I 5 maggiori rischi ambientali che mettono in pericolo il Pianeta

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I 5 maggiori rischi ambientali che mettono in pericolo il Pianeta

L’ambiente è ancora una volta la più grande preoccupazione nella valutazione dei rischi mondiali. Il rapporto del World Economic Forum

Quali sono oggi i maggiori rischi ambientali in grado di portare la Terra sull’orlo del baratro? Quali quelli che preoccupano di più gli esperti mondiali? E quali gli scenari più probabili per il futuro a breve termine? A queste domande risponde il Global Risks Report 2018, il documento redatto dal World Economic Forum (WEF) in vista dell’appuntamento di Davos.

Dalle instabilità geopolitiche alle guerre commerciali, dai cambiamenti climatici ai fallimenti dei principali granai mondiali, la relazione restituisce quelle che sono oggi le maggiori preoccupazioni di esperti e  politici al livello globale sui rischi più significativi che affliggono il Pianeta.

 

Il quadro complessivo è ben poco rassicurante: il mondo sta lottando per rimanere al passo di un cambiamento che procede a ritmi accelerato, con una serie di equilibri pronti a crollare. In altre parole ci si sta preparando ad un altro anno dal “rischio elevato”.

 

I 5 maggiori rischi ambientali del 2018

Il report si basa sui risultati del Global Risk Perception Survey, questionario somministrato a 1000 esperti del settore. E per il secondo anno di fila, gli esperti hanno indicato i rischi ambientali come i più preoccupanti.

Tra i 30 rischi globali a cui è stato chiesto di dare la priorità, in termini di probabilità e impatto, natura e clima hanno raggiunto le prime posizioni, regalando il primo posto agli eventi meteorologici estremi.

 

Nel dettaglio questi sono:

 

I rischi economici, d’altra parte, sono emersi come meno rilevanti quest’anno, portando alcuni esperti a temere che il miglioramento dei tassi di crescita del PIL globale possa portare all’eccessivo compiacimento dei persistenti rischi strutturali nei sistemi economici e finanziari globali. “Un ampliamento della ripresa economica ci offre un’opportunità che non possiamo permetterci di sperperare – spiega professor Klaus Schwab, fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum – (la possibilità) di affrontare le fratture che abbiamo permesso indebolissero le istituzioni, le società e l’ambiente a livello mondiale. Dobbiamo prendere sul serio il rischio di una rottura globale dei sistemi. Insieme abbiamo le risorse e le nuove conoscenze scientifiche e tecnologiche per prevenire questo. La sfida è trovare la volontà e lo slancio per lavorare insieme ad un futuro condiviso”

 

fonte: http://www.rinnovabili.it/ambiente/maggiori-rischi-ambientali/

L’uomo sta cancellando la biodiversità vegetale e animale

 

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L’uomo sta cancellando la biodiversità vegetale e animale

Agricoltura industriale, pesca, urbanizzazione e cambiamento climatico stanno facendo piazza pulita della biodiversità sul pianeta

La nuova lista rossa IUCN mostra il calo della biodiversità

Sono migliaia le specie animali e vegetali a rischio estinzione per cause che dipendono dalle attività umane, come l’agricoltura industriale, la pesca e i cambiamenti climatici. Lo ha detto L’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN), che ha rilasciato ieri l’ultima lista rossa delle specie in pericolo.

In questo rapporto sullo stato della biodiversità, presentato a Tokyo in una conferenza stampa, la IUCN ha valutato per la prima volta anche 26 specie di grano selvatico, 25 specie di riso selvatico e 44 specie di patata dolce selvatica. Il dossier intende sottolineare come le tecniche agricole industriali stiano impoverendo la diversità genetica delle colture, mentre l’urbanizzazione e il degrado ambientale dovuto alle attività umane sta mettendo in serio pericolo alcune specie animali.

