Cibi raffinati: cosa sono realmente e perché mettono così tanto a rischio la nostra salute.

 

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Cibi raffinati: cosa sono realmente e perché mettono così tanto a rischio la nostra salute.

 

Cibi raffinati: cosa sono e perché mettono a rischio la nostra salute

Spesso, sentiamo dire che gli cibi raffinati e trasformati sono nocivi per la nostra salute. Di raffinato, ad esempio, sul nostro blog abbiamo parlato della farina e di come, a parte alcune rare eccezioni, in commercio non ci sia nulla che richiami il vecchio grano e la vecchia farina prodotta dai nostri nonni.

In genere, gli alimenti trasformati e raffinati sono alimenti a base di farina biancazucchero raffinatograssi idrogenati che, a seguito del loro processo di produzione, non sono più al loro stato naturale, perché così trattati e riempiti di additivi e di altri prodotti chimici che perdono gran parte delle loro caratteristiche naturali.

Additivi alimentari e cibi raffinati

Alimenti trasformati o trattati contengono, ad esempio, gli additivi fosfati, sostanze aggiunte per conferire agli alimenti più sapore e per migliorarne consistenza e durata: aumentano infatti la percentuale di acqua trattenuta dai cibi.

Sono sostanze su cui ancora, purtroppo, non ci sono evidenze chiare e su cui, spesso, i pareri sono discordanti. Eppure, ad esempio, alcune ricerche hanno dimostrato come gli additivi fosfati possano rafforzare lo sviluppo di cancro al polmone. A sostenerlo, uno studio coreano e americano, condotto su animali da laboratorio e pubblicato sull’American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine.

Degli additivi alimentari, ad esempio, abbiamo parlato in un nostro precedente articolo in cui abbiamo stilato un elenco di quelli più pericolosi e più comunemente utilizzati nei cibi che consumiamo quotidianamente.

Junk food e indice glicemico

Non è tutto. Tra gli alimenti trasformati troviamo anche i cosiddetti “cibi spazzatura”, i junk food. Questi alimenti contengono alti indici glicemici, causa di una forte dipendenza dal cibo. Alimenti ad alto indice glicemico sono responsabili del sovrappeso e delle malattie a esso collegate: causano infatti una forte dipendenza dal cibo, stimolando una continua ricerca di appagamento che, nella maggior parte dei casi, sfocia nel consumo di merendine e altri snack salati.

Cibi con un maggiore indice glicemico sono i cereali raffinati, lo zucchero bianco, i dolci, le bevande zuccherate e molti degli alimenti confezionati presenti in commercio e contenenti carboidrati: come snack, biscotti, merendine, patatine in busta e bevande gassate.

Grassi idrogenati

Ancora, il discorso si può allargare ai grassi idrogenati presenti nei prodotti industriali. Sono contenuti in margarine, merendine alla crema, piatti già pronti, surgelati e prodotti da forno. Sono grassi artificiali, realizzati con particolari processi di lavorazione degli alimenti. Il motivo per cui vengono molto utilizzati nell’industria alimentare è perché gli alimenti trattati con queste sostanze hanno tempi di conservazione più lunghi. Un’alimentazione che prevede un consumo disattento di grassi idrogenati può rendere i vasi sanguigni meno flessibili e influire negativamente sulla pressione del sangue. Secondo alcune ricerche, infatti, un abuso può aumentare il rischio di malattie cardiovascolari.

La loro presenza è comunque sempre indicata in etichetta.

Difficoltà a concentrarsi

Anche se si hanno problemi a livello di concentrazione una delle cause potrebbe essere l’alimentazione e il consumo di junk food. Gli alimenti trasformati, abbiamo visto, hanno una grande quantità di zuccheri aggiunti e di grassi nocivi che agiscono negativamente sul nostro corpo. Sono cibi che influenzano anche la produzione di dopamina, una sostanza chimica importantissima per le nostre funzioni cognitive, per l’attenzione e per la memoria.

Alla fine, il concetto è semplice: 28 Per scegliere bene, basta prestare sempre attenzione alle etichette, conoscere il significato dei diversi codici e cercare di prediligere prodotti naturali, evitando cibi confezionati.

 

fonte: https://www.ambientebio.it/salute/rischi-salute/cibi-raffinati-cosa-sono-e-perche-mettono-a-rischio-la-nostra-salute/

Paghiamo cari i Limoni dal Cile e facciamo marcire quelli della Sicilia (i migliori del mondo)!

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Paghiamo cari i Limoni dal Cile e facciamo marcire quelli della Sicilia (i migliori del mondo)!

Sembra un paradosso, ma è così. I limoni li abbiamo in Italia, ma preferiamo farli arrivare da altri Paesi. La crescita, in questo senso è esponenziale.
La realtà dei fatti – commenta Coldiretti – è che, dati alla mano, oltre il 25 per cento dei limoni consumati in Italia è di importazione. Se nel 1995 l’Italia importava 17,8 milioni di chilogrammi di limoni, oggi le importazioni sono arrivate a superare i 103 milioni di chilogrammi. La produzione nazionale, nello stesso periodo, da poco meno di 700 milioni di chilogrammi è crollata a poco più di 300 milioni di chilogrammi, sotto i colpi di prezzi troppo bassi e delle importazioni“, conclude Coldiretti.
E le aziende siciliane, dove in Italia ci sono i limoni, muoiono:
Fra il 2000 e il 2010 ha chiuso i battenti più del 40% delle aziende agricole in Sicilia, che produce l’85% dei limoni italiani. La “riviera dei Limoni”, che attraversa Aci Castello, Acitrezza, Giarre e Roccalumera non fa eccezione: dai 6mila ettari e 135mila tonnellate del 2009 ai 5mila ettari e 120 mila tonnellate del 2011.”

