Ecco come si fa per non mangiare glifosato

 

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Ecco come si fa per non mangiare glifosato

Il glifosato è una sostanza chimica che si trova nei pesticidi più utilizzati dagli agricoltori, come il Roundup – in cui la concentrazione è piuttosto elevata. Recentemente i residui di glifosato negli alimenti sono diventati un argomento allarmante perché, secondo alcuni studi, questo erbicida potrebbe essere cancerogeno (ovvero, provocare tumori). In particolare, tre ricerche hanno mostrato un legame tra tali residui e lo sviluppo del linfoma non Hodgkin, un tumore del sistema immunitario. È Importante prestare attenzione ai cibi che potrebbero essere contaminati da questa sostanza chimica, ma anche cercare di ridurne ed evitarne l’assunzione tramite il consumo degli alimenti.

 

Eliminare i Residui del Pesticida dagli Alimenti
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Lava bene qualsiasi prodotto alimentare. I residui di glifosato si trovano sopra e all’interno di molti cibi. Tuttavia, le fonti più comuni di questa sostanza nociva sono la frutta e la verdura. Pertanto, lavandole accuratamente, puoi diminuire le quantità di glifosato e altri pesticidi che andrai a ingerire.

  • Per lavare i cibi, gli esperti in materia di sicurezza alimentare raccomandano di utilizzare acqua pulita o un detergente per i prodotti provenienti dall’agricoltura (che puoi acquistare al supermercato). Risciacqua per qualche secondo e lo sporco visibile sarà scomparso.
  • Indipendentemente dal fatto che si tratti di alimenti vegetali o no, è importante lavare tutto prima del consumo.
  • Per questa operazione non usare mai il detersivo per la cucina o il sapone per le mani. C’è il rischio che, in virtù della loro natura porosa, la frutta e la verdura assorbano le sostanze chimiche contenute all’interno.
  • Nessun metodo di lavaggio è efficace al 100% per rimuovere i residui dei pesticidi. Alcuni elementi chimici, come il glifosato, penetrano nelle piante e nella frutta e, purtroppo, non possono essere eliminati con l’acqua o altri metodi di pulizia.
  • Inoltre, lava tutte le posate e le stoviglie che sono entrate in contatto con i cibi di origine vegetale prima del lavaggio.

 

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Asciuga e pulisci gli alimenti. Oltre a lavare la frutta e la verdura, devi asciugarle nel modo appropriato. Se non vengono pulite, i residui dei pesticidi potrebbero resistere persino dopo il lavaggio.

  • Utilizza un panno o un asciugamano pulito per pulire e asciugare tutta la frutta e la verdura che hai lavato. In questo modo, rimuoverai qualsiasi residuo di pesticida presente sui questi prodotti alimentari.
  • Se devi lavare diversi pezzi, considera di utilizzare la carta assorbente. Buttala via ogni volta che hai finito di asciugare un frutto o un ortaggio per impedire che si contamino a vicenda.
  • Anche la frutta e le verdure che hanno la buccia o uno strato esterno non edibile (come le banane o i meloni) vanno lavate e pulite. Infatti, c’è il rischio che i residui dei pesticidi si trasferiscano nella polpa quando le tagli o le prepari.
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Sbuccia lo strato esterno. Un altro ottimo metodo per ridurre i residui dei pesticidi, come il glifosato, è quello di sbucciare e rimuovere gli strati esterni di determinati alimenti.

  • Ad esempio, la lattuga, il cavolo, i carciofi, i porri o i cavoletti di Bruxelles hanno diversi strati di foglie. Rimuovendo quelli più esterni (soprattutto quelli che appaiono più sporchi), puoi diminuire la quantità di glifosato e altri pesticidi che andrai a ingerire.
  • Elimina anche le foglie di altri prodotti di origine vegetale. Togli tutti gli strati esterni finché non arriverai alle foglie più chiare o delicate che si trovano nella parte centrale.
  • Inoltre, non dimenticare le altre qualità di frutta e verdura, tra cui asparagi, patate, carote, sedano e rape. Anche in questi casi è necessario rimuovere gli strati esterni in modo da non consumare le parti che sono entrate in contatto con il terreno o gli erbicidi.
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Elimina il grasso e la pelle della carne. Molte persone non sanno che persino la superficie esterna degli alimenti non vegetali possono contenere livelli elevati di glifosato e residui di pesticidi. È necessario rimuovere anche la pelle di queste fonti proteiche.

  • Il glifosato è un pesticida così difficile da evitare perché viene usato non solo nelle colture destinate al consumo umano, ma anche nel mangime con cui vengono nutriti gli animali. Quindi, i residui finiscono nella carne, in particolare nei tessuti più grassi, come la pelle.
  • Se compri carne rossa o bianca, assicurati di tagliare il grasso in eccesso oppure acquista tagli di carne più magri.
  • Per quanto riguarda il pollo e le carni bianche, togli la pelle o acquistali già spellati. Elimina il grasso in eccesso se è visibile.
Evitare il Glifosato e Altri Pesticidi
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Acquista alimenti biologici al 100%. Un modo abbastanza semplice per evitare il glifosato e altri residui di erbicidi nei cibi consiste nel comprare prodotti biologici. Anche i prodotti di carne ottenuti con metodo biologico devono riportare sulle confezioni l’identificazione delle carcasse, le indicazioni obbligatorie della regolamentazione comunitaria e il riferimento al metodo di produzione biologico.

  • Compra sempre frutta e verdura biologica al 100%. Molti sono i pesticidi utilizzati nella coltivazione di frutta e verdura, quindi scegliendo alimenti biologici, ridurrai automaticamente l’assunzione dei residui contenuti nei cibi di origine vegetale.
  • Inoltre, acquista carni e pollame biologici al 100%. Anche se gli erbicidi non vengono usati direttamente nell’allevamento, vengono impiegati nella coltivazione dei mangimi (ad esempio, del mais o della soia) e, in tal modo, penetrano nelle fibre muscolari e nella pelle dei prodotti animali.
  • Sarebbe anche opportuno comprare cereali biologici al 100% (come il grano o la quinoa), perché quelli coltivati con le procedure convenzionali contengono grosse quantità di residui di glifosato.
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Non acquistare gli alimenti noti per gli alti livelli di glifosato. Esistono diversi pesticidi, utilizzati spesso nell’alimentazione. Tuttavia, la presenza del glifosato è piuttosto elevata in determinati cibi. Evita i seguenti alimenti perché potrebbero contenerlo in notevoli quantità:

  • Soia (prodotti a base di soia, oli vegetali o olio di soia);
  • Mais e olio di mais;
  • Semi di canola utilizzati nell’olio di canola;
  • Barbabietole e zucchero prodotto dalle barbabietole;
  • Mandorle;
  • Piselli secchi;
  • Carote;
  • Quinoa;
  • Patate dolci.
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Evita i prodotti stranieri. Durante la stagione invernale vengono importati molti prodotti. Anche se in questo modo possiamo permetterci di mangiare una grande varietà di frutta e verdura, si corre il rischio di assumere una quantità più elevata di residui di pesticidi.

  • Innanzitutto, è chiaro che ogni Paese segue disposizioni e leggi differenti riguardo all’uso di erbicidi e ai livelli considerati accettabili o tollerabili. Nei fatti una simile realtà si può tradurre in un aumento della quantità dei residui di pesticidi all’interno dei cibi importati.
  • Cerca sempre l’etichetta di origine dei prodotti. Ti dice in quale località è stato coltivato o allevato.
  • In ogni caso, puoi rivolgerti agli agricoltori locali o acquistare alimenti a chilometro zero.
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Considera di coltivare da solo una parte di quello che mangi. Oltre all’acquisto dei prodotti biologici, molte persone stanno prendendo in considerazione la possibilità di coltivare determinati alimenti. In questo modo sanno esattamente che cosa vanno a consumare (ad esempio, se si tratta di una coltura autoctona o OGM) e possono permettersi di non usare nessun erbicida.

  • Se hai spazio, considera l’idea di iniziare con un piccolo orto. Scegli un posto ben illuminato dal sole. Pianta le verdure o la frutta che intendi mangiare più spesso o quelle che in commercio contengono un livello più elevato di pesticidi (come il sedano o le fragole).
  • Se non hai un giardino o lo spazio sufficiente, potresti coltivare nei contenitori. Molte piante di frutta e verdura crescono bene nei vasi se ricevono la luce del sole e vengono innaffiate regolarmente.
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Segui una dieta variegata. Potresti sorprenderti al pensiero che, variando l’alimentazione, puoi ridurre la quantità di glifosato e altri pesticidi che assumi dai cibi. È un ottimo trucco da tenere a mente per ridurre il rischio di esposizione a queste sostanze nocive.

  • Anche se il glifosato (come altri erbicidi) viene utilizzato su vari tipi di colture, molti agricoltori preferiscono usare un unico tipo di erbicida per ogni coltura.
  • Ad esempio, possono ricorrere al Roundup (che contiene il glifosato) sul mais, ma utilizzare un pesticida completamente diverso sugli alberi da frutta.
  • Una dieta variegata riduce il rischio di esposizione a un solo genere di pesticida.
  • Inoltre, ti offre un apporto più ampio di sostanze nutritive e ti aiuta a mangiare in modo equilibrato.
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Mantieniti aggiornato sulle notizie e sulle ricerche più recenti. Se stai cercando di evitare i pesticidi, specialmente quelli più nocivi, come il glifosato, devi rimanere aggiornato sulle ricerche che riguardano l’uso di queste sostanze chimiche.

