ATTENZIONE! Il nostro Parlamento sta per ratificare, a nostra insaputa, il CETA, cioè la morte di tutti diritti fondamentali dei cittadini…!!

 

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ATTENZIONE! Il nostro Parlamento sta per ratificare, a nostra insaputa, il CETA, cioè la morte di tutti diritti fondamentali dei cittadini…!!

ATTENZIONE! Il Parlamento italiano sta per ratificare il CETA, cioè la morte dei diritti fondamentali

Arriva in Senato il ddl per la ratifica del Trattato di libero scambio UE-Canada denominato CETA. Non è un caso che, come già accaduto per la ratifica del Trattato di Lisbona e per il Fiscal Compact, tali procedure avvengano tra giugno ed agosto, cioè quando gli italiani sono al mare impegnati nelle solite discussioni di calcio-mercato.

Ma cosa prevede il CETA? Nella sostanza, e in breve, è un accordo di libero scambio tra UE e Canada che consente alle multinazionali delle rispettive aree di esportare e vendere prodotti (EU-Canada, considerando che parecchie multinazionali americane hanno sede legale in Canada) senza trovare intralci né nelle legislazioni nazionali a tutela della salute e del lavoro, né nei diritti fondamentali sanciti dalle Costituzioni degli Stati membri come ad esempio il diritto al lavoro, alla giusta retribuzione, al giorno di riposo settimanale, all’orario di lavoro, alla retribuzione minima e così via. Trattasi dei cosiddetti “irritanti commerciali” che tanto infastidiscono le multinazionali. Con il CETA vengono definitivamente superati!

Ma v’è di più! Il CETA introduce anche un sistema di giustizia privata, il cosiddetto ISDS – Investor-state dispute settlement  cioè una forma di risoluzione privata delle controversie tra investitore e Stato. Attraverso questo sistema le multinazionali potranno non tenere conto dei diritti fondamentali vigenti negli Stati adire organismi di giustizia privata sovranazionali al fine di redimere le controversie con quegli Stati che intendessero rispettare le proprie disposizioni costituzionali a tutela – ad esempio – della salute e del lavoro!

Un vero e proprio cavallo di troia a tutela del capitale internazionale e a scapito dei diritti fondamentali.

Il CETA, già approvato dal Parlamento europeo pochi mesi fa, dovrà essere ora ratificato da ciascuno Stato membro a seconda delle procedure costituzionali di ognuno. In cambio chissà di quale incarico o beneficio (magari successivo all’attività politica) i nostri parlamentari consentiranno che sulle nostre tavole finiscano prodotti intrisi di antibiotici (rendendo gli stessi inefficaci quando ve ne sarà bisogno), condannando noi e i nostri figli alla schiavitù perenne! E chi si permetterà di alzare la testa o la voce, non troverà nello Stato un amico a difesa dei diritti fondamentali sanciti nelle Costituzioni nazionali!

Nel frattempo l’informazione di regime sonnecchia! La notizia che il Parlamento si accinga a ratificare il CETA è passata totalmente in secondo piano. Il televideo della Rai non ne fornisce neppure menzione!

Con il CETA gli Stati sono definitivamente morti! I criminali di Bruxelles continuano la loro opera distruttiva nei confronti delle Costituzioni nazionali, quindi della libertà, dei diritti fondamentali e della democrazia! E i nostri parlamentari, a libro paga del capitale internazionale, eseguono acriticamente gli ordini provenienti dalla criminale sovrastruttura EUropea!

Un Parlamento eletto con meccanismi elettorali dichiarati incostituzionali, in grave e palese alterazione dei principi di rappresentatività democratica (Corte costituzionale, sentenza n. 1/2014; Corte di Cassazione, sentenza n. 8878/2014), continua indisturbato la sua opera distruttiva della Costituzione! 

 Giuseppe PALMA

 

fonte: http://www.stopeuro.org/attenzione-il-parlamento-italiano-sta-per-ratificare-il-ceta-cioe-la-morte-dei-diritti-fondamentali/

Attenzione – È allarme Bisfenolo A nel cibo in scatola: contaminato il 40% dei campioni…!!!

 

Bisfenolo A

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Attenzione – È allarme Bisfenolo A nel cibo in scatola: contaminato il 40% dei campioni…!!!

 

“BPA nel cibo in scatola, contaminato il 40% dei campioni”: è allarme

Bisfenolo A (BPA) trovato nel cibo in scatola. Secondo i ricercatori che hanno condotto il test, è contaminato il 40% dei campioni. Perché non è stato ancora vietato del tutto?

Cosa aspettano a vietarlo del tutto? Negli Stati Uniti come in Europa, il Bisfenolo A – sostanza tristemente nota per i suoi effetti tossici – è ancora ammesso negli oggetti a contatto con gli alimenti e persino nei giocattoli (anche se la soglia di sicurezza europea è stata recentemente abbassata). Pochi giorni fa, uno studio USA ha dimostrato che il cibo in scatola è pesantemente contaminato dalla sostanza. Hanno infatti trovato BPA nel 40% dei campioni analizzati.

Vediamo cosa hanno scoperto i ricercatori e quali sono i rischi in Europa e in Italia.

Cibo in scatola contaminato: è allarme in USA

Negli Stati Uniti, il Bisfenolo è stato completamente vietato dai prodotti destinati ai bambini, nelle bottiglie di plastica riutilizzabili e nella maggior parte dei giocattoli. Ma la sostanza può essere ancora trovata nel packaging alimentare. E da qui entra in contatto con quello che mangiano gli americani.

L’analisi, diffusa nei giorni scorsi da giornali e tv USA, riguarda in particolare il cibo in scatola. Il Center for Environmental Health ha effettuato un test su più di 250 confezioni di latta acquistate nei più comuni supermercati. I ricercatori hanno scoperto che il Bisfenolo A era presente quasi nel 40% dei campioni.

Si tratta di un passo in avanti: due anni fa, la cifra saliva addirittura al 67%. Ma non basta.

“È ancora troppo”, ha dichiarato Charles Margulis, portavoce del Centro. “Dobbiamo abbassare la cifra e farla arrivare a zero”.

BPA nocivo: cosa succede in Europa

In Europa, di recente, abbiamo avuto due buone notizie. Ma che non bastano a cantare vittoria.

Innanzitutto, una nuova presa di posizione forte dalla comunità scientifica. L’ECHA (European Chemicals Agency), agenzia europea che si occupa delle sostanze chimiche in commercio, ha inserito il BPA nelle “sostanze estremamente preoccupanti”. La causa? Sono stati provati i suoi effetti nocivi su apparato endocrino (che regola la riproduzione) e sul sistema ormonale.

La decisione dell’Echacommenta un portavoce della Commissione europea – conferma che il bisfenolo A è sostanza estremamente preoccupante a causa delle sue proprietà di interferente endocrino. La Commissione ha già intrapreso azioni sostanziali per limitarne l’uso in un certo numero di prodotti di consumo, inclusi i materiali per contatto con gli alimenti e i giocattoli“.

E passiamo qui alla seconda buona notizia. Il portavoce si riferisce infatti a una nuova norma Ue che riduce la concentrazione massima di BPA nei giocattoli. Approvata a fine maggio, abbassa il limite da 0,1 mg/l si passa a 0,04 mg/l. Un passo in avanti importante, ma che non basta. È necessario che il divieto diventi totale, il prima possibile.

Cibo in scatola e BPA: quali rischi per UE e Italia?

Già nel 2010, la Commissione Europea vietava il ricorso alla sostanza nei biberon destinati ai bambini. Un divieto che però non è stato ancora esteso definitivamente ai giocattoli (come abbiamo visto) e a contenitori e stoviglie che entrano in contatto con gli alimenti consumati dagli adulti.

La richiesta di eliminarlo del tutto è arrivata dal Parlamento Europeo già nello scorso autunno. Ma non sono stati ancora presi provvedimenti in materia da parte della Commissione, che è competente sulla questione.

Ancora oggi, quindi, per essere ‘legale’, cibo in scatola, stoviglie e contenitori per alimenti devono semplicemente evitare che il passaggio al cibo sia inferiore a 0,6 mg/kg.

Una soglia ancora troppo elevata. Ricordiamo che il BPA ha conseguenze avverse sulla salute dell’apparato riproduttivo, sul metabolismo e sul sistema immunitario di bambini e adulti. L’Anses (Agenzia nazionale per la sicurezza sanitaria) ha dimostrato che la sostanza, se assimilata durante la gravidanza, può apportare gravi modifiche della ghiandola mammaria del feto, conducendo allo sviluppo possibile di tumori. Il Bisfenolo, infine, è stato correlato a diabete e obesità infantili, oltre che a un maggior rischio di cancro al fegato.

 

fonte: https://www.ambientebio.it/salute/rischi-salute/bpa-cibo-in-scatola/

…E a Bari sequestrate 50mila tonnellate di grano tossico canadese. Tutta roba che sarebbe dovuta finire sulle nostre tavole!

grano

 

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…E a Bari sequestrate 50mila tonnellate di grano tossico canadese. Tutta roba che sarebbe dovuta finire sulle nostre tavole!

leggi anche:

In arrivo da Vancouver una nave con 50mila tonnellate di grano. Gli Agricoltori protestano. Dovremmo farlo pure noi: Ecco il grano canadese coperto di neve, che può maturare solo grazie al glifosato! Ce lo ritroveremo sulle nostre tavole, mentre il nostro grano marcisce nei campi!!
50mila tonnellate di grano tossico sono state sequestrate a Bari nelle stive della “Cmb Partner”, proveniente da Vancouver, attraccata l’8 giugno scorso.

Grano tossico contenente sostanze pericolose in una quantità di gran lunga superiore ai limiti di legge è stato sequestrato a Bari, nelle stive della “Cmb Partner” (una nave lunga 256 metri per una stazza complessiva di quasi 60mila tonnellate), proveniente da Vancouver, attraccata l’8 giugno scorso.
Tale grano era destinato ad essere inviato nei granai pugliesi, come sempre quando arrivano carichi dal Canada. Resta solo da sperare che i precedenti carichi, già distribuiti, venduti e consumati, non contenevano le sostanze pericolose riscontrate in quest’ ultimo.

Fatto sta che dopo la denuncia fatta da inuovivespri.it con l’articolo  :“Il grano canadese che arriva in Europa è un rifiuto speciale che finisce sulle nostre tavole”, che ha fatto il giro del web, qualcosa si è mosso.

La Procura di Bari ha disposto il sequestro probatorio dell’ intero carico, dopo i controlli effettuati dagli uomini dei carabinieri forestali in accordo con la magistratura barese.

Come riferisce La Gazzetta del Mezzogiorno :

<< Il provvedimento sarebbe stato eseguito dai Carabinieri forestali dopo le prime analisi sui campioni di cereale che avrebbero rilevato la presenza di sostanze nocive in percentuali superiori ai limiti consentiti dalla legge. Il sequestro ha riguardato anche il cargo.

Secondo la Coldiretti sotto accusa di continuo il grano canadese per le irregolarità riscontrate in termini di residui di deossinivalenolo (o Don o vomitossina), una pericolosa micotossina e per l’uso intensivo di glifosate, un potente diserbante, utilizzato proprio nella fase di pre-raccolta (pratica vietata in Italia) per seccare e garantire – in modo artificiale – un livello proteico elevato.

Le importazioni di grano tossico canadese favorite dal CETA

Le importazioni di grano dal Paese nordamericano rischiano di essere favorite dall’approvazione dell’accordo Ceta (Comprehensive economic and trade agreement) tra Unione europea e Canada, primo esportatore di grano duro in Italia. Un accordo che dovrà essere ratificato dal Parlamento nazionale e contro il quale la Coldiretti si dice pronta a scatenare una mobilitazione per scongiurare il paventato azzeramento strutturale dei dazi, a prescindere dall’andamento di mercato.>>

 

 

Ecco come l’agricoltura industriale sta facendo ammalare noi e la Terra

agricoltura industriale

 

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Ecco come l’agricoltura industriale sta facendo ammalare noi e la Terra

I terreni trattati con prodotti chimici, sfiancati dallo sfruttamento intensivo e dall’agricoltura industriale causano un impoverimento del cibo che quindi non fornisce agli esseri umani i nutrienti di cui ha bisogno. E’ la conclusione cui sono giunti numerosi studi di cui si parla anche nel libro appena uscito di Courtney White, “Grass, soil, hope”. Ma la soluzione c’è.

E’ ancora vero che una mela al giorno toglie il medico di torno? Non più, stando a quanto sostengono gli esperti, a meno che quella mela non arrivi da terreni organici e da alberi coltivati con metodi biologici.

Secondo l’esperta australiana Christine Jones, intervistata nel libro appena uscito di Courtney White, Grass, Soil, Hope, le mele hanno perduto l’80% del loro contenuto di vitamina C.

