Cento pozzi di petrolio nel parco nazionale, quando il loro business è più importante di “quattro miseri alberi”…!

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Cento pozzi di petrolio nel parco nazionale, quando il loro business è più importante di “quattro miseri alberi”…!

Nonostante le promesse all’ONU del presidente Moreno

Cento pozzi di petrolio nel parco nazionale, bufera sull’Ecuador

La seconda fase del progetto Ishpingo-Tambococha-Tiputini prevede l’estrazione di petrolio da 97 pozzi nel cuore del parco nazionale Yasunì, tra gli hotspot di biodiversità più ricchi del mondo.

Il nuovo piano di estrazione del petrolio fa discutere

Novantasette nuovi pozzi di petrolio nel cuore del parco nazionale Yasunì, uno degli hotspot di biodiversità più ricchi del pianeta. Questo è il piano della compagnia statale Petroamazonas, che in Ecuador ha scatenato le proteste degli ambientalisti per un potenziale disastro ambientale impossibile da escludere.

L’apertura del pozzo Tambococha-2, il primo del nuovo piano di trivellazioni, getta una pioggia di critiche sul presidente Lenín Moreno, che agli occhi dell’opinione pubblica avrebbe fatto una clamorosa marcia indietro rispetto alle promesse di proteggere l’Amazzonia ecuadoriana e prestare maggiore attenzione all’opinione delle comunità indigene. Il controverso progetto Ishpingo-Tambococha-Tiputini (ITT), avviato nel 2016, giunge così nella sua seconda fase, che vede le trivelle addentrarsi ulteriormente nel parco nazionale.

Con le perforazioni del Tambococha-2, Petroamazonas ha intenzione di estrarre petrolio a 1.800 metri di profondità, da una riserva stimata in 287 milioni di barili. Nei prossimi mesi, la compagnia prevede di costruire quattro impianti e trivellare in 97 punti. Nono sono in molti a credere alle rassicurazioni: Petroamazonas promette che lavorerà in modo discreto, concentrando le operazioni in un’area ridotta, interrando le tubazioni e prendendo tutte le precauzioni del caso contro le possibili fuoriuscite. Ma i critici sostengono sia impossibile garantire un impatto zero su un’area così sensibile. L’apertura di nuove strade nella foresta per il passaggio dei mezzi a motore rischiano di accelerare la deforestazione, la caccia e aumentare le tensioni con due tribù indigene che vivono nel parco.

Il presidente Moreno era stato portato sugli allori dagli ambientalisti dopo aver promesso alle Nazioni Unite, nel 2017, che avrebbe fatto di più per proteggere l’Amazzonia. Ha concordato maggiori consultazioni con le comunità locali prima di concedere nuove concessioni minerarie, e l’Ecuador terrà a breve un referendum sull’ampliamento della protezione per Yasuní.

«Le trivellazioni a Yasuni contraddicono l’impegno alle Nazioni Unite di Moreno e le proposte di aumentare la protezione inserite nel referendum – ha dichiarato Carlos Mazabanda , coordinatore di Amazon Watch in Ecuador – Inoltre, tutto questo va contro la costituzione, che riconosce i diritti della natura e cerca di proteggere gli ecosistemi sensibili da attività che potrebbero portare all’estinzione delle specie, alla distruzione degli ecosistemi o alla permanente alterazione dei cicli naturali».

 

 

fonte: http://www.rinnovabili.it/ambiente/cento-pozzi-di-petrolio-ecuador-333/

 

Omicidi di matrice ambientale – Il legno è soprattutto un business e quello che viene dall’Amazzonia è sporco di sangue!

 

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Omicidi di matrice ambientale – Il legno è soprattutto un business e quello che viene dall’Amazzonia è sporco di sangue!

Da: Il Fatto Quotidiano:

Omicidi di matrice ambientale, in Amazzonia il legno è rosso sangue

È il 19 aprile 2017. Quattro uomini armati di coltelli, machete, pistole e fucili arrivano a Colniza, una cittadina brasiliana dello Stato del Mato Grosso, nella Foresta Amazzonica. Hanno un obiettivo preciso: devono uccidere per terrorizzare la popolazione locale. E portano avanti il loro piano, torturando diversi abitanti di Colniza e uccidendone nove con metodi brutali.
Questo efferato crimine, conosciuto in Brasile come “il massacro di Colniza“, è stato ordinato da Valdelir João de Souza, proprietario di due aziende che commerciano legname.

Ed è infatti il risultato dell’avido accaparramento di risorse naturali preziose come l’ipê, lo jatobá e il massaranduba, ovvero alberi il cui legno pregiato è molto ricercato per la produzione mobili di lusso.

Tuttavia, a sette mesi di distanza, Souza rimane in libertà e le sue aziende continuano a operare normalmente, esportando legname in Europa e negli Stati Uniti. Il fatto che il “massacro di Colniza” resti al momento impunito fa sì che eventi come questo divengano sempre più comuni, specialmente nel cuore della Foresta Amazzonica, dove i conflitti con comunità locali e popolazioni indigene sono spesso collegati alla deforestazione illegale.