Craig Hilton-Taylor, direttore dell’unità della IUCN responsabile della red list, ha detto che le estinzioni registrate sono avvenute ad un ritmo più veloce che in qualsiasi momento della storia umana. Il gruppo, che ha ricevuto f

inanziamenti dalla casa automobilistica giapponese Toyota per stilare l’elenco di quest’anno, ha valutato lo stato di 91.523 specie, di cui 25.821 sono minacciate, 866 estinte e 69 estinte in natura (cioè con esemplari ancora vivi e tenuti in cattività) in . Ve ne sono 11.783 considerate vulnerabili, 8.455 in pericolo di estinzione e 5.583 sono in pericolo critico di estinzione.

Tra gli animali più importanti oggi considerati in via di estinzione figurano il delfino Irrawaddy e la focena, che si trovano in alcune parti dell’Asia sud-orientale. La pesca industriale ha dimezzato gli esemplari di delfino negli ultimi 60 anni, mentre per la focena sono bastati 45 anni. Il riscaldamento globale minaccia invece l’opossum coda ad anello, incapace di vivere nel clima più secco e caldo dell’Australia. Tra i vegetali, tre specie di riso selvatico, insieme a due di grano e 17 di patata dolce sono state classificate come minacciate dalla deforestazione e dall’espansione urbana, oltre che dalle pressioni create dall’agricoltura intensiva.

 

fonte: http://www.rinnovabili.it/ambiente/uomo-biodiversita-vegetale-animale-333/

 

Ci salveremo dalla sesta estinzione di massa?

 

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Ci salveremo dalla sesta estinzione di massa?

Una ricerca rivela che è iniziata la sesta estinzione di massa. Causa principale sono i cambiamenti climatici provocati dall’uomo. riusciremo a salvarci?

La sesta estinzione di massa è già arrivata?

Osservando la vita sul pianeta, la scomparsa di anche una sola specie è grave perché provoca la perdita di biodiversità terrestre. Siamo appena entrati nella sesta estinzione di massa, secondo una recente ricerca pubblicata dall’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti. E la responsabilità è nostra.

Estinzione: cos’è e come funziona

In biologia, l’estinzione di massa è la scomparsa di un gran numero di specie viventi e la sopravvivenza di altre che diventano dominanti. È un periodo geologico breve ma critico perché rivoluziona l’ecosistema terrestre. Finora la Terra ha conosciuto cinque grandi estinzioni di massa: la più grave è avvenuta 250 milioni di anni fa ed ha visto la perdita dell’81% delle specie marine e del 50% delle famiglie animali esistenti. L’ultima è avvenuta 65 milioni di anni fa ed ha portato all’estinzione dei dinosauri.

Gli studi pubblicati dall’Accademia delle Scienze degli USA

Una ricerca pubblicata dalla rivista Proceedings dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti rivela che è già iniziata la sesta estinzione di massa. I ricercatori R. Dirzo e Paul R. Ehrlich dell’Università di Stanford (California, USA) e di G. Ceballos dell’Università del Messico hanno analizzato 27.600 specie di vertebrati terrestri (circa la metà di quelli presenti sul nostro pianeta) ed hanno scoperto che il 23% sta diminuendo. Inoltre hanno studiato anche 177 specie di mammiferi ed hanno notato che tutte le specie hanno perso un terzo del loro habitat. Molti esseri viventi, animali e vegetali, oggi sono in serio pericolo, anche quelli che 20 anni fa erano considerati quasi al sicuro. Ad esempio i leoni africani sono diminuiti del 43%, dal 1993 ad oggi.

Confronto delle specie in diminuzione (foto: http://www.pnas.org/content/114/30/E6089.full)

Questo non è l’unico studio che parla della recente perdita di biodiversità: il Living Planet Index del WWF dimostra una riduzione persistente dei 3706 vertebrati esaminati.