  • La FDA (Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali degli Stati Uniti), l’EPA (Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti) e altre organizzazioni informano regolarmente i consumatori sui cibi in cui è possibile trovare questi pesticidi, sui prodotti alimentari che li contengono in quantità più elevate e sui modi in cui è possibile ridurre il rischio di esposizione tramite il consumo.
  • Una delle risorse più valide da usare è il National Pesticide Information Centerdegli Stati Uniti. Offre informazioni e ricerche su tutti i pesticidi utilizzati negli Stati Uniti.
  • Puoi registrarti per ricevere avvisi tramite e-mail o controllare regolarmente questi siti web per essere al corrente dell’uso dei pesticidi e del glifosato.
Comprare Alimenti Biologici
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Osserva l’etichettatura dei cibi biologici. L’acquisto di alimenti biologici è la prima linea di difesa per ridurre al minimo l’assunzione di sostanze nocive, tra cui i residui di glifosato. Tuttavia, stai attento e resta sempre informato quando fai la spesa.

  • Esistono due diversi tipi di etichette per gli alimenti biologici. Puoi acquistare quelli biologici o quelli biologici al 100%. Impara a riconoscere questa differenza. Naturalmente, l’ideale sarebbe comprare solo cibi biologici al 100%.
  • Quando vedi il logo “Euro-leaf” o leggi che un prodotto viene definito biologico al 100%, significa che tutti i suoi ingredienti sono conformi alle leggi europee che garantiscono che nessuno degli ingredienti contenuti all’interno sono stati coltivati con l’utilizzo di prodotti di sintesi e organismi geneticamente modificati. Se viene etichettato con la sola dicitura “biologico”, vuol dire che solo il 95% degli ingredienti contenuti è biologico.
  • Anche se troverai altri tipi di etichettature, come “tutto naturale”, scegli solo alimenti bio al 100%. “Tutto naturale” non comporta nessuna garanzia e i prodotti che riportano questa dicitura potrebbero contenere ingredienti provenienti da colture convenzionali o contenere pesticidi.
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Leggi la lista degli ingredienti. Quando esamini un prodotto e analizzi la confezione, devi anche leggere l’elenco degli ingredienti, soprattutto se stai cercando di evitare i residui di glifosato.

  • Purtroppo, il pesticida Roundup che contiene lo glifosato viene utilizzato su vari tipi di colture non destinate al consumo diretto, ma impiegate nella produzione di olii, altri alimenti (come il pane) o mangimi.
  • Conoscendo gli alimenti ricchi di glifosato, riuscirai a individuarli nella lista degli ingredienti e, così facendo, eviterai di acquistare i prodotti con una presenza di sostanze contaminate.
  • Gli ingredienti più comuni che potrebbero contenere residui di glifosato sono l’olio di canola, gli oli vegetali, l’olio di soia e i prodotti a base di mais (come l’olio di mais o amido di mais).
  • Analizza per bene la lista degli ingredienti (presente vicino alla tabella dei valori nutrizionali) facendo attenzione a quelli citati. Se sono elencati, è preferibile evitare il prodotto.
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Compra prodotti biologici a prezzi più vantaggiosi. Molte persone non comprano cibi biologici perché sono più costosi rispetto a quelli provenienti da colture e allevamenti convenzionali. Tuttavia, esiste qualche trucco per acquistarli senza spendere troppi soldi.

  • Considera gli alimenti biologici delle grandi reti di supermercati. Molte grandi catene di distribuzione alimentare offrono il proprio marchio ai prodotti biologici. In genere, il prezzo si avvicina a quello dei cibi elaborati con procedure convenzionali.
  • Per trovare prodotti biologici locali a prezzi più economici, prova a rivolgerti direttamente a un agricoltore. Considera di comprare tutto quello che ti serve presso un contadino di fiducia.
  • Valuta anche di cambiare negozio di generi alimentari. Esistono così tanti negozi che potresti trovarne uno specializzato nella vendita di alimenti biologici a prezzi più vantaggiosi.

Consigli

  • I residui di glifosato possono essere nocivi per l’uomo. Informati e cerca di ridurre il consumo dei cibi che ne sono più ricchi.
  • Una delle migliori strategie per ridurre qualsiasi pesticida nell’alimentazione consiste nel comprare prodotti biologici al 100%.

 

Il 2018 avrebbe potuto essere l’anno della fine del kebab, o almeno di quello pieno di polifosfati che ci fanno mangiare. Ma in Commissione Europea le lobby, anche questa volta, hanno fatto valere la forza del dio denaro sulla pelle della gente!

 

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Il 2018 avrebbe potuto essere l’anno della fine del kebab, o almeno di quello pieno di polifosfati che ci fanno mangiare. Ma in Commissione Europea le lobby, anche questa volta, hanno fatto valere la forza del dio denaro sulla pelle della gente!

 

Il 2018 doveva essere l’anno della fine del kebab. Colpa dei polifosfati
Invece no, possiamo continuare a mangiare scarti di macellazione gonfiati con polifosfati. Il kebab stava per diventare illegale in Europa per colpa degli additivi di cui è imbottito, ma nulla di fatto. Per ora.

Il kebab stava per diventare illegale, in Europa. Non perché fatto di carne di scarto e residui di macellazione. Bensì per gli additivi di cui è imbottito.

La Commissione Ue aveva intenzione di vietare ai kebabbari l’uso di carne imbevuta di polifosfati – acido fosforico, bi-trifosfati e polifosfati –, additivi già vietati dalle norme europee con una serie di eccezioni però, tra cui proprio salsicce e kebab. Servono a trattenere acqua, unto e aromi nei preparati di carne, dando loro quell’aspetto morbido, succoso e untuoso.

I polifosfati trattengono acqua, unto e aromi nei preparati di carne.

Il kebab è dunque così umettato e sapido grazie ai polifosfati, sui quali gli europarlamentari della Commissione salute hanno battagliato a metà dicembre 2017 in seduta plenaria per i rischi a lungo termine che comporta il loro uso, soprattutto per le malattie cardiovascolari. Alla fine, nulla di fatto.

Il kebab è il cibo spazzatura per eccellenza, succulento e grasso, con pessimi indici nutrizionali, ingredienti innominabili di scarsa qualità e di dubbia provenienza. Però è capace di saziare le fami più voraci e storte.

Molti se lo mangiano a tarda notte, dopo serate di alcol e bagordi, approfittando degli orari impensati in cui i negozianti tengono aperte le loro rosticcerie. Gli studenti squattrinati lo amano per il rapporto tra prezzo e calorie.

L’Unione europea si è accorta che il döner kebab, questo cono allo spiedo di fette di carne arrostite lentamente tipica della cucina turca e iraniana e diffusissimo in tutta Europa, per come è fatto oggi potrebbe causare problemi di salute. Non solo e non tanto per la carne e gli scarti di macellazione di cui è composto, né per il fatto che è pressoché impossibile l’etichettatura di origine o provenienza in quanto arriva in enormi polpettoni congelati di brandelli di carne mischiati e impastati – che si tratti di montone, agnello, vitello, manzo, pollame, scarti e sottoprodotti – ma soprattutto per gli additivi di cui è intriso.

La lunga lotta ai polifosfati, dal prosciutto cotto al kebab

Trent’anni fa i polifosfati erano aggiunti in molte preparazioni di carne e formaggi. Ce n’erano ovunque, dai formaggini al prosciutto cotto, laddove si volesse dare al prodotto alimentare confezionato un aspetto untuoso, gonfio, gelatinoso.

polifosfati o meglio gli additivi fosfatici presenti negli alimenti (acido fosforico, di- e tri-fosfati e polifosfati E 338-452) hanno proprio questa “funzione tecnologica”: tengono incorporati aromi, grassi e sapidità, conferendo al cibo un aspetto grasso, succulento e morbido. Proprio di gonfiore si tratta, in quanto consentono di trattenere più acqua nell’alimento e quindi di farlo pagare, a peso, un po’ di più.

Nell’industria alimentare, i polifosfati trovano impiego come agenti addensanti, capaci di migliorare l’aspetto e la consistenza di molti prodotti quali formaggi fusi e carni conservate. Nel prosciutto cotto e nella spalla cotta, in particolare, esaltano la morbidezza delle carni aumentando la percentuale di acqua trattenuta. Per lo stesso motivo, i polifosfati vengono impiegati nella preparazione di varie tipologie di salumi cotti, carni in scatola, salse e budini, mentre nei formaggini aiutano a migliorarne la spalmabilità. Oltre ad esaltare tutte queste caratteristiche particolarmente apprezzate dal consumatore, l’impiego di polifosfati permette di monetizzare anche l’acqua extra trattenuta nell’alimento.

