Uccidere i tumori facendoli morire di fame, basta seguire una dieta priva di due specifici aminoacidi – Le cellule malate diventano più fragili se si eliminano “serina” e “glicina”

 

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Uccidere i tumori facendoli morire di fame, basta seguire una dieta priva di due specifici aminoacidi – Le cellule malate diventano più fragili se si eliminano “serina” e “glicina”

 

Redazione Tiscali

Eliminare dalla dieta alcuni specifici amminoacidi può rivelarsi utile nella lotta contro il cancro. Un team congiunto di scienziati del Cancer Research UK Beatson Institute e dell’University of Glasgow ha infatti scoperto che, eliminando dalla propria alimentazione “serina” e “glicina”, le cellule malate diventano più fragili. Secondo i ricercatori, la cui ricerca è stata pubblicata sulle pagine della prestigiosa rivista scientifica Nature, (l’articolo in versione PDF), il tumore morirebbe letteralmente di fame. La strategia sembra dunque quella di “affamare” il cancro, togliendo in maniera altamente controllata, cibi che contengono particolari molecole che non sono “essenziali” nel senso che il nostro corpo è capace di produrli da sé. Questa tattica, di fatto non nuovissima, potrebbe favorire il successo delle cure, rendendo la malattia più suscettibile alle terapie.

Uccidere i tumori facendoli morire di fame

Gli amminoacidi sono i mattoncini di base delle proteine e l’organismo umano non è in grado di produrli tutti, ma alcuni deve assumerli attraverso l’alimentazione. Questi sono detti amminoacidi essenziali. Non è questo il caso di serina e glicina che le cellule sane del nostro corpo sono in grado di produrre da sé, ma non quelle malate di certi tumori. Ecco perché togliendo tali amminoacidi si “affama” il cancro ma non le cellule sane. Gli esperti dei due istituti hanno studiato linfomi e tumori intestinali su topolini. Nel corso della sperimentazione li hanno alimentati con una dieta priva di serina e glicina, vedendo che il tumore inizialmente rallentava la sua crescita e in un secondo momento diventava più suscettibile ai farmaci convenzionali oggi in uso.

Complesso tradurre i risultati ottenuti sui topi anche sull’uomo

Il prossimo passo, spiegano gli autori della ricerca, sarà allestite dei tria clinici su pazienti per vedere se diete rigidamente controllate (preparate e gestite da medici esperti) e prive di questi amminoacidi possano conferire un qualche vantaggio terapeutico al paziente. La scoperta, che viene vista positivamente dalla comunità scientifica, lascia tuttavia perplessi alcuni luminari italiani. “Quando abbiamo tentato di prendere le cellule tumorali per fame, eliminando il glucosio dalla dieta dei pazienti – ha spiegato Maurizio Muscaritoli, presidente della Società Italiana di Nutrizione Clinica e Metabolismo, nonché docente alla Sapienza –  abbiamo fatto più che altro danni, proprio perché l’organismo è in grado di produrre autonomamente questo nutriente. Ben vengano tutti questi tentativi, ma finora non siamo mai riusciti a tradurre i risultati ottenuti sui topi anche sull’uomo”.

fonte: http://notizie.tiscali.it/scienza/articoli/uccidere-tumori-facendoli-morire-fame/

Chemio addio grazie a un’idea sassarese? Ecco il grafene “intelligente”, killer solo delle cellule malate, scoperto da un team internazionale coordinato dalla ricercatrice Lucia Delogu.

 

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Chemio addio grazie a un’idea sassarese? Ecco il grafene “intelligente”, killer solo delle cellule malate, scoperto da un team internazionale coordinato dalla ricercatrice Lucia Delogu.

Chemio addio grazie a un’idea sassarese

Team internazionale coordinato dalla ricercatrice Lucia Delogu scopre grafene “intelligente” killer solo delle cellule malate

SASSARI. Uccidere selettivamente le cellule tumorali senza danneggiare quelle sane è possibile. Tra gli studi che negli ultimi anni stanno cercando di trovare una soluzione alla carica aggressiva della chemio e della radioterapia, ce n’è anche uno dell’Università di Sassari. Il lavoro è stato pubblicato nella prestigiosa “Angewandte Chemie”, la più importante rivista di chimica. Senior author è Lucia Gemma Delogu, biochimica e ricercatrice del Dipartimento di Chimica e Farmacia dell’ateneo, che ha coordinato una squadra interdisciplinare e internazionale composta tra gli altri da Ester Vazquez dell’Università di Castilla La Mancha, Alberto Bianco del Cnrs di Strasburgo e Maurizio Prato dell’Università di Trieste.

«Abbiamo scoperto che un particolare tipo di grafene, un nanomateriale dalle straordinarie caratteristiche fisiche e chimiche, è in grado di eliminare in modo selettivo i monociti – spiega Lucia Delogu –. Questa proprietà biologica ci ha spinto a credere che questo materiale fosse in grado di uccidere selettivamente le cellule tumorali di pazienti con leucemia mielomonocitica». Nelle leucemie mielomonocitiche le cellule da uccidere sono proprio i monociti, quindi è importante trovare un farmaco che possa uccidere solo quelli. «Dal confronto con le terapie di uso comune – dice Lucia Delogu –, questo particolare tipo di grafene vien fuori vincente». Infatti, i chemioterapici attuali sono tossici, quindi nel distruggere le cellule tumorali, distruggono anche le cellule sane del sangue con evidenti effetti collaterali per il paziente.

«Il grafene da noi individuato – prosegue Delogu – invece è estremamente specifico solo per le cellule tumorali e non tossico per le cellule sane presenti nel sangue e dell’organismo in generale».

La ricerca è stata effettuata in stretta collaborazione con Claudio Fozza, oncoematologo e ricercatore del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale. «Il nostro lavoro potrebbe essere un passo importante nel campo della ricerca contro le leucemie – dice Fozza – e potrebbe aprire interessanti scenari per la messa a punto di nuove terapie. Naturalmente, pur essendo altamente promettenti, i risultati fino ad ora ottenuti in laboratorio dovranno essere confermati in vivo».

Il Laboratorio di Biochimica e Bionanotecnologie dell’Università di Sassari ha come referente il professor Francesco Sgarrella.

