Cannabis contro il cancro, nuove importanti scoperte

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Cannabis contro il cancro, nuove importanti scoperte

Un nuovo studio conferma che i cannabinoidi possiedono spiccate proprietà antitumorali, senza danneggiare le cellule sane.

Che i principi attivi contenuti nella #cannabis abbiano proprietà terapeutiche è un fatto ormai acclarato, tanto che numerose nazioni di tutto il mondo – tra cui l’Italia – hanno ormai aperto ai derivati della canapa per uso medico. Diverse ricerche effettuate da più parti sostengono che i cannabinoidi possano essere un valido alleato per sconfiggere il cancro, e va in questa direzione anche un team di ricerca dell’Istituto Oncologico di Vojvodina e dell’Università di Novi Sad (Serbia) che ha passato al setaccio diverse ricerche nelle quali sono state investigate le proprietà antitumorali della cannabis, sia in ambito clinico che preclinico.

I cannabinoidi potrebbero aiutare a sconfiggere i tumori, in quanto possiedono una notevole azione anticancro e spingerebbero le cellule malate a morire, senza intaccare quelle sane.

L’azione della canapa

La Cannabis sativa, ovvero la varietà utilizzata anche con scopo ludico, contiene più di 100 cannabinoidi, alcuni dei quali – i cosiddetti endocannabinoidi o cannabinoidi endogeni – vengono prodotti anche dalle cellule dei mammiferi. Questi avrebbero un effetto citotossico, condurrebbero le cellule tumorali all’apoptosi, ovvero al “suicidio cellulare”. Ma non è finita: i cannabinoidi avrebbero inoltre la proprietà di contrastare la proliferazione delle cellule tumorali, la metastasi, caratteristica che rende ancora più pericolosi e letali i tumori.

Scarso utilizzo in ambito oncologico

Nonostante diverse ricerche abbiano evidenziato le proprietà antitumorali dei cannabinoidi, questi fino ad oggi hanno trovato scarso utilizzo sui malati oncologici.

L’impiego della cannabis per lenire i sintomi derivanti dalle terapie antitumorali o del #Cancro stesso è sostenuto da un’ampia letteratura scientifica, ma secondo il prof. Leslie Mendoza Temple, direttore della “Pritzker School of Medicine” dell’Università di Chicago, ci sarebbero diversi elementi che fanno ipotizzare che i cannabinoidi potrebbero essere utilizzati nella cura del cancro stesso.

I ricercatori che hanno condotto lo studio, Višnja Bogdanović, Jasminka Mrdjanović e Ivana Borišev, sostengono che dovrebbero essere effettuate nuove approfondite ricerche per valutare su base statistica gli effetti della cannabis in questo ambito, da soli e parallelamente alle terapie classiche [VIDEO].

Tratto dalla rivista scientifica The Journal of Alternative and Complementary Medicine.

Cannabis, fake news e post-verità: la grande truffa dell’informazione al servizio di lobby e multinazionali

 

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Cannabis, fake news e post-verità: la grande truffa dell’informazione al servizio di lobby e multinazionali

Sono passati 80 anni esatti da quando l’America diede il via al Marijuana Tax Act nel 1937, accompagnato da una vergognosa campagna di stampa. Ma le bugie sulla cannabis, almeno quelle create ad arte appositamente per screditare questa pianta agli occhi dell’umanità, iniziarono ben prima.

Erano i primi del 1900 in America quando in Texas e Louisiana iniziarono a diffondersi le piantagioni di cannabis ed i suoi fiori venivano fumati da giovani viaggiatori, dai messicani residenti e dal nascente movimento della musica jazz. Nel 1910 i bollettini della Commissione per la Sanità Pubblica di New Orleans scrivevano ripetutamente che la “marijuana è la più pericolosa sostanza mai apparsa nella zona ed i suoi nefasti effetti possono trasformare i buoni uomini bianchi in neri e cattivi”. Erano gli anni in cui stava iniziando un’ossessiva campagna mediatica che portò nel 1915 al bando di uso e possesso di marijuana a El Paso (Texas), Utah e California, seguiti da altri 14 stati entro il ’29. Per la prima volta la stampa nazionale si occupò della questione, diffondendo le allarmanti notizie fornite dall’appena fondato Federal Bureau of Narcotics (FBN) nel 1930. Harry Anslinger, neo-direttore, iniziò la schedatura di decine di musicisti jazz di colore, fornendo al Congresso regolari relazioni sui pericoli della diffusione dell’uso di cannabis, rea di provocare “musica satanica” e “rapporti sessuali tra donne bianche, negri e messicani”.

La campagna di Anslinger e del FBN, appoggiata dal gruppo editoriale di proprietà di W.R. Hearst, portò all’approvazione da parte del Congresso del Marijuana Tax Act. I titoli cubitali dei giornali parlavano di “negri che violentano donne bianche sotto l’effetto della marijuana” e di numerosi incidenti automobilistici causati dall’ “erba assassina”. Documentari come Refeer Madness e Marihuana, the Assassin of Youth, vengono proiettati nelle scuole. Usando in modo ripetivo e persuasivo l’oscuro termine slang messicano, la parola marijuana viene così introdotta per la prima volta nel lessico inglese, cancellando dalla memoria collettiva i termini molto più familiari di cannabis e hemp. Intanto, accanto alle bugie sulla cannabis si palesano gli interessi industriali di chi era interessato a cancellare questa pianta dalla faccia della terra.

Jack Herer racconta in “The Emperor wear no clothes” che: “Dal 1935 in poi il Bureau ha attivamente ri-scritto la storia della canapa demonizzando la cannabis, un’attività innescata dall’avidità monopolistica e dall’insicurezza economica di alcune industrie finanziariamente minacciate”. Il “Bureau”, al quale si riferiva era il Federal Bureau of Narcotics (FBN), che operava sotto il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti. A quel tempo il segretario del Tesoro era Andrew Mellon, un potente industriale ben noto al tempo per la sua attività di lobbista. Fu proprio lui a nominare Henry Anslinger (il marito di sua nipote) a capo del FBN; e Anslinger non perse tempo: l’Ufficio di presidenza creò l’ormai celebre Marihuana Tax Act che pose tutti i coltivatori di canapa sotto il controllo dei regolamenti del dipartimento del Tesoro per limitare e, infine, vietare la coltivazione e la produzione.

