La fabbrica delle tangenti – L’accusa de I Nuovi Vestri: come hanno trasformato la “difesa dell’ambiente” in una scusa per arricchirsi con corruzione e tangenti…

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La fabbrica delle tangenti – L’accusa de I Nuovi Vestri: come hanno trasformato la “difesa dell’ambiente” in una scusa per arricchirsi con corruzione e tangenti…

 

La ‘difesa dell’ambiente’, ovvero la fabbrica delle tangenti

 

La difesa dell’ambiente è, da sempre, uno dei mezzi più potenti per consentire alla politica e ai pubblici funzionari corrotti di arricchirsi. Impossibile accertare verità e responsabilità. Perché dovete sapere che le leggi sull’ambiente sono perfette: non prevedono un colpevole nemmeno in caso di stermini di massa

Il sistema di difesa dell’ambiente è il mezzo più potente di finanziamento della politica e di arricchimento illecito di pubblici funzionari. E’ un sistema complesso che attraversa, come la giustizia, tre gradi.

Il primo grado è quello legislativo. La politica che ha sempre bisogno di soldi sporchi elabora discute e approva una legge sulla difesa dell’ambiente, sulla sicurezza, sul riciclo degli scarti e sulla tutela degli addetti e delle popolazioni a rischio. Sono leggi esemplari, nelle quali vengono previste norme stringentissime e termini brevissimi per adeguarvisi.

Nel corso dell’approvazione cominciano a volare le prime mazzette, dette “a caldo o in corso dei lavori” per i parlamentari. Se li aggiudica chi riesce a presentare e fare approvare emendamenti che alleggeriscono qualche norma capestro scritta apposta. La politica poi ritira le mazzette a tappeto alla prima proroga dei termini per l’adeguamento alle nuove norme.

Proroghe sollecitate e pagate dalle imprese che ovviamente non hanno nemmeno cominciato a fare i lavori prescritti.

Esaurita questa prima fase si passa al secondo stadio, quello dei controlli e delle certificazioni. Qui le mazzette vengono incassate da governatori di Regioni e assessori, da giunte provinciali, giunte comunali, consigli regionali, comunali e provinciali, da funzionari regionali, comunali e provinciali, da tecnici e amministrativi delle ASL, delle Agenzie per l protezione ambientale (ARPA), dagli ispettorati e pubblici ufficiali assortiti, in borghese e/o in divisa. Vengono remunerati gli omessi controlli, le omesse certificazioni o le certificazioni false.

Consumato questo secondo passaggio, si passa al terzo. E’ il momento della Giustizia .Nei casi in cui questo pur collaudato sistema abbia qualche falla, per errori, o per piccole vendette e si finisce in Procura e si aprono due strade: l’insabbiamento puro e semplice delle denunce e delle indagini svolte, oppure l’avvio di una lunga ed estenuante attività processuale.

Intanto, però, come è già accaduto e accade, in tanti stabilimenti italiani, potenti e ricche multinazionali continuano ad inquinare aria, acqua e terra, a uccidere bambini e a creare mutanti animali e vegetali.

Talvolta si arriva al processo, raramente alla sentenza perché avvocati bravi e senza scrupoli lavorano per fare intervenire la prescrizione dei reati. Una prescrizione costruita con scientifica complicità da avvocati e magistrati.

Quando e se, dopo anni e anni, si arriva per occhio di mondo alla condanna in primo grado di qualcuno, non fatevi illusioni. Nei due superiori gradi di giudizio l’assoluzione è garantita. Perché dovete sapere che le leggi sull’ambiente sono perfette. Non prevedono un colpevole nemmeno in caso di stermini di massa.

 

fonte: http://www.inuovivespri.it/2018/01/10/la-difesa-dellambiente-ovvero-la-fabbrica-delle-tangenti/#_

Alpha Electro, il primo aereo elettrico al mondo, sorvola i cieli australiani

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Alpha Electro, il primo aereo elettrico al mondo, sorvola i cieli australiani

Alpha Electro, il primo aereo elettrico che sorvola i cieli australiani

L’aereo è stato progettato espressamente per essere un mezzo di addestramento piloti. Con una carica, 90 minuti di autonomia.

Il primo aereo elettrico da addestramento per i piloti australiani

(Rinnovabili.it) – In Australia il 2018 è iniziato con una nuova pietra miliare: per la prima volta un aereo elettrico sportivo ha spiccato il volo nel Paese. Si tratta di Alpha Electro, piccolo velivolo da addestramento della società australiana Electro.Aero, che ha dato prova dell’efficienza del mezzo lo scorso 2 gennaio al Jandakot Airport.

Il nuovo aereo elettrico, un due posti leggero a propulsione singola, nasce con l’obiettivo di essere usato per addestrate i futuri piloti. A bordo, due batterie agli ioni di litio permettono al velivolo, con una carica, di rimanere in aria per un’ora garantendo altri 30 minuti di energia di riserva. Le batterie sono facilmente sostituibili in caso di turni di volo veloci o, in alternativa, possono essere caricate completamente in poco meno di un’ora.

 

I pro del mezzo? È decisamente silenzioso e, come il manager di Electro.Aero, Richard Charlton ha sottolineato, la semplicità del motore elettrico comporta costi di gestione e manutenzione significativamente inferiori rispetto a un tradizionale motore alimentato a combustibili fossili. “Questo è l’inizio della prossima rivoluzione nel settore dell’aviazione generale”, ha commentato Charlton. “Stiamo già rispondendo alle richieste provenienti dagli aeroporti situati nelle principali città australiane in cui i reclami sul rumore sono diventati la loro preoccupazione numero uno”.

