Attenzione – Secondo uno “studio scientifico” commissionato dall’American Petroleum Institute (Api), i neri non si ammalano per l’inquinamento provocato dalle lobby del petrolio, ma perchè “sono predisposti”…!

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Attenzione – Secondo uno “studio scientifico” commissionato dall’American Petroleum Institute (Api), i neri non si ammalano per l’inquinamento provocato dalle lobby del petrolio, ma perchè “sono predisposti”…!

Razzismo e petrolio: i neri non si ammalano per inquinamento, sono predisposti

I petrolieri Usa usano l’eugenetica per screditare uno studio scientifico

Leggiamo da GreenReport che qualche giorno fa “National association for the advancement of coloured people (Naacp)”, “Clean air task Force”  e “National medical association (Nma)” hanno pubblicato lo studio studio “Fumes Across the Fence-Line: The Health Impacts of Air Pollution from Oil & Gas Facilities on African American Communities” dal quale emerge che oltre un milione di afroamericani vivono a mezzo miglio di pozzi e impianti petroliferi e gasieri e che altri 6,7 milioni vivono nelle contee dove ci sono le raffinerie e denunciano che questi ambienti  tossici stanno facendo ammalare milioni di afroamericani che vivono nelle loro immediate vicinanze.

Il rapporto afferma che «Molte comunità afroamericane affrontano un rischio elevato di cancro a causa delle emissioni di aria tossica derivanti dallo sviluppo del gas naturale. L’aria in molte comunità afroamericane viola gli standard di qualità dell’aria per lo smog da ozono. Nelle comunità afro-americane i tassi di asma sono relativamente alti. Inoltre, a causa dell’aumento dell’ozono dovuto alle emissioni di gas naturale durante la stagione estiva dell’ozono, i bambini afroamericani sono gravati da 138.000 attacchi di asma e da 101.000 giorni di scuola persi ogni anno».

Di fronte a questi dati, l’American petroleum institute (Api) non ha trovato di meglio che esprimere oscure critiche al rapporto ritirando fuori argomentazioni screditate e razziste secondo le quali sarebbe la “genetica” e non l’inquinamento da idrocarburi la causa della cattiva salute delle comunità nere rispetto a quelle bianche che vivono più lontane dagli impianti petroliferi e gasieri.

Uni Blake, un consulente scientifico per gli affari regolamentari e scientifici dell’Api, ha difeso così su Energy Tomorrow, una pubblicazione online dell’ l’American petroleum institute, l’industria dei combustibili fossili: «Ho letto un articolo della Naacp pubblicato questa settimana che accusa il gas naturale e l’industria petrolifera delle emissioni che gravano in modo sproporzionato sulle comunità afroamericane. Come scienziato, la mia osservazione generale è che il documento non riesce a dimostrare una relazione causale tra l’attività del gas naturale e le disparità per la salute, segnalate o previste, all’interno della comunità afro-americana».

Quindi, se le comunità nere e ispaniche che vivono vicino agli impianti di petrolio e gas si ammalano più di quelle bianche che vivono più lontane, cosa potrebbe causare i risultati sproporzionati che vengono fuori dallo studio? La risposta di Blake è sorprendente: avrebbe potuto farli ammalare qualcosa che è nei geni delle persone di colore. «Piuttosto, la ricerca accademica attribuisce quelle disparità di salute ad altri fattori che non hanno nulla a che fare con le operazioni di gas naturale e petrolio – come la genetica, gli allergeni indoor e l’accesso iniquo alle cure preventive», ha scritto su Energy Tomorrow.

Per corroborare le sue tesi che sembrano venire da un lontano passato di croci uncinate e leggi razziali, Blake ha citato un rapporto del 2005 dell’Athhma and Allergy Foundation e del National Pharmaceutical Council che sosterrebbe le sue stesse teorie genetiche, ma in realtà quel rapporto “Ethnic Disparities in the Burden and Treatment of Asthma”, sostiene che la genetica svolge un ruolo molto minore e subordinato rispetto ai fattori ambientali nella prevalenza dell’asma tra le popolazioni afro-americane e quelle latinoamericane negli Stati Uniti. Infatti, il rapporto afferma che  «Le indagini sulle famiglie hanno identificato una storia materna o un’altra storia familiare di asma come un fattore di rischio principale per l’asma infantile, evidenziando la componente ereditaria della morbilità asmatica … Sembra ragionevole ipotizzare che il maggior carico di asma tra le popolazioni statunitensi con una significativa discendenza africana (in particolare, le popolazioni nere e portoricane) … sia in qualche modo legato ai geni africani – o ad una combinazione di geni africani ed europei. Tuttavia, la maggior parte delle prove fino ad oggi sembra indicare che la spiegazione si trova altrove, nelle disparità socioeconomiche e ambientali, nelle differenze comportamentali o culturali e nell’accesso all’assistenza sanitaria di routine».

In altre parole, anche la “ricerca accademica” che Blake ha citato contraddice la sua ipotesi e indica il degrado ambientale causato dall’industria petrolifera e gasiera come il probabile principale colpevole nel far ammalare afroamericani e latinoamericani.

Su ThinkProgress Sam Fulwood III scrive che i dirigenti dell’Api, Blake compreso, si sono rifiutati di rispondere su questa imbarazzante presa di posizione e fa notare che «L’idea che le differenze genetiche spieghino i diversi risultati sanitari tra gruppi etnici e razziali è un’idea vecchia e razzista che affonda le sue radici nel nefasto movimento dell’eugenismo tra fine XIX e inizio XX secolo, quando i suprematisti bianchi sostenevano la sterilizzazione forzata degli esseri umani – spesso persone di colore – ritenuti “mentalmente inferiori” o “non adatti a propagarsi”». Insomma, pur di scaricarsi di dosso colpe più che evidenti, i petrolieri statunitensi sono tuffati nello sporco e mefitico fiume del razzismo ottocentesco e del nazismo e fascismo novecenteschi e hanno scoperto di essersi ricoperti di una sostanza non proprio profumata.

Robert Bullard, professore di pianificazione urbana e politica ambientale alla Texas Southern University di Houston, si è detto indignato per le argomentazioni utilizzate dall’Api definendole «Un insulto all’intelligenza  non solo degli afroamericani ma all’intelligenza di tutti gli americani in grado di capire».

Bullard, che è noto come il padre del movimento per la giustizia ambientale, ha ricordato che «Altri grossi interessi economici hanno tentato senza successo di utilizzare lo stesso argomento. Le persone [dell’industria del petrolio e del gas] che hanno risposto allo studio stanno fondamentalmente utilizzando la stessa argomentazione [dell’industria del tabacco] che la colpa non è delle sostanze chimiche e del petrolio e del gas, ma è delle persone, il cui comportamento porta in qualche modo alle disparità di salute. Sta incolpando gli individui che vivono vicino a questi impianti e assolvono le imprese da qualsiasi tipo di responsabilità».

Medici ed esperti hanno condannato il tentativo dell’Api di rilanciare idee a lungo screditate. «Al di là e al di là degli altri fattori, le operazioni petrolifere e gasiere nelle comunità causano un ulteriore livello di rischio – ha detto Jacqueline Patterson, direttrice del programma di giustizia ambientale e climatica della Naacp . Anche altre persone che vivono in quelle comunità hanno anche quelle condizioni di salute che derivano da quelle esposizioni. Ciò ridurrebbe il ruolo della “genetica”». Insomma, non sono i geni: i bianchi che vivono nelle comunità vicine a impianti inquinanti e pericolosi per l’ambiente hanno le stesse probabilità dei neri di ammalarsi di asma, cancro e altri disturbi.

