Anche Report conferma: la pasta che mangiamo? Fatta col grano al glifosato canadese! …E racconta come ci stanno avvelenando!

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Anche Report conferma: la pasta che mangiamo? Fatta col grano al glifosato canadese! …E racconta come ci stanno avvelenando!

CHE SPIGA! – Report, da dove viene il grano della pasta che mangiamo?

Il programma tv di Raitre indaga sul grano usato per produrre la pasta e la farina: ciò che emerge è devastante.

Nel corso della puntata del 30 ottobre di Report c’è stata un’inchiesta di Manuele Bonaccorsi sul grano: si tratta di una materia prima fondamentale per la nostra alimentazione e da cui si genera sia la #Pasta che la farina. Se finora si pensava che la pasta facesse bene alla salute, purché consumata nei limiti, oggi ogni certezza viene meno. Manuele Bonaccorsi ha raccontato al pubblico di Report tutta la verità (o quasi) sul grano.

Il grano importato dal Canada

Se qualcuno fino ad ora pensava che la pasta che mangiamo fosse ottenuta dal grano nostrano, si sbagliava: sì perchè la maggior parte del grano utilizzato dai principali marchi italiani produttori di pasta e farina proviene dal Canada. Precisamente, tra Manitoba e Alberta in Canada ci sono più di 1500 chilometri di praterie dove si coltiva solo grano tanto da rendere il paese a nord degli Stati Uniti il granaio del mondo.

C’è un problema però: qui i coltivatori di grano fanno un largo uso di glifosato, un potente erbicida brevettato nel 1974 che non fa poi così bene all’organismo umano. Come raccontano gli stessi coltivatori canadesi, il glifosato viene spruzzato in primavera sul terreno prima della semina al fine di eliminare le erbacce; successivamente, viene spruzzato nuovamente dopo la semina quando il grano germoglia e per un’ultima volta al fine di rendere uniforme la crescita del grano stesso. Ma dove finisce tutto questo glifosato? Il potente erbicida viene assorbito e finisce nei semi di grano e di conseguenza nei prodotti che ne derivano, come pasta e farina.

Nel 2015 l’Organizzazione Internazionale per la Ricerca sul Cancro ha affermato che il glifosato è un probabile cancerogeno, ma l’EFSA si è difesa affermando che non è così.

E intanto si cerca quantomeno di capire se ci siano dei controlli a monte e a valle per verificare la presenza di glifosato: la Canadian Grain Commission afferma di limitarsi a controllare il rispetto dei contratti tra i venditori canadesi e gli acquirenti mondiali, senza preoccuparsi del glifosato. Lo stesso avviene anche in Italia, nei porti in cui questo grano arriva: pertanto, il glifosato entra nel ciclo di produzione della pasta e della farina senza trovare alcuna opposizione. E così Report ha analizzato 6 marchi famosi di pasta italiana: Barilla, la Molisana, De Cecco, Divella, Garofalo e Rummo e ciò che è emerso è che i valori di glifosato registrati sono nettamente al di sotto della dose considerata tossica per l’uomo.

E il grano italiano?

L’Italia meridionale è stata considerata il granaio d’Italia, ma oggi la realtà è ben diversa: proprio in virtù di questa massiccia importazione di grano dall’estero, i principali coltivatori di grano hanno fatto marcia indietro. Oggi a loro costa circa 23 centesimi di euro produrre grano e non possono venderlo a più di 20 centesimi: come si può dedurre, c’è perdita e pertanto il nostro Paese ha registrato una enorme riduzione delle coltivazioni di grano, spinta anche da diversi contributi europei che, paradossalmente, spingono a non coltivare più il grano.

Da febbraio 2018 entrerà in vigore una nuova etichettatura obbligatoriaper la pasta e la farina in cui dovrà essere indicato l’origine del grano utilizzato: con questa novità, si spera che gli agricoltori italiani possano tornare a produrre grano come un tempo, tra l’altro un grano decisamente più sano visto che in Italia l’utilizzo di glifosato è vietato.

QUI il servizio di Report

Cinque navi cariche di grano (anche canadese) in arrivo nel porto di Bari: buon appetito Italiani e ricordate: “Quello che non possono mangiare i maiali canadesi lo fanno mangiare noi”…!

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Cinque navi cariche di grano (anche canadese) in arrivo nel porto di Bari: buon appetito Italiani e ricordate: “Quello che non possono mangiare i maiali canadesi lo fanno mangiare noi”…!

 

Vi consigliamo di rileggere:

Grano straniero – “Quello che non possono mangiare i maiali canadesi lo fanno mangiare noi italiani”…!

Cinque navi cariche di grano (in parte canadese) in arrivo nel porto di Bari: buon appetito Italia!

E buon appetito Sicilia, perché in Puglia si concentra il 70% circa dei molini italiani. Ciò significa che il grano di dubbia provenienza che viene sbarcato in Puglia finisce sulle tavole di tutti gli italiani! Lo ribadiamo: grazie a GranoSalus e a I Nuovi Vespri non sono mancati i passi avanti nella battaglia per il grano pulito. Ma la strada per battere i signori del grano contaminato è ancora lunga 

In attesa di sapere quante navi cariche di grano stanno arrivando in Sicilia (non è facile, dalle nostre parti, raccogliere questo genere di informazioni), facciamo il punto della situazione sulle navi che stanno arrivando in Puglia. Tanto cambia poco: ricordiamo che in Puglia si concentra quasi il 70 per cento dei molini italiani: ciò significa che la farina prodotta in questa regione finisce in tutta l’Italia, Sicilia compresa.

Con che grano viene prodotta la farina in Puglia? A questa domanda risponde un’inchiesta – o meglio, la prima puntata di un’inchiesta – pubblicata sul sito di GranoSalus, l’associazione di consumatori e di produttori di grano duro del Sud che, già da qualche tempo, lavora fianco a fianco con questo blog.

Perché la prima puntata? Perché in questa prima parte dell’approfondimento si parla solo delle navi, cariche di grano, che sono arrivate in questi giorni nel porto di Bari. Domani, o tra qualche giorno, GranoSalus farà il punto della situazione sulle navi cariche di grano che arrivano negli altri porti pugliesi (senza dimenticare che, oltre al grano che arriva nei porti pugliesi e siciliani, c’è anche il grano che arriva in altri porti italiani).

Che cosa contiene spesso il grano che arriva con le navi i nostri lettori lo sanno già.

Allora, cominciamo con il porto di Bari. Avvertendo che, entro la fine di questa settimana, fatti quattro conti, arriverà – solo a bari, ripetiamo – circa un milione di quintali di grano di dubbia provenienza! 

A questo milione di quintali di grano in arrivo con le navi si va a sommare quello che è già arrivato in questo porto pugliese:

“Al porto di Bari, dall’inizio di quest’anno – leggiamo nella prima parte dell’inchiesta di GranoSalus – sono arrivati oltre 1,2 milioni di tonnellate di grano. A questi numeri occorre aggiungere quelli in corso e delle prossime settimane. Di solito ottobre e novembre sono i mesi in cui vi è maggiore concentrazione di navi. Dal Canada non dovrebbero arrivarne altre (qui trovate notizie sul grano duro canadese arrivato a Bari), ma il condizionale è d’obbligo…”.

Dopo di che si passa alla cronaca di questi giorni:

“Questa settimana a Bari è previsto lo scarico di cinque navi per un totale di quasi 800 mila quintali! E’ in fase di scarico la nave TRAMMO BAUMANN, una Bulk Carrier IMO 9762883 MMSI 636017033 costruita nel 2015, battente bandiera Liberia (LR) con una stazza lorda di 25611 ton, summer DWT 38635 ton. La portarinfuse proviene da Vancouver (Canada) da dove è partita il 7 settembre 2017 alle ore 18:40 ed è arrivata al porto di Bari il 13 ottobre alle ore 11:53. La nave ha un carico stimato di circa 183 mila quintali di grano. Destinazione Casillo“.