 

E alcuni siciliani commentano: “Qui in Sicilia i limoni restano sugli alberi e poi marciscono non li raccolgono nemmeno perché li vogliono pagare pochissimo e i contadini non recuperano neanche le spese. Però poi li importiamo per fare arricchire le altre nazioni. Bravi!
Come riporta la Repubblica di Palermo: “Limoni a 7 centesimi al chilo, i produttori li lasciano sugli alberi. Settanta chilometri di distese di limoneti disegnano la costa tra Catania e Messina. Hanno creato nell’immaginario collettivo l’iconografia della Sicilia, ma tra pochi anni di quegli alberi potrebbe non restare traccia. Ai contadini che producono nel tratto di terra che attraversa Aci Castello, Acitrezza e Giarre, fino a Roccalumera, non conviene più coltivare i limoni, perché i costi per produrli sono arrivati a superare i ricavi della vendita: sette centesimi per un chilo, contro i tredici che costa raccoglierli. E così migliaia di tonnellate di frutti rimangono a marcire sui rami. E si preferisce rincarare e guadagnare su quelli stranieri che importiamo a basso costo.
Che dire! Come sempre il mio consiglio è di comprare frutta e verdura locale, non trattata. Non affidiamo le nostre scelte e la nostra salute ai grandi business che cercano solo il guadagno senza scrupoli, a qualunque costo.
fonte: http://zapping2015.altervista.org/paghiamo-cari-i-limoni-dal-cile-e-facciamo-marcire-quelli-della-sicilia-i-migliori-del-mondo/

OGM: ecco quello che mangiamo – Dalla Cambogia maiali mutanti muscolosi che sembrano Hulk!

 

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OGM: ecco quello che mangiamo – Dalla Cambogia maiali mutanti muscolosi che sembrano Hulk!

OGM: maiali mutanti prodotti in Cambogia muscolosi come Hulk
L’associazione animalista ha accusato l’azienda produttrice di carne suina di sfruttamento degli animali, ecco perché.

Le immagini dei #maiali che è possibile visionare sulla pagina Facebook della fattoria accusata di sfruttamento degli animali, sono terribili. I maiali sono stati progettati geneticamente per avere dei muscoli ingombranti. Le immagini sono emerse dall’allevamento presente in Cambogia.

Sfruttati al massimo

Questi maiali dal “doppio muscolo” sembrano avere delle grandi difficoltà a camminare e perfino ad alzare la propria testa; il gruppo per i diritti dell’animale PETA ha affermato che questi suini sono in qualche modo geneticamente modificati, per essere più muscolosi e quindi per pesare di più. Nel 2015, gli scienziati dell’Università Nazionale di Seoul in Corea sono stati in grado di modificare geneticamente il gene myostatina dei maiali, che regola tipicamente la produzione di tessuti muscolari, permettendo così ai maiali di costruire una massa muscolare quasi illimitata.

I ricercatori speravano che questi maiali, sarebbero stati approvati per la vendita. Newsweek, ha dichiarato che questi maiali geneticamente modificati non sono mai stati approvati per la vendita come alimento.

Già in commercio?

Mentre la Food and Drug Administration ha stabilito che il salmone dell’AGO AquAdvantage è sicuro da mangiare come qualsiasi altro salmone, nessun altro animale geneticamente modificato è stato approvato per il consumo. Attualmente nessuno può vendere carne geneticamente modificata e se qualcuno sta attualmente vendendo carne da maiali #OGM, “deve sapere che è illegale” ha dichiarato la Food and Drug.

Nessuna di queste specie è stata attualmente approvata per il consumo umano. Ad oggi, l’unico animale geneticamente modificato che è in commercio è il salmone AquAdvantage, prodotto da AquaBounty e modificato con lo scopo di farlo crescere più rapidamente delle varietà tradizionali del salmone.

Già negli anni ’80, gli scienziati di Beltsville, nel Maryland, hanno aggiunto geni di ormone della crescita umana agli embrioni di suini. Poiché furono allevati con geni di un’altra specie, questi suini erano stati definiti “trasgenici”, a differenza dei maiali “Hulk“, a cui sono stati alterati i propri geni.

A Beltsville nacquero 19 suini: due erano morti, quattro morirono praticamente subito, e sebbene qualcuno sia cresciuto più velocemente del solito, altri dieci sono morti prima di raggiungere un anno di età. Questi maiali soffrirono di artrite, problemi di pelle e occhi e sono morti di stress, ulcere peptiche, pericardite e polmonite.