Dal 1992 a oggi c’è stato a livello internazionale un giro di vite stringentissimo nel loro uso: stanno progressivamente scomparendo da latticini, formaggi, dal pesce in scatola, dai gamberetti, dal prosciutto cotto (oggi molti produttori vantano in etichetta “senza polifosfati aggiunti”). Il motivo di questo astio nei confronti dei polifosfati è presto detto. Vi sono decine di ricerche che legano l’assunzione di fosforo con squilibri organici calcio-fosforo, con problemi alle ossa, perfino col rachitismo.

  • E338 – 341, acido ortofosforico e ortofosfati. L’assunzione, in alte quantità, può alterare l’equilibrio calcio-fosforo: l’eccesso di fosforo cattura calcio sottraendolo all’organismo, alle ossa. Si trovano nelle bevande gasate tipo “cola” e nelle gelatine.
  • E450-452, polifosfati. Controllano il peso e la perdita d’acqua di salumi e formaggi, rendendoli morbidi, succosi e conferendo un aspetto untuoso. Assunzioni massicce e continue di polifosfati hanno evidenziato fenomeni di ipocalcemia, lesioni renali e accumulo di fosfati di calcio nei reni. Pare che alterino il rapporto calcio-fosforo dell’organismo, attenzione specialmente per i bambini. Potrebbero causare anche disturbi digestivi per l’inattivazione di alcuni enzimi. Si trovano (sempre di meno, in verità) in formaggini, carne in scatola, insaccati cotti (prosciutto cotto e spalla, mortadella, wurstel); anche in gamberi e filetti del reparto pescheria.

Come detto, da gran parte di questi prodotti animali i polifosfati sono stati ritirati. Non nel kebab.

La richiesta del ritiro degli additivi a base di fosfati anche nel trattamento della carne dei kebabbari

Secondo uno studio del 2012 pubblicato sulla rivista medica tedesca Deutsches Arzteblatt International, esiste un potenziale collegamento tra questi additivi e un aumento dei rischi cardiovascolari. Un altro studio, condotto dall’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (l’Efsa, che ha sede a Parma) nel 2013, era più prudente rispetto ai risultati citati dalla rivista tedesca. Ma comunque l’Efsa annuncia che rivaluterà la sicurezza degli additivi alimentari con fosfati entro il 31 dicembre 2018.

Pochi giorni dopo, il 13 novembre 2013, The American Journal of Clinical Nutrition pubblica un nuovo studio che suggerisce un nesso tra le diete ricche di fosforo e fosfati e l’aumento della mortalità nella popolazione nordamericana.

Perché le norme europee non consentono l’uso di polifosfati nelle carni, ma nel kebab sì

In molti stati il kebab è considerato un “prodotto a base di carne”, non solo carne; e quindi starebbe fuori al pelo dal campo di applicazione delle regolamentazioni dei polifosfati. Che dunque sono sempre più utilizzati proprio nel kebab. Mantengono così la consistenza succulenta della carne, nonostante le molte ore passate ad arrostire sullo spiedo: ecco perché non si secca mai ed è sempre sugosa. Sono i polifosfati.

Ogni giorno gli europei mangiano 500 tonnellate di kebab; i più ghiotti sono i tedeschi, che ne consumano l’80%. L’onda lunga dell’immigrazione turca ha reso la tipica carne arrostita su un enorme spiedo e consumata a pezzettini nelle tradizionali pite, uno dei piatti più amati della Germania. Non è un caso, dunque, che il tabloid Bild abbia lanciato l’allarme con un un titolone a caratteri cubitali: “Il kebab rischia la fine!”.

La fine del kebab è una notizia ampiamente esagerata

Questi grossi spiedi in tutto il continente al momento girano dunque in un vero e proprio vuoto normativo.

Contrariamente a quanto scritto da alcuni giornali, in primis la Bild, il Parlamento Europeo non ha cercato di vietare la produzione del kebab: la questione è sempre stata molto più specifica e riguarda solamente gli additivi usati nella preparazione della carne. L’Ufficio europeo delle unioni dei consumatori (Beuc) ha cercato di attenuare le polemiche. “Nessuno vuole vietare i kebab”, hanno detto i rappresentanti dei consumatori, che però continuano a non vedere “nessuna necessità tecnologica convincente” per giustificare l’aggiunta di polifosfati alla carne.

Quando i siti di news e i quotidiani hanno iniziato a trattare la storia del potenziale divieto agli untuosi spiedoni mediorientali c’è stato grande subbuglio. Prima di tutto in Germania, primo Paese europeo per consumo di kebab.

La paternità dell’invenzione del döner kebab così come lo conosciamo oggi è contesa da tre immigrati turchi in terra tedesca che l’avrebbero introdotto negli anni Settanta. Angela Merkel non esita a farsi fotografare mentre sbocconcella pezzi di kebab o mentre ne taglia via brandelli dagli spiedi.

Oggi in Germania il kebab è lo street food più popolare, con quasi l’80 per cento del consumo di tutta Europa e quasi 16mila ristoranti (dice il quotidiano Frankfurter Rundschau) che ne servono quasi 3 milioni al giorno. Secondo Renate Sommere, europarlamentare della Cdu, il partito di Angela Merkel, un divieto “porterebbe alla perdita di migliaia di posti di lavoro”, mentre per Kenan Koyuncu, dell’associazione tedesca di produttori di kebab, si “firmerebbe la condanna a morte dell’intera industria del döner nell’Unione”. Il quotidiano inglese Guardian ha rilanciato: “Ci sono 200.000 posti di lavoro direttamente collegati all’industria del kebab in Europa”.

L’Europa non voleva “mettere fuori legge” il kebab, ma solo i polifosfati nel kebab

La notizia circolata a dicembre sul divieto di kebab, dunque, in realtà riguarda una norma più stringente sugli additivi. L’Ue non intende realmente bandire il kebab dai mercati ma solo assicurarsi che i malnati polifosfati non vengano più usati tra gli ingredienti. La vicenda è stata presentata dai giornali europei con toni molto allarmisti e per giorni si sono rincorse molte notizie false, probabilmente enfatizzate perché, senza polifosfati, il kebab non sarebbe così succulento.

 

tratto da: https://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/erborista-decreto-abolizione-mestiere

 

 

 

 

 

 

 

Vi siete mai chiesti come mai i nostri nonni non soffrissero di allergie alimentari?

 

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Vi siete mai chiesti come mai i nostri nonni non soffrissero di allergie alimentari?

Vi siete mai chiesti come mai i nostri nonni non soffrissero di allergie alimentari, o comunque perché questo disturbo non fosse così frequente come oggi?

Le allergie alimentari stanno diventando una preoccupazione per quasi ogni famiglia e sono in netta crescita. Oltre a rendere difficile la vita a coloro che soffrono di questa moderna epidemia, questo produce un ulteriore costo sia per il sistema sanitario che per le tasche di tutti.

Ogni 3 minuti una reazione allergica alimentare manda qualcuno al pronto soccorso, che in un anno significa 200.000 visite al pronto soccorso.

Secondo uno studio pubblicato nel 2013 dal CDC, le allergie alimentari tra i bambini negli Stati Uniti sono aumentate di circa il 50% tra il 1997 e il 2011. E in Italia le cose non vanno meglio.

Sembra che l’allergia al latte sia la più diffusa, probabilmente perché nel prodotto si trovano diversi ormoni della crescita e i residui di antibiotici di cui si abusa negli alimenti intensivi.

C’è dunque qualcosa di estraneo nel cibo di oggi che prima non c’era? Assolutamente sì.

Gli alimenti industriali in generale possono contribuire a provocare le allergie per una serie di ragioni diverse. I cibi elaborati contengono una varietà di coloranti, aromi, conservanti e altri additivi che possono avere un grande impatto.

I nostri nonni non avevano le allergie alimentari per un motivo molto semplice: mangiavano cibo senza conservanti e non elaborato. Gli alimenti provenivano dalle aziende agricole e dai mercati, se non dal proprio orto. I bambini venivano nutriti con il latte materno. In quei giorni, la parola dieta non esisteva: non ci si abbuffava come facciamo oggi e il cibo non causava gonfiore e obesità perché non era elaborato con sostanze chimiche, additivi, stabilizzanti, conservanti, conservanti, aromi e tutto ciò che troviamo oggi negli alimenti.

Le carni provenivano da animali che non erano imbottiti di ormoni.

Si mangiava fuori sporadicamente e anche in quei casi si consumavano piatti tradizionali, cucinati in casa con ingredienti freschi.

I nostri nonni, inoltre, non restavano chiusi in casa a giocare con il computer e lo smartphone, ma uscivano sull’erba, scalavano gli alberi e si divertivano in armonia con madre natura.

Non correvano dal medico per le più piccole inezie. Quando avevano la febbre, aspettavano che passasse. Quando si sentivano male, mangiavano minestre, zuppe, brodi e riposavano molto. Non facevano uso di farmaci per qualsiasi piccolo disturbo per accelerare la guarigione. Il cibo era la loro medicina, che ne fossero consapevoli o meno.

La dieta e lo stile di vita hanno un impatto importante sul nostro organismo. Ogni cellula del nostro corpo necessita di una corretta alimentazione per funzionare correttamente, mentre cattiva alimentazione e stile di vita sbagliato ne comprometteranno l’integrità, provocando una particolare sensibilità a certi alimenti.

