Il grande sfogo di Gino Strada: “Mi piacerebbe che un Ministro della Difesa, un anno dopo aver comprato un F35, venisse qui a dirci che cazzo ha fatto quell’F35″ !!

 

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Il grande sfogo di Gino Strada: “Mi piacerebbe che un Ministro della Difesa, un anno dopo aver comprato un F35, venisse qui a dirci che cazzo ha fatto quell’F35″ !!

Nota: avevamo già pubblicato ques’articolo su altro nostro blog (vedi QUI). All’epoca era corredato di video, ma questo è diventato irreperobile sul web… Se qualcuno riuscisse a trovarlo (noi non ci siamo riusciti) ce lo comunichi.

Ferocissimo scontro tra Gino Strada e Mario Mauro sulle spese militari in Italia e sull’accordo con la Nato. Il medico di Emergency chiede polemicamente: “Chiedo all’ex ministro: ‘Da chi dobbiamo difenderci?’ E poi mi piacerebbe sapere che un ministro ad un anno dall’acquisto di un F35 mi spiegasse come è stato usato, dov’è”. Mauro ribatte: “Cina, Giappone. Ma noi esercitiamo un ruolo insieme ad altri. Noi pensiamo di poter gestire le vicende del mondo.
Le spese militari in Italia sono calate del 19%, a differenza degli altri Paesi. Negli Usa sono aumentate”. E aggiunge: “Noi non siamo schiavi degli Usa, siamo alleati”. Strada insorge: “La Costituzione dice che l’Italia rinuncia alla guerra, la cui decisione spetta solo all’Onu. L’Italia invece ha sempre ignorato le risoluzioni dell’Onu. La Nato non è niente. A cosa serve?”. E denuncia il servilismo nei confronti degli USA. Mauro non ci sta e si infuria: “Di cosa sta parlando? Parla di Afghanistan dove si uccidono negli stadi?”. La polemica dura svariati minuti, Santoro lancia la pubblicità, Mauro accusa Strada: “Stai zitto, fantasma!”. E il chirurgo di Emergency sbotta: “È come discutere con l’aspirapolvere, questo non sa nemmeno dove cazzo è l’Afghanistan”.
Una piccola nostra nota per sottolineare la mala fede di Mauro.
Paragonare la nostra spesa militare con quella di Russia e Cina, sottolineando che negli ultimi 10 anni questi ultimi la hanno aumentata di oltre il 100% mentre da noi sono state tagliate del 19% è di una mala fede incredibile. Mauro DOLOSAMENTE dimentica, infatti, che negli ultimi 10 anni lo stato ha tagliato le spese sociali (sanità scuola etc.) di oltre l’80% quindi molto più delle spese militari!! E poi come ci si può paragonare a Russia e Cina le cui economie, come ben sappiamo, galoppano !!

Finchè c’è guerra c’è speranza. Italia seconda al mondo per esportazioni di armi leggere ma sulla trasparenza siamo indietro anni luce

 

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Finchè c’è guerra c’è speranza. Italia seconda al mondo per esportazioni di armi leggere ma sulla trasparenza siamo indietro anni luce

L’Italia ripudia la guerra, recita l’articolo 11 della Costituzione. Sarà anche vero. Quel che è certo è che non ripudia la vendita di armi. L’importante, casomai, è non farlo troppo sapere. Ma niente paura: in fatto di trasparenza siamo indietro anni luce. L’ultimo campanello di allarme è stato lanciato a Ginevra dal rapporto annuale “Small Arms Survey”, che analizza il mercato globale delle “armi leggere”. Armi che – al di là del nome affabile – contano nel proprio annovero non solo pistole e fucili di piccola dimensione, ma anche fucili d’assalto, armi automatiche  e anche mitragliatori e lanciarazzi. Armi che l’Italia – in aperta contraddizione con la legge 185 del 1990 che regola l’esportazione di armi – vende anche a forze armate e di sicurezza di governi che violano sistematicamente i diritti umani. Ebbene, dal rapporto “Small Arms Survey” (che riporta i dati per il biennio 2013-14) emerge che l’Italia è, dopo gli Stati Uniti, il principale esportatore al mondo di “armi leggere”. Quasi un primato.