Casillo, per la cronaca, è il gruppo più importante che opera nel settore del grano in Italia.

“La seconda nave – leggiamo sempre nell’inchiesta di GranoSalus – è per De Cecco e si chiama LOUISE BULKER, una General Cargo IMO 9424089 MMSI 219607000 costruita nel 2010, battente bandiera Denmark (DK) con una stazza lorda di 19812 ton, summer DWT 31881 ton. La portarinfuse proviene da NewCastle (Australia), ha fatto bunkeraggio a Gibilterra e dopo circa 60 giorni di navigazione è arrivata al porto di Bari il 18 ottobre alle ore 5:41. La nave ha un carico stimato di circa 150 mila quintali di grano. Destinazione De Cecco”.

“La terza nave più piccola – prosegue l’approfondimento di GranoSalus – è arrivata oggi. Si chiama KATE C una General Cargo IMO 9523964 MMSI 235077805 costruita nel 2010, battente bandiera United Kingdom [GB] con una stazza lorda di 4151 ton, summer DWT 6250 ton. La portarinfuse è partita da TILBURY (GB) il 6 ottobre 2017 alle ore 01:36 ed è arrivata al porto di Bari il 17 ottobre alle ore 8:50. La nave ha un carico stimato di circa 58 mila quintali di grano. Destinazione Divella“.

“In rada, a Bari – leggiamo sempre nell’inchiesta – c’è una quarta nave canadese, una Bulk Carrier IMO 9612296 MMSI 566878000 costruita nel 2013, battente bandiera Singapore (SG) con una stazza lorda di 22850 ton, summer DWT 36546 ton. La portarinfuse proviene da Port Cartier (Canada), è partita il 1 ottobre alle ore 14:12 ed è arrivata al porto di Bari il 17 ottobre alle ore 12:05. La nave ha un carico stimato di circa 350 mila quintali di grano. Destinazione AGRI VIESTI srl Altamura (Ba)”.

“In arrivo oggi a Bari – conclude questa prima parte dell’inchiesta di GranoSalus – c’è una quinta nave ucraina di nome ECE G, una General Cargo IMO 8404460 MMSI 518100028 costruita nel 1985, quindi una carretta del mare, battente bandiera Isole Cook [CK] con una stazza lorda di 2929 ton, summer DWT 4816 ton. La carretta proviene da RENI (Ucraina), ha fatto bunkeraggio in Turchia ed è partita il 27 settembre alle ore 6:55; è in arrivo al porto di Bari stanotte 19 ottobre alle ore 00:00. La nave ha un carico stimato di circa 50 mila quintali di grano. Destinazione CEREALSUD srl Altamura (Ba)”.

Solo nel porto di Bari contiamo cinque navi cariche di grano.

Due navi cariche di grano sono arrivate dal solito Canada.

Una terza nave è arrivata dalla Gran Bretagna.

Una quarta nave dall’Australia.

Una quinta nave dall’Ucraina.

C’è poco da stare allegri. GranoSalsus è I Nuovi Vespri conducono da tempo una dura battaglia contro il grano duro estero e in difesa del grano duro prodotto nel Mezzogiorno d’Italia.

La sensibilità verso questi temi cresce di giorno in giorno.

Basti pensare che Report dovrebbe dedicare un servizio al grano, con riferimento anche al grano che arriva dal Canada (grano canadese che, se è quello coltivato nelle aree fredde e umide di questo Paese è un mezzo veleno, come potete leggere qui).

Prima ci avevano detto che la trasmissione di Report sarebbe andata in onda il 23 ottobre. Ora sembra che andrà in onda il 30 ottobre o il 6 novembre. L’importante è che vada in onda, perché è importante informare il grande pubblico – con una trasmissione importante come Report – che cosa finisce sulle nostre tavole.

GranoSalus, nell’inchiesta, non risparmia critiche al presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano. Che, in effetti, sulla questine grano estero contaminato non ha aperto bocca.

Scrive GranoSalus:

“Emiliano, pensa forse di essere immune dalle contaminazioni? Da ex magistrato, dovrebbe dedicare più tempo alla lettura delle ordinanze che riguardano anche presunte falle nell’attività di controllo sul marchio regionale ‘Prodotti di qualità Puglia’”.

Se è per questo, però, neanche Massimo D’Alema, che è pugliese e guida insieme con Bersani Articolo 1 MDP (il partito della sinistra nato in contrapposizione al PD di Matteo Renzi) fino ad ora  ha detto preso posizione sul grano duro estero che arriva in Italia.

D’Alema, che produce vino non conosce il grano duro? Ci sembra difficile. Però non possiamo non notare – e sottolineare – che, su una vicenda importante come quella del grano duro, la posizione di D’Alema ed Emiliano sia uguale, sul piano sostanziale, a quella del Governo Gentiloni e del Ministro delle Risorse agricole, Maurizio Martina.

Del resto, noi, in Sicilia, sul grano duro registriamo il silenzio del presidente della Regione, Rosario Crocetta, e dell’assessore all’Agricoltura, Antonello Cracolici.

Non possiamo non notare che tutti i personaggi politici pugliesi e siciliani che abbiamo citato sono tutti della sinistra. Una sinistra – sia con riferimento al PD, sia con riferimento al nuovo soggetto politico di D’Alema e Bersani – che, sulla questione grano duro è inadeguata.

Quanto al Governo nazionale – il già citato Governo Gentiloni – siamo all’apoteosi dell’ipocrisia. La Ministra della salute-Sanità, Beatrice Lorenzin,annuncia che si batterà contro il glifosato, che è notoriamente presente nel grano duro canadese coltivato nelle aree fredde e umide di questo Paese.

Poi, però, lo stesso Governo nazionale che, a parole, dice di voler combattere le contaminazioni di glifosato, non dispone i controlli nei porti italiani dove arrivano le navi…

Della serie, la solita presa in giro del Governo nazionale, perché votare contro il glifosato e poi non impedire che arrivi il grano duro piano di glifosato è ridicolo!

Che dire? Che le battaglia per un grano pulito è ancora lunga. Noi la stiamo combattendo ad armi impari.

Ci sono già le prime analisi sulle marche di pasta. Ma come potete notare, al di là delle chiacchiere, lo Stato e le Regioni, oggi, fanno poco o nulla.

Ma noi non ci scoraggiamo. Sono in arrivo – a cura di GranoSalus e de I Nuovi Vespri – nuove analisi su altre marche di pasta prodotte in Italia e su farina e semola.

La battaglia continua.

Sorpresa: Non bastava il grano duro per la pasta. Ora arriva dal Canada anche il grano tenero per dolci, pane e pizze. Una nuova beffa per gli italiani e con molta probabilità un ulteriore danno per la salute!

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Sorpresa: Non bastava il grano duro per la pasta. Ora arriva dal Canada anche il grano tenero per dolci, pane e pizze. Una nuova beffa per gli italiani e con molta probabilità un ulteriore danno per la salute!

Ecco a Voi la pizza fatta con la farina del grano Canadese. Se solo fosse di qualità come il nostro, si sarebbe fatto 8.000 km stipano in una nave… Una nuova beffa per gli italiani e con molta probabilità un ulteriore danno per la salute!

L’allarme lo lancia ancora una volta il blog Siciliano I Nuovi Vespri, dato che i media “ufficiali” su queste questioni mantengono il più omertoso silenzio.

Da I Nuovi Vespri:

Sorpresa: arriva dal Canada anche il grano tenero per dolci, pane e pizze. Un beffa per la Sicilia!

Infatti, nella nostra Isola, noi possiamo contare su un grano tenero antico – il maiorca – che dovrebbe essere la base per i nostri dolci, per il nostro pane e per le nostre pizze. Perché la Sicilia deve dire No al grano duro e, adesso, anche al grano tenero canadese. GranoSalus ci racconta che, in queste ore, tre navi cariche di grano canadese sono presenti nel porto di Bari. E scaricano anche grano tenero. Perché è importante parlare del grano in campagna elettorale: Siciliani, attenti a chi votate!