La ricerca è stata finanziata dal progetto Europeo G-Immunomics ed è sostenuto dal Miur, dalla call Flagera 2015 e dal Progetto Europeo Graphene Flagship finanziato da Horizon 2020. «Un

ringraziamento particolare – si legge nella nota – all’Ail Sardegna diretto da Marilena Rimini Fiori, che ha sovvenzionato una borsa di dottorato; e alla Fondazione di Sardegna che ha sostenuto l’acquisto della strumentazione necessaria allo svolgimento degli esperimenti di questo lavoro».

fonte: http://lanuovasardegna.gelocal.it/sassari/cronaca/2017/05/13/news/chemio-addio-grazie-a-un-idea-sassarese-1.15332849?ref=fbfns&refresh_ce

Possibile vaccino anti-tumorale scoperto per caso negli Usa

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Possibile vaccino anti-tumorale scoperto per caso negli Usa

Alla base del nuovo trattamento, sperimentato con successo sui topi, una proteina che inibisce la capacità di un qualsiasi tumore di bloccare l’attività del sistema immunitario

Nel corpo, l‘immunità anti-cancro è immobilizzata dalla capacità delle cellule del cancro di bloccare l’attività del sistema immunitario, ma un naturale de-immobilizzatore del sistema immunitario è stato recentemente identificato. Un team di scienziati della Michigan Medicine University ha individuato ora una speciale proteina che blocca la capacità del cancro di impedire al sistema immunitario di distruggere le cellule tumorali. La proteina in questione, chiamata C3d, ha il potenziale per essere alla base di un vaccino preventivo contro il cancro e di essere utilizzata per il suo trattamento. “La nostra terapia del cancro blocca l’immunosoppressione indotta dal tumore – spiega la dottoressa Marilia Cascalho, professoressa di chirurgia, microbiologia e immunologia presso la Michigan Medicina, sulle pagine del Journal of Clinical Investigation Insight -. E’ naturale e non ha effetti collaterali negativi”.

Sostanza individuata non ha effetti collaterali

“Il successo più recente dell’immunoterapia del cancro – evidenzia Cascalho, che ha collaborato a stretto contatto con il collega Jeffrey L. Platt – è con agenti che bloccano l’inibizione del sistema immunitario. Anche se c’è stato un enorme successo dell’immunoterapia, il problema risulta esser la sua non specificità e i molteplici effetti collaterali. La nostra terapia del cancro utilizza un nuovo percorso per bloccare l’immunosoppressione indotta dal tumore. E’ diversa perché, quando durante la sperimentazione C3d è stata iniettata nelle cellule tumorali, non ha avuto effetti collaterali”. C3d, attivato dagli anticorpi, si occupa anche delle cellule danneggiate o comunque estranee. “C’è una buona ragione per cui C3d può essere usata come un vaccino – commenta Cascalho -. Tradizionalmente i vaccini contro il cancro sono prodotti per un antigene specifico e i ricercatori devono determinare quali antigeni sono presenti in alcuni tipi di cancro. Ma la grande sfida è che i tumori sono diversi, e hanno diversi antigeni. I tumori inoltre si evolvono, così gli antigeni non possono rimanere sempre presenti. Questo rende difficile sviluppare un vaccino anti-cancro”.

Vaccino funziona contro tutte le forme tumorali

“Rispetto ai metodi tradizionali, la nostra scoperta ha un grande vantaggio – aggiunge la ricercatrice -. L’utilizzo di C3d per lo sviluppo di un vaccino non necessita di una conoscenza preventiva degli eventuali antigeni tumorali presenti”. Non si tratta di un dettaglio di poco conto, perché ciò ci consente di utilizzare C3b come un vero e proprio vaccino anti-cancro”. Nella sperimentazione condotta sui topi affetti da melanoma e linfoma, il farmaco si è dimostrato in grado di impedire al cancro di bloccare il sistema immunitario. In particolare c’è stato un calo dell’ 80-90 per cento di tumori cancerosi. “La sorpresa più grande – spiega ancora Cascalho – è che la vaccinazione anti-cancro con C3d ha prodotto una immunità anti-tumorale di lunga durata. Il vaccino potrebbe essere utilizzato come terapia in soggetti che sono predisposti al cancro per via della genetica o per condizione precancerosa”.

Un risultato inaspettato e del tutto casuale

Gli scienziati stavano sperimentando l’uso della proteina nella lotta all’Hiv. Samuel Balin, un dermatologo dell’Università della California, a Los Angeles, ha chiesto tuttavia la possibilità di valutarne le proprietà in una sua personale indagine per il possibile uso contro il cancro. Ciò che ha scoperto ha dell’incredibile e apre di fatto scenari inimmaginabili. “In questo momento – sostiene prudentemente la ricercatrice – C3d sembra essere incredibilmente promettente”. Stando a quanto dichiarato dai ricercatori la proteina non necessita di un impiego diretto sull’organo colpito da tumore, ma può essere utilizzata anche per il trattamento di neoplasie oggi considerate non trattabili in quanto si trovano in siti inaccessibili persino attraverso un intervento chirurgico.

Fonti:  Eurekalert   National Center for Biotechnology Information   Journal of Clinical Investigation Insight

Tratto da: http://notizie.tiscali.it/scienza/articoli/vaccino-anti-tumorale-sviluppato-negli-usa/

 

Aspirina per 5 anni riduce del 60% il tumore della prostata

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Aspirina per 5 anni riduce del 60% il tumore della prostata

L’utilizzo dell’aspirina per lunghi periodi di tempo può ridurre fino al 60% l’insorgenza del tumore della prostata. Mediamente la protezione si attesta sul 40% ma se il farmaco viene preso regolarmente per cinque anni sale, infatti,al 60%.
E’ quanto emerge da uno studio condotto dalla Società italiana di medicina generale (Simg) su 13.453 pazienti affetti da malattie cardio-vascolari e presentato in occasione del congresso nazionale della società.

«Quello alla prostata è, infatti, il tumore più frequente tra la popolazione maschile del nostro paese e quest’anno colpirà 35mila italiani. Grazie all’effetto protettivo dell’aspirina potremo dimezzare il rischio di nuovi casi» sottolinea Claudio Cricelli presidente Simg.