3 motivi per temere la sesta estinzione di massa

Nonostante le estinzioni di massa avvenissero anche prima della comparsa dell’uomo sulla Terra, gli scienziati dicono che il tasso di morte delle specie è aumentato notevolmente negli ultimi anni. Ci sono almeno tre motivi che preoccupano i ricercatori:

  1. È più veloce = sono scomparse 100 specie di vertebrati negli ultimi 200 anni, ossia circa 2 specie l’anno. Nel passato, la perdita di una specie avveniva ogni 50 anni (cioè sono scomparse 200 specie negli ultimi 10.000 anni).
  2. È snobbata dall’opinione pubblica = le specie scomparse spesso sono poco note. Ad esempio pochi conoscono il Melomys Rubicola (piccolo roditore di un’isola corallina tra Australia e Nuova Guinea) e il pipistrello dell’Isola di Natale, entrambi dichiarati estinti nel 2014 e nel 2009.
  3. È irreversibile = da un’estinzione non si torna indietro. Ha effetti devastanti sull’ecosistema della Terra e non è detto che l’uomo possa sopravvivere.
L’uomo responsabile dell’ecosistema terrestre

Ci sono alcuni scienziati più cauti: Dough Erwin, paleontologo dello Smithsonian Institution (istituto di istruzione e ricerca americano), dichiara che “se continuiamo così, la sesta estinzione di massa arriverà presto ma non è ancora in corso. Questo significa che abbiamo ancora tempo per evitare l’Apocalisse”. Secondo Chris D. Thomas, professore di biologia evolutiva all’Università di York (Gran Bretagna), stiamo sottovalutando quanto la natura si adatti al cambiamento. “Nella storia della Terra le specie sono sopravvissute spostandosi verso nuovi territori”, dice.

Una recente ricerca di S. M. Stanley dell’Università delle Hawaii sempre pubblicata sulla rivista dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, rivela che la terza estinzione di massa ha portato alla perdita di “solo” l’81% delle specie marine anziché del 90-96% stimato finora.

Nonostante questa correzione e le versioni più fiduciose, è evidente che gli ultimi decenni hanno creato seri danni al biosistema terrestre. E il responsabile è l’uomo. L’essere umano distrugge habitat (basti pensare all’elefante africano), produce inquinamento ed emette gas serra che provocano i cambiamenti climatici.

Sopravviveremo alla sesta estinzione di massa?

Molte sono le specie a rischio estinzione, sia animali che vegetali. Ma la domanda più urgente (e superficiale) è: l’uomo sopravviverà alla sesta estinzione di massa? No se non rivediamo il nostro impatto ambientale, secondo gli autori della ricerca. E ci avvertono:

“La sesta estinzione di massa procede più velocemente di quanto previsto. Abbiamo venti o trent’anni per fare qualcosa. I segni sono evidenti e il futuro della vita sulla Terra, anche quella umana, è funereo”.

fonte:

-http://www.green.it/ci-salveremo-dalla-sesta-estinzione-massa/

Polo dell’alluminio di Portoscuso, fiera dell’inquinamento e dell’ambiguità.

 

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Polo dell’alluminio di Portoscuso, fiera dell’inquinamento e dell’ambiguità.

 

Com’è a tutti noto, anche con aspetti drammatici, la situazione industriale e lavorativa delle Aziende del polo dell’alluminio nel Basso Sulcis (zona industriale di Portovesme) attraversa da anni una profonda crisi che ragionevolmente non appare avere facili vie d’uscita.     Non solo riguarda migliaia di lavoratori delle Aziende (principalmente Eurallumina s.p.a. e Alcoa s.p.a.) e dell’indotto con i loro familiari, ma l’intero Basso Sulcis, zona fra le più depresse d’Italia sotto il profilo economico-sociale e ambientale.

Com’è altrettanto noto, le motivazioni della crisi industriale risiedono principalmente nell’alto costo dell’energia e nelle condizioni del mercato internazionale dell’alluminio primario, dove il Gruppo Alcoa riveste una posizione di grande rilievo. Alcuni anni fa l’apertura di nuovi impianti in Islanda e in Arabia Saudita, dove l’Azienda beneficia di grandi quantitativi di energia a prezzo ridotto, di fatto ha segnato la sorte degli impianti sardi, ritenuti non più competitivi dalla Multinazionale statunitense.