Prima che gli animali come i maiali OGM raggiungano il mercato, si dovranno effettuare delle ulteriori ricerche; i suini non dovranno essere nocivi per la salute umana, l’ambiente e “dovranno anche avere, un buon gusto” hanno affermato i ricercatori. #alimenti geneticamente modificati

 fonte: http://it.blastingnews.com/cronaca/2017/10/ogm-maiali-mutanti-prodotti-in-cambogia-muscolosi-come-hulk-002083683.html

Coldiretti lancia l’allarme: solo 25 analisi su 7,6 miliardi di kg di grano che arriva dall’estero. E grazie che poi mangiamo porcherie!

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Coldiretti lancia l’allarme: solo 25 analisi su 7,6 miliardi di kg di grano che arriva dall’estero. E grazie che poi mangiamo porcherie!

Coldiretti, solo 25 analisi su 7,6 mld kg grano estero

Rivedere limiti massimi di presenza glifosate in cibo importato

ROMA – “Con 7,65 miliardi di chili di cereali importati dall’estero nel 2016, scoprire che sono stati esaminati solo 25 campioni e che nessuna analisi è stata eseguita per il glifosate, dovrebbe essere motivo di preoccupazione per un Paese che è leader nella qualità e nella sicurezza alimentare”. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento al piano di controllo sule micotossine del Ministero della Salute.

“Una imprenditoria sana e responsabile anziché esultare, come hanno fatto gli industriali della pasta di Aidepi – osserva Coldiretti -, si porrebbe l’obiettivo di aumentare i controlli a tutela dei qualità dei propri prodotti e a garanzia dei consumatori, soprattutto con riguardo al miliardo di chili di grano duro proveniente dal Canada sul quale è stato usato in preraccolta il discusso erbicida glifosate vietato in Italia perché ritenuto a rischio, che, lo ribadiamo non è stato oggetto di analisi del rapporto”. “Non si capisce perché, a fronte del divieto di utilizzo del glifosate in preraccolta per le imprese agricole italiane – prosegue l’organizzazione agricola – non solo non sia vietata l’importazione del frumento trattato in questo modo, ma non ci sia neppure la ricerca sistematica dei residui di glifosate sul 100% di prodotto importato. Usare il solo parametro delle micotossine per disinnescare l’allarme tossicologico sul glifosato è un errore di prospettiva nel momento in cui tutto il dibattito a livello europeo e internazionale è spostato sull’autorizzazione del rinnovo di questa sostanza”. “Per questo ci auguriamo – conclude Coldiretti – che gli industriali della pasta si uniscano a noi nel chiedere che i limiti massimi di residui dello stresso glifosate debbano essere precauzionalmente rivisti in ragione dell’incertezza scientifica sui rischi per la salute oggetto dell’attuale dibattito tra le agenzie europee. Si preferisce invece speculare per sottopagare gli agricoltori italiani proprio in una annata che ha visto un crollo di almeno il 10% del raccolto di grano duro a seguito delle quotazioni insostenibili e all’andamento climatico”.

 

fonte: http://www.ansa.it/canale_terraegusto/notizie/cibo_e_salute/2017/09/28/salutecoldirettisolo-25-analisi-su-76-mld-kg-grano-estero_ae568096-78e7-4065-978d-5250a1702c22.html

Perchè queste notizie i Tg non le danno? Costretti a mangiare OGM per legge! La Corte Europea IMPONE gli OGM in Italia!

 

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Perchè queste notizie i Tg non le danno? Costretti a mangiare OGM per legge! La Corte Europea IMPONE gli OGM in Italia!

 

La Corte Europea impone gli OGM in Italia: è polemica sul mais Mon810

Una sentenza della Corte di Giustizia Europea ha stabilito che gli OGM non possono essere vietati in Italia: il caso del mais Mon810.

Negli ultimi tempi è tornato prepotentemente al centro delle cronache lo spinoso caso che vede contrapposta l’Italia alle istituzioni comunitarie: l’oggetto del contendere riguarda infatti la coltivazione degli OGM (Organismi Geneticamente Modificati) e anche una sentenza della Corte di Giustizia Europea, in cui si ignora sostanzialmente quanto stabilito quattro anni fa da un decreto che metteva al bando il mais Mon810 della Monsanto, la multinazionale statunitense attiva nel settore delle biotecnologie agricole. Ma è utile ripercorrere questa intricata vicenda sin dall’inizio per capire meglio i contorni che ha assunto di recente.

LE COLTIVAZIONI OGM DI FIDENATO – Come è noto, tutto nasce nel 2009 con la decisione di Giorgio Fidenato, un imprenditore agricolo friulano, di coltivare nei suoi terreni in provincia di Pordenone il mais Mon810una varietà genericamente modificata della Monsanto e prodotta per combattere le perdite di raccolto causate dagli insetti. Nonostante agisse senza violare le norme dell’EFSA (European Food Safety Authority), Fidenato ha dovuto fare i conti con le norme in vigore nel nostro Paese che, sin dal 2001, impongono il rilascio di un’autorizzazione per le colture OGM. Dalla decisione dell’agricoltore di non sottostare al decreto del 2001 è nata una disputa legale protrattasi fino ai giorni nostri, tanto che lo stesso Fidenato coltiva ancora il Mon810 (nonostante il decreto interministeriale del 2013 firmato dall’allora Ministro delle Politiche Agricole, Nunzia De Girolamo), forte della decisione della Corte Europea del 2015.