La battaglia per un grano pulito è ancora lunga. E adesso si arricchisce di un nuovo tassello. Dal Canada, con le ‘famigerate’ navi, non arriva solo il grano duro per produrre pasta: arriva anche il grano tenero per i panifici, i biscottifici e per le pizzerie! Insomma, mentre il Parlamento italiano ormai alle ultime battute della legislatura (nella primavera prossima, è noto, si voterà per le elezioni politiche nazionali) si prepara a discutere e ad approvare il CETA – il discusso trattato internazionale tra Canada e UE (che la Commissione Europea, fregandosene dei Parlamenti dei 27 Paesi dell’Unione che ancora non si sono pronunciati sulla stesso CETA, sta già applicando, con sanzioni per chi non si adeguerà, in Italia continuano ad arrivare navi cariche di grano canadese.

Il CETA – per la cronaca – impone a 27 Paesi europei di mangiare i prodotti a base di grano canadese. E’ il prezzo che bisogna pagare alle multinazionali: in Europa i cittadini, che gli piaccia o no, debbono mangiare pasta, pane, pizze, dolci e via continuando prodotti con il grano canadese, pur sapendo che contiene contaminanti; in cambio le multinazionali vanno a fare affari in Canada.

Gli affari – e quindi il denaro – a scapito della salute di milioni di persone. Sarebbe questa l’Europa dei popoli?

GranoSalus e I Nuovi Vespri – che da tempo combattono insieme questa battaglia in favore dei consumatori e a sostegno degli agricoltori del Sud Italia che producono grano duro – hanno deciso di continuare a battersi contro questa follia con iniziative comuni che verranno comunicate ai nostri lettori e, in generale, a tutte le persone di buona volontà che non vogliono che, sulle proprie tavole, arrivino derivati del grano che contengono contaminanti e, segnatamente, glifosato e micotossine DON.

Insomma, la battaglia continua con sempre maggiore determinazione. Così, per entrare subito in tema, denunciamo che, in queste ore, ben tre navi cariche di grano canadese sono presenti nel porto di Bari.

“Non ha sbagliato GranoSalus a pensare che gli industriali italiani dicessero delle frottole sull’uso di grano canadese arricchito di contaminanti – leggiamo sul sito di GranoSalus -. Il grano canadese arriva continuamente. Che sia duro o tenero ha poca importanza. Del resto, il test sulle paste ha confermato la presenza dei residui di Don, Glifosate e Cadmio. Un test che non è stato sconfessato dinnanzi ai giudici di Roma e Trani. Ma la tendenza degli industriali a mentire non rappresenta più un luogo comune: anzi adesso è confermata dalle navi. Tre navi canadesi al porto di Bari! Sull’ultima nave Divella ha comunicato telefonicamente che si tratta di grano tenero anche se sui documenti ufficiali ‘erroneamente’ avrebbero indicato grano duro”.

Questa la precisazione del gruppo Divella riportato sempre nel sito di GranoSalus:

“Non trattasi di grano duro canadese bensì di grano tenero canadese varietà manitoba, diversamente da quanto indicato nella documentazione ufficiale sanitaria che erroneamente riporta il duro e che sarà oggetto di rettifica nei prossimi giorni da parte degli uffici competenti”.

Come potete leggere, c’è la conferma ufficiale che in Italia arriva anche grano tenero canadese!

Questo per la Sicilia è assurdo, perché nella nostra Isola – che per i dolci vanta un’antica e grande tradizione – noi abbiamo il nostro grano tenero, come ricorda Wikipedia:

“Il grano maiorca o mjorca (Triticum vulgare Host. var. albidum Koern)[2][3] è un tipo di grano tenero antico a chicco bianco a maturazione veloce, da secoli coltivato in Sicilia soprattutto in terreni aridi e marginali, da sempre è stato considerato come il sinonimo del grano tenero siciliano e la sua farina sinonimo di farina per dolci”.

Ma come: abbiamo la possibilità di coltivare il grano tenero maiorca, che è “sinonimo del grano tenero siciliano e la sua farina sinonimo di farina per dolci” e importiamo anche il grano tenero dal Canada?

E che fa il Governo regionale siciliano? Insieme con la solita Unione Europea, paga gli agricoltori siciliani per non fargli coltivare il nostro grano! Cari Siciliani, svegliatevi!

Volete ancora votare questa gente alle elezioni regionali del 5 novembre?

Volete ancora votare per l’assessore regionale all’Agricoltura, Antonello Cracolici, quello che dice di avere una “storia politica autentica”, un governante della Sicilia che fino ad oggi non ha detto mai detto una sola parola sullo scandalo del grano canadese che invade le nostre tavole?

Volete votare ancora per il PD e per Forza Italia che al Parlamento Europeo hanno votato in favore del CETA?

E che dire del presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, la nuova ‘Sinistra’ che avanza? Ma avanza per andare dove? Possibile che il presidente di una delle due più importanti Regioni italiane per la produzione di grano (la seconda è la Sicilia) non abbia nulla da dire?

In Sicilia siamo abituati al vuoto-niente di Rosario Crocetta. Ma anche in Puglia, a quanto pare, non scherzano. E’ un caso che Emiliano e Crocetta sono entrambi del PD?

Tra navi nel porto di Bari significa che questo grano, sotto forma di prodotti derivati, arriverà sulle tavole di tutti gli italiani. E’ in Puglia, infatti, che si concentra il 90 per cento circa dei molini italiani. E da questa Regione che i derivati del grano finiscono in tutta l’Italia per essere trasformati in pasta e in altri prodotti. Per poi finire sulle nostre tavole e, nel caso della pasta, in tanti altri Paesi del mondo.

Sappiamo che la battaglia che stiamo conducendo è difficile. Perché ci scontriamo con le Regioni praticamente assenti (in Sicilia, dove si voterà il prossimo 5 novembre, c’è un solo candidato alla presidenza della Regione – il titolare di questo blog, Franco Busalacchi – che affronta questo argomento: il resto è silenzio), con un Governo nazionale favorevole al CETA, con un Parlamento nazionale che, fino ad oggi, ha potuto contare su una maggioranza favorevole al grano canadese.

Non è arrivato il momento di dire basta? Ci rivolgiamo ai Siciliani: il 5 novembre si voterà per le elezioni regionali. Cominciate a riflettere sul fatto che noi, qui in Sicilia, mangiamo ogni anno un quantitativo di pasta che è cinque-sei volte superiore alla media europea.

A Bruxelles hanno fissato dei limiti, circa la presenza di alcuni contaminanti – ci riferiamo alle mocotossine DON – che sono tarati per un consumo di pasta che non va oltre i 5 chilogrammi all’anno. In Sicilia e nel Sud Italia, in media, noi mangiamo da 25 a 30 chilogrammi di pasta ogni anno!

Imponendoci la pasta prodotta con il grano duro canadese, questi signori dell’Unione Europea – Commissione Europea e Parlamento Europeo – ci avvelenano a norma di legge! E avvelenano soprattutto i bambini.

“Con i nostri test – leggiamo sul sito di GranoSalus – che analizzano ciò che il Ministero esclude (ad es il glifosate), abbiamo dimostrato che Divella e La Molisana, grazie alle miscele con grani esteri, producono paste non idonee al consumo dei bambini di età inferiore ai tre anni, in relazione ai limiti di DON, senza che loro lo scrivano sulle confezioni”.

La battaglia è ancora lunga: e noi la combatteremo.

“Il motivo della nostra intransigenza è semplice – si legge sempre nel sito di GranoSalus -. Non siamo la Coldiretti, che fa finta di fare #laguerradelgrano. GranoSalus ha dimostrato a Divella, Barilla, De Cecco, Garofalo, La Molisana e Granoro quanto siano vere le nostre analisi in Tribunale. Un’associazione di privati, autofinanziata che, di fatto, si è sostituita ai (non) controlli del Ministero della Salute. Con un metodo semplice: autocontrollo e autocertificazione”.