Leslie Fleishchman, una delle autrici dello studio e analista della Clean air task force, conclude: «I dati del nostro rapporto esaminano il rischio di cancro e gli impatti sulla salute dello smog dei ozono nella popolazione e quindi, se quella popolazione è più vulnerabile a causa di questi fattori, è ancora più importante affrontare i fattori aggravanti che sono facilmente evitabili come il controllo delle emissioni non necessarie dagli impianti di petrolio e gas».

tratto da: http://www.greenreport.it/news/inquinamenti/petrolieri-americani-gli-afroamericani-non-si-ammalano-inquinamento-predisposti/

Come ci nascondono il biossido di titanio nei cibi, soprattutto quelli destinati ai nostri figli. E fa malissimo: è cancerogeno!

 

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Come ci nascondono il biossido di titanio nei cibi, soprattutto quelli destinati ai nostri figli. E fa malissimo: è cancerogeno!

 

L’Agenzia francese per la concorrenza, il consumo e le frodi ha trovato biossido di titanio in nanoparticelle non dichiarato in etichetta in 17 campioni di alimenti sui 19 testati. Le nanoparticelle sono state trovate in alimenti testati tra cui dolciumi, salse, spezie e condimenti per dolci e decorazioni: in tutti i casi si tratta di una violazione del regolamento del 2014 che prevede che sia espressamente indicata in etichetta la presenza di ingredienti in forme nanometriche.

“Incontreremo i rappresentanti delle imprese a breve per discutere questi risultati e decideremo se verranno intraprese ulteriori azioni per garantire il rispetto della regolamentazione comunitaria. i risultati di queste indagini saranno annunciati alla fine di quest’anno e saranno trasmessi alle autorità europee ” ha fatto sapere un rappresentante dell’Agenzia.

Il biossido di titanio (E 171) è usato come colorante alimentare bianco dai produttori, principalmente nei prodotti di pasticceria e prodotti da forno. E’ considerato un potenziale cancerogeno e per questo è uno di quegli additivi da evitare. Per sapere come orientarvi nel variegato mondo degli additivi non perdetevi il prossimo numero del Salvagente in edicola il 24 novembre.

 

 

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/11/17/come-ci-nascondono-il-biossido-di-titanio-nei-cibi/28241/

L’alcol è cancerogeno e l’industria lo ha deliberatamente nascosto!

 

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Alcol cancerogeno: i produttori nascondono la relazione tra alcol e cancro

L’alcol è cancerogeno, l’industria lo ha deliberatamente nascosto. Uno studio inglese e svedese dimostra la relazione tra alcol e cancro
L’alcol è cancerogeno e l’industria lo ha deliberatamente nascosto

“L’industria dell’alcol nasconde o minimizza il rischio di tumori associato al consumo di bevande alcoliche”. È questo il risultato dello studio condotto dai ricercatori della London School of Hygiene & Tropical Medicine e del Karolinska di Stoccolma.

Alcol ha proprietà cancerogene nascoste dalle aziende produttrici

Sebbene diversi studi scientifici abbiano dimostrano  la correlazione tra il consumo di alcool e forme tumorali al cavo orale, colon-retto, seno e fegato, tuttavia le aziende vinicole minimizzano o nascondono il fatto all’interno della loro comunicazione.

Durante il 2016, il gruppo di ricercatori ha analizzato 26 siti web di produttori vinicoli scoprendo che 24 su 26 di questi siti presentavano una comunicazione confusa sulla connessione tra alcol e cancro. dichiarando che non ci sono evidenze chiare, o negando palesemente questa connessione.

L’alcol è cancerogeno, lo dimostrano i risultatati di un studio inglese e svedese

“Bere alcol anche moderatamente aumenta il rischio di cancro, e la sensibilizzazione del pubblico è scarsa. Se ci fosse una maggiore conoscenza, per i produttori sarebbe una minaccia seria” ha spiegato Petticrew, il principale autore dello studio.

fonte: http://www.affaritaliani.it/medicina/alcol-cancerogeno-produttori-nascondono-la-relazione-tra-alcol-cancro-498564.html

Gli impressionanti numeri del cancro in Italia: il 40% dei casi di tumore sono evitabili.

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Gli impressionanti numeri del cancro in Italia: il 40% dei casi di tumore sono evitabili.

I numeri del cancro in Italia 2017: il 40% dei casi di tumore sono evitabili

Tumori: il 40% può essere evitato; si muore di più di tumore al pancreas; al Sud meno casi di tumore ma si sopravvive meno…Ecco I numeri del cancro in Italia

Cancro in Italia, presentato oggi al ministero della la settima edizione del volume “I numeri del cancro in Italia 2017” che fotografa l’universo cancro in tempo reale grazie al lavoro dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom), dell’Associazione Italiana Registri Tumori (Airtum) e della Fondazione Aiom.

Tumori: il 40% dei casi sono evitabili

 

“È necessario continuare a promuovere campagne di sensibilizzazione perché’ il 40% dei casi di tumore può essere evitato seguendo uno stile di vita sano, e con la prevenzione si possono inoltre generare risparmi e liberare risorse che potrebbero essere indirizzate alla promozione di progetti di ricerca e alla disponibilità di nuove terapie”.

Lo scrive il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, nella prefazione del volume ‘I numeri del cancro in Italia 2017’, giunto alla settima edizione, grazie alla collaborazione tra l’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) e l’Associazione italiana dei registri tumori (Airtum).

“Resta ancora molto da fare – aggiunge Lorenzin – per combattere in maniera ancora più incisiva l’abitudine al fumo di sigaretta, in particolare per i giovani e per le donne, tra le quali continuano a crescere l’incidenza e la mortalità per tumore del polmone, direttamente correlato all’abitudine tabagica, e per una maggiore penetrazione dei programmi di screening, che in alcune aree del Paese presentano ancora bassi livelli di diffusione”
Sottolineando l’importanza della ricerca, dell’umanizzazione nel rapporto medico-paziente, Lorenzin ribadisce la necessità di avere “sempre di più lo sviluppo e la definizione di un approccio integrato e multidisciplinare sia in termini di strategia di cura sia per garantire una offerta adeguata di assistenza in continuità tra ospedale e territorio, vicino al domicilio, realizzando una presa in carico globale della persona nei suoi bisogni sanitari, sociali e relazionali attraverso l’integrazione dei vari attori istituzionali e non istituzionali, delle famiglie e delle associazioni”.

Tumori: 369mila stimati per 2017, il 52% riguarda maschi 

 

Sono 369mila i nuovi casi di tumore in Italia stimati nel 2017. Circa il 52% riguarda persone di sesso maschile (192.000), il 48% circa (177.000) quelle di sesso femminile. Nel 2016, viene ricordato, i nuovi casi erano stati 365.800. “L’incidenza è in netto calo negli uomini (-1.8% per anno nel periodo 2003-2017), legata principalmente alla riduzione dei tumori del polmone e della prostata, ed e’ stabile nelle donne, ma si deve fare di più per ridurre l’impatto di questa malattia, perché’ oltre il 40% dei casi è evitabile”, ha affermato Carmine Pinto, presidente nazionale Aiom.

 

Tumori: più malati al Nord, ma minore sopravvivenza a Sud 

 

“Si conferma, anche nel rapporto I numeri del cancro in Italia 2017, un’Italia a due velocità per quanto riguarda il cancro: emerge infatti una forte difformità tra il numero di nuovi casi registrati al Nord rispetto al Centro e al Sud, sia negli uomini che nelle donne”. Lo ha detto Lucia Mangone, presidente Airtum,

“Al Nord – ha spiegato Mangone – ci si ammala di più rispetto al Sud. Il tasso d’incidenza tra gli uomini è più basso dell’8% al Centro e del 17% al Sud/Isole rispetto al Nord e per le donne del 5% e del 18%. Alla base di queste differenze vi sono fattori protettivi che ancora persistono al Sud, ma anche una minore esposizione a fattori cancerogeni (abitudine al fumo, inquinamento ambientale ecc). Per contro – ha aggiunto Mangone – al Sud si sopravvive di meno: nelle regioni meridionali, dove gli screening oncologici sono ancora poco diffusi, non si è osservata la riduzione della mortalità e dell’incidenza dei tumori della mammella, colon-retto e cervice uterina”.