E le arance che si mangiavano per tenere lontano il raffreddore? E’ possibile che di vitamina C non contengano più nemmeno le tracce. Uno studio http://www.scientificamerican.com/article/soil-depletion-and-nutrition-loss/ che ha analizzato il contenuto dei vegetali dal 1930 al 1980 ha scoperto che i livelli di ferro sono diminuiti del 22% e il calcio del 19%. In Inghilterra tra il 1940 e il 1990 il contenuto di rame nei vegetali è calato del 76% e il calcio del 46%. Il contenuto di minerali nella carne è, anch’esso, significativamente diminuito. Gli alimenti vanno a costituire i mattoni del nostro corpo e sostengono la nostra salute, ma terreni impoveriti forniscono alimenti impoveriti e alimenti di scarsa qualità nutritiva portano a un decadimento della salute. Anche la nostra salute mentale è legata ai terreni ed è garantita se i terreni sono ricchi di microbi.

Cosa è accaduto al terreno? Ha subìto gli attacchi della moderna agricoltura industriale con le sue monocolture, i fertilizzanti, i pesticid e gli insetticidi.

«Il termine biodiversità evoca una ricca varietà di piante in equilibrio con tante varietà di animali, insetti e vita selvatica, tutti che coesistono in un ambiente in equilibrio – spiegano Hannah Bewsey e Katherine Paul dell’Organic Consumers Association – Ma c’è anche un intero mondo di biodiversità che vive al di sotto della superficie terrestre ed è essenziale per far crescere alimenti ricchi di nutrienti. Il suolo terrestre è una miscela dinamica di particelle rocciose, acqua, gas e microrganismi. Una tazza di terra contiene più microrganismi di quante persone ci siano sul pianeta. Questi microbi vanno a costituire il “tessuto alimentare del suolo”, una catena complessa che inizia con I residui organici di piante e animali e che coinvolge batteri, funghi, nematodi e vermi; decompongono la materia organica, stabilizzano il suolo e aiutano la conversione dei nutrienti da una forma chimica ad un’altra. La ricchezza nella diversità dei microbi in un terreno ha effetti su molte proprietà, come l’umidità, la struttura, la densità e la composizione nutritiva. Quando i microbi vanno perduti, si riducono anche le proprietà del suolo che permettono di stabilizzare le piante, di convertire le sostanze nutritive e di svolgere tutte le altre funzioni vitali.  Il contenuto di microbi del suolo, cioè la sua biodiversità, è praticamente sinonimo di salute e fertilità. Come scrive Daphne Millier, medico, scrittrice e docente, “i terreni che contano su un’ampia biodiversità sono più predisposti a produrre cibi ad alta densità nutritiva”. Purtroppo l’azione umana ha avuto un impatto assai negativo sulla salute dei suoli; siamo infatti responsabili della degradazione di oltre il 40% dei terreni agricoli nel mondo. Abbiamo destabilizzato l’ecosistema dei terreni attraverso un utilizzo diffuso di sostanze chimiche che distruggono praticamente tutto ad eccezione delle piante stesse (molte di queste sono state addirittura modificate geneticamente per resistere a erbicidi e pesticidi). Siamo arrivati ad avere grano, soia, alfa-alfa e altri cereali in apparenza salubri ma in verità carenti di sostanze nutritive a causa della pessima qualità del suolo su cui vengono coltivati. E usiamo sostanze chimiche di routine anche se si sa che appena lo 0,1% dei pesticidi in realtà interagisce con il target cui è destinato, tutto il resto contamina soltanto piante e suolo».

«L’azoto è uno dei tre nutrienti essenziali per il suolo – proseguono Bewsey e Paul – gli altri due sono potassio e fosforo. Ma perché l’azoto possa nutrire le piante, deve essere convertito da ammonio a nitrato. I microbi del terreno, sensibili al ciclo dell’azoto, fanno questa conversione alimentandosi di materia vegetale decomposta, digerendo l’azoto che vi è contenuto ed eliminando ioni di azoto. Cosa accade quando nel suolo non ci sono questi microbi? Gli agricoltori spesso ricorrono a fertilizzanti contenenti azoto, ma l’uso eccessivo porta ad averne una quantità eccessiva che va oltre la capacità di conversione dei microbi stessi, quindi troppo azoto uccide le piante. Stando ai dati della Union of Concerned Scientists, gli allevamenti con centinaia di animali stipati in piccoli spazi e alimentati con cereali anzichè foraggio è ubo dei fanni più grossi che l’uomo abbia inflitto al suolo poiché porta alle monocolture intensive su larga scala che richiedono moltissime sostanze chimiche. La perdita di biodiversità del suolo è anche correlata all’aumento di asma e allergie nelle società occidentali. Il sistema immunitario umano si sviluppa grazie agli stimoli ambientali cui è esposto; quando carne e vegetali mancano di determinati batteri e microbi, i bambini non riescono a formulare risposte immunitarie precoci e quindi possono sviluppare allergie. La soluzione sta nel convertire allevamenti e aziende agricole industriali in allevamenti con sistemi naturali e fattorie biologiche. Secondo uno studio danese è possibile raddoppiare la biodiversità del suolo sostituendo l’agricoltura biologica ai metodi agricoli convenzionali».

Ma perchè accontentarsi di contenere il danno? Esiste quella che viene chiamata agricoltura rigenerativa, strumento essenziale per far regredire i danni causati dalle pratiche industriali. E non c’è tempo da perdere. Bisogna andare i quella direzione prima che sia veramente troppo tardi.

fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/agricoltura_industriale

 

Finalmente smascherata la bufala della margarina! Una ignobile truffa al folto esercito degli ingenui consumatori del “light”… E’ solo un grasso industriale di scarsa qualità, costituito da grassi polinsaturi (facilmente ossidabili) e idrogenati. Un prodotto artificiale tutt’altro che salutare!

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Finalmente smascherata la bufala della margarina! Una ignobile truffa al folto esercito degli ingenui consumatori del “light”… E’ solo un grasso industriale di scarsa qualità, costituito da grassi polinsaturi (facilmente ossidabili) e idrogenati. Un prodotto artificiale tutt’altro che salutare!

 

La love story tra gli americani e la margarina pare sia alle battute finali. Il glorioso e vecchio burro sta lentamente recuperando il favore degli yankee e le vendite della margarina vanno a picco. Finalmente, dopo oltre 50 anni la bufala della margarina viene smascherata! La margarina è solo una truffa, un ignobile surrogato, un’illusione per il folto esercito dei allocchi consumatori del “light”, un’offesa a migliaia di anni di tradizione alimentare e frutto della mentalità grassofobica fraudolenta di molte istituzioni e industrie mediche e alimentari.

La margarina è un grasso industriale, costituito principalmente da grassi polinsaturi, facilmente ossidabili, e da grassi idrogenati. Un prodotto tutt’altro che salutare, come molti credono, condizionati come sono dalla faziosa propaganda contro i grassi animali. Si pensi che negli ultimi 20 anni la multinazionale britannica Unilever (maggiore produttore mondiale di margarina) ha investito milioni di dollari in studi scientifici al fine di dimostrare che la margarina fosse migliore del burro. La stessa azienda oggi ammette l’errore e nei suoi prodotti spalmabili inserisce sempre di più il burro.

A partire dal 2000 negli USA le vendite di burro sono aumentate del 65% e il consumo pro capite sta volando a 2,2Kg all’anno. Le vendite di margarina al contrario si sono ridotte de 30% e sono in continua caduta, nonostante le allucinanti raccomandazioni delle autorità ufficiali di preferire la margarina ai grassi di origine animale. Tuttavia, gli studi più recenti smentiscono i timori per i grassi saturi e colesterolo e puntano piuttosto il dito contro tutti i cibi processati dall’industria e la margarina rientra certamente tra questi.

In Europa si consumano ogni anno circa 1,85 milioni di tonnellate di margarina. A livello di consumo pro capite, il primo posto spetta al Belgio (10,2kg), seguito da Danimarca (9,3kg), Paesi Bassi (8,9Kg). L’Italia occupa l’ultima posizione con i suoi 1,4kg consumati annualmente da ogni abitante (comuanque troppi!). La media europea è di 4,3Kg. Purtroppo, nel nostro Paese molta della margarina viene consumata in modo inconsapevole, perché largamente utilizzata in moltissimi prodotti commerciali (merendine, biscotti, waffer, snack, ecc) e nei prodotti da pasticceria (torte, pasticcini, brioche, ecc.). Secondo le ultime normative, la margarina in Italia non dovrebbe contenere grassi idrogenati, ma pare che non sia sempre così. Difficile sapere se il pasticcere sotto casa utilizza margarina di qualità (termine improprio per questo genere di non-alimento!) o qualche schifezza a basso costo.

Le aziende che commercializzano la margarina in Italia negli ultimi tempi propongono la margarina come “prodotto evoluto”, fabbricato (sì, questo è il termine da usare) con componenti “naturali” e aggiunta di fitosteroli, omega 3, minerali e altro, come se fosse un multivitaminico, un a sorta di benefico integratore. Per quanti sforzi questi signori possano fare, la margarina rimane un alimento pesantemente artificiale e, a mio modesto avviso, insano. Un altro aspetto negativo della margarina è la presenza di olio di palma, la cui produzione è assolutamente antiecologica. Le vaste piantagioni di palma da olio stanno sostituendo a ritmo allarmante le foreste vergini soprattuto dei due produttori principali di quest’olio, l’Indonesia e la Malesia. Per esempio, in Malesia, si è passati dai 642.000 ettari di piantagioni del 1975 ai 4 milioni di ettari del 2004, ottenuti bruciando foresta vergine. In questo modo si contribuisce anche all’estinzione fisica o culturale dei popoli indigeni, come i Penan. La situazione attuale sta peggiorando sempre più, considerato che la domanda di olio di palma triplicherà nei prossimi 20 anni e il nostro Paese ha il disonore di essere il terzo Paese importatore europeo di quest’olio. Numerosi prodotti che comprate, a volte anche biologici, utilizzano margarine o altri grassi (vegetali) che contengono olio di palma (alcuni nomi li trovate qui.

Francesco Perugini Billi

fonte: http://www.dottorperuginibilli.it/alimentazione-dietologia/1192-burro-alla-riscossa

Wurstel: dannosi quanto le sigarette. Faresti fumare tuo figlio?

 

Wurstel

 

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Wurstel: dannosi quanto le sigarette. Faresti fumare tuo figlio?

Uno dei “prodotti” più in voga tra giovani e giovanissimi è sicuramente il wurstel, un insaccato molto utilizzato nei fast-food, nelle paninerie, nei pub e nelle pizzerie. In realtà i wurstel sono presenti praticamente nelle cucine di tutti, vengono acquistati per condire la pasta, per creare secondi, pizze, stuzzichini e focacce. Sono considerati un alimento veloce da preparare e sono purtroppo molto apprezzati dai bambini, difatti presso pizzerie e paninerie sono proposti proprio per un pubblico di giovanissimi.

Durante gli spot televisivi che ci presentano i wurstel, allegre canzoncine e gente visivamente affamata ci mostrano piatti colmi di wurstel piccoli e grandi, farciti con ketchup e maionese, con bambini entusiasti pronti ad addentarli. Nessuno però, ci mostra in tv cosa contengono questi salsicciotti tanto acclamati. Noi vi alleghiamo il video completo della produzione dei wurstel. Potete chiaramente vedere la materia prima: un ammasso di scarti di macello non definiti.

I wurstel sono da considerarsi tra i prodotti alimentari (se così possiamo definirli) più cancerogeni, e non andrebbero assolutamente dati ai bambini. Come potete vedere nel filmato lo scarto da macellazione (calli, organi, ossa, e parti solitamente non adatte al consumo umano) viene triturato, frullato, impastato, salato, addizionato, speziato, colorato, bollito, infilato in un budello. Quel mix di scarti viene reso appetibile grazie agli aromi, al sale e agli additivi che camuffano il tanfo ed il mal sapore che altrimenti avrebbero.

Quali malesseri e malattie possono causare i wurstel?

  • Tumore del colon, dello stomaco, e tumori in generale
  • Polipi
  • Fibroma uterino
  • Cisti
  • Aterosclerosi
  • Ictus
  • Infarto
  • Pelle e capelli grassi
  • Foruncolosi
  • Allergie
  • Menarca precoce nelle bambine
  • Impotenza e disfunzioni sessuali negli uomini
  • Feci acide
  • Deficit cognitivo
  • Obesità/rallentamento del metabolismo
  • Cistite
  • Irsutismo nelle donne
  • Ginecomastia negli uomini
  • Steatosi epatica
  • Ipertensione
  • Stati infiammatori muscolari e articolari

Esistono dei wurstel più sani di altri?

NO, il discorso non cambia per qualunque tipo di wurstel, che siano di pollo, di maiale o di tacchino. Se proprio si vuole qualcosa che ricordi i wurstel, nei negozi e reparti biologici o specializzati, si possono trovare dei salsicciotti realizzati con i legumi, oppure sul web potete trovare parecchie ricette di wurstel vegetali realizzabili in casa con i fagioli. Sicuramente molto più sani dei “classici” wurstel.