Per quanto riguarda, invece, la trasparenza non godiamo della stessa invidiabile posizione. Tutt’altro. Il “Barometro della trasparenza” all’interno del rapporto presenta infatti la classifica dei Paesi per chiarezza e esaustività dell’informazione sull’export di queste armi. E qui l’Italia è solo dodicesima, preceduta da Germania, Svizzera e Olanda (le tre ai primi posti), ma anche da Regno Unito e Francia e finanche da Serbia, Slovacchia e Romania. Il rapporto è stato presentato in questi giorni a Ginevra in occasione della Terza conferenza degli Stati membri sul Trattato del commercio di armi (Att). Conferenza alla quale tutti i paesi aderenti sono tenuti a inviare specifici rapporti sulle esportazioni di sistemi militari e in particolare sull’export di armi leggere.

Silenzio di tomba – “Il rapporto presentato dall’Italia è  tra i peggiori di tutti i paesi europei”, commenta Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa (OPAL) di Brescia. “Non solo non riporta i dati sui sistemi militari effettivamente esportati, ma solo quelli autorizzati, ma non indica né il valore né i paesi destinatari. Questa grave mancanza di informazioni – continua Beretta – è da attribuirsi all’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento (UAMA), incardinata presso il Ministero degli Esteri: non è giustificabile in base ad alcuna norma e squalifica l’Italia nei confronti degli altri Stati membri”. Insomma trasparenza ridotta all’osso, nonostante un fatturato che continua a crescere spaventosamente: nel 2014 le esportazioni di “armi comuni” valevano 514 milioni, nel 2015 circa 563, l’anno scorso hanno raggiunto  579 milioni. Vedremo ora se qualcosa cambierà in quanto a trasparenza dopo l’incontro di Ginevra.

Il passo in avanti – Una forte richiesta per il controllo delle esportazioni di armamento e anche per la piena trasparenza è arrivato due giorni fa anche dal Parlamento europeo che ha approvato ad ampia maggioranza (386 voti favorevoli, soprattutto del “gruppo progressista”, 107 contrari e 198 astensioni) una risoluzione che chiede, tra le altre cose, l’istituzione di un’autorità per il controllo delle armi sotto l’egida dell’Alto rappresentante per la politica estera, incarico oggi ricoperto da Federica Mogherini. Non solo: l’Europarlamento chiede anche la creazione di un meccanismo di sanzioni per gli Stati membri che non rispettano la Posizione comune e di migliorare l’elenco dei criteri relativi alle esportazioni di armi per obbligare gli Stati membri a considerare il rischio potenziale di corruzione nel Paese acquirente. Ma sopratutto chiede di aumentare la trasparenza in materia di comunicazione, fornendo informazioni in modo sistematico e tempestivo sulle licenze di esportazione e trasformando, entro la fine del 2018, la relazione annuale dell’Ue in una banca dati online consultabile. Cosa farà l’Italia? Finora in fatto di armi, per tutte le risoluzioni europee si è attesa la decisione del Consiglio cercando di “adattarle” il più possibile alla nostra legislazione. Nessuna intenzione di fare il primo passo. Come spesso diceva l’attuale presidente del Consiglio da ministro degli Esteri: “Qualora in sede Onu o Unione europea venisse assunta una tale decisione, l’Italia, ovviamente, si adeguerebbe immediatamente a prescrizioni e divieti”. Fino a quel momento gli affari di armi possono proseguire indisturbati.

fonte: http://www.lanotiziagiornale.it/finche-ce-guerra-ce-speranza-italia-seconda-al-mondo-per-esportazioni-di-armi-leggere-ma-sulla-trasparenza-siamo-indietro-anni-luce/

Gino Strada: «Il Califfato non produce mine antiuomo, gliele vendiamo noi»…!