 

Tumori: si muore più spesso per il tumore al pancreas, il tumore del colon-retto e il tumore al seno sono i più diffusi 

 

“La bestia nera in termini di mortalità in entrambi i sessi riguarda ancora il tumore del pancreas (solo 8% i pazienti vivi a 5 anni dalla diagnosi)”. Lo ha detto Carmine Pinto, presidente nazionale Aiom, illustrando questa mattina al ministero della Salute i dati contenuti nel volume “I numeri del cancro in Italia 2017”.

I 5 tumori più frequenti nel 2017, ha poi aggiunto Pinto, sono quelle del colon-retto (53.000 nuovi casi), del seno (51.000), in crescita solo nelle fasce di età dove si è avuto un ampliamento dello screening, cioè fra i 45-49 anni e nelle over 70, del polmone (41.800), della prostata (34.800) e della vescica (27.000).

 

Tumori: “boom” di quelli al polmone fra donne (+49% in 10 anni) 

 

“E’ un vero e proprio boom di diagnosi di cancro del polmone fra le donne: 13.600 nel 2017 (+49% in 10 anni), dovuto alla forte diffusione del fumo fra le italiane”. E’ quanto si legge nel volume “I numeri del cancro in Italia 2017” che precisa inoltre che “crescono in entrambi i sessi anche i tumori del pancreas, della tiroide e il melanoma, mentre sono in calo le neoplasie allo stomaco e al colon-retto, grazie anche alla maggiore estensione dei programmi di screening”. Il tumore che ha fatto registrare nel 2014 il maggior numero di decessi, viene sottolineato, è quello al polmone (33.386), seguito da colon-retto (18.671), mammella (12.330 decessi), pancreas (11.186) e stomaco (9.557).

 

Tumori: Aiom, mortalità continua a diminuire 

 

Tuttavia, la buona notizia è che “La mortalità continua a diminuire in maniera significativa in entrambi i sessi come risultato di più fattori, quali la prevenzione primaria (in particolare la lotta al tabagismo), la diffusione degli screening su base nazionale e il miglioramento diffuso delle terapie in termini di efficacia e di qualità di vita in un ambito sempre più multidisciplinare e integrato”. Lo ha detto oggi Stefania Gori,

“Piu’ pazienti hanno lunghe sopravvivenze e più persone guariscono dal cancro: e questo è un importante risultato di sanità pubblica”, ha aggiunto Gori. Complessivamente, la sopravvivenza a 5 anni nelle donne raggiunge il 63%, migliore rispetto a quella degli uomini (54%), in gran parte determinata dal tumore del seno, la neoplasia più frequente fra le italiane, caratterizzata da una buona prognosi. I cittadini che si sono ammalati nel 2005-2009 hanno una sopravvivenza migliore rispetto a chi e’ stato colpito dalla malattia nel quinquennio precedente sia negli uomini (54% vs 51%) che nelle donne (63% vs 60%). Le percentuali più alte a 5 anni si registrano in Emilia-Romagna e Toscana sia negli uomini (56%) che nelle donne (65% donne). “Un bilancio nel suo complesso fortemente positivo – ha osservato Carmine Pinto, presidente nazionale Aiom – perché’, anche con minori risorse economiche disponibili in percentuale del PIL rispetto ai Paesi dell’Europa occidentale, la sanità pubblica italiana raggiunge questi importanti risultati.

 

fonte: http://www.affaritaliani.it/medicina/i-numeri-del-cancro-in-italia-2017-il-40-dei-casi-di-tumore-sono-evitabili-499243.html

Attenzione – limoni cancerogeni e pericolosissimi per la salute. Ecco quali non dobbiamo assolutamente comprare!

 

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Attenzione – limoni cancerogeni e pericolosissimi per la salute. Ecco quali non dobbiamo assolutamente comprare!

Allarme cancro: ecco quali limoni non dobbiamo assolutamente comprare

Attenzione a quando comprate i limoni, c’è il rischio di sviluppare problemi al fegato e al sistema nervoso.

limoni sono una grande fonte di vitamina C e godono di numerose proprietà che permettono di rinforzare il sistema immunitario. Alcuni di questi agrumi, però, possono risultare nocivi per la nostra salute, in particolare quelli provenienti dall’estero, trattati con Imazalil e Ortofenilfenolo.

Ecco perché sono tossici

Secondo quanto affermato dal medico romano Massimo Finzi, i limoni provenienti dall’estero sono sì convenienti in termini economici, ma non lo sono per la nostra salute, poiché vengono trattati con due conservanti chiamati Imazalil e Ortofenilfenolo che, spesso, quando non vengono rispettati i tempi di conservazione del prodotto, penetrano nella polpa dell’agrume.

L’Imazalil, meglio conosciuto come Cloramizolo, è un fungicida utilizzato per trattare frutta e tuberi, ed è stato classificato dall’Environmental Protection Agency come potenzialmente cancerogeno. L’Ortofenilfenolo, invece, è un disinfettante e viene utilizzato in agricoltura per prevenire muffe e deterioramento del prodotto ed è tossico se ingerito, anche se meno pericoloso dell’Imazalil.

Secondo il dottor Finzi, i limoni peggiori da acquistare al supermercato sono quelli provenienti dall’Argentina, paese che utilizza i due conservanti elencati in precedenza. La maggior parte delle volte, infatti, non vengono rispettate le dosi, permettendo alle sostanze di giungere alla polpa dell’agrume e, di conseguenza, anche al nostro organismo, rischiando di provocare danni al fegato e al sistema nervoso.

Inoltre, trattandosi di due prodotti altamente cancerogeni, possono favorire anche la comparsa del cancro.

“Buccia non edibile”

Normalmente, il consumatore è avvertito dal produttore con un’etichetta recante la scritta “buccia non edibile“. Tuttavia si tratta di una terminologia non sempre comprensibile agli acquirenti, poiché non tutti conoscono il significato del termine “edibile”. Inoltre sono diverse le persone che, quando acquistano i limoni, non si soffermano a leggere l’etichetta.

Di solito, nelle ricette casalinghe la buccia viene utilizzata per la preparazione di crostate o biscotti perché contiene acido citrico ed oli essenziali quali limonene e pineni. Ma spesso il consumatore non sa che le bucce dei limoni provenienti dall’estero spesso non sono commestibili e, di conseguenza, si rischia di ingerire e assorbire le sostanze tossiche presenti nei suddetti prodotti chimici. Il dottor Massimo Finzi, dunque, consiglia di acquistare limoni non trattati al posto di quelli economici che sono certamente meno cari ma, al contempo, anche più dannosi.

fonte: http://it.blastingnews.com/salute/2017/10/allarme-cancro-ecco-quali-limoni-non-dobbiamo-assolutamente-comprare-002058981.html

 

 

L’oncologa Patrizia Paterlini, grazie al suo test, riesce ad individuare il tumore almeno 4 anni prima che si manifesti. Il test è già utilizzato in 20 centri in tutto il mondo, ma in Italia quasi non se ne parla!

 

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L’oncologa Patrizia Paterlini, grazie al suo test, riesce ad individuare il tumore  almeno 4 anni prima che si manifesti. Il test è già utilizzato in 20 centri in tutto il mondo, ma in Italia quasi non se ne parla!

 

Ve ne avevamo già parlato:

L’oncologa Patrizia Paterlini: “Scopro i tumori prima che nascano”

 

Un tumore si può individuare 4 anni prima che si manifesti

L’oncologa Patrizia Paterlini Bréchot dirige il centro Inserm a Parigi, ma grazie al suo test, già utilizzato in 20 centri in tutto il mondo e presentato all’Istituto SDN, riesce ad osservare la presenza di cellule neoplastiche, almeno 4 anni prima che si manifesti la malattia.

Non a caso in Italia non se ne è più parlato, ma in Francia la dottoressa Paterlini Bréchot, continua la sua ricerca portando avanti il test che sarà di conseguenza commercializzato, ma non in Italia.