L’INTERROGAZIONE IN COMMISSIONE AGRICOLTURA – La “querelle” nasce proprio dal fatto che la decisione della Corte con sede in Lussemburgo, dando ragione a Fidenato, ha minato l’autorità del Governo in carica nel 2013 e ha esautorato il nostro Paese dal poter decidere su una materia delicata. Di recente, alla Camera è stata presentata dalla deputata Serena Pellegrino una interrogazione in Commissione Agricolturasul rischio che si possano riaprire degli spiragli per le coltivazioni degli OGM. Secondo la Pellegrino, le parole del Ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, chiariscono che “in Italia è stato disposto in via definitiva il divieto di coltivazione di tutti i mais transgenici in corso di autorizzazione per l’immissione in commercio”. Sulla stessa linea è anche la Coldiretti che si rifà alla Direttiva Europea n. 412 del 2015, nella quale si dava all’Italia la possibilità di decidere autonomamente sugli OGM, sconfessando così il tribunale lussemburghese.

GLI SVILUPPI GIUDIZIARI – Tuttavia, la vicenda giudiziaria iniziata dopo che i campi di Fidenato erano stati sottoposti a sequestro (e prima che il Tribunale di Pordenone chiedesse l’intervento della Corte Europea), è ben lungi dall’essere conclusa, anche se si moltiplicano le evidenze circa le conseguenze negative delle coltivazioni del Mon810 sulla biodiversità e sull’incremento dell’inquinamento “genetico”. A far temere un colpo di coda sono le motivazioni della sentenza che dà ragione all’agricoltore: “Non sussistono prove scientifiche a supporto delle misure di emergenza richieste e viene meno anche il principio di precauzione”. Insomma, bisognerebbe attendere che gli OGM in questione si dimostrino nocivi prima di vietarli: un paradosso che, però, in futuro potrebbe aprire ad iniziative sulla scia di quella di Fidenato; questi ha intanto annunciato che la questione “verrà portata di nuovo alla Corte in sede pregiudiziale”. In attesa del nuovo capitolo giudiziario, da una recente indagine la posizione dei cittadini italiani emerge però in maniera netta: l’80% non si fida delle colture biotech e raramente porta in tavola prodotti transgenici.

Il Team di Breaknotizie

fonte: http://www.breaknotizie.com/la-corte-europea-impone-gli-ogm-in-italia-e-polemica-sul-mais-mon810/

Ed ora ci truffano anche sui Grani Antichi Siciliani: i prodotti si moltiplicano a dismisura sugli scaffali di negozi e supermercati a fronte di una produzione che non supera i 5 mila ettari. Troppi interessi in gioco. Servono controlli!

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Ed ora ci truffano anche sui Grani Antichi Siciliani: i prodotti si moltiplicano a dismisura sugli scaffali di negozi e supermercati a fronte di una produzione che non supera i 5 mila ettari. Troppi interessi in gioco. Servono controlli!

 

Raccogliamo e giriamo l’accusa di GRANOSALUS

Grani antichi siciliani: troppi interessi in gioco. Servono controlli sulla pasta e sulle semole

E’ sempre più evidente la crescita di prodotti a base di grani antichi siciliani – pasta, pane, pizze, semole – rispetto alla produzione di tali grani antichi in Sicilia, che oggi non supera i 5 mila ettari. Ci dicono che questi grani antichi vengono coltivati anche nel centro Nord Italia, dove il clima non è quello del Sud Italia. Da qui la necessità, a tutela dei consumatori, di avviare i controlli anche sulla pasta e sulle semole prodotte con i grani antichi 

Non siamo particolarmente innamorati delle certificazioni. Soprattutto se a pagare tali certificazioni sono coloro i quali poi se ne fregiano, come avviene, oggi, per l’agricoltura biologica. Ma forse un po’ d’ordine nel mondo dei grani antichi siciliani va fatto, perché quello che sta succedendo non ci sembra molto normale e, se la dobbiamo dire tutta, non ci convince.

In tempi non sospetti – era il luglio del 2016 – abbiamo lanciato l’allarme sulla possibile speculazione – allora già in corso – sui grani antichi della Sicilia (QUI L’ARTICOLO DEL LUGLIO DELLO SCORSO ANNO PUBBLICATO DA QUESTO BLOG). Dall’estate dello scorso anno ad oggi ne stanno succedendo di tutti i colori.

C’è stato, ad esempio, il tentativo – un po’ goffo, ma non per questo meno pericoloso – da parte di alcuni grippi non siciliani, di impossessarsi dei nomi di alcune varietà di grani antichi e, addirittura!, della stessa dizione “grani antichi della Sicilia”. I nomi delle varietà di grano che diventano simili ai ‘brevetti’ per imporre le royalties. Cosa da non crederci!

SE NON CI CREDETE POTETE LEGGERE QUESTO ARTICOLO, E ANCHE QUESTO ARTICOLOE QUEST’ALTRO ARTICOLO.

