangimi.
  • Conoscendo gli alimenti ricchi di glifosato, riuscirai a individuarli nella lista degli ingredienti e, così facendo, eviterai di acquistare i prodotti con una presenza di sostanze contaminate.
  • Gli ingredienti più comuni che potrebbero contenere residui di glifosato sono l’olio di canola, gli oli vegetali, l’olio di soia e i prodotti a base di mais (come l’olio di mais o amido di mais).
  • Analizza per bene la lista degli ingredienti (presente vicino alla tabella dei valori nutrizionali) facendo attenzione a quelli citati. Se sono elencati, è preferibile evitare il prodotto.
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Compra prodotti biologici a prezzi più vantaggiosi. Molte persone non comprano cibi biologici perché sono più costosi rispetto a quelli provenienti da colture e allevamenti convenzionali. Tuttavia, esiste qualche trucco per acquistarli senza spendere troppi soldi.

  • Considera gli alimenti biologici delle grandi reti di supermercati. Molte grandi catene di distribuzione alimentare offrono il proprio marchio ai prodotti biologici. In genere, il prezzo si avvicina a quello dei cibi elaborati con procedure convenzionali.
  • Per trovare prodotti biologici locali a prezzi più economici, prova a rivolgerti direttamente a un agricoltore. Considera di comprare tutto quello che ti serve presso un contadino di fiducia.
  • Valuta anche di cambiare negozio di generi alimentari. Esistono così tanti negozi che potresti trovarne uno specializzato nella vendita di alimenti biologici a prezzi più vantaggiosi.

Consigli

  • I residui di glifosato possono essere nocivi per l’uomo. Informati e cerca di ridurre il consumo dei cibi che ne sono più ricchi.
  • Una delle migliori strategie per ridurre qualsiasi pesticida nell’alimentazione consiste nel comprare prodotti biologici al 100%.

 

Il 2018 avrebbe potuto essere l’anno della fine del kebab, o almeno di quello pieno di polifosfati che ci fanno mangiare. Ma in Commissione Europea le lobby, anche questa volta, hanno fatto valere la forza del dio denaro sulla pelle della gente!

 

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Il 2018 avrebbe potuto essere l’anno della fine del kebab, o almeno di quello pieno di polifosfati che ci fanno mangiare. Ma in Commissione Europea le lobby, anche questa volta, hanno fatto valere la forza del dio denaro sulla pelle della gente!

 

Il 2018 doveva essere l’anno della fine del kebab. Colpa dei polifosfati
Invece no, possiamo continuare a mangiare scarti di macellazione gonfiati con polifosfati. Il kebab stava per diventare illegale in Europa per colpa degli additivi di cui è imbottito, ma nulla di fatto. Per ora.

Il kebab stava per diventare illegale, in Europa. Non perché fatto di carne di scarto e residui di macellazione. Bensì per gli additivi di cui è imbottito.

La Commissione Ue aveva intenzione di vietare ai kebabbari l’uso di carne imbevuta di polifosfati – acido fosforico, bi-trifosfati e polifosfati –, additivi già vietati dalle norme europee con una serie di eccezioni però, tra cui proprio salsicce e kebab. Servono a trattenere acqua, unto e aromi nei preparati di carne, dando loro quell’aspetto morbido, succoso e untuoso.

I polifosfati trattengono acqua, unto e aromi nei preparati di carne.

Il kebab è dunque così umettato e sapido grazie ai polifosfati, sui quali gli europarlamentari della Commissione salute hanno battagliato a metà dicembre 2017 in seduta plenaria per i rischi a lungo termine che comporta il loro uso, soprattutto per le malattie cardiovascolari. Alla fine, nulla di fatto.

Il kebab è il cibo spazzatura per eccellenza, succulento e grasso, con pessimi indici nutrizionali, ingredienti innominabili di scarsa qualità e di dubbia provenienza. Però è capace di saziare le fami più voraci e storte.

Molti se lo mangiano a tarda notte, dopo serate di alcol e bagordi, approfittando degli orari impensati in cui i negozianti tengono aperte le loro rosticcerie. Gli studenti squattrinati lo amano per il rapporto tra prezzo e calorie.

L’Unione europea si è accorta che il döner kebab, questo cono allo spiedo di fette di carne arrostite lentamente tipica della cucina turca e iraniana e diffusissimo in tutta Europa, per come è fatto oggi potrebbe causare problemi di salute. Non solo e non tanto per la carne e gli scarti di macellazione di cui è composto, né per il fatto che è pressoché impossibile l’etichettatura di origine o provenienza in quanto arriva in enormi polpettoni congelati di brandelli di carne mischiati e impastati – che si tratti di montone, agnello, vitello, manzo, pollame, scarti e sottoprodotti – ma soprattutto per gli additivi di cui è intriso.

La lunga lotta ai polifosfati, dal prosciutto cotto al kebab

Trent’anni fa i polifosfati erano aggiunti in molte preparazioni di carne e formaggi. Ce n’erano ovunque, dai formaggini al prosciutto cotto, laddove si volesse dare al prodotto alimentare confezionato un aspetto untuoso, gonfio, gelatinoso.

polifosfati o meglio gli additivi fosfatici presenti negli alimenti (acido fosforico, di- e tri-fosfati e polifosfati E 338-452) hanno proprio questa “funzione tecnologica”: tengono incorporati aromi, grassi e sapidità, conferendo al cibo un aspetto grasso, succulento e morbido. Proprio di gonfiore si tratta, in quanto consentono di trattenere più acqua nell’alimento e quindi di farlo pagare, a peso, un po’ di più.

Nell’industria alimentare, i polifosfati trovano impiego come agenti addensanti, capaci di migliorare l’aspetto e la consistenza di molti prodotti quali formaggi fusi e carni conservate. Nel prosciutto cotto e nella spalla cotta, in particolare, esaltano la morbidezza delle carni aumentando la percentuale di acqua trattenuta. Per lo stesso motivo, i polifosfati vengono impiegati nella preparazione di varie tipologie di salumi cotti, carni in scatola, salse e budini, mentre nei formaggini aiutano a migliorarne la spalmabilità. Oltre ad esaltare tutte queste caratteristiche particolarmente apprezzate dal consumatore, l’impiego di polifosfati permette di monetizzare anche l’acqua extra trattenuta nell’alimento.

Dal 1992 a oggi c’è stato a livello internazionale un giro di vite stringentissimo nel loro uso: stanno progressivamente scomparendo da latticini, formaggi, dal pesce in scatola, dai gamberetti, dal prosciutto cotto (oggi molti produttori vantano in etichetta “senza polifosfati aggiunti”). Il motivo di questo astio nei confronti dei polifosfati è presto detto. Vi sono decine di ricerche che legano l’assunzione di fosforo con squilibri organici calcio-fosforo, con problemi alle ossa, perfino col rachitismo.