 

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/09/30/sorpresa-arriva-dal-canada-anche-il-grano-tenero-per-dolci-pane-e-pizze-un-beffa-per-la-sicilia/#_

Due navi nel porto di Bari. Provengono da Canada e Francia e portano il grano per Casillo e Divella. Così possono fare la pasta “made in Italy”…!

 

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Due navi nel porto di Bari. Provengono da Canada e Francia e portano il grano per Casillo e Divella. Così possono fare la pasta “made in Italy”…!

 

Due navi in rada al porto di Bari per Casillo e Divella. Provenienza? Canada e Francia

Ci sono due nuove navi nella rada del porto di Bari che attendono di entrare. La prima è francese ed è destinata a Divella. La seconda è canadese e il ricevitore è Casillo, che peraltro è ancora alle prese con lo scarico di altre due navi. Quella del grano bio turco e la nave di grano rumena che sembra stia immagazzinando nei Silos granari della Sicilia presenti nel porto di Bari. Ancora in corso lo scarico della nave canadese Myrto di Agriviesti e Cerealsud. Si attende l’arrivo a giorni di un’ altra nave canadese… 

Prosegue l’invasione silenziosa delle navi di grano estero nel porto di Bari, mentre altre tre navi stanno procedendo con le operazioni di scarico.

Divella, dopo aver già scaricato la nave francese Lady Siria, è in attesa di scaricare la nave SDS WIND una General Cargo IMO 9338125 MMSI 247182200 costruita nel 2005, battente bandiera Italiana (IT) con una stazza lorda di 5581 ton, summer DWT 7600 ton. La portarinfuse è partita da PORT LA NOUVELLE (FRANCIA) il 19 settembre 2017 alle ore 17:35 ed è arrivata al porto di Bari il 23 settembre alle ore 14:21. La nave ha un carico stimato di oltre 60 mila quintali di grano. Destinazione DIVELLA

La nave canadese destinata a Casillo è, invece, una Bulk Carrier IMO 9798856 MMSI 563021600 costruita nel 2017, battente bandiera Singapore(SG) con una stazza lorda di 43291 ton, summer DWT 80962 ton. Il nome della  gigantesca portarinfuse è PYXIS OCEAN. Ha sette stive ed è partita da Vancouver (Canada) il 16 agosto 2017 alle ore 21:02 ed è arrivata a Bari il 24 settembre alle ore 17:56. La nave è dieci volte più capiente di quella di Divella e dovrebbe scaricare circa 600 mila quintali di grano canadese destinazione CASILLO.

fonte: http://www.granosalus.com/2017/09/25/due-navi-in-rada-al-porto-di-bari-per-casillo-e-divella-provenienza-canada-e-francia/

L’entrata in vigore del CETA è uno scandalo per la Democrazia – Mette gli investitori in condizione di opporsi ai provvedimenti politici ritenuti contrari ai loro interessi – Insomma, la Gente non ha più difesa contro chi specula sulla sua pelle!

 

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L’entrata in vigore del CETA è uno scandalo per la Democrazia – Mette gli investitori in condizione di opporsi ai provvedimenti politici ritenuti contrari ai loro interessi – Insomma, la Gente non ha più difesa contro chi specula sulla sua pelle!

 

Quindi, dopo oltre un anno di articoli che mettevano in guardia contro i pericoli di un’eventuale approvazione del CETA per i cittadini europei, il trattato è entrato in vigore, nel pressoché totale silenzio dei media nazionali, lo scorso 21 settembre. Jacques Sapir fa il punto su ciò che adesso ci aspetta, e il quadro è purtroppo tutt’altro che rassicurante: oltre ai rischi per la salute e per l’ambiente, il CETA rappresenta un grave vulnus alla sovranità nazionale e ai principi democratici.

Di Jacques Sapir, 22 settembre 2017

Il CETA, trattato di libero scambio con il Canada, è infine entrato in vigore giovedì 21 settembre, ad eclatante dimostrazione di come gli Stati abbiano rinunciato alla loro sovranità, lasciando spazio ad un nuovo diritto, indipendente dal diritto degli stessi Stati e non soggetto ad alcun controllo democratico.

Il CETA sarebbe, sulla carta, un “trattato di libero scambio”. In realtà però prende di mira le normative non-tariffarie che alcuni Stati potrebbero adottare, in particolare in materia di protezione ambientale. A questo riguardo, c’è da temere che il CETA possa dare l’avvio a una corsa a smantellare le norme di protezione. A ciò si aggiungono i pericoli che scaturiscono dal meccanismo di protezione degli investimenti contenuto nel trattato. Il CETA crea infatti un sistema di protezione per gli investitori tra l’Unione Europea e il Canada che, grazie all’istituzione di un tribunale arbitrale, permetterà loro di citare in giudizio uno Stato (o a una decisione dell’Unione Europea) nel caso in cui un provvedimento pubblico adottato da tale Stato possa compromettere“le legittime aspettative di guadagno dall’investimento”. In altre parole, la cosiddetta clausola ISDS (o RDIE) è in pratica un meccanismo di protezione dei guadagni futuri. E si tratta di un meccanismo unilaterale: nel quadro di questa disciplina, nessuno Stato può, da parte sua, citare in giudizio un’impresa privata. È chiaro quindi che il CETA metterà gli investitori in condizione di opporsi ai provvedimenti politici ritenuti contrari ai loro interessi. Questa procedura, che rischia di essere molto dispendiosa per gli Stati, avrà certamente effetti dissuasivi già con una semplice minaccia di processo. Al riguardo, non dimentichiamo che, a seguito della dichiarazione della Dow Chemical di voler portare la causa in tribunale, il Québec fu costretto a fare marcia indietro sul divieto di una sostanza, sospettata di essere cancerogena, contenuta in un diserbante commercializzato da questa impresa.

Vi sono inoltre dubbi in merito alla reciprocità: si fa presto a dire che il trattato apre i mercati canadesi alle imprese europee, tanto più che il mercato dell’Unione Europea è già adesso aperto alle imprese canadesi. Ma basta solo guardare alla sproporzione tra le popolazioni per capire chi ci guadagnerà. Al di là di questo, c’è il problema più ampio del libero scambio, in particolare dell’interpretazione del libero scambio che si evince dal trattato. Al centro si trovano gli interessi delle multinazionali, che di certo non coincidono con quelli dei consumatori né dei lavoratori.

I rischi rappresentati dal CETA riguardano quindi la salute pubblica e, senz’ombra di dubbio, la sovranità. Ma ancora più grave è anche la minaccia posta dal trattato alla democrazia. Al momento della sua votazione finale nel Parlamento Europeo, tra i rappresentanti francesi sono stati quattro i gruppi a votare contro: il Fronte di Sinistra, gli ambientalisti dell’EELV, il Partito Socialista e il Front National. Un’alleanza forse meno anomala di quanto sembri, se si prendono in considerazione i problemi sollevati dal trattato. È indicativo il fatto che sia stato rigettato dalle delegazioni di tre dei cinque paesi fondatori della Comunità Economica Europea, e dalle seconda e terza maggiori economie dell’Eurozona. Ciononostante è stato ratificato dal Parlamento Europeo il 15 febbraio 2017, e deve adesso passare la ratifica dei singoli parlamenti nazionali. Nondimeno, è già considerato parzialmente in vigore prima della ratifica da parte degli organi rappresentativi nazionali. Il CETA è quindi entrato in vigore provvisoriamente e parzialmente il 21 settembre 2017 per gli aspetti riguardanti le competenze esclusive dell’UE, ad esclusione, per il momento, di certi aspetti di competenza concorrente che necessitano di votazione da parte dei paesi membri dell’UE, in particolare le parti riguardanti i tribunali arbitrali e la proprietà intellettuale. Ma anche così, circa il 90% delle disposizioni dell’accordo vengono già applicate. Ciò rappresenta un grave problema politico di democrazia. Come se non bastasse, anche nel caso in cui un paese dovesse rigettare la ratifica del CETA, quest’ultimo resterebbe comunque in vigore per tre anni. È evidente che è stato fatto di tutto perché il trattato fosse formulato ed applicato al di fuori del controllo della volontà popolare.

