Allarme dei pediatri italiani: “Un terzo delle malattie infantili è causato dall’inquinamento”.

 

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Allarme dei pediatri italiani: “Un terzo delle malattie infantili è causato dall’inquinamento”.

Malattie infantili, i pediatri: “Causate dall’inquinamento nel 30% dei casi”
Allarme dei pediatri italiani: “Un terzo delle malattie infantili è causato dall’inquinamento”Ecco come invertire il trend negativo

La FIMP, Federazione Italiana Medici Pediatri, lancia l’allarme: secondo gli ultimi dati disponibili, 3 casi su 10 di malattie infantili sono provocati dall’inquinamento.

Con un appello lanciato durante il G7 dell’Ambiente, a Bologna, i medici hanno voluto indicare la azioni concrete da perseguire per ridurre l’impatto. “Una priorità per i pediatri e per le istituzioni”, scrivono dalla Federazione. Tutti i dettagli del loro appello.

Malattie infantili: il nodo inquinamento

Il documento si intitola “Ambiente e salute infantile: dalla consapevolezza del rischio alle strategie per limitare i danni e costruire la salute futura dei bambini italiani“. La FIMP lo ha redatto per sensibilizzare istituzioni e cittadini sulle problematiche ambientali. L’inquinamento dell’aria sarebbe infatti tra le cause principali di malattia e morte della popolazione mondiale, non solo infantile:

Già nel 2006 l’OMS stimava che il 25% di tutte le patologie negli adulti e oltre il 33% nei bambini sotto i 5 anni fosse attribuibile a fattori ambientali “evitabili”. Un più recente documento – sempre dell’OMS – stima che, a livello mondiale, circa 1 su 4 del totale delle morti sia attribuibile al vivere o al lavorare in ambienti malsani. Complessivamente in tutto il mondo ogni anno ci sarebbero 12,6 milioni di decessi attribuibili ad ambienti insalubri e 1,4 milioni di questi si verificherebbero in Europa“.

In pratica, i pediatri ci dicono che un terzo delle malattie infantili, che colpiscono chi ha meno di 5 anni, sono attribuibili all’inquinamento ambientale.

Non solo. I rischi si estenderebbero anche al feto, durante la gravidanza. Tutti i fattori scatenanti sono sintetizzati da Maria Grazia Sapia, referente Nazionale Fimp per l’Ambiente:

“Le sostanze chimiche di sintesi derivanti da attività industriali e agricole, lo smaltimento dei rifiuti, le produzioni energetiche e le radiazioni elettromagnetiche sono fattori di rischio. Nel loro insieme agiscono sugli adulti, quindi anche sui gameti, sul feto durante la gravidanza e sul bambino sopratutto nei primi anni di vita”.

Sapia punta il dito in modo particolare su pesticidi chimici e particolato atmosferico:

Particolarmente importanti sono le conseguenze dei pesticidi nel settore alimentare e dei particolati/polveri sottili negli ambienti domestici, urbani e scolastici per la funzione respiratoria che possono aumentare in modo significativo e diffuso la patologia sub acuta, cronica e la cancerogenicità”.

Malattie infantili: le patologie in aumento

Sapia, oltre a elencare i fattori di rischio, spiega anche quali sono le malattie in aumento causate dall’inquinamento. Eccone un elenco:

  • Patologie degli organi endocrini
  • Disturbi agli apparati respiratorio e digestivo
  • Patologie cardiovascolari
  • Alterazioni dello sviluppo neuro-cognitivo-sensoriale
  • Alterazione del metabolismo
  • Basso peso alla nascita
  • Rischio di aborto e prematurità
  • Aumento della cancerogenicità
Malattie infantili: come rimediare

La Federazione non si limita a indicare il problema. Offre anche una serie di soluzioni, da implementare subito, per migliorare le condizioni di salute nostre e dei nostri bambini. E lancia un appello affinché tutte le istituzioni collaborino attivamente.

Ecco le proposte:

  • Attivare un monitoraggio costante, integrato e sistematico sull’inquinamento ambientale e sugli effetti che ha sui bambini.
  • Ridurre i limiti massimi degli inquinanti in aria, acqua e suolo, per far fronte alla vulnerabilità dell’età pediatrica.
  • Applicare sempre per l’infanzia il “principio di precauzione”.
  • Rinforzare l’attenzione ai primi 1000 giorni di vita del bambino, dal concepimento ai primi anni. Un’attenzione che deve tradursi in atti concreti.
  • Mappare, in tempi brevi, gli edifici scolastici. Individuare in particolare condizioni di inquinamento indoor, prestando attenzione alla possibile presenza di campi elettromagnetici indotti dalle reti wireless.
  • Puntare sull’educazione: promuovere e incentivare programmi, per bambini e adulti, per la salvaguardia dell’ambiente e la scelta consapevole dei prodotti (alimenti, giocattoli, etc.).
  • Incentivare il ricorso alle fonti di energia rinnovabili.
  • Promuovere politiche di sviluppo eco-sostenibile.

Coca Cola, Pepsi e Danone: le multinazionali stanno consumando tutta l’acqua del Messico

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Coca Cola, Pepsi e Danone: le multinazionali stanno consumando tutta l’acqua del Messico

Coca Cola, Pepsi e Danone stanno prosciugando il Messico. Le multinazionali, infatti, godono di speciali concessioni per lo sfruttamento delle falde acquifere, ma non sono adeguatamente controllate, e oltretutto pagano delle tasse irrisorie per questo, nonostante detengano l’82 per cento del mercato in termini di vendite totali. Un disastro ambientale, oltre che umano.

Questa la denuncia di Léo Heller, Relatore Speciale sul diritto umano all’acqua potabile e all’igiene dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), che ha presentato un rapporto al quale hanno collaborato 101 organizzazioni umanitarie. Come riportano i media locali, il rapporto presentato da Heller dipinge una situazione gravissima e destinata a peggiorare, che sta impoverendo il Messico di acqua e di risorse.

Solo per citare un esempio, la Coca Cola paga 2 mila e 600 pesos per ciascuna delle 46 concessioni per il prelievo delle acque sotterranee all’anno (un totale, dunque, che non arriva a 120 mila pesos), ma solo nel 2007 ha ottenuto guadagni per 32 miliardi e 500 milioni di pesos. Anche senza conoscere il cambio e il potere di acquisto, il confronto appare piuttosto inquietante.

Heller ha poi spiegato che nel corso del 2014 l’industria mineraria ha sfruttato 437 milioni di metri cubi di acqua, sufficienti a soddisfare le esigenze dello stesso periodo di tutta la popolazione degli stati messicani Baja California, Colima, Campeche e Nayarit. Un prosciugamento senza precedenti, che calpesta tutti i diritti umani all’acqua potabile.

E questa è solo una punta di un iceberg triste e molto pericoloso: le società di estrazione mineraria godono di privilegi fiscali incomparabili che hanno dato loro la possibilità di mettere a disposizione le risorse naturali della Nazione a beneficio di pochissimi.

Le recenti riforme hanno conferito al settore minerario ed energetico carattere di pubblica utilità, rendendo l’esplorazione e l’estrazione di risorse di interesse per la Nazione e l’ordine pubblico, privilegiando queste attività rispetto a qualsiasi altra.

fonte: https://www.greenme.it/consumare/acqua/23970-multinazionali-acqua-messico

I fantastici ghiaccioli fatti con acque inquinate. Come? Non li mangeresti? …E allora perchè li stai preparando per i TUOI figli…???

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I fantastici ghiaccioli fatti con acque inquinate. Come? Non li mangeresti? …E allora perchè li stai preparando per i TUOI figli…???

Questi “Ghiaccioli” sono stati confezionati congelando acque inquinate da varie località. L’idea arriva da Taiwan, più precisamente dalla National Taiwan University of Arts , e parte dal progetto di tre studenti: Hung I-chen, Guo Yi-hui, and Cheng Yu-ti.

guarda il video QUI

I ragazzi hanno deciso di usare i campioni prelevati da 100 luoghi differenti e congelarli, dopo essersi resi conto di una triste, impressionante verità: quasi il 90% di quelle acque conteneva plastica. Per far si che potessero esporre i ghiaccioli senza che si sciogliessero, li hanno poi ricreati usando resina di poliestere.

I tre studenti hanno anche progettato un involucro per ogni tipo di ghiacciolo, con su scritto il nome de luogo da cui proviene ogni campione.

Il loro lavoro è stato premiato con il Youg Pin Design Award ed esposto al World Trade Center di Taipei.

Il Pacific insitute calcola che ogni giorno vengono sversati nelle acque del mondo 2 milioni di tonnellate di liquame fognario. Un dato che deve far riflettere.

fonte: http://coscienzeinrete.net/arte/item/2990-gli-impressionanti-ghiaccioli-fatti-con-acque-inquinate

Tu non lo mangeresti uno di questi ghiaccioli?

E perchè dovrebbe mangiarlo TUO figlio?

Clima: cosa ne pensano davvero gli scienziati?

 

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Clima: cosa ne pensano davvero gli scienziati?

In occasione della strillata attenzione mediatica sui “cambienti climatici” di presunta origine antropica, in seguito alla decisione dell’amministrazione Trump di recedere dagli accordi sul clima stilati a Parigi nel 2015, proponiamo in esclusiva questo articolo inedito contenente informazioni che i media mainstream difficilmente vi daranno… un’informazione corretta crea una società sana![Redazione]


Imperversa il dibattito sui cambiamenti climatici

In tutto il mondo scienziati in numero sempre crescente stanno vagliando i dati ed esprimendo il proprio dissenso dalla “opinione condivisa” dell’IPCC dell’ONU che il riscaldamento globale sia provocato dalle attività umane.

Nota di Ed Ring, Direttore di EcoWorld.com: sull’argomento del cambiamento climatico abbiamo pubblicato più materiale che mai in virtù di una ragione assai semplice: il dibattito non è ancora concluso per quanto concerne la causa, la gravità finale o i rimedi inerenti; in realtà il dibattito non è mai giunto a una conclusione, laddove uno dei più madornali esempi storici di distorsione mediatica ha visto la stampa convenzionale accettare la nozione che fosse terminato oppure sorvolare sull’emarginazione di chiunque si ostinasse a darvi seguito.

Verrebbe da pensare che data la posta in gioco – la riorganizzazione integrale dei nostri sistemi politico ed economico – il dibattito sia il benvenuto, che coloro i quali lo invocano siano salutati come esempi di moderazione e buon senso invece di essere stigmatizzati come fanatici ideologizzati o imbonitori corporativi. Il fatto che si consideri presumibilmente “concluso” il dibattito riguardante qualcosa il cui rimedio comporta trasformazioni talmente radicali e repentine dovrebbe suscitare l’allarme di chiunque, almeno a parole, abbia a cuore i diritti umani, le libertà individuali, la libera impresa e una società aperta. Il concetto che chiunque metta in discussione l’allarmismo sul riscaldamento globale venga apertamente demonizzato dovrebbe preoccupare qualsiasi studioso di storia. La soluzione – controllo governativo su virtualmente qualsivoglia elemento emetta gas, fra cui CO2, che per piante e alberi è necessario per la sopravvivenza, nonché elevatissime nuove imposte (magari mascherate come meccanismi “cap and trade” [in sintesi, commercio di emissioni che superano un tetto massimo, ndt] favorevoli a Wall Street, ma il cui costo è a carico dei consumatori) – dovrebbe destare la preoccupata attenzione di chiunque tenga ad avere un governo rappresentativo e conferisca valore al concetto di proprietà privata.