Sembra che le allergie alimentari possano essere un sottoprodotto imprevedibile di numerosi fattori ambientali, che erano in gran parte sconosciuti fino ad un paio di generazioni fa. Di questo passo, ci si domanda quale sarà il futuro della nutrizione, visto che sempre più tossine vengono introdotte negli alimenti.

*fonte realfarmacy.comhttp://www.generazionebio.com/notizie/4749-perche-abbiamo-le-allergie-nonni.html

Ignorare la tossicità del glifosato è crimine contro l’umanità!

 

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Ignorare la tossicità del glifosato è crimine contro l’umanità!

Caro Porro, ignorare tossicità glifosato è crimine contro l’ umanità – Guerra del Grano

Le Iene nella trasmissione televisiva del gruppo Mediaset del 17 dicembre hanno lanciato un chiaro messaggio: “ignorare la tossicità del glifosato è un crimine contro l’ umanità”. Nicola Porro, invece, su Matrix (stesso gruppo Mediaset) nella trasmissione del 5 dicembre ha sorvolato sulla tossicità del glifosato nonostante la ricca antologia tossicologica in materia. Eppure la Corte Federale di San Francisco, per decisione del giudice distrettuale Vince Chhabria, da diversi mesi ha cominciato a desecretare gli atti relativi alle 55 cause pendenti contro Monsanto. Ma Porro non li ha letti!

Porro è pugliese di famiglia ed ha pure un’azienda agricola. È il vicedirettore de Il Giornale. Si definisce un liberale, liberista e decisamente libertario. Ha studiato dai gesuiti a Roma. Si è laureato in economia alla Sapienza ed è stato anche ad Harvard, ma non ha preso Master. Anche dalla Bocconi è uscito senza attestati.

Tuttavia la sua ultima trasmissione sul glifosato un “attestato” glielo ha procurato. Una puntata molto faziosa, con ospiti in pieno conflitto di interessi, insomma una Zuppa di Porro indigesta. Come altro potremmo definire una trasmissione che ha completamente ignora la ricca antologia tossicologica su questa sostanza?

Peraltro, invitare chi sostiene che il glifosato non sia un problema per la nostra salute, sorvolando su documenti schiaccianti (Monsanto Papers) che dimostrano quanto possa essere diabolica una multinazionale, non ci pare un buon servizio televisivo, ma una marchetta!

A Matrix c’era il presidente nazionale di Confagricoltura, nonché produttore di pasta, Massimiliano Giansanti. Per lui il grano al Sud è tradizione, ma il glifosato (che lui afferma di usare) serve “per fare un buon grano“. Un’ aberrazione! Tant’è che la parola d’ordine per Confagricoltura è rilanciare la pasta italiana (non il grano italiano!). Paradossale!

C’era Mario Piccialuti, direttore dell’Aidepi, l’Associazione delle industrie della pasta italiane, a cui GranoSalus ha notificato il precetto di pagamento delle spese legali a seguito del giudizio di Roma. Poi una donna e un uomo di scienza: Elena Cattaneo e Luca Piretta. 

Ebbene, per tutti questi ospiti della trasmissione il glifosato presente nel grano duro di provenienza canadese e, di conseguenza, presente nella semola e nella pasta industriale non è un problema.

Porro non aveva consultato il sito scienzainrete dove vari epidemiologi hanno già provveduto a rispondere con una lettera aperta ad Elena Cattaneo, Senatrice per alti meriti scientifici.

Lettera a Elena Cattaneo sul glifosato

Anche i medici dell’ ISDE avevano strigliato la Senatrice a vita per alti meriti scientifici, che Porro non ha citato in trasmissione.

Quello che la Senatrice farmacologa non sa

Porro, dunque, si è guardato bene dal consultare gli scienziati che sostengono cose diverse. Ha trasformato la trasmissione su un argomento così delicato in una polemica tra tutti quelli della curva nord del glifosato. La cartina al tornasole? Semplice. Nessun riferimento alle analisi su pasta e semole industriali fatte da GranoSalus e confermate da Report. Come mai?

Il contraltare alle tesi degli ospiti è stato rappresentato da Coldiretti. Porro, però, dimentica che non è stata certo la Coldiretti a sollevare la questione del grano duro, ma GranoSalus che con le sue analisi ha dovuto pure difendersi dagli attacchi degli industriali in Tribunale, vincendo tutti i ricorsi. Coldiretti non ha fatto alcuna analisi, ma solo un pò di rumore al porto di Bari.

Eppure bastava che Porro ponesse una semplice domanda a Coldiretti “come mai non vi hanno denunciato dopo i fatti della nave al porto di Bari e invece lo hanno fatto solo alle analisi di Granosalus?

Insomma, si può organizzare una trasmissione Tv sul grano duro e non parlare della analisi disposte sulle più importanti marche italiane di semola e pasta?

Si può parlare del grano duro e della pasta e non parlare del fatto che il Tribunale di Roma, per ben due volte, ha dato ragione a chi ha promosso le analisi sulla pasta industriale?

A questo punto, facciamo appello ai pronunciamenti della Commissione di Vigilanza e dell’ Autority, affinchè l’ attività di informazione televisiva, non solo quella pubblica (ma anche quella commerciale), garantisca durante il servizio l’accesso di tutti i soggetti intervistati in condizioni di parità di trattamento e imparzialità.

Occorre sempre il “rigoroso rispetto” della “pluralità dei punti di vista e la necessità del contraddittorio”, che non vorremmo risultassero insufficienti a tutelare la salute di tutti gli italiani insieme ad un comparto strategico per l’ intera nazione, com’ è quello del grano, che comincia a creare inquietudine tra gli industriali domestici (ogni settimana si firmano accordi in pubblico alla ricerca di una verginità perduta: oggi è la volta del Protocollo romano).

Del resto, il dovere etico per un giornalista educato dai Gesuiti non può ammettere deroghe, neanche in una TV commerciale, specie quando in ballo c’è la salute pubblica. Anche se nella propria biografia c’è scritto: “Ha lavorato per chiunque lo pagasse“…

Purtroppo, a Porro questi elementari concetti di etica del giornalismo e di corretta informazione sembrano essere sfuggiti.

Nella polemica dei campi, a lui sembra essere sfuggito pure il fatto che nella sua azienda di famiglia ad Andria, dove produce olio e grano, di glifosato non c’è traccia.

E sembrano essere sfuggiti anche i documenti che mettono in luce il grave ruolo dell’Environmental Protection Agency (EPA), la massima autorità ambientale americana, il cui ex dirigente Jess Rowland è accusato di aver collaborato con la Monsanto impedendo la revisione degli studi scientifici sull’impatto sanitario del glifosato.

Perché Porro non è informato di tutto questo? Perché ha omesso di leggere le mail, i rapporti, le trascrizioni di telefonate, che sono disponibili sul sito di U.S. Right To Know, la Ong americana che si batte per “perseguire la verità e la trasparenza nel sistema alimentare americano”?

Essere stato ad Harvard a cosa gli è servito?

L’opinione pubblica americana è in piena mobilitazione, la civilissima California ha bandito il glifosato, ma Porro fa finta di non saperlo. Oltre al New York Times, diverse testate hanno riportato i fatti e puntato il dito sul ruolo compiacente di EPA, di cui la Cattaneo non ha fatto alcuna menzione.

Inoltre, Science ha segnalato come, a seguito della rivelazione di queste informazioni, si sia aperto all’interno della New York Medical College un’indagine interna sullo studio scientifico pubblicato nel 2000 su Regulatory Toxicology and Pharmacology. Studio che, caso strano, non aveva rivelato alcuna evidenza di effetti nocivi sulle persone, a differenza di quanto documentato dallo IARCl’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro che ha classificato, nel 2015, il glifosato come probabile cancerogeno umano.

“La Ue ha violato l’obbligo di tutelare la salute pubblica”, ma Porro fa finta di non saperlo e pure la Cattaneo

Stéphane Foucart su Le Monde, ha messo in discussione la sicurezza dell’uso di glifosato che era stata anticipata da uno studio del dott. James Parris (deceduto nel 2010), il quale ne aveva evidenziato la genotossicità per le cellule umane.

Del resto, Porro non ha neppure letto quello che ha dichiarato l’eurodeputata Florent Marcellesi  dei  Verdi-Ale (EQUO) :

La nostra intenzione è quella di costituire una maggioranza al Parlamento europeo per chiedere alla Corte di giustizia dell’UE di annullare una decisione che riteniamo altamente dannosa. Inviteremo anche gli Stati membri che si sono pronunciati contro il rinnovo dell’autorizzazione al glifosato di unirsi a noi.Nonostante i crescenti dubbi e preoccupazioni, la Commissione ha continuato senza nemmeno preoccuparsi di approfondire le sue indagini. E va da sé che in questo caso il governo tedesco è particolarmente responsabile. Un governo che, ovviamente, è più preoccupato del successo della fusione tra Bayer e Monsanto che della salute dei propri cittadini

Che razza di giornalista è colui che dimentica nella sua Zuppa mattutina la lettura di questi documenti probatori? E troppo irriverente farlo? Dalla loro lettura si capisce bene che la Monsanto era al corrente dei danni che sta provocando all’ umanità. E un giornalista serio, di fronte a queste prove, non può far finta di niente!

