200.000 morti l’anno a causa dei pesticidi nel cibo, ma la gente continua a preferire il bello al sano

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200.000 morti l’anno a causa dei pesticidi nel cibo, ma la gente continua a preferire il bello al sano

I pesticidi utilizzati per aumentare la produzione agricola per una popolazione in crescita a discapito della salute della stessa, causano 200.000 morti l’anno.

La diagnosi è di avvelenamento acuto.
Lo sostiene un rapporto dei relatori speciali dell’Onu per il diritto al cibo, Hilal Elver, e per le sostanze tossiche, Baskut Tuncak, presentato al Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite, in cui chiedono un nuovo trattato internazionale per regolare ed eliminare progressivamente l’uso di pesticidi tossici in agricoltura.

Ci si chiede come mai però, si sia aspettato tanti anni per giungere a questa conclusione, un pò come accadde negli anni 70 con l’amianto.

“L’uso eccessivo di pesticidi è molto pericoloso per la salute umana e per l’ambiente, ed è fuorviante affermare che i pesticidi sono vitali per garantire la sicurezza alimentare”,è quanto detto dai due relatori dell’Onu al Consiglio per i diritti umani a Ginevra.

I pesticidi causano 200.000 morti all’anno nel mondo per avvelenamento acuto.

I due relatori speciali delle Nazioni Unite puntano anche il dito contro le tecniche di marketing aggressive e senza etica dell’agroindustria, che nega la pericolosità e gli impatti di alcuni pesticidi.

L’industria chimica attribuisce invece la colpa dei danni all’uso improprio che ne fanno gli agricoltori,  e spende enormi quantità di denaro per corrompere i politici ed insabbiare le evidenze scientifiche.

Nell’Era oscura del Dio Denaro la nostra salute è costantemente sotto attacco, e spetta solo a noi scegliere di mangiare sano, il cibo avvelenato è una nostra scelta, poiché oggi preferiamo frutta e verdura bella e perfetta invece che sana, e per arrivare al prodotto “perfetto”, bello e appariscente bisogna sapere che dietro c’è un trattamento intensivo dello stesso.

tratto da: http://curiosity2017.blogspot.it/2017/03/200000-morti-lanno-causa-dei-pesticidi.html

Bisfenolo, quando il sostituto non elimina il rischio. Anzi…

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Bisfenolo, quando il sostituto non elimina il rischio. Anzi…

Quand’è che l’industria e le autorità alimentari impareranno che prima di mettere in commercio una sostanza dovrebbe essere provata la sua innocuità?

La storia sembra non insegnare nulla. Di casi ne potremmo fare molti: ci vengono in mente i nanoingredienti, diventati protagonisti di un mercato miliardario prima che ne fossero studiati gli effetti, alcuni pesticidi venduti quasi fossero acqua fresca, tranne poi rivelarsi assai temibili…

Prendiamo, invece, ad esempio il bisfenolo A (Bpa). Anni di studi indipendenti hanno provato che la sostanza, utilizzata in molti contenitori di alimenti e per anni anche nei biberon, distrugge gli ormoni.

Ora si scopre che molti dei sostituti, già utilizzati dai produttori, potrebbero essere altrettanto nocivi o addirittura peggiori. Lo dice chiaramente il nuovo studio del National Toxicology Program, agenzia intergovernativa degli Stati Uniti. Lo studio di 24 sostanze chimiche di sostituzione ha scoperto che molti di quelli già in uso sono strutturalmente e funzionalmente simili al Bpa e, proprio come il Bpa, possono danneggiare il sistema endocrino.

Gli studi di biomonitoraggio mostrano che oltre il 90% degli americani ha livelli rilevabili di Bpa nei loro corpi. Nel 2009, i test di laboratorio commissionati da EWG e Rachel’s Network sono stati i primi a rilevare il Bpa nel sangue del cordone ombelicale dei bambini americani. Negli studi sugli animali e sull’uomo, l’esposizione al bisfenolo A, specialmente durante la gravidanza e l’infanzia, è stata collegata a danni al sistema riproduttivo, cancro, cambiamenti nel comportamento e obesità.

Dopo diversi anni di resistenza i produttori hanno adottato una varietà di sostituzioni, la maggior parte con pochissime informazioni pubblicamente disponibili sui loro effetti sulla salute. Il rapporto del National Toxicology Program indica il rischio di introdurre o aver già introdotto sul mercato prodotti chimici poco studiati, affermando che le nuove sostanze chimiche dovrebbero essere riconsiderate per l’uso nei prodotti di consumo.

In alcuni casi, i sostituti erano più potenti del Bpa nei test di perturbazione endocrina, indicando rischi per la salute ancora maggiori.

Un altro studio recente, condotto dalla University of Massachusetts-Amherst, Laura Vandenberg, ha testato gli effetti dell’esposizione durante la gravidanza al bisfenolo S, un’alternativa al Bpa comunemente utilizzata che è stata rilevata in campioni umani e prodotti alimentari. I ricercatori hanno scoperto che basse dosi di Bps nei topi hanno influenzato negativamente l’allattamento, il comportamento infermieristico e la cura materna.