  • E338 – 341, acido ortofosforico e ortofosfati. L’assunzione, in alte quantità, può alterare l’equilibrio calcio-fosforo: l’eccesso di fosforo cattura calcio sottraendolo all’organismo, alle ossa. Si trovano nelle bevande gasate tipo “cola” e nelle gelatine.
  • E450-452, polifosfati. Controllano il peso e la perdita d’acqua di salumi e formaggi, rendendoli morbidi, succosi e conferendo un aspetto untuoso. Assunzioni massicce e continue di polifosfati hanno evidenziato fenomeni di ipocalcemia, lesioni renali e accumulo di fosfati di calcio nei reni. Pare che alterino il rapporto calcio-fosforo dell’organismo, attenzione specialmente per i bambini. Potrebbero causare anche disturbi digestivi per l’inattivazione di alcuni enzimi. Si trovano (sempre di meno, in verità) in formaggini, carne in scatola, insaccati cotti (prosciutto cotto e spalla, mortadella, wurstel); anche in gamberi e filetti del reparto pescheria.

Come detto, da gran parte di questi prodotti animali i polifosfati sono stati ritirati. Non nel kebab.

La richiesta del ritiro degli additivi a base di fosfati anche nel trattamento della carne dei kebabbari

Secondo uno studio del 2012 pubblicato sulla rivista medica tedesca Deutsches Arzteblatt International, esiste un potenziale collegamento tra questi additivi e un aumento dei rischi cardiovascolari. Un altro studio, condotto dall’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (l’Efsa, che ha sede a Parma) nel 2013, era più prudente rispetto ai risultati citati dalla rivista tedesca. Ma comunque l’Efsa annuncia che rivaluterà la sicurezza degli additivi alimentari con fosfati entro il 31 dicembre 2018.

Pochi giorni dopo, il 13 novembre 2013, The American Journal of Clinical Nutrition pubblica un nuovo studio che suggerisce un nesso tra le diete ricche di fosforo e fosfati e l’aumento della mortalità nella popolazione nordamericana.

Perché le norme europee non consentono l’uso di polifosfati nelle carni, ma nel kebab sì

In molti stati il kebab è considerato un “prodotto a base di carne”, non solo carne; e quindi starebbe fuori al pelo dal campo di applicazione delle regolamentazioni dei polifosfati. Che dunque sono sempre più utilizzati proprio nel kebab. Mantengono così la consistenza succulenta della carne, nonostante le molte ore passate ad arrostire sullo spiedo: ecco perché non si secca mai ed è sempre sugosa. Sono i polifosfati.

Ogni giorno gli europei mangiano 500 tonnellate di kebab; i più ghiotti sono i tedeschi, che ne consumano l’80%. L’onda lunga dell’immigrazione turca ha reso la tipica carne arrostita su un enorme spiedo e consumata a pezzettini nelle tradizionali pite, uno dei piatti più amati della Germania. Non è un caso, dunque, che il tabloid Bild abbia lanciato l’allarme con un un titolone a caratteri cubitali: “Il kebab rischia la fine!”.

La fine del kebab è una notizia ampiamente esagerata

Questi grossi spiedi in tutto il continente al momento girano dunque in un vero e proprio vuoto normativo.

Contrariamente a quanto scritto da alcuni giornali, in primis la Bild, il Parlamento Europeo non ha cercato di vietare la produzione del kebab: la questione è sempre stata molto più specifica e riguarda solamente gli additivi usati nella preparazione della carne. L’Ufficio europeo delle unioni dei consumatori (Beuc) ha cercato di attenuare le polemiche. “Nessuno vuole vietare i kebab”, hanno detto i rappresentanti dei consumatori, che però continuano a non vedere “nessuna necessità tecnologica convincente” per giustificare l’aggiunta di polifosfati alla carne.

Quando i siti di news e i quotidiani hanno iniziato a trattare la storia del potenziale divieto agli untuosi spiedoni mediorientali c’è stato grande subbuglio. Prima di tutto in Germania, primo Paese europeo per consumo di kebab.

La paternità dell’invenzione del döner kebab così come lo conosciamo oggi è contesa da tre immigrati turchi in terra tedesca che l’avrebbero introdotto negli anni Settanta. Angela Merkel non esita a farsi fotografare mentre sbocconcella pezzi di kebab o mentre ne taglia via brandelli dagli spiedi.

Oggi in Germania il kebab è lo street food più popolare, con quasi l’80 per cento del consumo di tutta Europa e quasi 16mila ristoranti (dice il quotidiano Frankfurter Rundschau) che ne servono quasi 3 milioni al giorno. Secondo Renate Sommere, europarlamentare della Cdu, il partito di Angela Merkel, un divieto “porterebbe alla perdita di migliaia di posti di lavoro”, mentre per Kenan Koyuncu, dell’associazione tedesca di produttori di kebab, si “firmerebbe la condanna a morte dell’intera industria del döner nell’Unione”. Il quotidiano inglese Guardian ha rilanciato: “Ci sono 200.000 posti di lavoro direttamente collegati all’industria del kebab in Europa”.

L’Europa non voleva “mettere fuori legge” il kebab, ma solo i polifosfati nel kebab

La notizia circolata a dicembre sul divieto di kebab, dunque, in realtà riguarda una norma più stringente sugli additivi. L’Ue non intende realmente bandire il kebab dai mercati ma solo assicurarsi che i malnati polifosfati non vengano più usati tra gli ingredienti. La vicenda è stata presentata dai giornali europei con toni molto allarmisti e per giorni si sono rincorse molte notizie false, probabilmente enfatizzate perché, senza polifosfati, il kebab non sarebbe così succulento.

 

tratto da: https://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/erborista-decreto-abolizione-mestiere

 

 

 

 

 

 

 

Vi siete mai chiesti come mai i nostri nonni non soffrissero di allergie alimentari?

 

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Vi siete mai chiesti come mai i nostri nonni non soffrissero di allergie alimentari?

Vi siete mai chiesti come mai i nostri nonni non soffrissero di allergie alimentari, o comunque perché questo disturbo non fosse così frequente come oggi?

Le allergie alimentari stanno diventando una preoccupazione per quasi ogni famiglia e sono in netta crescita. Oltre a rendere difficile la vita a coloro che soffrono di questa moderna epidemia, questo produce un ulteriore costo sia per il sistema sanitario che per le tasche di tutti.

Ogni 3 minuti una reazione allergica alimentare manda qualcuno al pronto soccorso, che in un anno significa 200.000 visite al pronto soccorso.

Secondo uno studio pubblicato nel 2013 dal CDC, le allergie alimentari tra i bambini negli Stati Uniti sono aumentate di circa il 50% tra il 1997 e il 2011. E in Italia le cose non vanno meglio.

Sembra che l’allergia al latte sia la più diffusa, probabilmente perché nel prodotto si trovano diversi ormoni della crescita e i residui di antibiotici di cui si abusa negli alimenti intensivi.

C’è dunque qualcosa di estraneo nel cibo di oggi che prima non c’era? Assolutamente sì.

Gli alimenti industriali in generale possono contribuire a provocare le allergie per una serie di ragioni diverse. I cibi elaborati contengono una varietà di coloranti, aromi, conservanti e altri additivi che possono avere un grande impatto.

I nostri nonni non avevano le allergie alimentari per un motivo molto semplice: mangiavano cibo senza conservanti e non elaborato. Gli alimenti provenivano dalle aziende agricole e dai mercati, se non dal proprio orto. I bambini venivano nutriti con il latte materno. In quei giorni, la parola dieta non esisteva: non ci si abbuffava come facciamo oggi e il cibo non causava gonfiore e obesità perché non era elaborato con sostanze chimiche, additivi, stabilizzanti, conservanti, conservanti, aromi e tutto ciò che troviamo oggi negli alimenti.