Insomma, c’è un po’ di confusione – forse troppa confusione – attorno al mondo dei grani antichi della Sicilia. Un dato e un fatto oggettivo dovrebbero fare riflettere.

Il dato è che, oggi, in Sicilia, solo una ventina di ettari coltivati a grani antichi è certificata. Ribadiamo: non siamo innamorati delle certificazioni, ma un po’ di chiarezza va fatta. Anche per capire da dove arrivano tutti questi grani antichi della Sicilia (e tutte le farine e le semole preparate con i grani antichi siciliani: e tutta la pasta fatta con i grani antichi della Sicilia e via continuando) che invadono il mercato nazionale e, a quanto pare, anche internazionale.

Siamo arrivati al fatto oggettivo: il proliferare incontrollato di prodotti presentati come derivati di grani antichi della Sicilia. 

L’11 aprile di quest’anno, ad esempio, presso un punto vendita della Grande distribuzione organizzata di Palermo, abbiamo scoperto che a Milano e a Torino si produce pasta con i grani antichi della Sicilia:

“La prima marca è di Milano e produce penne integrali con con la varietà Timilia, cioè la nostra Tumminìa. Ci chiediamo e chiediamo: a Milano dov’è che può essere coltivata la varietà di grano duro Tumminìa o Timilia?”

Dalla Lombardia al Piemonte:

“Non meno stupefacente la marca di Torino, che produce pasta con la varietà di grano duro Senatore Cappelli. Stessa domanda: a Torino dove si dovrebbe coltivare la varietà di grano duro Senatore Cappelli? Sulle Alpi? Con molta probabilità, le aziende del Centro Nord Italia hanno scoperto che i grani duri antichi del Sud Italia – e in particolare di Sicilia e Puglia – sono il grande affare dell’agricoltura”. (QUI POTETE LEGGERE IL NOSTRO ARTICOLO PER INTERO).

Noi, a questo punto, ci poniamo alcune domande. Partendo da due premesse.

Prima premessa: a noi, in Sicilia, risultano, sì e no, 5 mila ettari ettari di superficie coltivati a grani antichi.

Seconda premessa: i grani antichi producono meno dei grani tradizionali. La varietà Senatore Cappelli – forse una delle migliori per produrre pasta – non supera i 20 quintali per ettaro di produzione.

Da qui la domanda: se gli ettari di grani antichi coltivati in Sicilia sono 5 mila e la produzione è inferiore a quella dei grani duri tradizionali, da dove arriva tutta sta produzione di pasta, pane, farine, semole eccetera di grani antichi della Sicilia?

Sappiamo che queste varietà di grani antichi si possono coltivare in tutto il Sud Italia, e non soltanto in Sicilia. In Sardegna, ad esempio, va molto bene il Senatore Cappelli.

Un lettore ci ha scritto che i grani duri antichi della Sicilia si possono coltivare anche nel Centro e nel Nord Italia. 

Non abbiamo nulla in contrario sul fatto che le Regioni del Centro Nord Italia coltivino i grani duri antichi della Sicilia. Ma a parte il fatto che questo andrebbe eventualmente scritto nelle etichette della pasta, un conto è dire che un tipo di pasta, o un tipo di semola è prodotta con una varietà di grani antichi coltivati in Sicilia – per esempio, Tumminìa o Senatore Cappelli – mentre altra e ben diversa cosa è dire che pasta e farine sono prodotte con grani duri antichi della Sicilia coltivati, però, in Emilia Romagna o in Lombardia. Sono due cose diverse.

Sappiamo tutti che il grano duro coltivato nelle aree fredde e umide crea problemi. L’esempio lo fornisce il grano duro coltivato nelle aree fredde e umide del Canada: grano duro che viene fatto maturare con il glifosato e che, a causa dell’umidità, presenta dei funghi che producono le micotossine DON.

Cosa vogliamo dire? Che siccome i grani antichi della Sicilia (e in generale del Sud Italia: non dimentichiamo che la varietà Senatore Cappelli è di origine pugliese e non siciliana) stanno diventando un grande affare, sarebbe bene avviare le analisi anche sui prodotti – pasta, semola, farine e via continuando – che derivano da questi grani antichi.

Si tratta di avviare le analisi che GranoSalus ha già avviato su otto marche di pasta (QUI LE ANALISI).

Perché se è vero che il grano duro che matura nel Sud Italia, grazie al clima, non presenta problemi legati alla presenza di glifosato e di  micotossine DON, è anche vero che le stesse varietà, se coltivate nelle zone fredde e umide, potrebbero presentare problemi.

Per tagliare la testa al toro non resta che promuovere le analisi anche sulle marche di pasta prodotta con i grani antichi della Sicilia e, in generale, sui prodotti che derivano da questi grani.

Sia per escludere l’eventuale presenza di inquinanti, sia per verificare che i prodotti presentati come derivati dai grani antichi sia in affetti tali.

Tutto questo a tutela dei consumatori.

P.S. 

Ricordiamo che GranoSalus e I Nuovi Vespri hanno siglato una convenzione in forza della quale lavoreranno assieme al servizio dei produttori di grano duro del Sud Italia e, in generale, al servizio dei consumatori (proprio oggi il titolare di questo blog, Franco Busalacchi, è a Caltanissetta per presiedere una riunione con agricoltori e consumatori). 