Sarebbe buona cosa non cedere acquistando ciò che ci fanno apparire come sicuro e sano. Impariamo a ragionare con la nostra testa, ad informarci, a non gridare alla bufala solo perchè quella cosa non l’abbiamo sentita in televisione o direttamente dalla bocca del nostro medico.

Vi lasciamo al video della fabbrica dei wurstel: forse dopo averlo visto smetterete di consumarli ma soprattutto di darli ai vostri bambini.

Qui il video

 

fonte: ilsalutista.it via http://caosvideo.it/c/streg

Perchè gli asiatici sono quasi tutti magri e longevi? Ecco i loro segreti per non ingrassare e vivere più a lungo

 

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Perchè gli asiatici sono quasi tutti magri e longevi? Ecco i loro segreti per non ingrassare e vivere più a lungo

E’ difficile vedere in giro asiatici in sovrappeso o precocemente invecchiati.Ecco i loro segreti per non ingrassare e vivere più a lungo.

Tutti noi ci siamo chiesti almeno una volta nella vita, perchè gli asiatici hanno quasi tutti una linea invidiabile e sono classificati come uno dei popoli più longevi al mondo, oltre a non portare i segni del tempo in maniera scarna come la nostra.

Molti credono che ciò dipenda solo ed esclusivamente da un fattore genetico, ma non è affatto così. Il segreto degli asiatici sta quasi tutto nella loro alimentazione, che non è composta solo da sushi, surimi, alghe e tofu, ma da molte verdure e spezie dalle proprietà benefiche per l’organismo.

Un altro fattore che gioca un ruolo importante è la loro cultura in cucina, che è ben diversa da quella del mondo occidentale.

Noi ad esempio siamo abituati ad eccedere con il condimento, ad abbondare con carni e formaggi. Questi ultimi sono assolutamente banditi dalla dieta asiatica perchè non fanno parte della loro cultura. Per quanto riguarda la carne ne assumono il minimo indispensabile e solo carni bianche e magre (prevalentemente pollo), preferiscono molto di più il pesce. Abbondano invece le zuppe e i brodi vegetali.

In aggiunta ad una alimentazione sana, l’ attività fisica e uno stile di vita sano sono alla base della loro cultura.

Di seguito vi mostriamo i principali segreti alimentari che rendono gli asiatici uno dei popoli più in forma e più longevi al mondo.

  1. E’ risaputo che la loro dieta abbonda di riso, ne mangiano quasi tutti i giorni. Il riso contiene delle sostanze chiamate “fitoceramidi”, che aiutano a rinforzare la pelle, prevenendone i segni dell’ invecchiamento.
  2. Nella cucina asiatica si utilizzano, specie per preparare insalate e zuppe, molti tipi di alghe marine. Esse giocano un ruolo fondamentale per il buon funzionamento del metabolismo in quanto favoriscono la digestione. Un metabolismo che funziona a dovere rende meno propensi all’ obesità. Inoltre le alghe marine sono ricche di fibre, proteine, minerali e vitamine.
  3. La loro assunzione di proteine è prevalentemente di origine vegetale (tofu, tempeh, miso, soia ecc) a discapito di quelle animali che hanno un alto contenuto di grassi saturi. Il pesce invece contiene proteine prive di grassi saturi, e la dieta degli asiatici ne prevede un alto consumo.
  4. Evitano i cibi elaborati e raffinati, come salumi farine raffinate e zuccheri. tendono ad alimentarsi con cibi più naturali possibile.
  5. Non amano quelle che noi chiamiamo “abbuffate”. Gli asiatici amano assumere porzioni ridotte e mangiano più spesso. Strategia utilizzata da molti popoli, la quale non affatica il metabolismo e il processo di digestione.

fonte: http://salutecobio.com/asiatici-magri-longevi-ecco-loro-segreti

Piccola guida al consumo del pesce fresco

Pesce fresco

 

 

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Piccola guida al consumo del pesce fresco

 

È un alimento mangiato molto poco eppure rappresenta un’alternativa più sana alla carne. Secondo le statistiche, infatti, gli italiani consumano pesce solo una volta alla settimana. Alla base la convinzione che sia difficile, lungo e complicato da cucinare. In realtà non è proprio così, anzi ma occorre comunque sempre tenere presente che quando c’è di mezzo la nostra salute qualche piccolo sacrificio vale sempre la pena di farlo. Il pesce, rispetto alla carne, è più digeribile, ricco in acidi grassi essenziali, in minerali (tra cui selenio, fluoro, fosforo e iodio) e in vitamine. Il pesce caratteristico del nostro mare è il Pesce Azzurro, ricco in omega-3.

Tutti i prodotti ittici possono derivare da operazioni di cattura di branchi selvatici (pescato) o acquacoltura (allevato). Nei punti vendita del pesce è obbligatorio indicare se il pesce è stato allevato, quindi non pescato. Il pesce allevato permette una migliore salvaguardia delle specie marine ed è un metodo di pesca sicuramente più semplice.  Tuttavia il pescano nazionale non è sufficiente a coprire le nostre esigenze. Infatti la maggior parte del pesce acquistato proviene dall’estero: è possibile però capire da dove proviene grazie all’obbligo dell’indicazione dell’area FAO (l’Organizzazione internazionale che si occupa dei problemi dell’alimentazione e dell’agricoltura nel mondo) di provenienza (all’ingrosso; nella vendita al dettaglio –pescheria, supermercato- è prevista l’indicazione della zona di cattura, es. Oceano Indiano). Quella pubblicata sotto è la cartina FAO che indica le aree di pesca.

cartina FAO che indica le aree di pesca.

ZONE FAO

AREE di PESCA

n. 21

Atlantico nord-occidentale

n. 27

Atlantico nord-orientale

n. 27 IIId

Mar Baltico

n. 31

Atlantico centro-occidentale

n. 34

Atlantico centro-orientale

n. 41

Atlantico sud-occidentale

n. 47

Atlantico sud-orientale

n. 37.1, 37.2, 37.3

Mar Mediterraneo

n. 37.4

Mar Nero

n. 51 e 57

Oceano Indiano

n. 61, 67, 71, 77, 81 e 87

Oceano Pacifico

n. 48, 58 e 88

Antartico

 

Come si Riconosce il Pesce Fresco?

Non è impossibile ne difficile riconoscere il pesce fresco in pescheria. Basta un po’ di osservazione, delle semplici regole e accorgimenti da seguire. Già ad un paio di metri dal banco di vendita del pesce possiamo iniziare a capire cosa abbiamo davanti: un pesce freschissimo ha squame brillanti, colore vivo ed il corpo rigido. Facendo più attenzione è bene controllare:

  • L’occhio che deve essere brillante, sporgente e limpido. Non deve essere opaco, la presenza di una patina biancastra o di muco sono indice di scarsa freschezza.
  • Deve avere un odore gradevole di mare e salsedine.
  • Al tatto le carni devono essere sode e rigide. Se premete con un dito la superficie del corpo del pesce, l’impronta deve scomparire rapidamente. Provandolo a sollevare per la coda, il corpo deve mantenere una posizione rigida, arcuata.
  • È bene passare poi all’osservazione delle branchie: l’opercolo, cioè la copertura branchiale che si trova sotto la testa del pesce deve essere ben aderente al corpo. Sollevandolo si possono osservare le branchie che devono essere di colere rosso.

 

PESCE FRESCO PESCE AVARIATO
Odore Delicato, marino e gradevole Acre, ammoniacale, ripugnate
Aspetto generale Lucente, metallico, iridescente Spento
Corpo Irrigidito, arcuato Flaccido e con addome che toccandolo sembra vuoto, molle
Consistenza Soda, turgida Cedevole al tatto
Squame Ben aderenti e lucide Sollevate ed opache
Pelle Colorata e tesa Raggrinzita, sbiadita, si sfalda
Occhio Limpido, sporgente, “vivo” Opaco, infossato, secco
Branchie Rosse o rosa, lamelle ben identificabili e turgide Scure, grigio-brunastre, mucose, appassite
Ano Appena visibile Aperto
Visceri Ben distinguibili, consistenti Rammolliti
Spina Ben adesa alla carne Facilmente sfilabile
Carni Sodo-elastiche Si sfilacciano, acquose

 

Piccola Guida al Consumo del Pesce Fresco

Molluschi Bivalvi Idonei Molluschi Bivalvi Non Idonei
Sacchetto Integro, etichetta chiaramente annessa Aperto, rotto, etichetta separata
Vivi Se percossi si chiudono Restano aperti
Rumore Di pieno Di gusci vuoti
Liquido intervalvare In buona quantità Poco o non presente
Valve Integre e pulite Sporche e rotte
Conservazione e temperatura Al fresco (4-6°C) e in luogo pulito Al caldo, su ghiaccio, a terra

 

Cosa Deve Indicare l’Etichetta del Pesce?

Per quanto riguarda i prodotti ittici freschi, l’etichetta deve riportare: il prezzo di vendita, il nome commerciale e scientifico della specie, lo stato (fresco, congelato, decongelato), il metodo di produzione primaria (pescato o allevato), l’area FAO di cattura (per i pesci di acqua dolce deve essere riportato lo stato di origine).

Per quanto riguarda i molluschi bivalvi (vongole, cozze, cannolicchi), l’etichetta deve riportare: il nome scientifico della specie, la data di confezionamento, il termine di conservazione.

Come Pulire il Pesce?

  • Togliere la pelle: con un panno da cucina tenere ben ferma la cosa mentre si tira il lembo di pelle verso la testa. Si capovolge poi il pesce e si ripete l’operazione dall’altra parte.
  • Squamare: deve essere fatto verso la testa facilitandosi con uno squama-pesce.
  • Spinare: se il pesce è piatto la pelle va incisa in prossimità della coda, poi afferrata per un lembo in modo da toglierla a strappo, verso la testa. Praticare un taglio lungo la spina dorsale, su entrambi i lati e separare la carne dalla lisca. Se il pesce è tondeggiante (merluzzo, spigola, etc.) il taglio va prolungato dall’addome alla coda per sollevare con il coltello le spine piccole e poi separare con cura la carne da ciascun lato della spina dorsale, ottenendo così i filetti desiderati. Se il pesce è di grandi dimensioni va aperto sull’addome, messo con la parte interna appoggiata sul tagliere e poi pressato forte con le dita sulla spina dorsale sino a staccarla. L’operazione successiva, una volta rigirato, va fatta con un coltello, partendo dalla testa e raggiungendo la coda: si stacca così la lisca dalla carne.

Come Comportarsi a Casa con il Pesce Fresco?

Essendo un prodotto molto deperibile, occorre prestare attenzione nella manipolazione e conservazione del pesce. Per il trasporto dal punto vendita a casa è consigliabile utilizzare le apposite borse termiche. Una delle prime cose da fare dopo averlo acquistato, è l’eviscerazione (si può chiedere direttamente in pescheria di provvedere) e il lavaggio del pesce sotto acqua corrente. Poiché come già precedentemente detto il pesce fresco è molto delicato, sarebbe opportuno evitare di lasciarlo a temperature troppo calde: il range ottimale di conservazione del pesce è infatti tra gli 0 e i 3°C. E’ buona regola inoltre consumarlo immediatamente (entro le 24 ore dall’acquisto) e comunque non oltre i due giorni. Il pesce fresco è possibile congelarlo (-18°C) e conservarlo per un massimo di due mesi. Prestate attenzione però perché se il prodotto è decongelato, non è possibile ri-congerarlo, ma va consumato il prima possibile.

Dott.ssa Chiara Cevoli

 

fonte: http://www.vivienutri.it/alimentazione/pesce-alimentazione/piccola-guida-al-consumo-del-pesce-fresco/

Approfittando del caos dei vaccini e con la complicità del silenzio dei Media, Gentiloni approva il CETA all’insaputa della Gente – Ecco i pericoli a cui questi disgraziati ci espongono!!

 

CETA

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Approfittando del caos dei vaccini e con la complicità del silenzio dei Media, Gentiloni approva il CETA all’insaputa della Gente – Ecco i pericoli a cui questi disgraziati ci espongono!!

Leggete anche:

Il CETA è ancora peggio del TTIP. È una porcata che serve solo a sacrificare la salute della Gente al business delle Multinazionali! …E infatti il nostro Governo lo ha già approvato nel più totale silenzio dei media complici!
Le denunce di GranoSalus: il sistema CETA, le navi al veleno e la pasta con glifosato e micotossine “made in Italy”…Ecco quello che dovete sapere sulle porcherie che ci fanno mangiare…!!

 

Da coscienzeinrete.net

Mentre ci sbraniamo per i vaccini, Gentiloni approva il CETA in silenzio stampa…

L’ultimo consiglio dei ministri ha approvato ddl di ratifica del trattato di libero scambio con il Canada, un provvedimento dalle nefaste ripercussioni di cui nessuno dei grandi e piccoli media nazionali ha dato notizia.