Grandi speranze appaiono riposte nel “Progetto di ammodernamento della raffineria di produzione di allumina ubicata nel Comune di Portoscuso, ZI Portovesme (CI)[1], presentato dalla Eurallumina s.p.a. nella zona industriale di Portovesme.[2]

Il progetto prevede la realizzazione e l’esercizio di una centrale termica cogenerativa alimentata a carbone(potenza 285 MWh) e opere connesse, fra cui l’ampliamento fino a un’altezza di mt. 46 (oggi sono 26,5) del bacino dei “fanghi rossi”, le scorie della lavorazione della bauxite, dall’agosto 2009 in buona parte sotto sequestro preventivo nell’ambito di un procedimento penale per gravi reati ambientali.

La nuova centrale è finalizzata a garantire la totale copertura delle necessità di energia termica ed elettrica degli impianti di lavorazione della bauxite dell’Eurallumina s.p.a., impianti che riprenderebbero la produzione in caso di realizzazione ed entrata in esercizio della nuova centrale.   La centrale esistente sarebbe utilizzata solo in caso di fermata di quella attualmente in progetto, l’impianto di abbattimento delle polveri sarebbe in uso anche per l’abbattimento dei contenuti inquinanti dei fumi dell’attuale centrale.

La ripresa della produzione sarebbe sostenuta da ben 74 milioni di euro di fondi pubblici sui 100 complessivi dell’investimento, grazie al contratto di sviluppo sottoscritto nel dicembre 2015 da Invitalia ed Eurallumina.

Insomma, con la nuova centrale ripartirebbe la produzione di alluminio primario e centinaia di operai (357 addetti diretti + circa 100 addetti nell’indotto) riprenderebbero il lavoro.

Però, seppure vi fossero le condizioni del mercato internazionale per sostenere l’impresa (fatto tutto da dimostrare), ambiente e salute ne risentirebbero. E non poco.

Non solo.    E’ altrettanto ben conosciuta la gravissima situazione di crisi ambientale e sanitaria che affligge il territorio.

Infatti, l’intero territorio comunale di Portoscuso rientra nel sito di interesse nazionale (S.I.N.) per le bonifiche ambientali del Sulcis-Iglesiente-Guspinese (D.M. n. 468/2001)[3].       I siti di interesse nazionale, o S.I.N. rappresentano delle aree contaminate molto estese classificate fra le più pericolose dallo Stato.   Necessitano di interventi di bonifica ambientale del suolo, del sottosuolo e/o delle acque superficiali e sotterranee per evitate danni ambientali e sanitari.   I S.I.N. sono stati definiti dal decreto legislativo n. 22/1997 e s.m.i. (decreto Ronchi) e nel D.M. Ambiente n. 471/1999, poi ripresi dal decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i. (Codice dell’ambiente), il quale ne stabilisce l’individuazione “in relazione alle caratteristiche del sito, alla quantità e pericolosità degli inquinanti presenti, al rilievo dell’impatto sull’ambiente circostante in termini sanitari e ecologici nonché di pregiudizio per i beni culturali e ambientali”. Caratteristica fondamentale relativa alle aree ricadenti nei S.I.N. è la necessità che i carichi inquinanti diminuiscano anziché aumentare.

Fin d’ora, la situazione ambientale/sanitaria dei residenti di Portoscuso, in particolare della fascia infantile, è già al limite del collasso.