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/11/20/bisfenolo-quando-il-sostituto-non-elimina-il-rischio-anzi/28283/

Pesce, ecco come ci “truccano” la freschezza

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Pesce, ecco come ci “truccano” la freschezza

 

Il pesce esposto sui banchi del supermercato o del mercato può essere venduto come fresco al massimo per due giorni. Per allungare la sua shelf life, i venditori hanno trovato un escamotage, del tutto legale: confezionano il pesce in vaschette di plastica in atmosfera protetta. In altre parole, durante il confezionamento, una miscela di ossigeno, anidride carbonica (CO2) e azoto viene pompata sotto il film di plastica a seconda del tipo di pesce. Il risultato? Il pesce si mantiene fresco più a lungo ma non sapremmo mai quanti “giorni” di vita ha realmente. Si tratta – lo ripetiamo – di una procedura del tutto legale: il pesce sottoposto a questo trattamento si riconosce perché riporta in etichetta la dicitura “conservato in atmosfera protetta”. La maggior parte dei supermercati ne fanno uso: il mensile K-tipp ha trovato pesce confezionato in atmosfera protetta in questi tutti le grandi catene svizzere.

Cos’è l’atmosfera protetta

L’atmosfera protettiva non migliora le caratteristiche microbiologiche dell’alimento ma rappresenta semplicemente una tecnica per rallentare la moltiplicazione batterica. I Regolamenti 1333/08 e  1129/11 individuano i 7 gas che possono essere utilizzati per confezionare i prodotti alimentari in atmosfera protettiva: ossigeno, azoto, anidride carbonica, argon, elio, protossido di azoto e idrogeno. Gli stessi Regolamenti specificano che questi gas sono considerati additivi, ma non prevedono l’obbligo di dichiararli in etichetta. Questo viene ribadito anche dal Regolamento 1169/11 che ribadisce che è sufficiente indicare “prodotto confezionato in atmosfera protettiva”. La normativa non stabilisce una quantità massima di impiego e pertanto possono essere utilizzati senza alcuna limitazione.

Anche la carne confezionata

Anche la carne fresca può essere confezionata in atmosfera protetta. Sotto il film viene pompata una miscela di ossigeno e CO2: la carne trattata in questo modo apparirà rossa, succosa e appetitosa anche dopo una settimana. Tuttavia, diventa dura e rancida più velocemente.

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/11/20/pesce-ecco-come-ci-truccano-la-freschezza/28473/

Ogm, flop in Europa – restano solo Spagna e Portogallo a coltivarli

 

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Ogm, flop in Europa – restano solo Spagna e Portogallo a coltivarli

Secondo i dati diffusi da InfOgm, Ong francese che dal 1999 monitora l’impiego degli Organismi geneticamente modificati e la loro diffusione sul territorio europeo, nel 2017 si registra un calo della superficie coltivata del 4,3%. In particolare Repubblica Ceca e Slovacchia hanno deciso di mettere al bando le coltivazioni di Mon810, il mais transgenico della Monsanto.

Solo propaganda, nessuna convenienza

Ad oggi nella Ue restano solo Spagna e Portogallo ad autorizzare le coltivazioni Ogm. E così, come riporta in una nota Coldiretti in base ai dati InfOgm, la superficie europea coltivata a transgenico risulta pari a 130.571 ettari rispetto ai 136.338 del 2016.

“Le scelte degli agricoltori europei – rimarca Coldiretti – sono la dimostrazione concreta della mancanza di convenienza nella coltivazione Ogm nonostante le proprietà miracolistiche propagandate dalle multinazionali che ne detengono i diritti”.

Il no dei consumatori italiani

Otto italiani su 10, secondo un sondaggio Ixè, sono contrari alla coltivazione degli Ogm. “Per l’Italia – ha spiegato Roberto Moncalvo, presidente Coldiretti – gli organismi geneticamente modificati in agricoltura non pongono solo seri problemi di sicurezza ambientale, ma soprattutto perseguono un modello di sviluppo che è il grande alleato dell’omologazione e il grande nemico del made in Italy“.

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/11/20/ogm-flop-in-europa-restano-solo-spagna-e-portogallo-a-coltivarli/28457/?utm_content=buffer464d3&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer

 

Le mele del Trentino? Sono così piene di pesticidi da aver contaminato il DNA dei neonati !!

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Le mele del Trentino? Sono così piene di pesticidi da aver contaminato il DNA dei neonati !!