In effetti questo non è affatto ciò che normalmente si definirebbe un trattato di “libero scambio”. Si tratta di un trattato il cui scopo è essenzialmente imporre norme decise dalle multinazionali ai singoli parlamenti degli Stati membri dell’Unione Europea. Se ciò che si voleva dare era una dimostrazione della natura profondamente anti-democratica dall’UE, non si poteva certamente fare di meglio.

Ciò pone un problema sia democratico che di legittimità di chi si è fatto fautore del trattato. In Francia uno solo dei candidati alle elezioni presidenziali, Emmanuel Macron, si era dichiarato apertamente a favore del CETA. Anche uno dei suoi principali sostenitori, Jean-Marie Cavada, aveva votato al Parlamento europeo per l’adozione del trattato. Si profila quindi nelle elezioni presidenziali, e non per la prima volta nella nostra storia, il famigerato “partito dall’esterno” che a suo tempo (per l’esattezza il 6 dicembre 1978) era stato denunciato da Jacques Chirac dall’ospedale di Cochin…[1]

Prima della sua nomina a ministro del governo di Edouard Philippe, Nicolas Hulot aveva preso nettamente posizione contro il CETA. La sua permanenza al governo, a queste condizioni, ha il valore di un voltafaccia. Come ministro della Transizione Ambientale (sic), non ha sicuramente finto un certo rammarico lo scorso venerdì mattina su Europe 1. Ha riconosciuto che la commissione di valutazione nominata da Edouard Philippe lo sorso luglio aveva identificato diversi potenziali pericoli contenuti nel trattato. Ma ha anche aggiunto: “…i negoziati erano ormai arrivati a un punto tale che, a meno di non rischiare un incidente diplomatico con il Canada, che certamente vorremmo evitare a tutti i costi, sarebbe stato difficile bloccarne la ratifica”. Questa è una perfetta descrizione dei meccanismi di irreversibilità deliberatamente incorporati nel trattato. Non dimentichiamo inoltre che, prima di essere nominato ministro della Transizione Ambientale, l’ex-presentatore televisivo aveva più volte dichiarato che il CETA non era “compatibile con il clima”. Si può qui immaginare quanto fosse grande la spada che ha dovuto ingoiare: praticamente una sciabola.

Da parte sua, fin dalla sua elezione Emmanuel Macron si è presentato come difensore allo stesso tempo dell’ecologia e del pianeta riprendendo, capovolgendolo, lo slogan di Donald Trump “Make the Planet Great Again”. Ha spesso ribadito questo concetto, sia alle Nazioni Unite che in occasione del suo viaggio alle Antille dopo l’uragano “Irma”. Ma non si può ignorare che il suo impegno a favore del CETA e la sua sottomissione alle regole dell’Unione Europea, che ha comunque registrato un terribile ritardo sulla questione degli interferenti endocrini, dimostrino come non sia decisamente l’ecologia a motivarlo, e che al massimo questa non sia che un pretesto per una comunicazione di pessimo gusto e di bassa lega.

È dunque necessario avere ben chiare le conseguenze dell’applicazione del CETA, oltre alla minaccia che esso rappresenta per la sovranità nazionale, la democrazia e la sicurezza del paese.

[1] Haegel F., « Mémoire, héritage, filiation : Dire le gaullisme et se dire gaulliste au RPR », Revue française de science politique, vol. 40, no 6,‎ 1990, p. 875

Un articolo su:
    

 

Il CETA entra in vigore SENZA ESSERE STATO VOTATO, contro la volontà e sulla pelle della Gente: paradossi di quella porcheria che qualcuno in Europa si ostina a chiamare democrazia!

 

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Il CETA entra in vigore SENZA ESSERE STATO VOTATO, contro la volontà e sulla pelle della Gente: paradossi di quella porcheria che qualcuno in Europa si ostina a chiamare democrazia!

 

Il Ceta entra in vigore senza essere stato votato: paradossi della democrazia in Europa

Domani muore la democrazia. Il trattato di libero scambio fra Europa e Canada – il Ceta – entrerà provvisoriamente in vigore senza aspettare il sì definitivo degli Stati membri. Il Ceta è un accordo misto e le regole europee prevedono che tutti i Parlamenti nazionali dei 28 Stati membri debbano ratificarlo prima della sua entrata in vigore. Ma – come si sa – l’Europa è debole con i forti e forte con i deboli e dunque, pur di accontentare le multinazionali, non si aspetta nessuno e si calpestano le regole.

Finora fra i 28 Stati membri solo Lettonia e Danimarca hanno dato il via libera definitivo. In Italia, Pd e Forza Italia hanno riesumato il patto del Nazareno e sul Ceta volano spediti verso l’approvazione. Il Senato discuterà il testo il prossimo 26 settembre. Il Belgio ha chiesto alla Corte Europea di Giustizia un parere sulla compatibilità del Ceta con i principi costitutivi dell’Unione Europea. In Francia è bufera su Macron perché una Commissione di nove super esperti, nominata per valutare in maniera imparziale il Trattato, ha bocciato senza appello l’accordo con il Canada (ecco il link al documento). La Commissione di saggi ha sottolineato i rischi per la nascita delle Corti arbitrati e nel campo della agricoltura su protezione animale, mangimi e antibiotici, chiedendo anche maggiore vigilanza sull’utilizzo di biotecnologie e OGM.

Qui di seguito, trovate riassunte le raccomandazioni degli esperti:

– Maggiore trasparenza sulla creazione e funzionalità del forum per la cooperazione regolamentativa.

 Creazione di un Comitato nazionale per controllare l’implementazione del CETA e l’impatto che avrebbe in ambito ambientale e sanitario

 Richiesta di una dichiarazione interpretativa per la Francia da includere al testo del CETA per quanto riguarda il preciso significato che la Francia intende dare alle clausole ambientali e sanitarie presenti nell’accordo.

 Labelling del modello di produzione di prodotti d’origine animale. Il rapporto non è chiaro se tale labelling si debba applicare solo ai prodotti canadesi. In realtà, gli esperti dicono che vi è necessita di includere informazioni sull’uso di antibiotici e prodotti che aiutano la crescita, standard sul benessere animale e eventuali OGM.

 Rafforzare le procedure di certificazione e controllo per i prodotti canadesi, ad esempio il programma che certifica la carne ractopamine free.

 Maggiore reciprocità nell’accesso al mercato agricolo soprattutto in campo di autorizzazioni di vendita da parte di paesi terzi per i prodotti europei.

 Un “climate veto” per la protezione degli investimenti.

 Un accordo sul clima con il Canada, a latere dell’accordo CETA, per promuovere la “neutralità delle emissioni ad effetto serra” del CETA.

I saggi francesi hanno ragione. Il Ceta è una schifezza e va rigettato. Basta un solo no da parte di un Parlamento di uno Stato membro e il Ceta si blocca anche se è già entrato in vigore provvisoriamente.

VUOI SAPERNE DI PIÙ SULLE CONSEGUENZE DEL CETA?
LEGGI QUI:

UNA MINACCIA PER L’AGRICOLTURA

 

fonte: http://www.movimento5stelle.it/parlamentoeuropeo/2017/09/il-ceta-entra-in-vig.html

Il CETA: il silenzio assordante sul trattato internazionale che cambierà per sempre le nostre vite

 

CETA

 

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Il CETA: il silenzio assordante sul trattato internazionale che cambierà per sempre le nostre vite.

“Tutti dicono di voler cambiare i trattati dopo, ma pochi cercano di fermarli prima”.

Il degrado della nostra democrazia è ben rappresentato dal fatto che uno scontro megagalattico sta accompagnando la discussione su una legge all’acqua di rose sullo ius soli, mentre il senato si prepara ad approvare nel silenzio generale il famigerato trattato CETA.