La situazione italiana
In Italia fu il Fascismo ad inaugurare la lunga stagione del proibizionismo, i cui strascichi si trascinano fino ad oggi. Negli anni trenta infatti il regime fascista di Benito Mussolini dichiarò l’hashish “nemico della razza” e “droga da negri”, dando così l’avvio ad una campagna nazionale contro una sostanza poco nota in Italia, usata sporadicamente solo da alcuni medici. Nel 1931 Giovanni Allevi dava alle stampe un libro studiato poi dai laureandi in medicina degli anni della guerra, Gli Stupefacenti, dove la tossicomania veniva presentata come un problema razziale.
Il primo intervento legislativo italiano in materia di stupefacenti fu la legge n.396/1923, “Provvedimenti per la repressione dell’abusivo commercio di sostanze velenose aventi azione stupefacente” che puniva, con pene detentive brevi, la vendita, la somministrazione e la detenzione di tali sostanze da parte di persone non autorizzate nonché, con una multa, la partecipazione “a convegni in fumerie” adibite all’uso di stupefacenti. Successivamente, la legge n.1145/1934 contenente “Nuove norme sugli stupefacenti”, introdusse il “ricovero coatto” dei “tossicomani” in “case di salute”.

Le bufale recenti
Nel nostro Paese, anche in anni recenti, le bugie, falsità ed inesattezze sulla cannabis vengono spesso riprese e riportate dai media mainstream, che sia per superficialità o per mal celata voglia di disinformare poco importa, visto che l’effetto è lo stesso. Dalla questione dell’Amnesia su cui ha sguazzato un po’ tutta la stampa nazionale, a quella della cannabis Ogm (qui e qui un paio di esempi) per arrivare al “coma per overdose di hashish” o alla terribile nuova e devastante droga, nientemeno che il THC, andata in onda sul TG3 regionale del Piemonte, gli esempi non mancano. Smentirle serve per segnalare ciò che accade, ma quando certe notizie iniziano a girare, il danno ormai è già stato fatto. Per Giulio Andreotti la smentita “è una notizia data due volte”, una verità fatta propria da Silvio Berlusconi pochi anni più tardi al quale non importava che i concetti che ripeteva ossessivamente dalle sue televisioni fossero veri o meno, perché con la ripetizione sarebbero diventati veri per le persone che ascoltavano, anche se non lo erano affatto.

Cannabis, fake news e post-verità
Oggi, catapultati in questo mondo che di colpo ha scoperto la “post-verità“, non è poi cambiata di molto la situazione. Frottole, bugie, bufale, falsità e fake news ci sono sempre state, la differenza è che con internet, per le istituzioni che hanno sempre cercato di controllare e dirigere l’informazione, il compito è ormai quasi impossibile.
La seconda constatazione è che le fake news create ad arte, come ad esempio quelle che leggiamo da un secolo sulla cannabis, sono ben differenti dalle semplici bugie. Come ha raccontato Laurie Penny su l’Internazionale, “Secondo il filosofo statunitense Harry Frankfurt, la differenza tra un bugiardo e un artista della stronzata è che il bugiardo ha un minimo di rispetto per la verità. Il bugiardo sa bene qual è la realtà, ma vuole che chi lo ascolta creda il contrario. All’artista della stronzata, invece, la verità non interessa: ha rinunciato alla cittadinanza di quella che l’amministrazione Bush aveva goffamente definito “la comunità basata sulla realtà”. Il bugiardo vuole nascondere la verità, mentre l’artista della stronzata vuole distruggere il concetto stesso di verità, non vuole ingannare ma solo confondere e controllare”.

In Italia una delle prime prese di posizione è stata quella del presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella, che in un’intervista al Financial Times, ha affermato che “contro la diffusione delle false notizie serve una rete di organismi nazionali indipendenti ma coordinata da Bruxelles e modellata sul sistema delle autorità per la tutela della concorrenza, capaci di identificare le bufale online che danneggiano l’interesse pubblico, rimuoverle dal web e nel caso imporre sanzioni a chi le mette in circolazione”.
La prima reazione è arrivata da Beppe Grillo, che, in un post sul suo blog intitolato “Post verità Nuova inquisizione” attacca i “nuovi inquisitori” che “vogliono un tribunale per controllare il web e condannare chi li sputtana”.
Per il presidente dell’Antitrust la soluzione sarebbe dunque una sorta di ministero della Verità, come quello vagheggiato da George Orwell in 1984. Ma chi controllerebbe il controllore? E chi controlla che, come nel caso della cannabis, non stia giocando sporco per fare i propri interessi?

tratto da: http://www.dolcevitaonline.it/cannabis-fake-news-e-post-verita-la-grande-truffa-dellinformazione/

Cannabis terapeutica? Non è una novità: dal 1850 al 1937 è stata la principale medicina per più di 100 malattie… Poi le multinazionali hanno stabilito che faceva male …ai loro affari!

 

Cannabis terapeutica

 

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Cannabis terapeutica? Non è una novità: dal 1850 al 1937 è stata la principale medicina per più di 100 malattie… Poi le multinazionali hanno stabilito che faceva male …ai loro affari!

Dal 1850 al 1937 la Cannabis è stata la principale medicina per più di 100 malattie !!

L’Italia in quegli anni era il secondo produttore mondiale, poi come al solito arrivarono gli americani, ci occuparono militarmente chiamandola liberazione, poi bruciarono i campi di cannabis e cominciarono a vendere vaccini e medicine.

La marijuana è davvero una medicina?” E’ una domanda che alcune persone ancora si chiedendo, quindi ecco un po ‘di storia di come la marijuana è stata utilizzata nel corso della storia.

Il più antico uso documentato di marijuana (cannabis) come medicina risale a circa 2900 aC in Cina.

1850-1937: molte preparazioni di marijuana brevettate sono state vendute nelle farmacie.

1851: La cannabis è stata inclusa nella farmacopea degli Stati Uniti, il libro usato per identificare e standardizzare farmaci in uso medico.
La marijuana è stata indicata come utile per il trattamento di numerose affezioni, tra cui: nevralgia, alcolismo, dipendenza da oppiacei, il tetano, tifo, colera, dissenteria, la lebbra, incontinenza, gotta, disturbi convulsivi, tonsillite, la pazzia, e eccessivo sanguinamento mestruale.
Le forniture (fiori indica) utilizzati nella fabbricazione del medicinale provenivano principalmente dall’India. Queste forniture sono state interrotte dalla Prima Guerra Mondiale

1913: il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti ha annunciato che era riuscito a coltivare cannabis nazionale di parità di qualità della canapa indiana. Nel 1918, circa 60.000 piante sono state prodotte ogni anno, provenienti da aziende farmaceutiche.

Dal 1920 al 1940: Reefer Madness è nato. Guidato da industriali, razzisti e media delle forze dell’ordine hype il pubblico risponde con isteria di massa sui pericoli della marijuana per la società.
Il divieto dell’alcool finì e la marijuana cominciò a prendere il suo posto.