Il dibattito sui pesticidi c’è ed è pure molto acceso. Nell’affollatissima sala dell’Istituto comprensivo di Cles, si è svolto il convegno «Ambiente è salute: esposizione cronica a pesticidi e Dna umano», presentazione della prima ricerca scientifica su alcuni residenti della Val di Non ed organizzata dal Comitato per il diritto alla salute.
Che il tema scottante fosse particolarmente sentito è stato testimoniato dal fatto che l’organizzazione ha dovuto impedire l’accesso alla sala a molte persone interessate all’iniziativa e giunte quando l’auditorium era ormai al completo. Tuttavia, questo interesse si è fatto sentire in maniera più brusca, quando alcuni interventi a fine dibattito hanno portato un altro punto di vista sull’agricoltura tradizionale.
Ma andiamo per gradi. Sergio De Romedis del Comitato per il diritto alla Salute Val di Non ha introdotto la serata: «Oggi presenteremo uno studio scientifico effettuato sugli abitanti della Val di Non relativo ai danni al Dna dovuti all’esposizione cronica ai pesticidi. Ciò non significa che siamo contro l’agricoltura, ma, al contrario, pensiamo che essa sia fondamentale. Tuttavia, attraverso l’uso di determinate sostanze chimiche di sintesi, crediamo che essa crei una conflittualità, poiché sono state trovate tracce di pesticidi nel corpo di chi non è esposto professionalmente».
La parola è dunque passata agli esperti. Il dottor Marco Tomasetti dell’università politecnica delle Marche ha spiegato l’azione dei pesticidi sul Dna umano: anzitutto essi creano una rottura del genoma, poi inibiscono la naturale funzione ricostruttiva e, proprio per questo, obbligano la cellula a riprodursi in maniera errata. Questo non significa certo malattia istantanea, ma è comunque una premessa a tumori o malattie neurodegenerative.
Il secondo intervento è stato quello della dottoressa Renata Alleva del Irccs Rizzoli di Bologna, la quale ha presentato lo studio sulla popolazione nonesa: «Abbiamo effettuato uno studio su un gruppo di persone che per motivi residenziali è quotidianamente a contatto con i pesticidi. Si è misurata la qualità dell’aria, la presenza di pesticidi all’interno delle case e si sono poi eseguiti prelievi sulle persone in periodi diversi, ad alta e bassa esposizione».
Lo studio afferma che nei periodi di alta esposizione il Dna ci mette molto tempo a riparare i danni subiti dai pesticidi e anzi è inibito dal farlo. «Il danno al Dna si accumula e una donna in gravidanza può trasferire al feto le sostanze – ha proseguito la Alleva – Ciò può avvenire anche durante l’allattamento, visto che i residui dei pesticidi si accumulano nei grassi».
Lo studio sarà pubblicato su una rivista scientifica internazionale, laMolecular Nutrition & Food Research.
Nel dibattito è intervenuto oggi, con una nota dettagliata, anche l’assessore Michele Dallapiccola, che rivendica quanto fatto dalla Provincia su questo fronte e invita a evitare gli allarmismi.
IL DIBATTITO: «I CONTADINI NON SONO ASSASSINI»
Dopo l’intervento del pediatra dottor Pinelli, il quale ha parlato delle conseguenze dei pesticidi sullo sviluppo dei bambini, è seguito un dibattito acceso. In cui però nessuno ha confutato lo studio scientifico (non c’erano esperti di microbiologia o medicina titolati a farlo), ma si è trasferito il dibattito su temi generali.
Così ad esempio Alessandro Dalpiaz, direttore dell’Apot: «La serata mi ha disorientato. Noi agricoltori siamo accusati di essere gli artefici delle problematiche esposte in questo studio. Non crediamo sia così. Noi agiamo nel rispetto delle norme e non sta a noi fare pressione sul legislatore affinché elimini determinati pesticidi. Al contrario di quanto sostenuto stasera, la qualità e l’aspettativa di vita non sono peggiorate».
A queste parole sono partite grida di protesta contro Dalpiaz, il quale ha proseguito dicendo che «Noi non siamo colpevoli, ma interpreti della nostra vita professionale. Possiamo sicuramente migliorare, ma dobbiamo trovare punti di incontro e dialogare di più». Dalpiaz ha ripreso il proprio posto in sala accompagnato da forti proteste.
In questo clima rovente, dal mondo ortofrutticolo è arrivata un’altra voce, quella di Gabriele Calliari, presidente Coldiretti Trentino: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Siamo tutti venuti qui in auto e chissà quanti aerei sono passati sopra le nostre teste durante la serata. Io non mi sento un killer di bambini. Devo forse pensare che la gente muore di cancro per colpa della mia attività? L’agricoltura oggi è a un bivio: o è legittimata e può dunque andare avanti, oppure deve terminare. Dobbiamo smettere di produrre e acquistare prodotti esteri distribuiti dalle lobby multinazionali e ogm? Diamoci una mano, altrimenti non se ne esce».
Anche in questo caso non sono mancati i brusii di sottofondo, ma certo non così forti come quelli rivolti a Dalpiaz. La serata si è quindi conclusa verso mezzanotte.
APOT E MELINDA: «ECCO PERCHÉ ABBIAMO PARTECIPATO»
Diversi rappresentanti dei Consorzi Melinda e «La Trentina», associati ad Apot – Associazione produttori ortofrutticoli trentini – ed una rappresentanza di frutticoltori di imprese private, e rappresentanze di enti locali del territorio, non hanno voluto mancare al Convegno, per ribadire il proprio impegno e volontà di accogliere le istanze della popolazione sul fronte del tema dell’utilizzo dei fitofarmaci. E lo hanno ribadito in un comunicato stampa.
Esso informa: «Abbiamo ritenuto utile una nostra presenza all’incontro per confermare la disponibilità dei frutticoltori verso un confronto più aperto e attento sui temi della salute e dell’ambiente – dichiara Alessandro Dalpiaz, direttore di Apot -. Dobbiamo essere coscienti che solo attraverso una progettualità rinnovata, ma anche sufficientemente condivisa, sarà possibile migliorare la qualità del sistema produttivo e del sistema territoriale, offrendo maggiori e più solide garanzie sociali ed economiche al Trentino, dando pieno significato al concetto di sostenibilità che ingloba le istanze economiche, sociali ed ambientali dei lavoratori e dei cittadini».
Continua il comunicato stampa: «Sulla medesima posizione il presidente di Melinda Michele Odorizzi, che ricorda come “L’interesse del Consorzio passi anche attraverso le sensibilità dei cittadini, che vanno ascoltate ed applicate nelle politiche ambientali e commerciali ma anche nel lavoro quotidiano dei singoli frutticoltori”».
Secondo il comunicato dei frutticoltori «Il confronto continuo e costruttivo, quindi, è quanto Apot e i Consorzi associati auspicano, da cui trarre utili suggerimenti e indicazioni importanti per la formulazione di programmi di attività e progetti in grado di favorire il raggiungimento di obiettivi di qualità ambientale, sociale ed economica alla base del concetto di “sostenibilità”, verso cui i frutticoltori, le loro rappresentanze e la società civile sono comunemente orientati».
fonte: http://www.ladige.it/popular/salute/2016/03/20/pesticidi-studio-residenti-val-non-agiscono-dna-passano-mamma-feto
tratto da: QUI