La ricerca, che dimostra anche l’efficacia nel ridurre del 30% i casi di carcinoma al colon retto, ha utilizzato i dati raccolti nel portale Health Search Ims Health Longitudinal Patient Database. L’aspirina, spiega Francesco Lapi, direttore della ricerca di Health Search, «è un farmaco antiaggregante e antinfiammatorio, agisce inibendo alcune vie enzimeatiche che favoriscono la proliferazione cellulare. Quindi riesce a bloccare la riproduzione incontrollata delle cellule che caratterizza le patologie oncologiche».
I dati della ricerca italiana sono in linea con quelli di altre simile condotte all’estero, aggiunge Francesco Cognetti presidente della Fondazione “Insieme contro il cancro” e mostrano la necessità di «rafforzare l’alleanza tra medico di medicina generale e oncologo per incentivare la prevenzione dei tumori del nostro paese».

Un’altra bomba ambientale di cui nessuno parla – Fusti di botulino, medicinali scaduti, scarti umani: c’è di tutto sotto le campagne di Cassino. Risultato: tumori e inquinamento!

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Un’altra bomba ambientale di cui nessuno parla – Fusti di botulino, medicinali scaduti, scarti umani: c’è di tutto sotto le campagne di Cassino. Risultato: tumori e inquinamento!

 

Fusti di botulino, medicinali scaduti, scarti umani: c’è di tutto sotto le campagne di Cassino
Una vera e propria bomba ambientale che ha provocato tumori e inquinamento nella zona di Nocione. L’indagine coordinata dalla Procura di Cassino con la Guardia di Finanza

Migliaia di tonnellate di rifiuti tossici e radioattivi nelle campagne di Cassino. Una vera e propria “Terra dei fuochi” laziale che in oltre vent’anni ha provocato danni devastanti all’ambiente e alla salute di uomini e animali, in una zona ad alta vocazione agricola. Succede a Nocione, area di diverse migliaia di metri quadrati a confine con Sant’Elia Fiumerapido dove per oltre vent’anni si è smaltito praticamente di tutto: dai fusti di botulino agli scarti di laboratorio, fino ad arrivare ad arti umani.

Le indagini, sono a una fase avanzata, vengono portate avanti dalla Guardia di Finanza di Cassino, sotto il coordinamento del procuratore Capo di Cassino Luciano D’Emmanuele, e si muovono su due fronti. Il primo che mira alla raccolta di una serie di testimonianze dei residenti ed ex dipendenti del comune per capire se hanno visto attività di scavo nella zona, l’altro concerne analisi del terreno.

I militari del colonnello Roberto Piccinini, comandante provinciale delle Fiamme Gialle, coordinati dal tenente colonnello Massimiliano Fortino hanno ricostruito tutto il percorso di smaltimento di rifiuti tossici pericolosissimi provenienti dalla Lombardia. Nei verbali di interrogatorio, i cui stralci sono stati pubblicati dal quotidiano Il Tempo,  si leggono dichiarazioni sconcertanti rilasciate da coloro che, per convenienza e per interesse, hanno partecipato all’interramento senza all’epoca proferir parola. “Abbiamo scavato di notte buche profonde anche trenta metri. Qui poi arrivavano i camion e gettavano tutto. Scarti ospedalieri, protesi di gambe e braccia rimosse dal corpo dei pazienti, cromo esausto e poi del siero, tanto siero scaduto e proveniente da Milano dove c’era un laboratorio che doveva smaltire senza pagare cifre astronomiche”.

Si parla di connivenze tra amministratori, colletti bianchi e alcuni imprenditori del settore rifiuti, che avrebbero scelto non a caso un terreno da tempo abbandonato per agire indisturbati. I primi sospetti sono iniziati ad emergere quando gli animali da cortile hanno iniziato a morire in pochi istanti dopo aver bevuto l’acqua di un canale. C’è una testimonianza, finita a verbale nei fascicoli della procura, che parla di odori nauseabondi provenienti dal canale Nocione, di strani movimenti notturni di camion ed escavatori, e soprattutto di un episodio in cui alcune galline, finite casualmente nel fosso dove giacevano i materiali tossici, sarebbero morte in meno di cinque minuti. “Da quel momento in poi abbiamo smesso di coltivare l’orto. Abbiamo fatto analizzare l’acqua e i dati dell’Arpa ci hanno segnalato la presenza di cromo, sia nel terreno che nell’acqua”, racconta una contadina.

Per non parlare delle malattie: dodici casi di linfoma di Hodgkin fra gli abitanti della zona. Un’anomalia che ha indotto un medico romano a segnalare la cosa alla Dia e appunto alla Guardia di Finanza. Contemporaneamente sono arrivati gli esposti degli ambientalisti corredati di fotografie che attestano il rinvenimento, durante i lavori di scavo per l’ampliamento di un pozzo, di resti umani e scarti di sala operatoria.

Le indagini proseguono a ritmo serrato, anche con l’utilizzo di mezzi altamente sofisticati: per i rilievi la GdF ha utilizzato anche aereo un P166 dotato di scanner termico sensibile alle radiazioni termiche emesse da svariate superfici e idoneo alla realizzazione di immagini e mappe termiche geocorrette. In grado di discriminare, con precisione al decimo di grado centigrado, temperature superficiali in un range dai -20° ai 110°. In questo modo si capirà se realmente ci sono altri interrati nella zona di Nocione e quali sono le dimensioni esatte del disastro ambientale.

fonte: http://notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/cassino-inquinamento/

Tutta la verità sulla sperimentazione del Metodo Di Bella? L’aveva già chiaramente esposta Report nel 2000. Contraddizioni, farmaci scaduti, preparati male o non fedeli al protocollo, studi sballati. Una truffa ai danni dei malati di tumore che ci è costata 70 miliardi delle vecchie lire

Metodo Di Bella

 

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Tutta la verità sulla sperimentazione del Metodo Di Bella? L’aveva già chiaramente esposta Report nel 2000. Contraddizioni, farmaci scaduti, preparati male o non fedeli al protocollo, studi sballati. Una truffa ai danni dei malati di tumore che ci è costata 70 miliardi delle vecchie lire

 

Report – PUNTATA DEL 31/05/2000
PERCHE’ LA SPERIMENTAZIONE DEL METODO DI BELLA E’ FALLITA?

(se non ti va di leggere, in fondo all’articolo troverai il collegamento al video)

MILENA GABANELLI in studio
Esattamente due anni veniva dichiarata fallita la sperimentazione Di Bella voluta a furor di popolo. Ma perché è fallita? Che cosa non ha funzionato? Sabrina Giannini ha ricostruito i punti salienti dei quella vicenda.