Le carni provenivano da animali che non erano imbottiti di ormoni.

Si mangiava fuori sporadicamente e anche in quei casi si consumavano piatti tradizionali, cucinati in casa con ingredienti freschi.

I nostri nonni, inoltre, non restavano chiusi in casa a giocare con il computer e lo smartphone, ma uscivano sull’erba, scalavano gli alberi e si divertivano in armonia con madre natura.

Non correvano dal medico per le più piccole inezie. Quando avevano la febbre, aspettavano che passasse. Quando si sentivano male, mangiavano minestre, zuppe, brodi e riposavano molto. Non facevano uso di farmaci per qualsiasi piccolo disturbo per accelerare la guarigione. Il cibo era la loro medicina, che ne fossero consapevoli o meno.

La dieta e lo stile di vita hanno un impatto importante sul nostro organismo. Ogni cellula del nostro corpo necessita di una corretta alimentazione per funzionare correttamente, mentre cattiva alimentazione e stile di vita sbagliato ne comprometteranno l’integrità, provocando una particolare sensibilità a certi alimenti.

Sembra che le allergie alimentari possano essere un sottoprodotto imprevedibile di numerosi fattori ambientali, che erano in gran parte sconosciuti fino ad un paio di generazioni fa. Di questo passo, ci si domanda quale sarà il futuro della nutrizione, visto che sempre più tossine vengono introdotte negli alimenti.

*fonte realfarmacy.comhttp://www.generazionebio.com/notizie/4749-perche-abbiamo-le-allergie-nonni.html

Ignorare la tossicità del glifosato è crimine contro l’umanità!

 

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Ignorare la tossicità del glifosato è crimine contro l’umanità!

Caro Porro, ignorare tossicità glifosato è crimine contro l’ umanità – Guerra del Grano

Le Iene nella trasmissione televisiva del gruppo Mediaset del 17 dicembre hanno lanciato un chiaro messaggio: “ignorare la tossicità del glifosato è un crimine contro l’ umanità”. Nicola Porro, invece, su Matrix (stesso gruppo Mediaset) nella trasmissione del 5 dicembre ha sorvolato sulla tossicità del glifosato nonostante la ricca antologia tossicologica in materia. Eppure la Corte Federale di San Francisco, per decisione del giudice distrettuale Vince Chhabria, da diversi mesi ha cominciato a desecretare gli atti relativi alle 55 cause pendenti contro Monsanto. Ma Porro non li ha letti!

Porro è pugliese di famiglia ed ha pure un’azienda agricola. È il vicedirettore de Il Giornale. Si definisce un liberale, liberista e decisamente libertario. Ha studiato dai gesuiti a Roma. Si è laureato in economia alla Sapienza ed è stato anche ad Harvard, ma non ha preso Master. Anche dalla Bocconi è uscito senza attestati.

Tuttavia la sua ultima trasmissione sul glifosato un “attestato” glielo ha procurato. Una puntata molto faziosa, con ospiti in pieno conflitto di interessi, insomma una Zuppa di Porro indigesta. Come altro potremmo definire una trasmissione che ha completamente ignora la ricca antologia tossicologica su questa sostanza?

Peraltro, invitare chi sostiene che il glifosato non sia un problema per la nostra salute, sorvolando su documenti schiaccianti (Monsanto Papers) che dimostrano quanto possa essere diabolica una multinazionale, non ci pare un buon servizio televisivo, ma una marchetta!

A Matrix c’era il presidente nazionale di Confagricoltura, nonché produttore di pasta, Massimiliano Giansanti. Per lui il grano al Sud è tradizione, ma il glifosato (che lui afferma di usare) serve “per fare un buon grano“. Un’ aberrazione! Tant’è che la parola d’ordine per Confagricoltura è rilanciare la pasta italiana (non il grano italiano!). Paradossale!

C’era Mario Piccialuti, direttore dell’Aidepi, l’Associazione delle industrie della pasta italiane, a cui GranoSalus ha notificato il precetto di pagamento delle spese legali a seguito del giudizio di Roma. Poi una donna e un uomo di scienza: Elena Cattaneo e Luca Piretta. 

Ebbene, per tutti questi ospiti della trasmissione il glifosato presente nel grano duro di provenienza canadese e, di conseguenza, presente nella semola e nella pasta industriale non è un problema.

Porro non aveva consultato il sito scienzainrete dove vari epidemiologi hanno già provveduto a rispondere con una lettera aperta ad Elena Cattaneo, Senatrice per alti meriti scientifici.

Lettera a Elena Cattaneo sul glifosato

Anche i medici dell’ ISDE avevano strigliato la Senatrice a vita per alti meriti scientifici, che Porro non ha citato in trasmissione.

Quello che la Senatrice farmacologa non sa

Porro, dunque, si è guardato bene dal consultare gli scienziati che sostengono cose diverse. Ha trasformato la trasmissione su un argomento così delicato in una polemica tra tutti quelli della curva nord del glifosato. La cartina al tornasole? Semplice. Nessun riferimento alle analisi su pasta e semole industriali fatte da GranoSalus e confermate da Report. Come mai?

Il contraltare alle tesi degli ospiti è stato rappresentato da Coldiretti. Porro, però, dimentica che non è stata certo la Coldiretti a sollevare la questione del grano duro, ma GranoSalus che con le sue analisi ha dovuto pure difendersi dagli attacchi degli industriali in Tribunale, vincendo tutti i ricorsi. Coldiretti non ha fatto alcuna analisi, ma solo un pò di rumore al porto di Bari.

Eppure bastava che Porro ponesse una semplice domanda a Coldiretti “come mai non vi hanno denunciato dopo i fatti della nave al porto di Bari e invece lo hanno fatto solo alle analisi di Granosalus?

Insomma, si può organizzare una trasmissione Tv sul grano duro e non parlare della analisi disposte sulle più importanti marche italiane di semola e pasta?

Si può parlare del grano duro e della pasta e non parlare del fatto che il Tribunale di Roma, per ben due volte, ha dato ragione a chi ha promosso le analisi sulla pasta industriale?

A questo punto, facciamo appello ai pronunciamenti della Commissione di Vigilanza e dell’ Autority, affinchè l’ attività di informazione televisiva, non solo quella pubblica (ma anche quella commerciale), garantisca durante il servizio l’accesso di tutti i soggetti intervistati in condizioni di parità di trattamento e imparzialità.

Occorre sempre il “rigoroso rispetto” della “pluralità dei punti di vista e la necessità del contraddittorio”, che non vorremmo risultassero insufficienti a tutelare la salute di tutti gli italiani insieme ad un comparto strategico per l’ intera nazione, com’ è quello del grano, che comincia a creare inquietudine tra gli industriali domestici (ogni settimana si firmano accordi in pubblico alla ricerca di una verginità perduta: oggi è la volta del Protocollo romano).

Del resto, il dovere etico per un giornalista educato dai Gesuiti non può ammettere deroghe, neanche in una TV commerciale, specie quando in ballo c’è la salute pubblica. Anche se nella propria biografia c’è scritto: “Ha lavorato per chiunque lo pagasse“…

Purtroppo, a Porro questi elementari concetti di etica del giornalismo e di corretta informazione sembrano essere sfuggiti.