Dal Brasile, purtroppo, arrivano con sempre maggior frequenza notizie di esecuzioni, di tentativi di omicidio e di intimidazioni ai danni delle comunità che vivono nella foresta e la proteggono. Il Rondônia – un altro Stato dell’Amazzonia brasiliana – ha per esempio il triste primato del numero di omicidi di matrice ambientale: ben 21 morti registrate solo nel 2016. È proprio da Stati come Pará, Mato Grosso e Rondônia che proviene la maggior parte della produzione di legname amazzonico. Se esistesse un piano nazionale che permettesse alle comunità che abitano la foresta di gestirla direttamente, la produzione di legname diventerebbe più sostenibile, fornendo una fonte di reddito alle popolazioni locali che avrebbero quindi tutto l’interesse a proteggere questo ecosistema. Invece, chi sfrutta la foresta non la vive, considerandola solo una miniera da sfruttare.

E, come denuncia dal 2014 Greenpeace Brasile con report come Blood-stained timber, il legno tagliato illegalmente continua ad arrivare in Europa. Italia inclusa.

di  – 23 novembre 2017

fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/11/23/omicidi-di-matrice-ambientale-in-amazzonia-il-legno-e-rosso-sangue/3994413/

Amazzonia ostaggio delle Multinazionali, ripresa a pieno ritmo la deforestazione!

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Amazzonia ostaggio delle Multinazionali, ripresa a pieno ritmo la deforestazione!

 

Dopo 10 anni riprende a pieno ritmo la deforestazione dell’Amazzonia, il più grande polmone verde del pianeta. A far rallentare l’abbattimento degli alberi erano state le denunce di numerose associazioni ambientaliste, a partire da quelle del movimento “Save the Rainforest“. Tutto vanificato, spiega il New York Times, dalla domanda delle grandi multinazionali, in particolare quelle della socia.

Pieno ritmo

In un anno, dall’agosto 2015 al luglio 2016, per la prima volta da oltre un decennio, nel bacino amazzonico del Brasile la deforestazione ha raggiunto i 2 milioni di acri, quasi 8.100 chilometri quadri, un territorio pari all’Umbria, contro gli 1,5 milioni di acri di un anno prima e gli 1,2 milioni di acri dell’anno precedente.

I numeri

La deforestazione avviene attraverso l’incendio delle foreste pluviali da parte dei proprietari terrieri, che preparano così la strada alla coltivazione intensiva del territorio, per poi rivendere i raccolti alle grandi multinazionali alimentari. Greenpeace da tempo denuncia il ruolo nella deforestazione delle tre grandi multinazionali della soia, Archer Daniels MidlandBunge e Cargill, che utilizzano i raccolti della distruzione della foresta amazzonica per produrre mangimi animali, destinati soprattutto all’Europa. Secondo il New York Times almeno 865.000 acri di foresta sono andati distrutti in media ogni anno dal 2011, un’area equivalente a oltre due volte l’estensione territoriale del comune di Roma. L’incremento della deforestazione, secondo i dati forniti Centro di documentazione e Informazioni boliviano, che osserva l’area coi satelliti, è salito da una media di 366.000 acri l’anno negli anni Novanta del secolo scorso ai 667.000 acri del primo decennio degli anni Duemila, concentrandosi soprattutto, al confine tra Brasile e Bolivia.

Sfruttamento

La deforestazione dell’Amazzonia non riguarda solo le aree legate alle grandi coltivazioni agricole ma anche quelle collegate allo sfruttamento minerario, a cui sono interessate le compagnie minerarie alla ricerca di oro, diamanti e niobo, un metallo raro impiegato nella produzione di acciaio inossidabile. Ieri la sezione brasiliana del Wwf ha denunciato l’intenzione dei parlamentari dello stato federale brasiliano dell’Amazonas, ai confini con Colombia e Venezuela, legati al Pmdb, il partito del presidente Michel Temer, di ripresentare un progetto di legge per ridurre l’entità di quattro riserve protette e cancellare completamente quella della riserva biologica di Campos de Manicore, smantellando così il provvedimento approvato nel 2016 dall’ex presidente Dilma Rousseff. Il testo è stato discusso dai parlamentari dell’Amazonas con Eliseu Padiho, controverso ministro della Real Casa del governo Temer, inquisito nell’ambito del processo sullo scandalo Petrobras. Se approvata, la nuova legislazione entrerebbe in vigore dal marzo prossimo e l’Amazzonia perderebbe oltre un milioni di ettari (10.000 chilometro quadri) di parchi protetti.

 

fonte: https://www.interris.it/primo-piano/amazzonia-ostaggio-delle-multinazionali-ripresa-a-pieno-ritmo-la-deforestazione