E’ arrivato il CETA, ma non ditelo in giro. Il governo ha approvato il disegno di legge per la sua ratifica ed attuazione, ossia per l’accordo economico e commerciale tra l’Unione europea e il Canada. Ma piano – per favore! – non strillatelo.Eh già, perché il temuto trattato, firmato lo scorso 30 ottobre a Bruxelles e ratificato dal parlamento europeo questo febbraio sta per arrivare al parlamento italiano. Chi lo dice? Il consiglio dei ministri che si è riunito mercoledì sera in fretta e furia e senza neanche un minuto di preavviso; quel cdm di cui i rappresentanti solitamente si affrettano a propagandare i risultati e per il quale invece non è stata convocata neanche l’ombra di una conferenza stampa. E come mai, c’è da chiedersi, neanche il più ridicolo e scarso dei media (provare per credere? Fatevi un giro su google) ha dato questa notizia di epocale importanza? Perché è meglio farlo passare in sordina, o perché forse questo “gran valore” economico non lo ha? Per entrambi i motivi.

Scopo dell’Accordo – si legge nel comunicato del governo – “è stabilire relazioni economiche avanzate e privilegiate, fondate su valori e interessi comuni, con un partner strategico”. Si creano nuove opportunità per il commercio e gli investimenti tra le due sponde dell’Atlantico – si legge ancora – “grazie a un migliore accesso al mercato per le merci e i servizi e a norme rafforzate in materia di scambi commerciali per gli operatori economici”. Accidenti, che grande occasione, addirittura la sola Italia potrebbe beneficiare in termini di maggiori esportazioni verso il Canada “per circa 7,3 miliardi di dollari canadesi”. Ripetiamolo insieme: sette miliardi. Per avere un’idea, l’IMU che noi italiani abbiamo pagato sui nostri immobili, nel solo 2016, è costata 10 miliardi di euro; circa la stessa cifra è stata spesa dal governo Renzi per pagare i famigerati “80 euro”. Il governo Gentiloni ha recentemente “salvato” il sistema bancario creando con estrema facilità un fondo da 20 miliardi di euro. Di esempi se ne potrebbero fare a bizzeffe, ma il concetto è chiaro: questo accordo economicamente non vale la carta su cui è stampato, e il problema maggiore è che a fronte di un così ridicolo guadagno – nemmeno sicuro, considerato che si tratta di stime – stiamo per svendere completamente la nostra nazione, e non è un esagerazione. Perché ciò che più fa male è che i nostri governanti si affrettino a specificare come l’accordo “garantirà comunque espressamente il diritto dei governi di legiferare nel settore delle politiche pubbliche, salvaguardando i servizi pubblici (approvvigionamento idrico, sanità, servizi sociali, istruzione) e dando la facoltà agli Stati membri di decidere quali servizi desiderano mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli o privatizzarli in futuro”. Peccato che la cosa, oltre a suonare palesemente come una “escusatio non petita”, è oltremodo falsa.

Spieghiamoci. E’ vero che “espressamente” il testo del Ceta – nelle sue premesse – “riconosce” agli Stati membri il diritto di prendere autonome decisioni in materie di interesse pubblico come appunto la sanità e il resto, ma in maniera altrettanto precisa descrive il funzionamento del “dispute settlement”, ossia di un arbitrato internazionale cui una “parte” (che può essere uno Stato ma anche un’azienda che opera sul suo territorio) può fare ricorso in caso sia in disaccordo con decisioni prese da altre parti. Tradotto, un’altra nazione o peggio una semplice società, spesso multinazionale, può impugnare una decisione di uno Stato anche quando adottata “nel diritto di legiferare nel settore delle politiche pubbliche”, qualora questa vada a “discriminare” il business dell’azienda. Il funzionamento di questo “tribunale privato” fa diretto richiamo al DSS, identico strumento previsto dall’Organizzazione Mondiale del commercio (o “WTO”, accordo simile al Ceta ma su scala globale). Quest’ultimo prevede la selezione di un “panel” di giudici, composto da esperti provenienti solitamente dal mondo della consulenza privata (esatto, delle multinazionali) o da atenei altrettanto privati. Il panel redige un rapporto contenente la propria opinione circa l’esistenza o meno di un’infrazione alle regole del WTO.

Esso non ha la forza legale di una vera e propria sentenza eppure la procedura di appello ha una durata massima prevista in novanta giorni, e la sentenza, dopo l’approvazione, è definitiva. Sintetizzando: l’Organizzazione Mondiale del Commercio (cui l’Europa e l’Italia hanno aderito da più di vent’anni, nel 1995) ha fini prettamente economici e finanziari; gli Stati, si dice, sono sovrani, eppure i principi che regolano gli scambi internazionali sono al di sopra delle leggi nazionali, ed internazionali; in caso di controversie, le parti (non gli Stati in realtà, quanto le società multinazionali “discriminate”) possono rivolgersi al WTO e chiedere se sia giusto o meno non applicare il suo regolamento; il WTO, privato e- sicuramente -imparzialissimo, emette la sentenza, che, per carità, non ha forza legale vera e propria (non essendo un vero tribunale), però è ad ogni modo inappellabile e definitiva. Democraticamente. E quel che è previsto per il Wto vale per il CETA. Il tribunale del WTO è stato mai adito per questioni sugli scambi internazionali? Oh sì! Solo gli Stati Uniti sono stati coinvolti in più di 95 casi contro società private, e di questi processi gli USA, in qualità di nazione, ne ha persi 38 e vinti appena 9. Gli altri o sono stati risolti tramite negoziazioni preliminari oppure sono ancora in dibattimento. In circa 20 casi il Panel addirittura non è mai stato formato, e la maggior parte dei processi che hanno perso riguarda livelli di standard ambientale, misure di sicurezza, tasse e agricoltura.

Questo panegirico forse può risultare oscuro pertanto è utile fare una semplificazione: lo Stato italiano, al contrario di quanto dice il governo Gentiloni, non può decidere autonomamente alcunché, prima di tutto perché fa parte dell’Unione europea e ha siglato accordi comunitari come il Patto di stabilità e il fiscal compact, oltre a far parte di un’unione monetaria, quindi di partenza non ha alcun potere decisionale in termini di politiche monetarie, fiscali, economiche e sociali. Secondo poi, pur godesse di una simile sovranità, comunque rischierebbe di trovarsi contro cause miliardarie– private –e di perderle, con tanti saluti al “potere politico”. Quel che allora il misero comunicato stampa del consiglio dei ministri dice in parte è vero, ossia che il governo può “decidere quali servizi mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli o privatizzarli in futuro”. Scopo dell’accordo è infatti di liberalizzare completamente qualsivoglia tipo di merce o servizio, inclusi quelli che teoricamente uno Stato soltanto dovrebbe garantire, e che invece già stanno finendo in mano ai privati (cliniche sanitarie, scuole, ecc ecc), in un mondo che sempre più sarà alla portata di poche persone e tasche. Ed ecco che la nostra carta Costituzionale si trasforma in carta igienica.

Quanto alle “potenzialità” di esportazione la nostra bella Penisola, da sempre caratterizzata da una grande vocazione all’export, già da tempo ha incrementato la vendita dei propri beni all’estero. Siamo più competitivi? Facciamo cose migliori? Ne più ne meno come prima, semplicemente gli italiani non hanno più una lira (i consumi domestici sono drasticamente calati, grazie a politiche iniziate da Mario Monti che in una celebre intervista ammise di “distruggere la domanda interna”) e quindi le imprese (quelle che non hanno chiuso) si sono arrangiante puntando ancor più sui mercati forestieri; solo pochi giorni fa l’Istat ha registrato nei suoi dati la “morte” della classe media italiana. Nel frattempo, visto che le merci di qualità come quelle nostrane non ce le possiamo permettere, nei nostri negozi arrivano tonnellate di merce a basso costo ma di pessima qualità che viene assoggettata a controlli scarsi o addirittura nulli, poiché già siamo in un’unione di libero scambio, l’Unione europea, che stiamo per estendere al Canada. Inutile dire che simili politiche danneggiano direttamente le nostre imprese, dunque il lavoro e in generale il benessere del nostro popolo. Tutto questo per – forse – sette miseri miliardi. Neanche i 30 denari di Giuda.

Fonte: http://www.lintellettualedissidente.it/economia/gentiloni-approva-il-ceta-in-silenzio-stampa/

I PERICOLI DEL CETA

1) Il rischio di ingresso di OGM e pesticidi attualmente vietati

Non solo non si vieta l’ingresso di alimenti contenenti OGM e sostanze chimiche tossiche, ma si da di fatto il via libera a una deregolamentazione ampia e irreversibile. Non si torna indietro.

Ricordiamo inoltre che in Italia c’è ancora il divieto di coltivazione in campo degli Ogm, ma il nostro paese di recente ha detto sì in Europa all’autorizzazione di nuovi. Tuttavia, fa sapere il Parlamento Ue,

“per fugare le preoccupazioni dei cittadini che l’accordo dia troppo potere alle multinazionali e che i governi non possano legiferare per tutelare la salute, la sicurezza o l’ambiente, l’UE e il Canada hanno entrambi confermato esplicitamente, sia nel preambolo dell’accordo sia nella dichiarazione comune allegata, il diritto degli Stati a rifarsi al diritto nazionale”.

2) Importazione di prodotti derivati da animali trattati con ormoni della crescita

Tra le pagine del CETA, infatti è possibile trovare gravi pericoli per la salute e l’ambiente. Uno di questi riguarda l’importazione di prodotti derivati da animali trattati con ormoni della crescita. Sarebbe bastato questo a fermare il trattato, pensato per arricchire pochi e danneggiare molti.

3) Equivalenza delle misure sanitarie e fitosanitarie di Europa e Canada

Basta leggere l’allegato 5-D per rendersi conto, senza tanti sforzi, di quello che sarà. Nel trattato vi sono infatti le linee guida per il riconoscimento di equivalenza delle misure sanitarie e fitosanitarie nei due Paesi. Ciò significa che il CETA permetterà di ottenere il mutuo riconoscimento di un prodotto – e quindi evitare nuovi controlli nel Paese in cui verrà venduto – se si è in grado di dimostrarne l’equivalenza con quelli commercializzati dalla controparte. La sostanziale equivalenza verrà valutata basandosi su una serie di criteri o linee guida che tuttavia non sono definiti.

LEGGI anche: CETA: ULTIMA OCCASIONE PER FERMARE LO STRAPOTERE DELLE MULTINAZIONALI (PETIZIONE)

4) Glifosato, uno dei timori più fondati

Il glifosato, minaccia più che mai concreta. Non si può di certo dire no a questa sostanza solo perché lo Iarc, massima agenzia mondiale per la ricerca sul cancro, emanazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, lo ritiene probabilmente cancerogeno.

Se in Europa se ne vietasse l’uso, che ne sarebbe del grano canadese importato? Dovrebbe essere prodotto senza usare l’erbicida.

LEGGI anche: GLIFOSATO, L’ERBICIDA CHE AVVELENA TUTTO IL MONDO (VIDEO)

LEGGI anche: GLIFOSATO, COME ADERIRE ALL’ICE PER IL DIVIETO TOTALE (#STOPGLYPHOSATE)

5) Nelle mani del controllore senza controllo

Il Ceta potrà essere implementato dopo la ratifica dall’organismo di cooperazione regolatoria. Si tratta di un gruppo di tecnici il cui operato non è soggetto ad alcun controllo pubblico.

6) Crescita economica irrisoria per l’Europa e perdita di posti di lavoro

Secondo uno studio indipendente, l’entrata in vigore del CETA provecherebbe la perdita di circa 200 mila posti di lavoro nell’Unione europea. Inoltre, secondo quanto stimato dalla stessa Commissione europea, l’adozione di questo trattato vedrebbe nel lungo periodo in Europa una irrisoria crescita economica compresa tra lo 0,02 e lo 0,03%. In Canada invece tale percentuale è compresa tra lo 0,18 e lo 0,36%.

7) L’Investment Court System (ICS), il sistema di tutela degli investimenti delle multinazionali

L’ICS assicura agli investitori stranieri particolari privilegi e minaccia il diritto dei governi di adottare e far rispettare leggi di interesse pubblico, come la protezione dell’ambiente o della salute pubblica. Grazie al CETA, l’Ics permetterebbe alle multinazionali di citare in giudizio i singoli Stati, ma non consentirebbe il contrario. Se l’ICS non dovesse passare l’esame di legittimità della Corte di giustizia europea, si bloccherebbe l’applicazione del CETA. Contro questo punto si è schierato apertamente il Belgio, che sta valutando di chiedere alla Corte di giustizia europea di pronunciarsi sulla legittimità

“Questo accordo commerciale rischia di minare la democrazia e lo stato di diritto in Europa, a vantaggio di una manciata di multinazionali”, ha detto Federica Ferrario di Greenpeace Italia.

“Oggi è stata scritta una pagina oscura per la democrazia in Europa, ma non tutto è compromesso – dichiara Monica Di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP Italia – La battaglia della società civile si sposta adesso a livello nazionale. Monitoreremo gli impatti dell’accordo, dimostrando che avevamo ragione a criticarne l’impianto, e spingeremo il Parlamento italiano a bloccare questo trattato dannoso per i nostri cittadini e lavoratori. I parlamentari europei, in particolare socialdemocratici e popolari, hanno abdicato al loro ruolo di garanti dei diritti e dell’ambiente”.