Nella polemica dei campi, a lui sembra essere sfuggito pure il fatto che nella sua azienda di famiglia ad Andria, dove produce olio e grano, di glifosato non c’è traccia.

E sembrano essere sfuggiti anche i documenti che mettono in luce il grave ruolo dell’Environmental Protection Agency (EPA), la massima autorità ambientale americana, il cui ex dirigente Jess Rowland è accusato di aver collaborato con la Monsanto impedendo la revisione degli studi scientifici sull’impatto sanitario del glifosato.

Perché Porro non è informato di tutto questo? Perché ha omesso di leggere le mail, i rapporti, le trascrizioni di telefonate, che sono disponibili sul sito di U.S. Right To Know, la Ong americana che si batte per “perseguire la verità e la trasparenza nel sistema alimentare americano”?

Essere stato ad Harvard a cosa gli è servito?

L’opinione pubblica americana è in piena mobilitazione, la civilissima California ha bandito il glifosato, ma Porro fa finta di non saperlo. Oltre al New York Times, diverse testate hanno riportato i fatti e puntato il dito sul ruolo compiacente di EPA, di cui la Cattaneo non ha fatto alcuna menzione.

Inoltre, Science ha segnalato come, a seguito della rivelazione di queste informazioni, si sia aperto all’interno della New York Medical College un’indagine interna sullo studio scientifico pubblicato nel 2000 su Regulatory Toxicology and Pharmacology. Studio che, caso strano, non aveva rivelato alcuna evidenza di effetti nocivi sulle persone, a differenza di quanto documentato dallo IARCl’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro che ha classificato, nel 2015, il glifosato come probabile cancerogeno umano.

“La Ue ha violato l’obbligo di tutelare la salute pubblica”, ma Porro fa finta di non saperlo e pure la Cattaneo

Stéphane Foucart su Le Monde, ha messo in discussione la sicurezza dell’uso di glifosato che era stata anticipata da uno studio del dott. James Parris (deceduto nel 2010), il quale ne aveva evidenziato la genotossicità per le cellule umane.

Del resto, Porro non ha neppure letto quello che ha dichiarato l’eurodeputata Florent Marcellesi  dei  Verdi-Ale (EQUO) :

La nostra intenzione è quella di costituire una maggioranza al Parlamento europeo per chiedere alla Corte di giustizia dell’UE di annullare una decisione che riteniamo altamente dannosa. Inviteremo anche gli Stati membri che si sono pronunciati contro il rinnovo dell’autorizzazione al glifosato di unirsi a noi.Nonostante i crescenti dubbi e preoccupazioni, la Commissione ha continuato senza nemmeno preoccuparsi di approfondire le sue indagini. E va da sé che in questo caso il governo tedesco è particolarmente responsabile. Un governo che, ovviamente, è più preoccupato del successo della fusione tra Bayer e Monsanto che della salute dei propri cittadini

Che razza di giornalista è colui che dimentica nella sua Zuppa mattutina la lettura di questi documenti probatori? E troppo irriverente farlo? Dalla loro lettura si capisce bene che la Monsanto era al corrente dei danni che sta provocando all’ umanità. E un giornalista serio, di fronte a queste prove, non può far finta di niente!

Per fortuna hanno rimediato i suoi colleghi delle Iene che pure l’anno scorso avevano censurato, per ordini ricevuti dall’ alto, un servizio sul grano con varie interviste ai soci di GranoSalus.

Chissà se Porro, dopo il servizio delle Iene, avrà il coraggio di guardare il primo bambino francese a cui è stata riconosciuta una correlazione tra le malformazioni con cui è nato e il contatto con il glifosato (https://www.iene.mediaset.it/video/l-europa-decide-di-non-essere-ecologica_12937.shtml).

Le TV commerciali purtroppo sono fatte così. Devono barcamenarsi per campare!

Noi però, in attesa di eventuali provvedimenti da parte dell’ Ordine dei Giornalisti, possiamo sempre adoperare lo zapping. Quando crolla lo share devono comunque tornare alle origini…quelle agricole!

Adesso, piuttosto, alla Corte di giustizia dell’Unione europea spetterebbe il compito di annullare il regolamento di attuazione per violazione sia dell’obbligo di garantire la protezione della salute umana e dell’ambiente, sia del diritto dei cittadini di avere le loro iniziative rispettate dalle istituzioni.

QUI LA TRASMISSIONE DI MATRIX SUL GRANO DURO E SULLA PASTA

tratto da: https://granosalus.it/2017/12/18/granosalus-porro-matrix-ignorare-tossicita-glifosato-crimine-l-umanita/

Alimentazione e tumori: la ricetta del Prof. Berrino per la prevenzione – 1 tumore su 3 potrebbe essere sconfitto modificando l’alimentazione.

 

Berrino

 

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Alimentazione e tumori: la ricetta del Prof. Berrino per la prevenzione – 1 tumore su 3 potrebbe essere sconfitto modificando l’alimentazione.

 

Alimentazione e tumori: la ricetta di Berrino per la prevenzione

SECONDO IL PROFESSORE 1 TUMORE SU 3 POTREBBE ESSERE ELIMINATO MODIFICANDO L’ALIMENTAZIONE

 

Il professor Franco Berrino si è occupato per anni di medicina predittiva e preventiva all’Istituto dei Tumori di Milano e ha spiegato che quella preventiva è la “medicina dell’intervento”, che interviene per ridurre il rischio di contrarre i tumori. Perciò, ha detto il professore, “ci occupiamo di tabacco, raccomandiamo di non fumare e ci occupiamo di alimentazione, raccomandiamo delle modifiche dell’alimentazione rispetto all’alimentazione di oggi, che favorisce numerose malattie croniche“. Il professore ha anche affermato che “le ricerche suggeriscono che un tumore su tre potrebbe essere eliminato modificando l’alimentazione. Sappiamo da 100 anni che se agli animali diamo poco da mangiare vivono di più e si ammalano meno di cancro. Sarebbe interessante fare in modo che le persone mangiassero di meno, ma noi siamo portati a riempirci la pancia quando c’è da mangiare. Allora una delle strategie che abbiamo sviluppato nelle nostre ricerche è quella di aiutare la gente a mangiare poco avendo l’impressione di mangiare tanto“.