Forse a essere in pericolo è il buon senso. Se la Terra si sta davvero riscaldando a causa della CO2 determinata dall’attività umana, in che modo si può intervenire? Sequestreremo 20-30 gigatonnellate di CO2 all’anno, quando con il denaro complessivo necessario a tale scopo riusciremmo a disinquinare tutti i fiumi, a bloccare il depauperamento oceanico delle risorse ittiche, a eliminare gli agenti inquinanti dell’aria e a fermare la malaria? Pur accettando le conclusioni dei modelli climatici – problematici miscugli che costituiscono l’imperativo scientifico a monte dell’allarmismo inerente all’AGW [riscaldamento globale determinato dall’attività umana] e delle conseguenti politiche – non è forse vero che dovremmo sequestrare letteralmente l’ottanta per cento della CO2 attualmente ascritta alle attività umane? Non è forse al di fuori delle nostre possibilità? Perché non attuare una riforestazione del pianeta? Perché non ripristinare le foreste di mangrovie che un tempo inibivano i flutti di marea lungo le costiere tropicali in modo che si possano rigenerare e impedire nuovamente alle tempeste stagionali di inondare le isole tropicali, e perché non impedire la distruzione delle barriere coralline e così porre termine alla sconsiderata pesca industriale in loco? Esiste una valida agenda ambientale del tutto disgiunta dall’allarme connesso al riscaldamento globale – ed esistono anche numerosi scettici che hanno comunque molto a cuore la questione ambientale.

Il senso comune ci suggerirebbe di mettere in discussione non l’agenda degli scettici, bensì quella degli allarmisti del riscaldamento globale che fanno affidamento sulla paura e su un approccio scientifico discutibile. Se esiste una “industria della negazione”, chi se ne avvantaggerà? Una manciata di gruppi di ricerca sottofinanziati? Se esiste un’agenda occulta, è assai più probabile che derivi dalla “industria dell’allarme”.
Le agenzie governative intascano maggiori introiti fiscali, le Nazioni Unite ottengono una fiumana di entrate, le compagnie assicurative riscuotono premi più elevati, i procuratori intentano un maggior numero di azioni legali, Wall Street ricava una nuova fonte di provvigioni e competenze, le corporazioni ottengono ulteriori sovvenzioni, vari attivisti, accademici, politici, consulenti professionali e organizzazioni no-profit del settore ambientalista acquisiscono una nuova fonte di finanziamento e influenza che spariglia le carte, le imprese di piccole dimensioni vengono distrutte in quanto non possono permettersi di conformarsi alle nuove norme, mentre le famiglie di ogni dove pagano costi punitivi per energia, acqua e terreno. È questo il futuro che vogliamo? Forse, se tutto questo allarmismo dell’AGW fosse vero!

Il Convegno Internazionale sui Cambiamenti Climatici del 2008 descritto nel presente servizio, tenutosi a New York City agli inizi di marzo, ha visto la presenza di alcuni fra i più credibili (nonché accreditati) partecipanti mai convenuti a un’iniziativa connessa al clima. Le loro relazioni sulla climatologia sono state disparate, come si conviene a un convegno scientifico, e i più erano “scettici”, e anche questo si addice a un evento di questa natura. Ma sebbene il rapporto lo descriva come ben coperto dai media, in realtà non è stato così. Per la maggior parte, questi ultimi lo hanno ignorato.
Il paragone adeguato non concerne il fatto che alcuni dei media abbiano o meno dato notizia di tale evento, bensì se l’evento abbia riscosso lo stesso livello di attenzione riservato al più recente comunicato stampa dell’IPCC (Intergovernmental Panel On Climate Change-Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici) delle Nazioni Unite; sotto tale profilo la copertura è risultata inesistente e, in fin troppi casi, incline a proporre una derisoria e servile caratterizzazione dell’evento come l’ultimo rantolo dei “Flat Earthers” [sostenitori della teoria che la Terra sia piatta, ndt].
Numerosi individui coscienziosi, relativamente esenti da pregiudizi, percepiscono semplicemente che la scienza del clima è superiore alle loro forze; hanno bisogno di riconoscere che tale inibizione non ha fermato coloro che riportano le notizie o i membri delle comunità politica e dello spettacolo sui cui pronunciamenti costoro hanno fatto affidamento.
E coloro i quali credono all’allarmismo dell’AGW in quanto si adatta a distorsioni preesistenti oppure promuove un’agenda politica o economica, bene, costoro tengano presente questo: la scienza – una volta rimossi la corruzione e l’opportunismo che hanno infettato gran parte della comunità scientifica per quanto concerne la questione del presunto riscaldamento globale – non ha ideologia, né scopi reconditi; è del tutto imparziale. La scienza confida nello scetticismo e in ultima analisi si fonda sulla verità.

Si riaccende il dibattito: nell’ambito del convegno sul clima gli scettici sul riscaldamento globale contestano le asserzioni sull’opinione condivisa e sostengono l’avvenuta soppressione di conclusioni scettiche sulle previsioni allarmistiche

– Marc Morano, 15 marzo 2008

Gli scienziati scettici sui timori per il clima modificato dall’attività umana, convenuti al Convegno Internazionale sui Cambiamenti Climatici del 2008 tenutosi a New York City, hanno descritto “storie di puro orrore” relative a come alcune riviste scientifiche abbiano adottato un “comportamento scandaloso e immorale” nel tentativo di impedire loro di pubblicare il proprio lavoro sulle testate riviste dai pari.
Il pionieristico convegno del 2-4 marzo, che ha visto la presenza di oltre cento oratori e la partecipazione di oltre cinquecento convenuti, è stato l’occasione per presentare il rapporto di un team di scienziati internazionali i quali hanno costituito un gruppo allo scopo di controbattere all’IPCC delle Nazioni Unite. (Nota: l’autore del presente rapporto ha partecipato attivamente al convegno.)

L’evento, che ha riscosso una rilevante attenzione da parte dei media statunitensi e internazionali, ha visto anche la partecipazione di numerosi scienziati di tutto il mondo, che hanno fatto o fanno tuttora parte dell’IPCC. Il convegno si è svolto pochi mesi dopo la pubblicazione di un eclatante Rapporto di Minoranza del Senato degli Stati Uniti, che annovera oltre 400 eminenti scienziati i quali hanno di recente contestato le asserzioni relative al riscaldamento globale causato dall’attività umana. Gli oltre quattrocento scienziati del rapporto smantellano integralmente le asserzioni secondo cui “tutti gli scienziati concordano” sul riscaldamento globale provocato dall’uomo.
Tuttavia, come ha notato il 6 marzo il reporter ambientale del New York Times Andrew Revkin:

“Come tutti sappiamo, la climatologia non è un gioco numerico (esistono pile di dichiarazioni firmate da persone provviste di titoli di studio specialistici per tutti gli ambiti della questione).”

Inoltre, un’indagine canadese condotta presso alcuni scienziati, divulgata il 6 marzo 2008, ha presentato ulteriori riscontri del fatto che il presunto “consenso” è inesistente. Un sondaggio d’opinione su oltre 51.000 scienziati presso la Association of Professional Engineers, Geologists and Geophysicists of Alberta (APEGGA) ha rilevato che il 68 per cento di costoro si trova in disaccordo con la dichiarazione secondo cui “il dibattito sulle cause scientifiche del recente cambiamento climatico è risolto”.
Secondo l’indagine, solo il 26 per cento degli scienziati ascriveva il riscaldamento globale a “attività umane quali l’impiego di combustibili fossili”.

Il direttore esecutivo dell’APEGGA Neil Windsor ha affermato: “Non siamo affatto sorpresi. Non esiste alcun palese consenso degli scienziati del quale siamo a conoscenza.”

Il trattamento riservato agli scienziati scettici

Nel corso del convegno, gli scienziati hanno messo in risalto la scarsissima tolleranza che istituzioni e riviste scientifiche hanno manifestato nei confronti dei punti di vista scettici sulla questione climatica.

“Noi [colleghi scienziati scettici] abbiamo parlato perlopiù di lavoro e di prossimi documenti, quindi abbiamo seguito il solito rituale delle lagnanze relative ai direttori delle riviste e alla ridicola trafila a cui talora siamo costretti a sottoporci per vedere pubblicati i nostri articoli. Ad ogni modo, alcuni colleghi hanno raccontato storie decisamente raccapriccianti su quanto loro accaduto allorquando hanno cercato di pubblicare documenti in cui si esaminavano punti di vista opposti a quelli del ‘consenso’; un tipo di comportamento decisamente scandaloso e immorale da parte di alcuni direttori. Ne sono rimasto sconvolto.”

Così ha scritto sul proprio blog (http://wmbriggs.com/blog/) il 4 marzo un partecipante al convegno, ovvero il Dr. William M. Briggs, statistico del clima presso il Probability and Statistics Committee dell’American Meterological Society nonché condirettore di Monthly Weather Review.

L’eminente fisico ungherese Dr. Miklys Zágoni, ex sostenitore del riscaldamento globale il quale ha di recente cambiato opinione sui timori per il clima e ora rientra nel novero degli scettici, ha presentato riscontri scientifici che confutano le crescenti paure inerenti alla CO2. Il mentore scientifico di Zágoni, lo scienziato nonché fisico dell’atmosfera ungherese Dr. Ferenc Miskolczi, si è dimesso dal proprio incarico presso la NASA in quanto disgustato dalla mancanza di libertà scientifica del suddetto ente. Miskolczi, il quale al convegno ha peraltro presentato le sue scoperte riviste dai pari, ha detto che avrebbe voluto divulgare la sua nuova ricerca che dimostrava come “le teorie sfuggite di mano relative all’effetto serra contraddicono le equazioni sul bilancio energetico”, ma sostiene che la NASA si è rifiutata di consentirglielo.

“Sfortunatamente, il mio rapporto professionale coi miei supervisori alla NASA si è deteriorato a un livello per me intollerabile. La mia idea di libertà scientifica non può coesistere con le recenti pratiche dell’ente di maneggiare i risultati scientifici relativi ai nuovi cambiamenti climatici,”

ha affermato Miskolczi secondo un articolo del 6 marzo su DailyTech.com.
Il meteorologo Joseph D’Aleo, primo direttore di meteorologia presso The Weather Channelnonché ex presidente del Committe on Weather Analysis and Forecasting dell’American Meteorological Society, ha evidenziato che numerosi suoi colleghi non hanno partecipato al convegno in quanto “temevano che la loro partecipazione potesse compromettere il loro impiego”. D’Aleo ha descritto il timore di punizioni tipico di numerosi scettici come uno “stato di cose desolante”, ma si è anche detto convinto che esista

“con tutta probabilità una maggioranza silenziosa di scienziati esperti nei campi della climatologia, meteorologia e scienze affini i quali non avallano quella che viene definita come la posizione del ‘consenso’”.

Altri scienziati hanno ripreso tali asserzioni. Lo scienziato dell’atmosfera Dr. Nathan Paldor, docente di Meteorologia Dinamica e Oceanografia Fisica presso l’Università Ebraica di Gerusalemme nonché autore di quasi 70 studi rivisti dai pari, nel dicembre 2007 ha dichiarato che gli scettici riscontrano difficoltà di gran lunga superiori nel pubblicare sulle testate riviste dai pari. Paldor (il quale non ha partecipato al convegno tenutosi a New York) nella suddetta occasione ha scritto:

“Numerosi colleghi con cui ho avuto modo di conferire condividono queste opinioni e riferiscono la preclusione verso la possibilità di pubblicare sui media pubblici o scientifici il proprio punto di vista scettico.”

Nel febbraio 2008 l’ambientalista canadese Dr. David Suzuki ha richiesto pubblicamente che i politici scettici sulla “crisi” climatica di origine umana vengano schiaffati “in prigione poiché quanto stanno facendo è un atto criminoso”.

(Vedere inoltre l’approfondito rapporto di luglio 2007, nel quale si descrive il modo in cui gli scienziati scettici hanno subito minacce e intimidazioni.)

Le critiche verso l’opinione condivisa o “consenso”

Numerosi eminenti scienziati presenti sono rimasti decisamente colpiti dal convegno sul clima tenutosi a New York.
Il meteorologo e ricercatore del fenomeno uragani Stanley B. Goldenberg del NOOA (National Oceanic and Atmospheric Administration) di Miami ha elogiato il convegno sponsorizzato dal’Heartland Institute, e ha riferito al New York Times:

“Il fatto è che questo convegno testimonia che esistono numerosi scienziati affermati, stimati e in molti casi di fama mondiale, i quali hanno condotto in vari ambiti del ‘cambiamento climatico’ accurate ricerche i cui esiti divergono recisamente da quelli dell’IPCC [dell’ONU].”