L’accordo infatti dovrà essere anche ratificato dai Parlamenti nazionali e regionali.

L’accordo CETA potrebbe applicarsi provvisoriamente dal primo giorno del mese successivo alla data cui entrambe le parti si sono reciprocamente notificate il completamento di tutte le procedure necessarie. Per i deputati tale data dovrebbe essere non prima del 1° aprile 2017.

Ancora una volta sono stati fatti gli interessi delle multinazionali.

TRATTO DA: https://www.greenme.it/informarsi/ambiente/22959-ceta-approvazione-parlamento-ue#accept

 

 

I SEMI DELLA DISTRUZIONE – PARTE 2

 

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I SEMI DELLA DISTRUZIONE – PARTE 2

Leggi anche: I SEMI DELLA DISTRUZIONE – parte 1

La Rivoluzione Genetica, spronata da una manciata di società transnazionali del settore delle biotecnologie e coadiuvata dai finanziamenti dei Rockefeller, ha creato un mondo nel quale nutrire gli affamati è affine a un atto di genocidio.

Seconda parte di due

Una disamina di Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation di F. William Engdahl


La fusione fra le grandi multinazionali dei settori farmaceutico e alimentare

All’alba del nuovo secolo l’agricoltura a conduzione familiare risultava decimata dai poteri dell’agribusiness corporativo integrati a livello verticale, i quali oltrepassarono il loro già rigoglioso dominio risalente ai primi anni Venti del secolo appena trascorso. A quel punto tale attività industriale, con vendite annuali superiori ai 400 miliardi di dollari, quanto a profitti si trovava – a livello nazionale – al secondo posto dopo quella farmaceutica. Il passo successivo era quello di fondere i colossi del settore farmaceutico con quelli del settore agroalimentare. In un documento divulgato nel 2003, la National Defense University del Pentagono annotava:

“L’agribusiness rappresenta [ora] per gli Stati Uniti quello che il petrolio rappresenta per il Medioriente.”

Attualmente viene considerato una “arma strategica nell’arsenale dell’unica superpotenza mondiale”, ma con costi enormi per i consumatori di ogni angolo del pianeta.

L’agribusiness andava a gonfie vele e il governo statunitense lo sosteneva con sussidi annuali di decine di miliardi di dollari. Il Farm Bill del 1996 sospendeva la facoltà del ministro statunitense dell’Agricoltura di equilibrare domanda e offerta, consentendo in tal modo una produzione priva di limitazioni. I colossi agroalimentari sfruttarono appieno tale situazione per controllare le forze del mercato; schiacciarono i piccoli agricoltori ricorrendo alla sovraproduzione e facendo calare i prezzi, inoltre esercitarono pressioni sui prezzi dei terreni man mano che i piccoli gestori fallivano, creando in tal modo opportunità per l’acquisizione di terre a basso costo nell’ottica di maggiori concentrazione e dominio.

Quindi vi fu la fase dell’integrazione della Rivoluzione Genetica nell’agribusiness, secondo le modalità in cui Ray Goldberg di Harvard intendeva si presentasse. Dall’ingegneria genetica sarebbero stati creati interi nuovi settori, fra cui farmaci geneticamente modificati/manipolati derivati da piante GE/GM nel contesto di un nuovo “sistema agrofarmaceutico”. Goldberg prefigurò una

“rivoluzione genetica [tramite] la convergenza industriale dei settori di alimenti, salute, medicina, tessile ed energia”,

nell’ambito di un mercato del tutto privo di regolamentazione. Non si faceva menzione di un minaccioso occulto incubo per il consumatore.

 

Il cibo è potere

Nel 1985 l’elemento catalizzatore della Rivoluzione Genetica furono i finanziamenti della Rockefeller Foundation; le mire erano assai ambiziose: verificare se le piante GM fossero praticabili sotto il profilo commerciale e, in tal caso, diffonderle ovunque. Secondo Engdahl si trattava della “nuova eugenetica” – culmine delle precedenti ricerche avviate negli anni Trenta – disciplina peraltro basata sul concetto che i problemi dell’umanità si possano

“risolvere tramite manipolazioni chimiche e genetiche…come fondamentale metodo di controllo sociale e ingegneria sociale”.

Gli scienziati della fondazione cercarono di conseguire tale risultato riducendo le infinite complessità della vita a “semplici, deterministici e predittivi modelli” nel contesto del loro diabolico piano – mappando strutture genetiche allo scopo di “correggere problemi di natura sociale e morale fra cui criminalità, povertà, fame e instabilità politica”. Nel 1973, con lo sviluppo delle essenziali tecniche di ingegneria genetica, il progetto era in atto.

La questione si basa su quello che viene denominato DNA ricombinante (rDNA) e funziona introducendo a livello genetico in piante e animali DNA estraneo per creare organismi geneticamente modificati (OGM), ma non senza rischi. La D.ssa Mae-Wan Ho, primo biologo presso il London Institute of Science in Society, spiega che esistono pericoli in quanto il processo è impreciso.

“È incontrollabile e inaffidabile, e finisce tipicamente per danneggiare e scombinare il genoma ospite, con conseguenze del tutto imprevedibili” che potrebbero scatenare un letale e irrevocabile “Ceppo Andromeda”.

La ricerca è andata avanti comunque, fra le menzogne secondo cui i rischi erano minimi e che era in vista un futuro radioso. Tutto quel che importava erano i potenziali enormi profitti e i vantaggi geopolitici – quindi approfittiamo della situazione e lasciamo che il denaro vada a finire dove capita.

Uno dei progetti era quello di mappare il genoma del riso, il che determinò l’avvio di un’iniziativa – della durata di 17 anni – finalizzata a diffondere il riso OGM in tutto il mondo, spalleggiata dal denaro della Rockefeller Foundation; quest’ultima spese milioni di dollari per finanziare 46 laboratori scientifici in tutto il mondo, sovvenzionò la preparazione di centinaia di neolaureati e sviluppò una “confraternita d’élite” formata dai più eminenti ricercatori scientifici presso gli istituti di ricerca appoggiati dalla Fondazione stessa. Si trattava di un piano diabolico, che puntava molto in alto: controllare i prodotti alimentari essenziali di 2.4 miliardi di persone e, al contempo, distruggere la diversità biologica di oltre 140.000 varietà sviluppate in grado di far fronte a siccità e parassiti e di crescere in ogni clima immaginabile.
L’obiettivo primario era l’Asia; Engdahl espone la sinistra vicenda dell’International Rice Research Institute (IRRI), di stanza nelle Filippine e finanziato dalla Fondazione. Tale istituto disponeva di una banca del gene provvista di “ogni rilevante varietà di riso nota” e che annoverava un quinto di tutte le varietà. L’IRRI consentì ai colossi dell’agribusiness di utilizzare illegalmente le sementi a scopo di modificazione genetica esclusiva e brevettata, in modo che costoro potessero immetterle sul mercato e averne il controllo esigendo che gli agricoltori fossero muniti di concessione nonché costretti a corrispondere annualmente somme per i diritti di licenza.
Nel 2000 venne elaborato un riuscito “Golden Rice” arricchito con betacarotene (precursore della vitamina A), poi commercializzato in base alla fraudolenta asserzione che una ciotola al giorno di tale riso era in grado di prevenire la cecità e altre carenze di vitamina A. Si trattava di una truffa, dato che altri prodotti sono fonti – di gran lunga migliori – di tale elemento nutritivo, laddove per assumerne un quantitativo sufficiente è necessario ingurgitare quotidianamente l’impossibile massa di nove chili di riso.
Nondimeno, i sostenitori della Rivoluzione Genetica erano pronti alla loro mossa successiva, ovvero “il consolidamento del controllo globale delle forniture alimentari dell’umanità”, per il quale disponevano di un nuovo strumento: l’Organizzazione Mondiale del Commercio. I colossi corporativi ne stilarono i regolamenti per avvantaggiare sé stessi a scapito dei paesi in via di sviluppo esclusi dal ‘gioco’.

La diffusione sfrenata delle sementi OGM: inizia la rivoluzione della produzione mondiale di derrate alimentari

Alla fine degli anni Ottanta una rete globale di biologi molecolari preparati in ingegneria genetica era pronta ad avviare la “Seconda Rivoluzione Genetica”. Il loro primo test di laboratorio fu l’Argentina, la prima nazione “cavia” coinvolta in un avventato esperimento con nuovi prodotti alimentari non testati e potenzialmente pericolosi.

L’Argentina si rivelò un bersaglio facile quando, nel luglio 1989, Carlos Menem ne divenne presidente. Costui rappresentava il sogno di ogni esponente delle corporazioni, un compiacente suddito del Washington Consensus, e permise persino ai compari di David Rockefeller a Washington e New York di stilare il suo programma economico innervato dal dogma della Scuola di Chicago: privatizzazioni, deregolamentazione, mercati locali aperti alle importazioni e tagli ai già ridotti servizi sociali.

Nel 1991 l’Argentina era già un “laboratorio sperimentale segreto per lo sviluppo di coltivazioni geneticamente manipolate”. Di fatto l’agricoltura del paese era stata consegnata a Monsanto, Dow, DuPont e ad altri colossi degli OGM affinché questi la sfruttassero per il loro profitto. Le cose non sarebbero mai più state le stesse. Verso la metà degli anni Novanta Menem stava “rivoluzion[ando] la tradizionale produttiva agricoltura argentina” per trasformarla in una monocoltura destinata all’esportazione globale.

Dal 1996 al 2004, a livello globale, la messa a dimora di coltivazioni OGM si espanse sino a raggiungere i 167 milioni di acri, un incremento pari a 40 volte che sfruttava il 25 per cento di tutti i terreni arabili disponibili a livello mondiale; due terzi della superficie in acri (106 milioni di acri, ovvero 43 milioni di ettari) si trovavano in territorio statunitense. Nel 2004 l’Argentina si trovava al secondo posto, con 34 milioni di acri (14 milioni di ettari), mentre la produzione si stava estendendo a Brasile, Cina, Canada, Sudafrica, Indonesia, India, Filippine, Colombia, Honduras, Spagna ed Europa dell’Est (Polonia, Romania e Bulgaria). La rivoluzione procedeva a gonfie vele; a quel punto sembrava inarrestabile.

Nel 1995 la Monsanto introdusse i fagioli di soia Roundup Ready (RR), dotati del loro speciale batterio inserito geneticamente che consente alla pianta di resistere all’irrorazione dell’erbicida glifosato, il Roundup. La soia OGM risulta così protetta dallo stesso prodotto che in Colombia si impiega per sradicare le coltivazioni di piante adibite alla produzione di droghe ma che, al contempo, danneggia coltivazioni lecite ed esseri umani. Dopo che, nel 1996, la soia RR della Monsanto venne autorizzata dalla FDA (ente statunitense preposto al controllo alimentare e farmacologico, ndt), in Argentina

“un sistema agricolo nazionale un tempo produttivo basato su aziende a conduzione familiare [fu trasformato in] un sistema statale neo-feudale dominato da una manciata di potenti e facoltosi” proprietari che lo sfruttavano a loro profitto.

Menem andò avanti. In meno di un decennio aveva permesso che la varietà del paese, rappresentata da frumento, granturco e bestiame, venisse sostituita da una monocoltura controllata dalle corporazioni. Si trattò di un patto faustiano, che verso la fine del 2007 contribuì a far toccare al prezzo delle azioni della Monsanto un livello mai raggiunto in precedenza.
I precedenti decenni contraddistinti da varietà e rotazione delle colture avevano preservato la qualità del suolo argentino, tuttavia tale situazione cambiò allorquando si attestò la monocoltura della soia, accompagnata dalla sua forte dipendenza dai fertilizzanti chimici. Le colture argentine tradizionali scomparvero e il bestiame fu rinchiuso in sovraffollati ambienti confinati per l’allevamento intensivo, come negli Stati Uniti. Engdahl cita un eminente agro-ecologo il quale prefigura che, se continueranno, queste pratiche distruggeranno il territorio nell’arco di 50 anni. Niente lascia intravedere che vi sarà una qualche interruzione del processo.
La crisi economica che ha colpito l’Argentina verso la fine degli anni Novanta-inizi del decennio successivo ha reso disponibili ampi e ulteriori appezzamenti di terra, allorché gli agricoltori ridotti sul lastrico si videro costretti a rinunciare alle loro tenute svendendole per pochi soldi. I predatori corporativi e i proprietari terrieri latifondisti ne approfittarono. Con la monocoltura meccanizzata di soia OGM i caseifici del paese si ridussero della metà e “centinaia di migliaia di lavoratori [furono costretti a] lasciare le terre” per andare a ingrossare le fila dei poveri.