Alimentazione e tumori: 8 alimenti per la prevenzione del cancro

Vi consigliamo di consumare 8 alimenti che più di altri aiutano a ridurre il rischio di contrarre tumori:

1) Pepe nero
Spesso si pensa che sia soltanto una spezia da utilizzare a tavola, ma il pepe nero ha delle proprietà anticancro. La piperina, una sostanza contenuta nel pepe, ha queste proprietà, che ne fanno, pertanto, un valido alleato.
2) Peperoni
I peperoni sono un altro membro della famiglia delle Piperaceae. Con la loro buccia di colore rosso, verde o giallo, i peperoni contengono degli enzimi che li rendono dei potenti antiossidanti ed importanti nella lotta ai tumori.
3) Curcuma
La curcuma è una spezia di colore giallo-arancione intenso. È anch’essa un antiossidante ed è pertanto utile per combattere il cancro. Per di più può aiutare a prevenire il diabete e le allergie. Basta aggiungerne un pizzico nei cibi che mangiate tutti i giorni per raccogliere i benefici che questa spezia porta.
4) Zenzero
Questa pianta erbacea genera grandi quantità di vitamina A e C ed è perciò utile per rafforzare le difese immunitarie e tenere lontano la malattia.
5) Mostarda
È molto popolare nel mondo. In India viene utilizzata in quasi tutti i piatti. Oltre ad uccidere le cellule cancerogene che si trovano nel nostro corpo, la mostarda aiuta a prevenire l’alzheimer.
6) Cardamomo
Usato in tutta l’India, il cardamomo è una spezia che ha un’aroma delicata e un’ottimo gusto. Per secoli è stato usato nella medicina cinese e si è mostrato efficace sia nella prevenzione dei tumori che nel distruggere le cellule tumorali che si trovano nel corpo.
7) Cannella
Un’altra spezia che ha un grande appeal in tutto il mondo. La cannella fornisce energia e proteine, perciò rinforza il sistema immunitario. Inoltre evita che le cellule tumorali si diffondano.
8) Finocchio
I semi di finocchio contengono l’anetolo, che distrugge le cellule tumorali e lo fa sopprimendo gli enzimi che sono responsabili della loro moltiplicazione. Il finocchio aiuta inoltre ad uccide i germi che si trovano nel corpo.

 

 

A chi fa comodo lo spreco alimentare?

 

spreco alimentare

 

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A chi fa comodo lo spreco alimentare?

 

A chi serve lo spreco alimentare?

«Mentre prepariamo il pranzo o la cena di Natale, mentre siamo a tavola con le nostre famiglie, pensiamo al valore immenso di cosa mettiamo nei piatti, a ciò che rappresenta in termini di relazioni e di appartenenza a una cultura. Custodiamolo dal diluvio consumistico che ci assale in quei giorni, raccontiamocelo mentre lo pratichiamo, anche se ci può sembrare ormai scontato. Perché alla fine è ciò che ci accomuna, nelle differenze, a tutte le altre culture del mondo; è ciò che ci rende umani, cioè esseri in grado di essere felici. È un peccato non provarci con il cibo delle feste». Così Carlo Petrini ci augurava buon Natale qualche anno fa. Pensiamo che sia un augurio più che attuale: lo spreco di cibo continua ad essere

Di seguito vi riportiamo qualche dato su quanto cibo buttiamo ogni anno. A fornirceli l’Ispra (L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) nell’ultimo Rapporto sullo spreco alimentare: un approccio sistemico per la prevenzione e la riduzione strutturali. L’invito è a pensarci, a fare un po’ d’attenzione anche in questi giorni di festa, e che sia davvero un Natale più buono per tutti!

Impuniti, ogni anno buttiamo via quattro volte la quantità di cibo che basterebbe a sfamare gli oltre 815 milioni di persone malnutrite che abitano il nostro pianeta. Un dato che da solo dovrebbe farci vergognare tutti ed essere sufficiente per un intervento immediato. E invece dobbiamo aggiungere anche l’alto prezzo che paghiamo sia in termini economici – solo in Italia ognuno di noi getta nella spazzatura di 210 euro l’anno – sia e soprattutto ambientali. Lo spreco alimentare contribuisce (e non poco) all’alterazione del clima, è responsabile della riduzione della disponibilità d’acqua e di una buona parte del consumo di suolo fertile.

Per meglio rendere l’idea: con il 7% delle emissioni totali di gas serra, se lo spreco di cibo fosse una nazione, sarebbe al terzo posto dopo Cina e Stati Uniti nella classifica degli stati emettitori.

Per di più, usa inutilmente il 28% della superficie agricola mondiale (1,4 miliardi di ettari) mentre consuma una quantità d’acqua pari al flusso del fiume Volga.

Come abbiamo fatto a perdere il senso e il valore del cibo? Accettiamo lo spreco come ingranaggio del sistema, non ci facciamo nemmeno più caso, è necessario. Ce lo conferma anche l’ultimo report Ispra, pubblicato il 16 novembre scorso, che evidenzia come lo spreco alimentare sia un fenomeno generato dalla «strategica produzione di eccedenze, necessaria alla sopravvivenza dei macrosistemi agroindustriali di massa» che governano tutta la filiera.

Siamo arrivati a cifre da capogiro: negli ultimi 55 anni il surplus è cresciuto del 77% ed è destinato ad aumentare del 174% entro il 2050, mentre il fabbisogno crescerà, nello stesso periodo, solo del 2-20% (Ispra 2017). Sono numeri che ribadiscono come il mito della crescita infinita non faccia altro che svuotare e indebolire il pianeta di risorse, mentre accentua le disuguaglianze. Combattere lo spreco significa quindi indirizzarsi verso un diverso paradigma produttivo e distributivo. Con filiere corte biologiche e locali, ad esempio, le perdite si abbattono fino ad arrivare al 5%, contro il 30 – 50% della filiera di grande scala e globalizzata. Ancora, chi si rivolge a reti alimentari alternative (Gas, vendita diretta, agricoltura supportata da comunità) spreca, in media, il 90% in meno rispetto a chi usa solo canali convenzionali. Assicurare il diritto alla sovranità alimentare non significa dunque produrre di più, ma diffondere educazione alimentare, sostenere produzioni ecologiche e canali di distribuzione diretti e solidali. In poche parole, abbattere gli sprechi.

Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it

Da il manifesto del 23 11 2017

Finalmente in arrivo in Italia la legge contro il finto pane fresco. Insomma, sapremo cosa ci fanno mangiare… forse.

pane fresco

 

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Finalmente in arrivo in Italia la legge contro il finto pane fresco. Insomma, sapremo cosa ci fanno mangiare… forse.

Si fa presto a dire pane fresco. Ma presto questo aggettivo non potrà essere usato tanto alla leggera dai forni e dai supermercati italiani. La Camera ha infatti approvato in prima lettura  la proposta di legge del deputato del Pd Giuseppe Romanini sulla produzione e la vendita del pane. Il testo è stato approvato con 331 voti a favore, contrari 4 di Fratelli d’Italia e 21 astenuti, tra cui la Lega. Una larga maggioranza che presuppone un cammino veloce fino all’approvazione. La legge precisa che il pane può definirsi fresco solo se preparato entro le 24 ore dalla messa in vendita secondo un processo di produzione continuo, privo di interruzioni finalizzate al congelamento, alla surgelazione di impasti, e ad altri trattamenti con effetto conservante, ad eccezione delle tecniche mirate al solo rallentamento del processo di lievitazione senza additivi conservanti.

Quando si può usare “appena sfornato”

È previsto, inoltre, il divieto di utilizzare denominazioni quali “pane di giornata” e “pane appena sfornato”, “pane caldo” o qualsiasi altra denominazione che possa indurre in inganno il consumatore. Per la vendita, il pane fresco va sistemato in scaffali distinti rispetto al pane ottenuto dal prodotto intermedio di panificazione e al pane ottenuto mediante completamento di cottura di pane parzialmente cotto, surgelato o non, previo confezionamento ed etichettatura adeguata.