Si apre, insomma, una nuova sfida. 

 

FONTE: http://www.inuovivespri.it/2017/10/11/grani-antichi-siciliani-troppi-interessi-in-gioco-servono-controlli-sulla-pasta-e-sulle-semole/

Altro che Buondì Motta – Ecco come dovrebbe essere una pubblicità delle merendine per bambini !!

 

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Altro che Buondì Motta – Ecco come dovrebbe essere una pubblicità delle merendine per bambini !!

Ecco come dovrebbe essere una pubblicità per essere veritiera e non solo un micro film manipolatorio che cerca di convincere più che consigliare.
Il mondo delle pubblicità è al servizio del demonio, cosi come quello del marketing ed entrambe sfruttano le scoperte sulla mente umana fatte a doc fin dagli anni 40.
Questo nel video dovrebbe invece essere lo spot per le merendine rivolte ai bambini che noi tutti dovremmo vedere in televisione.
A questo punto le mamme avrebbero la responsabilità di sapere e scegliere secondo libero arbitrio. Finalmente

“NATURALE” – La leva che muove il mercato del cibo. Ma cosa ci rifilano con questo aggettivo?

 

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“NATURALE” – La leva che muove il mercato del cibo. Ma cosa ci rifilano con questo aggettivo?

 

Cercasi cibi e prodotti naturali. Che sia una “moda” o un’approfondita e argomentata richiesta, di certo i consumatori sembrano sempre più propensi a circondarsi di prodotti che rispondano a questo requisito.

 

Del resto, che l’interesse verso prodotti “naturali” sia crescente, lo ha dimostrato anche l’Osservatorio Sana 2017, il Salone internazionale del biologico e del naturale che si è tenuto come ogni anno a Bologna, agli inizi di settembre. Secondo Nomisma, le famiglie acquirenti che hanno fatto almeno un acquisto consapevole di un prodotto bio negli ultimi 12 mesi sono salite al 78% del totale (5 anni fa la percentuale era parti al 53%). Tra chi, invece, è già legato al bio, il 60% acquista prodotti di frequente(almeno una volta alla settimana). Altro dato è quello che rileva che l’89% di chi ha iniziato ad acquistare bio da alcuni anni continua a farlo.

Cosa è percepito come “naturale”?

Bio a parte (o meglio, bio incluso), cosa significa “naturale” per chi fa acquisti?

Il gruppo Hero, azienda internazionale del settore alimentare specializzata nella commercializzazione di prodotti di marca (marmellate, prodotti per bambini, barrette, ma anche prodotti senza glutine e finalizzati alle decorazioni alimentari) ha condotto una ricerca approfondita raccogliendo 85mila testimonianze di consumatori in 32 paesi del mondo, per provare a rispondere a questa domanda.

Lo studio realizzato dal Gruppo Hero, tuttavia, non prevede una classifica delle caratteristiche che influenzano le persone che vogliono prodotti cosiddetti naturali: “Lo studio non redige una classifica di quali attributi vengano identificati come più o meno importanti – fa sapere  Luis Manuel Sánchez-Siles, direttore Innovazione del Gruppo Hero, uno dei ricercatori che ha preso parte allo studio, insieme a Sergio Román (Università di Murcia) e Michael Siegrist (ETH Zurigo) – ma di certo la caratteristica ‘organico’ o ‘bio’ è considerata estremamente correlata al concetto di naturalità. Nella ricerca infatti viene specificato che ‘altre ricerche devono essere fatte per stilare una misurazione, ancora mancante, del FNI (Food Naturalness Importance). Una tale misurazione potrebbe far scaturire ulteriori studi futuri che esaminino proprio quali siano le caratteristiche più rilevanti per i consumatori’”.

Il punto è che ‘naturale’ non significa per tutti la stessa identica cosa, quando si parla di alimenti o prodotti in senso lato.

Conta l’origine, gli ingredienti, la produzione…

Nel settore alimentare non esiste una definizione del termine ‘naturale’ condivisa a livello universale – confermano dal Gruppo Hero – così che a volte l’espressione risulta vaga e talvolta abusata, spesso oggetto di confusione. Secondo quanto rivelato dallo studio condotto, i consumatori percepiscono un prodotto come naturale in base all’origine delle materie prime, agli ingredienti utilizzati e al processo produttivo”.

Obiettivo di questo studio, infatti, come dichiarato da Sánchez-Siles, era quello di indagare le convinzioni dei consumatori: “Non volevamo imporre la nostra idea su ciò che riteniamo rappresenti la naturalità, bensì desideravamo scoprire come questo concetto fosse percepito dai consumatori”, spiegano i ricercatori.