Per fortuna hanno rimediato i suoi colleghi delle Iene che pure l’anno scorso avevano censurato, per ordini ricevuti dall’ alto, un servizio sul grano con varie interviste ai soci di GranoSalus.

Chissà se Porro, dopo il servizio delle Iene, avrà il coraggio di guardare il primo bambino francese a cui è stata riconosciuta una correlazione tra le malformazioni con cui è nato e il contatto con il glifosato (https://www.iene.mediaset.it/video/l-europa-decide-di-non-essere-ecologica_12937.shtml).

Le TV commerciali purtroppo sono fatte così. Devono barcamenarsi per campare!

Noi però, in attesa di eventuali provvedimenti da parte dell’ Ordine dei Giornalisti, possiamo sempre adoperare lo zapping. Quando crolla lo share devono comunque tornare alle origini…quelle agricole!

Adesso, piuttosto, alla Corte di giustizia dell’Unione europea spetterebbe il compito di annullare il regolamento di attuazione per violazione sia dell’obbligo di garantire la protezione della salute umana e dell’ambiente, sia del diritto dei cittadini di avere le loro iniziative rispettate dalle istituzioni.

QUI LA TRASMISSIONE DI MATRIX SUL GRANO DURO E SULLA PASTA

tratto da: https://granosalus.it/2017/12/18/granosalus-porro-matrix-ignorare-tossicita-glifosato-crimine-l-umanita/

La Natura si ribella – L’Amaranto, l’antica pianta sacra degli Incas, attacca le colture OGM !!

 

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La Natura si ribella – L’Amaranto, l’antica pianta sacra degli Incas, attacca le colture OGM !!

La Natura si ribella e infesta le coltivazioni OGM

Amaranto, l’antica pianta sacra degli Incas attacca le colture OGM

Panico tra gli agricoltori proOGM negli Stati Uniti.
Le loro colture di soia OGM, nonostante i massicci trattamenti chimici, non riescono a tenere alla larga l’antico cereale naturale dell’Amaranto, che si ribella infestando i loro campi.
Gli agricoltori statunitensi hanno dovuto lasciare cinquemila ettari di  soia transgenica, mentre altri cinquantamila sono seriamente minacciati.
Già nel 2004, un agricoltore di Atlanta osservò che diverse piante di amaranto resistevano al potente e cancerogeno erbicida Roundup. Da allora la situazione è peggiorata e il fenomeno si è diffuso in Sud e Nord Carolina, Arkansas, Tennessee e Missouri. Secondo un gruppo di scienziati britannici dal Centro di Ecologia e Idrologia, vi è stato un trasferimento dei geni tra la pianta geneticamente modificata e alcune erbacce come l’amaranto.
Questo indesiderato e pericoloso risultato, contraddice le affermazioni dei sostenitori pro-OGM che affermano che un’ibridazione tra una pianta OGM e una pianta naturale è semplicemente “impossibile“….
A quanto pare Madre Natura si sta ribellando, portando a galla le pericolose menzogne dell’agricoltura chimico/industriale che attualmente sta avvelenando la terra, gli animali e noi esseri umani.
L’erbicida potente usato, il Roundup, ha esercitato un’enorme pressione sulle piante, che hanno ulteriormente aumentato la velocità di adattamento.
” A quanto pare un gene per la resistenza agli erbicidi ha dato vita ad un impianto ibrido…
L’unica soluzione è strappare le erbacce a mano, come “una volta“, ma questo non è più possibile date le enormi dimensioni delle colture….
Inoltre, essendo profondamente radicate al suolo, questi cereali antichi sono molto difficili da estirpare.
Possiamo dire che il Karma gira anche nell’agricoltura!
E ‘divertente notare che l’amaranto, ormai considerato un “diabolica” pianta per l’agricoltura chimico/industriale degli OGM è al contrario una pianta sacra per gli Incas. Essa appartiene ai cibi più antichi del mondo.
Ogni pianta produce una media di 12.000 grani l’anno e produce molte più proteine della soia ogm, inoltre produce vitamine A e C, e sali minerali.
L’Amaranto sopporta la maggior parte degli sbalzi climatici, e non ha problemi con gli insetti o con le malattie, tanto meno con la mania di prepotenza prodotta dall’incoscienza dell’uomo.
Noi tutti amanti della Natura dovremmo ringraziare la pianta sacra dell’Amaranto e da essa prendere esempio, perché come lei resiste ai pazzi esperimenti dell’uomo, noi dovremmo fare altrettanto resistendo a chi fa le guerre in nome nostro, a chi crea le crisi economiche volendoci tutti schiavi, a chi distrugge la Natura in nome di un falso progresso e che ci rinchiudi in tutte queste città soffocanti che ci rendono deboli ed insensibili ai problemi del mondo.
fonte: http://curiosity2017.blogspot.it/2017/03/blog-post.html

Alimentazione e tumori: la ricetta del Prof. Berrino per la prevenzione – 1 tumore su 3 potrebbe essere sconfitto modificando l’alimentazione.

 

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Alimentazione e tumori: la ricetta del Prof. Berrino per la prevenzione – 1 tumore su 3 potrebbe essere sconfitto modificando l’alimentazione.

 

Alimentazione e tumori: la ricetta di Berrino per la prevenzione

SECONDO IL PROFESSORE 1 TUMORE SU 3 POTREBBE ESSERE ELIMINATO MODIFICANDO L’ALIMENTAZIONE

 

Il professor Franco Berrino si è occupato per anni di medicina predittiva e preventiva all’Istituto dei Tumori di Milano e ha spiegato che quella preventiva è la “medicina dell’intervento”, che interviene per ridurre il rischio di contrarre i tumori. Perciò, ha detto il professore, “ci occupiamo di tabacco, raccomandiamo di non fumare e ci occupiamo di alimentazione, raccomandiamo delle modifiche dell’alimentazione rispetto all’alimentazione di oggi, che favorisce numerose malattie croniche“. Il professore ha anche affermato che “le ricerche suggeriscono che un tumore su tre potrebbe essere eliminato modificando l’alimentazione. Sappiamo da 100 anni che se agli animali diamo poco da mangiare vivono di più e si ammalano meno di cancro. Sarebbe interessante fare in modo che le persone mangiassero di meno, ma noi siamo portati a riempirci la pancia quando c’è da mangiare. Allora una delle strategie che abbiamo sviluppato nelle nostre ricerche è quella di aiutare la gente a mangiare poco avendo l’impressione di mangiare tanto“.

Alimentazione e tumori: 8 alimenti per la prevenzione del cancro

Vi consigliamo di consumare 8 alimenti che più di altri aiutano a ridurre il rischio di contrarre tumori:

1) Pepe nero
Spesso si pensa che sia soltanto una spezia da utilizzare a tavola, ma il pepe nero ha delle proprietà anticancro. La piperina, una sostanza contenuta nel pepe, ha queste proprietà, che ne fanno, pertanto, un valido alleato.
2) Peperoni
I peperoni sono un altro membro della famiglia delle Piperaceae. Con la loro buccia di colore rosso, verde o giallo, i peperoni contengono degli enzimi che li rendono dei potenti antiossidanti ed importanti nella lotta ai tumori.
3) Curcuma
La curcuma è una spezia di colore giallo-arancione intenso. È anch’essa un antiossidante ed è pertanto utile per combattere il cancro. Per di più può aiutare a prevenire il diabete e le allergie. Basta aggiungerne un pizzico nei cibi che mangiate tutti i giorni per raccogliere i benefici che questa spezia porta.
4) Zenzero
Questa pianta erbacea genera grandi quantità di vitamina A e C ed è perciò utile per rafforzare le difese immunitarie e tenere lontano la malattia.
5) Mostarda
È molto popolare nel mondo. In India viene utilizzata in quasi tutti i piatti. Oltre ad uccidere le cellule cancerogene che si trovano nel nostro corpo, la mostarda aiuta a prevenire l’alzheimer.
6) Cardamomo
Usato in tutta l’India, il cardamomo è una spezia che ha un’aroma delicata e un’ottimo gusto. Per secoli è stato usato nella medicina cinese e si è mostrato efficace sia nella prevenzione dei tumori che nel distruggere le cellule tumorali che si trovano nel corpo.
7) Cannella
Un’altra spezia che ha un grande appeal in tutto il mondo. La cannella fornisce energia e proteine, perciò rinforza il sistema immunitario. Inoltre evita che le cellule tumorali si diffondano.
8) Finocchio
I semi di finocchio contengono l’anetolo, che distrugge le cellule tumorali e lo fa sopprimendo gli enzimi che sono responsabili della loro moltiplicazione. Il finocchio aiuta inoltre ad uccide i germi che si trovano nel corpo.

 

 

A chi fa comodo lo spreco alimentare?

 

spreco alimentare

 

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A chi fa comodo lo spreco alimentare?

 

A chi serve lo spreco alimentare?