Le sanzioni

Previste anche delle sanzioni amministrative per chi non rispetta alle regole:  multa da 500 a 3.000 euro in caso di particolare gravità o recidiva, e la sospensione dell’attività per un periodo non superiore a venti giorni. Solo le attività in grado di svolgere l’intero ciclo di produzione a partire dalla lavorazione delle materie prime sino alla cottura finale possono essere definite “panificio”.

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/12/10/in-arrivo-la-legge-contro-il-finto-pane-fresco/29025/

 

Pro-memoria: Ecco gli alimenti che contengono più tossine.

 

tossine

 

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Pro-memoria: Ecco gli alimenti che contengono più tossine.

Il pesce, la carne rossa e i latticini sono gli alimenti che contengono più tossine, quindi conviene regolarne il consumo e adottare alcune abitudini salutari

Ogni giorno che passa il nostro corpo assorbe sempre più tossine, soprattutto attraverso gli alimenti che consumiamo. Può trattarsi di additivi chimici, tossine naturali o altre sostanze in qualche modo modificate. Ma quali sono gli alimenti che contengono più tossine in assoluto?

Un eccesso di tossine nel corpo causa diversi problemi di salute, quali:

  • Problemi digestivi e di stitichezza,
  • Alterazione della flora batterica intestinale,
  • Alterazioni nel sistema immunitario,
  • Ritenzione idrica,
  • Insonnia,
  • Scorretto assorbimento degli alimenti.

Anche se non possiamo fare nulla al riguardo, dovremmo riuscire a tenere sotto controllo questi problemi consumando alimenti che contengono meno tossine.

Conoscete gli alimenti che contengono più tossine? Oggi vi parleremo dei 6 cibi che apportano più tossine al corpo.

Gli alimenti che contengono più tossine

Come vi abbiamo anticipato, gli alimenti di cui vi parleremo contengono molte tossine, ma questo non significa che siano nocivi o che bisogna smettere di mangiarli.

Semplicemente, bisogna moderarne il consumo.

È importante sapere che se si segue una dieta a base di alimenti ricchi di tossine, bisogna bilanciarla con attività fisica, frutta e verdura per disintossicare il corpo e preservare l’equilibrio dei nutrienti.

1. Carne

La carne è ricca di tossine a causa della quantità di ormoni e altre sostanze, come il clenbuterolo e il benzopirene.

È stato dimostrato che questi additivi sono cancerogeni e, quindi, aumentano la probabilità di soffrire di leucemia e tumori allo stomaco.

2. Tonno

Anche se è delizioso, diversi studi hanno dimostrato che contiene alti livelli di mercurio. Questa sostanza rischia di danneggiare il sistema nervoso, soprattutto durante la gestazione.

Uno dei motivi della presenza di mercurio è la scorretta conservazione del pesce.

3. Latte

Parliamo soprattutto del latte vaccino interno. Durante il processo di pastorizzazione, il latte acquista una quantità significativa di tossine.

Il latte, anche se pastorizzato, contiene circa 60 ormoni, diossine e antibiotici che potrebbero determinare lo sviluppo di un tumore.

4. Mais

Tra gli alimenti che contengono più tossine troviamo anche il mais che, come il tonno, contiene mercurio.

Se non viene essiccato correttamente, viene contaminato dalle aflatossine. Queste sostanze chimiche, derivate principalmente dai funghi, sono responsabili del comparsa di tumore e della denutrizione.

5. Formaggio e latticini

Per questi prodotti vale il discorso fatto per il latte vaccino.

I prodotti latticini contengono le stesse tossine della materia prima di cui sono fatti, cioè il latte vaccino, anzi, possono contenerne anche di più per via dei successivi processi a cui sono sottoposti.

Stiamo parlando dei latticini ricchi di grassi, come la ricotta o il cheddar.

6. Cibi in scatola

I cibi in scatola suscitano dei dubbi a causa delle sostanze chimiche usate per la loro conservazione.

Ultimamente, sono stati condotti degli studi per dimostrare che gran parte delle lattine usate come contenitori sono ricoperte da strati di bisfenolo.

Questa sostanza è conosciuta perché favorisce lo sviluppo del diabete e perché causa problemi di obesità.

Evitare ed eliminare l’accumulo di tossine

Di certo ci sono altri alimenti che contengono alti livelli di tossine. Tuttavia, ce ne sono altrettanti che aiutano a disintossicare il corpo.

Tra i più indicati ricordiamo:

  • Mele,
  • Crescione,
  • Cipolla,
  • Olio di oliva,
  • Limone,
  • Uva.

L’ideale è includere questi ingredienti in ogni pasto, così da stabilire un equilibrio tra gli alimenti.

Evitare di mangiare troppo

Che si tratti di cibo salutare o di cibo spazzatura, mangiare troppo fa male al fegato, ai reni e all’intestino.

Mangiare troppo significa far lavorare il corpo il doppio che di conseguenza fa più fatica a digerire gli alimenti e a eliminare le tossine.

Regolare il consumo di sale

Il sale fa male ai reni, quindi consumate alimenti poveri di sale oppure usatene poco per condire i vostri piatti.

Attività fisica

L’attività fisica è un ottimo metodo per eliminare le tossine attraverso il sudore. Camminate oppure fate jogging per almeno 30 minuti al giorno.

Questa sana abitudine vi aiuterà a restare in forma e a godere di buona salute.

Evitare la stitichezza

L’evacuazione è uno dei modi migliori per liberarsi delle sostanze di rifiuto. Se avete problemi di stitichezza, allora fate attività fisica, aumentate il consumo di fibra e bevete molta acqua per regolarizzare la frequenza con cui andate in bagno.

 

fonte:

-https://viverepiusani.it/gli-alimenti-che-contengono-piu-tossine/

Dagli spaghetti anti-infarto alle merendine contro l’osteoporosi: 5 brevetti tutti Italiani di cibi pro-salute che probabilmente non vedremo mai sulle nostre tavole (a meno che le Multinazionali non trovino il modo di lucrarvi)…

 

brevetti

 

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Le idee innovative in campo alimentare davvero non mancano: per rendersene conto, basta dare uno sguardo a questi 5 progetti di ricerca e\o brevetti, tutti nati nelle Università Italiane.

«L’innovazione e la produzione di nuovi alimenti è sicuramente un ambito di ricerca estremamente interessante soprattutto quando è rivolto a migliorare le caratteristiche nutrizionali, sensoriali e le potenzialità salutistiche degli alimenti. – commenta la professoressa Stefania Ruggeri, nutrizionista del Crea (principale Ente di ricerca italiano dedicato all’agroalimentare) e docente di Scienze e tecnologie alimentari all’Università Tor Vergata di Roma – Il consumatore non deve mai dimenticare che è la dieta nel suo complesso e gli stili di vita sani che possono portare davvero al miglioramento della salute e avere effetti preventivi sull’insorgenza delle patologie. Un alimento da solo non è mai la panacea. I nuovi alimenti funzionali, inoltre, non dovrebbero creare nel consumatore confusione».

Il SunBlack, pomodoro nero ricco di antiossidanti  

Da un progetto di ricerca coordinato dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, insieme con le università Tuscia di Viterbo, Modena, Reggio Emilia e Pisa è nato il pomodoro nero, ricchissimo in antiossidanti, nello specifico antociani, molecole abbondanti in mirtilli, uva nera, fragole e ciliegie.