Quindi, origine, ingredienti e processo produttivo sono senz’altro gli strumenti ‘principe’ attraverso cui i consumatori – scelti dal gruppo Hero all’interno di un range appartenente a fasce sociali ed età diverse in quattro continenti – giudicano i prodotti per fare i propri acquisti. Ed ecco quindi che, per i cittadini, se i prodotti sono bio e/o a km0 è preferibile, così come risulta apprezzabile se il processo di trasformazione non prevede l’utilizzo di conservanti, additivi, coloranti, aromi artificiali, agenti chimici, ormoni, pesticidi e ogm. Ovviamente, il risultato di questi parametri deve far ottenere un prodotto che il consumatore giudichi anche fresco e gustoso, oltre che sano e se possibile eco-sostenibile. Tra le caratteristiche che influenzano il cittadino intenzionato ad acquistare un prodotto ‘secondo natura’, anche la confezione ha il suo peso quando rievoca l concetto di naturalità e di tradizione, così come la strategia di marketing.

Chimico vs naturale?

Insomma, da questa ricerca sulla percezione, ciò che si evince è senz’altro che per il consumatore che cerca un prodotto sano, gustoso, fresco e privo di pesticidi, è molto importante richiamare il concetto di ‘naturale’. Sebbene, come sappiamo, esistono sostanze presenti in natura che sono nocive per l’uomo: “Per i consumatori ciò che è naturale viene immediatamente associato con l’essere sano, ma è assolutamente vero che esistono diverse sostanze naturali, nocive per l’essere umano. Purtroppo il nostro studio non ha approfondito il tema della comprensione del consumatore riguardo alle sostanze naturali ma pericolose/velenose”, precisa Sánchez-Siles. Che aggiunge:“Alla Hero vengono eseguiti controlli qualità estremamente severi su tutti i prodotti, nessuna compagnia solida e onesta prenderebbe mai in considerazione l’idea di usare tali sostanze”.

Viene poi da chiedersi se, in questo immaginario in parte calzante alla realtà e in parte forse no, sia ‘chimico’ il contrario di ‘naturale’: “È una domanda davvero difficile alla quale rispondere – precisa Sánchez-Siles – Dovremmo innanzi tutto stabilire cosa intendiamo col termine ‘chimico’ perché il cibo è formato da composti naturali chimici. Prendiamo una mela per esempio piena di buoni e sani composti naturali chimici, non è di certo cattiva no?”.

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/09/18/la-leva-del-naturale-muove-il-mercato-del-cibo-ma-cosa-ci-vendono-con-questo-aggettivo/26174/?utm_content=buffer07463&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer

Occhio all’etichetta: quando il cibo non è quello che sembra

 

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Occhio all’etichetta: quando il cibo non è quello che sembra

mpariamo a leggere le etichette alimentari e a riconoscere le diciture ingannevoli che possono indurci all’acquisto di un prodotto differente da quello che crediamo

Leggere le etichette dei prodotti, si sa, è di fondamentale importanza per fare degli acquisti consapevoli, ancora di più se si tratta di alimenti: sapere cosa abbiamo sulla tavola è un diritto di ogni consumatore. Esistono tuttavia delle diciture non sempre trasparenti che spesso possiamo ritrovare nelle targhette alimentari e che ci possono trarre in inganno.

La funzione principale delle etichette è quella di informare i consumatori, tuttavia occorre dire anche che è il mezzo attraverso il quale i produttori cercano di attirare l’attenzione e la fiducia dei propri clienti, utilizzando talvolta determinate parole piuttosto che altre. È un sottile strategia che si serve di parole, determinati aggettivi e l’omissione di alcuni dettagli per suggerire un’immagine allettante e rendere il più accattivante possibile il prodotto. In questo modo spesso il consumatore finisce per acquistare un prodotto differente da ciò che egli ritiene. Vediamo quali sono le diciture più frequenti e come scoprire cosa si cela dietro.

Naturale. Questo termine suggerisce sicurezza e qualità, tuttavia ciò non corrisponde sempre a realtà. È una scorrettezza utilizzare questa parola per prodotti alimentari in cui compaiono nella lista degli ingredienti anche sostanze chimiche o se si tratta di cibi di tipo industriale. Tuttavia, poiché non esiste una regolamentazione a livello legislativo circa questa dicitura, molte aziende tendono ad approfittarne.

Produzione artigianale. Questo binomio evoca nell’immaginario del consumatore l’idea di un prodotto autentico, genuino, fatto in casa. La verità è che dietro può esservi una produzione di tipo industriale che impiega anche ingredienti come additivi, coloranti ed emulsionanti. È il caso, ad esempio, di molti gelati spacciati come “artigianali” ma che in realtà sono ottenuti attraverso l’impiego di polveri industriali.

Prodotto a base di carne. Con questa terminologia si indica un prodotto che non è costituito prettamente da carne, anzi in genere ne contiene una minima parte. In genere a tali elaborati vengono aggiunti conservanti, additivi, esaltatori di sapidità, acqua e coloranti.

Preparato di. Questa dicitura in genere è seguita da un tipo di carne (tacchino, pollo, manzo, ecc.) ed è in genere indice di un prodotto di qualità non eccelsa. Anche in questo caso l’ingrediente principale ed in percentuale maggiore non è la carne, ma tutto ciò che gli fa da “contorno”.

Marinato. Il termine normalmente fa pensare ad un determinato condimento a base di aceto, aglio e prezzemolo, che conferisce a carne e pesce un gusto prelibato. In realtà, nella maggior parte dei casi, i prodotti con tale dicitura nella confezione sono stati sottoposti unicamente ad un’aggiunta di acqua, che appare come secondo ingrediente nell’elenco riportato sull’etichetta.