 

Gino Strada

 

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Gino Strada: «Il Califfato non produce mine antiuomo, gliele vendiamo noi»…!

Il fondatore di Emergency: «L’80-90% delle armi sono prodotte dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». E poi si esprime contro la “privatizzazione” del sistema sanitario nazionale in Italia

«Che la gente scappi da un Medio Oriente in fiamme è normale, scapperei anch’io se non potessi mandare i miei figli a scuola e se non avessi cibo a sufficienza. Per non parlare del problema disoccupazione. L’istinto di sopravvivenza ci spinge a cercare situazioni meno drammatiche, ma spesso bisogna confrontarsi con l’intolleranza e il razzismo». Inizia così, commentando l’emergenza umanitaria in Europa, la chiacchierata con Gino Strada. Lo raggiungo nella sede milanese di Emergency, di ritorno dal Festivaletteratura di Mantovadove Gino Strada ha parlato dell’epidemia di Ebola in Africa.

Quali sono state le difficoltà incontrate nell’affrontare ebola?
Ebola ha una sua specificità, nel senso che era sconosciuta agli esperti di malattie cliniche, a conoscerla erano solo gli esperti e non i clinici. Il problema grave, gravissimo, è stato il ritardo nella risposta: purtroppo nessuno era preparato all’epidemia che non è stata affrontata con risorse adeguate.

Passiamo all’Afghanistan: come procede il lavoro di Emergency?
Purtroppo, ogni mese raggiungiamo un nuovo record perché il numero di feriti è in aumento e va di pari passo con l’incremento delle attività militari. Per la popolazione la guerra è un disastro. Potrei dire che sono soddisfatto del nostro lavoro, ma sarebbe cinico perché tutto quello che facciamo è direttamente legato alla sofferenza degli afgani.

Avete organizzato attività di formazione di operatori locali?
La formazione degli operatori locali esiste da anni, anche se la responsabilità delle attività è tuttora in mano a medici e infermieri internazionali.

Spostiamoci in Iraq: come procedono le vostre attività?
In Iraq abbiamo aperto cinque cliniche in cinque campi profughi. Lavoriamo sia con gli sfollati, ovvero con iracheni obbligati a lasciare le loro case, sia con i rifugiati siriani. Di fatto, abbiamo curato 75mila persone.

Buona parte dei problemi che Emergency si trova ad affrontare, soprattutto in Afghanistan, è dovuto alle mine. Mine prodotte anche da imprese italiane. Si può fare qualcosa per convincere queste imprese a convertirsi ad altri prodotti, o è una ingenuità?
Si può fare, anni fa avevamo dato avvio a una campagna contro le mine antiuomo e nel giro di tre mesi avevamo ottenuto una moratoria e successivamente la loro messa al bando. La cosa curiosa è che nel Califfato non esistono fabbriche di mine antiuomo, e nemmeno in Mali. Qualcuno gliele vende! L’80-90 percento delle armi sono prodotte dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito). Alla faccia della sicurezza! I cinque membri permanente del Consiglio di Sicurezza sono degli armaioli!

Le guerre in Medio Oriente sono in parte dovute a fenomeni locali, in parte all’ingerenza occidentale. L’opinione pubblica europea può fare qualcosa per la pace in Medio Oriente, oppure è fatica sprecata?
L’opinione pubblica europea deve scendere in piazza e protestare perché non possiamo aspettarci che siano i nostri governi a risolvere i problemi laddove sono stati questi stessi governi a scatenare le guerre. In altri termini, sono stati i governi europei a scegliere la guerra come modalità per gestire i problemi. Le crisi umanitarie di oggi sono il frutto delle politiche dell’Europa e degli Stati Uniti negli ultimi 15-20 anni. Nel 2003, in occasione dell’ultima guerra scatenata in Iraq, Emergency aveva lanciato l’appello “Fuori l’Italia dalla guerra” perché “se non stiamo fuori dalla guerra finiremo per avere la guerra in casa”. Per anni l’Italia ha mancato di sensibilità e di intelligenza politica, ricordo quando si discuteva se per tenere fuori gli stranieri fosse meglio la Legge Bossi-Fini oppure la Turco-Napolitano.