Joseph D’Aleo non ha espresso che elogi per il convegno, infatti il 4 marzo ha scritto sul suo sito web (www.IceCap.us):

“Si è trattato del migliore convegno sul clima cui abbia partecipato in trent’anni di appartenenza alle associazioni professionali. Il raduno di due giorni ha visto oltre 100 eccellenti presentazioni a opera di scienziati provenienti da Australia, Canada, Inghilterra, Francia, Ungheria, Nuova Zelanda, Polonia, Russia, Svezia e, naturalmente, Stati Uniti.”

La spesso ripetuta nozione di “centinaia” o addirittura “migliaia” di scienziati allineati con l’ONU nell’approvazione di un unico “consenso” non regge a un esame accurato. Di tutti gli scienziati associati all’ONU, solo 52 hanno partecipato all’UN IPCC Summary for Policymakers, che ha dovuto attenersi ai dettami dei delegati e leader politici dell’ONU secondo una procedura descritta come più somigliante a uno scontro sui principi programmatici di una riunione di partito che a un procedimento scientifico.
Numerosi attuali ed ex scienziati ONU non condividono l’IPCC Summary for Policymakers e molti di essi hanno partecipato al convegno degli scettici sul clima tenutosi a New York. Inoltre, le cosiddette dichiarazioni di “consenso” di gruppi scientifici quali la National Academy of Sciences, l’American Meteorological Society e l’American Geophysical Union sono votate da all’incirca due dozzine di membri dei vari consigli direttivi, senza coinvolgimento diretto degli scienziati della ‘base’ nelle votazioni stesse.
D’Aleo ha affrontato la questione delle lamentele di alcuni giornalisti dei media convenzionali i quali hanno evidenziato che il convegno sul clima non ha prodotto una comunicazione scientifica convergente ma, al contrario, ha postulato molteplici spiegazioni del cambiamento climatico. D’Aleo ha scritto:

“Vi erano opinioni diverse, come si conviene in ambito scientifico, e tutte sono state rispettate. Non c’erano né il pensiero di gruppo né il modo di pensare stagnante che riscontriamo in occasione di altri cosiddetti convegni sul clima.”

Per quale motivo i media dovrebbero aspettarsi una comunicazione scientifica uniforme da un grande convegno sul clima? A quanto pare ai giornalisti andrebbe ricordato che l’evento insolito è l’IPCC dell’ONU (in fin dei conti, si tratta del Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici) e non il convegno sul clima tenutosi a marzo a New York City. D’altronde è pur vero che il convegno degli scettici ha presentato un assortimento di posizioni scientifiche, tuttavia i giornalisti non dovrebbero sorprendersi per tale diversità di vedute. Al contrario, il quesito che costoro dovrebbero porsi è il seguente: come mai i fenomeni climatici sostenuti dall’IPCC dell’ONU sono caratterizzati da una tale conformità e mancanza di dissenso? Molti giornalisti sono talmente abituati a presenziare agli incontri virtualmente già forniti di copione dell’UN IPCC Summary for Policymakers, incontri che raggiungono un “consenso” predeterminato secondo cui è l’umanità a pilotare la crisi climatica.

La copertura del convegno da parte dei media

Il convegno sul clima ha guadagnato l’attenzione di numerosi esponenti dei media, fra cui New York Times, BBC, Washington Post, ABC News, Associated Press, Reuters, China Post, CNSNews.com, CNN, Sun di New York, Fox News, Times of India, Ceske Noviny della Cecoslovacchia, Investor’s Business Daily, Financial Post del Canada, United Press International, WorldNetDaily.com e Wall Street Journal.

Parte della copertura mediatica convenzionale ha ben presto toccato il fondo. Ad esempio consultate il rapporto NewBusters in cui Miles O’Brien della CNN accusa gli scienziati del convegno di essere dei “Flat Earthers”. Altri media, fra cui il New York Times, hanno presentato una cronaca onesta. Nonostante gli sforzi di numerosi esponenti dei media di irridere il raduno, il fatto che giornalisti quali Miles O’Brien della CNN e Bill Blakemore di ABC News siano intervenuti, viste e considerate le loro passate cronache sugli argomenti climatici, per il convegno ha rappresentato una mezza vittoria.
Inoltre, nel corso del convegno il Business and Media Institute (BMI) ha presentato il proprio esauriente studio che evidenzia il modo in cui i notiziari riferiscono del riscaldamento globale. Lo studio dal titolo “Global Warming Censored” ha rilevato che i notiziari televisivi via cavo mettono a tacere il dibattito e fanno affidamento su “politici, star del rock e comuni cittadini per i servizi scientifici”. BMI ha peraltro espresso critiche sulla copertura mediatica dei notiziari relativa al Convegno Internazionale sui Cambiamenti Climatici. WorldNetDaily.com ha fatto altrettanto con un servizio dal titolo “Mainstream media’s mockery”. American Thinker è intervenuto autorevolmente con un resoconto assai esauriente dal convegno.

(Nota: per un campione della copertura mediatica, vedere la parte due del presente rapporto [disponibile tramite la pagina web citata in calce all’articolo].)

Smascherati i miti fondanti

Uno degli articoli più incisivi sul convegno è stato quello di John Tierney del New York Times(6 marzo), il quale ha messo in evidenza l’erronea nozione che i finanziamenti del “settore industriale” alimentino lo scetticismo in materia di clima. Tierney ha scritto:

“I critici ritengono davvero che vi siano da guadagnare più denaro e più gloria mettendo in dubbio il riscaldamento globale piuttosto che adeguandosi alle tesi della maggioranza? Pongo tale quesito non perché io metta in discussione l’integrità e la competenza dei ricercatori e dei gruppi ambientalisti che stanno ottenendo miliardi di dollari da enti governativi, corporazioni, fondazioni e privati cittadini preoccupati per il cambiamento climatico.”

Un rapporto dell’agosto 2007 esaminava in che modo i sostenitori del riscaldamento globale provocato dall’attività umana godono quanto a finanziamenti di un monumentale vantaggio rispetto agli scienziati scettici. Tierney ha citato una dichiarazione di Joseph Bast, presidente di Heartland:

“Le donazioni da parte di società del settore energetico non hanno mai superato il cinque per cento del nostro budget in qualsivoglia anno, né esiste alcuno sponsor corporativo che finanzi una qualsiasi parte di questo convegno.”

Tierney ha inoltre evidenziato il fatto che le cosiddette “soluzioni” al riscaldamento globale rappresentano per molti un modo di far soldi; ha scritto:

“A Washington il sistema cap-and-trade [in sintesi, commercio di emissioni che superano un tetto massimo, ndt] per ridurre le emissioni di anidride carbonica (del tipo criticato nel corso del convegno tenutosi questa settimana) è popolare – in misura non irrilevante – a causa dei membri delle lobby corporative che intravedono l’opportunità di far soldi grazie ai crediti di anidride carbonica”, quindi ha aggiunto che “fra l’altro vi sono consistenti fondi da distribuire a ricercatori che studiano il cambiamento climatico e le nuove tecnologie energetiche”.

Visioni diversificate, dissenso crescente

Il convegno degli scienziati dissenzienti di New York City si è tenuto dopo che in molti avevano dichiarato il 2007 come “l’apice” dell’allarmismo climatico e vi avevano fatto riferimento come all’anno in cui i timori concernenti il riscaldamento globale causato dall’attività umana avevano “morso la polvere” in quanto numerosi studi rivisti dai pari contraddicevano le paure per la CO2 in ascesa. Al convegno hanno preso parte molti degli oltre 400 scienziati annoverati nel Rapporto di Minoranza del Senato degli Stati Uniti del dicembre 2007.

Gli scienziati scettici hanno presentato sul cambiamento climatico visioni diversificate, tuttavia in linea generale si sono ritrovati attorno a vari punti chiave:

  1. attualmente la Terra rientra agevolmente all’interno della variabilità climatica naturale;
  2. quasi tutti i timori concernenti il clima sono indotti da non comprovate previsioni realizzate su modello al computer;
  3. numerosi studi rivisti dai pari continuano a sconfessare le paure per la CO2 in ascesa; e
  4. il “consenso” è stato costruito per scopi politici e non scientifici.

In nazioni quali Germania, Brasile, Olanda, Russia, Argentina, Nuova Zelanda, Portogallo e Francia, gruppi di scienziati si sono di recente pronunciati pubblicamente per contrastare e sfatare i timori concernenti il cambiamento climatico causato dall’uomo. Inoltre numerosi scienziati, peraltro convinti ambientalisti, ritengono che la promozione della paura per il clima abbia “cooptato” e “dirottato” il movimento dei verdi.

Il film dell’ex vicepresidente degli USA Al Gore dal titolo Una scomoda verità e i rapporti dell’IPCC dell’ONU hanno spinto numerosi scienziati scettici a pronunciarsi pubblicamente e a unirsi al crescente gruppo della ‘resistenza’. Nel maggio 2007 il climatologo Robert Durrenberger, già presidente della American Association of State Climatologists, ha dichiarato:

“Al Gore mi ha riportato alla lotta e mi ha spinto a condurre rinnovate ricerche in ambito climatologico. Quindi, in virtù di tutte le informazioni erronee sul cambiamento climatico propinate da Al Gore e dal suo esercito, ho deciso che i ‘veri’ climatologi dovrebbero tentare di aiutare il pubblico a comprendere la natura del problema.”

A partire dalla divulgazione del Rapporto di Minoranza del Senato degli Stati Uniti in data 20 dicembre 2007, in cui si esaminano i punti di vista di centinaia di scettici, esiste un flusso costante di scienziati da tutto il mondo i quali continuano a dichiararsi dissenzienti rispetto alla presunta “crisi climatica”.

A pochi giorni dall’inizio del convegno sul clima, la D.ssa Joanne Simpson, prima donna a conseguire un dottorato in meteorologia, ha dichiarato il proprio “scetticismo” a riguardo del catastrofico riscaldamento causato dall’uomo. In una lettera aperta postata il 27 febbraio 2008 dall’ex climatologo dello stato del Colorado Roger Pielke, Sr., il quale ha descritto la D.ssa Simpson come una “dei più eminenti scienziati degli ultimi cent’anni”, la studiosa, già in forza alla NASA nonché autrice di oltre 190 studi, ha scritto:

“Dato che non sono più affiliata ad alcuna organizzazione e non ricevo finanziamenti di alcun tipo, posso parlare in tutta franchezza”, spiegando che “il principale fondamento dell’asserzione secondo cui il rilascio di gas serra da parte dell’uomo è la causa del riscaldamento si basa pressoché interamente su modelli climatici. Tutti noi conosciamo la fragilità dei modelli riguardanti il sistema aria-superficie, basta guardare le previsioni del tempo. Come scienziata resto scettica.”

Scienziati scettici in costante aumento

Il 28 febbraio William F. McClenney, geologo professionale autorizzato della California nonché ex revisore ambientale abilitato nel Victoria, Australia, ha annunciato di aver modificato radicalmente il proprio punto di vista sul riscaldamento globale provocato dall’uomo. Ora McClenney afferma di “aver fatto i conti e compreso che non è proprio possibile conseguire il riscaldamento globale con la CO2”, quindi va a ingrossare le fila degli altri scienziati che di recente hanno cambiato posizione – da sostenitori a scettici – dei timori inerenti al cambiamento climatico antropogenico.
Il geologo Dr. Don Easterbrook, professore emerito di Geologia presso la Western Washington University, autore di otto libri e 150 pubblicazioni su riviste, ha annunciato di “giocarsi la reputazione” con la previsione di un raffreddamento globale. Il 1° marzo 2008 il Dr. Easterbrook ha scritto:

“La media ricavata dai quattro principali metodi di misurazione della temperatura risulta leggermente più fredda a partire dal 2002 (fatta eccezione per la breve parentesi di El Niño) e con un raffreddamento da record quest’inverno. L’argomentazione secondo cui si tratta di un arco di tempo troppo breve per essere significativo sarebbe valida se non fosse per il fatto che tale raffreddamento si adatta alla perfezione allo schema periodico dei cicli caldo/freddo nel corso degli ultimi 400 anni.”