Il trattato è quello stipulato tra Unione Europea e Canada e serve a far passare liberamente la globalizzazione più selvaggia e distruttiva, travolgendo le poche regole rimaste a difesa dei lavoratori, dei consumatori, dei cittadini.Il succo del trattato è il via libera ai prodotti, ai servizi e alle attività delle grandi multinazionali, secondo le regole loro e del paese più disponibile verso di esse. E se qualche Stato dovesse decidere di opporsi in nome delle proprie leggi su lavoro, salute e ambiente, le multinazionali potrebbero citarlo in giudizio in un arbitrato, gestito a condizioni, per esse, di favore. La extragiudizialità dei grandi fruitori di profitti rispetto agli Stati diventa legge, lo stesso privilegio di fronte alla giustizia comune, di cui nel Medio Evo godevano prìncipi e baroni.

Il CETA è una Bolkestein globale ed è perfettamente uguale all’altro trattato, sul quale invece l’opinione pubblica europea era stata in grado di fermare i suoi folli governi: il TTIP con gli Stati Uniti. Forse perché la potenza degli USA intimoriva di più, alla fine anche Hollande e Merkel bloccarono la ratifica di quel trattato. Non il governo italiano, però, che servo tra i servi, ha invece continuato a dichiararsi favorevole ad esso. Bloccato il TTIP, il CETA con il più simpatico Canada è diventato lo strumento, il cavallo di Troia, per far passare la stessa devastazione di massa dei diritti.

Tutta la stampa italiana ha incensato il gentile e fascinoso leader canadese, Trudeau, che omaggiava le vittime del terremoto. Era una bella opera di promozione di un trattato che toglierà le barriere alla importazione del grano duro, che in Nord America si coltiva con largo uso del cancerogeno glifosato. Le multinazionali USA, in attesa che passi il trattato con il loro paese, potranno così utilizzare le loro sedi canadesi ed il CETA, per ottenere subito il via libera ai loro affari, per noi, più distruttivi.

La ratifica del CETA avviene da parte di un parlamento dove quasi tutti, poi, si pentono dei trattati che firmano ed approvano. La mostruosa riscrittura dell’articolo 81 della Costituzione, che ha costituzionalizzato l’austerità europea, è avvenuta quasi alla unanimità nelle due camere, ma ora non si trova chi l’abbia votata. Tutti oggi dicono di voler cambiare i trattati europei, ma fanno finta di non saper che ogni modifica di quei trattati richiederebbe l’unanimità degli stati, quindi anche il consenso della Germania. Tutti dicono di voler cambiare i trattati dopo, ma pochi cercano di fermarli prima.

Il CETA è un attentato ai diritti e alla democrazia, per me chi lo approva dovrà essere considerato nemico, ma anche chi si occupa d’altro, chi lo lascia passare in silenzio dovrà essere chiamato alle sue responsabilità. Una democrazia muore per colpa di chi la colpisce, ma anche di chi volge lo sguardo da un’altra parte.

Articolo di Giorgio Cremaschi

Fonte: http://www.lantidiplomatico.it

Il CETA: l’accordo commerciale che farà fallire molte altre imprese italiane. Ecco le conseguenze di questo scempio sulla vita degli italiani…!

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Il CETA: l’accordo commerciale che farà fallire molte altre imprese italiane. Ecco le conseguenze di questo scempio sulla vita degli italiani…!

Il CETA : l’accordo tra l’Unione Europea e il Canada che farà fallire molte altre imprese italiane.

Il CETA è un fax simile del TTIP, con la differenza che è un trattato di libero scambio tra UE e Canada, ma la sostanza resta la stessa.

Se siamo riusciti a scampare al TTIP non abbiamo fatto lo stesso con il CETA, il primo esce dalla porta il secondo entra dalla finestra…
Il CETA è un trattato di libro scambio tra UE e Canada, e implica la concorrenza tra le imprese europee con quelle canadesi, che in tantissimi settori sono molto più competitive. Tale concorrenza sleale metterà in seria difficoltà le nostre imprese che dovranno fare i conti anche con i prodotti canadesi importati senza dazi doganali, e che potranno quindi immessi sul mercato a prezzi difficilmente imitabili.

Il trattato infatti prevede la rapida eliminazione di quasi tutti i dazi doganali. Entro 7 anni dall’entrata in vigore non ci sara’ piu’ alcun dazio doganale sui prodotti industriali e sulla quasi totalita’ dei prodotti agricoli ed alimentari (inclusi vino ed alcolici). La soppressione dei dazi doganali non interessera’ i prodotti considerati ‘sensibili’, come la carne di bovino e di maiale canadesi esportati in Ue.

Ma non è tutto, con il CETA oltre ad essere a rischio la sopravvivenza delle piccole e medie imprese, sono a rischio la democrazia, l’ambiente, la salute dei cittadini, e persino i nostri risparmi.

Le conseguenze del CETA sulla vita degli italiani

Ecco le conseguenze di questo trattato sulla vita di tutti i cittadini:

L’AGRICOLTURA
– Il CETA permette al Canada di importare liberamente prodotti suini nel mercato europeo danneggiando così l’eccellenza europea dell’industria dei salumi e degli affettati. Nel 2014, nonostante il crollo dei prezzi nel settore europeo di carne suina, i prodotti canadesi veniva venduti a un prezzo del 25% più basso.
– Le pressioni competitive metterebbero a rischio le piccole e medie aziende a conduzione familiare.
– Il Canada è il terzo produttore mondiale di OGM e, di conseguenza, il mercato europeo sarebbe invaso da prodotti potenzialmente nocivi.

L’ECONOMIA
– La pressione della concorrenza comporterebbe la chiusura delle imprese locali e, di conseguenza, un aumento del tasso di disoccupazione.
– Il Canada è un grande produttore di grano, così come lo è l’Italia. Il basso costo del grano canadese porterebbe a una diminuzione del consumo del grano italiano. L’industria alimentare italiana ne verrebbe danneggiata.
– Alcuni settori (pensiamo alla pesca) saranno costretti a chiudere la produzione perché il Canada è molto competitivo. Questo porterebbe a un aumento della disoccupazione, e una forte migrazione della popolazione locale. Il vantaggio, però, è a favore delle multinazionali che possono permettersi economie di scala e costi di produzione più bassi.

LA SALUTE E L’AMBIENTE
 In Canada usano la ractopamina negli allevamenti dei suini (uno steroide già vietato in oltre 160 Paesi), i neonicotinoidi (pesticidi sistemici) e sin dagli Anni ’80 gli ormoni nella carne bovina.
– Il CETA elimina le barriere commerciali e, pertanto, permetterebbe al Canada, un grande produttore di sabbia bituminosa, di esportare un enorme quantità di questo prodotto dannoso per l’ambiente. La sabbia bituminosa è uno dei combustibili fossili più distruttivi per l’ambiente.
– Un aumento nel commercio transatlantico porterebbe a un aumento delle emissioni inquinanti del comparto dei trasporti.

LA DEMOCRAZIA 
– Con il CETA nascono le corti arbitrali. I governi non saranno più in grado di proteggere i propri mercati e prodotti. Le multinazionali potrebbero citare in giudizio i governi se dovessero essere imposte norme inique per i loro prodotti o restrizioni al commercio.
– Cittadini, comunità e associazioni sindacali non potrebbero più presentare ricorsi contro le imprese che violano le regole ambientali, le norme sul lavoro o sulla salute pubblica.
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Tutti i principali quotidiani esteri seguono e riportano la questione relativa all’ approvazione del CETA, sui giornali italiani invece nemmeno una breve riga a riguardo: notizia censurata.

Eppure il CETA rappresenta una minaccia per l’economia italiana e la salute dei cittadini.