In realtà l’aereo elettrico non nasce in Australia. A produrlo è la società slovena Pipistrel ed è il frutto di sette anni di ricerca, in parte sovvenzionati da Horizon 2020 dell’Unione Europea attraverso il progetto WATTsUP.  Ecco perché il nome del prototipo, sviluppato in collaborazione con Siemens, era in origine proprio WATTsUP: un velivolo ultraleggero dotato di un motore elettrico da 85 kW, migliorato tecnicamente fino a dar vita alla nuova linea Alpha Electro.

“Con il sempre crescente costo del carburante – ha affermato Ivo Boscarol, CEO di Pipistrel  – è il momento di ripensare l’addestramento dei piloti. La nostra soluzione è il primo istruttore completamente elettrico. Le tecnologie sviluppate appositamente per questo aereo riducono il costo dell’addestramento fino al 70%, rendendo il volo accessibile e possibile anche su aeroporti più piccoli vicini alle città grazie alle zero emissioni di CO2 e un rumore minimo”.

 

fonte: http://www.rinnovabili.it/mobilita/alpha-aereo-elettrico/

 

I crimini delle Multinazionali: Nestlé, Danone e Coca Cola si stanno rubando tutta l’acqua

 

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I crimini delle Multinazionali: Nestlé, Danone e Coca Cola si stanno rubando tutta l’acqua

 

Nestlé, Danone e Coca Cola si stanno rubando tutta l’acqua

L’acque è una risorsa importante e la Nestlé lo sa bene, continuando nelle sue acquisizioni, in questo caso nella riserva degli indiani Morongo in California.
Gli abitanti di Riverside, vivendo in una terra arida con penuria di acqua al confine di questa regione, si lamentano del fatto che la multinazionale svizzera riesca ad estrarla dal sottosuolo e imbottigliarla con il marchio Pure Life rivendendola in tutto il Nordamerica.
Tutto regolare dal punto di vista giuridico, visto che l’accordo della Nestlé con gli indiani, stipulato nel 2002 con termine 2027, non può essere modificato perché lo Stato della California non ha nessuna giurisdizione in questo territorio, aggiungendo il fatto che sono ignoti i termini del contratto e la quantità di acqua che viene estratta, ma risulta certo il profitto da parte del colosso elvetico stimato in circa 8 miliardi di euro l’anno.
Questa storia è stata raccontata dal regista svizzero Urs Schnell nel documentario “Bottled Life” premiato lo scorso anno al Festival di Berlino, denunciando il fatto che coloro che vivono ai margini della riserva indiana si lamentano della cattiva qualità dell’acqua, e del fatto che durante la giornata, viene interrotta più volte l’erogazione.
Questa è una vera e propria guerra per accaparrarsi le risorse, in questo caso dell’acqua, ambito nel quale la Nestlé ha ormai assunto una posizione di monopolio, assieme a Danone e Coca Cola, e quando questo “risiko” sarà completato potranno chiudere i rubinetti e ricattare il mondo come già stanno facendo.
L’acqua viene presa in ostaggio, con le buone o con le cattive, divenendo profitto per pochi, mentre noi ignari consumatori ci sentiamo ormai “sicuri” solo se l’acquistiamo in bottiglia, frutto di politiche mirate e di un battage pubblicitario finalizzato a considerare l’acqua sicura solamente se imbottigliata.
Lo sappiamo bene in Italia, visto che in Europa siamo i maggiori consumatori di acqua in bottiglia, mentre nel mondo siamo al secondo posto, come riferito dal Censis, il Centro Studi Investimenti Sociali.
L’acqua fondamentale risorsa del pianeta sta rapidamente sparendo, la sua scarsità a livello globale si profila come la maggiore minaccia di crisi ecologica, economica e politica.
L’acqua è un bene imprescindibile per la vita umana, per questo fa gola alle multinazionali e il suo business ha un valore immenso, generando una estrazione selvaggia dalle falde.
Il film documentario “Bottled Life” non parla solo dell’acqua dei Morongo, ma anche di altri luoghi, per esempio di ciò che sta accadendo in Pakistan dove i pozzi scavati dalla multinazionale svizzera Nestlé stanno privando la popolazione dell’acqua potabile, che poi rivende a caro prezzo dopo averla, mentre la prima acqua “purificata”, cioè acqua di rubinetto trattata con l’aggiunta di minerali, viene commercializzata nel Paese asiatico.
Secondo me è un atto criminale e siamo in presenza di un commercio ignobile e sregolato, visto che ogni anno in Pakistan muoiono più di 200.000 bambini a causa della dissenteria e l’accesso alle proprie falde sotterranee è la sola possibilità per le persone per avere acqua sicura.
Insomma, l’acqua è vita, non un bene da cui trarre un indiscriminato profitto, in nome del quale, la Nestlé sta contribuendo al depauperamento delle risorse idriche, inaridendo le locali fonti d’acqua e i pozzi fino a oggi utilizzati per uso domestico e agricolo.
Difficile pensare che l’estrazione dell’acqua condotta dalla Nestlé sia sostenibile da parte dell’ambiente, visto che quasi sicuramente ciò avviene molto più velocemente di quanto possa essere naturalmente rinnovata, mettendo a rischio il diritto all’acqua da parte delle future generazioni.

 

fonte: http://www.pandorando.it/nestle-danone-coca-cola-si-stanno-rubando-tutta-lacqua/

Inquinamento da antibiotici, il nuovo veleno dell’ambiente!