Lo scienziato dell’atmosfera Dr. Art V. Douglas, fino a non molto tempo fa presidente del Dipartimento Scienze dell’Atmosfera della Creighton University di Omaha, Nebraska, nonché autore di numerosi documenti per pubblicazioni riviste dai pari, nel febbraio 2008 ha annunciato pubblicamente il proprio dissenso rispetto ai timori inerenti al cambiamento climatico causato dall’uomo, affermando:

“Quale che sia il tempo atmosferico, non è determinato dal riscaldamento globale.”

Il fisico dell’atmosfera James A. Peden, già in forza allo Space Research Center di Pittsburgh nonché membro fondatore dell’American Society for Mass Spectrometry, ha annunciato il proprio scetticismo in data 18 febbraio 2008, scrivendo:

“Mi dispiace, gente, ma non accettiamo affatto l’Isteria Globale. Siamo ferrati in fisica dell’atmosfera e molte asserzioni sono risultate quantomai ambigue sin dall’inizio.”

Nel gennaio 2008 lo scienziato ambientale portoghese Professor Delgado Domingos, fondatore e direttore del gruppo Numerical Weather Forecast, ha annunciato pubblicamente di considerare i timori climatici connessi alla CO2 una “pericolosa insensatezza”. Domingos, in pensione dal 2006, ha pubblicato oltre 150 articoli nei settori di ricerca inerenti a termodinamica, metodi numerici in meccanica dei fluidi e previsioni meteorologiche. Domingos ha detto:

“Vi sono cambiamenti climatici misurabili ma al contempo anche una manipolazione nel ridurre tutto alla CO2 ed equivalenti. Il principale gas che provoca l’effetto serra è il vapore acqueo. L’attuale allarme sul cambiamento climatico è uno strumento di controllo sociale, un pretesto per fare ulteriori affari nonché una battaglia politica; è arrivato sulla scena in forma di ideologia, il che è inquietante.”

Nel gennaio 2008 il docente di Fisica Dr. Frederick Wolf, del Keene State College del New Hampshire, si è anch’egli dichiarato scettico sui timori per il clima modificato dall’attività dell’uomo. Wolf insegna meteorologia e climatologia da 25 anni e ha in programma di prendersi un anno sabbatico per dedicarsi a un progetto inerente al riscaldamento globale. Secondo le sue parole:

“Svariate cose hanno contribuito al mio scetticismo sul riscaldamento globale in quanto provocato da cause umane. Sappiamo tutti che l’atmosfera è un sistema assai complesso. Sono sbalordito dal numero di colleghi del settore scientifico naturalmente scettici sulla conclusione del riscaldamento indotto dall’uomo.”

Querimonie per l’uso del termine “consenso”

Il numero di scienziati che ora dissentono dal punto di vista di Gore e dell’ONU è divenuto così soverchiante che i promotori dei timori per il clima antropogenico ora lamentano l’uso – o abuso – del termine “consenso” nel dibattito pubblico sul riscaldamento globale.

In un commento su Salon.com in data 27 febbraio 2008, Joseph Romm di Climate Progress ha scritto:

“Sono fermamente convinto che la comunità scientifica, i progressisti, gli ambientalisti e i media stiano commettendo un grave errore nell’utilizzare il termine ‘consenso’ per descrivere…impatti [del cambiamento climatico].

(Nota: nonostante il dissenso scientifico in ascesa e il crescente numero di studi rivisti dai pari che sconfessano i timori per la CO2, onde promuovere i timori per il clima modificato dall’uomo Romm ora propugna di abbandonare il termine “consenso” a favore di uno più forte.)

Inoltre, dopo la divulgazione, nel dicembre 2007, del rapporto senatoriale di 400 scienziati, almeno uno scienziato ha valutato pubblicamente la possibilità di riconsiderare il proprio punto di vista sui timori per il clima modificato dall’uomo. Il 27 dicembre 2007 lo scienziato dell’ambiente Professor Rami Zurayk, in forza all’American University di Beirut, ha scritto:

“[Il rapporto] mi ha dato da pensare: sono uno scienziato dell’ambiente, tuttavia non ho mai avuto il tempo di esaminare i ‘riscontri’ delle cause antropiche del riscaldamento globale. Quando, a Beirut, in occasione del mio discorso di apertura per il lancio del Global Environment Outlook-4 dell’UNEP [United Nations Environment Programme], ho affermato che ‘esistono ora prove incontrovertibili che il cambiamento climatico è in atto…’, stavo leggendo una dichiarazione preparata dall’UNEP. Forse si tratta di scienza basata sulla fiducia, ma chi ha il tempo di riesaminare tutti i riscontri? Continuerò ad agire basandomi sul cambiamento climatico antropico, tuttavia devo davvero dedicare più tempo alla questione.”

A governare il clima è la natura, non l’attività umana

Il Convegno Internazionale sul Cambiamento Climatico dell’Heartland Institute è stato organizzato grazie allo slancio di un crescente numero di scettici mentre si dava risalto al nuovo rapporto di un team di scienziati internazionali i quali hanno costituito un gruppo allo scopo di controbattere all’IPCC dell’ONU: il “Nongovernmental International Panel of Climate Change” (NIPCC-Comitato Internazionale Nongovernativo sui Cambiamenti Climatici). Il rapporto stilato dagli scienziati scettici recava l’intestazione

“A governare il clima è la natura, non l’attività umana”.

Le scoperte fondamentali del rapporto dell’NIPCC sono state: (1) il cambiamento climatico è in massima parte determinato da forze naturali; (2) il contributo umano non è rilevante; (3) causa principale del cambiamento climatico sono i cambiamenti dell’attività solare.
Lo scienziato del clima Dr. S. Fred Singer, ex direttore dell’US Weather Satellite Service nonché ex presidente dell’US National Advisory Committee on Oceans and Atmosphere, in occasione del convegno ha dichiarato che l’IPCC

“ha scelto di ignorare questi fatti, poiché erano in conflitto con la conclusione che il riscaldamento globale è antropogenico [causato dall’uomo]”.

Nessuna crisi globale

Il convegno tenutosi a New York, che ha visto la presenza di centinaia di esperti di clima provenienti da ogni parte del mondo, il 4 marzo ha diramato la “Manhattan Declaration” sul riscaldamento globale indotto dall’uomo. Ne proponiamo alcuni passi:

  • non esistono riscontri convincenti del fatto che le emissioni di CO2 derivanti dalle moderne attività umane [abbiano provocato] in passato, [stiano provocando] ora o provocheranno in futuro un cambiamento climatico catastrofico”;
  • i tentativi dei governi volti a imporre tasse e onerosi regolamenti all’industria e ai singoli cittadini con lo scopo di ridurre le emissioni di CO2 limiteranno inutilmente la prosperità dell’Occidente e il progresso delle nazioni in via di sviluppo senza influire sul clima”; e
  • il cambiamento climatico provocato dall’uomo non costituisce una crisi globale”.

La dichiarazione ha messo in chiaro che “le controversie scientifiche andrebbero affrontate ricorrendo esclusivamente al metodo scientifico”.

“Warming Island” non è una gran novità

L’ex climatologo dello stato della Virginia Dr. Patrick Michaels ha preso la parola al convegno e ha sfatato i timori inerenti a un discioglimento senza precedenti della Groenlandia. Michaels ha fatto notare il recente risalto dato dai media alla “scoperta”, per l’appunto in Groenlandia, di una “nuova” isola creata dai ghiacciai in discioglimento, denominata “Warming Island”. Ha schernito l’asserzione secondo cui l’isola sarebbe “nuova” citando un libro del 1957, Arctic Riviera dell’esploratore svizzero Ernst Hofer, che riportava un’illustrazione raffigurante chiaramente la medesima isola nei primi anni Cinquanta. Michaels ha fatto presente che negli anni Trenta e Quaranta le temperature della Groenlandia erano le stesse – o più elevate – di quelle odierne.

 

Un campionamento delle citazioni più salienti degli scienziati presenti al Convegno Internazionale sul Cambiamento Climatico del 2008

• Dr. Paul Reiter, scienziato del Pasteur Institute di Parigi, il quale ha rassegnato le dimissioni dall’IPCC-ONU in segno di protesta:

“Per quanto [riguarda il fatto che] la scienza venga ‘risolta’, lo ritengo un’indecenza. Il problema è che la scienza viene distorta da individui che non sono scienziati.”

Vincent Gray, scienziato neozelandese dell’IPCC-ONU:

“Questo convegno dimostra che il dibattito [scientifico] non è concluso. Il clima non è influenzato dall’anidride carbonica.”

Dr. Timothy Ball, climatologo canadese:

“Ammesso che stiamo affrontando [una crisi], ritengo che ci stiamo preparando a un riscaldamento quando sembra che si verifichi il fenomeno inverso. Ci stiamo preparando per la cosa sbagliata.”

Dr. Craig Loehle, ricercatore in ambito climatico, già in forza ai Department of Energy Laboratories e attualmente distaccato presso il National Council for Air and Stream Improvements, ha pubblicato oltre un centinaio di documenti rivisti dai pari:

“La tendenza [della temperatura] sui 2000 anni non è uniforme, quindi un periodo di riscaldamento non è inaudito… [Il] ciclo [della temperatura] di 1500 anni proposto da [S. Fred] Singer e [Dennis] Avery è coerente con la ricostruzione del clima di Loehle… [Il] ciclo di 1500 anni implica che il recente riscaldamento fa parte di una tendenza naturale.”

Dr. William Gray, esperto di uragani nonché meteorologo:

“Là fuori ci sono molti scettici, negli Stati Uniti e nel mondo. [Il riscaldamento globale] è stato gonfiato in modo pazzesco; gran parte del cambiamento climatico di cui siamo stati testimoni è ampiamente dovuto a fattori naturali. Ritengo che stiamo facendo ai nostri figli un terribile lavaggio del cervello.”

Piers Corbyn, astrofisico britannico [fratello dell’attuale leader del Partito Laburista britannico, Jeremy Corbyn, ndr] :

“Non esistono riscontri del fatto che la CO2 abbia mai pilotato o mai piloterà le temperature e il cambiamento climatico del pianeta. Di conseguenza preoccuparsi della CO2 è irrilevante. Secondo le nostre previsioni le temperature a livello mondiale continueranno a diminuire fino al 2014 e probabilmente seguiranno tale tendenza anche dopo quella data.”

John Coleman, meteorologo nonché fondatore di Weather Channel:

“Dopo un cospicuo lavoro seri scienziati e seri studiosi del riscaldamento globale hanno tratto la conclusione che la nozione secondo cui ci troveremo ad affrontare un catastrofico riscaldamento globale ha scarso fondamento.”

Dr. Benny Peiser, Facoltà di Scienze della John Moores University di Liverpool, UK:

“[Gli accordi cap-and-trade nel contesto del riscaldamento globale hanno] arrecato grave danno in Europa. Non funzionano, né mai funzioneranno. Non avranno alcun effetto sul clima, [non] solo quello di una maggiore disoccupazione nel nostro continente. Se ciò aiuta il clima, forse è questa la soluzione.”

Ferenc Miskolczi, fisico dell’atmosfera già in forza al Langley Research Center della NASA:

“Il clamoroso effetto serra è impossibile sotto il profilo fisico… Il riscaldamento globale osservato non ha alcun legame diretto con l’effetto serra; deve essere connesso ai cambiamenti della radiazione solare totale assorbita o del calore dissipato da altre fonti naturali o antropogeniche di energia termica.”