VOCE FUORI CAMPO DI GIORNALISTA DEL TG1 (su immagini di telegiornale)
Cura di Bella bocciata. Deludenti i primi risultati finali ma non si rassegnano i sostenitori del medico modenese.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
E’ finita così la vicenda della cura Di Bella. Iniziata in modo alquanto anomalo, per non dire unico, nella storia della sperimentazione clinica: con un decreto d’urgenza.

Immagini di seduta al Senato del 19 marzo 1998

“17 febbraio 1998 n. 23, recante disposizioni urgenti in materia di sperimentazioni cliniche in campo oncologico e altre misure in materia sanitaria. Chi l’approva? Il Senato approva”.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
La comunità oncologica ufficiale a cui è stato affidato il compito di sperimentare la cura in 60 centri sparsi per l’Italia, è giunta dopo 3 mesi a questi risultati: sui 386 pazienti che si erano sottoposti volontariamente alla sperimentazione, solamente 3 avevano fatto registrare una riduzione parziale del tumore. In 47 casi la malattia era rimasta stabile, la metà dei pazienti aveva avuto una progressione di malattia e un quarto era deceduto durante la sperimentazione. Erano tutti malati di cancro terminale, senza alternative di cura, quasi tutti già sottoposti alle terapie tradizionali.
Qui si chiude la sperimentazione ma i farmaci continuano ad essere somministrati ai malati che stanno meglio grazie alla terapia Di Bella.

GIOVANNI GIOVANNINI – paziente per lo studio osservazionale
Mentre la stampa diceva questo loro continuavano a darci i farmaci.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Il sig. Giovannini, da quando si cura con la terapia Di Bella, ha visto regredire completamente un linfoma Hogckin e oggi continua a ricevere farmaci gratuitamente, purché presenti ogni mese una documentazione medica che provi che la malattia è stabile o regredita, come prevede una disposizione ministeriale. Giovannini non era nel gruppo dei 386 che doveva testare l’attività antitumorale del farmaco ma in quello osservazionale che si proponeva di valutare la sopravvivenza dei malati e gli effetti tossici della cura.
Ma oggi quanti malati ricevono gratis i farmaci della terapia Di Bella? Circa il 2%.

GIOVANNI GIOVANNINI – paziente per lo studio osservazionale
Come mai se una sperimentazione viene dichiarata fallita dal Ministero della Sanità si continuano a somministrare dei farmaci gratuitamente a un numero di persone che, tutto sommato, stano meglio?

DOTT. NATALE CASCINELLI-Dir. Scientifico Ist. dei Tumori di Milano
Il motivo è essenzialmente un motivo compassionevole.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
E attualmente quanti sono ancora i pazienti che voi seguite?

DOTT. NATALE CASCINELLI-Dir. Scientifico Ist. dei Tumori di Milano
In tutto sono 11, su un gruppo iniziale di 181.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Ma oltre ai malati che continuano la cura, perché nel loro caso è efficace, un anno e mezzo dopo la fine della sperimentazione ci sono malati terminali ancora in vita. E sono più del 20%. Ma secondo gli esperti il dato non è interessante.

DOTT. FRANCESCO COGNETTI – Primario Oncologia Ospedale Regina Elena – Roma
In ogni malattia tumorale c’è una modesta percentuale di pazienti che sopravvivono a lungo termine. La cosa sarebbe diversa se queste cifre fossero 30, 40, 50%.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Ma alcuni aspetti della sperimentazione hanno portato il caso sul tavolo dei magistrati. Aspetti legati alla preparazione dei farmaci distribuiti ai malati in cura.
Il 2 dicembre 1998 il Nucleo Antisofisticazione dei Carabinieri di Firenze sequestra 1048 flaconi di soluzione retinoidi che sono stati distribuiti oltre il termine massimo di scadenza dei tre mesi a 28 centri della sperimentazione del metodo Di Bella. Leggo testualmente: “Ciò comporta che 1048 pazienti abbiano assunto, per un periodo oscillante tra i 20 e i 30 giorni, un farmaco potenzialmente imperfetto e non più possedente le caratteristiche terapeutiche iniziali. Senza escludere che la degradazione e scomposizione dei principi attivi possa produrre effetti collaterali gravi, specialmente in soggetti sofferenti in patologie neoplastiche. Ne consegue quindi che i risultati ottenuti dalla sperimentazione siano sicuramente inattendibili e che la stessa sperimentazione debba essere, quanto meno, rivista.
Sulla base di questo verbale sono stati avviate indagini giudiziali. Le Procure di Firenze e Roma hanno ritenuto opportuno archiviare il caso. Non lo ha fatto, almeno per ora, quella di Torino. Ma come era saltata fuori la storia dei farmaci scaduti? Da due pazienti.

DONNA
Nel ritirare questo pacchetto mi accorgo che il prodotto aveva già superato abbondantemente sei mesi. Lo faccio presente alla farmacia dell’Ospedale che mi scarica, praticamente, sulla farmacia dell’Istituto Regina Elena che è dispensatrice del pacchetto di farmaci.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
La signora, grazie alla stabilità della malattia, è stata reclutata nello studio osservazionale ma da 5 anni cura una leucemia linfatica con il metodo Di Bella. Il 5 agosto del ’98 ritira il primo pacco presso l’Ospedale S. Giovanni di Roma.

DONNA
Inizialmente mi dice “lei come sa queste cose?” Allora rispondo che io le uso da tanto e che so che la validità è di sei mesi. Mi risponde che devono chiedere all’Istituto di Sanità, e che devo richiamarli dopo un po’. Richiamo dopo mezz’ora e la dottoressa mi dice allarmata di non prenderli perché si è verificato un equivoco e i farmaci, in effetti, sono scaduti.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
La soluzione retinoide, ovvero la miscela di vitamine non in commercio che può essere fatta dai farmacisti, è altamente sensibile alla luce e la sua preparazione estremamente delicata.