1937: L’American Medical Association si oppose al passaggio della Marijuana (Timbro) Tax Act, che paga medici, farmacisti e produttori per le vendite. I francobolli richiesti erano costosi da acquistare e solo pochi furono emessi, scoraggiando le persone coinvolte nella vendita di cannabis. I prodotti della cannabis scomparvero dagli scaffali delle farmacie e nel 1943 la cannabis fu rimossa dalla Farmacopea.

1970: La marijuana diventa illegale e classificata al fianco dell’ eroina come droga (Tabella I), una classe di farmaci che si ritiene abbiano NO valore medicinale.

1976: I governi federali riconoscono che la marijuana ha un’uso medicinale. Il Programma Investigational New Drug (Compassionate Use) (IND) è stato creato per consentire a Robert Randall di usare la marijuana per curare il suo glaucoma. Altri pazienti si iscrivono e ricevono anche 300 laminati di sigarette di marijuana al mese per curare le loro condizioni.

1978: I singoli Stati cominciano a riconoscere la marijuana come medicina utile. Il Nuovo Messico diventa il primo stato di creare un programma di marijuana medica.

1980: Marinol, una versione sintetica del THC è una corsia preferenziale come un farmaco di prescrizione, soprattutto per l’AIDS e pazienti affetti da cancro.

1990s – Scienziati scoprono due tipi di recettori cannabinoidi nel cervello umano (CB1 e CB2), che attenuano gli effetti del THC.

1992: Il “sistema cannabinoide naturale Scienziati” scoprono endocannabinoidi nel corpo. La ECS controlla le funzioni del sistema nervoso centrale e periferico, assunzione di energia, lavorazione e stoccaggio, la risposta immunitaria, la riproduzione e il destino delle cellule del sistema produttivo.
Una nuova era per la ricerca medica ha inizio !

1999: Il programma IND viene chiuso a nuovi candidati (da parte del presidente Ronald Reagan) dopo troppi centinaia di pazienti applicata. Anche se ufficialmente terminata, i 13 restanti pazienti continuarono a ricevere la marijuana emessa dal governo

2000: I legislatori dell’Hawaii riconoscono che la marijuana è un medicina e creano la Medical Marijuana Program.
Condizioni qualificanti sono: cancro, glaucoma, HIV (+) Stato, malattia cronica o debilitante: forti dolori, nausea, convulsioni (epilessia), gravi e persistenti spasmi muscolari (da sclerosi multipla o il morbo di Crohn), una grave debolezza, malnutrizione o perdita di peso (sindrome da deperimento e cachessia).

2003: Il Dipartimento di Salute e Servizi Umani ricevette Cannabinoidi brevettati (brevetto (US 6.630.507 B1) per l’uso terapeutico di “cannabinoidi come antiossidanti e neuroprotectants, suggerendo che può essere utile nel trattamento di malattie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer.”

OGGI (2015): le pratiche molte mediche includono

MARIJUANA COME MEDICINA

In Israele, la terapia cannabis è integrata in contesti clinici, ospedalieri, e la casa di cura. In Canada, i medici possono approvare una specifica quantità di cannabis per i loro pazienti, che viene consegnata a casa loro. Sono dieci i farmaci a base di sostanze chimiche presenti nella pianta di cannabis.

Negli Stati Uniti: 23 Stati hanno programmi di marijuana medica. Il Dipartimento della Salute ha assunto l’amministrazione del programma di Medical Marijuana delle Hawaii, facendo subito miglioramenti.

Operatori sanitari stanno cercando di educare gli altri operatori sanitari e pazienti. Ciò include il lavoro della Compagnia di Cannabis medici, Nursing Association cannabis, e il Gruppo Pazienti Uniti.

Così, ora se qualcuno ancora vi chiede se la marijuana è davvero una medicina si prega di dire loro che questa domanda è stata risposta molto tempo fa ….!!!

fonte articolo: http://mcchi.org/is-it-really-medicine-a-not-so-brief-but-interesting-history-of-medical-marijuana/

 

DA ALTRAREALTA’

