Pesce spada: ancora una sberla all’Italia da Bruxelles: la nostra quota tagliata a favore di Marocco, Tunisia e Spagna. Ma quando se ne discuteva anziché battersi il Ministro Martina e il sottosegretario Castiglione erano assenti!

 

Pesce spada

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

Pesce spada: ancora una sberla all’Italia da Bruxelles: la nostra quota tagliata a favore di  Marocco, Tunisia e Spagna. Ma quando se ne discuteva anziché battersi il Ministro Martina e il sottosegretario Castiglione erano assenti!

 

Quote pesce spada: governo assente a Bruxelles è danno enorme per pescatori

“Il Ministro Martina si deve dimettere per manifesta incapacità. Ancora una volta i pescatori italiani prendono una sonora sberla da Bruxelles sulle quote pesca. I ministri dell’Agricoltura e della Pesca dell’Unione europea hanno raggiunto un accordo sulle quote del pesce spada e l’Italia esce ancora una volta penalizzata con una riduzione del 3% della quota di pesca per il pesce spada fissata attualmente a 3.736 tonnellate.

Anziché battersi come dei leoni a Bruxelles, il Ministro Martina e il sottosegretario Castiglione erano assenti. Le quote pesce spada sono state svendute dall’Ue a Marocco e Tunisia a livello mondiale (decisione presa dall’Iccat a fine novembre) e agli spagnoli a livello europeo. Il governo italiano non è in grado di difendere le quote pesca. Abbiamo presentato una interrogazione urgente alla Commissione europea in cui chiediamo “perché ha inserito nel Regolamento che stabilisce le misure di gestione, conservazione e controllo applicabili nella zona di convenzione Iccat (tra cui quindi il Mediterraneo) la vecchia raccomandazione ormai abrogata”. La Commissione ha completamente ignorato la nuova più favorevole all’Italia nonostante i solleciti da parte del Parlamento europeo.

Su questo tema l’Iccat ha fatto 2 raccomandazioni: una vecchia, la 13-04 che è stata inserita negli artt 23 e 24 del Regolamento (il pesce spada nn puó essere catturato in 2 periodi: dall’1 al 31 marzo e dal 1 ottobre al 30 novembre di ogni anno – le catture accidentali di pesce spada di taglia piccola non devono superare il 5% di catture totali) e una nuova che abroga la vecchia ovvero la 16-05 che invece stabilisce 1 solo periodo di fermo pesca (1 gennaio-31 marzo) e non stabilisce una percentuale tanto stretta per le catture accidentali.

Siamo alle solite. Con la complicità del governo italiano, ci stanno riducendo ad un mera infrastruttura a servizio degli interessi industriali della Germania, di quelli agroalimentari della Francia e degli interessi della pesca industriale spagnola. In Europa stiamo soccombendo su tutti i fronti. Le vittime sono i più deboli: migliaia di famiglie di pescatori che per centinaia di anni hanno portato avanti sostenibilmente, grazie a tecniche artigianali e non di grande scala, la cultura della pesca del pesce spada. Per loro nessun ministro, governo o coalizione di maggioranza sono riusciti a difendere la tradizione, il mestiere, l’identità marinara italiana.

Adesso ci troveremo a mendicare una ridistribuzione delle quote con scarse possibilità di successo. Nel frattempo le quote che saranno stabilite faranno aumentare il prezzo del pesce spada, come osservato con il tonno rosso, e così facendo pagheranno di più i consumatori. Oltre il danno, la beffa!”.

di Rosa D’Amato e Ignazio Corrao, Efdd – MoVimento 5 Stelle Europa. 

 

Paghiamo cari i Limoni dal Cile e facciamo marcire quelli della Sicilia (i migliori del mondo)!

Limoni

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

Paghiamo cari i Limoni dal Cile e facciamo marcire quelli della Sicilia (i migliori del mondo)!