 

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Inquinamento da antibiotici, il nuovo veleno dell’ambiente!

Inquinamento da antibiotici, nuovo veleno dell’ambiente

L’Onu lancia l’allarme: “E’ una minaccia emergente per la salute”. E aumentano anche le evidenze scientifiche dei danni provocati dallo smog che uccide circa 6 milioni di persone ogni anno

L’INQUINAMENTO è un pericolo sempre più insidioso per la salute dell’uomo: non solo ci fa ammalare ma ci sta rendendo anche resistenti agli antibiotici. Più del previsto. A lanciare l’allarme è l’agenzia ambientale dell’Onu, l’Unep, che accende i riflettori sulla dispersione nell’ambiente di medicine e altre sostanze farmacologiche e chimiche usate prevalentemente negli allevamenti. E intanto da Londra arrivano nuove evidenze sui danni causati dallo smog alla salute.
In un dossier sulle frontiere dell’ambiente diffuso in occasione dell’assemblea a Nairobi, in Kenya, l’Unep definisce la resistenza agli antibiotici causata dall’inquinamento ambientale tra le maggiori minacce emergenti per la salute globale.

Gli esperti evidenziano che nell’ultimo secolo l’uso di antibiotici per curare gli uomini è cresciuto del 36%. Sempre più massiccio però è l’uso che se ne fa negli allevamenti, dove il documento prevede una crescita del 67% di utilizzo di antibiotici entro il 2030. Un trend molto pericoloso visto che i tre quarti degli antibiotici sfruttati tramite l’acquacoltura rischiano di finire dispersi nell’ambiente circostante.

Insomma l’inquinamento da antibiotici sta diventando il nuovo veleno dell’ambiente, sul quale non bisogna abbassare la guardia. Nel mondo, ricorda l’Unep, 700 mila persone muoiono ogni anno per infezioni resistenti agli antibiotici. Muoiono in pratica perché gli antibiotici disponibili diventano sempre meno efficaci contro agenti patogeni che si sono evoluti diventando più resistenti. Come se non bastasse le prospettive sono tutt’altro che incoraggianti. Stando alle stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2050 senza un uso più accorto degli antibiotici le morti provocate da germi multi-resistenti potrebbero arrivare a 10 milioni, più che per i tumori.

L’inquinamento è uno dei killer emergenti dei tempi moderni: secondo un recente studio pubblicato su Lancet causa già una morte su 6 nel mondo provocando malattie tra le più disparate, da quelle cardiovascolari ai tumori. La parte del leone per ora la fa l’inquinamento atmosferico, che uccide circa 6 milioni e mezzo di persone ogni anno. E aumentano anche le evidenze scientifiche dei danni provocati dallo smog alla salute.

Un recente studio condotto a Londra su ultrasessantenni suggerisce che respirare aria inquinata, anche solo durante una passeggiata di un paio d’ore al giorno, annulla gli effetti positivi che l’esercizio fisico avrebbe avuto sull’organismo. Un’altra ricerca, sempre londinese, afferma che l’aria inquinata sta portando a un peso sempre minore dei bimbi alla nascita, elemento legato alla mortalità infantile e allo sviluppo di malattie negli anni successivi. Non solo. È emerso da altri studi che lo smog non ha effetti deleteri solo sui polmoni o sul sistema cardiovascolare, ma anche sul cervello, al punto che fino a un caso su dieci di Alzheimer potrebbe essere imputabile all’esposizione agli inquinanti.

 

Centrali nucleari insicure, il rapporto di Greenpeace che vorrebbe aprire il dibattito, ma che nessuno ha il coraggio di rendere noto.

 

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Centrali nucleari insicure, il rapporto di Greenpeace che vorrebbe aprire il dibattito, ma che nessuno ha il coraggio di rendere noto.

Il rapporto “Security of nuclear reactors”, rilasciato in 7 copie da Greenpeace alle autorità di sicurezza francesi e belghe, identifica le aree di rischio per le centrali nucleari rispetto a possibili atti criminali. L’aspetto di maggiore preoccupazione evidenziato dal rapporto riguarda le piscine di stoccaggio del combustibileesaurito – le barre già utilizzate per produrre energia – che rappresenta la parte più pericolosa dei rifiuti nucleari e quella di maggiore difficoltà di gestione. Si tratta di piscine che devono essere costantemente raffreddate – le barre irraggiate sono calde – e dunque devono esser mantenute in funzione le pompe di circolazione dell’acqua e garantita la disponibilità di acqua.

Le analisi di sicurezza fatte all’epoca della costruzione degli impianti nucleari sottostimavano il rischio di malfunzionamento e, per questa ragione, le piscine di stoccaggio non sono protette da edifici progettati per confinare eventuali rilasci di radioattività. In una piscina di stoccaggio possono esserci 2 o 3 volte la quantità di barre di combustibile presente nel reattore e, essendo queste barre già “bruciate”, contengono un inventario radioattivo ben superiore a quello presente nel nucleo di un reattore.

Questo tema è emerso con particolare evidenza durante l’incidente di Fukushima nel 2011, quando le piscine di raffreddamento del combustibile esaurito hanno cominciato a rilasciare radioattivitàa causa della mancanza di corrente alle pompe di circolazione dell’acqua. Le analisi di rilascio di Cesio 137 nel caso di Fukushima hanno dimostrato che un incidente grave alle piscine di stoccaggio può potenzialmente coinvolgere un’area distante fino a 150 km dal sito, con quantità di radioattività superiori a quelle di un incidente a una centrale.