Vi mostriamo QUI una intervista a riguardo rilasciata dalla famosissima attrice Kristien Pottie, molto sensibile alla questione CETA. Buona Visione

tratto da: http://www.stopeuro.org/il-ceta-laccordo-tra-lunione-europea-e-il-canada-che-fara-fallire-molte-altre-imprese-italiane/

Vergognoso – Da Regione e UE soldi agli agricoltori siciliani per non coltivare il nostro grano. E così il grano al glifosato canadese avrà via libera!!

 

agricoltori

 

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Vergognoso – Da Regione e UE soldi agli agricoltori siciliani per non coltivare il nostro grano. E così il grano al glifosato canadese avrà via libera!!

 

Regione e UE: soldi agli agricoltori siciliani per non coltivare il grano. E così arriva il grano canadese!

Ecco cosa fa la Regione siciliana: distribuisce ricchi premi agli agricoltori della nostra Isola che non coltiveranno il grano duro per sette anni! Meno grano duro prodotto in Sicilia, più giustificazioni per il grano duro che arriva con le navi. Così la Regione siciliana si genuflette agli interessi delle multinazionali, dell’Unione Europea e del Canada. Il tutto a scapito dei consumatori che mangeranno sempre più grano ‘estero’ con annessi e connessi

Che l’ha detto che la Regione siciliana non fa nulla per i produttori di grano duro della nostra Isola? Fa, invece. E sapete cosa fa, guarda caso a partire da quest’anno, proprio mentre infuria in tutto il mondo la polemica sul grano duro canadese pieno di glifosato e micotossine DON? Regala un po’ di soldi ad ogni agricoltore siciliano che decide di non coltivare più grano duro per sette anni! Sì, avete letto bene: tu, agricoltore di Sicilia, ti stai buono per sette anni tenendo i terreni a pascolo e io, Regione, ti regalo 360-370 euro ad ettaro. I soldi li tira fuori l’Unione Europea.

Il discorso non fa una grinza. Il Parlamento Europeo approva il CETA, il trattato commerciale internazionale tra Unione Europea e Canada che prevede, tra le altre cose, che l’Europa acquisti il grano duro che il Canada produce nelle aree fredde e umide. Sono 4 milioni di tonnellate di grano duro canadese all’anno (come potete leggere in questo articolo che abbiamo scritto lo scorso dicembre) ‘ricco’ di glifosato e micotossine DON.

Ovviamente ci sono tante lamentele. Mezzo mondo, ormai, sa di che pasta è fatto (è proprio il caso di dirlo!) il grano duro canadese coltivato nelle aree umide. I consumatori hanno cominciato a riflettere sulla pasta industriale che arriva sulle loro tavole. E i produttori di grano duro del Mezzogiorno d’Italia, massacrati dalla concorrenza sleale dei canadesi, sono in rivolta. Un’associazione di produttori di grano del Sud e di consumatori – GranoSalus – ha fatto effettuare le analisi su otto marche di pasta italiane (qui i risultati delle analisi).

Gli industriali dicono che debbono ricorrere al grano duro estero (nessuno nomina più il grano duro canadese, chissà perché…) perché il grano duro prodotto nel Sud Italia non basta. Per certi versi hanno ragione, se è vero che, negli ultimi anni, 600 mila ettari di seminativi del Sud Italia sono stati abbandonati. Tutto grano duro che non si coltiva più, rimpiazzato dal grano duro “estero” (che nella stragrande maggioranza dei casi è canadese o ucraino) che arriva con le ‘famigerate’ navi.

In questo momento è in corso una battaglia durissima. I produttori di grano duro del Sud si sono ribellati. Sono soprattutto i granicoltori della Puglia e della Sicilia a combattere, visto che in queste due Regioni si coltiva quasi il 70% del grano duro italiano.

La battaglia è durissima e impari. Le multinazionali, attraverso il mercato di Chicago (il più importante del mondo per i cereali), fanno crollare il prezzo del grano duro del Sud Italia. L’estate dello scorso anno il prezzo del grano duro del Mezzogiorno d’Italia è precipitato a 14-15 euro al quintale, a fronte di costi di produzione di 21-22 euro al quintale. Presi per la gola, lo scorso anno molti agricoltori pugliesi e siciliani si sono rifiutati di vendere il proprio grano duro e l’hanno stoccato.

Quest’anno, stessa musica: grano duro di alta qualità, quello prodotto nel Sud Italia, ma prezzo basso: 21 euro al quintale. Strozzati per il secondo anno consecutivo.

Il tutto mentre in questo momento il grano duro canadese – quello ‘ricco’ di sostanze che fanno bene alla salute! – viene pagato a 27 euro al quintale.

I lettori giustamente diranno: ma come, il grano duro del Sud Italia – per lo più pugliese e siciliano – maturato al sole, privo di glifosato e di micotossine DON si vende a 21 euro e il grano duro canadese con i contaminanti si vende a 27 euro al quintale? Ma come funziona ‘sto mercato?

Funziona in ragione degli interessi delle multinazionali. Le multinazionali hanno deciso che la pasta industriale si deve produrre con il grano ‘estero’: e così deve essere! Quindi ‘botte’ in testa – cioè prezzi bassi – per gli agricoltori del Sud Italia e, in generale, per chi si oppone allo strapotere delle multinazionali.

Cosa fanno Unione Europea e Regione siciliana nel pieno di questo scontro? ‘Premiano’ gli agricoltori siciliani che si adeguano ai voleri delle multinazionali.

Tutti noi, l’estate dello scorso anno, ci siamo chiesti: perché una ‘stretta’ così forte? Perché far precipitare il prezzo del grano duro a 14-15 euro al quintale? Perché un prezzo così stracciato?

La spiegazione arriverà a febbraio di quest’anno. Dopo l’annata orribile dello scorso anno tanti produttori di grano duro della Sicilia si sono detti:

“Ragazzi, ragioniamo un attimo: lavorazione del terreno, semina, interventi per eliminare le malerbe, patema d’animo (perché in agricoltura un’ondata di maltempo ti dimezza il raccolto), trebbiatura e poi dobbiamo pure perdere nella vendita del nostro grano? E se non lo vendiamo – perché a 15 euro al quintale non lo vendiamo – ci dobbiamo sobbarcare pure i costi dello stoccaggio?”.

E’ a questo punto – siamo nel febbraio di quest’anno – che in ‘soccorso’ degli agricoltori siciliani arrivano le tre “C” della Regione siciliana: Crocetta, Cracolici & Cimò.

Il primo – Rosario Crocetta – è il presidente della Regione.

Il secondo – Antonello Cracolici – è l’assessore regionale all’Agricoltura.

Il terzo – Gaetano Cimò – è il dirigente generale del dipartimento Agricoltura della Regione.

Cosa si inventa il Governo regionale? Un decreto a valere sul PSR, Piano di Sviluppo Rurale, fondi europei per l’agricoltura. Misura 10. Anzi, per essere precisi, Misura 10.1.C.

Voi agricoltori – questo prevede tale Misura – vi impegnate a non coltivare i seminativi per sette anni. Per sette anni i vostri terreni debbo diventare pascolo permanente. E noi vi diamo un premio in base alla localizzazione. Ovvero:

288 euro ad ettaro se il vostro terreno si trova in montagna;

365 euro per ettaro se il vostro terreno si trova in collina;

370 euro per ettaro se il vostro terreno si trova in pianura.

Il grano duro è una coltura tipicamente collinare che va bene anche in pianura: e infatti la maggiore remunerazione si ha per la collina e per la pianura.

Se a questi 360-370 euro all’anno, per ettaro, si somma il contributo AGEA – che varia da 230 a 290 euro per ettaro all’anno, a seconda se il fondo non viene o viene coltivato (se si coltiva si arriva a 290 euro), si arriva a un reddito di oltre 600 euro per ettaro.

Pensate: 600 euro all’anno per ogni ettaro di seminativo per restare in casa: non male no?