GIOVANNI GIOVANNINI – paziente per lo studio osservazionale
Il mese di luglio dell’anno scorso non stavo molto bene: avevo dissenteria, nausea e qualcuno mi ha detto che poteva essere il plurivitaminico se non è preparato di recente. Nessuno mi ha saputo dire niente di preciso e io mi sono rivolto all’Istituto Superiore di Sanità.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
L’Istituto Superiore di Sanità restituisce il flacone facendolo recapitare al Policlinico di Modena.

GIOVANNI GIOVANNINI – paziente per lo studio osservazionale
Io avevo detto che avrei ritirato il flacone se mi avessero detto perché me lo avevano sostituito.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Infatti dopo molti solleciti, Giovannini riceve una lettera dall’Istituto Superiore di Sanità nella quale il direttore scrive di suo pugno che le prove di scadenza non sono state fatte come invece si fa di regola prima di iniziare una sperimentazione. Ma un altro documento smentisce ciò che è stato dichiarato al Sig. Giovannini. L’Istituto Superiore di Sanità, al direttore della farmacia dell’Ospedale S. Giovanni di Roma che voleva sapere se la soluzione aveva una scadenza, risponde che ha intrapreso studi sulla stabilità secondo i quali la preparazione integra dura tre mesi ma se aperta e richiusa più volte solo 20 giorni. Sui flaconi però non è mai stata messa la data di scadenza.
Abbiamo chiesto spiegazioni all’Istituto Superiore di Sanità ma, su questo argomento specifico, ha preferito non pronunciarsi. Ne deduciamo che forse gli studi sono stati fatti, ma in ritardo. Ne abbiamo conferma dal direttore della farmacia dell’Istituto per i Tumori di Milano, dott. Ascani.

TELEFONATA TRA L’AUTRICE E IL DOTT. ASCANI

VOCE DEL DOTT. ASCANI
Verso la fine, finita la sperimentazione, è venuto fuori che la scadenza dei retinoidi era di quattro mesi tenuti in frigo. Tre mesi no.

AUTRICE
E’ venuto fuori da chi?

VOCE DEL DOTT. ASCANI
Dal Ministero.

AUTRICE
Quindi vuol dire che durante la sperimentazione in realtà non erano state fatte delle prove o presumibilmente non ve l’hanno detto&

VOCE DEL DOTT. ASCANI
E’ stato prodotto alla svelta per cui&.

FINE DELLA TELEFONATA

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Potrebbero essere stati distribuiti farmaci scaduti, quindi non efficaci? Allora ci siamo chiesti: chi preparava la soluzione retinoide che rappresenta la medicina principale della cura Di Bella? Era lo stabilimento chimico militare di Firenze a cui abbiamo chiesto un’intervista che ci è stata negata.
Ci sarebbe un’altra questione sul tavolo del giudice: l’acetone, ovvero il solvente utilizzato per preparare la soluzione retinoide. Il prof. Di Bella aveva chiesto di eliminarlo completamente e, secondo i criteri di buona pratica clinica, quando si sperimenta un farmaco, bisogna attenersi alle indicazioni dell’ideatore della terapia. Quindi l’acetone, pur essendo comunque presente in dosi considerate non tossiche, potrebbe aver provocato effetti collaterali a persone già gravemente malate? Non sarebbe irrilevante se si pensa che nelle statistiche finali che bocciano la cura, i pazienti venivano esclusi al minimo peggioramento o all’insorgere di effetti collaterali.

DOTT. MAURIZIO PIANEZZA – Medico chirurgo Ospedale S. Martino – Genova
Sono state eliminate da questa sperimentazione persone che secondo me potevano continuare, e ne ho le prove. (su immagini di schedario) Ecco: a una signora che faceva la terapia Di Bella ad un certo punto le è stata tolta perché aveva diarrea. Era venuta da me per chiedermi un parere in questo senso. Le avevo dato la terapia e poi le è stata tolta. La persona è ancora viva.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
E secondo l’autorevole rivista scientifica British Medical Journal, nella sperimentazione non si è fatto un confronto con le altre terapie e non si sono scelti i pazienti a caso. Quindi, leggo testualmente, la sperimentazione avrebbe potuto essere progettata meglio. Il tempo è stato forse il fattore più influente poiché c’era una crescente pressione dell’opinione pubblica.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Secondo lei non c’è stata un’adeguata curiosità scientifica?

DOTT. MAURIZIO PIANEZZA – Medico chirurgo Ospedale S. Martino – Genova
Zero. Curiosità scientifica zero.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
E’ probabile, ma nelle sostanze della cura Di Bella aveva espresso interessamento quella che in Italia è considerata la voce più autorevole dell’oncologia, il prof. Veronesi.

TRATTO DAL PROGRAMMA “ELISIR” (Raitre) DEL 7 NOVEMBRE 1999

Telefonata di una telespettatrice che si rivolge al prof. Veronesi.

VOCE DELLA TELESPETTATRICE
Io, professore, ho sentito parlare di farmaci preventivi per il tumore al seno. Vorrei sapere a chi sono destinati e a chi rivolgersi eventualmente.

PROF. VERONESI
Per il momento sono farmaci di ricerca, quindi non sono ancora disponibili, però sono molto promettenti. Sono delle nuove molecole che si chiamano retinoidi, derivati dell’acido retinico quindi derivati della vitamina A. Hanno efficacia molto buona ma sono ancora in una fase sperimentale. Dobbiamo pazientare ancora almeno un anno o due.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
L’acido retinico è la sostanza principale della terapia Di Bella eppure il protocollo proposto dal professore, che tra l’altro era nel Comitato Guida, non è mai stato attuato. Avremmo voluto chiederglielo. Abbiamo aspettato per qualche mese che il professore, prima che diventasse ministro della sanità, avesse tempo. Ci doveva ricevere la prima settimana di Aprile ma con un fax ci ha informato che proprio quella settimana sarebbe stato fuori Italia invece, proprio quella settimana, lo abbiamo visto intervistato a Milano dal TG 3 sulla questione Genoma.
Ne deduciamo che anche il prof. Veronesi non desideri parlare della cura Di Bella. Certo doveva parlare di una sperimentazione da trincea, un argomento compromettente e delicato, combattuto fra fanatismi opposti, con in mezzo 280.000 persone che ogni anno si sentono dire “lei ha il cancro”.

MILENA GABANELLI in studio
Quella sperimentazione mal fatta ci è costata 70 miliardi.