Usi terapeutici della Cannabis

Non dovevo occuparmene più mi ero promesso di regalare alla pianta più boicottata dell’umanità un meritato e doveroso riposo. Invece…parlando con diverse persone ho potuto constatare quanto sia ancora radicata la disinformazione sulla canapa. Una disinformazione medica che mi ha costretto a riprendere in mano la questione e trattare una volta per tutte l’aspetto forse più importante della pianta: quello terapeutico.
A tal proposito esiste una documentazione faraonica: libri, articoli, antichissimi erbari, ricerche e pubblicazioni scientifiche, esperienze di volontari, ecc.
Tutto testimonia a favore della cannabis nella cura di patologie che vanno dai dolori muscolo-scheletrici, al glaucoma, dall’anoressia e depressione a malattie tremende come epilessia e sclerosi multipla, per non parlare del validissimo aiuto nell’alleviamento degli effetti secondari dei trattamenti chemioterapici nel cancro, come nausea e vomito, e negli stati debilitanti in caso di deficit immunitario
I risultati sono così entusiasmanti che oggi sperimentazioni mediche controllate sono iniziate in Stati Uniti, Germania, Spagna, Inghilterra, Belgio, Israele, Olanda e Canada. In quest’ultimo paese addirittura, l’Associazione Medica che riunisce tutti i 52 mila medici canadesi vorrebbe rimuovere dal codice penale l’uso personale della cannabis e sostituirlo con una semplice ammenda[1].
Cosa dire poi del recentissimo studio sull’abuso della droga da parte di una Commissione governativa inglese la cui conclusione è a dir poco incredibile: “Lo spinello dà meno assuefazione delle sigarette e dell’alcol[2]”. Non solo, il gruppo di esperti incaricati dal Ministro dell’Interno britannico per valutare i pro e i contro di un alleggerimento della legge sulle sostanze illecite, sostiene che la cannabis potrebbe addirittura fare bene alla salute: “l’azione cardiovascolare – spiega il rapporto – è simile agli effetti dell’esercizio fisico”.
Ma cosa sta succedendo?
Una delle piante più antiche viene prima messa al bando rendendola illegale per decine di anni – paragonata ad una droga tossica e pericolosa per la salute – per poi saltare agli onori delle cronache vivendo oggi un periodo di quasi religiosa redenzione.
Una redenzione ostacolata da pochi e osannata da molti per via delle altre numerose applicazioni pratiche da guinness dei primati. Dalla canapa infatti oltre a medicinali che funzionano, e questo basterebbe, si possono ottenere: carta indistruttibile, materiale tipo plastica, coloranti, solventi, tessuti resistentissimi, cordame e molto altro ancora. Per questo, molto probabilmente, è stata oggetto della più grande opera di boicottaggio mai realizzata nella storia a noi conosciuta. Una fitocospirazione da fantascienza, che se non lo avete ancora letto vi consiglio di farlo al più presto (Cannabis connection)
Questo recente riconoscimento è la presa di coscienza di un errore passato di proibizionismo gratuito – anche se di gratuito non ha proprio nulla – o la riabilitazione obbligatoria per via di un numero sempre maggiore di utilizzatori e di prove della sua efficacia, almeno in termini medici? La cosa certa è che oggi chi giova di tutto questo, tranne pochissime persone autorizzate dai rispettivi governi a fumarsi la “piantina”, sono le corporazioni chimico-farmaceutiche che approfittando della situazione stanno commercializzando prodotti di sintesi, i cosiddetti analoghi, che emulano il principio attivo della cannabis: il THC. Una emulazione che vedremo in seguito presenta qualche piccolo inconveniente.
Prima però osserviamo a livello fisiologico come agiscono questi cannabinoidi “colpevoli” degli eccezionali risultati terapeutici.
Il THC, come abbiamo detto è il principio attivo della cannabis, cioè quello che agisce direttamente sull’organismo. Per essere più precisi interagisce con un sistema detto cannabinoide[3] normalmente presente nel corpo umano, e produce i suoi effetti agendo sui recettori del sistema. I recettori sono delle proteine molto speciali che si trovano sulle superfici di determinate cellule. La droga, in soldoni, forma una specie di ponte, un legame con queste proteine e per così dire attiva delle funzioni cellulari interne molto precise. Sono stati identificati due tipi di recettore: il CB1 e il CB2.
I CB1 sono presenti sui neurociti encefalici e spinali come in certi tessuti periferici; i CB2 si trovano principalmente sulle cellule del sistema immunitario ma non nel cervello[4].
Questo è molto interessante: abbiamo recettori della cannabis sul cervello e addirittura nel sistema immunitario[5].
Per dover di cronaca è doveroso anche sottolineare che non esiste solo il THC, questo indubbiamente è il più famoso e il più presente nella pianta, ma esistono oltre 60 cannabinoidi diversi l’uno dall’altro. Al momento attuale non si sa molto sulle proprietà di questi cannabinoidi se non che sembrano essere privi di effetti psicoattivi e/o psicotropi sul cervello. Quindi l’ipotesi che anch’essi influenzino positivamente gli effetti terapeutici della cannabis senza però interferire sul comportamento umano non è da scartare.
In definitiva questi cannabinoidi di origine naturale interagiscono con parecchie funzioni organiche e sono in grado tra le altre cose di bloccare la liberazione dell’acido glutammico, il principale neurotrasmettitore implicato nella patogenesi dell’ictus[6]; liberare dopamina, un altro importantissimo neurotrasmettitore collegato alla capacità di controllare i movimenti, e tanti altri aspetti più sottili che sono in fase avanzata di studio. A proposito di studi: prima ho accennato alle numerose sperimentazioni che si stanno facendo in tutto il mondo. Bene. Le sperimentazioni per chi non lo sapesse sono sempre costosissime, e nessun istituto di ricerca si sognerebbe di spendere soldi senza la certezza matematica di un notevole tornaconto. Un tornaconto che si materializza molto spesso in un farmaco o una terapia. Nel caso della cannabis abbiamo, per il momento, due tornaconti sintetici: Dronabinolo e Nabilone. Ce ne sarebbero altri, come il Levonantradolo, l’HU-210, il SR141716A, ecc. ma per il momento sono disponibili solo per usi sperimentali. Per il momento però. Domani…è un altro giorno.
Il Dronabinolo, il cui nome commerciale è Marinol® è prodotto dalla Unimed Pharmaceuticals Inc., una compagnia della Solvay Pharmaceuticals Corporation. Il Nabilone detto anche Cesamet® è prodotto in Inghilterra dalla Cambridge Selfcare Diagnostics Ltd per conto della Eli Lilly & Corporation, quella del Prozac® per intendersi.[7]
Naturalmente a questo punto era d’obbligo spulciare i foglietti illustrativi di questi farmaci. Cosa secondo voi abbiamo trovato? Siamo sempre alle solite: svariati effetti collaterali! Fin qui nulla di strano, visto che non esistono medicinali di sintesi privi di controindicazioni. Però se vi dicessi che le reazioni avverse sono le stesse curate però dalla pianta naturale, come anoressia, depressione, astenia[8], la cosa non assume una aspetto tragicomico? Se uso per esempio la “cannabis sintesis” per aiutare un’astenia potrei vedere insorgere una depressione accompagnata pure da vertigini. Oppure, che ne so, per alleviare nausea e vomito provoco palpitazioni e/o ansietà. Interessante vero? Si cura da una parte e si pagano le conseguenze dall’altra! L’onnipresente rovescio della medaglia. Sicuramente il dritto sarà un basso costo di vendita al pubblico, giusto? Sbagliato. Una ventina di capsule di Cesamet® per esempio, costano 102 sterline circa[9]! E il Marinol è ancora più costoso[10]. Avete capito? Una singola pastiglia, per capirci, costa oltre 15mila di vecchie lire! Più che un dritto, mi sembra un altro rovescio! Il problema è che nessuno sta giocando a tennis, qui abbiamo a che fare con la vita e la salute, già precarie, di tantissime persone sofferenti.
Allo stato attuale quindi, abbiamo da una parte una pianta illegale a gratis che si potrebbe coltivare quasi ad ogni latitudine senza necessità di pesticidi e con un tempo di maturazione rapidissimo di pochi mesi, dall’altra dei prodotti sintetici che costano molto, richiedono diversi anni di studi e presentano inconvenienti secondari da non sottovalutare.
Cosa fare a questo punto? Legalizzare la pianta proibita per antonomasia, catalogata fin dagli anni ’60 nel campo delle “droghe senza alcun effetto terapeutico”[11], oppure continuare a non vederne i risultati in ambito terapeutico puntando esclusivamente nella chimica di sintesi? Secondo voi cosa opteranno i governi democratici dell’unione europea indirizzati magari dalle potenti corporazioni transnazionali della chimica e della farmaceutica? Una vaga idea io ce l’ho, non so voi…
Nessuno certamente vorrebbe una società in cui persone sane si spacciano per malati immaginari inventandosi patologie o peggio ancora falsificando esami per farsi prescrivere dal proprio medico una sigarettina farcita, o peggio ancora vedere malati che soffrono realmente di gravose patologie debilitanti che non possono utilizzare i derivati della cannabis se non da degenti ospedalieri, come sta succedendo oggi nel nostro paese. La farmacia del Policlinico Umberto I per esempio, ma questo è valido per tutti gli ospedali, può somministrare il farmaco derivato dal THC solo dopo il ricovero[12].
Non è questa una burocratica assurdità all’italiana?
Una persona in grado tranquillamente di seguire la terapia nella comodità del focolare domestico, magari con la vicinanza dei propri cari, si vede costretta a entrare nell’ambiente asettico e freddo di un nosocomio.
Speriamo allora che passi il recente Disegno di Legge che introdurrebbe l’uso terapeutico della cannabis. Questo almeno permetterebbe di trovare i fitofarmaci sintetici direttamente in farmacia, previa naturalmente ricetta di un medico del servizio sanitario.
Nell’attesa di questo Disegno concludiamo con una comparazione dal punto di vista pratico e farmacologico tra la pillola sintetica e la sempreverde pianta plurimillennaria.
Apro una parentesi doverosa perché i fattori influenzanti nel caso della cannabis naturale sono numerosissimi: stati d’animo della persona, quanto e come il fumo viene aspirato, quanta cannabis contiene la sigaretta, quanto THC è presente nella pianta, dal tipo di pianta, ecc.
Chiudiamo la parentesi e prepariamoci ad entrare in campo.
Il fumo di una sigaretta di cannabis rilascia in circolo oltre il 30% del THC totale, mentre per via orale, la pillola, è di 2 o 3 volte inferiore perché dopo essere stata assorbita attraverso l’intestino viene metabolizzata dal fegato prima di raggiungere il grande circolo[13].
Uno a zero per la cannabis e palla al centro. Per essere onesti ci sarebbe una punizione per la chimica se consideriamo le supposte rettali che bypassando il fegato permettono un maggior assorbimento del THC in circolo.
Una volta entrato nel torrente circolatorio il THC si distribuisce in tutto il corpo principalmente nel tessuto adiposo perché essendo liposolubile si scioglie solo nel grasso. Questa proprietà intrinseca della cannabis è un grosso limite per la formulazione dei preparati cannabinoidi, oltre a rallentare il loro assorbimento intestinale[14].
Due a zero e di nuovo palla al centro.
Per quanto riguarda gli effetti farmacologici della cannabis documentati finora sono relativi alle vie respiratorie. Uno studio del Western Journal of Medicine del 9 giugno 1993[15] afferma che chi fuma cannabis rischia malattie alle vie respiratorie per il 19% in più di chi non fuma, e che nessuna dipendenza e/o assuefazione fisica è stata dimostrata se non una sporadica dipendenza psicologica in alcuni soggetti. Dall’altra abbiamo gli effetti secondari del Marinol® e del Cesamet® visti prima.
Diamo un punto alla sintesi chimica perché non tutte le persone sarebbero disposte a utilizzare la pianta attraverso la sigaretta. Se però consideriamo che dei sessanta cannabinoidi naturali contenuti nella canapa, i prodotti farmacologici attualmente in commercio sono basati quasi esclusivamente nel Tetraidrocannabinolo (THC), l’unico con effetti psicotropi, tralasciando gli altri cinquantanove privi di attività sul cervello, è lecito pensare che al momento attuale la pianta potrebbe essere almeno sessanta volte più completa di qualsivoglia prodotto uscito da un laboratorio di ricerca. Calcolando infine i costi rispettivi decisamente incomparabili il risultato finale è di quattro a uno per la cannabis! Avrete capito che questa è una gara surreale perché se avvenisse realmente l’arbrito, rappresentato dalle lobby del farmaco, fischierebbe almeno due o tre rigori per la chimica espellendo magari qualche cannabinoide per “intervento” troppo deciso. Non ci resta che sperare quindi in una invasione di campo che metta fine una volta per tutte a questa assurda e controproducente rivalità.
Un “invasione pacifica” da parte di una maggiore consapevolezza che dia, anzi ri-dia, al malato il suo ruolo principale di essere vivente e che santifichi una volta per tutte uno dei diritti più importanti: quello della libera scelta terapeutica. Una scelta che spetta esclusivamente ai singoli individui e non alle organizzazioni sanitarie, tanto meno alle corporazioni; perché…una volta imboccata la strada terapeutica siamo noi a pagarne le conseguenze e/o goderne i benefici. Nessun altro!