 

Fantastico – Il contadino che dichiara di essere ignorante e autodidatta, ma che rivoluziona l’agricoltura: ecco come coltiva pomodori e ortaggi senza acqua né pesticidi, con un antico metodo che sta affascinando i biologi.

 

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Fantastico – Il contadino che dichiara di essere ignorante e autodidatta, ma che rivoluziona l’agricoltura: ecco come coltiva pomodori e ortaggi senza acqua né pesticidi, con un antico metodo che sta affascinando i biologi.

Pomodori senz’acqua ne pesticidi:
questo metodo affascina i biologi
I metodi di Pascal Poot, lontani dall’agricoltura moderna, sono oltreché iperproduttivi anche naturali e poco costosi. Gli scienziati pensano di trovare delle risposte ai cambiamenti climatici.
Qui il terreno è così sassoso e il clima così arido che le querce vecchie di 50 anni sono più piccole di un uomo. All’entrata della fattoria di Pascal Poot, sulle alture di Lodève (Hérault) troneggia un vecchio cartello in cartone: “conservatoria di pomodori”
Ogni estate, i pomodori gialli a pera e altri Neri di Crimea crescono qui in una pazza abbondanza.
Senza irrigazione malgrado la siccità, senza tutore, senza cure e alcun pesticida ne concimi, le sue migliaia di piante producono fino a 25 kg di pomodori ciascuna.Il suo segreto? E’ nei semi che Pascal Poot semina davanti a me, con dei gesti che mischiano pazienza e nonchalance. L’inverno sta per terminare nella regione, è venuto il tempo per Lui di affidare i suoi semi alla terra. Sono le prime semine dell’anno
L’uomo ha 52 anni ma sembra senza età.Questo figlio di agricoltori che ha lasciato la scuola a 7 anni si dichiara completamente autodidatta.Ha allevato pecore e coltivato castagneti prima di specializzarsi nelle sementi. Oggi semina su del terriccio, dentro una serra, quindi mette i vasetti su un enorme mucchio di letame fresco, per cui la temperatura nei giorni successivi arriverà a 70 gradi, riscaldando la serra e permettendo la germinazione dei semi.
La tecnica del letto caldo è molto antica. Questo permetteva agli orticoltori del XIX secolo di raccogliere meloni in città dalla fine della primavera. E questo permette a Pascal Poot di far germinare ogni anno migliaia di piante di pomodori, zucchini, peperoni, poi li pianta in piena terra e non se ne occupa più fino alla raccolta.
Mentre semina, Pascal mi spiega i dettagli del suo metodo:
“La maggior parte delle piante che oggi chiamiamo “erbacce” erano piante che si mangiavano nel Medioevo, come l’amaranto o il dente di cane.
Mi son sempre detto che se loro sono così resistenti è perché nessuno se ne è più occupato da generazioni .
Tutti cercano di coltivare gli ortaggi proteggendoli il più possibile, io invece
cerco di incoraggiarli a difendersi da soli.
Ho cominciato a piantare pomodori su un terreno pieno di sassi vent’anni fa, e all’epoca non c’era una goccia d’acqua. Tutti pensano che facendo così le piante muoiono, ma questo non è vero in effetti tutte le piante sopravvivono. All’inizio abbiamo pomodori piccoli, ridicoli. Bisogna raccogliere i semi dei frutti e seminarli l’anno seguente. Allora si cominciano a vedere veri pomodori, possiamo raccoglierne 1 o 2 kg per pianta.
Meglio ancora se aspettiamo un anno o due. All’inizio mi hanno preso per matto ma alla fine, i vicini hanno visto che io avevo più pomodori di loro e senza peronospora, allora la gente ha cominciato a parlarne e dei ricercatori sono venuti a vedere.”
“Alla fine degli anni 90, durante la lotta contro gli OGM, ci siamo detti che bisognava lavorare anche sulle alternative, ed abbiamo cominciato a fare l’inventario degli agricoltori che si facevano le proprie sementi. Ne abbiamo trovati tra 100 e 150 in Francia. Ma il caso di Pascal Poot era unico. Il minimo che si può dire è che lui ha una grande indipendenza di spirito, segue le sue regole, e per mia conoscenza nessuno fa come lui.
Lui seleziona le sue sementi in un contesto molto difficile e di stress per le piante e ciò le rende estremamente tolleranti, migliora le loro qualità gustative e fa si che i nutrienti sono più concentrati. Oltre ciò lui coltiva diverse centinaia di varietà differenti, pochi agricoltori hanno una conoscenza così vasta”
I ricercatori cominciano solo ora a capire
i meccanismi biologici che spiegano il successo del metodo di Pascal Poot
…assicura Véronique Chable, specialista in materia a l’INRA-Sad de Rennes che ha realizzato delle ricerche sulle selezioni di Pascal Poot dopo il 2004
“Il principio base è di mettere le piante nelle condizioni in cui vogliamo che crescano. L’abbiamo dimenticato ma da molto tempo fa parte del buon senso contadino, oggi si chiama ereditarietà dei caratteri acquisiti in altre parole c’è una trasmissione dello stress e dei caratteri positivi delle piante per più generazioni.