Il rischio di possibili attentati terroristici – dopo l’11 settembre 2011 – è stato invece considerato nella progettazione del reattore EPR a Flamanville – i cui lavori procedono ormai con anni di ritardo e miliardi di costi aggiuntivi – nel quale le piscine del combustibile esausto sono protette da una struttura di contenimento simile a quella del reattore. Ma così non è per tutti le altre centrali nucleari.

L’analisi di Greenpeace, condotta da sette esperti internazionali, ha approfondito sia il tema generale che i dettagli di un gruppo di impianti nucleari: le centrali francesi di Cattenom – dove si è svolta ieri l’azione dimostrativa di otto attivisti – BugeyFessenheim e Gravelines, oltre all’impianto di ritrattamento del combustibile nucleare di La Hague, e le centrali belghe di Doel e Thiange.

Il rapporto esplora gli scenari di possibili atti criminali e la realizzabilità concreta di attacchi mirati alle piscine di stoccaggio del combustibile irraggiato. Contenendo analisi di dettaglio sui siti sopracitati, il rapporto integrale è stato consegnato solo alle autorità di sicurezza nucleare e di polizia.

Per quanto il tema sia di ovvia elevata riservatezza, l’obiettivo di Greenpeace è stato quello di aprire un dibattito pubblico su un tema che riguarda la sicurezza di milioni di persone.

 

 

fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/13/centrali-nucleari-insicure-il-rapporto-greenpeace-vuole-aprire-il-dibattito/3912318/

Sulle nostre teste, nell’atmosfera, nell’aria ci sono ancora le scorie nucleari della guerra fredda!

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Sulle nostre teste, nell’atmosfera, nell’aria ci sono ancora le scorie nucleari della guerra fredda!

 

Ancora sopra di noi le scorie nucleari della guerra fredda

Da più di 50 anni, le particelle di plutonio radioattivo dei test nucleari degli anni Cinquanta e Sessanta sono nella stratosfera, tra 20 e 50 km al di sopra delle nostre teste. Si pensava che fossero già tutte precipitate al suolo nel corso dei decenni ma, dopo l’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajökull avvenuta nel 2010, sono sorti i primi dubbi. Le eruzioni vulcaniche, infatti, possono far precipitare queste particelle radioattive nella parte più bassa dell’atmosfera, la troposfera. Lo afferma uno studio svizzero pubblicato questo mese su Nature Communications. Secondo la ricerca elvetica, tuttavia, non ci sarebbe da preoccuparsi per possibili conseguenze sulla salute umana.

Tra il 1945 e il 1998, un piccolo numero di paesi del mondo ha affermato la propria potenza militare facendo deflagrare bombe atomiche in test all’aria aperta. Le dinamiche della Guerra fredda hanno portato prima Stati Uniti e Unione Sovietica, poi Francia e Regno Unito, e in seguito Cina e India, a gareggiare in esplosioni atomiche. Una volta venute meno le esigenze della Guerra fredda, le esplosioni sono andate decrescendo, ma le scorie radioattive di più di duemila test nucleari sono rimaste nella stratosfera. Si è poi aggiunta la radioattività causata da eventi come l’esplosione, nel 1964, del satellite statunitense SNAP-9A, alimentato a plutonio, che ha riversato sul pianeta scorie che si sono unite alle particelle presenti nell’aria, l’aerosol. Nella troposfera, che si estende verticalmente dal suolo per circa 17-20 km, queste particelle vengono eliminate nel giro di qualche settimana o mese.

Ma un insieme di fattori può ostacolare questo smaltimento. È il caso della tropopausa, lo strato di atmosfera che separa la troposfera dalla stratosfera. La tropopausa funge da barriera e trattiene la maggior parte delle particelle più radioattive nella stratosfera per un tempo che varia da uno a quattro anni, come dimostrato da studi effettuati negli anni Sessanta e Settanta. Le particelle più grandi, dal diametro tra uno e dieci milionesimi di metro, si depositano invece più rapidamente, rimanendo nella stratosfera per qualche settimana o mese. Poiché i test nucleari sono stati condotti molto tempo fa, si pensava che tutte queste particelle radioattive presenti nella stratosfera dovessero ormai essersi depositate.

Tuttavia, dopo l’eruzione dell’Eyjafjallajökull, fisici e climatologi hanno cominciato ad avere qualche dubbio. Il gruppo svizzero, campionando l’aerosol della troposfera, vi ha trovato elevate concentrazioni di radionuclidi. In particolare, i livelli di cesio e plutonio erano di tre volte più alti di quelli presenti nell’aria in prossimità del suolo. Questi dati contraddicono precedenti studi sull’aerosol, che avevano trovato livelli bassi in tutta la troposfera. José Corcho Alvarado e colleghi, dell’Ospedale universitario di Losanna, hanno confrontato i dati raccolti dopo l’eruzione con quelli conservati dalle autorità militari svizzere a partire dagli anni Settanta. Il gruppo ha poi creato un modello della distribuzione delle particelle radioattive nell’atmosfera sopra la Svizzera per tutto il periodo.