«Mentre prepariamo il pranzo o la cena di Natale, mentre siamo a tavola con le nostre famiglie, pensiamo al valore immenso di cosa mettiamo nei piatti, a ciò che rappresenta in termini di relazioni e di appartenenza a una cultura. Custodiamolo dal diluvio consumistico che ci assale in quei giorni, raccontiamocelo mentre lo pratichiamo, anche se ci può sembrare ormai scontato. Perché alla fine è ciò che ci accomuna, nelle differenze, a tutte le altre culture del mondo; è ciò che ci rende umani, cioè esseri in grado di essere felici. È un peccato non provarci con il cibo delle feste». Così Carlo Petrini ci augurava buon Natale qualche anno fa. Pensiamo che sia un augurio più che attuale: lo spreco di cibo continua ad essere

Di seguito vi riportiamo qualche dato su quanto cibo buttiamo ogni anno. A fornirceli l’Ispra (L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) nell’ultimo Rapporto sullo spreco alimentare: un approccio sistemico per la prevenzione e la riduzione strutturali. L’invito è a pensarci, a fare un po’ d’attenzione anche in questi giorni di festa, e che sia davvero un Natale più buono per tutti!

Impuniti, ogni anno buttiamo via quattro volte la quantità di cibo che basterebbe a sfamare gli oltre 815 milioni di persone malnutrite che abitano il nostro pianeta. Un dato che da solo dovrebbe farci vergognare tutti ed essere sufficiente per un intervento immediato. E invece dobbiamo aggiungere anche l’alto prezzo che paghiamo sia in termini economici – solo in Italia ognuno di noi getta nella spazzatura di 210 euro l’anno – sia e soprattutto ambientali. Lo spreco alimentare contribuisce (e non poco) all’alterazione del clima, è responsabile della riduzione della disponibilità d’acqua e di una buona parte del consumo di suolo fertile.

Per meglio rendere l’idea: con il 7% delle emissioni totali di gas serra, se lo spreco di cibo fosse una nazione, sarebbe al terzo posto dopo Cina e Stati Uniti nella classifica degli stati emettitori.

Per di più, usa inutilmente il 28% della superficie agricola mondiale (1,4 miliardi di ettari) mentre consuma una quantità d’acqua pari al flusso del fiume Volga.

Come abbiamo fatto a perdere il senso e il valore del cibo? Accettiamo lo spreco come ingranaggio del sistema, non ci facciamo nemmeno più caso, è necessario. Ce lo conferma anche l’ultimo report Ispra, pubblicato il 16 novembre scorso, che evidenzia come lo spreco alimentare sia un fenomeno generato dalla «strategica produzione di eccedenze, necessaria alla sopravvivenza dei macrosistemi agroindustriali di massa» che governano tutta la filiera.

Siamo arrivati a cifre da capogiro: negli ultimi 55 anni il surplus è cresciuto del 77% ed è destinato ad aumentare del 174% entro il 2050, mentre il fabbisogno crescerà, nello stesso periodo, solo del 2-20% (Ispra 2017). Sono numeri che ribadiscono come il mito della crescita infinita non faccia altro che svuotare e indebolire il pianeta di risorse, mentre accentua le disuguaglianze. Combattere lo spreco significa quindi indirizzarsi verso un diverso paradigma produttivo e distributivo. Con filiere corte biologiche e locali, ad esempio, le perdite si abbattono fino ad arrivare al 5%, contro il 30 – 50% della filiera di grande scala e globalizzata. Ancora, chi si rivolge a reti alimentari alternative (Gas, vendita diretta, agricoltura supportata da comunità) spreca, in media, il 90% in meno rispetto a chi usa solo canali convenzionali. Assicurare il diritto alla sovranità alimentare non significa dunque produrre di più, ma diffondere educazione alimentare, sostenere produzioni ecologiche e canali di distribuzione diretti e solidali. In poche parole, abbattere gli sprechi.

Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it

Da il manifesto del 23 11 2017

Morire di carne – L’economista Jeremy Rifkin accusa: per i nostri hamburger 2 miliardi di poveri alla fame, il consumo di carne sta uccidendo la Terra!

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Morire di carne – L’economista Jeremy Rifkin accusa: per i nostri hamburger 2 miliardi di poveri alla fame, il consumo di carne sta uccidendo la Terra!

 

Secondo l’economista Jeremy Rifkin, uno dei più famosi teorici no-global, il consumo di carne è direttamente responsabile del rischio-fame per due miliardi di persone: il “racket dell’hamburger” assorbe il 36% della produzione mondiale di grano, destinato a mangimi. «Centinaia di milioni di persone nel mondo lottano ogni giorno contro la fame perché gran parte del terreno arabile viene oggi utilizzato per la coltivazione di cereali ad uso zootecnico piuttosto che per cereali destinati all’alimentazione umana», scrive Maurizio Sabbadini. «I ricchi del pianeta consumano carne bovina e suina, pollame e altri di tipi di bestiame, tutti nutriti con foraggio, mentre i poveri muoiono di fame». Europa, Nord America e Giappone stanno letteralmente divorando il patrimonio alimentare dell’intero pianeta. Oggi, oltre il 70% per cento del grano prodotto negli Usa è destinato all’allevamento del bestiame, in gran parte bovino. «Sfortunatamente, di tutti gli animali domestici, i bovini sono fra i convertitori di alimenti meno efficienti: sperperano energia e sono da molti considerati “le Cadillac delle fattorie”». Per far ingrassare di mezzo chilo un manzo, occorrono oltre 4 chili di foraggio, di cui oltre 2 chili e mezzo sono cereali e sottoprodotti di mangimi, e il restante chilo e mezzo è paglia tritata. «Questo significa che solo l’11% del foraggio assunto dal manzo diventa effettivamente parte del suo corpo».

Attualmente, negli Stati Uniti, 157 milioni di tonnellate di cereali, legumi e proteine vegetali potenzialmente utilizzabili dall’uomo sono destinate alla zootecnia: è una produzione di 28 milioni di tonnellate di proteine animali che l’americano medio consuma in un anno, riassume Sabbadini su “Disinformazione.it”. «In tutto il mondo la domanda di cereali per la zootecnia continua a crescere perché le multinazionali cercano di capitalizzare sulla richiesta di carne proveniente dai paesi ricchi». Fra il 1950 e il 1985, gli anni boom dell’agricoltura, negli Stati Uniti e in Europa, due terzi dell’aumento di produzione di grano sono stati destinati alla fornitura di cereali d’allevamento, per lo più bovino. «E’ stata la decisione più iniqua della storia quella di usare la terra per creare una catena alimentare artificiale che ha portato alla miseria centinaia di milioni di esseri umani nel mondo», sostiene Sabbadini. «È importante tenere a mente che un acro di terra coltivato a cereali produce proteine in misura cinque volte maggiore rispetto ad un acro di terra destinato all’allevamento di carni; i legumi e le verdure possono produrne rispettivamente 10 e 15 volte tanto». Le grandi multinazionali producono semi e prodotti chimici per l’agricoltura, allevano bestiame e controllano mattatoi, canali di marketing e distribuzione della carne: «Hanno tutto l’interesse di pubblicizzare i vantaggi del bestiame allevato a cereali».

Purtroppo, la carne fa ancora tendenza: «La pubblicità e le campagne di vendita destinate ai paesi in via di sviluppo equiparano e associano all’allevamento di bovini nutriti a foraggio il prestigio di quel dato paese. Salire la “scala delle proteine” è diventato un simbolo di successo che assicura l’entrata in un club elitario di produttori che sono in cima alla catena alimentare mondiale». Il periodico americano “Farm Journal” riflette con queste parole i pregiudizi della comunità agro-industriale: «Incrementare e diversificare le forniture di carne sembra essere il primo passo di ogni paese in via di sviluppo». Iniziano tutti con l’allevamento di polli e con l’installazione di attrezzature per la produzione delle uova: è il modo più veloce ed economico che permette di produrre proteine non vegetali. «Poi, quando le loro economie lo permettono, salgono “la scala delle proteine” e spostano la loro produzione verso carne suina, latte, latticini, manzo nutrito al pascolo. Per poi arrivare, in alcuni casi, al manzo allevato con grano raffinato». Ma incoraggiare altri paesi a salire la “scala delle proteine”, avverte Sabbadini, promuove solo gli interessi degli agricoltori occidentali (americani soprattutto) e delle società agro-industriali.

Molti paesi in via di sviluppo hanno iniziato a salire la “scala delle proteine” all’apice del boom agricolo, con molto grano in eccesso. Nel 1971 la Fao suggerì di passare al grano grezzo, che poteva essere consumato più facilmente dal bestiame. Il governo americano, prosegue “Disinformazione.it”, incoraggiò ulteriormente i suoi programmi di aiuti all’estero, collegando gli aiuti alimentari allo sviluppo sul mercato dei cereali foraggieri. «Società come la Ralston Purina e la Cargill hanno ricevuto finanziamenti governativi a basso tasso di interesse per la gestione di aziende avicole e l’uso di cereali foraggeri nei paesi in via di sviluppo, iniziando queste nazioni al viaggio che le avrebbe condotte verso la scala delle proteine. Molte nazioni hanno seguito il consiglio della Fao e si sono sforzate di rimanere in cima a questa scala». Risultato: «Negli ultimi 50 anni la produzione mondiale di carne si è quintuplicata». E il passaggio dal cibo al mangime «continua velocemente in molti paesi in modo irreversibile, nonostante il crescente numero di persone che muoiono di fame». Un caso emblematico? La crisiin Etiopia nel 1984, con migliaia di vittime denutrite. «L’opinione pubblica non era al corrente del fatto che in quel momento l’Etiopia stesse utilizzando parte dei suoi terreni agricoli per la produzione di panelli di lino, di semi di cotone e semi di ravizzone da esportare nel Regno Unito e in altri paesi europei come cereali foraggieri destinati alla zootecnia».