Marcello Pamio

[1] ANSA 15 marzo 2002
[2] Il Corriere della Sera del 17 Giugno 2002
[3] Veniva usato per designare la famiglia delle sostanze chimiche presenti nella cannabis. Oggi abbraccia tutte le sostanze in grado di attivare i recettori.
[4] Uso terapeutico della cannabis. Il rapporto della Camera dei Lord –www.cgil.it/org.diritti/fuoriluogo/Rapporto.htm
[5] Idem
[6] Inserto Salute di Repubblica del 16 maggio 2002
[7] Uso terapeutico della cannabis. Il rapporto della Camera dei Lord
[8] Sito ufficiale MARINOL® www.marinol.com
[9] Uso terapeutico della cannabis. Il rapporto della Camera dei Lord
[10] Idem
[11] Inserto Salute di Repubblica del 16 maggio 2002
[12] Trasmissione Report del 18 febbraio 2002
[13] Uso terapeutico della cannabis. Il rapporto della Camera dei Lord
[14] Idem
[15] Tratto dal sito www.dica33.it

FONTE: http://altrarealta.blogspot.it/2017/10/usi-terapeutici-della-cannabis.html

Bedrocan: il farmaco a base di cannabis che sta facendo miracoli contro la sclerosi multipla, ma nessuno ne parla!

 

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Bedrocan: il farmaco a base di cannabis che sta facendo miracoli contro la sclerosi multipla, ma nessuno ne parla!