Sembra un paradosso, ma è così. I limoni li abbiamo in Italia, ma preferiamo farli arrivare da altri Paesi. La crescita, in questo senso è esponenziale.
La realtà dei fatti – commenta Coldiretti – è che, dati alla mano, oltre il 25 per cento dei limoni consumati in Italia è di importazione. Se nel 1995 l’Italia importava 17,8 milioni di chilogrammi di limoni, oggi le importazioni sono arrivate a superare i 103 milioni di chilogrammi. La produzione nazionale, nello stesso periodo, da poco meno di 700 milioni di chilogrammi è crollata a poco più di 300 milioni di chilogrammi, sotto i colpi di prezzi troppo bassi e delle importazioni“, conclude Coldiretti.
E le aziende siciliane, dove in Italia ci sono i limoni, muoiono:
Fra il 2000 e il 2010 ha chiuso i battenti più del 40% delle aziende agricole in Sicilia, che produce l’85% dei limoni italiani. La “riviera dei Limoni”, che attraversa Aci Castello, Acitrezza, Giarre e Roccalumera non fa eccezione: dai 6mila ettari e 135mila tonnellate del 2009 ai 5mila ettari e 120 mila tonnellate del 2011.”

 

E alcuni siciliani commentano: “Qui in Sicilia i limoni restano sugli alberi e poi marciscono non li raccolgono nemmeno perché li vogliono pagare pochissimo e i contadini non recuperano neanche le spese. Però poi li importiamo per fare arricchire le altre nazioni. Bravi!
Come riporta la Repubblica di Palermo: “Limoni a 7 centesimi al chilo, i produttori li lasciano sugli alberi. Settanta chilometri di distese di limoneti disegnano la costa tra Catania e Messina. Hanno creato nell’immaginario collettivo l’iconografia della Sicilia, ma tra pochi anni di quegli alberi potrebbe non restare traccia. Ai contadini che producono nel tratto di terra che attraversa Aci Castello, Acitrezza e Giarre, fino a Roccalumera, non conviene più coltivare i limoni, perché i costi per produrli sono arrivati a superare i ricavi della vendita: sette centesimi per un chilo, contro i tredici che costa raccoglierli. E così migliaia di tonnellate di frutti rimangono a marcire sui rami. E si preferisce rincarare e guadagnare su quelli stranieri che importiamo a basso costo.
Che dire! Come sempre il mio consiglio è di comprare frutta e verdura locale, non trattata. Non affidiamo le nostre scelte e la nostra salute ai grandi business che cercano solo il guadagno senza scrupoli, a qualunque costo.
fonte: http://zapping2015.altervista.org/paghiamo-cari-i-limoni-dal-cile-e-facciamo-marcire-quelli-della-sicilia-i-migliori-del-mondo/

Glifosato, la Francia ha deciso: “Il pesticida sarà vietato fino al 2022” – Ma non vi preoccupare, cari Italiani, noi abbiamo la Lorenzin – STATE SERENI!

Glifosato

 

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

Glifosato, la Francia ha deciso: “Il pesticida sarà vietato fino al 2022” – Ma non vi preoccupare, cari Italiani, noi abbiamo la Lorenzin – STATE SERENI!

La Francia, in attesa della decisione della Ue attesa per il 5 ottobre, ha deciso di mettere al bando il glifosato fino al 2022. “Da oggi e per tutto il prossimo quinquennio la Francia vieterà l’uso dell’ebricida per tutti gli usi compreso quello in agricoltura, perché rappresenta una minaccia alla salute dei cittadini”, ha spiegato stamane il portavoce del governo di Parigi Christophe Castaner.

La Francia accelera

Nei giorni passati c’è stata in tutto il paese molta tensione con manifestazioni degli agricoltori che chiedevano al presidente Emmanuel Macron e al suo esecutivo di rivedere la posizione francese contraria da sempre a ri-autorizzare il glifosato in Europa. Ma quella di oggi pare una accelerazione di Parigi a pochi giorni dall’inizio della discussione a Bruxelles sul destino dell’erbicida della Monsanto. La Francia ha già annunciato (insieme alla Svezia) di votare contro la proposta della Commissione.

A Bruxelles voterà la Lorenzin

Parigi ha una posizione chiave perché è necessaria una maggioranza qualificata: molti paesi dell’Est e del Nord Europa voteranno a favore, compresa, probabilmente la Germania. L’Italia ancora non ha reso nota la sua posizione anche se al Salvagente il ministro Martina ha ribadito la sua intenzione: “No al rinnovo della licenza per altri 10 anni”. Ma a Bruxelles l’Italia sarà rappresentato dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin.

L’ultima follia di Bruxelles: “tappare il culo” alle mucche

Bruxelles

 

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

L’ultima follia di Bruxelles: “tappare il culo” alle mucche!