Il pomodoro nero è, a tutti gli effetti, un alimento funzionale, ma non è geneticamente modificato poiché i suoi semi sono stati ottenuti attraverso la tradizionale tecnica dell’incrocio. Il marchio SunBlack è stato registrato ed è arrivata anche la licenza a commercializzarlo, in pratica per questo prodotto è stato del tutto completato il percorso dal laboratorio alla tavola.

«Il pomodoro nero, certamente è interessante per l’apporto in antociani, ma non so come il consumatore accetterà l’idea di comprare un pomodoro nero – spiega la professoressa Ruggeri. – Il pomodoro rosso è simbolo della mediterraneità, della pizza e la pasta al pomodoro e basilico il piatto forte della tradizione culinaria Italiana. Qui la sfida, almeno dal mio punto di vista, è trovare il modo di integrarlo davvero nella nostra alimentazione».

Gli spaghetti anti-infarto  

Presso l’Unità di Medicina Critica Traslazionale (Trancrilab) dell’Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa è stato possibile sperimentare e documentare come, mescolando la semola di grano duro con una farina d’orzo particolarmente ricca in betaglucano idrosolubile, una fibra alimentare capace di stimolare la formazione di nuovi vasi sanguigni in presenza di uno stress ossidativo, si possa ottenere della pasta, che se consumata regolarmente, può favorire la formazione naturale di by-pass endogeni e prevenire i danni al cuore causati dall’occlusione di una coronaria.

L’assunzione della pasta Cuore Mio, questo il nome del nuovo alimento funzionale cardioprotettore, favorisce la sintesi di VEGF, il più importante fattore di crescita vascolare, e la parkina una proteina che rimuove i mitocondri danneggiati da un infarto e favorisce la sopravvivenza delle cellule del cuore.

«È dal 2012 che lavoriamo a questo progetto in collaborazione con una grande impresa alimentare. Prima di questo studio non esisteva evidenza che un alimento a basso indice glicemico, come la pasta, fosse così efficace nel veicolare una dose efficace (3%) di beta-glucano d’orzo, una chiave naturale per innescare la sintesi nel cuore di fattori protettivi che altrimenti richiederebbero approcci più invasivi per essere espressi, come la terapia genica.

Con gli spaghetti anti-infarto si inaugura la filiera degli alimenti funzionali dedicati a chi è esposto a un rischio cardiovascolare» spiega il professor Vincenzo Lionetti, responsabile del Trancrilab.

«Lo spaghetto anti-infarto può essere un’innovazione interessante se pensiamo a quanto le patologie cardiovascolari siano diffuse e quanto questo alimento sia amato e consumato in Italia – commenta ancora la professoressa Ruggeri – L’idea di legare la protezione cardiovascolare a un cibo così amato, come gli spaghetti, è sicuramente vincente».

L’uovo sodo vegetale  

È il brevetto numero 100 dell’Università di Udine. Ha l’aspetto e le caratteristiche organolettiche sensoriali di un uovo sodo di gallina, è pronto al consumo, ma non essendo stato ottenuto da nessun animale è adatto anche alla dieta vegana e per chi soffre di ipercolesterolemia, non contenendo grassi animali.

È stato ottenuto grazie al lavoro di 4 studentesse del corso di laurea magistrale in Scienze e tecnologie alimentari ed è costituito interamente da ingredienti di origine naturale e vegetale, per lo più di natura proteica, in particolare grazie alla miscelazione di farine di diversi legumi, oli vegetali, un gelificante e un sale speciale.

Il brevetto, adesso, ha iniziato l’iter di commercializzazione con la presentazione alle aziende potenzialmente interessate ad acquisire il procedimento per ottenere questo nuovo prodotto alimentare e quindi lo scaling-up del processo a livello industriale.

A tale proposito chiarisce la dottoressa Francesca Zuccolo, una delle autrici del progetto e portavoce delle sue colleghe: «Questo progetto non è nato nell’ambito della ricerca universitaria, ma durante un esame curricolare di Principi di Formulazione, dopo il quale siamo state spronate a non abbandonare la nostra idea, ma anzi a valorizzarla e a concretizzarla. È nato come “uovo sodo vegano”, ma a noi piace definirlo “uovo sodo vegetale”, per il semplice fatto che non è un alimento che può essere consumato esclusivamente da chi sceglie di avvicinarsi alla dieta vegana, ma anche e soprattutto dalle persone che non possono consumare uova sode animali, per motivi di salute».

«L’idea dell’uovo sodo vegetale è curiosa, di sicuro impatto per il consumatore, ma forse può creare qualche confusione. L’uovo di gallina è un ottimo alimento: ricco di proteine di qualità, di vitamine e con poche calorie. Mi domando quali saranno le caratteristiche nutrizionali dell’uovo vegano ed è importante allora che il consumatore venga ben informato delle differenze tra i due prodotti» commenta la dottoressa Ruggeri.

Cioccolato ipocolesterolemizzante  

Cioccolatini fondenti arricchiti con fitosteroli: è questo il progetto finale di Dottorato di ricerca della Dott.ssa Roberta Tolve, condotto presso l’Università degli Studi della Basilicata. Tale progetto, coordinato dal tutor Prof.ssa Fernanda Galgano, della Scuola di Scienze Agrarie, Forestali, Alimentari ed Ambientali (SAFE) e dai cotutors Prof. Fabio Favati (Università di Verona) e Dott.ssa Marisa Carmela Caruso (SAFE), è stato premiato a livello nazionale per la migliore qualità scientifica della ricerca di base e per l’applicabilità industriale, nell’ambito dell’iniziativa «What for» promossa da Federalimentare (Federazione Italiana dell’Industria Alimentare) in collaborazione con la Rete Nazionale dei Corsi di Dottorato di Ricerca in Food Science Technology and Biotechnology, durante il XXII Workshop nazionale dal tema «Developments in the Italian PhD Research on Food Science Technology and Biotechnology».

«Per quanto riguarda i cioccolatini ipocolesterolemizzanti – sottolinea la dottoressa Ruggeri – forse più che abituarsi al pezzetto di cioccolato fondente per risolvere il problema del colesterolo sarebbe meglio imparare a mangiare in modo più sano e a fare una vita attiva».

«Grazie all’impiego della microincapsulazione sono stati prodotti, in pratica, dei cioccolatini contenenti fitosteroli microincapsulati, stabili dal punto di vista ossidativo e ben accetti dai consumatori- spiega la Prof.ssa Fernanda Galgano che aggiunge- assumendo 10 g ogni giorno di questi cioccolatini fortificati al 15% con fitosteroli micro incapsulati, si riesce a soddisfare fino al 25-30% dell’intake di fitosteroli raccomandato per osservare un effetto ipocolesterolemizzante. Per poter ottenere un prodotto commercializzabile, in ottemperanza al Regolamento (CE) n. 258/97 del Parlamento europeo sui nuovi prodotti e sui nuovi ingredienti alimentari, sarà peraltro necessario effettuare studi di valutazione degli effetti in vivo e a lungo termine legati all’assunzione del nuovo alimento funzionale».