La Monsanto attraversava un ottimo periodo e utilizzò vari piani di sfruttamento; nel 1999 indusse Menem a consentirle di riscuotere “diritti prorogati”, sebbene la legislazione argentina vietasse tale prassi. Anche l’esportazione illegale di sementi Roundup Ready in Brasile, Paraguay, Bolivia e Uruguay si svolse di nascosto.
La Monsanto quindi esercitò sul governo argentino pressioni affinché riconoscesse il suo “diritto di brevetto della tecnologia”; si costituì un Fondo di Compensazione della Tecnologia, gestito dal Ministero dell’Agricoltura, che costrinse gli agricoltori a corrispondere una tassa pari a quasi l’uno per cento sulle vendite di soia OGM; a beneficiare dei fondi furono la Monsanto e altri fornitori di sementi OGM.
Nel 2004 quasi la metà dei terreni coltivabili della nazione era adibita alla produzione di soia GM e oltre il 90 per cento di tale frazione era destinato esclusivamente alla qualità Roundup Ready della Monsanto. Engdahl la vede in questi termini:

“L’Argentina era diventata il più grande incontrollato laboratorio sperimentale per gli OGM.”

La sua popolazione si era a sua volta trasformata in ignari topi da laboratorio.

Nel 2005 il governo del Brasile venne a più miti consigli e legalizzò per la prima volta le sementi OGM. Nel 2006 USA, Argentina e Brasile incidevano per oltre l’81 per cento della produzione mondiale di soia GM, il che “comporta che praticamente ogni animale del pianeta alimentato con pastoni alla soia consuma soia geneticamente manipolata” e, inoltre, che chiunque mangi le carni di questi animali fa inavvertitamente altrettanto.
L’Argentina ha sperimentato ulteriori ricadute che rischiano di assumere maggiori dimensioni. La sua monocoltura della soia ha avuto imponenti effetti sul territorio delle campagne, mentre ampi tratti di foreste sono stati distrutti. Gli agricoltori tradizionali vicini alle colture di soia sono stati seriamente danneggiati dall’irrorazione aerea di Roundup; i loro raccolti sono rimasti devastati, perché è questo che l’erbicida in questione è progettato a fare: uccidere tutte le piante prive della resistenza geneticamente modificata. Gli agricoltori in questione raccontano che il loro pollame è morto e che i cavalli sono stati gravemente danneggiati dalle irrorazioni aeree. Anche gli esseri umani hanno subito conseguenze e possono manifestare violenti sintomi di nausea, diarrea e vomito, nonché lesioni cutanee. Altri riferiscono di ulteriori ricadute: animali nati con gravi malformazioni degli organi, banane e patate dolci deformi, nonché laghi pieni di pesci morti. Per di più, alcune famiglie rurali affermano che in seguito alle irrorazioni aeree i loro figli hanno sviluppato “grottesche chiazze sul corpo”.

Quanto al promesso maggior rendimento della soia GM, i risultati hanno evidenziato raccolti ridotti del 5-15 per cento rispetto ai loro corrispondenti tradizionali, più “nuove tenaci erbe infestanti” per distruggere le quali necessita una quantità tripla di erbicida. Allorquando gli agricoltori si rendono conto di tutto questo, ormai è troppo tardi.
Engdahl riassume la situazione degli agricoltori:

“Risulterebbe arduo immaginare uno schema più perfetto di coercizione umana.”

E la situazione era ancor peggiore. L’Argentina è stato il primo caso di sperimentazione “in un piano globale portato a compimento nell’arco di decenni e di portata assolutamente sconvolgente e terrificante”.

 

L’Iraq beneficia dei semi statunitensi della democrazia

Per l’Iraq la democrazia ha comportato la cancellazione della “culla della civiltà” a favore di un capitalismo liberista privo di impedimenti. Nel 2003 l’Iraq è stato invaso non solo per il suo petrolio, ma anche per trasformare il paese in un gigantesco paradiso del libero commercio. Il piano era diabolico, elaborato e orrendo: guerra lampo di tipo “colpisci e terrorizza”, elaborate operazioni psicologiche, la paura usata come arma, occupazione repressiva, tortura e detenzione di massa e, infine, la più rapida e radicale riconfigurazione di un paese a memoria d’uomo. Tutto accadde nell’arco di alcune settimane. L’Iraq non esiste più, il paese è una terra desolata, la sua popolazione è devastata e si è creato il terreno per uno sfrenato saccheggio da parte delle corporazioni su scala pressoché inimmaginabile.
Parte del piano prevedeva che i colossi dell’agribusiness OGM avessero mano libera sul relativo settore dell’economia, onde trasformare radicalmente il sistema produttivo agroalimentare dell’Iraq in un modello per sementi e piante OGM; questo fu affidato al mandato di svariate delle 100 “leggi Bremer” celermente applicate, tuttavia al riguardo gli Iracheni non hanno avuto voce in capitolo, dato che il paese era ormai governato da Washington e dalla sua filiale all’interno della superprotetta Zona Verde, nella più grande ambasciata statunitense al mondo.

Le leggi di Bremer hanno imposto la più rigida “terapia d’urto” mai vista in puro stile Scuola di Chicago, del genere di quelle che, sin dalla loro introduzione nel Cile di Pinochet, avvenuta nel 1973, devastarono paesi di tutto il mondo. La formula era quella consueta: licenziamenti di massa dei dipendenti statali, nell’ordine delle centinaia di migliaia; importazioni illimitate in assenza di tariffe, dazi, ispezioni o tasse; deregolamentazione; infine, il più vasto piano di privatizzazione e liquidazione del patrimonio statale dai tempi del collasso dell’Unione Sovietica. Le tasse imposte alle corporazioni sono state abbassate dal 40 al 15 per cento. Gli investitori esteri potevano possedere il cento per cento dei beni iracheni, fatta eccezione per il petrolio; potevano inoltre riportare in patria i loro profitti senza che questi venissero tassati, né avevano l’obbligo di reinvestire nel paese. Come se non bastasse, sono state date loro concessioni d’uso quarantennali per la produzione di petrolio. Le uniche leggi dell’era Saddam sopravvissute erano quelle concernenti le limitazioni imposte ai sindacati e alla contrattazione collettiva. Le transnazionali straniere, in gran parte statunitensi, si sono avventate sulla preda e hanno divorato ogni cosa. Gli Iracheni non erano in grado di competere e le leggi di occupazione hanno garantito che ciò non avvenisse.
Prendete in considerazione il Bremer Order 81 del 26 aprile 2004, concernente i brevetti e la relativa durata; tale direttiva recita:

“Agli agricoltori sarà vietato riutilizzare sementi di varietà tutelate o di qualsiasi altra varietà.”

Tale normativa conferiva ai proprietari dei brevetti delle suddette varietà i diritti assoluti – per 20 anni – sull’utilizzo delle loro sementi da parte degli agricoltori; si tratta di sementi geneticamente manipolate e di proprietà delle transnazionali. Gli agricoltori iracheni che ne fanno uso hanno dovuto firmare un accordo in base al quale sono tenuti a pagare una ”tassa sulla tecnologia” nonché una tassa annuale di utilizzo. L’impiego di sementi “simili” a quelle brevettate e tutelate potrebbe portare a multe assai salate e persino alla detenzione. Al centro della direttiva vi è la “Plant Variety Protection” (PVP) – laddove le sementi OGM hanno conseguito la tutela per scalzare 10.000 anni di sviluppo di varietà di piante.
La fertile valle irachena compresa fra i fiumi Tigri ed Eufrate è ideale per le colture. Sin dall’8000 a.C. gli agricoltori la utilizzano per sviluppare “abbondanti sementi di quasi ogni varietà utilizzata oggi nel mondo”. Tali varietà sono state ormai annientate tramite il piano di modernizzazione e industrializzazione OGM, in modo che l’agribusiness potesse prendere piede nella regione e rifornire il mercato mondiale.

Mentre gli Iracheni soffrono e patiscono la fame, i colossi degli OGM gestiscono l’agricoltura del paese a scopo di esportazione. Ora gli agricoltori iracheni sono servi dell’agribusiness e costretti a coltivare prodotti estranei al regime alimentare locale, come il frumento destinato alla produzione di pasta. A stabilirlo sono le Leggi Bremer, peraltro inviolabili in base all’Articolo 26 della Costituzione redatta dagli Stati Uniti. L’articolo in questione recita che il governo iracheno non ha la facoltà di modificare le leggi formulate da un occupante straniero. Per garantirlo, in ogni ministero sono presenti simpatizzanti degli Stati Uniti, i più fidati dei quali collocati nei dicasteri cruciali.
Engdahl riassume i danni arrecati all’agricoltura:

“La trasformazione forzata della produzione alimentare dell’Iraq in colture OGM brevettate è uno dei più chiari esempi di [come] la Monsanto e altri colossi OGM stiano imponendo [tali] colture a una popolazione mondiale ignara o riluttante.”

Con esse stanno infestando il pianeta, un paese alla volta, e tentare di porre rimedio ai danni che provocano è futile.

 

Il “Giardino delle Delizie in Terra”

Il 1° gennaio 1995 fu costituito ufficialmente il WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio), dotato dei poteri di imporre e far osservare agli stati membri le sue leggi stilate dalle corporazioni. L’agribusiness statunitense esercitava già il predominio, nondimeno a questo punto aveva a disposizione un nuovo ente sovranazionale e non eletto per promuovere la propria agenda privata su scala globale. Il WTO svolge il ruolo di “poliziotto” del libero commercio globale nonché quello di rapace “ariete del multimiliardario agribusiness mondiale” per conto dei colossi del settore. I suoi regolamenti sono stati stilati con la forza e gli strumenti di una “autorità punitiva” adibita a imporre pesanti sanzioni economiche e di altro genere a coloro che violano i regolamenti stessi, in base ai quali l’agricoltura ha un ruolo prioritario poiché le società statunitensi sono dominanti. La Cargill ha redatto i regolamenti che Engdahl definisce il “Cargill Plan” e che:

  • proibiscono a livello mondiale tutti i programmi agricoli governativi e i sostegni ai prezzi (ma strizzano l’occhio, annuendo, ai considerevoli sussidi statunitensi);
  • vietano alle nazioni di imporre regolamentazioni alle importazioni allo scopo di tutelare la propria produzione agricola;
  • proibiscono i controlli sull’esportazione di prodotti agricoli, anche in tempi di carestia, in modo che la Cargill possa dominare il commercio mondiale dell’esportazione di cereali;
  • vietano alle nazioni di limitare gli scambi commerciali tramite leggi di tutela definite “barriere commerciali”, il che fra l’altro apre i mercati mondiali a importazioni senza restrizioni di prodotti alimentari OGM, senza alcuna necessità di dimostrarne la sicurezza.

La lobby dell’International Food & Agricultural Trade Policy Council (IPC) ha collaborato con la Cargill e l’agribusiness statunitense onde promuoverne l’agenda in questione. A prendere il comando sono stati i paesi del cosiddetto Gruppo dei Quattro (Quad): Stati Uniti, Canada, Giappone e Unione Europea (UE). Riunendosi in segreto, costoro hanno stabilito per tutti i 134 membri del WTO le politiche agricole formulate dai colossi agroalimentari statunitensi, fra cui Cargill, Monsanto, ADM e DuPont, unitamente a colossi europei quali Nestlé e Unilever. La loro politica era finalizzata a eliminare le leggi e le misure di protezione nazionali a favore di liberi mercati privi di restrizioni a vantaggio dei paesi del ‘Nord Globale’.

Tramite i brevetti i colossi degli OGM detengono il controllo sulle sementi delle principali colture e abbisognano dell’autorità del WTO per imporle a un mondo diffidente, impresa realizzata ricorrendo all’Agreement on Agriculture (AoA) e al relativo Agreement on Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights (TRIPS – Aspetti dei diritti di proprietà intellettuale inerenti al commercio, ndt).

Sino all’avvento dell’agribusiness la produzione alimentare e i mercati erano organizzati su base locale. Ora tale situazione è mutata, i colossi corporativi detengono il controllo e sono nelle condizioni di stabilire i prezzi manipolando l’offerta.

I regolamenti dell’AoA sono stati decisi per favorire tale situazione e, inoltre, fanno valere la massima priorità dell’agribusiness: “un mercato globale libero e integrato per i suoi prodotti”, fra cui quelli OGM che, in base a quanto stabilito dall’amministrazione Bush senior, sono “sostanzialmente equivalenti” a sementi e colture ordinarie e non necessitano di regolamentazione governativa; tale disposizione è scritta nei regolamenti del WTO nel contesto del Sanitary and Phitosanitary (SPS) Agreement (accordo sulle misure sanitarie e fitosanitarie, ndt) e recita che le leggi nazionali che mettono al bando i prodotti OGM sono “prassi commerciali sleali”, anche quando tali prodotti mettono a repentaglio la salute umana.