Le statistiche sono sconcertanti: l’80% dei bambini che nel mondo soffrono la fame vive in paesi che di fatto generano un surplus alimentare prodotto sotto forma di mangime animale, di conseguenza utilizzato solo da consumatori benestanti. La corsa alla carne sta travolgendo i paesi in fase di sviluppo come la Cina, dove la quota di grano destinato alla zootecnia è triplicata. Nel solo Messico, dal 1960 ad oggi, la percentuale di grano da allevamento è cresciuta dal 5 al 45% per cento, mentre in Egitto è passata dal 3 al 31% e in Thailandia dall’uno al 30%. Ironia della sorte: «Milioni di ricchi consumatori dei paesi industrializzati muoiono a causa di malattie legate all’abbondanza di cibo (attacchi di cuore, infarti, cancro, diabete – malattie provocate da un’eccessiva e sregolata assunzione di grassi animali), mentre i poveri del Terzo Mondo muoiono di malattie poiché viene loro negato l’accesso alla terra per la coltivazione di grano e cereali destinati all’uomo». Le statistiche parlano chiaro, sottolinea Sabbadini: sarebbero 300.000 gli americani che ogni anno muoiono prematuramente a causa di problemi di sovrappeso, ed è un numero destinato ad aumentare. «Secondo gli esperti, nel giro di qualche anno, se continuano le attuali tendenze, sempre più americani moriranno prematuramente più per cause di obesità che per il fumo delle sigarette».

Attualmente è sovrappeso il 61% degli americani, insieme a oltre la metà degli europei. La colpa, accusa l’Oms, è dell’hamburger. Gli obesi nel mondo sono il 18%, più o meno quanto gli individui denutriti. «Mentre i consumatori dei paesi ricchi letteralmente fagocitano se stessi fino alla morte, seguendo regimi alimentari carichi di grassi animali, nel resto del mondo circa 20 milioni di persone l’anno muoiono di fame e di malattie collegate». Secondo le stime, la fame cronica contribuisce al 60% delle morti infantili. Ma i consumatori di carne non sanno, né vogliono sapere. «I consumatori di carne dei paesi più ricchi – scrive Sabbadini – sono così lontani dal lato oscuro del circuito grano-carne che non sanno, né gli interessa sapere, in che modo le loro abitudini alimentari influiscano sulle vite di altri esseri umani e sulle scelte politiche di intere nazioni». Obiettivamente: «Chi mangia carne consuma le risorse della terra quattro volte di più di chi non lo fa». Ogni volta che si mangia una bistecca, aggiunge il blogger, «bisognerebbe essere consapevoli dei liquami che filtrano nelle falde acquifere, delle foreste disboscate, del deserto conseguente, dell’anidride carbonica e del metano che intrappolano il globo in una cappa calda. Ogni bistecca equivale a 6 metri quadrati di alberi abbattuti e a 75 chili di gas responsabili dell’effetto serra».

Bisognerebbe essere consapevoli anche delle tonnellate di grano e soia usate per dar da mangiare alla fonte delle bistecche, non dimenticandosi «degli 840 milioni di persone che nel mondo hanno fame e dei 9 milioni che ne hanno tanta da morirne». Mangiare meno carne, o magari non mangiarne più? «Una scelta sociale, solidale con chi ha fame e con il futuro del pianeta». E non è tutto: «Ogni volta che addentiamo un hamburger si perdono venti o trenta specie vegetali, una dozzina di specie di uccelli, mammiferi e rettili. Dal 1960 a oggi, oltre un quarto delle foreste del Centro America è stato abbattuto per far posto a pascoli; in Costa Rica i latifondisti hanno abbattuto l’80% della foresta tropicale e in Brasile c’è voluto l’omicidio di Chico Mendes, il raccoglitore di gomma assassinato dagli allevatori per una disputa sull’uso della foresta pluviale, per accorgersi dell’esistenza di una “bovino connection”». E ancora: «In Amazzonia la foresta pluviale è stata divorata da 15 milioni di ettari di pascolo, eppure è in questo habitat che dimora il 50% delle specie viventi e da qui deriva un quarto di tutti i farmaci che usiamo». Dove prima c’erano migliaia di varietà viventi ora ci sono solo mandrie.

«Vacche ovunque», scrive Rifkin nel suo “Ecocidio”: «Attualmente il nostro pianeta è popolato da ben oltre un miliardo di bovini. Quest’immensa mandria occupa, direttamente o indirettamente, il 24% della superficie terrestre e consuma una quantità di cereali sufficiente a sfamare centinaia di milioni di persone». Per farvi posto occorre terreno da pascolo. E deforestazione per creare pascoli significa desertificazione: dopo tre o quattro, il suolo calpestato e divorato da milioni di bovini (ogni capo libero ingurgita 400 chili di vegetazione al mese) finisce esposto a sole, piogge e vento, quindi diventa sterile. E i ruminanti si devono spostare dissacrando altri ettari di foresta. «Ci vorranno da 200 a mille anni perché quei terreno ritorni fertile». E che dire dell’acqua? «Quasi la metà dell’acqua dolce consumata negli States è destinata alle coltivazioni di alimenti per il bestiame: è stato calcolato che un chilo di manzo si beve 3.200 litri d’acqua». Risultato: le falde acquifere del Midwest e delle Grandi Pianure statunitensi si stanno esaurendo. Non solo: l’allevamento richiede ingenti quantità di sostanze chimiche tra fertilizzanti, diserbanti, ormoni, antibiotici: «Tutti prodotti dalle stesse, poche multinazionali che detengono il monopolio dei semi usati per coltivare cereali e legumi destinati ad alimentare il bestiame», fa notare Enrico Moriconi, veterinario e ambientalista, nelle pagine del suo “Le fabbriche degli animali” (Edizioni Cosmopolis).

«Ogni anno in Europa gli animali da allevamento consumano 5.000 tonnellate di antibiotici, di cui 1.500 per favorirne la crescita, e tutti vanno a finire nelle falde acquifere», incalza Marinella Correggia, attivista della Global Hunger Alliance e autrice di “Addio alle carni” (Lav). Roberto Marchesini, docente di bioetica e zoo-antropologia, autore di “Post-human” (Bollati Boringhieri) svela che nel bacino del Po, ogni anno, «vengono riversate 190.000 tonnellate di deiezioni animali: contengono metalli pesanti, antibiotici e ormoni». Con quali conseguenze? Per esempio, le alghe abnormi nell’Adriatico. Marchesini parla di «fecalizzazione ambientale». E Rifkin ci illumina sulla portata del problema: un allevamento medio produce 200 tonnellate di sterco al giorno. «C’è dell’altro: i bovini sono responsabili dell’effetto serra tanto quanto il traffico veicolare del mondo intero a causa dell’uso di petrolio (22 grammi per produrre un chilo di farina contro 193 per uno di carne), delle emissioni di metano dovute ai processi digestivi (60 milioni di tonnellate ogni anno) e dell’anidride carbonica scatenata dal disboscamento».

E’ la stessa Fao a fornire un elenco agghiacciante dei problemi causati dagli allevamenti intensivi: riduzione della bio-diversità, erosione del terreno, effetto serra, contaminazione delle acque e dei terreni, piogge acide a causa delle emissioni di ammoniaca. E tutto questo per cosa? Per quelle che Frances Moore Lappé, autrice di “Diet for a small planet”, definisce «fabbriche di proteine alla rovescia». Occorre un chilo di proteine vegetali per avere 60 grammi di proteine animali. «Per produrre una bistecca che fornisce 500 calorie», spiegano gli autori di “Assalto al pianeta” (Bollati Boringhieri), «il manzo deve ricavare 5.000 calorie, il che vuoi dire mangiare una quantità d’erba che ne contenga 50.000». Attenzione: «Solo un centesimo di quest’energia arriva al nostro organismo: il 99% viene dissipata, usata per il processo di conversione e per il mantenimento delle funzioni vitali, espulsa o assorbita da parti che non si mangiano, come ossa o peli». Il bestiame? E’ una fonte di alimentazione altamente idrovora ed energivora, una massa bovina che ingurgita tonnellate di acqua ed energia. E lo fa per nutrire solo il 20% della popolazione globale del pianeta: quel 20% che sfrutta l’80% delle risorse mondiali, per non rinunciare alla sua bistecca quotidiana. «Nel mondo c’è abbastanza per i bisogni di tutti, ma non per l’ingordigia di alcuni», diceva Gandhi.