Scoprire la presenza di un tumore quattro anni prima che si manifesti. Grazie a una analisi di laboratorio messa a punto dall’oncologa Patrizia Paterlini Bréchot, a Parigi, dove dirige l’Inserm (Institut national de la santé et de la recherche médicale) all’Université Descartes, è già possibile da oggi far diagnosi di cancro in netto anticipo rispetto a Tac, Pet e Risonanza.

Il test, già utilizzato in 20 centri in tutto il mondo, è stato presentato ufficialmente, prima volta in Italia, all’Istituto Sdn, nell’ambito del ciclo di incontri “L’infor-mazione al servizio della salute”, ideato dal direttore scientifico Marco Salvatore. La scienziata, emiliana di nascita e da 25 anni in Francia, spiega al quotidiano “La Repubblica” lo stato dell’arte, le possibili applicazioni e gli sviluppi della ricerca sul test Iset (Isolation by Size of Tumor Cells).

Un test che entro «pochi mesi sarà commercializzato in Francia». «L’obbiettivo da cui siamo partiti», premette la docente di biologia, «era ed è far diminuire in modo massivo la mortalità per cancro. I pazienti non muoiono per il tumore primitivo che li ha colpiti ma per le metastasi.

Le cellule neoplastiche sono nel sangue per anni, prima di andare a proliferare in altri organi e formare metastasi. Ed è questa la finestra in cui era necessario intervenire». Un gap spazio temporale durante il quale le tecniche di imaging, non sono in grado di “vedere” cellule delle dimensioni di un millimetro. A differenza del test, sicuro e al riparo da falsi positivi e falsi negativi. L’ostacolo è che queste minuscole cellule, precisa la Paterlini, sono rarissime, «nell’ordine di una per millilitro di sangue. Che vuol dire, in media, una mescolata a 5 miliardi di globuli rossi e a 10 milioni di globuli bianchi. È come individuare su tutta la terra, una persona tra i sette miliardi della popolazione mondiale».

La ricerca, dopo avere escluso la possibilità di isolare le cellule tumorali con anticorpi o mezzi molecolari, ha sfruttato un elemento fisico, la taglia. «Nel nostro studio il nodulo è diventato visibile in cinque pazienti, da uno a quattro anni dopo l’identificazione delle cellule tumorali nel sangue attraverso il test», continua la scienziata.

«Per il tumore al seno, ad esempio, si sa che l’invasione neoplastica comincia 5, 6 anni prima della diagnosi per immagini, ecco, in quest’arco di tempo è possibile adesso identificare il tumore. Purtroppo, per ora, il test ci informa sulla presenza di cellule tumorali ma non da quale organo derivano». A usufruirne per primi, in Francia, saranno i pazienti già colpiti da neoplasia.

In questo modo potranno sapere con largo anticipo se svilupperanno negli anni successivi una recidiva e, quindi, combatterla prima che si manifesti. Una volta scoperte le cellule tumorali, infatti, i pazienti potranno essere trattati con un farmaco e capire entro qualche settimana se la terapia praticata fa effetto o meno».

Guardate il primo ed ultimo servizio andato in onda sulla Rai- TGR, dedicato al test dell’Oncologa Patrizia Paterlini Bréchot.

 

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Interferenti endocrini: “quei veleni che non ci fanno paura”. Cosa sono e quanto costano alla salute.

Interferenti endocrini

 

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Interferenti endocrini: “quei veleni che non ci fanno paura”. Cosa sono e quanto costano alla salute.

Da Granosalus

Gli interferenti endocrini si trovano nei pesticidi (il glifosate è sospettato di esserlo!) ma non fanno paura a Confagricoltura Brescia sebbene possono interferire con la produzione ormonale. Sono considerati una “minaccia mondiale” dall’ OMS e sospettati di essere all’origine di molte malattie gravi: dai tumori all’infertilità, dall’obesità al diabete fino ai disturbi neurocomportamentali. L’incapacità della Commissione Ue di prendere decisioni chiare, evidenzia che spesso l’interesse generale viene bypassato dagli interessi particolari di poche grandi aziende. L’ influenza delle lobby ha provocato infatti forti ritardi della Commissione al punto da rendere necessario l’intervento della Corte di Giustizia che ha “vietato di usare considerazioni economiche per definire i criteri”, nel silenzio dell’ Italia. Quanto costano i danni alla salute causati dall’esposizione a queste sostanze onnipresenti nell’ambiente domestico e nella catena alimentare?

Gli interferenti endocrini possono interferire con la produzione ormonale. E sono sospettati di essere all’origine di molte malattie gravi: dai tumori all’infertilità, dall’obesità al diabete fino ai disturbi neurocomportamentali. A Brescia, invece, sembra facciano bene alla salute…!

In realtà, studi sugli effetti di queste sostanze sono in corso da anni senza che finora si sia giunti all’elaborazione di atti giuridicamente vincolanti sulla materia, né in ambito nazionale né in ambito internazionale.

Ma a Brescia sul glifosate la pensano diversamente. Nove agricoltori su dieci approvano l’ uso del glifosate (leggere link qui ). Ne è sicuro il direttore di Confagricoltura Brescia, Gabriele Trebeschi alla luce dei risultati del sondaggio lanciato dal sito AgroNotizie. Un sito notoriamente sponsorizzato da ditte di Agrofarmaci…che si avventura in sondaggi inaffidabili (tale può definirsi un improbabile sondaggio promosso da venditori di agrofarmaci presso clienti-agricoltori), senza coinvolgere i consumatori.

Il direttore, purtroppo, ignora che la massima agenzia internazionale di ricerca sul cancro (IARC) ha definito il glifosate “probabile cancerogeno”  e fa finta di non sapere che la civilissima California lo ha già bandito.

Gli sarà anche sfuggito il report “Buying science – Comprare la scienza“, secondo cui “la Monsanto e altre aziende produttrici di glifosato avrebbero distorto le prove scientifiche sugli effetti per la salute pubblica del glifosato, al fine di mantenere sul mercato questa controversa sostanza“. Lo scandalo dei cosiddetti ‘Monsanto papers’ denunciato nello studio ‘Buying science’ a cura di alcune organizzazioni della ‘Coalizione Stop Glifosato‘ imporrebbe un atteggiamento più cauto da parte di Confagricoltura.

L’ organizzazione vicina all’ industria, invece, si ostina a perorare vantaggi di carattere economico-commerciale derivanti dall’uso (in pre-semina) che la Corte di Giustizia europea ha bocciato, come vedremo più avanti! Mentre i regolamenti comunitari ne hanno previsto il divieto in pre-raccolta.

Il direttore di Confagricoltura, prima di avventurarsi in azioni di tifoseria da stadio, dovrebbe sapere che la valutazione sui progressi scientifici in materia di interferenti endocrini è stata condotta da un gruppo di esperti per conto dell’Organizzazione mondiale della Sanità e del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente: “State of the science of endocrine disrupting chemicals – 2012“.

Il pdf del rapporto è disponibile qui: Rapporto endocrini_eng

Secondo la classificazione dell’Unione Europea sono almeno 564 le sostanze sospettate di essere pericolose. Per 66 di esse è provato che possano agire come interferenti endocrini e su altre 52 ci sono gravi sospetti, tra cui il glifosate. Che ne pensano nei dintorni di Brescia?

L’Unione europea ha fatto riferimento agli interferenti endocrini in due atti di legislazione primaria (il regolamento in tema di prodotti fitosanitari del 2009 e quello in tema di biocidi del 2012). Nell’introdurre il divieto di utilizzo di queste sostanze, entrambi i regolamenti hanno rimandato la definizione puntuale di interferente endocrino a successivi atti di legislazione secondaria, che la Commissione europea avrebbe dovuto adottare entro il dicembre 2013.

La mancata adozione di tali atti ha dato vita a numerose discussioni e ad un duro richiamo della Corte di giustizia, che si è pronunciata a seguito di un ricorso.