Dal modello è emerso che la maggior parte del plutonio atmosferico si sarebbe depositata sul territorio svizzero tra il 1964 e il 1968, confermando l’ipotesi che i test nucleari e l’esplosione del satellite siano state le maggiori fonti di radionuclidi. “Una frazione significativa di quel plutonio è comunque nella stratosfera da decenni”, scrivono i ricercatori. Quanto al plutonio radioattivo finito nelle ceneri del vulcano, l’eruzione avrebbe portato a contatto col ghiaccio migliaia di tonnellate di roccia fusa, originando una forte esplosione che avrebbe portato vapore e particelle nell’aria, facendo precipitare nelle zone più basse della stratosfera polveri sottili e gas come il biossido di zolfo. Le particelle di ceneri e zolfo si sarebbero attaccate al plutonio e al cesio nella stratosfera e li avrebbero trascinati nella troposfera.

“La forte eruzione vulcanica islandese ha ridistribuito i radionuclidi derivati dalle attività umane nella bassa atmosfera”, conclude lo studio. Innocua per la salute umana, la radioattività presente potrebbe invece essere utile a studiare il movimento delle particelle nell’atmosfera, poiché i radionuclidi possono dare indicazioni sulle modalità di circolazione dell’aria.

fonte: https://oggiscienza.it/2014/01/16/ancora-sopra-di-noi-le-scorie-nucleari-della-guerra-fredda/

Non solo TTIP e CETA. C’è un altro accordo in corso, forse anche peggiore, di cui nessuno parla: quello tra Unione Europea e Giappone – Negoziati segreti e disinteresse ambientale!

 

 

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Non solo TTIP e CETA. C’è un altro accordo in corso, forse anche peggiore, di cui nessuno parla: quello tra Unione Europea e Giappone – Negoziati segreti e disinteresse ambientale!

 

L’accusa di Greenpeace, passata sotto silenzio:

Accordo Ue-Giappone, come (e peggio) del Ceta: negoziati segreti e disinteresse ambientale

Pochi giorni fa Greenpeace Olanda ha pubblicato leak di 200 pagine sulle negoziazioni segrete dell’accordo commerciale fra Unione europea e Giappone noto come Jefta. I documenti – disponibili su trade-leaks.org – mostrano ancora una volta come Commissione europea e governi nazionali stiano portando avanti negoziati commerciali in segreto, a scapito degli standard ambientali.

Così come per il Ceta (l’accordo Ue-Canada), su cui l’Italia è chiamata a esprimere un voto domani Commissione Affari Esteri del Senato, siamo in presenza di un accordo disastroso, assolutamente non accettabile fino a quando non avverrà un vero cambio di rotta. La politica commerciale europea deve infatti diventare un volano per rafforzare i nostri diritti sociali e la salvaguardia del Pianeta, non uno strumento per il commercio fine a se stesso

I documenti sul Jefta resi noti da Greenpeace Olanda sono in prevalenza datati tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017, appena precedenti al diciottesimo round di negoziati. I negoziatori sperano di concludere il nuovo accordo nelle prossime settimane. Qualora venisse siglato, l’accordo commerciale con il Giappone potrebbe essere il più grande mai sottoscritto dall’Ue e coprire un volume commerciale pari a circa il doppio del Ceta.

Le disposizioni al momento presenti nell’accordo Ue-Giappone sulle “corti speciali” per la tutela degli investimenti sono addirittura più deboli di quelle già estremamente preoccupanti previste dall’accordo commerciale con il Canada. Sia Ceta che Jefta mancano di impegni concreti e vincolanti per aspetti legati ad ambiente, sviluppo sostenibile e lavoro.

Per riuscire ad avere un sistema commerciale trasparente, giusto ed equo, la globalizzazione deve essere governata da regole. Queste regole devono rispettare i valori nazionali e culturali, consentire uno sviluppo sostenibile e attuare efficacemente gli obiettivi degli accordi delle Nazioni Unite quali l’Accordo sul clima di Parigi, la Convenzione sulla Biodiversità e gli obiettivi di sviluppo sostenibile. I trattati ambientali, gli accordi sui diritti umani e gli standard internazionali del lavoro devono avere la precedenza sulle norme commerciali. Per questo abbiamo definito dieci principi per garantire che il commercio operi a favore delle persone e del Pianeta, e non il contrario.

E per ribadire il nostro forte no al Ceta, in concomitanza con il voto in Commissione Affari Esteri, domani saremo in piazza a Romainsieme ad altre associazioni ambientaliste, agricole e sindacali, a partire dalle 10 al Pantheon.

 

fonte:https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/26/accordo-ue-giappone-come-e-peggio-del-ceta-negoziati-segreti-e-disinteresse-ambientale/3687166/

 

Omicidi di matrice ambientale – Il legno è soprattutto un business e quello che viene dall’Amazzonia è sporco di sangue!

 

Amazzonia

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Omicidi di matrice ambientale – Il legno è soprattutto un business e quello che viene dall’Amazzonia è sporco di sangue!

Da: Il Fatto Quotidiano:

Omicidi di matrice ambientale, in Amazzonia il legno è rosso sangue

È il 19 aprile 2017. Quattro uomini armati di coltelli, machete, pistole e fucili arrivano a Colniza, una cittadina brasiliana dello Stato del Mato Grosso, nella Foresta Amazzonica. Hanno un obiettivo preciso: devono uccidere per terrorizzare la popolazione locale. E portano avanti il loro piano, torturando diversi abitanti di Colniza e uccidendone nove con metodi brutali.
Questo efferato crimine, conosciuto in Brasile come “il massacro di Colniza“, è stato ordinato da Valdelir João de Souza, proprietario di due aziende che commerciano legname.

Ed è infatti il risultato dell’avido accaparramento di risorse naturali preziose come l’ipê, lo jatobá e il massaranduba, ovvero alberi il cui legno pregiato è molto ricercato per la produzione mobili di lusso.