Veniamo all’Italia: come si può fermare la trasformazione da ospedali pubblici in aziende, e quindi la ricerca del profitto come obiettivo primario della sanità?
La sanità dovrebbe essere compito della politica, al pari dell’istruzione, e non dovrebbe essere consentito un profitto perché il profitto toglie risorse a quella che è un’esigenza condivisa: tutti, prima o poi, abbiamo bisogno di cure. Ogni euro di budget che va in profitto è un euro in meno per la cura di tutti. Purtroppo la politica non è consapevole di questa esigenza, o fa finta di non capire, e va in direzione opposta con la complicità della classe medica. Se una volta la sanità italiana era di ottima qualità, oggi rischia di essere smantellata. È importante tornare a strutture senza profitto, dove si spende quanto necessario. Oggi la qualità della sanità italiana è diminuita e molte persone non vi hanno accesso perché devono pagare e non possono permetterselo. Di fatto, questa è una forma di discriminazione.

Emergency ha strutture anche in Italia: quali sono i bisogni sanitari delle persone che si rivolgono a voi anziché al Sistema Sanitario Nazionale?
Sono bisogni diversi: persone che ci chiedono di pagare il ticket, altre che hanno problemi di medicina interna, questioni odontoiatriche. Un rapporto Censis stima che siano 10 milioni le persone che non hanno accesso al Sistema Sanitario Nazionale.

Parliamo di Emergency: quali sono le vostre difficoltà maggiori?
I progetti su cui siamo impegnati aumentano in modo esponenziale, non abbiamo risorse a sufficienza in termini economici e di personale.

Che cosa fate per rendere trasparenti le vostre attività?
Pubblichiamo sui quotidiani i nostri bilanci, disponibili on-line da sempre, anche quando non era prescritto. Dobbiamo essere trasparenti perché quello che facciamo è reso possibile dal denaro che ci danno i donatori.

Quanto sono coinvolte le popolazioni servite per capire le priorità?
Le priorità sono abbastanza evidenti, nei diversi paesi. Pensiamo all’Afghanistan e alla necessità di una maternità più sicura. Nel Panshir al momento gestiamo 6mila parti l’anno ma stiamo raddoppiando i letti. A conti fatti, abbiamo raggiunto (e siamo tra i pochi) gli obiettivi di sanità del Millennium stabiliti dall’OMS.

Negli anni avete elaborato una strategia di alleanze per accrescere la portata dell’azione di Emergency?
Non abbiamo alleanze particolari. Può capitare di collaborare con altri, in qualche frangente. Ma il nostro lavoro è specifico, non lo fanno tutti.

Emergency potrebbe continuare a esistere anche senza di lei, Gino Strada, se lei dovesse rivolgere l’attenzione ad altro?
Assolutamente sì, Emergency non è Gino Strada ma sono tante persone che collaborano a vario titolo: moralmente, finanziariamente, sul campo come operativi.

Sul Corriere della Sera di domenica 13 settembre, nel commentare l’elezione di Corbyn a segretario del Labour britannico, è stato scritto: “È come se Gino Strada fosse diventato segretario del PD “. Pensa, prima o poi, di candidarsi?
Non penso proprio di candidarmi, non ho la tessera di alcun partito, anche se sui mezzi di informazione il mio nome è spesso associato a una sinistra in cui peraltro non mi riconosco anche perché sono anni che non voto. Non ho intenzione di candidarmi anche perché nessuno me lo chiederebbe. E poi, sinceramente, sono già molto impegnato con il mio lavoro.

fonte: http://informazionebycuriosity.altervista.org/gino-strada-califfato-non-produce-mine-antiuomo-gliele-vendiamo/

Migranti – Ecco cosa intende Renzi quando dice “aiutarli a casa loro”: col suo Governo l’esportazione di armi è aumentata del 500%…!!!