Esistono altri regolamenti del WTO, nell’ambito dell’Agreement on Technical Barriers to Trade (Accordo sulle barriere tecniche al commercio, ndt), i quali proibiscono l’etichettatura degli OGM. Di conseguenza, i consumatori non sanno cosa mangiano né sono in grado di evitare questi prodotti alimentari potenzialmente pericolosi. Per risolvere tale problema nel 1996 è stato stilato il Protocollo sulla Biosicurezza, che dovrebbe essere in vigore proprio a tale scopo. Ad ogni modo alle richieste dei paesi in via di sviluppo è stato “teso un agguato da parte del governo e della lobby dell’agribusiness, potenti e organizzati”, i quali hanno sabotato i negoziati e insistito affinché le misure inerenti alla biosicurezza fossero subordinate ai regolamenti commerciali del WTO a vantaggio dei paesi industrializzati. Come risultato i negoziati sono falliti, le problematiche relative alla sicurezza sono state ignorate e si è spianata la strada all’indiscriminata diffusione delle sementi OGM su scala mondiale.
In base ai regolamenti TRIPS del WTO, tutti gli stati membri sono tenuti a varare leggi sulla proprietà intellettuale a tutela dei brevetti che, per l’appunto, rendono il sapere una proprietà, il che a sua volta “dà libero sfogo” pressoché ovunque alla proliferazione di sementi e alimenti OGM, anche contravvenendo alle leggi nazionali in materia di sicurezza alimentare.

I colossi degli OGM hanno amici potenti nel governo; i secondi appoggiano l’agenda dei primi. Uno di costoro è George W. Bush il quale nel 2003, dopo l’invasione dell’Iraq, ha fatto della proliferazione delle sementi OGM la sua priorità; con un sostegno di tal genere, le società degli OGM hanno spinto la situazione sino al limite.
Engdahl fornisce un calzante esempio che riguarda la società biotecnologica texana RiceTec. La RiceTec ha tramato per brevettare il riso basmati, da migliaia d’anni alimento principale in tutta l’Asia. Con la collusione dell’IRRI, la società ha trafugato le sementi e le ha brevettate in base ai regolamenti stilati dalla Fondazione Rockefeller. A rendere questo possibile è stata una sentenza emessa nel 2001 dalla Corte Suprema degli Stati Uniti nel caso Ag Supply v. Pioneer Hi-Bred;

“ha tutelato il principio in base al quale si ammettono brevetti su piante e altre forme di vita”.

In base al regolamento, è possibile brevettare varietà di piante OGM – e alcune agenzie governative statunitensi sono complici nell’aiutare i colossi dell’agribusiness ad assicurarsi che nulla si frapponga sulla loro strada. Di conseguenza, il furibondo attacco della monocoltura OGM minaccia ovunque la diversità delle specie vegetali.
Con il pieno appoggio di Washington e del WTO, le principali società di biotecnologie stanno brevettando qualsiasi pianta immaginabile in forma OGM. Engdahl fa riferimento alla “Rivoluzione Genetica [come a una] forza torrenziale nell’agricoltura mondiale” all’inizio del nuovo millennio, con quattro società dominanti che detengono il controllo degli OGM e dei relativi mercati agrochimici: Monsanto, DuPont e Dow AgroSciences negli USA e, in Svizzera, Syngenta (creata dalla fusione dei settori agricoltura della Novartis e della AstraZeneca).

Il “numero uno a livello mondiale” è la Monsanto. Abbiamo esaminato tale società nella prima parte del presente articolo; Engdahl cita le parole del suo presidente, secondo cui lo scopo è la fusione globale di “tre delle più grandi industrie a livello mondiale – agricoltura, prodotti alimentari e salute – che attualmente operano [separatamente, ma] alcuni cambiamenti…ne determineranno l’integrazione”. Questa frase risale a sette anni orsono. Ora sta accadendo.
Engdahl prende in considerazione informazioni pertinenti sull’industria che altrimenti potrebbero essere passate inosservate: che i tre colossi statunitensi degli OGM vantano prolungati e sordidi rapporti di collaborazione con il Pentagono nella fornitura di agenti chimici altamente devastanti come l’Agente Arancio, il napalm e altri. Adesso costoro pretendono che ci fidiamo di loro per quanto riguarda i prodotti più importanti che ingeriamo – alimenti e farmaci – a dispetto di ben fondate prove che le loro varietà OGM sono nocive per la salute umana. I loro trascorsi di attenzione per la salute pubblica sono atroci.
Piaccia o meno, stanno promuovendo la loro agenda, come peraltro evidenzia un rapporto della Fondazione Rockefeller risalente al 2004. A partire dal 1996 la produzione di colture GM ha conseguito incrementi percentuali a due cifre per nove anni consecutivi. Attualmente in 17 paesi oltre otto milioni di agricoltori seminano colture OGM, per oltre il 90 per cento dei casi in paesi in via di sviluppo. Gli Stati Uniti sono di gran lunga il paese leader, “con un’aggressiva promozione governativa, assenza di etichettatura e dominio sulla produzione agricola nazionale”. Qui,

le colture geneticamente manipolate [hanno] fondamentalmente preso il sopravvento sulla catena alimentare statunitense”.

Nel 2004, oltre l’85 per cento delle sementi di soia e il 45 per cento di quelle di granturco erano geneticamente modificate e, dato che gli alimenti destinati agli animali provengono principalmente da tali colture,

“l’intera produzione di carne della nazione [e le esportazioni] deriva da animali nutriti con alimenti geneticamente modificati”.

La faccenda assume toni ancor più drammatici. Il vento e l’aria fanno proliferare le sementi GM nei campi adiacenti, compresi quelli biologici, che ora sono in qualche misura contaminati. Engdahl spiega:

“…dopo appena sei anni, una porzione stimata nell’ordine del 67 per cento della superficie agricola statunitense totale è rimasta [irreparabilmente] contaminata da sementi geneticamente manipolate. Il genio era uscito dalla bottiglia”;

per quel che è noto a livello scientifico, niente è in grado di invertire tale situazione.
Questo rende la coltivazione “biologica pura” impossibile, fatta eccezione, forse, per alcune aziende assai isolate, che comunque costituiscono un’esigua percentuale del settore. Pur tuttavia, le colture biologiche sono più sicure di quelle trattate con sostanze chimiche e incomparabilmente preferibili a qualsiasi tipo di coltura geneticamente modificata. Detto questo, dato che la Rivoluzione Genetica progredisce a livello mondiale, il futuro dell’agricoltura biologica è a rischio – il che lascia inorriditi coloro che, come il sottoscritto, vi fanno assegnamento.
Prendete inoltre in considerazione il modo in cui i colossi degli OGM acquisiscono quote di mercato avvalendosi dell’ausilio del governo e del WTO, agevolati dall’imposizione di rigidi accordi sui diritti di utilizzazione e sulle tecnologie agli agricoltori, i quali sono tenuti a corrispondere tasse su base annuale. Gli accordi in questione sono vincolanti e applicati tramite accordi sull’impiego della tecnologia che gli agricoltori si trovano costretti a sottoscrivere, rimanendo così intrappolati in una “nuova forma di servitù della gleba”. Ogni anno sono costretti ad acquistare nuove sementi e hanno la proibizione di riutilizzare qualsiasi semente degli anni precedenti, come invece accadeva abitualmente prima dell’introduzione degli OGM. Il mancato rispetto degli accordi può avere come esito gravi danni legali o persino la detenzione e, potenzialmente, la perdita dei terreni.
Conniventi agenzie governative e astute strategie di commercializzazione favoriscono la “Rivoluzione Genetica”, servendosi di “menzogne, dannate menzogne” secondo cui le colture OGM hanno maggior rendimento e sono in grado di risolvere il problema della fame nel mondo. I riscontri dimostrano tutt’altro. Per di più, con l’andar del tempo si sviluppano “super-erbe infestanti” resistenti e il rendimento dei raccolti cala. Gli agricoltori si vedono costretti a utilizzare maggiori quantitativi di erbicidi, sono vincolati a elevate tasse di diritto d’uso e finiscono per rimetterci del denaro. In sostanza: il caso delle “sementi geneticamente manipolate per l’agricoltura [era] fondato su una roccaforte di frodi scientifiche e menzogne corporative”. Queste informazioni vengono tenute nascoste al pubblico e nel momento in cui sprovveduti agricoltori si accorgono di essere stati imbrogliati, ormai è troppo tardi.

I riscontri inerenti ai pericoli rappresentati dagli OGM sono progressivamente aumentati e hanno messo in allarme l’industria del settore. Nel 2005 ricerche scientifiche russe hanno dimostrato che gli OGM provocano danni che possono avere inizio in utero: in oltre la metà dei casi, ratti alimentati con soia geneticamente modificata sono morti entro le prime tre settimane di vita – vale a dire sei volte il normale tasso di decessi.

Controllo demografico: Terminator, Traitor e sementi di mais anticoncezionale

Di importanza cruciale per la strategia dei colossi degli OGM era la necessità di una “nuova tecnologia che permettesse loro di commercializzare sementi che non si riproducessero”, quindi elaborarono tecnologie di restrizione all’uso di piante geneticamente modificate (GURTs), che produssero le cosiddette sementi “Terminator”. Il procedimento è brevettato e si applica a sementi di tutte le specie di piante. Ripiantarle non ha alcun esito: non cresceranno. Si tratta della soluzione dell’industria al controllo della produzione alimentare mondiale e garantisce al contempo lauti profitti. Che scoperta! Mais, soia e altre sementi Terminator sono state “geneticamente modificate per ‘suicidarsi’ dopo una stagione di coltivazione” a opera di un gene incorporato che produce una tossina.

Una tecnologia di seconda generazione strettamente correlata, la T-GURT, produce sementi soprannominate Traitor. Tale tecnologia verte sul controllo della fertilità e delle caratteristiche genetiche di una pianta grazie a un “promotore di gene che può essere indotto” denominato “interruttore del gene”. Le colture OGM resistenti ai parassiti e alle malattie ‘funzionano’ unicamente tramite l’impiego di uno specifico composto chimico realizzato dalle società come la Monsanto. Gli agricoltori che acquistano sementi illegalmente non avranno a disposizione il composto che ”accende” il gene resistente. In tal modo la tecnologia Traitor crea un nuovo mercato vincolato ai colossi degli OGM, laddove le sementi Traitor risultano avere costi di produzione inferiori rispetto a quelle Terminator.
Combinate, queste due tecnologie conferiscono ai colossi dell’agribusiness poteri senza precedenti:

“Per la prima volta nella storia, tale situazione [consente a] tre o quattro multinazionali private delle sementi…di dettare agli agricoltori di tutto il mondo le proprie condizioni.”

Si tratta di uno strumento di guerra biologica quasi “troppo valido per crederci”, a fronte dell’aperta opposizione della cittadinanza che l’industria e il Dipartimento dell’Agricoltura statunitense (USDA) si propongono di mettere a tacere.

Engdahl cita il portavoce dell’USDA Willard Phelps il quale, in un’intervista risalente a giugno del 1998, affermava che l’ente desiderava che la tecnologia Terminator fosse “data ampiamente in concessione e resa speditamente disponibile a numerose società del settore sementi”. La ragione di fondo era occulta: introdurre le sementi in questione nei paesi in via di sviluppo in quanto primaria strategia della Fondazione Rockefeller. Engdahl la definisce il “Cavallo di Troia dei colossi occidentali delle sementi OGM per acquisire il controllo delle forniture alimentari del Terzo Mondo, in aree in cui le leggi sui brevetti sono assai permissive o addirittura inesistenti”. Per la Fondazione diventò di importanza prioritaria diffondere le sementi in tutto il mondo, onde impossessarsi in modo irreversibile dei mercati. L’USDA appoggiò in pieno tale progetto.
Un tal genere di influenza (assieme al WTO) è soverchiante; è la tattica utilizzata allorquando il Dipartimento di Stato e quello dell’Agricoltura degli Stati Uniti coordinano interventi di lotta alle carestie impiegando prodotti geneticamente modificati in eccedenza. Gli agricoltori che ricevono le sementi OGM non vengono informati sulla loro natura: le piantano inconsapevolmente per il raccolto successivo e così vengono ‘arpionati’. La proliferazione, peraltro, non è limitata all’Africa. Lo scopo dell’industria del settore è quello di introdurre gli OGM ovunque, ricorrendo alla coercizione, alla corruzione e ad altre tattiche illegali, soprattutto in paesi in via di sviluppo pesantemente indebitati. Nel caso della Polonia il suolo – che era uno dei più fertili in Europa – risulta ormai deteriorato dalla contaminazione genetica.
Prendete ora in considerazione come il piano sia connesso con la strategia della Fondazione Rockefeller per il controllo della popolazione. Nel 2001 il progetto ricevette agevolazioni quando la compagnia biotech privata Epicyte annunciò di aver sviluppato con successo la “coltura OGM definitiva”: la semente di mais anticoncezionale; questa venne definita la soluzione alla “sovrappopolazione” del pianeta, tuttavia le notizie in merito scomparvero dalla circolazione dopo che la Biolex acquisì la compagnia.

In un modo o nell’altro, la Fondazione Rockefeller tenta di ridurre la popolazione, come peraltro sta facendo in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) finanziando sommessamente il suo programma di “salute riproduttiva” tramite l’impiego di un vaccino contro il tetano che, combinato con ormoni naturali hCG, opera come un agente abortivo che impedisce la gravidanza, quantunque tale aspetto non venga reso noto alle donne che lo assumono.
Quanto alla prospettiva del Pentagono a riguardo della riduzione della popolazione come sofisticata forma di “’guerra biologica’ [finalizzata a] risolvere la fame nel mondo”, tutto tace.