È più forte di loro. Anche nel mezzo della tempesta perfetta che rischia di spazzare via finanziariamente e politicamente le fondamenta stessa del Vecchio Continente, i fenomeni dell’Unione Europea devono trovare il modo non solo di provocare danni collaterali, ma anche di farli ricorrendo a quel peculiarissimo mix di ottusità, iperburocraticismo, correttezza politica e rifiuto totale di scendere a compromessi con il principio di realtà che da sempre il più autentico trademark delle decisioni prese sull’asse Bruxelles-Strasburgo. Anche nel mezzo dell’uragano greco, l’Unione Europea ha ritenuto di imporre ad agricoltori ed allevatori comunitari di mettere un bel tappo nel sedere di mucche e ruminanti in genere.
Succede mercoledì, quando ad Atene si sta per votare il famoso accordo con i creditori e quando l’Unione Europea quasi tutta segue col fiato sospeso gli eventi in diretta dal parlamento ellenico. Quasi tutta, perché c’è un meandro dell’edificio comunitario in cui i guai della Grecia non fanno né caldo nè freddo: la commissione Ambiente dell’Europarlamento. Dove tutti gli occhi sono per la nuova Direttiva comunitaria contro l’inquinamento. C’è l’effetto serra, c’è il riscaldamento globale, c’è l’emergenza ambientale: tutti temi su cui l’Unione non può far sentire la propria voce. All’uopo, il Commissariato per l’Agricoltura guidato dall’irlandese Phil Hogan ha predisposto un ambizioso piano con entrata in vigore nel 2030 consistente in vigorosa riduzione delle emissioni nocive.
Vigorose sì, ma non abbastanza per lo zelo ambientalista della Commissione. Che prende il piano e gli inietta una robusta dose di ricostituente draconiano: tra le altre cose, la data di esordio viene anticipata al 2025, si includono nel novero degli inquinanti da ridurre anche metano e ammoniaco, si includono nella platea dei soggetti chiamati a ridurre le emissioni anche agricoltori ed allevatori. Tanto l’inasprimento che persino l’autrice del rapporto – la conservatrice britannica Julie Girling – si rifiuta di votarlo. Le perplessità della signora vengono fatte proprie da Popolari e resto dei partiti di centrodestra, che cercano di stoppare la manovra. Tutto vano: il pacchetto passa e prende la via dell’aula, dove andrà in votazione al rientro dalla pausa estiva.
Il motivo di tanta perplessità è presto spiegato: l’inclusione di ammoniaca e metano e l’inclusione del settore primario nel piano è una mazzata micidiale: di ammoniaca abbondano infatti i più comuni fertilizzanti e concimi, e riconvertirsi in pochi anni ad altro prodotto ugualmente performante ma più eco-friendly può essere complesso. Se la soluzione del problema dell’ammoniaca è solo complessa, quella del metano però è impossibile. Massima fonte di produzione del metano, infatti, è l’apparato digerente dei ruminanti. E, a meno di ad ora non preventivabili balzi in avanti della bioingegneria, l’ipotesi che da qui al 2030 si riesca ad intervenire sugli intestini di mucche e capre onde farne fuoriuscire altro tipo di gas appare abbastanza remota. Non risultando percorribile neppure la pista – suggestiva, per carità – dell’occlusione artificiale dello sfintere dei poveri quadrupedi, di modi per evitare che le emissioni bovine ed ovine impattino l’atmosfera ne resta solo uno: la rimozione coatta degli animali dall’aria aperta ed il loro ricollocamento in strutture chiuse dotate di appositi strumenti in grado di neutralizzare i pericolosi gas. Una specie di via di mezzo tra la stalla e la saletta fumatori del ristorante, insomma.
Questo il quadro, che gli europarlamentari più sensibili alle ragioni degli agricoltori abbiano tirato su le barricate diventa comprensibile: la transumanza ecologicamente corretta imposta dall’Unione avrebbe costi tremendi per gli allevatori, che si vedrebbero costretti a rivoluzionare dalle fondamenta le proprie aziende e a farlo pure in fretta.
Ideologia, pastoie burocratiche, superfetazione regolamentare, disagio per il cittadino: gli ingredienti per una ennesima puntata del grande romanzo horror che va sotto il titolo di Unione europea ci sono tutti. Per sventare la minaccia, si può solo sperare che l’estate porti consiglio.
Marco Gorra

http://www.liberoquotidiano.it/news/esteri/11811814/L-ultima-follia-di-Bruxelles-.html