Bisogna comprendere che il DNA è un supporto di memorizzazione plastico , non è solo la mutazione genetica che causa il cambiamento , c’è anche l’adattamento , con geni che sono dormienti , ma che possono  risvegliarsi . La pianta produce dei semi dopo aver vissuto il suo ciclo, e conserva memoria di alcuni aspetti acquisiti
Pascal Poot gestisce bene questo, le sue piante non sono molto differenti dalle altre a livello genetico ma hanno una capacità di adattamento impressionante.”Questa capacità di adattamento ha un valore commerciale. Durante la mia visita, molti hanno chiamato Pascal per ordinare delle sementi. L’agricoltore vende i suoi semi a molte aziende bio, come Germinance. Kevin Sperandio, artigiano sementiere di Germinance, ci spiega:
“Il fatto che le sementi di Pascal Poot si siano adattate a un territorio difficile fa si che hanno una capacità di adattamento enorme, valida per tutte le regioni e per tutti i climi. Non non abbiamo i mezzi di fare questo genere di test ma sono sicura che se facessimo un confronto tra una varietà ibrida, quella di Pascal Poot e un seme bio classico sarebbero quelle del conservatore dei pomodori che otterrebbero i migliori risultati”
Una parte dei semi sono venduti illegalmente,perchè non sono iscritti nel catalogo ufficialedelle specie e varietà vegetali del GNIS(raggruppamento nazionale interprofessionale delle sementi e delle piante)
“Una delle mie migliori varietà è la Gregori Altaï.Ma non è iscritta nel catalogo, forse perché non è abbastanza regolare. Molte varietà sono come questa. L’autunno scorso, la sementiera  Sementi del Paese a un controllo di repressione frodi ha trovato 90 infrazioni nel loro catalogo, il principio stabilisce che siamo autorizzati a vendere i semi che danno frutti tutti uguali e danno gli stessi risultati in ogni luogo. Per me questo è il contrario della vita, che riposa sull’adattamento permanente.
Questo porta a produrre dei cloni ma vediamo sempre più che questi cloni sono come zombi…”
Alla domanda su questi controlli, un rappresentante di GNIS spiega:
“Il nostro obiettivo è quello di fornire una protezione per l’utente e il consumatore. Il settore francese delle sementi è molto importante, ma ha bisogno di un’organizzazione e di un sistema di certificazione”.
Tuttavia la standardizzazione della frutta e dei semi si fa spesso a scapito del gusto e delle qualità nutrizionali . E potrebbe , in futuro , danneggiare gli agricoltori , dice Veronique Chable
“Il lavoro di selezione dei semi dimostra che siamo in grado di far crescere la pianta in condizioni molto particolari . Ma l’agricoltura moderna ha perso di vista che tutto questo si basa sulla capacità di adattamento. In un contesto di rapidi cambiamenti climatici e ambientali il mondo agricolo avrà bisogno di questo . Dovremo preservare non solo i semi , ma anche la conoscenza degli agricoltori , le due cose vanno insieme”.Per condividere questa conoscenza , ho chiesto a Pascal di spiegare come si selezionano e raccolgono i suoi semi. Ecco i suoi consigli:
“Bisogna raccogliere il frutto più tardi possibile, appena prima del primo gelo così avrà vissuto non solo la siccità estiva , ma anche le piogge autunnali.
Il pomodoro è molto speciale . Quando si apre un pomodoro , i semi sono in una specie di gelatina, come un bianco d’uovo . Questa gelatina impedisce ai semi da germogliare all’interno del frutto , che è caldo e umido.
I semi non germoglieranno fino a quando la gelatina non sarà marcita e fermentata.
È necessario dunque far fermentare i semi .Per questo bisogna aprire il pomodoro , togliere i semi e lasciarli per alcune ore nel loro succo , per esempio in una ciotola e ci sarà poi una fermentazione lattica.
Dobbiamo monitorare la fermentazione come il latte sul fuoco , può durare tra 6 e 24 ore , ma non deve formarsi  della muffa. Poi se prendendo un seme col dito si stacca bene dalla gelatina allora è pronto.
Si mette il tutto in un colino da tè ,si lava con l’acqua e si mette ad asciugare. così si ottiene una percentuale di germinazione tra il 98 % e il 100 %
Il peperone è diverso , basta lavare i semi , asciugarli su un setaccio fine e conservare. Per il peperoncino è lo stesso ma occorre fare attenzione perché i semi sono molto piccanti , e questo passa anche attraverso i guanti . Una volta che ho raccolto i semi di peperoncini Espelette senza guanti , ho dovuto passare la notte con le mani in acqua ghiacciata !”
Fonte QUI

Il pandoro Maina? Un dolce solo per adulti! – Per le sostanze che contiene NON è adatto al consumo dei bambini! Ed è solo un esempio…

 

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Il pandoro Maina? Un dolce solo per adulti! – Per le sostanze che contiene NON è adatto al consumo dei bambini! Ed è solo un esempio…

Il Salvagente riporta il caso del pandoro Maina: dalle analisi la presenza di ocratossina sarebbe nella norma per il consumo adulto, ma non per i consumo da parte dei bambini.

