Padova, nascono i sensori nanotecnologici per scoprire i tumori

 

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Padova, nascono i sensori nanotecnologici per scoprire i tumori

LʼIstituto italiano di tecnologia e lʼUniversità di Padova hanno portato a termine uno studio finito in copertina della nuova rivista scientifica internazionale “Chem”

Nuovi sensori nanotecnologici per la diagnosi precoce dei tumori e il riconoscimento di sostanze tossiche nel sangue: è il frutto di una ricerca tutta italiana condotta dal Molecular Modeling & Drug Discovery dell’Istituto italiano di tecnologia. La scoperta, guidata assieme al gruppo di ricerca dell’Università di Padova, promette di individuare molecole, tra cui droghe o sostanze dopanti, presenti anche a bassissime concentrazioni nei campioni da analizzare.

Per la sua importanza, lo studio è stato scelto come copertina della nuova rivista internazionale Chem. I risultati della ricerca italiana aprono a grandi prospettive nell’ambito della medicina personalizzata: le nanoparticelle artificiali possono avere funzioni che simulano il comportamento delle proteine, molecole biologiche essenziali alla vita.

Nanoparticelle ingegnerizzate

La scoperta consente dunque di costruire delle nanoparticelle artificiali con funzione di sensori diagnostici per il tumore. Questi oggetti, delle dimensioni del miliardesimo di metro, sono composti da un nucleo metallico centrale di atomi d’oro con funzione strutturale a cui sono legate altre piccole molecole. Queste ultime hanno la funzione di “riconoscere” le sostanze con cui entrano in contatto.

“L’obiettivo – ha spiegato Marco De Vivo, autore principale della ricerca – è quello di creare delle particelle ingegnerizzate utili a riconoscere specifiche sostanze di interesse, come fanno le proteine in natura”. Le simulazioni mostrano che le nanoparticelle assumono una forma diversa in soluzione a seconda della struttura chimica delle molecole che le ricoprono: in base alla conformazione assunta dalla superficie, avviene il riconoscimento dell’una o dell’altra sostanza presente in soluzione.

Sulla superficie delle nanoparticelle si formano infatti veri e propri siti di riconoscimento, tasche transienti e dinamiche che legano la sostanza “A” piuttosto che la “B”, analogamente a quanto si verifica nelle proteine, che riconoscono sostanze seguendo il modello “della serratura e della chiave” (dove la serratura è uno specifico sito di interazione e la chiave l’analita riconosciuto).

fonte: http://www.tgcom24.mediaset.it/salute/padova-nascono-i-sensori-nanotecnologici-per-scoprire-i-tumori_3084034-201702a.shtml

Tumore al polmone, trovata la cura? Ecco il farmaco che demolisce le cellule maligne…

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Tumore al polmone, trovata la cura? Ecco il farmaco che demolisce le cellule maligne…

È un nuovo anticorpo monoclonale, un “farmaco intelligente” che si è rivelato in grado di colpire e demolire il tumore del polmone fino ad oggi incurabile.

Si chiama Keytruda (pembrolizumab), ed in Italia è stato approvato il mese scorso dall’Aifa come “farmaco di prima linea”, cioè da usare come prima terapia in alcune neoplasie del polmone, incluse quelle inoperabili, quelle cioè diffuse e metastatiche, per le quali fino ad ora esisteva solo la chemioterapia. Il suo effetto terapeutico è stato definito rivoluzionario, ed in effetti per la prima volta, dopo 40anni, un medicamento “biologico” si è rivelato un’arma micidiale, efficace e selettiva, in grado di aggredire solo ed esclusivamente le cellule neoplastiche, potenziando il sistema immunitario del paziente ammalato, inducendolo a riconoscere e distruggere tutte le sue cellule maligne.

Questa terapia, definita “immuno-oncologia”, in un prossimo futuro sostituirà completamente la chemioterapia classica, la quale agisce uccidendo tutte le cellule in replicazione, incluse quelle sane, comportando pesanti effetti collaterali.

L’anticorpo monoclonale, invece, elimina solo le cellule tumorali, si lega unicamente alle cellule bersaglio per le quali è stato programmato, ed ha un meccanismo d’azione opposto rispetto a quello della chemio, perché risveglia le difese naturali del nostro organismo, ovvero riattiva il sistema immunitario bloccato dal tumore, stimolandolo a riconoscere le cellule neoplastiche, ad attaccarle e indurle ad autodistruggersi.

In pratica riattiva i linfociti T, le cellule che normalmente sono presenti nel nostro sangue in difesa dalle malattie infiammatorie ed infettive (che la chemio distrugge), inducendoli a bloccare il recettore cellulare che fa crescere il tumore,il quale in breve tempo si riduce, smette di proliferare e le sue cellule in circolo vengono bersagliate una ad una, e muoiono “a cascata”, una dopo l’altra.