Il problema è che, tra sette anni, tra multinazionali e CETA, chissà che cosa torneranno a coltivare gli agricoltori che hanno accettato…

Intanto le navi che scaricano il grano duro ‘estero’ avranno un’altra motivazione: se anche la Sicilia coltiva meno grano duro a maggior ragione noi lo dobbiamo importare! E chi lo smonta, adesso?

Il danno prodotto da questa Misura del PSR non riguarda solo l’agricoltura siciliana e il grano duro in particolare. Riguarda i consumatori di pasta: italiani e del resto del mondo. Perché la pasta industriale si mangia in tutto il mondo.

Perché se il grano duro ‘cattivo’ scaccia quello buono la pasta industriale, vuoi o non vuoi, verrà prodotta con il grano duro ‘estero’.

Grande la Regione siciliana, no? Invece di sostenere la produzione di grano duro della nostra terra sostiene gli interessi delle multinazionali in combutta con l’Unione Europea!

Riassumiamo.

Le multinazionali devono fare affari in Canada.

I canadesi dicono: “Sì, ma in cambio ci dovete fare vendere i nostri 4 milioni di tonnellate di grano duro che coltiviamo nelle aree fredde e umide”.

Le multinazionali impongono all’Unione Europea il CETA, che prevede, tra le altre cose, che l’Unione acquisti il grano duro canadese. Morale: pasta, pane, biscotti, pizze, dolci, merendine e via continuando si faranno anche con questo grano ‘estero’.

Ci penserà la pubblicità martellante a farci ‘digerire’ il glofosato e le micotossine DON.

Il Parlamento Europeo approva il CETA e dice ai 27 Paesi che fanno parte della stessa Unione: approvate il CETA.

Milioni di consumatori, in tutta Europa, protestano contro il CETA e contro i veleni in agricoltura.

E mentre è in corso ‘sta battaglia che fa la Regione siciliana? D’accordo con l’Unione Europea toglie di mezzo una parte del grano duro siciliano per fare posto a quello ‘estero’.

Intanto la parola passa al Senato presieduto da Piero Grasso, che ‘deve’ approvare il CETA. E via…

P.S.

Qualcuno obietterà che la Misura 10.1.C del PSR non vale solo per il grano duro, ma anche per altre colture annuali. A questi ‘scienziati’ dovete rispondere che il grano duro si coltiva in rotazione: proprio con quelle colture che, insieme con il grano, non vanno coltivate per sette anni. 

Questa Misura è stata pensata contro il grano duro siciliano. Il resto sono chiacchiere. 

 

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/07/29/regione-e-ue-soldi-agli-agricoltori-siciliani-per-non-coltivare-il-grano-e-cosi-arriva-il-grano-canadese/

L’allarme di Coldiretti – Il grano canadese, quello che cresce coperto di neve e che può maturare solo grazie al glifosato? In due mesi +15% di sbarchi grazie al Ceta. E il nostro grano marcisce nei campi!!

Coldiretti

 

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L’allarme di Coldiretti – Il grano canadese, quello che cresce coperto di neve e che può maturare solo grazie al glifosato? In due mesi +15% di sbarchi grazie al Ceta. E il nostro grano marcisce nei campi!!

 

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Ecco il grano canadese coperto di neve, che può maturare solo grazie al glifosato! Ce lo ritroveremo sulle nostre tavole, mentre il nostro grano marcisce nei campi!!

UE: Coldiretti, +15% sbarchi grano Canada desertificano l’Italia

Con la prospettiva dell’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Canada sono aumentati del 15% gli sbarchi di grano duro del Paese nordamericano in Italia nei primi due mesi del 2017, con manovre speculative che stanno provocando la scomparsa della coltivazione in Italia. E’ l’allarme lanciato dalla Coldiretti in occasione della mobilitazione di migliaia di agricoltori che hanno lasciato le campagne per invadere la Capitale in Piazza Montecitorio davanti al Parlamento dove è in corso la discussione per la ratifica del Trattato di libero scambio con il Canada. Un Trattato che – denuncia la Coldiretti – spalanca le porte all’invasione dal paese nordamericano di grano, la principale coltivazione dell’Italia particolarmente diffusa nelle aree piu’ deboli del Paese ma che prevede anche il via libera all’importazione a dazio zero per circa 75.000 tonnellate di carni suine e 50.000 tonnellate di carne di manzo dal Canada dove vengono utilizzati ormoni per l’accrescimento vietati in Italia.

L’iniziativa #stopCETA è condivisa con un’inedita ed importante alleanza con altre organizzazioni (Cgil, Arci, Adusbef, Movimento Consumatori, Legambiente, Greenpeace, Slow Food, Federconsumatori e Fair Watch) che chiedono di fermare un trattato sbagliato e dannoso per l’Italia.
“La concorrenza sleale provocata dalle importazioni spacciate come tricolori ha provocato il taglio dei prezzi pagati ai produttori agricoli sotto i costi di produzione, con la decimazione delle semine di grano che in Italia sono crollate del 7,3% per un totale di 100mila ettari raccolti in meno” ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare che “in pericolo non ci sono solo la produzione di grano e la vita di oltre trecentomila aziende agricole che lo coltivano, ma anche un territorio di 2 milioni di ettari a rischio desertificazione e gli alti livelli qualitativi per i consumatori garantiti dalla produzione Made in Italy”.
Oggi, con le quotazioni del grano a 24 centesimi al chilo –  denuncia la Coldiretti – gli agricoltori italiani ne devono vendere più di 4 chili per poter acquistare un caffè. Una realtà che – sostiene la Coldiretti – rischia di essere aggravata dall’approvazione del CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) con il Canada, che prevede l’azzeramento strutturale dei dazi indipendentemente dagli andamenti di mercato. Circa la metà del grano importato dall’Italia arriva, infatti, proprio dal paese nordamericano dove – continua la Coldiretti – le lobby in vista dell’accordo CETA sono già al lavoro contro l’introduzione in Italia dell’obbligo di indicazione della materia prima per la pasta previsto per decreto e trasmesso all’Unione Europea, trovando purtroppo terreno fertile anche in Italia.
Una necessità per nascondere ai consumatori il fatto che già lo scorso anno sono arrivate in Italia oltre un milione di tonnellate dal Canada dove viene fatto un uso intensivo di glifosato nella fase di pre-raccolta per seccare e garantire artificialmente un livello proteico elevato che è però vietato in Italia perché accusato di essere cancerogeno. In assenza dell’etichetta di origine non è possibile – sottolinea la Coldiretti –  conoscere un elemento di scelta determinante per le caratteristiche qualitative, ma si impedisce anche ai consumatori di sostenere le realtà produttive nazionali e, con esse, il lavoro e l’economia nazionali. L’81% dei consumatori italiani – continua la Coldiretti – ritiene che la mancanza di etichettatura di origine nella pasta possa essere ingannevole secondo la consultazione pubblica on line sull’etichettatura dei prodotti agroalimentari condotta dal Ministero delle Politiche Agricole.
Per denunciarne i rischi gli agricoltori della Coldiretti hanno distribuito sacchetti di grano canadese con la scritta “”No al grano canadese con glifosato in preraccolta vietato in Italia”. Tale sostanza chimica è stata vietata in pre raccolta in Italia dal 22 agosto 2016, con l’entrata in vigore del decreto del Ministero della Salute, perché accusata di essere cancerogena. Un pericolo quindi anche per i consumatori visto che i cereali stranieri risultati irregolari per il contenuto di pesticidi sono praticamente il triplo di quelli nazionali, a conferma della maggiore qualità e sicurezza del Made in Italy, sulla base del rapporto sul controllo ufficiale sui residui di prodotti fitosanitari negli alimenti divulgato l’8 giugno 2017 dal Ministero della Salute. I campioni con un contenuto fuori legge di pesticidi – conclude la Coldiretti – sono pari allo 0,8% nel caso di cereali stranieri mentre la percentuale scende ad appena lo 0,3% nel caso di quelli di produzione nazionale.
fonte: http://www.coldiretti.it/News/Pagine/524—5-Luglio-2017.aspx