Ma è solo un esempio. Chissà quali e quanti prodotti sono in queste condizioni…

 

Da: Il Salvagente

Il pandoro Maina? Un dolce solo per adulti

Il pandoro è un prodotto per bambini o per adulti? Dal punto di vista delle leggi che ne regolano la produzione, non c’è dubbio: è un prodotto per adulti. Dal punto di vista della logica e della consuetudine natalizia, invece, è anche un prodotto per bambini.

Attenti, però, con la logica si possono compiere errori pesanti. Come dimostra un test condotto dall’associazione Cova contro un’associazione lucana di volontariato ambientale nata nel 2013, che realizza analisi ambientali, informazione, sensibilizzazione e, più in generale, contrasto alle eco-mafie.

L’associazione, poche settimane fa, ha in un supermercato di Bolzano due pandori Maina (lotto 773058 scadenza 30/04/18) e ha cercato oltre un centinaio di residui di fitofarmaci, aflatossine totali e ocratossina A. Ottimi i risultati sui fitofarmaci: nessuna molecola è stata rilevata nei laboratori della Ul. Un po’ meno le determinazioni dell’ocratossina A. O meglio, con 0,89 mcg/kg, a fronte di un limite di legge di 3 mcg/kg per questo alimento, gli adulti possono consumarlo con tutta tranquillità, dato che siamo abbondantemente tre volte sotto il limite. Il discorso diventa molto diverso se consideriamo di allietare i bambini (ricordiamo che per legge si definiscono tali solo se sotto i tre anni) durante le prossime feste di fine anno. In quel caso, il limite di legge sarebbe di 0,5 mcg/kg e il pandoro Maina non potrebbe essere indicato e venduto come alimento destinato ai piccoli consumatori.

Piccoli da difendere (ma solo fino a tre anni)

La logica la conoscete bene, è quella di tutelare i più piccoli e considerare invece come adulti,esattamente come un individuo di 60 anni, i bambini anche di soli 4 o 5 anni. Una logica che non ci ha mai convinto e che abbiamo più volte denunciato dalle nostre pagine.

“Questa presunzione di identica risposta dell’organismo nei confronti di alcuni rischi, fra cui le micotossine, non è sostenibile” l’aveva definita il professor Alberto Ritieni, uno dei maggiori esperti di micotossine, suggerendo al legislatore di “prevedere una fascia intermedia per un passaggio graduale da bambino ad adulto. Oppure, un limite unico più protettivo per ambedue le fasce”.

I pericoli delle Ocratossine

La tossicità delle ocratossine, d’altronde, è nota. Meno se ne assumono, meglio è, sostiene l’Efsa, l’Agenzia europea sulla sicurezza alimentare. Inoltre, la Iarc ha posto l’accento sulla correlazione tra l’assunzione di micotossine presenti negli alimenti e nei mangimi e la possibile insorgenza di effetti nocivi di diverso tipo sulla salute umana e degli animali. L’Agenzia si è anche soffermata sulle ocratossine sostenendo che in seguito all’azione lesiva delle micotossine sulle cellule, si può avere un’azione nefrotossica sui reni (ocratossina A), teratogena quando causano uno sviluppo anormale del feto (ocratossina A) e cancerogena. Sono inoltre immunosoppressive e riducendo la naturale resistenza alle malattie infettive sono anche immunotossiche.

Il crowdfunding delle analisi

L’analisi del prodotto Maina è stata finanziata nell’ambito del progetto GAS – Gruppo di Analisi Solidali, mettendo insieme un ristretto gruppo di consumatori interessati alle prove del prodotto, che hanno contribuito economicamente al pagamento della stessa. Una sorta di crowdfounding molto innovativo che poi prevede la pubblicazione sul giornale on line Punto eBasta.

tratto da: https://ilsalvagente.it/2017/11/15/il-pandoro-maina-un-dolce-solo-per-adulti/28042/

 

Miti alimentari: quando la pubblicità vende (solo) sogni

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Miti alimentari: quando la pubblicità vende (solo) sogni

Tra convinzioni basate sul sentito dire o dettate (anche) dalla pubblicità è facile prendere strade sbagliate sul nostro regime alimentare. Ragione che ci spinge a proseguire nel nostro viaggio tra i miti alimentari. Partendo proprio da alcuni messaggi (non troppo subliminali) della pubblicità.

Mi piacciono le patatine fritte ma mangio spesso quelle reclamizzate come “non fritte” perché fanno molto meno male

FALSO Le patate,  fra i pochissimi alimenti da consumare solo cotti, oggi sono molto diffuse surgelate specialmente sotto forma di patate pre-fritte o  non fritte, ma spesso non sono prodotti salutari e, seppure rassicurante, la scritta “non fritti” o “non pre-fritti” sulla loro confezione non racconta la complessità dei processi di lavorazione che richiedono l’arricchimento con oli e grassi a volte non eccellenti.
Le calorie che introduciamo con queste patatine pre-fritte sono sempre tante, molto vuote e sempre poco salutistiche. La cottura rapida richiesta  a casa, è dovuta spesso ad una pre-frittura che comporta un minimo assorbimento dei grassi usati industrialmente.
Uno dei metodi di preparazione suggerito per la loro cottura casalinga è spesso proprio la frittura, un vero e proprio ossimoro culinario di difficile comprensione dove la responsabilità della frittura sembra demandata al consumatore.