Migranti

 

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Migranti – Ecco cosa intende Renzi quando dice “aiutarli a casa loro”: col suo Governo l’esportazione di armi è aumentata del 500%…!!!

Ecco come si aiutano i Migranti “a casa loro”…

“Le esportazioni di armi italiane negli ultimi anni:
2,7 miliardi di euro nel 2014.
7,9 miliardi di euro nel 2015.
14,6 miliardi di euro nel 2016.
Queste cifre mostrano come è cresciuto negli ultimi 3 anni (e Renzi ne è al corrente) il valore complessivo delle esportazioni di armi dall’Italia.
Ma il dato politicamente importante è il boom di vendite verso Paesi in guerra in violazione della legge 185/1990, che vieta l’esportazione e il transito di armamenti verso Paesi in stato di conflitto e responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. L’Italia nel 2014-2015 è stato l’unico Paese della UE ad aver fornito pistole, revolver, fucili e carabine alle forze di polizia e di sicurezza del regime di Al Sisi (con quale faccia chiedono verità per Giulio Regeni!). Nigrizia denuncia forniture militari a Paesi dell’Africa settentrionale, a regimi autoritari, all’Arabia Saudita, condannata dall’Onu per crimini di guerra e per la quale il Parlamento europeo ha chiesto un embargo sulla vendita di armamenti…

Dice Roberto Saviano:

Mi permetto di parafrasare così le parole del Segretario del Partito di centrosinistra, ossatura della maggioranza di Governo: Se vi considerate di sinistra non dovete sentirvi moralmente in colpa se iniziate ad avvertire impulsi razzisti. Non siete voi a essere razzisti, sono i negri a essere troppi. Ma vi assicuro che continuerò ad avere moralmente a cuore gli affari di chi tra voi produce armi da vendere ai Paesi in guerra, impedendo che si creino condizioni di vita accettabili per i negri “a casa loro”.

Per Renzi dunque l’Italia non ha il “dovere morale di accogliere” ma di “aiutare a casa loro”.
Eppure Renzi sa perfettamente che l’Italia realizza l’esatto contrario perché aiuta sì chi decide di lasciare il proprio Paese, ma ad ammazzarsi a casa propria. La prova? Le esportazioni di armi italiane.
2,7 miliardi di euro nel 2014.
7,9 miliardi di euro nel 2015.
14,6 miliardi di euro nel 2016.
Queste cifre mostrano come è cresciuto negli ultimi 3 anni (e Renzi ne è al corrente) il valore complessivo delle esportazioni di armi dall’Italia.
Ma il dato politicamente importante è il boom di vendite verso Paesi in guerra in violazione della legge 185/1990, che vieta l’esportazione e il transito di armamenti verso Paesi in stato di conflitto e responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. L’Italia nel 2014-2015 è stato l’unico Paese della UE ad aver fornito pistole, revolver, fucili e carabine alle forze di polizia e di sicurezza del regime di Al Sisi (con quale faccia chiedono verità per Giulio Regeni!). Nigrizia denuncia forniture militari a Paesi dell’Africa settentrionale, a regimi autoritari, all’Arabia Saudita, condannata dall’Onu per crimini di guerra e per la quale il Parlamento europeo ha chiesto un embargo sulla vendita di armamenti.
Quanta ipocrisia dunque nell’affermare di voler aiutare i migranti a casa loro. Ma attenzione, quella di Matteo Renzi non è una gaffe o un errore di comunicazione, è piuttosto un frettoloso e maldestro tentativo di dare in pasto una risposta alla ferocia della piazza.
Matteo Renzi e il suo entourage non stanno capendo nulla della attuale fase politica. Se fosse un giocatore di calcio, il mister l’avrebbe fatto accomodare in panchina da un bel po’. Ma purtroppo l’allenatore è lui e la prima cosa che ha fatto da allenatore è stata liquidare Emma Bonino, risorsa vera della Repubblica.