Il Keytruda, una macromolecola umanizzata dal topo, sviluppata e commercializzata dalla Merck, ha inoltre un pregio importante, quello di avere un profilo di tollerabilità ottimo, cioè non provoca gli effetti collaterali della chemioterapia (vomito, astenia o perdita dei capelli) e non ha tossicità ematologica e midollare, perché elimina solo le cellule malate, risparmiando quelle sane.

Gli anticorpi monoclonali sono l’unica vera grande scoperta della ricerca scientifica e farmacologica degli ultimi 20 anni, ed ormai si sono dimostrati in grado non solo di curare, ma addirittura di guarire definitivamente molte neoplasie del sangue una volta mortali (linfomi, mielomi e leucemie), e da circa 10 anni sono utilizzati anche per la cura dei tumori solidi, per gli adenocarcinomi, con grandi risultati, come per esempio nella cura del terribile melanoma, il tumore maligno della pelle, una volta letale al 90%, ed oggi, grazie a loro, curabile anche nella sua fase più avanzata.

Il Pembrolizuman viene somministrato in infusione venosa in flebo, per circa 30 minuti ogni tre settimane, per circa sei mesi, ed oggi é l’arma più precisa a disposizione, che si affianca a quelle tradizionali rappresentate dalla chirurgia, chemioterapia, radioterapia e terapie biologiche varie, e rappresenta un grande passo avanti verso la sconfitta o la cronicizzazione della malattia neoplastica.

Uno studio, pubblicato sul Lancet Oncology, ha testato 300 pazienti con tumore polmonare in fase molto avanzata, dimostrando che dopo oltre un anno il 70% dei malati, dichiarati incurabili,trattati con l’anticorpo monoclonale era vivo ed in buone condizioni, rispetto a circa il 40% di quelli trattati con la sola chemioterapia, ed inoltre si è osservato più del 50% di riduzione del rischio di progressione della malattia, mentre è stata certificata addirittura triplicata la sopravvivenza libera da progressione della malattia.

Per ora questo farmaco viene usato principalmente su particolari tipi di tumore polmonare, quelli con un carcinoma non a piccole cellule(NSCLC) e con alti livelli del recettore PD-L1, che inattiva i linfociti T, bloccando così la risposta del sistema immunitario contro il tumore. Il Keytruda in pratica sblocca questo meccanismo, e favorisce la autodistruzione del carcinoma del polmone. Questo nuovo immunomodulatore si sta inoltre sperimentando con successo su altri tipi istologici di neoplasia polmonare, ed anche sui carcinomi maligni di altri organi, come quelli del colon e del pancreas, con risposte che appaiono molto incoraggianti, e che vanno oltre le aspettative.

Una speranza scientifica che la ricerca farmacologica sta trasformando in affidabile certezza.

di Melania Rizzoli

 

fonte: http://www.liberoquotidiano.it/news/scienze—tech/12433297/tumore-polmone-keytruda-farmaco-cura.html

 

Glifosato: per la California è vietato perchè cancerogeno. Per l’Unione Europea, invece, possiamo pure crepare…

 

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Glifosato: per la California è vietato perchè cancerogeno. Per l’Unione Europea, invece, possiamo pure crepare…

Glifosato: per la California è cancerogeno. L’Ue ce lo serve sul piatto…

Storica vittoria dello stato americano contro la Monsanto. Previsto un avviso ai consumatori anche nelle etichette del prodotto. Lo stesso che i canadesi usano per fare maturare il grano che noi importiamo… La vergogna del CETA approvato anche dal Governo Gentiloni e dalla commissione Esteri del Senato…

Una vittoria per i cittadini e una dura sconfitta per la multinazionale Monsanto: a partire dal 7 luglio la California inserirà il glifosato nella lista dei  prodotti “cancerogeni”. Lo ha stabilito l’ufficio di valutazione dei rischi per la salute e l’ambiente (Office of environmental health hazard assessment, Oehha) dello Stato americano in sintonia con quanto sostenuto dallo IARC (International Agency for Research on Cancer) che fa capo all’ Organizzazione mondiale della sanità

Parliamo, come ormai è noto, del diserbante più diffuso al mondo. La multinazionale americana – che, di recente, si è fusa con la multinazionale tedesca che opera nel settore farmaceutico Bayer (come potete leggere qui) – aveva citato in giudizio lo Stato della California per impedire questa classificazione, ma ha perso la causa. E se i ricorsi confermeranno quanto stabilito dall’Agenzia californiana, sui prodotti contenenti glifosato dovrà essere aggiunta una etichetta che avvisi i consumatori dei rischi.

Un grande passo avanti per uno Stato che da anni ha intrapreso una battaglia per la salvaguardia dell’agricoltura e della salute dei cittadini.

Parliamo però solo delle confezioni che contengono l’erbicida. Non ci sarà nessuna etichettatura sui prodotti alimentari che sono stati trattati con il glifosato.

E questo è un argomento che ci interessa da vicino: il glifosato, infatti, non è usato solo come erbicida, ma anche come disseccante, per fare maturare la piante in condizioni climatiche ostili. Pratica molto diffusa  in Canada, soprattutto nelle coltivazioni di grano duro (ma non solo).