Nel gennaio 2012 (nota stampa ASL n. 7 del 23 gennaio 2012) così avvertiva un comunicato stampa dell’A.S.L. n. 7 di Carbonia, in seguito a comunicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità e del Ministero dell’ambiente“…si ritiene necessario informare la popolazione di Portoscuso di fare in modo di differenziare la provenienza dei prodotti ortofrutticoli da consumare per la fascia di età dei bambini da 0 a 3 anni. Occorre perciò fare in modo che in questa fascia di età non siano consumati esclusivamente prodotti ortofrutticoli provenienti dai terreni ubicati nel Comune di Portoscuso. Già nel 2008 l’Università di Cagliari (Dipartimento Sanità pubblica, Medicina del lavoro) nel corso di una ricerca (Plinio Carta, Costantino Flore) affermò chiaramente la sussistenza di deficit cognitivi in un campione di bambini di Portoscuso, dovuto a valori di piombo nel sangue superiori a 10 milligrammi per decilitro (vds. “Environmental exposure to inorganic lead and neurobehavioural tests among adolescents living in the Sulcis-Iglesiente, Sardinia” in Giornale italiano di medicina del lavoro ed ergonomia, 15 aprile 2008, in http://www.biowebspin.com/pubadvanced/article/18409826/#sthash.kjkUGkfA.dpuf). La letteratura medica, infatti, indica un’associazione inversa statisticamente significativa tra concentrazione di piombo ematico e riduzione di quoziente intellettivo, corrispondente a 1.29 punti di QI totale per ogni aumento di 1 µg/dl di piomboemia (sulla tossicità del piombo vds. http://www.phyles.ge.cnr.it/htmlita/tossicitadelpiombo.html).

Il Rapporto S.E.N.T.I.E.R.I. – studio epidemiologicoMinistero della salute, S.I.N. Sulcis-Iglesiente-Guspinese (2012) ha evidenziato un pesantissimo rischio per la salute, fra cui un “rischio osservato di circa 500 volte l’atteso … per tumore della pleura fra i lavoratori del settore piombo-zinco (Enirisorse, ex Samin), un incremento di mortalità per tumore del pancreas” fra i lavoratori del settore alluminio (Alcoa), mentre fra i “produttori di allumina dalla bauxite (Eurallumina) la mortalità per tumore del pancreas e per malattie dell’apparato urinario è risultata in eccesso”.

Ormai è la stessa catena alimentare a esser pesantemente interessata.

La Direzione generale dell’Azienda USL n. 7 di Carbonia aveva reso noto (nota prot. n. PG/201416911 dell’11 giugno 2014) che “gli esiti” dei monitoraggi condotti con la stretta collaborazione dell’I.S.P.R.A. e dell’Istituto Superiore di Sanità hanno portato alla “richiesta al Sindaco del Comune di Portoscuso di adozione di provvedimenti contingibili e urgenti che al momento consistono in:

divieto di commercializzazione/conferimento del latte ovicaprino prodotto da sette allevamenti operanti sul territorio comunale con avvio a distruzione presso impianto autorizzato;

*  divieto di movimentazione in vita e di avvio a macellazione dei capi allevati presso le attività produttive del territorio, nelle more della effettuazione di verifiche  mirate sulla eventuale presenza di diossina nelle carni;

* permane il divieto di raccolta dei mitili e dei granchi nel bacino di Boi Cerbus;

*  permane divieto di commercializzazione e raccomandazione di limitazione del consumo di prodotti ortofrutticoli e vitivinicoli prodotti nel territorio”.

In poche parole, di fatto a Portoscuso non si può vendere il latte ovicaprino né fare allevamento ovicaprino, non si possono raccogliere mitili e crostacei, non si possono vendere frutta, verdura e vino, chi li consuma lo fa a rischio e pericolo.

Recenti analisi I.S.P.R.A. e consulenze peritali svolte nell’ambito del procedimento penale n. 10117/2010 R.N.R. (n. 7207/11 G.I.P.) e nei mesi scorsi rese pubbliche[4] hanno evidenziato una gravissima compromissione del suolo, delle falde idriche e dell’ambiente in generale determinata dalla presenza del c.d. bacino dei fanghi rossi, contenente gli scarti della lavorazione della bauxite dell’Eurallumina s.p.a. e contenente elevatissime concentrazioni di arsenico(110 volte il limite tollerabile per le acque sotterranee), cromo esavalente (32 volte superiore al limite), fluorurialluminiomercurio.