Tuttavia, a sette mesi di distanza, Souza rimane in libertà e le sue aziende continuano a operare normalmente, esportando legname in Europa e negli Stati Uniti. Il fatto che il “massacro di Colniza” resti al momento impunito fa sì che eventi come questo divengano sempre più comuni, specialmente nel cuore della Foresta Amazzonica, dove i conflitti con comunità locali e popolazioni indigene sono spesso collegati alla deforestazione illegale.

Dal Brasile, purtroppo, arrivano con sempre maggior frequenza notizie di esecuzioni, di tentativi di omicidio e di intimidazioni ai danni delle comunità che vivono nella foresta e la proteggono. Il Rondônia – un altro Stato dell’Amazzonia brasiliana – ha per esempio il triste primato del numero di omicidi di matrice ambientale: ben 21 morti registrate solo nel 2016. È proprio da Stati come Pará, Mato Grosso e Rondônia che proviene la maggior parte della produzione di legname amazzonico. Se esistesse un piano nazionale che permettesse alle comunità che abitano la foresta di gestirla direttamente, la produzione di legname diventerebbe più sostenibile, fornendo una fonte di reddito alle popolazioni locali che avrebbero quindi tutto l’interesse a proteggere questo ecosistema. Invece, chi sfrutta la foresta non la vive, considerandola solo una miniera da sfruttare.

E, come denuncia dal 2014 Greenpeace Brasile con report come Blood-stained timber, il legno tagliato illegalmente continua ad arrivare in Europa. Italia inclusa.

di  – 23 novembre 2017

fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/11/23/omicidi-di-matrice-ambientale-in-amazzonia-il-legno-e-rosso-sangue/3994413/

Attenzione – Secondo uno “studio scientifico” commissionato dall’American Petroleum Institute (Api), i neri non si ammalano per l’inquinamento provocato dalle lobby del petrolio, ma perchè “sono predisposti”…!

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Attenzione – Secondo uno “studio scientifico” commissionato dall’American Petroleum Institute (Api), i neri non si ammalano per l’inquinamento provocato dalle lobby del petrolio, ma perchè “sono predisposti”…!

Razzismo e petrolio: i neri non si ammalano per inquinamento, sono predisposti

I petrolieri Usa usano l’eugenetica per screditare uno studio scientifico

Leggiamo da GreenReport che qualche giorno fa “National association for the advancement of coloured people (Naacp)”, “Clean air task Force”  e “National medical association (Nma)” hanno pubblicato lo studio studio “Fumes Across the Fence-Line: The Health Impacts of Air Pollution from Oil & Gas Facilities on African American Communities” dal quale emerge che oltre un milione di afroamericani vivono a mezzo miglio di pozzi e impianti petroliferi e gasieri e che altri 6,7 milioni vivono nelle contee dove ci sono le raffinerie e denunciano che questi ambienti  tossici stanno facendo ammalare milioni di afroamericani che vivono nelle loro immediate vicinanze.

Il rapporto afferma che «Molte comunità afroamericane affrontano un rischio elevato di cancro a causa delle emissioni di aria tossica derivanti dallo sviluppo del gas naturale. L’aria in molte comunità afroamericane viola gli standard di qualità dell’aria per lo smog da ozono. Nelle comunità afro-americane i tassi di asma sono relativamente alti. Inoltre, a causa dell’aumento dell’ozono dovuto alle emissioni di gas naturale durante la stagione estiva dell’ozono, i bambini afroamericani sono gravati da 138.000 attacchi di asma e da 101.000 giorni di scuola persi ogni anno».

Di fronte a questi dati, l’American petroleum institute (Api) non ha trovato di meglio che esprimere oscure critiche al rapporto ritirando fuori argomentazioni screditate e razziste secondo le quali sarebbe la “genetica” e non l’inquinamento da idrocarburi la causa della cattiva salute delle comunità nere rispetto a quelle bianche che vivono più lontane dagli impianti petroliferi e gasieri.

Uni Blake, un consulente scientifico per gli affari regolamentari e scientifici dell’Api, ha difeso così su Energy Tomorrow, una pubblicazione online dell’ l’American petroleum institute, l’industria dei combustibili fossili: «Ho letto un articolo della Naacp pubblicato questa settimana che accusa il gas naturale e l’industria petrolifera delle emissioni che gravano in modo sproporzionato sulle comunità afroamericane. Come scienziato, la mia osservazione generale è che il documento non riesce a dimostrare una relazione causale tra l’attività del gas naturale e le disparità per la salute, segnalate o previste, all’interno della comunità afro-americana».

Quindi, se le comunità nere e ispaniche che vivono vicino agli impianti di petrolio e gas si ammalano più di quelle bianche che vivono più lontane, cosa potrebbe causare i risultati sproporzionati che vengono fuori dallo studio? La risposta di Blake è sorprendente: avrebbe potuto farli ammalare qualcosa che è nei geni delle persone di colore. «Piuttosto, la ricerca accademica attribuisce quelle disparità di salute ad altri fattori che non hanno nulla a che fare con le operazioni di gas naturale e petrolio – come la genetica, gli allergeni indoor e l’accesso iniquo alle cure preventive», ha scritto su Energy Tomorrow.