Sapete cos’è il Bedrocan? E’ un farmaco a base di cannabis che sta facendo miracoli, ridà dignità e sollievo ai malati di sclerosi multipla.
Di seguito la testimonianza, giunta a noi attraverso un commento, di una ragazza malata di Sclerosi multipla. Si tratta di uno dei cinque pazienti dell’ospedale di Casarano che stanno sperimentando la somministrazione del Bedrocan, nome medico della Cannabis Terapeutica. “Da quando ho cominciato a usarla, sono rinata”, scrive. Testimoniando il valore che la terapia assume nel miglioramentodella qualità della vita di chi si trova a combattere la difficile battaglia contro la malattia.
Gentile Redazione,
Mi chiamo Lucia,30 anni e vi scrivo dalla provincia di Lecce. Undici anni fa mi fu diagnosticata la Sclerosi Multipla. Vi scrivo in seguito al clamore suscitato dopo i vostri servizi sulla Cannabis Terapeutica che viene somministrata dall’Ospedale Ferrari di Casarano (LE). Al momento sono seguita dal centro SM dello stesso ospedale direttamente dai dottori Sergio Pasca e Roberto De Masi. Io sono una dei 5 “pazienti fortunati” che sta assumendo il Bedrocan (infiorescenze essiccate di Marijuana) con miglioramenti evidenti ed eclatanti nell’andatura,nei tremori,nei dolori,negli spasmi muscolari,nella rigidità,nell’appetito,nell’umore e nel miglioramento totale della qualità di vita.
Sono sempre stata una ragazza attiva,vivace e con la testa sulle spalle,fino a quando non mi è stata diagnosticata questa malattia che ovviamente ha condizionato ogni fase della mia vita. Nei vari anni ho provato tutti i farmaci convenzionali e non che vengono prescritti a coloro che si trovano nella mie condizioni: vari tipi di interferone, antidepressivi, antiepilettici, miorilassanti, immunosoppressori, vitamine, integratori…e chissà quanti altri.. Nel 2008 ho fatto un viaggio ad Amsterdam per testare personalmente le migliori varietà consigliate per la Sclerosi Multipla…ed è lì che ho potuto testare su di me gli effetti benefici della cannabis. A fine maggio di quest’anno,il centro SM dell’Ospedale Ferrari di Casarano,seguito dai dottori Pasca e De Masi,mi ha prescritto la prima ricetta per l’erogazione del farmaco: Bedrocan (a base di infiorescenze).
Prima di arrivare a questo farmaco però il protocollo prevede l’utilizzo di vari altri farmaci (miorilassanti etc.) che anziché calmare i dolori e gli spasmi,su di me non facevano altro che aumentare questi sintomi (per non parlare poi degli effetti collaterali di questi e di tutti gli altri farmaci che ho provato). Come ultima spiaggia, visto che non sto bene con nessun farmaco e visto che la regione Puglia ha approvato la cannabis terapeutica,sono stata ricoverata 6 giorni (come da protocollo) per iniziare questa nuova terapia (seguita sempre e costantemente dai dottori Sergio Pasca e Roberto De Masi).
Sono arrivata in ospedale che ero costretta a star seduta su una sedia a rotelle ormai e mi preparavo all’idea di doverla utilizzare per il resto della mia vita. Dopo 2 giorni di ricovero ho cominciato a bere tisane con la marijuana (somministrate in tre orari diversi della giornata). Il terzo giorno sono resuscitata (per richiamare una citazione delle “Sacre Scritture”). Sono infatti riuscita a lasciare la sedia e iniziare piano piano a camminare nuovamente sulle mie gambe (seppur con un aiuto affianco),avendo così la certezza che tale farmaco è l’unico in grado di sollevare oltre all’umore anche il mio fisico. Sono stata dimessa e mandata a casa con 6 confezioni di Bedrocan sufficienti a trascorre un mese di vita “normale” e ogni mese vado tranquillamente in farmacia (quella dell’Ospedale) a prendere il farmaco (previa ricetta del neurologo).
A questo punto la mia richiesta è semplice. Voglio dare la mia testimonianza di paziente affetta da una malattia gravemente invalidante,trentenne,nel pieno della vita…che ha trovato finalmente un sollievo alle sue sofferenze grazie al Centro SM di Casarano e all’enorme lavoro svolto da tutta l’equipe dei dottori Sergio Pasca e Roberto De Masi. Conosco perfettamente l’iter burocratico che bisogna affrontare affinchè questo farmaco possa giungere ai pazienti che attendono per mesi e mesi,in preda ai dolori e a sofferenze inimmaginabili. Un percorso esageratamente impervio,sia per i malati che per i medici.
Sarebbe fantastico informare tutti coloro che potrebbero usufruire di questo “farmaco” e soprattutto fare in modo che i centri come quello di Casarano abbiano più riflettori puntati addosso in modo da far emergere tutte le ottime attività che vengono svolte quotidianamente in favore dei pazienti affetti da questa e altre serie malattie. Non finirò di ringraziare chi si è impegnato per questa “battaglia”. Ci hanno donato la “libertà di cura”… e scusate se è poco.
Lucia
fonte: http://zapping2015.altervista.org/le-cose-che-nessuno-vi-dice-bedrocan-il-farmaco-a-base-di-cannabis-che-sta-facendo-miracoli-contro-la-sclerosi-multipla-ma-nessuno-ne-parla/

Negli stati dove è legale il 25% dei malati di cancro sceglie di usare la cannabis

 

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Negli stati dove è legale il 25% dei malati di cancro sceglie di usare la cannabis

 

Negli stati dove l’uso medico della cannabis è legale, un malato di cancro su quattro sceglie di utilizzarla e quasi tutti cercano informazioni maggiori sulle sue proprietà terapeutiche. Questa la conclusione di una ricerca scientifica condotta nello stato di Washington (Usa) su 926 pazienti affetti da tumore.

Lo studio, condotto da una equipe di sette ricercatori presso il National Carcer Institute di Seattle, ha analizzato pazienti di entrambi i sessi di età compresa tra i 46 e i 66 anni, attraverso la somministrazione di una serie di questionari, allo scopo di verificare il tasso di utilizzo e di interesse riguardo alla cannabis tra i malati.

222 pazienti hanno dichiarato di aver utilizzato cannabis nell’ultimo anno. Tra questi, 193 ne facevano uso circa una volta a settimana, e 124 una o più volte al giorno. Non solo attraverso l’inalazione – che rimane comunque il metodo di assunzione più diffuso – ma anche attraverso l’ingestione di cibi a base di cannabinoidi.

Quanto alle motivazioni dell’utilizzo: la maggior parte dei pazienti ha dichiarato di utilizzare la cannabis per il trattamento del dolore, ma non mancano i pazienti che la utilizzano per contrastare i problemi di stomaco generati dai cicli di cura e per combattere lo stress che li ha colpiti dopo la scoperta della malattia.

Il 26% dei malati che utilizzano la cannabis ha affermato di ritenere che essa sia anche un farmaco direttamente efficace contro il cancro e di essere convinti che il loro tumore stia indietreggiando proprio grazie ai cannabinoidi.

Uno studio, per stessa ammissione dei ricercatori, condotto su numeri troppo piccoli per avere la pretesa di trarre conclusioni scientificamente certe, ma sufficiente per dimostrare ancora una volta come molti malati ritengano di ottenere benefici di vario tipo dall’utilizzo di cannabis.

Tra i 936 malati analizzati oltre il 75% ha richiesto di poter avere altre informazioni sulle qualità terapeutiche della cannabis, mostrando interesse ad un suo utilizzo. Frenato, a quanto pare, dalla scarsa inclinazione a fornire informazioni in merito da parte dei medici, anche negli stati dove la sua prescrizione è perfettamente legale. Meno del 15% dei pazienti ha infatti dichiarato di aver avuto informazioni sulla cannabis da parte dei medici; tutti gli altri si informano grazie ad amici, altri malati, parenti o media.