Grano duro che poi rifilano alle nostre industrie della pasta: più della metà del grano duro importato in Italia proviene dal Canada, come vi abbiamo raccontato qui. 

E l’Europa che fa? Con l’approvazione del CETA – Comprehensive Economic and Trade Agreement, letteralmente “Accordo economico e commerciale globale”, ovvero il  trattato di libero scambio tra Unione Europea e Canada – spalanca ulteriormente le porte al grano duro e ad altri prodotti canadesi. Stessa cosa ha fatto il Governo Gentiloni che, in sordina, ha approvato il trattato. Che ora deve essere ratificato dal Parlamento italiano (la commissione Esteri del Senato l’ha già approvato con i voti di PD, Forza Italia e qualche centrista, come vi abbiamo raccontato qui).

L’Europa, attenta a non turbare gli umori delle multinazionali più che a proteggere la nostra salute, continua a sbandierare lo studio dell’EFSA, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare secondo cui il glifosato non provoca il cancro. Una conclusione opposta a quella dello IARC.

Peccato che l’Agenzia europea non abbia mai pubblicato gli studi sul tema, né li abbia mai posti al vaglio degli scienziati indipendenti, perché li considera legati a segreti commerciali.

Non solo. Secondo la Ong Corporate Europe Observatory il 46% degli esperti dell’Efsa in carica per il periodo 2015-2018 si trova in una situazione di conflitto di interessi, cioè con legami finanziari diretti o indiretti con compagnie o gruppi lobbystici i cui prodotti sono valutati dall’Autorità.

Insomma, possiamo stare tranquilli…

tratto da: http://www.inuovivespri.it/2017/07/04/glifosato-per-la-california-e-cancerogeno-lue-ce-lo-serve-sul-piatto/

La ricerca italiana che sfida Big Pharma. «Cancro, esistono cure migliori»

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La ricerca italiana che sfida Big Pharma. «Cancro, esistono cure migliori»

CHICAGO Parliamo di cancro. Con un un successo della ricerca italiana che si celebra nel tempio della scienza oncologica mondiale: il meeting dell’Asco, l’American Society of Clinical Oncology aperto a Chicago. Dove 30 mila scienziati di tutto il mondo ascolteranno i risultati di ben quattro studi indipendenti, tutti italiani. Si tratta di ricerche fatte nel nostro interesse, e non in quello dell’industria. E questi 4 studi, portati avanti da quasi un centinaio di gruppi italiani, hanno indagato se sia davvero necessario trattare le donne operate al seno con un lungo e costoso regime che combina la chemioterapia e un moderno anticorpo monoclonale per un anno, o se non bastino 9 settimane. Così come se sia davvero meglio aggiungere il tossico platino a un altro chemioterapico ai malati anziani di tumore del polmone. Ancora: perché prolungare le cure per sei mesi a persone operate al colon se ne bastano tre?
Queste ricerche fanno domande che l’industria mai si sarebbe fatta. Perché non è interessante scoprire che si possono accorciare i tempi di un trattamento, insieme ai costi e agli effetti collaterali per i pazienti. Oppure se mettere insieme più farmaci (come conviene all’industria) in un cocktail più difficile da tollerare per i malati si traduce in un beneficio reale. Sono domande a cui bisogna rispondere per prescrivere cure appropriate. Ma le companies non se le fanno. E tutti gli studi su cui i medici basano le loro terapie sono condotti da Big Pharma, che spende ogni anno in ricerca e sviluppo circa 60 miliardi di dollari. Cifra che nessun governo può permettersi. La forza schiacciante di queste cifre ha spinto medici e agenzie regolatorie a una sorta di rassegnazione: le ricerche le fa Big Pharma, a noi non resta che vigilare che non imbroglino. Pazienza se non ci diranno esattamente quali sono le dosi più efficienti e meno costose. Ma i piccoli studi italiani, costati pochi milioni, dimostrano che si può fare ricerca nell’interesse di tutti.
Non è indifferente quello che diranno Roberto La Bianca, Spedali Riuniti di Bergamo, e Alberto Sobrero, del San Martino di Genova, che, insieme a colleghi in tutto il paese, hanno misurato diversi schemi terapeutici somministrati agli oltre 30.000 italiani operati ogni anno per tumore del colon-retto, e scoperto che si potrebbero dimezzare i tempi della chemioterapia. «Studi che l’industria non fa – commenta La Bianca – per i quali serve un ruolo guida dell’Aifa». Che in passato l’agenzia ha avuto. Tra il 2005 e il 2008 l’allora direttore, Nello Martini, finanziò oltre 90 milioni di ricerche per definire l’appropriatezza dei farmaci: i lavori che si presentano oggi a Chicago furono finanziati nel 2007. Erano anni in cui tutta l’azione governativa era diretta a contenere Big Pharma e Martini lo fece. Quando fu cacciato con pretesti giudiziari per i quali è stato assolto. Tra le conseguenze del cambio di passo c’è stato lo stop agli studi indipendenti. Che però oggi ripartono, il nuovo direttore Mario Melazzini ha già messo sul piatto 12 milioni e, spiega «queste ricerche ci servono per scegliere e decidere cosa accettare a carico del Ssn e cosa rigettare come inutile o troppo tossico. Voglio comprimere le pretese delle aziende».
Non solo. Pier Franco Conte, direttore dell’Oncologia medica di Padova, ha messo insieme 82 ospedali italiani per vedere se la terapia standard che prevede la somministrazione – per le donne operate per un tumore del seno – di un costoso anticorpo monoclonale per un anno è la migliore, o se non sarebbe meglio una terapia di sole 9 settimane. Suddetto anticorpo ci costa circa 200 milioni di euro l’anno, ma è un salvavita. Ma, chiosa Conte: «il nostro lavoro vuole vedere se sono tutti soldi spesi bene».
Ci sono in ballo oltre 4 miliardi di euro. Tanto spendiamo ogni anno per i farmaci oncologici. Sono tutti spesi bene? «La maggior parte dei nuovi farmaci è efficace su porzioni piccolissime di pazienti», spiega Conte. E negli studi sponsorizzati dalle industrie entrano solo malati nelle condizioni cliniche che rispondono ai parametri già scritti per selezionare quelli su cui il farmaco funzionerà. La stragrande maggioranza delle persone reali resta fuori. Quando leggiamo che un farmaco, come quello recente per il polmone, aiuta il 30-40% di malati siamo felici. Ma nella vita reale questo vantaggio scende all’8% circa. Va bene lo stesso, perché saranno malati che stanno meglio. Ma dobbiamo saperlo». E a questo servono gli studi indipendenti. Anche per sapere chi davvero potrà beneficiare dei farmaci e così, conclude Conte: «Il problema dei costi non ci sarebbe».