Per corroborare le sue tesi che sembrano venire da un lontano passato di croci uncinate e leggi razziali, Blake ha citato un rapporto del 2005 dell’Athhma and Allergy Foundation e del National Pharmaceutical Council che sosterrebbe le sue stesse teorie genetiche, ma in realtà quel rapporto “Ethnic Disparities in the Burden and Treatment of Asthma”, sostiene che la genetica svolge un ruolo molto minore e subordinato rispetto ai fattori ambientali nella prevalenza dell’asma tra le popolazioni afro-americane e quelle latinoamericane negli Stati Uniti. Infatti, il rapporto afferma che  «Le indagini sulle famiglie hanno identificato una storia materna o un’altra storia familiare di asma come un fattore di rischio principale per l’asma infantile, evidenziando la componente ereditaria della morbilità asmatica … Sembra ragionevole ipotizzare che il maggior carico di asma tra le popolazioni statunitensi con una significativa discendenza africana (in particolare, le popolazioni nere e portoricane) … sia in qualche modo legato ai geni africani – o ad una combinazione di geni africani ed europei. Tuttavia, la maggior parte delle prove fino ad oggi sembra indicare che la spiegazione si trova altrove, nelle disparità socioeconomiche e ambientali, nelle differenze comportamentali o culturali e nell’accesso all’assistenza sanitaria di routine».

In altre parole, anche la “ricerca accademica” che Blake ha citato contraddice la sua ipotesi e indica il degrado ambientale causato dall’industria petrolifera e gasiera come il probabile principale colpevole nel far ammalare afroamericani e latinoamericani.

Su ThinkProgress Sam Fulwood III scrive che i dirigenti dell’Api, Blake compreso, si sono rifiutati di rispondere su questa imbarazzante presa di posizione e fa notare che «L’idea che le differenze genetiche spieghino i diversi risultati sanitari tra gruppi etnici e razziali è un’idea vecchia e razzista che affonda le sue radici nel nefasto movimento dell’eugenismo tra fine XIX e inizio XX secolo, quando i suprematisti bianchi sostenevano la sterilizzazione forzata degli esseri umani – spesso persone di colore – ritenuti “mentalmente inferiori” o “non adatti a propagarsi”». Insomma, pur di scaricarsi di dosso colpe più che evidenti, i petrolieri statunitensi sono tuffati nello sporco e mefitico fiume del razzismo ottocentesco e del nazismo e fascismo novecenteschi e hanno scoperto di essersi ricoperti di una sostanza non proprio profumata.

Robert Bullard, professore di pianificazione urbana e politica ambientale alla Texas Southern University di Houston, si è detto indignato per le argomentazioni utilizzate dall’Api definendole «Un insulto all’intelligenza  non solo degli afroamericani ma all’intelligenza di tutti gli americani in grado di capire».

Bullard, che è noto come il padre del movimento per la giustizia ambientale, ha ricordato che «Altri grossi interessi economici hanno tentato senza successo di utilizzare lo stesso argomento. Le persone [dell’industria del petrolio e del gas] che hanno risposto allo studio stanno fondamentalmente utilizzando la stessa argomentazione [dell’industria del tabacco] che la colpa non è delle sostanze chimiche e del petrolio e del gas, ma è delle persone, il cui comportamento porta in qualche modo alle disparità di salute. Sta incolpando gli individui che vivono vicino a questi impianti e assolvono le imprese da qualsiasi tipo di responsabilità».

Medici ed esperti hanno condannato il tentativo dell’Api di rilanciare idee a lungo screditate. «Al di là e al di là degli altri fattori, le operazioni petrolifere e gasiere nelle comunità causano un ulteriore livello di rischio – ha detto Jacqueline Patterson, direttrice del programma di giustizia ambientale e climatica della Naacp . Anche altre persone che vivono in quelle comunità hanno anche quelle condizioni di salute che derivano da quelle esposizioni. Ciò ridurrebbe il ruolo della “genetica”». Insomma, non sono i geni: i bianchi che vivono nelle comunità vicine a impianti inquinanti e pericolosi per l’ambiente hanno le stesse probabilità dei neri di ammalarsi di asma, cancro e altri disturbi.

Leslie Fleishchman, una delle autrici dello studio e analista della Clean air task force, conclude: «I dati del nostro rapporto esaminano il rischio di cancro e gli impatti sulla salute dello smog dei ozono nella popolazione e quindi, se quella popolazione è più vulnerabile a causa di questi fattori, è ancora più importante affrontare i fattori aggravanti che sono facilmente evitabili come il controllo delle emissioni non necessarie dagli impianti di petrolio e gas».

tratto da: http://www.greenreport.it/news/inquinamenti/petrolieri-americani-gli-afroamericani-non-si-ammalano-inquinamento-predisposti/

Smog, quando il fotovoltaico è “oscurato” dall’inquinamento atmosferico.

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Smog, quando il fotovoltaico è “oscurato” dall’inquinamento atmosferico.

Una ricerca della Princeton University ha stimato che le particelle “sporche” presenti nell’aria (aerosol: nitrati, solfati, particolato carbonioso eccetera) possono ridurre fino al 35% la generazione elettrica massima potenziale dei moduli solari. Lo studio in sintesi.

Accumuli di polvere e sporcizia, tempeste di sabbia, smog: diversi fattori contribuiscono a peggiorare il rendimento dei pannelli fotovoltaici in diverse aree del pianeta, soprattutto quelle più aride e inquinate, diminuendo l’irraggiamento solare che arriva sulla superficie dei moduli (effetto soiling).

Uno studio della Princeton University, Reduction of solar photovoltaic resources due to air pollution in China (vedi qui un estratto), ha stimato la perdita di efficienza dei parchi FV in Cina, dovuta all’inquinamento atmosferico.