 

tratto da: http://www.dolcevitaonline.it/negli-stati-dove-e-legale-il-25-dei-malati-di-cancro-sceglie-di-usare-la-cannabis/

14.000 anni di canapa italiana

 

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14.000 anni di canapa italiana

 

Proseguendo gli studi sugli aspetti storici delle piante psicoattive, e focalizzando ora l’attenzione sulla presenza della canapa in Italia, sono giunto all’elaborazione di una mappa, che presento in anteprima in questa sede, in cui ho riunito i più antichi ritrovamenti di questa pianta attestati dagli scavi archeologici. Le date presenti nella mappa sono da intendersi prima della nostra era (a.C.), ad eccezione di quelle indicate con “dc”, che sono evidentemente della nostra era.

Che la canapa fosse presente in Europa allo stato selvatico da molto tempo prima che l’uomo iniziasse a coltivarla, è confermato dalle analisi polinimetriche dei carotaggi ambientali (prelievi di campioni di suoli incontaminati dalle attività antropiche), e i dati più antichi, raggiungenti l’inizio dell’Olocene, sono per ora venuti alla luce proprio in Italia: nel lago di Albano, in provincia di Roma, con una datazione del 11.500 a.C., e nei fondali costieri dell’Adriatico centrale, con le prime datazioni all’11.000 a.C., in un tempo in cui il livello del mare era più basso di quello attuale (Mercuri et al., 2002); seguono la data del 9000 a.C. del Lago Grande di Monticchio (Potenza) (Huntley et al, 1996), e quella del 6800 a.C. nella regione del lago di Nemi (Roma) (Mercuri et al., 2002).

Quindi, la canapa è presente in Italia da almeno 13.500 anni, e ciò a discapito di quanto continuano a riportare diversi studiosi stranieri, ancora convinti che questa pianta sia stata portata dall’uomo dall’Asia in Europa in periodi posteriori. La realtà è che la canapa è presente da sempre, o per lo meno da un certo “sempre”, in Europa e nel Mediterraneo, così come in Asia.

Per i periodi successivi, siamo a conoscenza di ritrovamenti neolitici di polline di canapa in contesti perlopiù antropici, a indicazione di una sua probabile coltivazione. È il caso, ad esempio, del recente ritrovamento di polline di canapa in tre siti del Neolitico Medio (4500-4000 a.C.) dell’Emilia-Romagna, localizzati nelle aree attualmente occupate dai centri urbani di Piacenza (località Le Mose), Parma (via Guidorossi) e Forlì (via Navicella) (Marchesini et al., 2011-13), mentre in Lombardia la sua presenza è testimoniata a partire dal 5000 a.C. nei pressi di alcuni laghi: Annone (Lecco), Alserio (Como), Garda (Brescia), oltre al lago trentino di Ledro.

Per quanto riguarda l’Età del Ferro (periodo romano), un dato interessante riguarda una nave da guerra punica naufragata in Sicilia all’altezza dell’Isola Lunga, fra Marsala e Trapani, datata al II secolo a.C., e fra i cui resti sono venuti alla luce due ceste contenenti fusti di canapa. Le due ceste sono state rinvenute all’altezza della supposta cucina di bordo, e il contesto ha fatto ipotizzare che la canapa venisse impiegata come fonte psicoattiva dai marinai della nave (Frost et al., 1976). Si tratterrebbe quindi di uno dei rari indizi europei per quei periodi storici di una conoscenza e impiego della canapa per scopi inebrianti.

Un ulteriore dato significativo, di natura iconografica, riguarda un vaso di terracotta rinvenuto in una tomba etrusca a Cerveteri, datato all’VII secolo a.C. Il vaso è decorato con scene che riportano il mito greco degli Argonauti, e in una di queste sono raffigurati gli Argonauti che trasportano una lunga vela nell’atto di imbarcarla su una nave (Belelli, 2002-03). Su un lato della vela è presente la scritta kanna, che è stata interpretata dagli studiosi come una traslitterazione etrusca del termine greco kannabis, cioè canapa. La singolarità del reperto risiede nel fatto che anticipa di due secoli la più antica testimonianza scritta europea riguardante la canapa, che era sempre stata ritenuta quella riportata nel famoso passo sugli Sciti da Erodoto nel V secolo a.C. (Rix, 2002-03).

Altro dato interessante riguarda il ritrovamento di canapa a Pompei, con datazione al 79 d.C., che ho già presentato nel numero 64 di Dolce Vita

fonte: http://www.dolcevitaonline.it/14-000-anni-di-canapa-italiana/

14.000 anni di canapa italiana

La cannabis per i pazienti è praticamente introvabile, ma il governo distrugge quella prodotta a Rovigo!

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La cannabis per i pazienti è praticamente introvabile, ma il governo distrugge quella prodotta a Rovigo!

 

Non c’è cannabis per i pazienti e il governo continua a distruggere quella coltivata a Rovigo: solo nel 2016 ne sono stati distrutti 180 chilogrammi.

Oltre al danno, la beffa e di quelle che fanno più male. Mentre in tutta Italia si è scatenato l’allarme per la carenza di cannabis che era stata ampiamente preventivata, dovuta alla scarsità di importazioni e di produzione nazionale ed aggravata dal numero sempre minore di farmacie che ancora la distribuiscono a causa degli effetti combinati della multa del ministero della Salute e dell’obbligo di venderla a 9 eurorimettendoci già sulla materia prima, i pazienti italiani che la dovrebbero usare come farmaco per le proprie patologie, in maggioranza gravi e debilitanti, sono abbandonati a loro stessi.

Per molti l’unica soluzione rimane la stessa di 3 anni fa, prima cioè dell’avvio del progetto di produzione italiana di Firenze, che è la stessa di sempre: soffrire, oppure andare a cercare quello che dovrebbe essere il loro farmaco dagli spacciatori di strada con il rischio di acquistare cannabis di bassa qualità nel migliore dei casi e contaminata da porcherie di vario grado in tutti gli altri.

A Firenze a 3 anni dall’avvio del progetto ancora non si è ancora riusciti a far entrare la produzione a regime e ad allargare le varietà prodotte e distribuite che ad oggi sono ridotte ad una, la FM2, con THC e CBD. L’anno scorso ne sono dispensati circa 30 kg e la produzione annuale prevista all’inizio del progetto di circa 100 chilogrammi sarebbe dovuta passare a 300 kg. Sempre molto poca se paragonata ai 400 kg al mese prodotti da Israele l’anno scorso o ai 9 quintali distribuiti dal Canada nel 2016.