Art Thorn, meteorologo:

“Al mondo vi sono migliaia di scienziati convinti che la questione non sia affatto risolta. Il clima non è influenzato dall’anidride carbonica.”

Dr. Gerd-Rainer Weber, meteorologo tedesco:

“Nel complesso le visioni oltranziste sul cambiamento climatico sono prive – o quasi – di un fondamento scientifico. Forse il loro fondamento razionale è la volontà di cercare di imporre un’azione politica sul riscaldamento globale.”

Dr. Howard Hayden, professore emerito di Fisica presso la University of Connecticut:

“Le fluttuazioni di temperatura della Terra sono causate da fenomeni astronomici. Gli effetti combinati di tutti i ‘gas serra’, cambiamenti di albedo e altre modificazioni della Terra rendono conto di variazioni pari a non più di circa 3 gradi centigradi durante le transizioni fra ere glaciali e interglaciali.”

Dr. William M. Briggs, statistico del clima presso il Probability and Statistics Committee dell’American Meteorological Society nonché condirettore di Monthly Weather Review:

“Sono fermamente convinto che le frequenti e stridenti asserzioni inerenti a catastrofi provocate dal riscaldamento globale causato dall’uomo siano espresse con un grado di certezza non giustificato dai dati… Vi sono troppe persone fin troppo sicure di troppe cose. Questo è il semplice messaggio del convegno dell’Heartland Institute; mi auguro che venga recepito.”

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su NEXUS New Times n.80, Giugno – Luglio 2009

L’autore:

Marc Morano è stato direttore delle comunicazioni per i Repubblicani presso la Commissione Ambiente e Lavori Pubblici del Senato. Ha iniziato a svolgere tale incarico sotto il senatore James Inhofe, presidente di maggioranza della commissione sino a gennaio 2007 e poi importante membro della minoranza. A dicembre 2006 Morano ha inaugurato un blog sul sito web della commissione, che propugna ampiamente le vedute degli scettici sul cambiamento climatico: http://www.climatedepot.com/.
Marc è contattabile presso Marc_Morano@EPW.Senate.Gov.

Note del Direttore:

A causa di problemi di spazio, non ci è possibile includere le note coi link relativi al presente articolo. Per accedervi, consultare http://ecoworld:com/features/2008/03/15/the-debate-goes-on/ e cliccare sui link.

TRATTO DA: http://www.nexusedizioni.it/it/CT/clima-cosa-ne-pensano-davvero-gli-scienziati-5543

L’Italia vuole proteggere le coste dalle trivelle? Deve pagare un risarcimento alle Multinazionali. Un altro capolavoro di Renzi, quello che ieri, dopo il fallimento del Referendum sulle Trivelle ci fece “CIAONE”, ma che oggi ci prende per i fondelli con la pagliacciata della fiaccolata per l’ambiente!

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L’Italia vuole proteggere le coste dalle trivelle? Deve pagare un risarcimento alle Multinazionali. Un altro capolavoro di Renzi, quello che ieri, dopo il fallimento del Referendum sulle Trivelle ci fece “CIAONE”, ma che oggi ci prende per i fondelli con la pagliacciata della fiaccolata per l’ambiente!

 

L’Italia trascinata in tribunale da una multinazionale del petrolio e chiamata a pagare milioni di euro di risarcimento danni. Perché? A seguito del divieto di trivellazione a meno di venti km dalla costa.

È stata una compagnia petrolifera britannica, la Rockhopper Exploration, a chiamare il nostro Paese dinanzi ad una corte di arbitrato internazionale. La “colpa” sarebbe aver tentato di salvaguardare la nostra linea di costa. La multinazionale ha infatti richiesto agli arbitri il versamento di un cospicuo risarcimento danni da parte dell’Italia.

La compagnia contesta al nostro Paese il divieto di intraprendere nuove attività di esplorazione e perforazione entro le 12 miglia nautiche. Un limite approvato in Parlamento nel gennaio 2016. Tale divieto infatti intaccherebbe i futuri guadagni della compagnia e, pertanto, la multinazionale richiede un risarcimento danni.

Cerchiamo di capire i contorni della vicenda.

L’autorizzazione allo sfruttamento del sottosuolo

La pretesa della Rockhopper si fonda su alcune autorizzazioni ottenute nel 2015, allo scopo di sfruttare un deposito sottomarino. Un giacimento situato a circa 10 chilometri al largo della costa abruzzese nel mare Adriatico. Secondo le stime, tale deposito contiene 40 milioni di barili di petrolio e 184 milioni di metri cubici di gas. Tale concessione però, a seguito del divieto approvato nel gennaio 2016, è stata negata nel febbraio successivo. Una decisione che, secondo la compagnia, “viola il Trattato della Carta europea dell’Energia” del 1998.

Pertanto, Rockhopper ha deciso di rifarsi sull’Italia per il “grave danno economico” subito. Ma non si limita a chiedere un risarcimento danni che copra il solo capitale già investito. Insiste nel ricevere anche gli utili futuri e potenziali che aveva stimato di realizzare.

L’Italia aggira il divieto

Probabilmente proprio per scongiurare ripercussioni di questo tipo, il governo ha approvato un decreto ministeriale per aggirare il divieto. Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il mese scorso, il provvedimento autorizza le compagnie petrolifere a portare a termine un programma di sviluppo messo a punto quando ha ottenuto una concessione. In questo modo, i progetti precedenti al divieto del gennaio 2016, sarebbero comunque validi. Non solo. Il decreto autorizza le aziende anche a modificare tali progetti. Il che vuol dire, consentire di fatto la costruzione di nuovi pozzi e nuove piattaforme. Anche entro le 12 miglia marine.

Come spiegano gli esponenti del Coordinamento No Triv al ilfattoquotidiano.itper titoli già rilasciati le compagnie potranno presentare e farsi autorizzare una qualsiasi ‘variante’ al programma originario di lavoro, che preveda la perforazione di nuovi pozzi sempre entro le 12 miglia marine dalle linee di costa e fino alla fine del ciclo di vita del giacimento“.

Fioccano i risarcimento danni in Europa

Il problema non è solo italiano. E la Rockhopper non è l’unica multinazionale del petrolio e del gas a fare una richiesta di risarcimento danni di questo genere. Sta diventando molto comune nei Paesi che tentano, attraverso la legge, di rafforzare tutela dell’ambiente e salute dei lavoratori. Un esempio: la compagnia energetica svedese Vattenfall che ha fatto una richiesta di risarcimento danni alla Germania di ben 3,7 miliardi di euro, a seguito della sua decisione di abbandonare il nucleare.

Uguale richiesta anche da parte della società canadese Lone Pine Resources, che pretende dal Canada 250 milioni di dollari, in seguito al blocco imposto alle ricerche, dal Quebec nella Valle del San Lawrence. Senza contare, che in molti temono che a seguito del Ceta, l’accordo di libero scambio tra  Canada e Unione Europea, appoggiato in Francia da François Hollande, possa in futuro causare nuove citazioni in giudizio a causa delle norme ambientali.

 

fonte: https://www.ambientebio.it/ambiente/italia-risarcimento-danni-petrolio/

In prima linea a difendere il clima? Svezia, Germania e Francia …Italia? Non pervenuta!

 

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In prima linea a difendere il clima? Svezia, Germania e Francia …Italia? Non pervenuta!

In prima linea a difendere il clima? Svezia, Germania e Francia

«Gli accordi di Parigi non sono rinegoziabili». Hanno risposto così, in una dichiarazione congiunta, Italia, Germania e Francia all’annuncio del presidente Donald Trump di voler ritirare gli Stati Uniti dall’intesa sul clima siglata a fine 2015. Ma, dichiarazioni a parte, cosa stanno facendo i governi europei per contrastare il riscaldamento globale?

Intanto, va detto che l’Europa è il continente che più degli altri si sta impegnando per ridurre le emissioni di gas serra. Anche nel 2016, a livello continentale, la quantità di CO2  emessa in atmosfera si è ridotta dello 0,4%. Sebbene con risultati diversi a livello di singolo Paese: la Bulgaria le ha tagliate del 7%, la Finlandia le ha viste crescere di oltre l’8%.

I governi europei stanno in questi mesi discutendo dello Effort Sharing Regulation. Ovvero di un accordo che vincolerà le politiche ambientali dal 2021 al 2030. E che fa seguito a quello attualmente in vigore, che andrà a scadenza nel 2020. Sulla base di questa nuova intesa, i Paesi membri dell’Unione si impegneranno a ridurre le emissioni di gas serra del 30%, rispetto a quelle del 2005, appunto entro il 2030.

Nell’ambito di questo dibattito, nel marzo scorso due organizzazioni non profit come Transport&Environment e Carbon market watch hanno rilasciato lo EU Climate leader board. Un rapporto nel quale vengono valutati cinque indicatori, che misurano l’atteggiamento dei governi dei 27 Paesi coinvolti rispetto alle tematiche in discussione. A ciascuno di questi indicatori viene assegnato un punteggio. Il totale massimo raggiungibile è di 100. E la nazione che si comporta meglio, cioè la Svezia, arriva appena a 67. L’Italia, invece, è in fondo alla classifica.

fonte: http://www.infodata.ilsole24ore.com/2017/06/05/linea-difendere-clima-svezia-germania-francia/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

L’inquinamento? Fa più morti della seconda guerra mondiale. Ma sembra che a nessuno interessi!

 

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L’inquinamento? Fa più morti della seconda guerra mondiale. Ma sembra che a nessuno interessi!

Più morti che in guerra

E’ una guerra invisibile, con tre nemici. Ma ne combattiamosolo uno. E debolmente.

E’ una guerra vigliacca, colpisce più i bambini che gli adulti. E fa più morti in Italia della seconda guerra mondiale.

E’ una guerra che abbiamo sempre perso, e che abbiamo deciso di perdere ancora. 

La propaganda la chiama “inquinamento“, ma il suo vero nome è un altro.

Da aspoitalia.wordpress.com

Di Dario Faccini

OSPEDALI E FUNERALI

Nella seconda guerra mondiale in Italia, in cinque anni e mezzo, sono morti per cause dirette e indirette, 291.376 militari e 153.147 civili [1]. In totale sono 444.000 morti.

Ora in Italia, ogni anno, muoiono prematuramente perinquinamento dell’aria 87.ooo persone [2]. Quindi in cinque anni e mezzo (teniamo lo stesso periodo della seconda guerra mondiale per avere un confronto omogeneo) sono 478.000 morti.

Come se non bastassero i morti, ci sono poi i “feriti“. In effetti le morti premature sono solo la punta dell’iceberg di un problema che devasta il Sistema Sanitario Nazionale.

piramide-esternalita

Uno studio italiano del 2016 ha mostrato come l’incidenza delle malattie respiratorie siano più che raddoppiate in 25 anni (dal 1985 al 2011) [3]:

  • Attacchi d’asma +110%
  • Rinite allergica +130%
  • Espettorato frequente +118%
  • Broncopneumopatia cronica ostruttiva(BPCO) +220%

I bambini sono particolarmente esposti all’inquinamento dell’aria[4]:

  • innanzitutto la loro velocità di respirazione è 2/3 volte quella di un adulto;
  • poi lo strato cellulare che ricopre le loro vie respiratorie è più permeabile agli inquinanti, rispetto quello di un adulto;
  • le ridotte dimensioni delle vie respiratorie aumenta la probabilità di ostruzione a seguito di infezioni;
  • il loro sistema immunitario non è ancora sviluppato, ciò aumenta il rischio di infezioni respiratorie e diminuisce la capacità di contrastarle.

Come tutte le guerre, anche questa ha un costo, ma è negativo, cioè non spendiamo nel combatterla, ma nel perderla. Ogni cinque anni e mezzo, la spesa sostenuta per i costi sanitari (ospedalizzazioni, giornate perse di lavoro, visite, esami e cure) arriva a 530 miliardi di euro [5]. Per dare un’idea, è più della ricchezza prodotta in un anno dalla Lombardia e Veneto (le due regioni più ricche), ed equivale annualmente a quasi il 5% del PIL nazionale. In realtà, per come si calcola il PILe la ricchezza di uno stato, è più corretto dire che grazie a questa spesa il nostro PIL è gonfiato di un 5%.