 

Il Prof. Franco Berrino: il cibo è la «grande via» per la salute.

 

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Il Prof. Franco Berrino: il cibo è la «grande via» per la salute.

Intervista a Franco Berrino, medico ed epidemiologo, co-autore della Grande via, un libro che racconta come l’alimentazione possa giocare un ruolo chiave per una vita lunga, sana e felice.

In tutto il mondo le istituzioni scientifiche e sanitarie sono purtroppo chiamate a rispondere a leggi di mercato che hanno interesse a mantenerci in vita ma non in salute». Fa impressione leggere il risvolto di copertina del volume «La grande via», recentemente pubblicato da Mondadori. Perché le parole non sono di ingenui complottisti, ma di due scienziati, co-autori del volume. Ovvero Franco Berrino, medico, epidemiologo, già direttore del Dipartimento di medicina preventiva e predittiva dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano e Luigi Fontana, medico e scienziato di fama internazionale, professore ordinario di Medicina e di Scienze nutrizionali presso l’Università di Brescia e la Washington University di Saint Louis dove co-dirige un programma di longevità e salute.

Quale dieta dobbiamo adottare per stare in salute?
«Il gruppo di lavoro dell’Oms che ha redatto il Codice europeo per la prevenzione del cancro ha dato una serie di raccomandazioni. E poi, andando a vedere negli studi, con centinaia di migliaia di persone che hanno risposto a questionari alimentari e che sono proseguiti nel tempo per vedere chi si ammalava e chi no, si è visto che queste raccomandazioni non sono associate solo a una minore probabilità di cancro, ma anche a una minore mortalità per malattie di cuore, apparato respiratorio, digerente, diabete».

E cosa dice il Codice europeo contro il cancro? 
«Raccomanda di basare l’alimentazione quotidiana sui cereali integrali, sui legumi, verdure, frutta, compresa quella oleaginosa (noci, mandorle eccetera). Raccomanda di evitare le bevande zuccherate, le carni lavorate ovvero i salumi, di limitare le carni rosse, i cibi industriali ricchi di grassi e zuccheri (le classiche merendine). E andarci piano con le bevande alcoliche. Raccomanda poi di mantenersi snelli e fare attività fisica tutti i giorni».

Uno dei suoi cavalli di battaglia è contro le farine raffinate: perché fanno così male?
«Più vengono raffiniate e più si perdono le sostanze protettive contenute. Quelle raffinate non hanno più né la crusca né il germe. La crusca è importante per il funzionamento dell’intestino. E il germe è importante perché ci dà le vitamine, le sostanze antiossidanti. Le farine raffinate hanno poi un indice glicemico molto alto, fanno alzare rapidamente la glicemia. E questo porta a una serie di conseguenze negative».

L’American Heart Association raccomanda non più di 25 grammi di zucchero aggiunto al giorno: perché lo zucchero fa così male?
«Raccomanda anche di non fare assaggiare lo zucchero nei primi due anni di vita. Il saccarosio è fatto di glucosio e fruttosio. Ed è soprattutto quest’ultimo che fa male. Ostacola il funzionamento dell’insulina. E pertanto sale nel sangue e insieme i fattori di crescita (IGF-1) .E questo ha una serie di conseguenze negative sul lato cancro e sul cuore. E probabilmente anche sul lato malattie neurodegenerative. Lo zucchero è una sorta di droga, dà assuefazione. Dobbiamo limitarci a quello che ci offre la natura: anche nella frutta c’è il fruttosio, ma anche il suo contravveleno, migliaia di sostanze vitamina C, polifenoli, antiossidanti».