Sotto il profilo energetico, basterebbe evidenziare la sentenza Corte Giust. UE, sez. VIII, 12 dicembre 2013, causa C-411/12, recentemente confermata, che ha condannato alla restituzione, quali indebiti aiuti di Stato, gli importi (più di 18 milioni di euro) delle agevolazioni pubbliche per l’acquisto dell’energia nei confronti di varie Aziende del polo industriale di Portovesme.  Anche nei confronti della Portovesme s.r.l. che aveva fatto ricorso in appello.

I fatti delle ultime settimane sono, purtroppo, nel solco della consuetudine.

Il pessimo clima creatosi a Portoscuso ha fatto sì che l’ambientalista locale Angelo Cremone – al quale va tutta la nostra solidarietà – sia stato fatto oggetto per l’ennesima volta di pesanti minacce.

lavoratori Eurallumina, in cassa integrazione dal 2009, hanno avuto il sostegno di una Giunta regionale schierata “senza se e senza ma” in favore di “questo” progetto industriale.

Si è opposta unicamente la Soprintendenza per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Cagliari (nota prot. n. 1952 del 30 gennaio 2017) per palese contrarietà del progetto al piano paesaggistico regionale (P.P.R.), in particolare artt. 15, 20, 21, 41, 42, 49, 58 e 59.

La Giunta regionale ha fatto spallucce, volendo considerare il parere negativo non vincolante, perché la conferenza di servizi sarebbe stata retta dalla disciplina previgente al provvedimento attuativo della c.d. Legge Madia (decreto legislativo 30 giugno 2016, n. 127).

Opinione autorevole, ma in contrasto con la giurisprudenza amministrativa (vds. Cons. Stato, Sez. VI, 23 luglio 2015, n. 3652T.A.R. Marche, Sez. I, 5 gennaio 2017, n. 21).

Non solo.

Assessori regionali, deputati, sindacalisti han fatto a gara per congratularsi in modo autoreferenziale per la “positiva conclusione della conferenza di servizi”. l’Assessore regionale della Difesa dell’Ambiente Donatella Emma Ignazia Spano ha affermato: “la Conferenza dei servizi si è conclusa”, salvo dire subito dopo “la Rusal ha chiesto almeno un mese per presentare altri documenti. Non appena si concluderà l’istruttoria, predisporremo la delibera sul progetto, che sarà portata in tempi serrati in Giunta”.

Insomma, interpretando la dichiarazione dissociata, si capisce che non c’è alcun verbale di conclusione della conferenza di servizi, tantomeno un provvedimento conclusivo della procedura di valutazione di impatto ambientale (V.I.A.), tant’è che sul sito webistituzionale delle Valutazioni Ambientali il procedimento risulta tuttora “in istruttoria”.

La Rusal, titolare dell’impianto, dovrà quindi fornire ulteriore documentazione.   Non solo, ancora.

Chi e come garantisce che la magistratura revochi completamente il sequestro preventivo su quella bomba ecologica rappresentata dal bacino dei fanghi rossi, soprattutto per ampliarlo(dai 159 ettari attuali ai 178 ettari in progetto, dai mt 26,5 di altezza attuale degli argini ai mt 46 previsti in progetto) e, quindi, ampliare la portata offensiva dei reati ipotizzati?

Chi garantisce che cosa?

Un’alternativa il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus l’ha proposta da tempo (maggio 2016) a GovernoRegionesindacati.

Nessuna risposta ufficiale, solo disinteresse.

La ristrutturazione del polo dell’alluminio primario in polo dell’alluminio riciclato.

L’alluminio, infatti, è materiale completamente riciclabile e riutilizzabile all’infinito per la produzione di oggetti anche sempre differenti.                       L’Italia(insieme alla Germania) è oggi il terzo Paese al mondo per la produzione di alluminio riciclato, dopo gli Stati Uniti e il Giappone.

Attualmente ben il 90% dell’alluminio utilizzato in Italia (il 50% nel resto dell’Europa occidentale) è alluminio riciclato e ha le stesse proprietà e qualità dell’alluminio originario: viene impiegato nell’industria automobilistica, nell’edilizia, nei casalinghi e per nuovi imballaggi.