Il Ricorso è stato presentato dal “Regno di Svezia contro la Commissione europea, per carenza di: Definizione di criteri scientifici per la determinazione delle proprietà di interferenza con il sistema endocrino – Mancata adozione di atti delegati da parte della Commissione – Obbligo di agire“,  con l’intervento ad adiuvandum, tra l’altro, di DanimarcaFranciaPaesi BassiFinlandia, Parlamento europeo e Consiglio, nei confronti della Commissione. Un vero e proprio braccio di ferro politico-istituzionale…con tanto di carta bollata, a cui l’Italia si è sottratta.

Come mai l’ Italia non è intervenuta al pari della Francia e degli altri paesi europei? Cosa rispondono a riguardo i sindacati agricoli italiani? Specie quelli che si sciacquano la bocca con gli slogan (“Campagna amica“, “Collaborare nell’interesse dei consumatori“, “Food Made In“, “La spesa in campagna“)….E’ bene che i consumatori tengano conto di questi finti paladini della salute pubblica!

Il procedimento si è concluso il 16 dicembre 2015 con una sentenza (T-521/14) di condanna della Commissione europea per la sua inazione. E’ stata acclarata  la mancata adozione degli atti legislativi delegati da parte della Commissione in materia di interferenti endocrini.

A giugno 2016 la Commissione ha finalmente presentato un pacchetto su cui si è sviluppato un intenso dibattito sulla definizione e regolamentazione degli interferenti endocrini.

I criteri, purtroppo, anche se sono arrivati solo dopo il pronunciamento da parte della Corte di Giustizia, sono considerati ancora troppo permissivi.

La Corte di giustizia, respingendo uno specifico argomento giuridico avanzato dalla Commissione per giustificare la sua mancata azione, ha stabilito in modo inequivocabile che nessuna disposizione del regolamento (UE) n. 528/2012 richiede una valutazione d’impatto dei criteri scientifici basati sul rischio.

La Commissione Ue, invece, ha confermato in diverse occasioni la sua intenzione di procedere alla valutazione d’impatto prima di adottare l’atto delegato in questione.

Il ritardo conseguente nell’adozione degli atti delegati, giustificato con la necessità di una valutazione d’impatto, di fatto “illegale“, rientrava in una strategia pianificata da alcuni burocrati di alto livello della Commissione che hanno scelto di tutelare gli interessi del settore industriale privato a scapito della protezione della salute umana e ambientale.

Interessante a tal proposito l’ articolo dell’ Internazionale: “La Chimica delle Lobby“, molto istruttivo per il direttore di Brescia…

Su cosa poggiano i criteri?

Il 15 giugno 2016 la Commissione europea ha presentato un pacchetto  che riguarda non solo il regolamento sui biocidi – oggetto della sentenza della Corte di giustizia -, ma anche quello sui prodotti fitosanitari. Il pacchetto però altera il concetto di interferente endocrino.

LA DEFINIZIONE DI “PROPRIETÀ DI INTERFERENTE ENDOCRINO” CONTENUTA IN ENTRAMBI I PROGETTI DI REGOLAMENTO È ARTICOLATA SU TRE ELEMENTI:
  1. L’ESISTENZA “ACCERTATA” DI UN EFFETTO NEGATIVO PER LA SALUTE UMANA.
  2. L’ESISTENZA DI UNA MODALITÀ OPERATIVA “ENDOCRINA”.
    3. L’ESISTENZA DI UN NESSO DI CAUSALITÀ TRA L’EFFETTO NEGATIVO E LA MODALITÀ OPERATIVA ENDOCRINA.

Ovviamente con questi criteri l’importanza del principio di precauzione, contenuto anche nell’art. 191 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, passa in secondo piano.

Qual’è il costo economico per l’ Europa degli interferenti endocrini? 

Le “considerazioni economiche” sono indicate nelle pagine dello studio d’impatto messo sotto chiave nei corridoi della Commissione.

I numeri sono impressionanti. Secondo Le Monde, venti biologi, epidemiologi ed economisti della salute hanno pubblicato una stima del costo economico in Europa dei composti interferenti endocrini.

I danni alla salute causati dall’esposizione a queste sostanze onnipresenti nell’ambiente domestico e nella catena alimentare – pesticidi, plastificanti, imballaggi, solventi, cosmetici, ecc – sono stimati dai ricercatori in circa 150 miliardi di euro annui,  tra costi diretti (spese mediche, assistenza …) e indiretti (assenteismo, la perdita di produttività economica …).

Eppure, per quanto enormi possano sembrare, queste cifre sono ancora fortemente sottovalutate. Infatti, la quota maggiore degli effetti sulla salute di questi paesi non è stata presa in considerazione. Ma questo è un particolare che interessa poco ai confindustriali di Brescia…

La Corte, tuttavia, ha “vietato di usare considerazioni economiche per definire i criteri”! Se ne faccia una ragione anche il direttore della Confagricoltura e/o Confindustria!

La Commissione di Bruxelles non aveva quindi nessuna scusa economica per ritardare  le decisioni necessarie. Ma la sua incapacità dimostrata sulla questione degli interferenti endocrini, evidenzia il tema dell’interesse generale che viene scavalcato spesso dagli interessi particolari di poche grandi aziende, anche con l’ ausilio di scienziati partigiani delle multinazionali o di qualche sigla sindacale.

E questo, purtroppo, alimenta la sfiducia nelle istituzioni europee e pure nelle organizzazioni sindacali…

fonte: http://www.granosalus.com/2017/08/18/interferenti-endocrini-quei-veleni-non-ci-fanno-paura-cosa-quanto-costano/

In California il GLIFOSATO avrà l’etichetta “CANCEROGENO” …ma solo in California! La Commissione Europea ha deciso che noi possiamo pure crepare e propone di rinnovare l’autorizzazione per 10 anni!

 

GLIFOSATO

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In California il GLIFOSATO avrà l’etichetta “CANCEROGENO” …ma solo in California! La Commissione Europea ha deciso che noi possiamo pure crepare e propone di rinnovare l’autorizzazione per 10 anni!

 

In California il glifosato avrà l’etichetta “cancerogeno”

di Dario Tamburrano, EFDD – M5S europa

A partire dal 7 luglio il diserbante glifosato della Monsanto è stato etichettato come cancerogeno in California. Lo ha stabilito la OEHHA (Office of Environmental Health Hazard Assessment), l’agenzia incaricata di proteggere ambiente e salute. E’ un elemento che dovrà essere tenuto presente nel dibattito ora in corso a proposito del rinnovo del permesso a vendere il glifosato nell’UE. Noi siamo contrari al rinnovo, dal momento che il glifosato é cancerogeno non solo per la California ma anche e soprattutto per lo IARC, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

L’Unione Europea, almeno finora, sembra orientata a permettere di usare il glifosatoaddirittura per i prossimi otto o dieci anni, dal momento che questa sostanza non é stata giudicata cancerogena né dall’EFSA (l’agenzia europea per la sicurezza alimentare) né dall’ECHA, l’agenzia europea per la chimica.

Le due agenzie hanno basato il loro giudizio su studi mai resi pubblici e mai soggetti ad esame da parte della comunità scientifica internazionale perché l’UE li considera legati a segreti commerciali. Tuttavia una revisione indipendente dei dati su cui essi sono basati ha concluso che anche questi dati contengono prove di cancerogenicità; inoltre un’inchiesta giornalistica ha trovato le impronte digitali della Monsanto sull’autorizzazione UE ora in vigore all’uso del glifosato, che scade in dicembre. È il corso la campagna tramite la quale i cittadini europei vogliono impedirne il rinnovo.