Perché vanno privilegiate le farine di grani antichi rispetto a quelli moderni, come si legge nel volume?
«Il grano è stato cambiato molto negli ultimi decenni. Da un lato per aumentare la redditività ma anche la forza perché è più facile da gestire con le macchine per fare pasta e pane. Però il glutine dei grani moderni è meno facilmente digeribile. C’è un fortissimo sospetto che sia uno dei fattori principali dell’aumento della celiachia. Il glutine dei grani più antichi, quello più antico di tutti è il farro monococco, è perfettamente digeribile».

Quindi è bene che ci sia questa ripresa di produzione di grani antichi in Italia?
«Certo, è assolutamente positivo. Timilia, Russello, Saragolla, ma anche grani teneri come il Verna. Sul campo producono un po’ meno, ma il grosso vantaggio è che non hanno bisogno di fitofarmaci, fertilizzanti. Sono molto più alti: sono stato in un campo di Senatore Cappelli e le spighe erano più alte di me. Questo però fa sì che le erbe infestanti più difficilmente le danneggiano. Ci sono vantaggi da più punti di vista».

Il Fondo mondiale per la ricerca sul cancro invita a mangiare legumi tutti i giorni: perché va limitata la carne a favore dei legumi? Anche quella bianca?
«Il problema è soprattutto la carne rossa, l’esagerazione del suo consumo. Io personalmente raccomando di andarci piano anche con quella bianca, perché anche questa favorisce l’infiammazione».

«Andarci piano» come si traduce? Quante volte a settimana?
«Io direi, che tipo di carne bianca? Se guardassimo cosa danno da mangiare ai polli di allevamento, la carne bianca non la mangeremmo più».

Dottore, ma che cosa possiamo mangiare, alla fine?
«Alla fine mangiamo pasta e fagioli come hanno sempre fatto i nostri nonni, la pasta con le fave, con i ceci. I legumi hanno come vantaggio la fibra. E una proprietà meravigliosa: rallentano la velocità dell’assorbimento degli zuccheri. Sono poi proteine ricche. Ma non hanno il difetto delle carni di aumentare lo stato dell’infiammazione cronico».

I legumi vanno mangiati sempre con i carboidrati, in quanto mancanti di alcuni amminoacidi?
«Sì, in alcuni manca la lisina, altri sono poveri di cisteina, per cui mangiandoli insieme con riso e grano siamo sicuri che non ci manca niente e non abbiamo troppo di qualche cosa. Ma ci sono anche legumi che contengono tutti gli amminoacidi necessari, come la soia, o pseudocerali come l’amaranto, la quinoa, il grano saraceno».

Chi è vegetariano o vegano è più sano?
«Sì e no. Potrebbe esserlo se mangiasse bene. Molti vegetariani o vegani che sono tali per ragioni etiche, rispettabilissime, finiscono per mangiare molto male, zucchero, bevande zuccherate, farine raffinate, alcolici».

L’Oms consiglia di ridurre il sale a un massimo di 5 grammi al giorno: «il sale iodato ha probabilmente causato un incremento di tiroiditi autoimmuni», si legge nella Grande via. Qual è l’alternativa?
«Lo iodio è stato molto importante per prevenire il gozzo nelle zone carenti di iodio, dove non si mangiavano né pesce né alghe, ma il sale iodato non è la soluzione ideale. Troppo iodio carica eccessivamente la tireoglobulina che diventa antigenica e favorisce la nascita di malattie autoimmuni, facciamo cioè anticorpi contro le nostre stesse strutture. L’alternativa è mangiare cibi ricchi di iodio, per esempio le alghe».

 

 

 

Attenzione agli agrumi VELENOSI che Vi vendono (legalmente) nei supermercati !!

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Attenzione agli agrumi VELENOSI che Vi vendono (legalmente) nei supermercati !!

Prova a comprare una confezione di agrumi in supermercato…

Trattato con Imazalil, è scritto sull’etichetta di arance e limoni.
Dietro quel nome un mondo, nefasto.
L’Imazalil è un fungicida utilizzato per conservare più a lungo gli agrumi.
Viene applicato per immersione o atomizzazione, si deposita sulla buccia porosa ed in piccole quantità penetra all’interno degli agrumi per renderli resistenti nel tempo.
L’imazalil è cancerogeno ed attualmente la normativa europea è estremamente permissiva rispetto all’impiego di questo fungicida. Unica nota per le aziende alimentari: vietato utilizzare la buccia di questi agrumi per fini alimentari!

E tutto il resto?

E la nostra salute?

Per Natale (e non solo) forse meglio comprare agrumi biologici, un po’ più costosi ma certamente più salutari.