fonte: https://www.facebook.com/RobertoSavianoFanpage/photos/a.402350881863.180175.17858286863/10154796673981864/?type=3&fref=mentions

Da Il Fatto Quotidiano:

Armi, triplica vendita del made in Italy. E tra gli intermediari spunta Banca Etruria

La relazione annuale del governo sull’export militare italiano 2015 – appena trasmessa al Parlamento e anticipata da Nigrizia – mostra un aumento del 200% per le autorizzazioni all’esportazione di armamenti il cui valore complessivo è salito a 7,9 miliardi dai 2,6 del 2014. Boom verso Paesi in guerra, in violazione, attraverso vari escamotage, della legge 185/1990: il volume di vendite autorizzato verso l’Arabia Saudita è salito a 257 milioni dai 163 del 2014: +58%. Cresce il ruolo delle banche, Unicredit la più attiva

Nell’ultimo anno è triplicata la vendita di armi italiane all’estero e sono aumentate le forniture verso Paesi in guerra: in particolare quelle verso l’Arabia Saudita, condannata dall’Onu per crimini di guerra nel conflitto in Yemen e per la quale il Parlamento europeo ha chiesto un embargo sulla vendita di armamenti. Cresce anche l’intermediazione finanziaria delle principale banche italiane, Intesa e Unicredit, e tra i piccoli istituti coinvolti compare ancora Banca Etruria e una banca libica.

La relazione annuale del governo sull’export militare italiano 2015 – appena trasmesso al Parlamento e il cui contenuto è stato anticipato da Nigrizia – mostra un aumento del 200% per le autorizzazioni all’esportazione definitiva di armamenti il cui valore complessivo è salito a 7,9 miliardi dai 2,6 miliardi del 2014. Un dato senza precedenti che, come osserva il governo nel documento con soddisfatto understatement, testimonia la “consolidata ripresa del settore della Difesa a livello internazionale”.

Come si legge nella relazione, “i settori più rappresentativi dell’attività d’esportazione sono stati l’aeronautica, l’elicotteristica, l’elettronica per la difesa (avionica, radar, comunicazioni, apparati di guerra elettronica), la cantieristica navale ed i sistemi d’arma (missili, artiglierie), che hanno visto, nell’ordine: Alenia Aermacchi, Agusta Westland, GE AVIO, Selex ES, Elettronica, Oto Melara, Intermarine, Piaggio Aero Industries, MBDA Italia e Industrie Bitossi ai primi dieci posti per valore contrattuale delle operazioni autorizzate. La maggior parte di queste aziende sono di proprietà o in varia misura partecipate dal Gruppo Finmeccanica”.

Ma il dato politicamente più importante è il boom di vendite verso Paesi in guerra, in violazione, attraverso escamotage, della legge 185/1990 che vieta l’esportazione e il transito di armamenti verso Paesi in stato di conflitto e responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Un sotterfugio che un ex ministro della Difesa di nome Sergio Mattarella denunciò anni fa come “un grave svuotamento delle disposizioni contenute nella legge 185”: il governo può aggirare il divieto di forniture militari a un paese in guerra se con esso ha stipulato un accordo intergovernativo nel campo della difesa e dell’import-export dei sistemi d’arma. Il caso più grave riguarda le forniture belliche alle forze aeree del regime Saudita, che da oltre un anno conducono bombardamenti indiscriminati su città, scuole e ospedali in Yemen che finora hanno provocato almeno 2mila morti civili, per un quarto bambini. Crimini di guerra ripetutamente condannati dal segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, che a febbraio hanno spinto il Parlamento europeo ha chiedere un embargo sulla vendita di armi a Riyad.