Una soluzione praticabile almeno per tamponare la situazione sarebbe appunto quella di utilizzare la cannabis prodotta a Rovigo al CREA-CIN. Qui infatti vengono prodotte le talee che vengono poi coltivate a Firenze, oltre a centinaia di altre piante di cannabis che vengono studiate con scopi di ricerca. Non si tratta di infiorescenze standardizzate, ma di materiale vegetale che potrebbe essere comunque utilizzato ad esempio per estrazioni, che potrebbero essere realizzate a Firenze o in altri laboratori pubblici, per essere poi distribuiti alle farmacie.

E’ un’opzione prevista dagli articoli 22, 23 e 24 della legge 309/90, che autorizzano il ministero della Salute a ritirare questi materiali e conferirli ad un’azienda autorizzata per riutilizzare i principi attivi. Fino ad oggi non è mai successo, speriamo che il Ministero, vista la situazione d’emergenza, prenda in considerazione l’opzione per quest’anno.

Mario Catania

 

fonte: http://www.cannabisterapeutica.info/2017/10/20/la-cannabis-per-i-pazienti-e-introvabile-ma-il-governo-distrugge-quella-prodotta-a-rovigo/

Come la cannabis sta terrorizzando le multinazionali del farmaco – Troppo efficace – Troppo economica. ..!

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Come la cannabis sta spaventando le multinazionali del farmaco

Secondo alcuni osservatori la guerra tra cannabis medica e medicina ufficiale è già in atto da tempo. Ed è nient’altro che l’ultimo capitolo di un contenzioso storico che da sempre oppone le medicine naturali alle multinazionali del farmaco. Prima della cannabis era toccata la stessa sorte per esempio alle vitamine o al magnesio, relegate nel recinto delle “cure alternative”: definizione che in buona sostanza equivale ad essere classificati come medicine “di serie b”, sulla quale poco si finanzia la ricerca, e poco si verificano i risultati.

Già alcune settimane fa avevamo analizzato questo tema, riferendovi di come la Fda (l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei farmaci) stesse procedendo perinibire le aziende produttrici di farmaci a base di Cbd (cannabidiolo, uno dei principali principi attivi della cannabis) dal pubblicizzare i propri prodotti.

Ora è una ricerca scientifica realizzata dall’Università della Georgia e pubblicata sulla rivista Health Affairs a fornire spunti decisivi per capire meglio il perché di tanto ostracismo verso le cure a base di cannabis. Secondo quanto riportato dai ricercatori americani, infatti, la progressiva regolamentazione dell’accesso alle medicine a base di marijuana rischia di comportare notevoli perdite economiche per le grandi aziende farmaceutiche.

Secondo i dati gli stati USA che hanno legalizzato la cannabis terapeutica hanno registrato un risparmio, su base annua, di circa 165 milioni di dollari. Questo perché i pazienti che, per il trattamento di disturbi come dolore, depressione, disordini del sonno, ansia, assumono cannabis medica rinunciano ai farmaci tradizionali, più costosi e talvolta meno efficaci.

Ma non è tutto. Secondo i ricercatori dell’Università della Georgia, infatti, se tutti gli stati americani approvassero l’accesso ai farmaci a base di cannabinoidi per tutte le patologie per le quali la ricerca scientifica ha già verificato i benefici apportati dalla cannabis, si potrebbe ottenere un risparmio di mezzo miliardo di dollari l’anno.

Una cifra molto consistente, che permetterebbe forte risparmi per molti malati e per i sistemi sanitari pubblici, ma che evidentemente andrebbe a danno di chi quei soldi riceve, cioè le case farmaceutiche.

 

fonte: http://www.dolcevitaonline.it/come-la-cannabis-sta-spaventando-le-multinazionali-del-farmaco/

La marijuana “uccide” …ma solo la proteina che scatena l’Alzheimer!

 

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La marijuana “uccide” …ma solo la proteina che scatena l’Alzheimer!

 

La marijuana “uccide” la proteina che scatena l’Alzheimer

 

Un nuovo studio americano conferma le proprietà terapeutiche dello stupefacente contro la malattia

I malati di Alzheimer solo in Italia sono oltre i 600.000 e a causa dell’invecchiamento della popolazione il loro numero è destinato a crescere rapidamente. C’è quindi la necessità urgente di scoprire cure efficaci per combattere questa patologia, che tra l’altro ha un costo sociale spaventoso: nel nostro Paese la spesa per l’assistenza superano gli 11 miliardi di euro, di cui 8 sono a carico delle famiglie.

Un nuovo studio del Salk Institute for Biological Studies di La Jolla in California rivela che potrebbe essere nella marijuana la chiave della cura di questa malattia che secondo l’Oms triplicherà il numero delle persone colpite entro il 2050.

A giocare un ruolo determinante è il THC, il delta-9-tetraidrocannabinolo, il principio attivo della marijuana che se inalato o ingerito può causare euforia, rilassamento, percezione spazio-temporale alterata, ma anche alterazioni uditive, olfattive e visive, ansia, disorientamento, stanchezza, e stimolazione dell’appetito. Insomma gli effetti tipici provati da chi fa uso di cannabinoidi. Il THC, però, secondo lo studio riduce i livelli di una proteina, la beta amiloide, che è all’origine proprio dell’Alzheimer. Questa proteina, infatti, inizia il suo processo distruttivo aggregandosi in ammassi che alterano le comunicazioni tra le sinapsi nel cervello dei soggetti affetti da Alzheimer molto prima di formare le caratteristiche placche.

La ricerca, pubblicata sul journal Aging and Mechanisms of Diseaserivela proprio come il THC impedisca l’azione di questa proteina nelle cellule nervose. Prevenire l’accumulo di beta amiloide nel cervello è quindi un modo efficace di attaccare l’Alzheimer.

I ricercatori hanno spiegato che le cellule nervose nel cervello contiene recettori che sono attivati da alcune molecole che si chiamano endocannabinoidi. Questi lipidi sono prodotti naturalmente dalle cellule nervose e aiutano la “comunicazione” tra le stesse cellule. Il THC contenuto nella marijuana è del tutto simile agli endocannabinoidi e attivano gli stessi recettori, riuscendo a proteggere le cellule nervose.

Nei test l’équipe californiana ha dimostrato che il THC riduce i livelli di beta amiloidi e spegne la risposta infiammatoria della proteina, prevenendo la morte della cellule.

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«Anche se altri studi – spiega David Schubert, autore della ricerca – hanno dato prova che i cannabinoidi svolgano un’azione neuroprotettiva contro i sintomi di Alzheimer, il nostro studio è il primo a dimostratre che i cannabinoidi colpiscono sia l’infiammazione sia l’accumulo di beta amiloidi».

Francesco Bianco

Fonte Ok-Salute