La raccolta differenziata, il riciclo e recupero dell’alluminio apportano numerosi benefici alla Collettività in termini economici perché il riciclo dell’alluminio è un’attività particolarmente importante per l’economia del nostro Paese, storicamente carente di materie prime, in termini energetici, perchè permette di risparmiare il 95% dell’energia necessaria a produrlo dalla materia prima[5], nonchè sotto il profilo ambientale in quanto abbatte drasticamente le emissioni inquinanti e necessità di molte meno risorse naturali.

Nel 2014 in Italia sono state recuperate ben 47.100 tonnellate di alluminio, il 74,3% delle 63.400 tonnellate immesse nel mercato nello stesso anno: così sono state evitate emissioni inquinanti pari a 402 mila tonnellate di CO2 ed è stata risparmiata energia per oltre 173 mila tonnellate equivalenti petrolio (dati Consorzio Italiano Imballaggi Alluminio – CIAL, 2015).     Attualmente nel nostro Paese operano undici fonderie che trattano rottami di alluminio riciclato, con una capacità produttiva globale di circa 846 mila tonnellate di alluminio secondario (2014), un fatturato complessivo di oltre 1,57 miliardi di euro e circa 1.500 lavoratori occupati nel settore.

Per quale motivo quantomeno non si valuta la trasformazione del polo industriale dell’alluminio di Portovesme in polo produttivo dell’alluminio riciclato(raccolta, riciclo e riutilizzo, nuovi prodotti)?

posti di lavoro sarebbero conservati, i costi di produzione diminuirebbero, l’ambiente e la salute di residenti e lavoratori finalmente ne avrebbero benefici, infine – ma non ultimo per ragioni d’importanza – si smetterà di buttar viasoldi pubblici per iniziative industriali fuori mercato da tempo.

Senza considerare i posti di lavoro nell’ambito di quella bonifica ambientaledoverosa sotto il profilo ambientale e sociale ma finora praticamente inattuata.

Sarebbe ora di aprire gli occhi.

Stefano DeliperiGruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

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[1]  In precedenza era stato presentato nello stesso sito il progetto di “costruzione ed esercizio di un impianto di cogenerazione alimentato a carbone di potenza termica pari a 285 MWt” presentato dalla EuralEnergy s.p.a. (Gruppo Eurallumina s.p.a.).

[2] La procedura V.I.A. è stata sospesa, su istanza dell’Azienda, per un periodo di 90 giorni (vds. nota Servizio S.V.A. della Regione autonoma della Sardegna prot. n. 9042 del 9 maggio 2016).

[3]  In realtà da più di 25 anni sono disponibili piani e risorse finanziarie per le bonifiche ambientali: il piano di disinquinamento per il risanamento del territorio del Sulcis – Iglesiente (D.P.C.M. 23 aprile 1993), sulla base della dichiarazione di zona ad alto rischio ambientale (D.P.C.M. 30 novembre 1990, legge regionale n. 7/2002), ed il successivo accordo di programma attuativo (D.P.G.R. 3 maggio 1994, n. 144) hanno in gran parte beneficiato economicamente le medesime industrie responsabili dello stato di inquinamento dell’area. L’obiettivo era quello del disinquinamento e del risanamento ambientale. Obiettivo, a quanto pare, miseramente fallito.

[4]  Vds.  “Eurallumina, l’accusa: ‘Un inferno di veleni sotto il bacino dei fanghi rossi’”, di Piero Loi su Sardinia Post, 1 maggio 2016; ” “Veleni nella falda per tre secoli”, di Veronica Nedrini, su L’Unione Sarda, edizione del 9 maggio 2016, e “Il mistero delle analisi interne”, di Veronica Nedrini, su L’Unione Sarda, edizione del 10 maggio 2016.

[5] la produzione di un kg. di alluminio di riciclo ha un fabbisogno energetico (0,7 kwh) che equivale solo al 5% di quello di un kg. di metallo prodotto a partire dal minerale (14 kwh).

fonte: https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2017/02/16/polo-dellalluminio-di-portoscuso-fiera-dellinquinamento-e-dellambiguita/