100% di carne di. Una denominazione furba poiché chi acquista in genere pensa che si tratti di un prodotto costituito di sola carne. In realtà la percentuale sta ad indicare che tutta la carne contenuta nel prodotto è di un solo tipo di animale, ma questa carne può anche costituire il 70% del prodotto, il resto potrebbero essere altri ingredienti (grasso, lardo, interiora, scarti di lavorazione).

Al sapore di. Questa denominazione in genere la si trova sulle etichette dei dessert al cucchiaio e degli yogurt. “Al sapore di” indica in genere che sebbene il prodotto abbia il gusto di un determinato ingrediente, non è detto che lo contenga. Ad esempio si può gustare una crema al sapore di vaniglia ma che non contiene la vera vaniglia estratta dalla bacca bensì l’aroma di vanillina, ottenuta il più delle volte attraverso la sintesi chimica in laboratorio.

Nettare. Questa parola fa pensare a qualcosa di buono e naturale al contempo, ma in genere si tratta di un succo diluito con acqua con l’aggiunta di zuccheri, aromi e dolcificanti per renderlo più appetibile.

Italiano. Al richiamo di “Compra italiano” il consumatore medio è portato ad acquistare con fiducia i prodotti che riportano a chiare lettere questa denominazione. Anche in questo caso però occorre far attenzione e leggere se si tratta effettivamente di ingredienti coltivati o allevati in Italia o se si tratta piuttosto di ingredienti provenienti dall’estero e poi confezionati in Italia.

Tradizionale. L’immagine che questo termine richiama è simile a quella dell’artigianale: un prodotto buono, familiare, rassicurante. In verità le ricette tradizionali “della nonna”, come molti produttori amano rimarcare, poco hanno a che fare con i prodotti industriali che si fregiano di questo marchio.

fonte: http://www.breaknotizie.com/occhio-alletichetta-quando-il-cibo-non-e-quello-che-sembra/

L’allarme del M5s – Almeno un terzo della frutta mangiata in Europa contiene residui di ben 27 interferenti endocrini…!

 

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L’allarme del M5s – Almeno un terzo della frutta mangiata in Europa contiene residui di ben 27 interferenti endocrini…!

Frutta e verdura contengono interferenti endocrini: adesso bisogna agire!

Un terzo della frutta mangiata in Europa contiene residui di 27 interferenti endocrini che possono danneggiare il sistema ormonale dei cittadini. Un rapporto dell’ONG Pesticide Action Network (PAN) svela un’amara verità: mangiamo schifezze. Per le verdure le quantità sono leggermente più basse: il 41% di quelle analizzate contiene pesticidi e il 14% contiene sostanze che influenzano il sistema endocrino. Queste sostanze chimiche sono nocive per il sistema ormonale, sono legate all’insorgenza di tumori o patologie riproduttive come infertilità e endometriosi. Possono provocare aborti spontanei. La Commissione europea deve applicare il principio di precauzione e vietarle.

IL VOTO DEL PARLAMENTO

Il Parlamento europeo ha votato una obiezione al progetto di regolamento della Commissione europea che stabilisce criteri scientifici per identificare gli interferenti endocrini. I nostri voti sono stati decisivi per raggiungere la soglia della maggioranza qualificata e siamo stati tra i primi a sollevare il caso. Nel 2016 Piernicola Pedicini aveva raccolto le firme di un decimo dei deputati del Parlamento europeo e aveva presentato una mozione di censura alla Commissione europea. La mozione, decaduta poi per il ritiro delle firme di 16 deputati del gruppo Gue/Ngl, aveva costretto la Commissione a presentare le sue proposte. Da allora è iniziata una fase di consultazione con gli Stati membri che non è ancora terminata. A distanza di oltre un anno, la maggioranza del Parlamento europeo ci dà ragione. Ma quanto tempo si è perso?

LE PRESSIONI DELLE LOBBY SUI GRUPPI POLITICI
L’obiezione approvata dal Parlamento europeo è un primo, importante, passo avanti. Purtroppo, però, i grandi gruppi politici sono riusciti a tagliare più della metà delle sostanze nocive presenti nel testo adottato in Commissione Ambiente lo scorso 28 settembre, inclusa la parte in cui denunciavamo la mancata inclusione di una categoria di sostanze sospette. Adesso sono considerati interferenti endocrini solo quelle sostanze per cui è provato scientificamente il rapporto di causalità tra l’esposizione alla sostanza e il danno. Questo vuol dire che nessuna azione può essere intrapresa contro le sostanze di cui si sospettano effetti nocivi per l’uomo a meno di non presentare una proposta complementare. Come al solito gli eurodeputati degli altri gruppi hanno ceduto alle pressioni delle grandi multinazionali dell’agrochimica e della Commissione europea stessa. I criteri proposti migliorano la situazione attuale ma non sono ancora sufficienti a garantire la piena applicazione del principio di precauzione. Per questo abbiamo sostenuto l’obiezione e votato per avere al più presto un nuovo progetto.

 

fonte: http://www.movimento5stelle.it/parlamentoeuropeo/2017/10/frutta-e-verdura-con.html