( fonte: ECOS )

tratto da: http://curiosity2015.altervista.org/attenzione-agli-agrumi-velenosi-che-vi-vendono-legalmente-nei-supermercati/

Napoli – Bambini malati di cancro – tramite una Onlus – ordinano una cena speciale ad una nota paninoteca. La paninoteca consegna il doppio di quanto richiesto, con uno scontrino a dir poco fantastico…

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Napoli – Bambini malati di cancro – tramite una Onlus – ordinano una cena speciale ad una nota paninoteca. La paninoteca consegna il doppio di quanto richiesto, con uno scontrino a dir poco fantastico…

Bimbi malati di cancro ordinano la cena, la risposta della paninoteca è commovente

È stata una cena speciale, quella consumata mercoledì sera dai piccoli pazienti del reparto di oncologia pediatrica del Vecchio Policlinico di Napoli. A organizzarla per loro i volontari dell’associazione “Diamo una mano Onlus”, che da anni svolgono attività di animazione all’interno di quel reparto, cercando di rendere meno pesante la degenza ai bimbi ricoverati e offrendo un sostegno morale anche ai loro genitori. L’idea era semplicemente di cenare tutti assieme lì, in ospedale, lasciando scegliere ai bambini cosa mangiare. E loro avevano espresso il desiderio di ordinare dei panini da Puok Burger Store, una paninoteca del Vomero che, in poco più di un anno di attività, è già diventata un punto di riferimento per gli amanti del genere. Così i ragazzi di D1M hanno preso le ordinazioni e le hanno inviate al locale, avvisando che poi sarebbe passato uno di loro a ritirare il tutto.

E quando Viviana, la ragazza deputata a prelevare la cena, ha fatto rientro in reparto, bambini e volontari non credevano ai loro occhi: «Arriva Vivi, con buste piene zeppe di panini, patatine, salse di tutti i tipi, e ci dà un bigliettino (quello in foto), ci siamo emozionati tutti – si legge in un post pubblicato ieri sulla pagina Facebook dell’associazione –. Ma non perché non ci abbia fatto pagare nemmeno un euro, o perché ci abbia mandato il doppio di quello che avevamo richiesto, ma per il modo e soprattutto l’amore in cui quel gesto è stato fatto!!».

Al post sono allegate tre foto, una delle quali mostra lo scontrino su cui sono stati battuti tutti zeri e al centro è riportato un messaggio scritto a penna: «Che sia un momento di gioia. Staff Puok». Un gesto che ha commosso i tanti utenti che seguono l’attività dell’associazione attraverso il social network, come si può leggere nei numerosi commenti che fanno seguito al post: «Grande gesto, la migliore medicina per l’anima……..l’altruismo e la generosità!!! Chi vive di questi gesti ha tutto da raccogliere per quello che semina!!! Clonate queste persone che ne abbiamo un bisogno vitale!!!», scrive Lino. Invece, Luisa commenta così: «Che bello mi sono emozionata, non ci sono parole x descrivere la vostra bontà». E Franco si ripropone di far visita al locale prossimamente: «Appena torno a Napoli vado da Puok».

 

Così il tumore si difende dai farmaci

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Così il tumore si difende dai farmaci

Scoperto il meccanismo di resistenza a un farmaco molecolare per il cancro al rene. Una conferma che i nuovi proiettili biotech da soli non bastano.Il futuro è nei cocktail di queste sostanze e degli immunoterapici

I farmaci, per quanto nuovi e potenti, col tempo perdono di efficacia. E questo lascia i pazienti senza terapie. Uno studio dell Dipartimento di Oncologia Sperimentale dell’Istituto Europeo di Oncologia ha scoperto perché questo accade quando si trattano i malati di tumore del rene con un anticorpo monoclanale chiamato Sunitnib, e hanno pubblicato il loro lavoro sul Journal of Clinical Investigations.Non solo, hanno anche identificato una sostanza che può scardinare la resistenza.

“Purtroppo anche i farmaci più attivi in una prima fase poi smettono di esserlo perché i tumori inventano dei meccanismi cellulari di resistenza per sfuggire all’azione del farmaco e riprendere la loro crescita incontrollata – spiega Saverio Minucci, coordinatore dello studio e direttore del Programma di Nuovi Farmaci dell’Istituto Europeo di Oncologia – In genere, la resistenza al farmaco si sviluppa nell’arco di parecchi mesi o nei casi migliori dopo qualche anno dall’inizio del trattamento ma ci sono anche casi estremi in cui il tumore è già resistente sin dall’inizio. Per questo la ricerca dei farmaci biologici deve sicuramente cercare nuove molecole, ma anche trovare il modo di disinnescare il fenomeno della resistenza, per ottenere il massimo di efficacia dai farmaci di cui già disponiamo”.
Quello testato dai ricercatori milanesi è un doppio attacco. Il Sunitinib è un inibitore multi-target degli enzimi tirosin-chinasi, autorizzato in Italia come seconda linea di trattamento per il tumore stromale gastrointestinale e come prima e seconda linea per il carcinoma renale avanzato e/o metastatico. “Anche questo farmaco come gli altri all’inizio funziona bene ma poi ad un certo punto si sviluppa resistenza. Con il nostro studio, però, abbiamo scoperto un meccanismo importante, cioè quello grazie al quale la cellula tumorale ‘frega’ il farmaco. Ma abbiamo anche scoperto che questo meccanismo di resistenza si può bloccare” spiega Minucci. A frenare la resistenza può essere un altro farmaco anti-tumorale: “Studiando la resistenza al Sunitinib – continua Mohamed Elgendy, primo firmatario dello studio – abbiamo trovato che l’Everolimus, un farmaco conosciuto e in uso contro vari tumori, incluso lo stesso tumore renale, è in grado di neutralizzare i meccanismi di resistenza, rendendo così il tumore nuovamente sensibile al Sunitinib”.