Non riesco a consumare molta frutta e per comodità bevo dei succhi freschi industriali

FALSO Usarli in questo modo è un grave errore, perché di frutta spesso ne è presente una quantità molto inferiore a quanto ci si aspetti mentre in compenso ci sono tanti inutili zuccheri.
Gli zuccheri semplici ci illudono di essere sazi e anche soddisfatti e felici, ma il consumo in grandi quantità predispone a squilibri metabolici molto gravi. Se poi aggiungiamo la necessità di addizionare a questi succhi coloranti e conservanti, ecco che una spremuta casalinga o un frutto fresco si trasforma in una scelta non sostituibile.

Il surimi? Lo evito perché  poco naturale e molto artificioso

VERO Il surimi, parola di origine giapponese che si traduce in “tritato”, è in effetti una finta polpa spesso al sapore di granchio.  È un composto alimentare che si produce rimettendo insieme delle parti tritate e spesso considerate scarti di altri pesci come il merluzzo, con l’aggiunta di zuccheri, addensanti, coloranti e conservanti per creare dei cilindri bicolori (interno bianco e esterno arancione). Per il sapore di granchio, anche delle “finte” chele di granchio o altri prodotti dalla forma simile ai crostacei come i gamberoni, alla fine vi è l’aggiunta di sapore artificiale di pesce.
La loro forte diffusione commerciale ha richiesto lavorazioni sempre più tecnologiche e tra gli ingredienti si trovano sorbitolo, zuccheri, polifosfati, glutammato monosodico, olio di colza e l’immancabile aroma artificiale di granchio.
Il surimi è nutrizionalmente un prodotto iperproteico e povero di grassi, ma con tanto sale aggiunto che lo rende poco adatto agli ipertesi e ai nefropatici. È molto ricco di polifosfati, così da essere un prodotto molto acquoso e quindi economicamente poco conveniente per chi lo consuma e l’aggiunta di glutammato serve a stimolare le nostre papille gustative per esaltare il basso livello sensoriale del surimi.

I grassi saturi sono pericolosi e a burro, strutto e grassi animali preferisco la margarina da grassi vegetali

FALSO La margarina rappresenta uno degli alimenti che meglio si è mascherato nel tempo come cibo salutare. Fu inventata nel 1869 per essere un sostituto leggero, meno capace di irrancidire e soprattutto più economico del burro, ma poi sono cresciuti i dubbi sulla sua produzione e sulla sua composizione che di fatto ne hanno molto ridimensionato le doti.
La famiglia delle margarine è molto ampia tanto che ce ne sono basate su grassi animali, su grassi vegetali saturi, su grassi insaturi idrogenati etc. In generale è un’emulsione che contiene gli acidi grassi naturalmente saturi di alcuni oli vegetali quali girasole, soia, palma, cocco, arachidi, ma ci sono sul mercato anche margarine senza olio di palma, oppure con l’aggiunta di acidi grassi omega 3. La scelta dei grassi permette di avere delle margarine più o meno rammollenti ad esempio più o meno adatte per produrre gelati.
Le alternative, chiaramente dipendono dalle ricette considerate, che si possono proporre per sostituire il burro e le margarine potrebbero essere la crema di mandorle, la crema di sesamo e naturalmente l’olio extravergine.

fonte: https://testmagazine.it/2017/02/09/miti-alimentari-quando-la-pubblicita-vende-solo-sogni/18625/

Lo zucchero fa male, i ricercatori: “Incrementa le masse tumorali”

 

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Lo zucchero fa male, i ricercatori: “Incrementa le masse tumorali”

 

Non lo scopriamo oggi: lo zucchero fa male, soprattutto quando assunto in grandi quantità. Già a gennaio dello scorso anno vi abbiamo parlato di uno studio dell’Università del Texas che correlava una dieta ricca di zuccheri a un maggiore rischio di contrarre il cancro. Una nuova ricerca dell’ateneo texano, pubblicata a maggio di quest’anno, illustrava come lo zucchero potrebbe favorire la proliferazione del tumore nel caso di carcinomi a cellule squamose.

Oggi, grazie a uno studio pubblicato su Nature Communications, scopriamo qualcosa in più sul perché questo avviene. Ecco cosa hanno scoperto i ricercatori.

Effetto Warburg: ecco perché lo zucchero fa così male

Prima di entrare nel dettaglio dello studio, facciamo un passo indietro. Che cos’è l’effetto Warburg? Come spiega l’Airc, le cellule cancerose hanno caratteristiche metaboliche differenti rispetto a quelle normali. In parole povere, entrambi i tipi di cellula producono energia per sopravvivere, ma lo fanno in modo diverso.

Questo metabolismo diverso prende il nome di “effetto Warburg”, dal nome del suo scopritore, ma viene detto anche glicolisi aerobica. Questo effetto consiste nella capacità di scindere il glucosio (lo zucchero che in genere assumiamo attraverso l’alimentazione), in presenza di ossigeno. Ossigeno che è carente in presenza di tessuti tumorali: ecco perché le cellule cancerose ricorrono a una mutazione che gli consente di ‘vivere’ in queste condizioni.

A causa di tali mutazioni, le cellule tumorali sono in grado di convertire maggiori quantità di zucchero in acido lattico rispetto a quelle sane.