Nelle regioni settentrionali e orientali del paese, in cui sono maggiori le concentrazioni di aerosol nell’atmosfera, le particelle “sporche” possono ridurre fino al 35% l’output elettrico potenziale dei pannelli solari; in media ogni giorno fanno perdere una produzione energetica pari a 1,5 kWh/metro quadro.

L’utilizzo massiccio di combustibili fossili, si legge in una nota dell’università americana, incrementa la quantità di aerosol presente nell’aria: parliamo ad esempio di solfati, nitrati e particolato carbonioso, tutte sostanze che influiscono indirettamente sull’efficienza dei moduli fotovoltaici, perché impediscono ai raggi solari di “colpire” con la massima intensità i pannelli a terra, che siano fissi o con sistemi di tracking.

I ricercatori di Princeton hanno combinato i dati satellitari della NASA con un modello che analizza la performance degli impianti FV, esaminando gli impatti dell’aerosol sulla generazione fotovoltaica nell’intera Cina dal 2003 al 2014.

La cattiva qualità dell’aria, evidenzia lo studio, dipende da molteplici fonti inquinanti: centrali termoelettriche a carbone, traffico automobilistico, impianti a biomasse, senza dimenticare certi eventi naturali come le tempeste di polvere e sabbia nelle zone semidesertiche.

Torniamo così ai rischi e problemi della transizione energetica in Cina (vedi QualEnergia.it), al confronto tra fonti fossili e rinnovabili, con queste ultime che producono meno elettricità di quella massima producibile, non solo perché la rete elettrica è congestionata, ma anche perché l’inquinamento disperde una parte della radiazione solare prima che possa raggiungere il suolo.

Cina, India e altri paesi emergenti, di recente industrializzazione, affermano gli scienziati americani, dovrebbero allora includere queste ricerche nei rispettivi piani energetici, mentre gli operatori-investitori dovrebbero cercare di ottimizzare i progetti dei grandi parchi FV, scegliendo i siti più soleggiati e meno inquinati, aumentando la frequenza delle pulizie dei pannelli, potenziando le linee di trasmissione.

La Princeton University intende proseguire le rilevazioni in altri paesi, l’India soprattutto, per determinare quanto l’aerosol riduca la generazione elettrica FV con l’assorbimento dei raggi solari, e per stimare il deterioramento di efficienza dei moduli provocato dai depositi di agenti inquinanti direttamente sulle superfici dei moduli

Quanta efficienza perde il fotovoltaico con polvere e smog

Un recente studio, Large reductions in solar energy production due to dust and particulate air pollution (allegato in basso), ha calcolato che i pannelli solari FV producono fino al 25% in meno di energia in certe condizioni ambientali sfavorevoli, caratterizzate dall’accumulo di sporcizia sulle superfici dei moduli e dalla presenza di particolato sospeso nell’atmosfera (vedi anche l’articolo di QualEnergia.it sull’effetto soiling).

Secondo il principale autore del documento, Michael Bergin della Duke University, le aree del mondo più colpite da questo problema sono le stesse che vedono il maggior numero di progetti e investimenti nel fotovoltaico: Cina, India e penisola araba.

Dopo aver analizzato a più riprese la composizione degli strati di polvere depositati sui pannelli sul tetto dell’Indian Institute of Technology-Gandhinagar, Bergin con i suoi colleghi indiani e americani ha sviluppato un modello per stimare le perdite di efficienza delle celle solari.

In particolare, Bergin ha osservato che la produzione energetica dei moduli s’impennava (+50%) dopo ogni pulizia delle superfici, per poi calare costantemente nelle settimane successive, proprio a causa del soiling che riduceva la capacità delle celle di “catturare” la luce.

Senza addentrarci nei complessi calcoli eseguiti dal team di ricercatori, il punto è che l’effetto-schermatura dei pannelli è provocato da due elementi: la polvere “naturale” e le particelle inquinanti originate dalle attività umane, soprattutto la combustione delle fonti fossili e delle biomasse.

Grazie anche all’utilizzo del Global Climate Model della NASA, i professori che hanno redatto lo studio sono riusciti a calcolare quanto influisca il mix di polvere e smog sulla generazione elettrica dei pannelli fotovoltaici in tutto il mondo. A quanto ammonta la luce solare bloccata dalla sporcizia e dalle particelle inquinanti sospese nell’aria?

Arabia, India settentrionale e Cina orientale sono le regioni dove l’oscuramento dei moduli è più evidente. Assumendo una pulizia mensile delle superfici, in queste zone aride i pannelli FV arrivano a perdere il 17-25% di produzione energetica, anche di più (25-35%) se la pulizia diventa bimestrale.

Ci sono anche delle variabili che possono condizionare la resa effettiva degli impianti fotovoltaici a livello locale, ad esempio la presenza di un cantiere edile può comportare un incremento di sabbia e sporco nell’ambiente circostante.

Secondo Bergin, la Cina da sola sta sprecando decine di miliardi di dollari ogni anno, per le mancate produzioni di energia rinnovabile dei parchi solari affetti dall’accumulo di polvere, sia quella “naturale” sia quella fine di origine antropogenica.

Il seguente documento è riservato agli abbonati a QualEnergia.it PRO:

fonti:

http://www.qualenergia.it/articoli/20171027-smog-quando-il-fotovoltaico-e-oscurato-dall-inquinamento-atmosferico-

http://www.qualenergia.it/articoli/20170627-quanta-efficienza-perde-il-fotovoltaico-con-polvere-e-smog