Farmaci in tandem ma a basse dosi. Si tratta, però, si uno studio di laboratorio, ed è quindi necessario vedere se le cose stanno così sull’uomo. Dall’analisi di un gruppo pilota di pazienti i risultati sembrano essere confermati, ma bisogna ampliare il campione e sarà possibile farlo anche grazie alla collaborazione fra il network clinico dello Ieo con altri gruppi nazionali ed internazionali. “Si apre la possibilità concreta di utilizzare i due farmaci in associazione – riprende Minucci – con l’ulteriore vantaggio che entrambi agiscono anche a dosi relativamente basse, e dunque questo co-trattamento, oltre ad essere più efficace, potrebbe anche avere ridotta tossicità”. Lo studio clinico servirà anche a capire qual è il momento migliore per somministrare l’Everolimus e frenare così la resistenza: “L’ipotesi più plausibile è quella di darlo  poco dopo l’inizio della terapia anti-cancro senza aspettare che si sviluppi la resistenza” dice Minucci.

Ma se ora si ipotizza un attacco su due fronti, i ricercatori sono sempre più convinti del fatto che in futuro la strategia di lotta al tumore sarà più complessa: “Questo studio – conclude Minucci – ci conferma la direzione futura della ricerca dei farmaci anticancro che combinerà vari approcci: l’immunoterapia, per risvegliare la risposta del sistema immune contro il tumore; la target therapy, per colpire i bersagli chiave delle cellule tumorali; i farmaci anti-resistenza, per mantenere nel tempo l’efficacia del trattamento. Impossibile oggi pensare ad un’unica pillola anticancro. Sarebbe una pillola magica e la magia in scienza non esiste”.

fonte: http://www.repubblica.it/salute/2016/11/28/news/tumori_resistenza_ai_farmaci_ieo-153021807/

L’Agricoltura che uccide: pesticidi e cancro al fegato

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L’Agricoltura che uccide: pesticidi e cancro al fegato

Un nuovo rapporto della American Cancer Society ha rilasciato una rivelazione allarmante: i tassi di decesso per cancro al fegato sono raddoppiati  negli Usa ( e anche in Europa) a partire dalla metà degli anni ’80.

La relazione, che appare nella rivista CA: A Cancer Journal for personale medico s, offre diversi motivi possibili per questo sorprendente aumento, tra gli alti tassi di infezione da epatite C, un aumento dei tassi di obesità, un più alto consumo di alcol, e la mancanza di accesso alle l’assistenza sanitaria in alcuni dati demografici.

Quello che il rapporto non prende in esame, tuttavia, è il nesso comprovato tra pesticidi e cancro al fegato.
È importante riconoscere non solo alcuni, ma tutti i fattori di rischio per lemalattie del fegato, perché uccide oltre29.000 persone ogni anno.

La malattia del fegato è riconosciuto come la quinta causa di morte di cancro negli uomini, e l’ottavo nelle donne negli Stati Uniti. Guardato globalmente, tuttavia, il cancro del fegato è secondo solo al cancro polmonare in termini di decessi totali per cancro.

Una recente meta-analisi di 16 studi diversi, che comprendeva oltre 480.000 partecipanti provenienti da Asia, Europa e Stati Uniti, ha esaminato il legame tra esposizione ai pesticidi  e lo sviluppo di una delle forme più comuni di cancro al fegato, il carcinoma epatocellulare.

Lo studio ha determinato che l’esposizione ai pesticidi è collegata a un aumento del 71% del rischio di cancro al fegato.

Hamdi Abdi, un ricercatore del cancro presso il National Cancer Institute, e l’autore principale dello studio, ha osservato che mentre gli altri tipi di cancro al fegatocausati da infezioni da epatite C o abuso di alcol sono ben documentati, non si hanno abbastanza notizie per riconoscere il ruolo che i pesticidi svolgono nello sviluppo di questo tipo di cancro.

La natura degli studi inclusi nella meta-analisi ha reso difficile determinare esattamente quali pesticidi sono stati responsabili per l’aumento del rischio e a quali livelli, e sono necessari ulteriori studi.

Nel frattempo, tuttavia, studi come questo mettono in evidenza un altro motivo per cui dovremmo fare la transizione dalla frutta e verdura coltivati in modo convenzionale a opzioni senza pesticidi e di provenienza locale, biologici.