Il valore dell’export di armi ‘made in Italy’ verso l’Arabia Saudita autorizzato nel 2015 è salito a 257 milioni dai 163 milioni del 2014. Un aumento del 58% attribuibile in gran parte alle tonnellate di bombe aeree prodotte nello stabilimento sardo di Domusnovasdella Rwm Italia S.p.a. e spedite via aerea e navale da Cagliari tra le proteste e le denunce – anche alla magistratura – di parlamentari e pacifisti. Consegne confermate dalla relazione: 600 bombe Paveway da 500 libbre (per 8,1 milioni di euro), 564 bombe Mk82 da 500 e 2000 libre (3,6 milioni), 50 bombe Blu109 da 2000 libre (3,6 milioni) e cento chili di esplosivo da carica Pbxn-109 (50mila euro).

A questo si aggiunge il forte incremento del valore delle esportazioni italiane verso l’Arabia Saudita che rientrano tra i programmi intergovernativi di cooperazione militare, saliti nel 2015 a 212 milioni dai 172 milioni del 2014. Il principale programma riguarda i cacciabombardieri Eurofighter usati ogni giorno dalla Royal Saudi Air Force nei suoi raid in Yemen. La fornitura, iniziata anni fa, riguarda l’Italia non solo per la sua partnership industriale nel consorzio europeo (con Finmeccanica), ma anche perché questi aerei, assemblati negli stabilimenti inglesi della Bae System, vengono consegnati facendo scalo all’aeroporto bolognese di Caselle. Nonostante la legge 185/90 vieti anche il transito di armi destinate a Paesi in guerra.

Anche le forniture belliche italiane verso gli altri paesi che partecipano alla guerra in Yemen a fianco dei sauditi sono proseguite o aumentate: gli Emirati si confermano il principale cliente mediorientale (con 304 milioni come l’anno prima), mentre c’è stato un forte incremento di vendite al Bahrein (da 24 a 54 milioni) e soprattutto al Qatar (da 1,6 a 35 milioni). Il Kuwait, nel 2015 ancora tra i clienti minori, è destinato a scalare la classifica dopo la firma, poche settimane fa, di un contratto multimiliardario per la fornitura di 28 cacciabombardieri prodotti da Finmeccanica.

Ma è boom di export verso tutti i Paesi in guerra, a cominciare da un clamorosa new-entry: l’Iraq, finora mai comparso tra i clienti italiani, esordisce nel 2015 con vendite per 14 milioni (armi leggere e munizioni, quindi Beretta). Impennata di vendite verso la Turchia (da 53 a 129 milioni) che bombarda i curdi fuori e dentro i suoi confini con gli elicotteri T129 costruiti su licenza Finmeccanica; verso la Russia (da 4 a 25 milioni) che continua a ricevere blindati Lince della Fiat-Iveco nonostante l’embargo post-Ucraina, verso il Pakistan (da 16 a 120 milioni) in perenne conflitto con talebani, indipendentisti baluci e con l’India(anch’essa con forniture belliche italiane in aumento da 57 a 85 nonostante la crisi dei marò e la guerra contro la ribellione contadina naxalita). Nota a margine: nel 2015 sono incrementate le vendite all’Egitto pre-caso Regeni (da 32 a 37 milioni), comprese le armi leggere e i lacrimogeni usati dalla polizia del Cairo nelle repressioni di piazza.

Ultimo dato importante che emerge dalla relazione è l’aumento del ruolo d’intermediazione finanziaria delle banche italiane nel business delle forniture belliche. Se la parte del leone rimane alle banche straniere (Deutsche Bank e Crédit Agricole sopra tutte) si fanno strada sia Unicredit (passata dal 9 al 12% delle operazioni) che Intesa Sanpaolo (dal 2 al 7,4%) che Unicredit (dal 9 al 12%). Seguono con percentuali minori Bnl, Ubi (Banco di Brescia, Popolare Commercio e Industria, Regionale Europea) e una sfilza di “popolari” in ordine discendente (Emilia Romagna, Carispezia, Banco Popolare, Valsabbina, Sondrio, Carige, Etruria, Parma e Piacenza, Credito Cooperativo Cernusco S.N. e Versilia e Lunigiana, Spoleto, Friuladria, Bpm) e perfino Poste Italiane.