La California ha reso nota l’intenzione di etichettare il glifosato come cancerogeno nel settembre 2015, prima ancora che lo IARC si pronunciasse nello stesso senso, e ha formalmente adottato la decisione nel marzo 2017. Tuttavia la Monsanto ha fatto causa alla California e la questione dell’etichetta é rimasta in sospeso finché il tribunale ha pronunciato la sentenza e ha dato torto alla Monsanto. Ora quest’ultima annuncia di voler continuare a lottare “in modo aggressivo” contro la decisione della California, dove comunque, dal 7 luglio prossimo, l’avviso di cancerogenicità dovrà figurare sull’etichetta di questo diserbante.

……………………..

Da Il Fatto Alimentare

Glifosato, nel dubbio, meglio farvi ammalare la Commissione Ue propone di rinnovare l’autorizzazione per 10 anni.

Il 20 luglio, la Commissione europea ha presentato formalmente agli Stati membri dell’Ue la sua proposta di rinnovare l’autorizzazione dell’erbicida glifosato per altri dieci anni, fino al 15 dicembre 2027. La proposta, che comprende anche un allegato, è stata pubblicata cinque giorni dopo che la Commissione Ue ha ricevuto il parere positivo deliberato in marzo dall’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA), secondo la quale il glifosato non è cancerogeno, né mutageno, né tossico per la riproduzione e neppure genotossico. Secondo l’ECHA, le prove scientifiche attualmente disponibili indicano che il glifosato provoca gravi lesioni oculari ed è tossico per gli organismi acquatici, con effetti di lunga durata. Quindi, l’erbicida può mantenere la sua attuale classificazione, il che significa che la Commissione Ue può approvarne nuovamente l’uso come sostanza attiva nei pesticidi. La valutazione dell’ECHA riguarda solo la classificazione di pericolosità della sostanza, sulla base delle sue proprietà, ma non tiene conto delle probabilità di esposizione e quindi non affronta i rischi da esposizione.

La discussione sul rinnovo dell’autorizzazione inizierà subito ma, come riferisce l’agenzia Reuters, il commissario alla Salute e alla Sicurezza alimentare, Vytenis Andriukaitis, ha affermato che “la Commissione non ha alcuna intenzione di riapprovare questa sostanza senza il sostegno di una maggioranza qualificata degli Stati membri. Questa è e rimarrà una responsabilità condivisa”. Una maggioranza qualificata per una proposta significa che almeno 16 dei 28 Stati membri devono votare a favore e il sostegno deve provenire da paesi che rappresentino almeno il 65% della popolazione dell’Ue.

Questa maggioranza qualificata, a favore o contro, è mancata quando il 30 giugno 2016 è scaduta la precedente autorizzazione al glifosato e la Commissione Ue è stata costretta ad assumersi la responsabilità di una proroga di 18 mesi, in attesa del parere dell’ECHA, a fronte della disputa scientifica sul livello di cancerogenicità di questo erbicida tra l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) dell’Organizzazione mondiale della sanità e l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa). La proposta di proroga di 18 mesi aveva visto venti paesi a favore, Francia e Malta contro, mentre si erano astenuti Germania, Italia, Portogallo, Austria, Lussemburgo, Bulgaria e Grecia.

La proposta di rinnovo decennale dell’autorizzazione di questo erbicida è contestata dalla Coalizione StopGlifosato, che riunisce 45 associazioni italiane non governative, ambientaliste, dell’agricoltura biologica e della società civile. “Siamo a dir poco indignati, quanto sconcertati, per questa proposta della Commissione europea, che intende rinnovare l’autorizzazione all’uso del glifosato dopo la presentazione di oltre 1.300.000 firme da parte di cittadini europei, una decisione che rischia di screditare ulteriormente le istituzioni europee” dichiara Mariagrazia Mammuccini, portavoce della Coalizione, annunciando che è già stato richiesto ai ministri Martina, Galletti e Lorenzin, di esprimersi, a nome del governo italiano, contro la proposta della Commissione europea.

 

Glifosato: i complici di Monsanto al Parlamento Europeo negano che il pesticida sia cancerogeno. Verso il rinnovo per altri 10 anni sulla pelle della Gente!

GlifosatoGlifosato

 

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Glifosato: i complici di Monsanto al Parlamento Europeo negano che il pesticida sia cancerogeno. Verso il rinnovo per altri 10 anni sulla pelle della Gente!

GLIFOSATO: L’UE NEGA CHE IL PESTICIDA SIA CANCEROGENO E VA VERSO IL RINNOVO PER ALTRI 10 ANNI

Glifosato: cancerogeno o non cancerogeno? Non si arresta la querelle sul pesticida della Roundup più utilizzato al mondo, soprattutto dopo che le autorità europee hanno negato che incida sulla salute pubblica.

Ma secondo un nuovo rapporto del tossicologo Peter Clausing: ‘l’Ue ha violato le normative e le prove che dimostrano che il glifosato è cancerogeno’. Mesi di esperimenti ignorati, dunque, per far sì che vi sia un rinnovo per altri dieci anni del glifosato.

 “L’evidenza che il pesticida è cancerogeno è così evidente che dovrebbe essere vietato immediatamente. Quello che mi lascia perplesso è vedere come le autorità europee abbiano violato le proprie regole, adesso devono essere responsabili del loro fallimento”, spiega Clausing nella sua ricerca. 

Appena un mese fa, la Monsanto aveva ricevuto una nuova denuncia, presentata questa volta al tribunale federale del Wisconsin per l’uso scorretto della pubblicità. L’azione legale era partita da una class-action di consumatori che accusavano l’erbicida Roundup di essere pubblicizzato come sicuro in maniera falsa, dato che gli effetti sulla salute sono ormai noti.

Nel frattempo, il 18 luglio la coalizione #Stopglifosato, di cui anche greenMe.it fa parte aveva diffuso un comunicato in vista della presunta riapprovazione da parte dell’Ue per altri dieci anni, che sarebbe valida solo a maggioranza qualificata, ovvero se 16 paesi su 28 diranno si.

Cosa succederà? Verranno ignorate le oltre un milione di firme raccolte dai cittadini che hanno chiesto di bandire il glifosato aderendo all’Ice? Più volte abbiamo parlato del glifosato e dei suoi effetti sul fegato ad esempio o sul sistema nervoso, causando ansia.

Non solo, tracce di pesticidi sono stati trovati in alimenti come pane, farina, birra e via dicendo, sostanze chimiche che di certo non possono fare bene al nostro organismo. E veniamo alla domanda del secolo: il glifosato è cancerogeno o no?

A marzo 2017, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa) ne ha escluso la cancerogenicità, spiegando però che è tossico per l’ambiente marino e irritante per gli occhi.

Cosa dicono Iarc ed Efsa? Nel marzo 2015 lo Iarc aveva detto che il glifosato era potenzialmente cancerogeno, l’Efsa nel novembre dello stesso anno, diceva nel suo rapporto è “improbabile che sia cancerogeno”.

Scienziati indipendenti chiedono che si faccia chiarezza, ma solo il tossicologo austriaco Peter Clausing, ha finora denunciato come i tre organismi coinvolti(l’Istituto federale tedesco per la Valutazione del rischio, l’Efsa e la Echa) abbiano costantemente violato le stesse normative e procedure europee che stabiliscono i criteri per la valutazione degli studi.

Nello specifico, secondo Clausing, gli studi fatti sono sufficienti a dimostrare che il glifosato è una sostanza cancerogena. Sette dei 12 sperimenti sono andati in tal senso, ma i risultati sono stati ignorati dall’Ue.

“Sono preoccupato per la salute pubblica. In Europa, l’incidenza di tumori è raddoppiata e triplicata negli ultimi decenni. In gioco c’è la vita di 500milioni di cittadini europei”, spiega il tossicologo.

A sostegno della tesi c’è la nuova relazione pubblicata dal GLOBAL 2000 (Friends of the Earth Austria) di Claire Robinson che converge sul fatto che ‘le autorità hanno cercato di coprire la prova degli effetti cancerogeni del glifosato”.