Naturalmente, gli alimenti biologici offrono molto di più di una semplice protezione dal cancro al fegato. Infatti, l’uso di pesticidi è stato collegato allo sviluppo di almeno nove malattie croniche :

La malattia di Alzheimer: studi hanno trovato che le persone esposte ai pesticidi hanno un aumentato il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer e la demenza, e sono anche soggetti a problemi di capacità motorie, problemi comportamentali e disturbi cognitivi.

Altri tipi di tumore:
Oltre al cancro del fegato, l’uso di pesticidi è stato anche legato allo sviluppo di tumori ossei, del cervello, del pancreas, della vescica e della prostata, nonché alla leucemia.
Difetti di nascita: Come l’uso di pesticidi agricoli aumenta, allo stesso modo aumentano i tassi di difetti alla nascita, in particolare nelle comunità agricole rurali, vedi Cosa succede in Argentina per i pesticidi.

Alterazioni del sistema endocrino: Proprio come plastica e detergenti per la casa, i pesticidi disturbano l’equilibrio ormonale, che causa la malattia, problemi riproduttivi e problemi di sviluppo.
Problemi di fertilità: L’esposizione ai pesticidi ha dimostrato di influenzare la fertilità di uomini e donne.

Asma: i tassi di asma sono in aumento in tutto il paese, e gli studi hanno trovato un chiaro legame tra questa condizione e l’esposizione di pesticidi. Un Agricultural Health Study ha coinvolto più di 25.000 donne a contatto con i campi per lavoro, ha confermato un legame tra sette insetticidi e asma atopica.
Diabete: L’esposizione ai pesticidi organofosfati sprona l’obesità e può portare al diabete.

Morbo di Parkinson: Il legame tra il morbo di Parkinson e l’uso di pesticidi è chiaramente definito, con uno studio che ha constatato che l’uso frequente di pesticidi domestici aumenta le probabilità di sviluppare questa malattia del 45 per cento. L’uso di organofosfati è ancora più pericoloso, ed aumenta il rischio di Parkinson di un enorme 71 per cento.

Disturbi dello sviluppo neurologico: Dal momento che il cervello e gli organi dei bambini si stanno ancora sviluppando sono particolarmente sensibili agli effetti dei pesticidi. I bambini che vivono in aree in cui l’irrorazione aerea per gli insetti è di routine hanno il 25 per cento in più di probabilità di sviluppare disturbi dello sviluppo neurologico come l’autismo.

Fonte: http://www.ninconanco.info/cibo-diventa-sempre-piu-tossico-causa-pesticidi-aumentano-casi-cancro-al-fegato/

Nuove accuse per i lettini solari – L’Oms: boom di tumori della pelle…!!!

 

lettini solari

 

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Nuove accuse per i lettini solari – L’Oms: boom di tumori della pelle…!!!

A dicembre scorso era stato il Comitato scientifico della Commissione europea per la Salute, Ambiente e rischi emergenti (SCHEER) ha bocciare la radiazione ultravioletta, compresa quella emessi dai lettini solari, definendola “un agente cancerogeno”. Ora una nuova condanna arriva direttamente dall’Oms che spiega come i lettini solari siano responsabili di oltre 450mila casi di tumore della pelle e più di 10mila casi di melanoma ogni anno in Usa, Europa e Australia insieme. L’Organizzazione mondiale della sanità oltre alla denuncia chiede ai paesi membri di fare di più per limitarne l’uso.

Donne (adolescenti e giovani) le più esposte

Negli ultimi 30 anni l’esposizione a radiazioni ultraviolente a scopi cosmetici – si legge in un report dell’Ansa.it – ha fatto lievitare l’incidenza dei tumori della cute e abbassare l’età in cui si manifestano. La maggior parte degli utenti sono donne, soprattutto adolescenti e giovani. Diversi studi hanno dimostrato che chi ha usato i lettini solari almeno una volta nella vita ha un 20% in più di rischio di avere il melanoma rispetto a chi non li ha mai usati, e del 59% in più se vi si ricorre prima dei 35 anni.

Banditi in Brasile, in Italia vietati alle donne incinte

Nel 2009 la Iarc ha classificato le radiazioni dei lettini abbronzanti come “carcinogeni” per l’uomo. E alcuni paesi hanno preso le contromisure. Il Brasile e l’Australia li hanno vietati a scopi commerciali mentre Canada, Francia, Irlanda e Usa ne hanno regolamentato slogan e spot publicitari al fine di evitare la propaganda di benefici inesistenti. Invece in Italia, spiega l’Ansa, è stato richiesto ai proprietari dei lettini di proibirne l’uso alle persone con pelle chiara e alle donne incinte.

Dannosi come i raggi a Mezzogiorno

I raggi ultravioletti emessi da lettini e lampade solari, spiegano gli esperti, sono intensi quanto quelli emessi dalla luce a Mezzogiorno e aumentano il rischio di tumori della pelle, melanoma e non, oltre che di invecchiamento cutaneo, infiammazione degli occhi e abbassamento delle difese immunitarie.