Nonostante pochi milioni di euro di operazioni, comunque in aumento rispetto all’anno precedente, merita una menzione particolare Banca Ubae: istituto controllato dalla Libyan Foreign Bank (banca offshore specializzata in esportazioni di petrolio dalla Libia) e nel cui azionariato figurano Unicredit, Intesa Sanpaolo, Montepaschi ed Eni.

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/05/04/armi-triplica-vendita-del-made-in-italy-e-tra-gli-intermediari-spunta-banca-etruria/2692759/

La super bomba di Trump? Un giocattolino rispetto a quella Russa, più moderna e 4 volte più potente! Però i Russi ci tengono a precisarlo: “NOI non l’abbiamo mai usata contro la gente”…!

super bomba

 

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La super bomba di Trump? Un giocattolino rispetto a quella Russa, più moderna e 4 volte più potente! Però i Russi ci tengono a precisarlo: “NOI non l’abbiamo mai usata contro la gente”…!

La super bomba russa 4 volte più potente della Moab americana

Gli Usa mostrano i muscoli al mondo sganciando una ‘madre di tutte le bombe’, ma i russi replicano: ‘abbiamo un ordigno più potente’.

La potente bomba da 10 tonnellate sganciata dall’aviazione americana su un obiettivo in Afghanistan ha guadagnato le prime pagine di tutto il mondo, dipinta come l’ordigno non nucleare più potente mai utilizzato. Ma la propaganda russa non ci sta a soccombere alla prova di forza di Trump, e alcuni media russi hanno replicato illustrando una super bomba russa chiamata AVBPM che, a detta dei russi, avrebbe una potenza distruttiva addirittura quattro volte superiore alla “madre di tutte le bombe” americana. La testata filo governativa “#russia Today” l’ha presentata con un titolo sarcastico: “gli #USA hanno lanciato la madre di tutte le bombe, ma il padre sta in Russia”.

La super bomba dell’esercito russo

La testata russa RT ha divulgato un articolo, corredato dal video che vi proponiamo di seguito, che illustra le caratteristiche della Air Power Vacuum Pump Augmented (l’acronimo in russo è AVBPM) un ordigno che nonostante sia armato con 7.100 kg di materiale esplosivo contro gli 8.200 della Moab americana, sarebbe quattro volte più potente, garantendo la devastazione totale in un raggio di 300 metri dal luogo dell’impatto, contro i 150 metri della bomba americana. Secondo la scheda divulgata dal media russo la AVBPM avrebbe una potenza distruttiva paragonabile a quella sprigionata da 44 tonnellate di tritolo, mentre la super bomba americana si fermerebbe ad 11 tonnellate.

guarda QUI la super bomba russa

Una bomba collaudata nel 2007

Come la Moab americana – di cui l’esercito americano si è dotato nel 2003, durante la guerra in Iraq – anche il super ordigno russo non è una invenzione recente. Secondo la fonte sarebbe stato testato nel 2007 radendo al suolo un condominio, dimostrando un potere distruttivo senza precedenti per una bomba non nucleare. Pur essendo di mole più piccola alla “concorrente” statunitense secondo i russi la AVBPM impiegherebbe nanotecnologie che la renderebbero decisamente più potente di quella americana.

Potenza simile ad un ordigno atomico

Secondo il generale russo Alexánder Rukshin la super bomba russa avrebbe una potenza paragonabile ad una bomba atomica, pur senza produrre l’inquinamento ambientale che caratterizza gli ordigni nucleari. La AVBPM rispetto alla Moab americana produrrebbe una temperatura al centro dell’esplosione due volte più elevata, e sarebbe sviluppata in modo da avere una maggiore capacità distruttiva se utilizzata nelle aree urbane. Secondo quanto riportato da RT riuscirebbe a distruggere 80 isolati di una città, contro i 9 di quella americana. A causa della natura segreta di queste armi le autorità russe non hanno divulgato nessun dettaglio ne sul costo di ciascuna bomba ne sulla quantità posseduta dall’esercito di Putin.