Il panico dell’influenza aviaria e i polli OGM

Nel 2005 George W. Bush indusse ingannevolmente l’opinione pubblica a credere che, se incontrastata, una cosiddetta epidemia di influenza aviaria si sarebbe trasformata in una pandemia. Come di consueto, la soluzione fu quella di delegare al settore privato e premiare i suoi compari. Nel caso specifico, egli chiese al Congresso di destinare uno stanziamento d’emergenza pari a un miliardo di dollari dei contribuenti per un farmaco, il Tamiflu. Un fatto cruciale rimase sottaciuto: il farmaco era elaborato e brevettato dalla Gilead Science – il cui presidente, prima di assumere l’incarico di segretario alla Difesa, rispondeva al nome di Donald Rumsfeld, il quale peraltro ne era ancora azionista di maggior rilievo. La paura, combinata agli stanziamenti del governo e un prezzo delle azioni in aumento, mise Rumsfeld nelle condizioni di accumulare una fortuna, esattamente nello stesso modo in cui Dick Cheney, nelle vesti di vicepresidente, aveva tratto profitto dai propri legami con la Halliburton.
Engdahl pone il seguente quesito:

“La paura dell’influenza aviaria fu l’ennesimo stratagemma del Pentagono” dalle finalità ignote?

Rifacendosi a note e insabbiate azioni passate del governo, “un presumibilmente letale” nuovo ceppo di influenza “doveva essere considerato decisamente con sospetto”; veniva sfruttato per promuovere gli interessi dell’agribusiness e della pollicoltura “secondo  il modello della Tyson Foods dell’Arkansas”. Considerate i fatti. A causa degli spazi angusti e delle condizioni di sovraffollamento cui sono costretti gli animali, gli allevamenti in batteria costituiscono il terreno di coltura per una potenziale proliferazione di malattie, nondimeno tale aspetto non è mai stato citato come una minaccia. Al contrario, a essere additati come colpevoli sono stati i piccoli allevamenti all’aperto a conduzione familiare, in particolar modo quelli asiatici, quando in realtà tale nozione è quantomeno assai poco plausibile; i piccoli allevamenti di questo tipo sono i più sicuri, tuttavia la campagna di propaganda di marca governativo-industriale ha sostenuto il contrario.

Lo schema è palese. Cinque colossi multinazionali dominano la produzione e la lavorazione delle carni di pollo: Tyson (la più grande), Gold Kist, Pilgrim’s Pride, ConAgra Poultry e Perdue Farms, le quali producono carne di pollo “in atroci condizioni sotto il profilo sanitario e della sicurezza”. Secondo il GAO (Government Accountability Office), i lavoratori impiegati presso questi impianti di lavorazione presentano “uno dei più elevati tassi di lesioni e malattie di tutto il settore industriale”. Si è citata l’esposizione a “pericolose sostanze chimiche, sangue, materia fecale, il tutto esacerbato da scarsa ventilazione e, spesso, temperature estreme”.
Oltre a ciò, i polli sono racchiusi in spazi assai esigui e

“negli allevamenti in batteria viene loro impedito di muoversi o svolgere qualsivoglia esercizio motorio [in modo da poter] crescere…molto di più [e più rapidamente] di quanto mai avvenuto in precedenza”.

Si impiegano anche promotori della crescita, che a loro volta determinano problemi per la salute.

In misura sempre maggiore, gli esperti di animali ritengono che sono tali allevamenti – e non quelli asiatici di piccole dimensioni – la reale fonte di pericolose nuove patologie come l’influenza aviaria; tali informazioni sono assenti dal circuito ufficiale, di conseguenza il pubblico viene ingannato. Questo è il modo in cui i colossi della lavorazione della carne di pollo riescono a globalizzare la produzione mondiale, coadiuvati – come una “manna dal cielo” – dalla paura dell’influenza aviaria. Se l’intento di estromettere i piccoli allevatori asiatici avrà esito positivo, la Tyson e altre società saranno in grado di accedere all’enorme mercato asiatico del pollame; il loro scopo è questo, laddove il metodo è l’eliminazione della concorrenza – con l’ausilio di amici nelle alte sfere.

Anche la creazione della prima popolazione di animali OGM fa parte del piano, nella prospettiva di trasformare i polli di tutto il mondo in volatili OGM. Engdahl la mette in questi termini:

“All’indomani del 2006, cavalcando la paura di un’epidemia umana di influenza aviaria, i rappresentanti degli OGM o della Rivoluzione Genetica miravano chiaramente a conquistare la più importante fonte di proteine a livello mondiale, ovvero il pollame.”

Nondimeno si prospettava anche un altro piano volto a dominare la produzione globale di derrate alimentari: “Terminator stava per finire sotto il controllo del più grande colosso mondiale dell’agribusiness delle sementi OGM.”

Armageddon genetico: Terminator e brevetti sui maiali

Allo scopo di completare il suo abortito tentativo di acquisizione del 1999, nel 2007 la Monsanto acquisì la Delta & Pine Land (D&PL). La D&PL deteneva i diritti globali sul Terminator e li estese con successo ai GURTs. L’accordo rese la Monsanto “il soverchiante monopolista delle sementi agricole di quasi tutte le varietà”, compresi frutti e ortaggi ottenuti l’anno precedente nel contesto dell’acquisizione della Seminis, azienda grazie alla quale la Monsanto si ritrova ora la prima società nel settore frutta e ortaggi, la seconda nelle colture agronomiche, nonché la terza più grande azienda agrochimica a livello mondiale. Con la D&PL, la Monsanto detiene anche il controllo assoluto sulla maggioranza delle sementi delle piante agricole e, inoltre, sta entrando nel settore dell’ingegneria genetica e dei brevetti relativi agli animali.

Nel 2005, la Monsanto ha richiesto al WTO i diritti di brevetto internazionali per la sua rivendicata manipolazione genetica di un mezzo per identificare i geni di maiale derivati da sperma suino brevettato. La società aspira inoltre ai brevetti e al diritto di riscuotere tasse di concessione per particolari animali da fattoria e mandrie di bestiame. Se tali prerogative verranno concesse, “qualsiasi maiale prodotto utilizzando tale tecnica riproduttiva sarà tutelato dai brevetti in questione”. Man mano che i patrocinatori legali degli OGM riescono a inoltrare istanze di ‘mettere sotto chiave’ la vita animale come proprietà intellettuale, altrettanto velocemente vengono impiegate e brevettate svariate tecniche.
Società come la Monsanto e la Cargill hanno investito ingenti quantità di denaro per modificare geneticamente animali a scopo di profitto, di conseguenza esigono i diritti di brevetto e concessione per i risultati ottenuti, quantunque tutto questo rappresenti il controverso obiettivo di brevettare la vita stessa. Ad ogni modo nel 1980, nell’ambito del caso Diamond v. Chakrabarty, una sentenza della Corte Suprema statunitense ha fornito loro uno spiraglio stabilendo che “qualsiasi cosa realizzata dall’uomo sotto il sole” è brevettabile, decisione che spianò la strada all’epocale brevetto del “Oncomouse”, manipolato geneticamente per risultare maggiormente suscettibile al cancro.
Engdahl descrive il modo in cui i colossi dell’agribusiness hanno adottato una “campagna di menzogne e distorsioni furtiva, sistematica e debitamente appoggiata”, volta ad avanzare in direzione dello scopo ultimo di Henry Kissinger: assumere il controllo del petrolio e avere il controllo delle nazioni; assumere il controllo delle derrate alimentari per avere il controllo delle popolazioni”. Il perseguimento di ambedue gli obiettivi è in fase di realizzazione, con scarsa consapevolezza da parte del pubblico su quanto sia avanzato lo stato delle cose e quanto sia sconsiderato il piano – manipolare geneticamente tutte le piante e le forme di vita e controllare la popolazione mondiale selezionandone le parti “indesiderate”.

 

Postfazione: organizzare l’opposizione

Nel 2006 un tribunale del WTO ha emesso una sentenza favorevole agli Stati Uniti a scapito dell’Unione Europea, sentenza che in tal modo minaccia di aprire questa importante area agricola alla “introduzione forzata [di] piante e prodotti alimentari geneticamente manipolati”.
Raccomandava che il Dispute Settlement Body (DSB-Ente di Risoluzione delle Dispute, ndt) del WTO richiedesse alla UE di rispettare i propri obblighi in base all’accordo SPS del WTO stesso, che consente all’agribusiness di ignorare diritti e leggi nazionali a tutela della salute e della sicurezza pubbliche. Per i paesi della UE la mancata osservanza di tali obblighi può comportare costi nell’ordine delle centinaia di milioni di dollari in sanzioni annuali, quindi la questione è di importanza cruciale per ambo le parti in causa.
All’epoca dello scritto di Engdahl, non era chiaro se la “mostruosa e malefica macchina degli OGM sarebbe stata fermata a livello globale”. La questione è tuttora incerta, ma al dicembre 2007 nella UE solo nove prodotti alimentari biotech hanno l’autorizzazione alla vendita. Sinora le esportazioni statunitensi di mais sono per la maggior parte bloccate e il commercio di altri prodotti viene impedito, nonostante dozzine di richieste pendenti in cantiere il cui destino non è ancora stato deciso.

Alcuni paesi della UE, fra cui Francia, Germania, Austria e Danimarca, bandiscono persino prodotti alimentari biotech approvati dalla UE, annebbiando ulteriormente le prospettive. I sondaggi ne indicano la motivazione, dato che l’opinione pubblica europea si è opposta con pervicacia agli alimenti e ingredienti OGM; in Francia i livelli di ostilità arrivano all’89 per cento, mentre il 79 per cento della popolazione vuole che i governi bandiscano i prodotti in questione.
Questo dimostra che i cittadini europei sono di gran lunga più avanti dei loro corrispondenti statunitensi, nonché molto meglio tutelati (sinora) dalla relativa esclusione complessiva e dalla legislazione che impone l’etichettatura dei prodotti autorizzati alla vendita. Tale normativa è di importanza cruciale, in quanto mette i consumatori nelle condizioni di decidere se avvalersi o meno di questi alimenti; se le persone se ne asterranno in numero consistente, gli esercizi del settore prodotti alimentari non li terranno in vendita.

[AGGIORNAMENTO, al 26/05/2017: nel frattempo, l’11 Marzo 2015 il Parlamento Europeo avrebbe varato la Direttiva UE 2015/42, che introduce nei paesi dell’UE alcune tipologie brevettate di grano OGM, quali il MON810 di Monsanto, il TC1507 della Pioneer, il GA21 e il Bt11 di Syngenta, con la possibilità di esclusione geografica per i paesi UE che lo richiedessero: Ungheria, Germania, Lettonia, Lituania, Polonia, Paesi Bassi, Lussemburgo, Grecia, Francia, Austria, Croazia, Slovenia, Bulgaria, Danimarca, Cipro, Malta, Scozia, Irlanda del Nord, Galles (per approfondire, vedi questo articolo). Inoltre è attualmente in fase di approvazione il Canada and Europe Trade Agreement (CETA) che permetterebbe la libera circolazione nell’UE dei prodotti canadesi, tra cui anche il grano OGM, legale in Canada, NDR].

Engdahl conclude facendo notare quanto i colossi degli OGM siano vulnerabili alle critiche.
Il fatto di ficcare in gola ai consumatori prodotti non testati costituisce “la base su cui organizzare una moratoria o bando globale sui prodotti stessi”, sempre che si riesca a organizzare una sufficiente opposizione che sappia farsi sentire.
In tutto il libro, Engdahl suona l’allarme con dovizia di fatti accuratamente documentati sull’industria, i suoi prodotti e le sue finalità.
Convertire l’agricoltura mondiale agli OGM, consentire all’agribusiness di gestirli a proprio piacere e combinare tale piano con una diabolica agenda di eliminazione mirata della popolazione, tutto questo equivale a risolvere la fame nel mondo tramite il genocidio, mettendo al contempo in pericolo la parte restante.
Sinora Washington e l’industria procedono a gonfie vele verso il controllo del petrolio e del cibo. Centinaia di milioni di persone in tutto il mondo vi si oppongono, ma non è chiaro se ciò sia sufficiente.
Il libro di Engdahl rappresenta un accorato appello per far comprendere a ogni amico della Terra che questioni talmente cruciali non possono essere lasciate nelle mani di colossi degli affari privi di scrupoli e dei loro compiacenti amici delle alte sfere di ogni angolo del pianeta. Il libro presenta pile di argomenti contro costoro; è necessario leggerlo con attenzione e utilizzarne le informazioni. La posta in gioco è troppo alta. La salute e la sicurezza degli esseri umani non devono mai essere sacrificate in nome del profitto.

QUI la prima parte

Articolo pubblicato originariamente su NEXUS New Times n.76, Ottobre – Novembre 2008

tratto da: http://www.nexusedizioni.it/it/CT/i-semi-della-distruzione-parte-2-5537