Ingordigia che ha raggiunto livelli esorbitanti: dal dopoguerra a oggi, in Europa, siamo passati da circa 7-15 chili di consumo pro capite all’anno a 85-90 (110-120 negli States), riferisce Marchesini. Secondo Moore Lappé, le tonnellate di cereali e soia che nutrono gli animali da carne basterebbero per dare una ciotola di cibo al giorno a tutti gli esseri umani per un anno. E la Fao conferma: una dieta vegetariana mondiale potrebbe dar da mangiare a 6,2 miliardi di persone, mentre un’alimentazione che limiti la carne al 25% può sfamarne solo 3,2 miliardi. La spiacevole sorpresa? La domanda di carne sta crescendo. «Paesi come la Cina stanno abbandonando riso e soia a favore di abitudini occidentali», scrive Sabbadini: «Stiamo esportando il nostro modello alimentare (e che modello!)». Secondo l’Ifpri, entro il 2020 la domanda di carne nei paesi in via di sviluppo aumenterà del 40%: questo significherà oltre 300 milioni di tonnellate di bistecche. E raddoppierà, sempre nei paesi in via di sviluppo, la domanda di cereali zootecnici: fino a raggiungere 445 milioni di tonnellate di carne. «Richieste incompatibili con la salute del pianeta e con un equo sfruttamento delle risorse». Una slavina inarrestabile, globalizzata. Si chiama: rivoluzione zootecnica. «Significa spostare nel Sud del mondo la produzione di carne».

La Banca Mondiale sovvenziona, in Cina, l’industria dell’allevamento e della macellazione. «Ma sbaglia: suolo e acqua non bastano per sfamare il mondo a suon di bistecche e hamburger», scrive “Disinformazione.it”. «Con un terzo della produzione di cereali destinata agli animali e la popolazione mondiale in crescita deI 20% ogni dieci anni», prevede Rifkin, «si sta preparando una crisi alimentare planetaria». Rincara la dose Correggia: «E’ stato calcolato che l’impronta ecologica di una persona che mangia carne, cioè suo il consumo di risorse, di 4.000 metri quadrati di terreno, contro i mille sufficienti a un vegetariano». Allo stato attuale, «la disponibilità di terra coltivabile per ogni abitante della terra è di 2.700 metri quadrati». Ancora: un ettaro di terra a cereali per il bestiame dà 66 chili di proteine, che diventano 1.848 (28 volte di più!) se lo stesso terreno viene coltivato a soia. Ancora Rifkin: «Ogni chilo di carne è prodotto a spese di una foresta bruciata, di un territorio eroso, di un campo isterilito, di un fiume disseccato, di milioni di tonnellate dì anidride carbonica e metano rilasciate nell’atmosfera».

La nuova dimensione del male, ragiona Sabbadini, è intimamente connessa con il complesso bovino moderno, che ha acquisito i caratteri di un male occulto, inflitto a distanza: è un male camuffato da strati sovrapposti di veli tecnologici e istituzionali. «Un male cosi lontano, nel tempo e nel luogo, da chi lo commette e da chi lo subisce, da non lasciar sospettare o avvertire alcuna relazione causale». E’ un male che non può essere avvertito, data la sua natura impersonale. «E’ probabile che i proprietari dei negozi in cui si vende carne di bovini nutriti a cereali non avvertano mai, personalmente, la disperazione delle vittime della povertà, di quei milioni di famiglie allontanate dalla propria terra per fare spazio a coltivazioni di prodotti destinati esclusivamente all’esportazione. E che i ragazzi che divorano cheeseburger in un fast-food non siano consapevoli di quanta superficie di foresta pluviale sia stata abbattuta e bruciata per mettere a loro disposizione quel pasto». Il consumatore che acquista una bistecca al supermercato non si sente responsabile dell’immensità del dolore che il suo gesto provoca. «Abbiamo appiattito la ricchezza organica dell’esistenza, trasformando il mondo che ci circonda in astratte equazioni algebriche, statistiche e standard di performance economica».

Il male occulto? Viene perpetuato da istituzioni e individui: il mercato, la globalizzazione del profitto. In un mondo di questo genere, conclude Sabbadini, ci sono ben poche occasioni per essere in sintonia con l’ambiente e proteggere i diritti delle future generazioni. «L’effetto sull’uomo e sull’ambiente del modo moderno di pensare e di strutturare le relazioni è stato quasi catastrofico: ha indebolito gli ecosistemi e minato alla base la stabilità e la sostenibilità delle comunità umane. La grande sfida che dobbiamo affrontare è rappresentata dal lato oscuro della moderna visione del mondo: dobbiamo reagire al male occulto che sta trasformando la natura e la vita in risorse economiche che possono essere mediate, manipolate e ricostruite tecnologicamente, per adeguarle ai ristretti obiettivi dell’utilitarismo e dell’efficienza economica». Primo passo necessario: «Diventare consapevoli dei meccanismi di sfruttamento del pianeta di cui siamo complici». Il secondo passo «non è fare la rivoluzione, e non è neanche aderire a questa o quest’altra organizzazione alternativa (per quanto possa essere positivo), ma è far seguire conseguenti e coerenti azioni personali in armonia con una vita etica e rispettosa dell’ambiente e del prossimo. Se vogliamo cambiare il mondo dobbiamo iniziare da noi stessi».

 

Fonte: http://www.libreidee.org/2017/12/morire-di-carne-stiamo-letteralmente-suicidando-la-terra/

 

Finalmente in arrivo in Italia la legge contro il finto pane fresco. Insomma, sapremo cosa ci fanno mangiare… forse.

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Finalmente in arrivo in Italia la legge contro il finto pane fresco. Insomma, sapremo cosa ci fanno mangiare… forse.

Si fa presto a dire pane fresco. Ma presto questo aggettivo non potrà essere usato tanto alla leggera dai forni e dai supermercati italiani. La Camera ha infatti approvato in prima lettura  la proposta di legge del deputato del Pd Giuseppe Romanini sulla produzione e la vendita del pane. Il testo è stato approvato con 331 voti a favore, contrari 4 di Fratelli d’Italia e 21 astenuti, tra cui la Lega. Una larga maggioranza che presuppone un cammino veloce fino all’approvazione. La legge precisa che il pane può definirsi fresco solo se preparato entro le 24 ore dalla messa in vendita secondo un processo di produzione continuo, privo di interruzioni finalizzate al congelamento, alla surgelazione di impasti, e ad altri trattamenti con effetto conservante, ad eccezione delle tecniche mirate al solo rallentamento del processo di lievitazione senza additivi conservanti.

Quando si può usare “appena sfornato”

È previsto, inoltre, il divieto di utilizzare denominazioni quali “pane di giornata” e “pane appena sfornato”, “pane caldo” o qualsiasi altra denominazione che possa indurre in inganno il consumatore. Per la vendita, il pane fresco va sistemato in scaffali distinti rispetto al pane ottenuto dal prodotto intermedio di panificazione e al pane ottenuto mediante completamento di cottura di pane parzialmente cotto, surgelato o non, previo confezionamento ed etichettatura adeguata.

Le sanzioni

Previste anche delle sanzioni amministrative per chi non rispetta alle regole:  multa da 500 a 3.000 euro in caso di particolare gravità o recidiva, e la sospensione dell’attività per un periodo non superiore a venti giorni. Solo le attività in grado di svolgere l’intero ciclo di produzione a partire dalla lavorazione delle materie prime sino alla cottura finale possono essere definite “panificio”.

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/12/10/in-arrivo-la-legge-contro-il-finto-pane-fresco/29025/

 

Alimentazione – Ecco le combinazioni che curano corpo e mente

 

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Alimentazione – Ecco le combinazioni che curano corpo e mente

Alcuni ingredienti naturali che usiamo ogni giorno in cucina, oltre ad essere nutrienti, hanno proprietà terapeutiche molto potenti. Di seguito ti suggeriamo alcune combinazioni tra ingredienti naturali che possono avere grandiosi benefici per la nostra salute.

Acqua e miele. Facendo sciogliere un cucchiaino di miele in un bicchiere d’acqua tiepida è possibile ottenere un ottimo rimedio dimagrante. Inoltre, il miele è utile per abbassare il colesterolo e, grazie alle sue proprietà antibatteriche e antibiotiche, rinforza il sistema immunitario facendoci ammalare di meno.

Zenzero e cannella. Un infuso a base di questi due ingredienti naturali può avere numerosi benefici per la salute: riscalda il corpo, favorisce la disintossicazione del fegato, previene la formazione di calcoli biliari, migliora la digestione e aiuta a curare raffreddore e influenza.

Acqua e limone. Bere ogni mattina un bicchiere d’acqua tiepida nel quale diluire il succo di mezzo limone è un’abitudine che può rivoluzionare la nostra salute: disintossica l’organismo, favorisce la digestione, equilibra i livelli di pH, depura la pelle e dà energia.

Curcuma e zenzero. Si tratta di un infuso molto potente: protegge il fegato, è un ottimo tonico, allevia raffreddore e influenza e rinforza il sistema immunitario.

Bicarbonato di sodio e limone. Si prepara versando mezzo cucchiaino di bicarbonato nel succo di un limone, ed è utile per alcalinizzare il corpo, favorire la digestione, depurare l’organismo e aumentare le difese.

Miele e aceto di mele. Sono entrambi ingredienti ricchissimi di benefici, ma questa combinazione è particolarmente utile per alleviare le irritazioni e le infiammazioni, mentre se applicato sui capelli può eliminare la forfora in pochissimi giorni.

tratto da RimedioNaturale