Fonte: http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-04d3db17-54b7-4ac2-9857-8580454763a9.html

 

QUI IL VIDEO DEL SERVIZIO

 

La testimonianza: “Così, da medico, ho curato mia moglie dal tumore con il metodo Di Bella e terapie non tradizionali”

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La testimonianza: “Così, da medico, ho curato mia moglie dal tumore con il metodo Di Bella e terapie non tradizionali”

 

Riproponiamo questa testimonianza del 2012 tratta da Il Giornale. All’epoca fece scalpore, poi è passata al dimenticatoio…

“Così, da medico, ho curato mia moglie da un tumore”

Carlo è un odontoiatra lombardo, ha 42 anni e 3 figli piccoli. Scoprì il metodo Di Bella quando la moglie rischiò di morire, nel 2009, dopo la diagnosi di cancro cerebrale invasivo (astrocitoma anaplastico), lo stesso tumore che stroncò Ted Kennedy…

Questa è la storia di un odontoiatra di 42 anni, Carlo, sposato e con 3 figli piccoli, che è riuscito a cambiare il suo destino. Davanti alla malattia della moglie – un tumore al cervello ad alto grado (astrocitoma anaplastico) che l’ha portata in fin di vita – lui si è comportato come il comandante saggio del Titanic (uno che non è mai esistito).

Ha azzeccato la manovra giusta, pur sfiorando l’iceberg letale. “Dovevo salvarla – dice ora che il tumore della moglie si è fermato – Ci tengo però a dire che se lei fosse morta io non sarei affondato: sono molto credente e sono convinto che Dio ci ami profondamente, anche nella malattia”.

Come vi siete accorti del tumore? (lo stesso che stroncò Ted Kennedy)
“Nell’aprile 2009 mia moglie aveva 35 anni, ha avuto un attacco epilettico mentre lavorava. In ospedale le hanno trovato una lesione cerebrale, è stata operata dieci giorni dopo”.

Diagnosi?
“Astrocitoma anaplastico (il cancro delle cellule che sostengono i neuroni) al terzo grado. È un tumore maligno che cresce rapidamente anche se non dà metastasi. Il dramma è che non si riesce a rimuoverlo del tutto perché infiltra i tessuti sani vicini”.

E qual è la cura?
“Radioterapia e chemioterapia prolungate nel tempo, la sopravvivenza a due anni è del 50% a cinque anni del 18%.”

Come trovarsi l’iceberg a un palmo dalla prua…Che avete fatto?
“Il protocollo prevede 30 sedute di radioterapia e concomitante chemioterapia, si cerca di andare avanti il più possibile, il guaio è stato che dopo tre cicli di chemio mia moglie ha manifestato altissima tossicità al fegato e al sangue: non aveva più globuli rossi e bianchi, né piastrine. Neppure le trasfusioni le davano sollievo. A dicembre è entrata in uno stato cachettico (la condizione del malato terminale)… pensavamo non arrivasse a fine anno…Durante questa mia tragedia non dormivo più, studiavo ogni notte e in ogni pausa del giorno, avrò consultato centinaia di studi e decine di professionisti”.

Dove è approdato?
“Alla terapia Di Bella, innanzittutto: il dottor Achille Norsa ha pubblicato diversi ‘case report’ sui tumori cerebrali, l’ho consultato insieme a Giuseppe Di Bella e a Paolo Lissoni.”.

Quali effetti ha avuto la terapia Di Bella su sua moglie? “Ottimi. Oggi, a tre anni di distanza, lavora e si occupa della famiglia come prima di ammalarsi, il suo cancro non è andato avanti, è rarissimo che un tumore cerebrale di questo tipo resti immobile, gli esami però lo provano. Come dicevano i latini contra factum non datur argomentum, ossia, di fronte ai fatti non serve discutere. Quel che ho capito è che non si può pensare di arrestare un tumore senza la somatostatina (soffoca le cellule maligne, togliendo loro il nutrimento dei vasi sanguigni).”

Ha provato a dirlo a un oncologo tradizionale?
“Durante il periodo delle cure i medici degli ospedali mi hanno sempre trattato come un deficiente, ora che vedono mia moglie viva e vegeta tacciono e la guardano come si guarda un fantasma. Ripetevano ‘che queste terapie non servono a nulla’, mentre io dico che se avessero letto Schally, Pollak, Lincoln forse qualche dubbio gli sarebbe venuto. Negli Usa è normale testare i farmaci off label, ossia i medicinali per uno scopo diverso da quello che è scritto sul bugiardino, è il caso della somatostatina e degli inibitori prolattinici usati da Di Bella contro i tumori ma anche di altre sostanze. Là si fa quando le cure tradizionali si rivelano inefficaci, da noi nemmeno è possibile immaginarlo”.

A proposito di altre sostanze, lei non ha curato sua moglie soltanto con il metodo Di Bella.
“No. Ero deciso a provarle tutte. Ho impiegato anche altri due farmaci non riconosciuti in Italia. Il primo è CRM 197, scoperto dallo scienziato italiano Buzzi, è la parte non tossica della tossina difterica che provoca, nel malato di tumore, una cascata immunitaria (è in corso una sperimentazione in Giappone su donne con tumore ovarico)”.

Il secondo?
E’ un oncolitico (‘scioglie’ il cancro), si chiama virus di Newcastle, della famiglia dei virus responsabili dell’aviaria, è un ritrovato di un medico ungherese. In Germania questo prodotto è impiegato nelle cliniche e negli ospedali”.

Quindi ha acquistato i medicinali all’estero.
“Sì, entrambi. Non solo, ho dovuto anche farli somministrare all’estero, perché in Italia sono farmaci vietati”.

Ma non è rischioso mescolare tutte queste sostanze? “Certamente bisogna saperle usare, ci vuole un medico esperto. Quanto al mescolarle mi ero informato, sono adatte a sposarsi con la terapia Di Bella e al caso di mia moglie. La mia fortuna è che so leggere bene in inglese”.

Quindi lei non ci sa dire se il tumore di sua moglie si è stabilizzato per il metodo Di Bella o per le altre due terapie. “Francamente no. Ma non mi importa, quel che conta è che lei stia bene e faccia una vita normale”.

Avrà speso un sacco di soldi.
“Tanti. Sa qual è la tristezza? Che io ho potuto fare tutto questo (tradotto: curare la madre dei miei figli) perché: sono medico, ho studiato e non ho problemi economici, ma gli altri…?”