 ENTRIAMO NEL PARTICOLATO

Vediamo di capire cosa è successo nei giorni scorsi.

Semplificando, l’inquinamento dell’aria è riconducibile principalmente alle polveri sottili, PM2,5, responsabili di oltre il 70% dei morti, e agli ossidi di azoto, che uccidono un altro 20%. [6]

Il PM2,5 è composto da minuscole particelle “respirabili” che rimangono in sospensione nell’aria e riescono a giungere sin dentro ai polmoni e da qui nel sangue.

polveri-sottili

Le particelle, chiamate anche particolato, possono avere l’origine più diversa e trasportare altri inquinanti molto pericolosi, come il Benzopirene. Per questo, indipendentemente dall’origine, le PM2,5 sono classificate come cancerogene.

Il particolato [7] per lo più è prodotto in due modi:

  1. direttamente da tutte le combustioni (particolato primario)
  2. in inverno, a partire da altri inquinanti gassosi, soprattutto i composti azotati (ossidi di azoto e ammoniaca), quando le condizioni meteo trasformano l’aria inquinata in un vero e propriolaboratorio chimico-fisico (particolato secondario).

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In inverno, le condizioni meteo (freddo, assenza di vento) possono portare alla concentrazione rapida del particolato nelle pianure e nei fondovalle. L’ultimoeclatante episodio è capitato solo pochi giorni fa ed ha investito l’intera Pianura Padana, con valori delle PM2,5 ben al di sopra degli 80 ug/m3 (il limite medio annuo è 25).

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Concentrazioni di PM2,5 il giorno 31-1-2017 in Lombardia e Emilia Romagna. Fonte: Arpa Lombardia eArpa Emilia Romagna.

 

L’evento è capitato a grande velocità: sono bastati solo tre giorni. Segno questo che la produzione di inquinantiin Pianura Padana è troppo elevata per il ricambio e la diluizione dell’aria garantita dalle condizioni meteo e morfologiche della grande vallata.

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Impennata delle concentrazioni di PM2,5 alla periferia della città di Cremona a fine gennaio 2017.

 

SORPRESI DAL NEMICO ALLE SPALLE

Facciamo un gioco con i colori. Scopriamo in Italia chi produce i principali tre inquinanti: PM2,5, Ossidi di Azoto e Ammoniaca.

Legenda fondamentali

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(cliccare per ingrandire) Ripartizione per settore di produzione, dei tre principali inquinanti dell’aria nel 2013, su base nazionale. Il traffico veicolare è calcolato su modelli reali di utilizzo, include quello leggero e quello pesante, l’usura dei pneumatici ma non quella dell’asfalto. Fonte: ASPOItalia, Inquinamento: tutti i banditi e i mandanti.

 

Si scoprono tre cosette interessanti:

  1. La prima sorpresa sono le biomasse (legna e pellet) per riscaldamento che producono il 60% delle PM2,5, sono di gran lunga la principale fonte di particolato primario;
  2. meno sorprendentemente, il traffico veicolare è il principale produttore degli ossidi di azoto, con il 42,5%; 
  3. la seconda sorpresa viene dalla produzione diammoniaca, che è al 95% prodotta dal settore agricolo (utilizzo di fertilizzanti);

Questi sono dati nazionali, vediamo di calarli in due casi reali.

In una grande città come Milano, in inverno biomasse(legna e pellet), traffico e particolato secondarioproducono ciascuno circa un terzo del PM2,5. In aperta campagna invece, oltre che al dimezzarsi del PM2,5 totale, i contributi sono: biomasse 35%, traffico 9%, particolato secondario 53% (NOx 31%, NH3 14%, SOx 9%) e altro 3%. [8]

 

Quanti chilometri fai con una stufa o una mucca?

Entriamo nei tre problemi, e vediamo, tra le altre cose, anche quanti km deve percorrere un’auto a benzina per inquinare quanto una stufa a legna o un animale da allevamento.

STRATEGIA FUORISTRADA

Per il traffico veicolare qualcosa si è fatto, grazie all’Unione Europea. Con le limitazioni alle emissioni veicolari rappresentate dagli standard EURO, si è abbassato sia il particolato che gli ossidi di azoto emessi, soprattutto per i motori a benzina. Per i motori diesel, alla luce dei recenti scandali sull’alterazione dei test di aderenza agli standard EURO, invece si è fattomolto meno, come si può apprezzare nella figura seguente.

emissioni-euro

Confronto tra emissioni reali e limiti degli standard EURO per gli Ossidi di Azoto, per i motori a benzina e diesel. Fonte: vedi nota [2] nell’articolo precedente.

La situazione è ancora meno rosea considerando che il mercato dei trasporti è stato lasciato libero di spostarsi verso il diesel, che nel 2000 in Italia rappresentava il 51% dei consumi petroliferi su strada e nel 2014 il 72% (considerando solo benzina e gasolio, senza il GPL) [9, pag 72]. Ecco perché è troppo poco. Anche se un effetto sulle emissioni di particolato primario c’è stato (vedi grafico seguente).

italia-emissioni-pm25-strada-e-residenziale

Per l’Italia, storico delle emissioni PM2,5 (solo particolato primario) del trasporto su strada secondo modelli di reale utilizzo (auto, moto, furgoni, camion, usura dei pneumatici ma manca quella dell’asfalto), in blu, e degli impianti stazionari a servizio del settore residenziale, in rosso. La serie relativa al settore residenziale è stata ricalcolata nel 2016 in seguito alla scoperta di gravi sottostime nel consumo di biomasse, che rappresentano il 99% delle emissioni di questo settore. Fonte: rielaborazione dell’autore su dati [10] (aggregazione settori da 1A3bi a 1A3bvii, e 1A4bi).

Per agire ulteriormente sui trasporti c’è praticamente solo una strada: in prima istanza l’abbandono del diesel,che sembra già iniziato, e successivamente quello dellamobilità privata a favore di quella pubblica. Sulla possibilità di sostituire tutti i veicoli ora in circolazione con mezzi elettrici, ne parleremo in un altro post, per ora basti dire che avrebbe effetti ed impatti non sostenibili.

CHILOMETRI IN FUMO

Per legna e pellet invece si può affermare con certezza che non solo nulla è stato fatto, ma anzi si sta aggravando il problema. A dimostrazione si osservi il grafico precedente, in cui le emissioni dirette di PM2,5 delle biomasse dal settore residenziale (camini, stufe e caldaie) sono largamente superiori a quello del traffico, e sono cresciute moltissimo negli ultimi 10 anni.

Per farci un’idea, cerchiamo di capire quanto inquinano i vari impianti di riscaldamento rispetto ad un’auto. Ad esempio, cerchiamo di capire quanti km deve fare un’auto a benzina per inquinare quanto una stufa a legna (utilizzata per un anno).

Prendiamo allora per riferimento un appartamento di 70mq, in classe E (consumo di 100kWh/mq/a) ed osserviamo quanto inquinerebbe ogni diverso combustibile per riscaldarlo per un anno intero. Stiamo parlando di un consumo di legna pari a 40 quintali l’anno, o 32 quintali di pellet. Come inquinante prendiamo sempre il particolato, frazione PM10, considerando sia quello primario che secondario(derivato da ossidi azoto, ammoniaca e ossidi zolfo). Questo approccio, ha il vantaggio di rendere intuitivo l’inquinamento prodotto e di aggregare tutti i principali inquinanti. Introduce però alcune imprecisioni, che sono in parte compensate e comunque sempre in senso molto conservativo, vedere nota [13].

confronto-riscaldamento-auto-pm-i-e-ii_f-aggregaz_conserv

Inquinamento in particolato primario e secondario prodotto ogni anno da vari impianti di riscaldamento, per riscaldare un appartamento di 70mq in classe E. L’inquinamento è espresso nei km percorsi da un’auto a benzina “media” per il parco italiano. Si leggano la note [13] [14] per le fonti utilizzate e le ipotesi di carattere conservativo introdotte.

A parte la follia di usare ancora nel XXI secolo un camino aperto, si osserva come l’uso della Legna produce sempre un inquinamento pari ad un’auto a benzina che gira intorno all’abitazione, per tutto l’inverno, percorrendo oltre 40.000km!

Un poco meglio va con l’uso del pellet, che comunque quando sostituisce una precedente caldaia a Metano o, addirittura, a Gasolio, in questo confronto aumenta le emissioni di ben  20.000km ‘percorsi’.

Ecco perché, nonostante i miglioramenti tecnologici nella combustione delle biomasse su piccola scala, le emissioni in questo settore continuano ad aumentare:vengono sostituiti combustibili più puliti (benché non rinnovabili).

L’effetto di sostituzione si può apprezzare nel grafico seguente, in cui si può osservare il calo continuo dei  combustibili liquidi a favore delle biomasse. [16]

storico-consumi-per-combustibile

Storico dei consumi in proporzione sul totale, di ogni classe di combustibile nel settore residenziale. Anno di riferimento 2014. Fonte: Rielaborazione autore su dati ISPRA [10].

La motivazione di questo cambiamento sembra essere principalmente di ordine estetico ed economico, cui spesso non è assente un messaggio ecologista: la Legna spesso non paga l’IVA (perché di autoproduzione, o perché viene evasa) che comunque è agevolata al 10%, e insieme al Pellet non paga nessuna accisa. Purtroppo si confonde spesso il concetto di combustibile “rinnovabile” con quello di “pulito”. 

In questo le autorità stanno facendo bel poco. Le più attente, hanno messo prima dei limiti minimi di efficienza agli apparecchi a biomasse, poi hanno introdotto una classificazione sulle emissioni, che però diventa veramente stringente in realtà solo quando i limiti di qualità dell’aria sono già stati superati. Nel frattempo, mentre i decisori politici si rifiutano di prendere azioni di contenimento, l’Italia detiene il record mondiale di importazioni di legna da ardere (con tutti i problemi connessi di impatto ambientale ed energetico dovuti ai trasporti), e quello europeo per il consumo di pellet (85% importato).

Eppure basterebbe così poco. Sarebbe sufficiente imporre l’obbligo di rottamare una vecchia stufa a legna prima di procedere all’installazione di una nuova di ultima generazione. Il bilancio sulle emissioni sarebbe così positivo e l’indotto sarebbe salvaguardato.

UN MONDO DI LETAME

Per ultimo trattiamo il mondo dell’agricoltura e degliallevamenti, che abbiamo visto in Italia producono il96% di tutta l’ammoniaca(NH3) nell’aria, un inquinante che insieme ad altri produce il pericoloso particolato secondario (smog).

Partiamo da un dato: metà delle emissioni provengono dalla gestione, nei ricoveri, delle deiezioni degli animalida allevamento, mentre quasi l’altra metà proviene dallafertilizzazione dei campi con letami e concimi inorganici. In pratica, oltre il 70% delle emissioni di NH3 è imputabile agli animali da allevamento (bovini, suini, pollame) sotto forma di gestione delle loro urine e feci.

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Ripartizione emissioni di ammoniaca dal settore agricolo/zootecnico. Legenda: 3B-Gestione dei Letami nei ricoveri e stoccaggi degli allevamenti; 3D-Fertilizzazione dei terreni. Fonte: [9, pag 116]

Per capire l’entità del problema, come già visto per le stufe a legna, vediamo quanti km deve percorrere un auto a benzina per inquinare quanto un animale da allevamento, in termini di emissioni PM10(I+II). In questo caso la stima è meno robusta, ma dovrebbe essere ancora conservativa, vedere note [13], [14] e [17].

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Emissioni di particolato (quasi totalmente secondario), espresso  “in chilometri percorsi da un’auto a benzina”, prodotto da vari animali da allevamento. Sono separati due contributi: le emissioni delle deiezioni degli animali nei ricoveri e negli stoccaggi, e lo spargimento nei campi. Anno di riferimento: 2014. Per fonti e metodologia impiegata, vedere note [13], [14] e [17].