FIRMA QUI LA PETIZIONE #STOPGLIFOSATO

Dominella Trunfio

fonte: https://www.greenme.it/informarsi/ambiente/24628-glifosato-ue-nega-cancerogeno

 

I complici europei del glifosato

di Ruchi Shroff*

L’intero impianto internazionale della regolamentazione dei pesticidi è palesemente inadeguato di fronte ai dati che vengono costantemente riportati da studi scientifici ed epidemiologici indipendenti e ci rammenta quanto sia necessario osservare, individuare e denunciare i conflitti di interesse e le interferenze dovute ad attività di lobbying da parte delle aziende produttrici nei confronti di enti ed istituzioni.

In un nuovo rapporto pubblicato da Global 2000: “Glifosato: violazione sistematica delle regole da parte delle autorità“, il tossicologo tedesco Peter Clausing espone le 5 ragioni principali per le quali le autorità dell’Unione europea avrebbero trascurato e/o ignorato prove evidenti dell’effetto cancerogeno del glifosato sugli animali e come sistematicamente avrebbero violato le direttive e le raccomandazioni delle stesse OCSE (Organizzazione di cooperazione e sviluppo economico) ed ECHA (Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche), che in realtà dovrebbero guidare il loro lavoro. Nel suo nuovo rapporto, Clausing conferma dunque l’accusa di frode scientifica e distorsione dei dati nei confronti dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) e dell’Istituto tedesco per la Sicurezza e Salute Occupazionale (BfR), che già aveva lanciato lo scorso anno in occasione della sua testimonianza presso il Tribunale Monsanto e nel rapporto “Agenzie regolatrici (BfR, EFSA) usano argomenti parziali per negare la carcinogenicità del Glifosato”.

Nel recente Rapporto “Il Veleno è servito: glifosato e altri veleni, dai campi alla tavola” si analizza la testimonianza di Peter Clausing che ha dichiarato come i risultati ottenuti dall’EFSA siano in contraddizione rispetto alle evidenze riportate nel report presentato all’ECHA da parte del BfR. Clausing ha spiegato che i topi maschi di tutti e cinque gli studi sulla cancerogenicità presi in considerazione da EFSA e BfR, e da loro considerati di qualità accettabile, mostrano un aumento statisticamente significativo dell’incidenza di molti tipi di tumori; ben tre di questi cinque studi mostrano un incremento significativo di un particolare tipo di cancro, il linfoma maligno. I ricercatori sottolineano inoltre come i risultati sperimentali siano riproducibili. Clausing ha inoltre sottolineato come – nella stessa legislazione europea – già solo questi risultati sperimentali superino i limiti per la classificazione del glifosato in classe 1B  (sostanze con presunto potenziale cancerogeno per gli esseri umani basate su risultati ottenuti da sperimentazione animale). Questa e altre contraddizioni contenute nella valutazione dell’autorità tedesca sono particolarmente significative se si considera che la regolamentazione europea sui pesticidi dovrebbe vietare l’autorizzazione di una sostanza attiva non appena emergano risultati di laboratorio che ne indichino la potenziale cancerogenità.

Clausing non è però il solo a criticare l’impianto normativo. Durante la Conferenza: Il Veleno alle Porte: a rischio salute e occupazione,  la Dott.sa Patrizia Gentilini, medico oncologo ed ematologo dell’Isde Italia, ci ha infatti fatto notare come “nelle valutazioni tossicologiche delle agenzie incaricate siamo ancora al punto in cui si testa solo il principio attivo, non la formulazione commerciale, non il cocktail, l’insieme delle molecole e come se non bastasse ci si basa sostanzialmente sui dati forniti dalle stesse aziende produttrici”. Di fronte all’aumento costante di malattie correlate all’inquinamento da agro tossici, alla contaminazione del suolo, dell’aria, dell’acqua e alla progressiva estinzione delle api, le procedure attuali consentono troppe deroghe e tendono sempre di più ad escludere il principio di precauzione, come evidenziato nel recente rapporto redatto dal relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto al cibo, Hilal Elver, in cui si evidenziano diverse carenze nel quadro normativo internazionale in materia di regolamentazione dei pesticidi, in special modo l’inadeguatezza dei parametri in vigore rispetto alla concreta entità delle sostanze tossiche pericolose attualmente commercializzate e diffuse nell’ambiente.

Il rapporto inoltre sollecita la necessità che le autorità competenti osservino più attentamente le ingerenze e le pressioni dell’industria agrochimica sia in campo scientifico che istituzionale e che mettano in atto strumenti adeguati per garantire maggiore trasparenza nelle procedure di valutazione del rischio per la salute e per l’ambiente. Ne fornisce un esempio l’inchiesta di Corporate Europe Observatory, nel 2013 sui i conflitti di interesse all’interno delle agenzie europee, in cui è emerso che quasi il 60 per cento degli esperti di EFSA aveva legami e interessi finanziari diretti o indiretti con le stesse aziende per le quali effettuava le valutazioni di rischio. I responsabili della politica non devono stare al gioco delle grandi aziende agrochimiche, bensì applicare il principio della precauzione e impegnarsi a garantire che le evidenze scientifiche esistenti vengano valutate in maniera corretta. Ne va della salute dei 500 milioni di cittadini dell’Unione europea.

 

fonte: http://comune-info.net/2017/07/complici-europei-del-glifosato/

Lo volevano amputare, ma ora gioca a calcio – Bambino guarito grazie al Metodo di Bella. Ma per la medicina “ufficiale”, quella che ci fa pagare 1000 Euro ogni seduta di chemio, resta solo un ciarlatano!

 

Metodo di Bella

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Lo volevano amputare, ma ora gioca a calcio – Bambino guarito grazie al Metodo di Bella. Ma per la medicina “ufficiale”, quella che ci fa pagare 1000 Euro ogni seduta di chemio, resta solo un ciarlatano!

Leggi: Sapete quanto costa una chemioterapia e che fatturati hanno le case farmaceutiche? Leggete un po’ questo, capirete perchè una “cura per il cancro” non verrà mai scoperta!

Guarito bimbo affetto da fibrosarcoma congenito associato a linfoadenite reattiva
Pubblicato il 29/02/2016 da Giuseppe Di Bella

Oggi è stato pubblicato  dalla rivista medico scientifica Neuroendocrinology  Letters, ed è già presente nella massima banca dati medico scientifica ufficiale  mondiale, www.pubmed.gov il primo caso di guarigione stabile  e completa di un fibrosarcoma congenito  senza intervento chirurgico, radio e/o chemioterapia, ma solo col Metodo Di Bella. Non ci sono precedenti in letteratura di fibrosarcomi guariti  in queste condizioni. Per accedere all’Abstract: –http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26921571

Per altre conferme  in letteratura  di altri casi di patologie diverse guariti  e pubblicati  con MDB digitare sulla banca dati pubmed.

Il dato di fatto che sia documentata la guarigione stabile  con MDB  delle più  varie patologie neoplastiche, totalmente diverse secondo criteri istologici e immunoistochimici, dovrebbe fare riflettere  chi ha onestà intellettuale  e cultura  medico scientifica, sul reale  progresso nella terapia del cancro attuato dal Prof Di Bella.