Per gli altri offre lo Stato…Ma è vero che lei ora fa il consulente gratis?
“E’ l’effetto del passaparola, abito in un centro piccolo, ormai ho una discreta competenza sui tumori cerebrali, così la gente viene qui a chiedermi un parere e io per comodità, concentro le consulenze dopo il lavoro. L’ultima ora della giornata la passo così. È il minimo che possa fare dopo quello che ho ricevuto, è il mio modo di aiutare chi sta male”.

 

fonte: http://www.ilgiornale.it/news/salute/cos-medico-ho-curato-mia-moglie-tumore.html

Borotalco e Cancro. Johnson & Johnson condannata per la quarta volta! E altri 2400 processi sono in corso. Possibile che una notizia così importante per un prodotto tanto diffuso sia del tutto ignorata dai media? Com’è che il Borotalco è ancora nei negozi? …il potere delle Multinazionali?

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Borotalco e Cancro. Johnson & Johnson condannata per la quarta volta! E altri 2400 processi sono in corso. Possibile che una notizia così importante per un prodotto tanto diffuso sia del tutto ignorata dai media? Com’è che il Borotalco è ancora nei negozi? …il potere delle Multinazionali?

Cancro e borotalco: Johnson & Johnson perde causa, deve risarcire 110 milioni di dollari

Con un nuovo verdetto un tribunale dello stato Usa del Missouri ha ordinato alla multinazionale americana Johnson & Johnson (J&J) di pagare 110 milioni di dollari ad una malata di cancro secondo cui la grave malattia è stata provocata dall’uso prolungato del talco.

La donna della Virginia, Lois Slemp, è colpita da tumore ovarico diffuso al fegato e lo sviluppo del cancro – secondo la corte di giustizia che ha dato ragione alla malata – è legato all’uso per anni del talco ed altri prodotti per l’igiene intima venduti appunto dalla J&J. Secondo i media Usa, la nuova sentenza è la più pesante emessa contro l’azienda, che è oggetto di ben 2.400 cause pendenti che l’accusano di non aver messo in guardia contro i rischi di cancro legati all’uso dei suoi prodotti, in particolare la sua ‘baby powder’.

Precedentemente, evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, sempre di fronte al tribunale di St. Louis in Missouri, l’azienda fu condannata in tre diverse cause a pagare un totale 197 milioni di dollari. La Johnson & Johnson, pur affermando di avere simpatia per la donna, ha annunciato che presenterà un appello: “Continueremo a difendere la sicurezza della nostra Baby Powder”, dice una nota. L’ultima sentenza condanna sia la J&J che la ‘Imerys Talc’, azienda che fornisce talco: la J&J, giudicata responsabile per il 99% dei danni causati, dovrà pagare un totale di 110,4 milioni di dollari alla donna.

Mentre la responsabilità della Imerys ammonta solo all’1% e l’azienda dovrà risarcire 50.000 dollari. Da anni al centro di polemiche da parte dei consumatori per l’utilizzo ad esempio di diossano e formaldeide, considerati come elementi probabilmente cancerogeni per l’uomo, la Johnson&Johnson si è impegnata ad eliminare dai suoi prodotti ogni tipo di sostanza considerata pericolosa. Rimane però sul banco degli imputati l’uso costante del talco, minerale naturale composto di magnesio, silicio, ossigeno e idrogeno.

Ma il talco fa male?

Se è vero che nel 2006 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, la Iarc di Lione, ha inserito la polvere di talco nella categoria 2B, quella degli agenti per i quali esiste la possibilità di cancerogenità per gli esseri umani ma non ci sono prove sufficienti in merito, è anche vero che gli studi di coorte sono giunti a conclusioni differenti. Gli studi di coorte sono quelli nei quali i ricercatori individuano un gruppo di persone che fa uso di una determinata sostanza e lo segue per un certo periodo di tempo, anche per diversi anni, in modo da avere dei dati più precisi da confrontare con quelli di un altro gruppo che invece non la utilizza. Uno dei più completi studi di coorte in questo campo è stato pubblicato nel 2000 sul Journal of the National Cancer Institute: nelle sue conclusioni viene spiegato come “esista poco supporto per una qualsiasi associazione tra l’utilizzo perineale (sulle parti intime) di talco e il rischio complessivo di cancro alle ovaie”. Ad ogni modo, è stato rilevato in questo caso un incremento del rischio definito “modesto” per quanto riguarda i tumori sierosi delle ovaie, i più comuni.

 

L’oncologa Rita Brandi: “Ecco le prove che il Metodo Di Bella funziona”!!

 

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L’oncologa Rita Brandi: “Ecco le prove che il Metodo Di Bella funziona”!!

 

Da: Corriere della Sera

Seguace di Di Bella: «Io ho le prove che il Metodo funziona»

L’oncologa: «La sperimentazione è stato un bluff. Il professore diceva che la chemio è arcaica e non ha mai guarito nessuno»

di Riccardo Brunoù

Nel 1999 il ministero della Salute, al termine di una sperimentazione di più di un anno, stabilì che il metodo Di Bella era inefficace. Diciassette anni dopo, ci sono ancora moltissimi pazienti che chiedono di essere curati con il cocktail di farmaci ideato dal fisiologo di origine siciliana e medici che applicano quel protocollo. Come Rita Brandi, oncologa romana, che spiega senza troppi giri di parole: «La Di Bella continua perché la chemio non guarisce». Il malato per sottoporsi alla cura deve firmare un consenso informato. «Ho il dovere di prospettargli tutte le possibilità — spiega la dottoressa —. Se sceglie la terapia standard lo seguo nel migliore dei modi, affiancando le terapie di sostegno». Ma la maggiore parte dei suoi pazienti («circa l’80%» conferma) vanno da lei per quel metodo che ancora suscita speranze, ultima scialuppa dopo aver provato tutte le rotte della medicina convenzionale. Anche la dottoressa Brandi ha iniziato così. «Era il 1998, mia madre aveva un cancro al pancreas, diagnosi infausta, nessuna illusione chemioterapica. Corsi a Modena dal professore, lui fu chiaro, mi disse subito che non sarebbe morta di vecchiaia. Le avevano dato tre mesi di vita, visse dieci mesi, ma in condizioni decisamente migliori, meno dolori, voglia di fare, non era più una donna buttata sempre al letto».