Scopriamo così che ogni bovino da latte inquina in inverno come un’auto a benzina che percorra 55.000 km. Se consideriamo che in Italia nel 2014 avevamo 1.800.000 bovini da latte e il doppio da carne, a livello di inquinamento sanitario è come se ci fossero circa altri 20 milioni di vetture a benzina [18]. Questo senza contare i suini, il pollame e gli altri animali (equini, ovini, bufale,…).

Ma com’è possibile che gli allevamenti inquinino così tanto? La risposta è semplice: in natura, gli stessi animali che alleviamo, non sarebbero né così numerosi, né così ipernutriti.

L’aspetto veramente interessante, è che delle azioni mirate nel settore agrozootecnico non avrebbero benefici solo sull’emissioni di Ammoniaca/Particolato, ma anche su quelle climalteranti (es. metano), sulla sostenibilità ecologica (minor uso dei fertilizzanti, riduzione eutrofizzazione delle acque), energetica e sanitaria(obesità).

Le strategie per ridurre questi impatti potrebbero essere allora di tre tipi:

  1. La spinta ad un cambiamento nei consumi alimentari, che riduca il consumo di proteine animali, salvaguardando la sostenibilità, la profittabilità(aumento dei prezzi delle carni) e la qualità del settore zootecnico. Un’idea su tutte: marchi di qualità che garantiscano al consumatore la sostenibilità a tutto tondo degli allevamenti, invece che la mera provenienza geografica. Anche perché comunque il settore zootecnico è in una crisi che va gestita: nel periodo 1990-2013 si è avuto un calo del 15% delle emissioni di ammoniaca principalmente dovuto alla riduzione del numero di capi allevati.
  2. La riduzione della sovralimentazione proteicanegli allevamenti, che si riflette ora in un eccesso di ammoniaca che viene espulso tramite le deiezioni. Togliere, dalla dieta, l’1% in proteine, permette di ridurre le emissioni del 10%.
  3. Tecniche avanzate di gestione dei liquami e letami in azienda (acidificazione, copertura vasche di stoccaggio,…) e durante lo spandimento dei concimi nei campi per la fertilizzazione (iniezione, interramento). Le possibilità di abbattimento sono molte. L’adozione di BAT (Migliori Tecnologie a Disposizione) ha permesso alla Danimarca di ridurre, nel giro di 20 anni, del 40% le emissioni di ammoniaca del comparto agricolo.

In Italia, al momento, la riduzione delle emissioni di ammoniaca fissate in sede UE al 2030 sono del 14% (rispetto al 2005). Un obiettivo che, per riuscire a definire ambizioso, serve una spiccata fantasia.

 

Nella foto un bambino cinese sta respirando aria pura da una lattina. La lattina è prodotta in Canada e costa una decina di euro, e dura qualche decina di respiri “incontaminati”. Follia economica, energetica ed ecologica a parte, fortunatamente questo business, iniziato un paio d’anni fa, non è esploso, ma il fatto chenon sia  neppure morto e sepolto, è uno dei tanti segnali che indicano come l’inquinamento sia un problema serio.

Vediamo allora come sia possibile:

  1. attaccare il problema collettivamente e,
  2. almeno singolarmente, ridurlo a termini ragionevoli almeno per i bambini

L’UNIONE FA LA FORZA

Ad un certo punto abbiamo deciso di controllare la potabilità dell’acqua nelle reti idriche, abbiamo introdotto le norme antisismiche e misure di sicurezza via via più stringenti nel mondo del lavoro. Perché allora sull’inquinamento dell’aria i risultati sono stati così modesti?

Il motivo è semplice: l’inquinamento dell’aria dipende per lo più dalla quantità di energia chimica che usiamo nella nostra società (fossile o biomasse) e siccome abbiamo voluto continuare a ‘crescere’, ci è servita più energia. Anche contando la maggiore efficienza e tecnologie più pulite, finché c’è crescita materiale l’inquinamento prodotto non può calare bruscamente. E questo vale considerando anche la transizione dalle fossili alle rinnovabili, che per quanto desiderabile sarà meno facile e meno veloce di quanto normalmente si creda [19]. Nel frattempo, continueremo ad immettere nell’atmosfera troppi gas climalteranti (nonostante gli accordi presi a Parigi) e l’inquinamento dell’aria continuerà a mietere troppe vittime.

Almeno una leva che potrebbe accelerare  i tempi però c’è. Ed è la stessa leva che sinora è stata largamente latitante: le pubbliche autorità. La UE ha infatti avviato ben due procedure di infrazione nei confronti dell’Italia sul particolato e il biossido di azoto, potenzialmente in grado di arrivare ad una multa da un miliardo di euro l’anno. La Commissione Europea contesta essenzialmente all’Italia di non aver fatto abbastanza e indica necessarie ulteriori azioni sul fronte del trasporti, dei combustibili solidi (biomasse) e dell’agricoltura [20].

Difficilmente però dallo Stato e dalle Regioni verranno intraprese azioni più incisive se non ci sarà una richiesta da parte dei cittadini. Per questo segnaliamo due raccolte firme da parte dell’associazioneriambientiAMOci :

  • una su AVAAZ, rivolta al Presidente della Repubblica, per ricordare come l’Art. 32 della Costituzione che tutela la salute pubblica sia disatteso;
  • una su CHANGE, diretta a quattro Presidenti di Regione della Pianura Padana perché adottino provvedimenti più incisivi nel limitare le emissioni;

A livello locale, è meritoria l’azione di Cittadini per l’Aria,AIPI e ClientEarth che hanno fatto ricorso al TAR della Lombardia perché la Regione modifichi il Piano degli Interventi per la qualità dell’Aria emanato nel 2013: in tre anni ha dimostrato un effetto praticamente nullo.

EDIFICI MALATI

Ok, ma oltre a provare a cambiare qualcosa collettivamente, nel frattempo non si può provare adifendersi in qualche modo? Almeno per i bambini

La risposta è si, ma prima di dire come si può fare, si deve capire dove si deve agire.

Molti anni fa, in una lezione postuniversitaria sull’inquinamento da traffico, la professoressa ammise con orgoglio che, per riguardo dei figli, non apriva mai le finestre della sua casa di Milano per evitare l’ingresso del polveri sottili nei periodi di maggior inquinamento. L’affermazione colpì molto tutti noi alunni, e, sinceramente, non ci sembrò una strategia molto utile.

Più tardi ebbi modo di scoprire fino in fondo quanto fosse dannosa quando studiai la Sindrome dell’Edificio Malato, scoppiata a livello globale a cavallo tra gli anni ’70 e  ’80,  nel momento in cui si scoprì che il 30% dei nuovi edifici costruiti globalmente facevano ammalare i propri occupanti. La colpa fu presto individuata nell’aumento dell’inquinamento indoor (quello che si forma negli ambienti confinati), a sua volta provocato dalla riduzione dei ricambi d’aria per le azioni di risparmio energetico che erano stato adottate in risposta alle due precedenti crisi petrolifere.

In media le persone trascorrono l’80-90% del loro tempo in ambienti chiusi, dove alcuni inquinanti possono concentrarsi nel tempo raggiungendo anche livelli di 10-40 volte superiori a quelli dell’aria esterna. Il problema dell’inquinamento dell’aria esterna (outdoor) si somma allora a quello degli inquinanti prodotti internamente da [21]:

  • suolo e rocce usate per la costruzione; inquinante: il radon, un gas radioattivo che si accumula di solito nei piani inferiori (mappa della situazione italiana per regione);
  • materiali di costruzione e arredi, soprattutto quando nuovi; possibili inquinanti: formaldeide, composti organici volatili (COV, in inglese VOC);
  • combustioni in cucina e per il riscaldamento; possibili inquinanti: monossido di carbonio, biossido di azoto, di zolfo,  e nel caso di tabacco/legna/pellet anche il particolato e gli idrocarburi policiclici aromatici;
  • umidità persistente (è sufficiente la presenza di qualche persona) e mancanza di pulizia dei filtri degli impianti di climatizzazione;  possibili inquinanti: funghi, muffe, batteri (es. legionelle);

Anche i prodotti per la pulizia e le stampanti sono fonti inquinanti. Infine, l’inquinamento outdoor finisce comunque per influire su quello indoor, ad es. per il particolato e gli ossidi di azoto.

Per alcuni individui con una predisposizione genetica all’ipersensibilità, alcuni di questi inquinanti possono essere allergeni attraverso i quali si manifestanopatologie anche in presenza di livelli ridotti e poco significativi per il resto della popolazione.

Difendersi dall’inquinamento almeno nella propria abitazione, dove chi ha un lavoro di ufficio trascorre in media il 59% del suo tempo (di più per bambini ed anziani), non è solo fondamentale per chi vive in aree inquinate, ma paradossalmente anche per chi non ci vive.

Va detto subito che in Italia deve ancora essere emanata una legge quadro sulla qualità dell’aria indoor,per cui non esistono valori limite degli inquinanti negli ambienti (a parte per alcuni nei luoghi di lavoro e un limite di 0,1ppm per la formaldeide) e si fa riferimento ai livelli di legge per l’aria esterna [21].

valori-inquinanti-indoor

Valori di riferimento degli inquinanti indoor secondo l’OMS e alcuni paesi Europei che hanno già legiferato. Fonte: Nota [22].

 

 

LE REGOLE PER CAMBIARE ARIA

Vediamo di dare alcune regole semplici e generali, rinviando a fonti più complete per gli approfondimenti.

La PRIMA REGOLA è cambiare l’aria, almeno due volte al giorno, anche nei periodi in cui l’inquinamento esterno supera i limiti di legge. I momenti migliori, in cui l’inquinamento giornaliero raggiunge il minimo, sono in generale due: mattina presto (tra le 4 e le 6) e nelpomeriggio (tra le 14 e le 17) se non si è in prossimità di vie particolarmente trafficate [23]. Bastano pochi minuti con tutte le finestre aperte in inverno, quando le basse temperature permettono un rapido ricambio dell’aria, senza necessità di sottrarre molto calore alla massa termica interna (edificio ed arredi).

Questi ricambi d’aria sono ancora più importanti se l’edificio ha degli infissi moderni a tenuta d’aria, tanto che a volte in edifici ristrutturati isolando bene i muri e con sostituzione degli infissi, sorgono problemi di inquinamento indoor che vengono segnalati dalla presenza di muffa (accumulo umidità, se non altro per la presenza di occupanti che lo emettono con la normale traspirazione). E’ il motivo per cui le Case Passive sono tutte dotate di ventilazione meccanica con recupero di calore, dimensionata di solito per garantire un ricambio completo d’aria ogni due ore.

La SECONDA REGOLA, se si vive in un’area inquinata, èfiltrare almeno il particolato dall’aria interna. Ci sono ormai in commercio un gran numero di purificatori d’aria, che nella forma più semplice ed efficace non sono altro che un ventilatore per muovere l’aria ed un filtro HEPA (High-Efficiency Particulate Arrestance) che è in grado di trattenere oltre il 99,5% del PM0,3 (diametro 300 millionesimi di millimetro ). Per chi si diletta con il fai-da-te (Do-It-Yourself in inglese, o DIY) può costruirsi con una spesa minima un purificatore d’aria abbastanza facilmente comprando un filtro HEPA della misura giusta e applicandolo ad un ventilatore con del nastro adesivo, come nel video seguente dell’Università del Michigan.

Non deve sorprendere che l’esplosione del mercato dei purificatori d’aria sia avvenuta in Cina negli ultimi anni, proprio a causa degli elevatissimi livelli di inquinamento, e che ben presto si sia scoperto che i purificatori autocostruiti sono efficaci come quelli più costosi sul mercato. Il tutto con un assorbimento di potenza che non supera i 20W (l’equivalente di un paio di lampade a LED).