Il caso clinico

Un bimbo ha presentato alla nascita una neoformazione di 6 cm all’arto inferiore destro, asportata dopo soli 12 giorni di vita. L’esame istologico ha evidenziato un fibrosarcoma congenito associato a linfoadenite reattiva. Un primo trattamento chemioterapico adiuvante non ne ha impedito la rapida ricaduta e progressione. Una successiva valutazione per un’asportazione chirurgica presso il centro di eccellenza di chirurgia pediatrica di Padova, destò gravi perplessità , e fu rifiutato dai genitori, per la necessità di una massiva e invalidante mutilazione per l’ amputazione totale dell’arto inferiore destro estesa ad emipelvectomia (asportazione di una parte del bacino).  Considerando il fatto che l’intervento non poteva escludere la ripresa di malattia e che i tradizionali cicli chemioterapici erano già falliti e non avevano alcuna possibilità di ottenerne la guarigione, i genitori optarono per il Metodo Di Bella (MDB), prescritto direttamente dal Prof Luigi Di Bella .L’applicazione del Metodo Di Bella  mediante l’impiego sinergico di Somatostatina, Bromocriptina,Melatonina, Retinoidi solubilizzati in Vit. E, Vit. C, D3, Calcio, Condroitinsolfato, associato a microdosi di Ciclofosfamide ,in 16 mesi ha prodotto una risposta obiettiva completa e stabile ormai da 14 anni in assenza di tossicità e senza necessità di ricovero ospedaliero, consentendo una normale qualità della vita ed uno sviluppo psicofisico perfettamente regolare. Oggi , quello che per la terapia oncologica ufficiale , con procedure e protocolli di “provata efficacia”, come proclama il Consiglio Superiore di Sanità  sarebbe stato , se sopravvissuto, un invalido, senza una gamba e una parte del bacino. Grazie alle cure del Prof Luigi Di Bella oggi  è un atleta e centrattacco della sua squadra di calcio.

 ………………………..

 

Da: Gazzetta di Modena, 11 febbraio 2006

Lo volevano amputare ma ora gioca a calcio grazie a Di Bella

Tumore alla gamba, ora gioca a calcio – Dovevano amputargliela, poi la discussa terapia gli ha salvato la vita.

Dovevano amputargli la gamba destra e invece oggi gioca a pallone in una
squadra di serie A, il Messina, sia pure nei pulcini. Ci dice di avere
segnato 58 gol. E confida: «Ammiro il difensore Alessandro Parisi e ricordo bene il professor Luigi Di Bella». Che gli ha salvato la vita con l’omonima terapia non riconosciuta dalla comunità scientifica. E’ la storia di Filippo (un nome di fantasia, a tutela della privacy), 7 anni, nato alla fine del 1998.
I medici del Policlinico di Catania avevano deciso, nel 1999 – aveva due
mesi di vita – di amputargli la gamba e una parte del bacino per salvarlo da un «fibrosarcoma congenito maligno».
La chemioterapia appena praticata su quel corpicino non aveva arrestato il
cancro, che invece continuava a correre e di fronte alla triste prospettiva
i genitori del piccolo si rifiutarono e lo affidarono all’anziano fisiologo
che lo esaminò in un’aula del liceo di Messina, già frequentato da Di Bella
da ragazzo e che nel 1999 tornò a visitare. C’eravamo occupati di questa
storia il 1 settembre 2002, quando i genitori avevano portato per un
controllo il piccolo da Di Bella, che s’era detto soddisfatto per le sue
condizioni, che pure emergono in maniera plateale dalla cartella clinica
redatta dai medici siciliani, in nostro possesso. Ecco cosa si legge in
alcuni stralci di una lettera riservata del Policlinico catanese spedita il
9 marzo 1999 alla Cattedra di Chirurgia Pediatrica di Padova per un parere
urgente: «Il piccolo, come da protocollo Rms 96, ha eseguito la
chemioterapia VA per 4 settimane (4 dosi di vincristina e 2 di
actinomicina-D) dal 4 al 25 febbraio. Quindi il 5 marzo una ecografia addome ha indicato che la lesione non è regredita di volume, ma piuttosto mostra un lievissimo aumento di dimensioni. Pertanto riteniamo che a questo punto vada valutata la operabilità della lesione». Da Padova il 16 marzo rispondono che «si tratta di un caso veramente difficile» e che «sarebbe necessaria un’emipelviectomia che ci sembra veramente troppo pesante». Si pensa pure a un’alternativa all’amputazione, e cioè a «un intervento di asportazione della massa che potrebbe comunque comportare degli esiti funzionalmente mutilanti: il tumore infatti sembra inglobare i vasi femorali e il nervo femorale e la lesione di quest’ultimo comporterebbe un’impotenza notevole del quadricipite». Ma, si legge ancora, «questa chirurgia ci sembra comunque che rappresenti la strada da percorrere inizialmente». Tuttavia i genitori non ci stanno e lo affidano alla cura Di Bella. Racconta la mamma: «Abbiamo conosciuto il dottor Giovanni Calogero che ha seguito il bambino dall’inizio
assieme a Di Bella. Abbiamo fatto la cura a costo di sacrifici. Su mio
figlio ha funzionato, spero che funzioni anche su altri». La cadenza dei
referti ecografici rilasciati dall’Istituto Ortopedico del Mezzogiorno
d’Italia «Scalabrino» di Messina sono eloquenti. Il tumore che era arrivato a 45 millimetri, il 1 dicembre 1999 è sceso a 35. Il 15 marzo 2000 è sceso a 29 mm. Il 22 maggio 2000 è a 24 mm, che diventano 22,7 mm il 9 ottobre 2000; 18 mm il 12 marzo 2001; 12 mm il 1 novembre 2001. Si legge nella cartella clinica redatta dal Policlinico di Messina l’8 febbraio 2002 che il bambino, affetto da «fibrosarcoma congenito maligno», «ha eseguito ciclo di chemioterapia senza risultato. Rivoltosi al prof Di Bella ha iniziato omonima terapia e a tutt’oggi la massa si è ridotta dai 4,5 cm originali ai 12 mm odierni». Potevano essere ormai i segni di una cicatrice. Leggiamo infatti nel successivo referto del 2 dicembre 2002 che «la formazione ovoidale di 10 mm di diametro» «è compatibile con fibrosi cicatriziale». L’ultimo referto è del 4 settembre 2004. L’Azienda ospedaliera universitaria «Martino» di Messina scrive: «Alla nascita viene fatta diagnosi di fibrosarcoma alla coscia destra: ha eseguito ciclo chemioterapico per circa 2 mesi senza alcun beneficio. Per tale motivo i genitori del piccolo hanno deciso di effettuare una terapia alternativa a base di melatonina, somatostatina (terapia Di Bella) con graduale regressione della massa tumorale». Conclusioni: «Dimettiamo il piccolo in data odierna in buone condizioni generali e lo riaffidiamo alle cure del pediatra curante». (vincenzo brancatisano)

LA STORIA

Se la cura è troppo cara per la pensione

Abbandona la cura perché non se la può permettere. Sono tante anche a Modena le segnalazioni di pazienti che sostengono di avere tratto beneficio dalla cura Di Bella.
E’ il caso del padre di un funzionario pubblico modenese, affetto da cancro
al midollo. Due anni orsono l’uomo era stato portato da un medico dibelliano per un ultimo consulto dopo le non felici conclusioni degli oncologi, secondo cui le sue condizioni sarebbero peggiorate di lì a poco.
Ritenuto non operabile (secondo i medici c’era la quasi certezza che
rimanesse paraplegico dopo un eventuale intervento) e non sottoponibile a
chemioterapia, se non con scopi palliativi, il paziente era in preda a
dolori persistenti e a problemi di deambulazione.
«Quando lo portavo all’ospedale S. Anna di Ferrara», racconta il figlio,
«riusciva a fare dieci passi, poi ci dovevamo fermare. Peraltro i medici lo
avevano curato per molto tempo per mal di schiena e invece aveva un tumore che non avevano visto».
Il medico dibelliano, Aldo Reggio dell’ospedale di Monza, «lo ha preso in
cura e ci ha detto che i primi risultati sarebbero stati ottenuti dopo sei
mesi. Oggi, dopo due anni, sta molto meglio anche a livello generale, ha un miglior colorito, e cammina in autonomia».
Ma non è finita. «A settembre 2004 – prosegue il figlio – mio padre è
addirittura andato all’estero, da solo, in automobile. Oggi riesce a
camminare, lavora in casa, si sente forte e tutti quelli che lo conoscono se
ne sono accorti. Il medico dice che dobbiamo continuare».
La cura non costa tanto ma la pensione non basta. E ora pensa di smettere.
(vi.bra.)

fonte: http://it.salute.narkive.com/0d3jtUzJ/lo-volevano-amputare-ma-ora-gioca-a-calcio-grazie-a-di-bella