Bone Bone, la merendina a favore delle ossa  

Quasi 10 anni fa, alcuni studenti dell’Università Federico II di Napoli misero a punto una merendina («Bone Bone», alla lettera «osso buono») costituita da due fette di pan di spagna con al centro una crema a base di yogurt ricca di sostanze come l’inulina, capaci di favorire l’assorbimento del calcio, e contribuendo alla salute delle ossa. Che ne è stato di tale invenzione che valse ai giovani ricercatori il premio Trophelia Italia per l’innovazione alimentare?

Spiega la dott.ssa Assunta Siani, portavoce del team che si autodefinì SAS (Studenti Alimenti e Salute): «All’epoca eravamo studenti e da studenti vincere un premio nel tuo campo, dove competono le migliori università italiane, ti entusiasma. Il nostro entusiasmo, purtroppo, si é scontrato con uno scarso supporto di tipo formativo, logistico e\o strutturale e finanziario, nel momento in cui abbiamo provato a realizzare concretamente il prodotto».

 

fonte: http://www.lastampa.it/2017/12/04/scienza/benessere/dagli-spaghetti-antiinfarto-alle-merendine-contro-losteoporosi-brevetti-di-cibi-prosalute-i0B34FGyioaNlz7cvQx6oJ/pagina.html

Chilometro zero, perché scegliere il produttore più vicino

 

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Chilometro zero, perché scegliere il produttore più vicino

Il mercato e le politiche commerciali delle grandi multinazionali del cibo dilatano la distanza geografica tra il produttore e il consumatore. La società contemporanea è governata dal potere delle aziende che producono alimenti e che regolano l’import/export di cibi standardizzati e di scarsa qualità. Così facendo, le nostre tavole accolgono una sovrabbondanza di cibo privo di gusto, coltivato in media a 2000 chilometri di distanza.

L’area di produzione degli alimenti deve tornare a essere coincidente o quasi con i luoghi in cui gli stessi venivano consumati, per tutelare la tradizione culinaria locale e per abbattere la soglia dell’inquinamento ambientale.

Tornare a un atteggiamento di ricerca del cibo nelle aree limitrofe all’abitazione induce a un riequilibrio degli usi alimentari e a un rapporto con il territorio non esasperato dalla produzione intensiva. La vendita di cibo nei supermercati, in una realtà centralizzata e isolata, raggiungibile spesso solo con la macchina denuncia l’impossibilità del consumatore di essere educato a scegliere e a usare il cibo. Nei supermercati gli alimenti sfilano sotto gli occhi delle persone tutto l’anno, con pochissime variazioni stagionali, con una disponibilità assolutamente sovradimensionata per il singolo compratore. Ciò non avviene nei mercati in cui il consumatore instaura un contatto diretto (fisico e visivo) con il cibo, raramente confezionato e quasi mai fuori stagione.

La diffusione nei cosiddetti farmer’s market dei prodotti a filiera corta o a chilometro zero è una politica economica mirata alla gestione della produttività locale e alla rivalutazione di un sistema produttivo di qualità. Si definisce a chilometro zero il cibo che viene prodotto e venduto nello stesso luogo (o poco distante), in cui la compra/vendita è gestita dal produttore senza passare per uno o più intermediari. Per esempio, nella filiera agroalimentare la frutta e la verdura vengo coltivate da un agricoltore, lavate e pulite da una seconda azienda, confezionate in un altro stabilimento e da questo con un’azienda trasportatrice vengono distribuite nei vari ingrossi alimentari. Quando questa merce non arriva dall’estero, comunque non è soggetta alla vendita diretta perdendo così la freschezza e la qualità di un prodotto appena colto.

Ovviamente la società e le nostre abitudini alimentari, tarati su un apporto nutrizionale proveniente da una dieta varia, non ammettono in assoluto il sistema commerciale a chilometro zero. Non è pensabile che le banane, o rimanendo in ambito nazionale il Parmigiano Reggiano e il pomodoro pachino, vengano consumati solo dagli abitanti delle strette aree limitrofe, quanto invece è possibile e necessario ridurre drasticamente i trasporti delle derrate alimentati. L’Italia è produttrice di una grande varietà di mele, nei supermercati però vengono vendute anche quelle provenienti dalla Cina, prodotte a 8.100 chilometri (Food Miles) di distanza. Così pure per le arance spagnole (1.800 chilometri), il grano ucraino (1.675 chilometri) o canadese (6.727 chilometri), gli asparagi peruviani (10.000 chilometri) e il kiwi neozelandese (18.600 chilometri).

Su questo tema c’è chi ritiene che la distribuzione commerciale crei ricchezza, vietando quindi il traffico alimentare ai popoli si sottrae loro la disponibilità di cibo, oltre al fatto che non sia eticamente corretto che olio italiano possa fare il giro del mondo mentre questo viene impedito, per esempio, al vino cileno o all’uva sudafricana. Bisogna riconoscere che non tutte le aree del nostro pianeta producono cibo a sufficienza per sfamare le popolazioni autoctone, quest’ultime devono essere sostenute nell’approvvigionamento delle risorse alimentari. Questo però non il caso dell’Italia. Proprio perché l’Italia è in grado di fornire cibo alla popolazione insediata, garantendo una dieta varia e un apporto nutrizionale bilanciato, non è necessario incrementare le importazioni alimentari nel nostro territorio ma sviluppare i mercati locali per la distribuzione di cibi freschi e di qualità.

Secondo l’Aci, nel 2012 in Italia l’85,5 per cento del trasporto delle merci è avvenuto su strada con autocarri. L’uso di veicoli gommati comporta l’incremento dei consumi dei carburanti, la congestione del traffico, l’inquinamento atmosferico e acustico e anche una cospicua percentuale di perdita dei prodotti. Ciò avviene su qualsiasi prodotto, ma sulla commercializzazione del cibo è intollerabile.

Le emissioni di CO2 delle arance che arrivano su strada dalla Spagna rilasciano nell’atmosfera 245 KgCO2, l’aglio pakistano compie 3.300 chilometri emettendo 1.185 KgCO2 per viaggio aereo. I dati Istat riportano che solo nel 2013 sono arrivate in Italia 1miliardo di tonnellate di merce da tutto il mondo. La somma dei trasporti per tutti paesi del mondo lasciano solo immaginare quante emissioni inquinanti ogni anno vengono rilasciate nell’atmosfera.

La globalizzazione e i liberi mercati degli agricoltori sono un fenomeno che difficilmente avrà un’inversione di marcia, almeno non a breve termine. Frenare il traffico alimentare è possibile perché è una scelta che ognuno di noi può fare singolarmente, producendo effetti benefici per tutti. In un report del marzo 2014, Coldiretti afferma che la compra/vendita di prodotti a chilometro zero nei mercati degli agricoltori è aumentata del 67 per cento a fronte di un calo del 4 per cento delle vendite a causa della crisi.

Al giorno d’oggi pensare a una distribuzione del cibo solo a chilometro zero è una ideologia radicale poco applicabile a un contesto globale. Il pianeta ha bisogno di una cura concreta e unitaria contro l’inquinamento e contro la malnutrizione. Scegliere un’alimentazione quanto più possibile a chilometro zero è sostenibile, restituisce agli agricoltori la gestione della filiera alimentare e ci nutre con prodotti più sani. I vantaggi sono per tutti, pianeta compreso.

fonte: https://opinionedellacastagna.com/2016/12/15/chilometro-zero-perche-scegliere-il-produttore-piu-vicino/