Lo zucchero fa male: uno studio di 9 anni

Partito nel 2008, lo studio è stato condotto dai ricercatori belgi Johan Thevelein (VIB-KU Leuven Center for Cancer Biology), Wim Versées (VIB-VUB Center for Structural Biology) e Veerle Janssens (Università Cattolica del Belgio). Il focus di ricerca principale degli studiosi è stato proprio il Warburg effect. Effetto sulle cui cause non è stata ancora fatta del tutto chiarezza: in particolare, non è chiaro se si tratti di un semplice sintomo del cancro o una sua causa.

In ogni caso, lo studio belga conferma il collegamento tra questo effetto e la potenza oncogenica delle cellule cancerose. Lo spiega lo stesso professor Thevelein:

«La nostra ricerca rivela in che modo il consumo iperattivo di zucchero da parte delle cellule tumorali conduca a un circolo vizioso che stimola continuamente la crescita e lo sviluppo del cancro. Inoltre, [lo studio] è in grado di spiegare la correlazione tra la forza dell’effetto Warburg e l’aggressività del tumore».

Thevelein ci tiene a sottolineare come “questo collegamento tra zucchero e cancro abbia conseguenze impetuose: i risultati della nostra ricerca offrono le basi per studi futuri in questo campo”.

La prova di tale collegamento viene dagli esperimenti sul lievito condotti dai ricercatori. Nel lievito, infatti, sono state individuate le proteine “Ras”, comuni anche nelle cellule tumorali, che stimolano la moltiplicazione sia delle cellule del lievito che di quelle cancerose.

«Abbiamo osservato – spiega Thevelein – che la degradazione dello zucchero nel lievito è collegata all’attivazione delle proteine Ras, attraverso l’intermediazione del fruttosio 1,6-bisfosfato».

Malgrado la ricerca rappresenti un importante passo avanti nello studio dei tumori, i ricercatori restano con i piedi per terra:

«I risultati non sono sufficienti per identificare la causa primaria dell’effetto Warburg: sono necessarie ulteriori ricerche», conclude Thevelein.

fonte: https://www.ambientebio.it/salute/nuove-scoperte/lo-zucchero-fa-male-masse-tumorali/

Ecco cosa mangeremo fra pochi anni, quando il cibo non basterà più

 

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Ecco cosa mangeremo fra pochi anni, quando il cibo non basterà più

La crescita demografica imponente porterà a cambiamenti drastici delle nostre abitudini alimentari

L’Onu prevede una crescita della #popolazione mondiale dagli attuali 7 miliardi e mezzo agli 8,5 miliardi nel 2030, nel 2050 si arriverà addirittura ai 10 miliardi. La metà della crescita della popolazione mondiale sarà concentrata in 9 Paesi, India, Nigeria, Pakistan, Congo, Etiopia, Tanzania, USA, Indonesia ed Uganda. La crescita demografica mondiale sarà dunque imponente e porterà ad un aumento della domanda di cibo del 70%. Il cibo consumato attualmente proviene per il 98% dalla terra, solo il 2% dal mare.

L’agricoltura marina potrebbe sfamare il mondo

Finora abbiamo utilizzato mare ed oceano esclusivamente per cibarci di pesci, trascurandone altri componenti commestibili.

L’Accademia della Scienza Europea ha invitato esperti e scienziati a studiare l’habitat marino ed a trovare soluzioni sostenibili nel fondale degli oceani, al fine di soddisfare il fabbisogno alimentare delle nuove generazioni nel mare e negli oceani. L’ipotesi è quella di sfruttare la biomassa marina e di sviluppare un’agricoltura marina.

Plancton ed alghe: il cibo del futuro

Produrre frutti di mare ed alghe a livello industriale: questa sarebbe l’idea. Il plancton è il cibo delle balene, è un complesso di organismi acquatici, vegetali ed animali che vivono sospesi nelle acque lasciandosi trasportare dalle onde. Ricco di minerali come ferro, calcio, fosforo, magnesio, potassio, omega 3 e 6 e vitamina c, viene oggi usato nella cucina degli chef più raffinati. Il sapore? Di mare naturalmente.

Ad essere utilizzato in cucina è il fiotplancton, microrganismi di origini vegetale. Prevista anche la coltivazione di alghe, già molto usate nella tradizione culinaria asiatica. Queste piante crescono velocemente, circa 60 centimetri al giorno, dal seminarle al raccoglierle occorrono solo due settimane. Le stime per un’eventuale #Produzione sarebbero di 25 tonnellate di alghe in 5 mesi utilizzando un solo ettaro di oceano. Le alghe sono un’importantissima fonte di iodio, sali minerali, contengono più proteine delle verdure di terra, vitamine A, K, B, soprattutto B12.

Larve ed insetti, l’Unione Europea approva il loro consumo

Il Parlamento europeo ha approvato nuove regole sul commercio di nuovi alimenti, tra cui larve, vermi, insetti. Sarà più facile per i produttori immetterle nel mercato. Nel mondo sono circa 2 miliardi le persone che mangiano insetti. A consumarne di più sono l’Africa, il Messico, e il Sud-ESt Asiatico. Gli insetti più apprezzati sono i grilli, cavallette, le locuste, i bruchi di farfalle e le formiche.

 

fonte: http://it.blastingnews.com/cronaca/2017/06/ecco-cosa-mangeremo-fra-pochi-anni-quando-il-cibo-non-bastera-piu-001757703.html