Molti studi sono stati effettuati sugli effetti positivi dei purificatori d’aria per l’asma, ma finora sono ancora rari quelli effettuati per misurare l’eventuale miglioramento in termini di salute per l’abbattimento del particolato in generale. Una ricerca canadese del 2013 ha mostrato con uno studio in doppio cieco che l’uso di un purificatore per una sola settimana in un ambiente indoor contaminato, apporta chiari benefici in termine di abbassamento della pressione sanguigna e di miglioramento delle funzionalità polmonare [24].

Come ha detto giustamente un medico americano che vive in Cina:

 “per l’amor di Dio, mettetene uno nella camera dei vostri figli“.

La TERZA REGOLA (se viene seguita almeno la prima) è quella di sigillare bene gli infissi se ci si trova in una zona soggetta a forte inquinamento outdoor,  ad esempio in prossimità di vie trafficate (canyon urbano). In questo modo si evita l’infiltrazione dell’inquinamento dall’esterno nelle ore in cui questo è maggiore. Per trovare le perdite di aria basta avvicinare una candela accesa agli infissi e notare dove si piega. Per sigillarli ci sono in vendita vari tipi di guarnizioni adesive che possono essere adattate.

La QUARTA REGOLA è rendersi conto che dobbiamoaffrontare il problema in prima persona. Questo vuol dire imparare a:

  • Usare il proprio naso. La prova più semplice per capire se l’aria è viziata in un ambiente chiuso è quella di annusarla provenendo da fuori, prima che il nostro olfatto sia abituato all’odore. Nello stesso modo è possibile individuare la presenza di muffe, magari nascoste dietro un mobile.  Anche per il fumo di legna vale una semplice regola olfattiva: se è appena percepibile l’odore di fumo, allora il livello di PM10 si aggira almeno intorno ai 50ug/m3, il livello limite per legge [25].
  • Cominciare a ragionare sulle nostre abitudini quotidiane. Ci potrebbe aiutare un misuratore di particolato pm2.5, dal costo contenuto (<200€), c’è un’enorme offerta. Il problema in questo caso è che anche nel caso di strumenti inizialmente precisi, quelli a basso costo non possono essere puliti e ricalibrati, quindi nell’arco di pochi mesi diventano inaffidabili. Ci sono strumenti più costosi, ma naturalmente vanno rispediti alla casa madre almeno una volta l’anno per essere ritarati. In aiuto possono venire alcuni studi che possono aiutarci a capire quali abitudini siano in generale sbagliate. Ad esempio, nelle figure seguenti (cliccare per ingrandire) si può apprezzare l’andamento del particolato in 3 stanze residenziali (cucina, sala e camera da letto) rispetto all’ambiente esterno. Si nota come i maggiori tassi di inquinamento indoor si verifichino in cucina. Nella tabella successiva c’è una ripartizione  tra l’esposizione nelle varie stanze, nel tragitto in auto sino al lavoro (Roma) e in ufficio. Fonte: vedi nota [22, pag 50-55].

graph-indoor-pollutiontable-indoor-pollution

  • Compiere scelte ragionate in fase di acquisto. Ad esempio, quando si intonacano le pareti interne e si comprano mobili, verificare che siano stati usatiprodotti che non rilasciano VOC. Anche quando si acquista un semplice aspirapolvere è importante che abbia un filtro HEPA, altrimenti una normale operazione di pulizia dei pavimenti(che è bene compiere di frequente) si trasforma in un rimescolamento in aria del particolato depositato a terra.

E se dobbiamo stare fuori per molto tempo quando il livello di inquinamento è elevato, ad esempio per lavoro o per svolgere attività fisica, valutiamo se indossare una mascherina antiparticolato. Non costano molto e sono abbastanza efficaci se aderiscono bene al volto (meglio se sono etichettate almeno come  N95 e hanno la valvola per l’aria espirata). Proteggiamo i nostri polmoni, il nostro cuore e mandiamo un messaggio a chi ci vede: c’è qualcosa di sbagliato nell’aria.

Fine.

Di aspoitaliawordpress.com

Renzi e il Pd, un danno anche per l’ambiente – Ecco il risultato dei loro conflitti d’interessi con le lobby del fossile: l’Italia è al 26° posto al mondo per investimenti nel rinnovabile – Nel 2012 era al 6° posto…!!!

ambiente

 

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Renzi e il Pd, un danno anche per l’ambiente – Ecco il risultato dei loro conflitti d’interessi con le lobby del fossile: l’Italia è al 26° posto al mondo per investimenti nel rinnovabile – Nel 2012 era al 6° posto…!!!

 

di MoVimento 5 Stelle

Non lo dice il Movimento 5 Stelle. Lo hanno denunciato, numeri alla mano, esperti e docenti universitari che hanno partecipato al convegno “Energia 5 Stelle: dal fossile a efficienza e rinnovabili, quale via”.

Mentre il MoVimento 5 Stelle ha presentato un programma energetico che punta alla transizione ecologica, portando l’Italia fuori dal carbone entro la fine della prossima legislatura e fuori dall’era del petrolio e dei fossili entro il 2050.
Renzi e i governi Pd, con le mani e piedi legati ai conflitti d’interessi delle lobby del fossile e dalle difese delle posizioni di rendita di chi distribuisce energia, in questi ultimi quattro anni hanno danneggiato il settore delle rinnovabili. Un settore fortemente legato al ‘made in Italy’ e che potrebbe creare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro.

Qualche dato del disastro targato Renzi e governi Pd dal 2013. Sono numeri da far impallidire il peggior Berlusconi.

Tra il 2013 ed il 2015 in Italia la produzione da energie rinnovabili è calata del 7,5%

Tra il 2013 ed il 2015 le emissioni di CO2 in Italia sono aumentate (aumentate!) del 10%.

Nella mappa mondiale degli investimenti del settore delle rinnovabili, l’Italia è passata dal 6° posto del 2012 al 25° del 2016.

Nel 2016 in Italia sono stati installati in Italia solo 360 MW di nuovo fotovoltaico e 290 MW di nuovi impianti eolici, con un calo annuale del 19% relativo alle installazioni di solare, eolico ed idroelettrico.

Renzi in questi anni ha ostacolato lo sviluppo della mobilità elettrica. Un’enorme opportunità industriale anche per il nostro Paese con risorse accessibili. Secondo il Politecnico di Milano, per servire 1 milione di veicoli elettrici è sufficiente un investimento sulle infrastrutture di ricarica di 450 milioni di euro, cioè 450 euro a veicolo elettrico circolante e circa 1 TWh di elettricità che potrebbe essere prodotta da energia rinnovabile.

 

fonte: http://www.beppegrillo.it/2017/05/renzi_e_il_pd_un_danno_per_lambiente_pdfossile.html

 

Salviamo le api prima che sia troppo tardi: in alcune parti del mondo sono già scomparse e la gente è costretta ad impollinare le piante da sè…

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Salviamo le api prima che sia troppo tardi: in alcune parti del mondo sono già scomparse e la gente è costretta ad impollinare le piante da sè…

Un eccezionale documento che dimostra quanto siano importanti le api per l’ecosistema e l’esistenza della vita sul pianeta.

Il paesaggio urbano presenta una maggiore biodiversità rispetto alle aree rurali, dove l’agricoltura ha cambiato radicalmente il paesaggio. La necessità di coltivare derrate alimentari (spesso per l’alimentazione animale) ed energia così detta “verde”, ha favorito l’utilizzo di molecole chimiche altamente pericolose per la salute e per la vita degli altri esseri viventi che sono la vera ricchezza del nostro pianeta.

La città diventa quindi un rifugio per molte specie animali e vegetali che possono trovare un ambiente meno ostile per la loro sopravvivenza e le api, in particolare, rimangono meno esposte a tutti quegli agenti chimici utilizzati in agricoltura (diserbanti, insetticidi e concimi chimici).

Gli insetticidi sono una minaccia diretta per api e impollinatori.

Queste sostanze chimiche, progettate per uccidere gli insetti, sono ampiamente utilizzate e diffuse nell’ambiente, specialmente nelle aree agricole.

Il ruolo specifico degli insetticidi nella diminuzione globale del numero di api è ancora poco studiato. Però è sempre più evidente che alcuni insetticidi, utilizzati correntemente nell’attuale sistema agricolo di stampo industriale, hanno conseguenze negative sulla salute degli insetti impollinatori – sia a livello di singolo individuo che di colonia.

Anche gli effetti, sub-letali, legati al loro utilizzo a basse dosi sono molti e diversi, e vanno ad impattare sulla salute delle api. Il VIDEO diffuso su Youtube da ApicolturaUrbana.it:

QUI il video

Sul sito www.apicolturaurbana.it è spiegato come effettuare un’apicultura in città del tutto sicura e priva di sostanze chimiche.

tratto da: http://naturalblog.info/salviamo-le-api-prima-che-sia-troppo-tardi-in-alcune-parti-del-mondo-sono-gia-scomparse-e-la-gente-impollina-le-piante-da-se/

 

 

Parla il pentito della Camorra: “Altro che Terra dei Fuochi – Nel bresciano sono rovinati, li abbiamo riempiti di rifiuti tossici”

 

Terra dei Fuochi

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Parla il pentito della Camorra: “Altro che Terra dei Fuochi – Nel bresciano sono rovinati, li abbiamo riempiti di rifiuti tossici”

“Nel bresciano sono rovinati, li abbiamo riempiti di rifiuti tossici”

Il pentito Nunzio Perrella parla in televisione del grande traffico dei rifiuti: “Montichiari peggio della Terra dei Fuochi”. L’affare milionario anche in Lombardia: “Fino al 1987 li portavamo solo qua”

“Nel bresciano sono rovinati, li abbiamo riempiti di rifiuti tossici”

BRESCIA – Trent’anni al servizio della camorra. Poi grande testimone, pentito. Trent’anni nel ‘giro’ del recupero e dello smaltimento dei rifiuti. Anche e soprattutto tossici.

Il quartiere Isola a Napoli è tutto pieno. Ma anche il Raccordo Anulare a Roma”. E la Lombardia: “Ah, il Nord è davvero molto rovinato. I rifiuti li abbiamo portati solo in Lombardia, fino al 1987. Poi stava tutto pieno, e abbiamo cominciato a portarli anche al Sud.

IL PENTITO IN TV – Parola di Nunzio Perrella, ex camorrista che negli anni ’90 è diventato un collaboratore di giustizia. “Ho cominciato negli anni ’60 – ha raccontato ai microfoni della trasmissione Nemo, su Rai Due – ma sono stati subito chiaro: io non faccio droga e omicidi, io faccio la monnezza. Perché la monnezza è oro”.

LE TARIFFE – Un tariffario ben preciso, riporta Brescia Today: “10 lire al chilo per la camorra, 25 lire al chilo per la politica. Ho festeggiato 2 miliardi in contanti al ristorante, una sera. E ancora mi chiamano, dopo anni. E sono grandi industriali, non piccoli”. E’ il valzer dei rifiuti, vero e proprio business nel bresciano.

EMERGENZA BRESCIANA – Il pentito Perrella incontra Gigi Rosa, del Comitato Sos Terra di Montichiari. “Un paese – spiega Rosa – dove si possono trovare 7 discariche in 1 chilometro quadrato. Un paese dove sono stoccati 13 milioni di metri cubi. La situazione è critica: non sappiamo cosa respiriamo, e ormai sono arrivati alle falde acquifere”.

Montichiari? Me la ricordo bene – ammette Perrella – e così Ospitaletto, Castegnato, Rovato… Fino a Mantova siamo arrivati.

“PEGGIO DELLA TERRA DEI FUOCHI” – Ma a Montichiari, i rifiuti dove? “Dappertutto. Tutte le cave che stanno lì, guarda… son tutte piene. State peggio di noi, siete più rovinati di noi”. Peggio della Terra dei Fuochi.

 

fonte: http://www.today.it/citta/rifiuti-brescia-montichiari-nunzio-perrella.html