«Posso tirare fuori le cartelle cliniche»

Già questo, spiega Rita Brandi, sarebbe un successo. Ma lei è pronta a dimostrare che la multiterapia, basata sulla convinzione che si possa fermare la crescita del tumore agendo sull’ormone della crescita e la prolattina, a volte può guarire. «Posso tirare fuori le cartelle cliniche, non ho paura a confrontarmi. Dicevano che sarebbe bastato un solo caso per darle validità, ce ne sono quanti ne vogliono». È convinta che la «sperimentazione sia stata un bluff. Hanno scelto pazienti terminali, che avevano già completato l’iter tradizionale, fortemente debilitati e defedati». Ricorda quando «Di Bella mi diceva che la “chemioterapia è invasiva ed arcaica e che non ha mai guarito nessuno”. Al contrario, io ho visto morire di chemio». Nonostante questo, assicura di non essere una «dibelliana con i paraocchi». «Bisogna essere aperti a tutto ciò che può aiutare il paziente. E purtroppo la stragrande maggioranza dei medici ha perso l’entusiasmo e la curiosità». È consapevole che le sue scelte la isolano. «All’inzio ho sofferto, essere accostata ai ciarlatani mi ha provocato turbamenti emotivi. Ma ci sono i pazienti a darti coraggio e a spingerti ad andare avanti».

fonte: http://www.corriere.it/cronache/16_settembre_13/seguace-di-bella-io-ho-prove-d47f3d40-79f4-11e6-8c12-dd8263fa3b6d.shtml

Big Pharma: distruggete quei farmaci, così aumentiamo i prezzi …Ecco come queste carogne sacrificano la vita della Gente all’altare del Dio Business

Big Pharma

 

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Big Pharma: distruggete quei farmaci, così aumentiamo i prezzi …Ecco come queste carogne sacrificano la vita della Gente all’altare del Dio Business

 

Big Pharma: distruggete quei farmaci, così aumentiamo i prezzi

Aspen Pharmacare accusata di aver eliminato forniture di medicinali anticancro per poter far lievitare i costi. Cresciuti nel Regno Unito del 1100%

LONDRA – Salta fuori un altro scandalo su Big Pharma. E stavolta fra le sue vittime c’è anche l’Italia. Sotto accusa è Aspen Pharmacare, un’azienda farmaceutica sudafricana che ha il quartiere generale europeo a Dublino. Tra il 2012 e il 2014, secondo rivelazioni del Times di Londra, la società discusse la distruzione di forniture di medicinali che possono salvare la vita a pazienti malati di leucemia e di altre forme di cancro del sangue, allo scopo di imporre aumenti fino al 4mila per cento dei prezzi dei prodotti ai propri clienti, tra cui la sanità pubblica italiana, spagnola, britannica e di altri paesi.

A causa degli aumenti, per esempio, il costo del Busulfan, un medicinale prescritto ai malati di leucemia, in Gran Bretagna è cresciuto da 5 a 65 sterline a confezione nel corso del 2013, un incremento del 1100 per cento. Nel 2009 la Aspen aveva acquistato i diritti per un portafoglio di farmaci oncologici da un altro gigante del settore, la GlaxoSmithKline (Gsk), per 273 milioni di sterline. In cambio, la Gsk ha ricevuto il 16 per cento della Aspen, che da allora ha rivenduto per 1 miliardo e 700 milioni di sterline (oltre 2 miliardi di euro).

I farmaci in questione sono efficaci nella terapie contro vari tipi di cancro del sangue, in particolare per curare bambini e anziani. Non esistono terapie alternative. L’anno scorso, dopo un’inchiesta analoga del Times, il governo britannico ha introdotto leggi che permettono allo stato di imporre a un’azienda prezzi più bassi se quelli fissati vengono giudicati eccessivi e legislazioni analoghe sono state approvate o sono in discussione altrove in Europa. Ma nel periodo dell’indagine del quotidiano londinese non esistevano restrizioni simili. E dunque Big Pharma aveva un solo limite agli aumenti indiscriminati dei prezzi: la propria coscienza. Che a quanto pare non ha frenato l’azienda sudafricana.

In base ai documenti ottenuti dal Times, la Aspen ha condotto “aggressivamente” i negoziati con il sistema sanitario nazionale italiano e con altri in Europa, creando artificialmente un deficit nelle forniture dei medicinali o minacciando di interromperle del tutto per costringere le autorità ad accettare le richieste di aumenti vertiginosi. Nell’ottobre 2013, scrive il quotidiano, Aspen avvertì l’Italia che avrebbe smesso di fornire i farmaci se il nostro governo non avesse accettato un incremento dei prezzi del 2100 per cento entro tre mesi. In seguito le autorità italiane hanno approvato forti aumenti, ma nel frattempo ci sono state carenze dei medicinali orchestrate appositamente dalla Aspen per mettere sotto pressione la nostra sanità.

Il giornale riferisce il caso di un farmacista italiano che scrisse alla Aspen e al distributore italiano lamentandosi che era costretto a scegliere a quale tra due famiglie con un bambino malato di cancro dare l’unica confezione di farmaco che aveva, come risultato delle mancate forniture da parte dell’azienda. E in Spagna, davanti alla iniziale resistenza delle autorità agli aumenti, un dirigente dalla Aspen rispose che se il governo non accettava gli aumenti, “l’unica possibilità” per l’azienda sarebbe stata quella di “donare o distruggere i medicinali”. In un’altra email, un funzionario della Aspen osserva che la società avrebbe potuto guadagnare di più vendendo in Spagna i farmaci destinati all’Italia, anche se ciò avrebbe lasciato l’Italia a corto dei medicinali necessari alle cure previste.

Interpellato dal Times, Dennis Dencher, amministratore delegato della Aspen Pharma Europe, afferma che gli aumenti dei prezzi erano “al livello appropriato per promuovere la sostenibilità a lungo termine” dei farmaci. E un portavoce della Gsk commenta che la sua azienda “non era coinvolta nelle decisioni sui prezzi dei medicinali, dopo averne venduti i diritti alla Aspen”. Tutti con la coscienza a posto, dunque. E ai malati una sola opzione: pagare di più o morire.

 fonte: http://www.repubblica.it/salute/2017/04/14/news/aspen_farmaci_cancro_costo-162973391/