Come si uccide l’Agricoltura? In arrivo da Vancouver una nave con 1600 tir di quella porcheria che in Canada si ostinano a chiamare grano. E intanto da noi il prezzo crolla del 48%, tocca i minimi storici e non copre i costi di produzione costringendo gli agricoltori ad arrendersi!!

Agricoltura

 

 

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Come si uccide l’Agricoltura? In arrivo da Vancouver una nave con 1600 tir di quella porcheria che in Canada si ostinano a chiamare grano. E intanto da noi il prezzo crolla del 48%, tocca i minimi storici e non copre i costi di produzione costringendo gli agricoltori ad arrendersi!!

Coldiretti, la protesta contro la nave del grano che viene da Vancouver

Prezzi in calo del 48%, nel mirino il frumento straniero. Italmopa: importazioni necessarie per ovviare al deficit soprattutto quantitativo del raccolto nazionale rispetto al fabbisogno dell’industria

Per svuotarla, sarà necessario riempire 1.600 camion. Certo, non bisognerà trebbiare: il raccolto è stato già fatto, dall’altra parte del mondo, e trasportato in Italia con una nave che dopo 40 giorni di viaggio è ormeggiata nel porto di Bari, con 50 mila tonnellate di grano provenienti da Vancouver, Canada. È il motivo per cui venerdì, in Puglia, è scoppiata la #guerradelgrano, con tanto di hashtag che rende più moderno uno dei lavori più antichi, quello della coltivazione della materia prima del pane.

La protesta non ha viaggiato solo sui social ma anche per strada, con un migliaio di agricoltori, coordinati dalla Coldiretti, che nel primo giorno di trebbiatura si sono ritrovati al varco della Vittoria del porto di Bari. Il problema è il prezzo che nella campagna 2016-2017 ha toccato i livelli più bassi dal 2009-2010 (20,5 euro di media per quintale di grano, vale a dire il costo di due pizze, fino ai 18,7 euro di maggio). «Un pacco di pasta su tre — spiega Gianni Cantele, presidente di Coldiretti Puglia — contiene prodotto straniero senza che si sappia. Il “grano giramondo” ha contribuito a far crollare del 48% i prezzi in Italia con perdite di 145 milioni di euro per gli agricoltori pugliesi, senza alcun beneficio per i consumatori, perché dal grano alla pasta i prezzi aumentano di circa il 500% e dal grano al pane addirittura del 1.400%. In Canada, poi, sono usate 99 sostanze attive vietate nella Ue».

Gli industriali, però, non ci stanno: per Italmopa «le importazioni di grano sono indispensabili per ovviare al deficit quantitativo del raccolto nazionale rispetto al fabbisogno dell’industria». E per Aidepi «non c’è nessun inganno nei confronti dei consumatori perché le etichette della pasta sono conformi alle normative vigenti». «E anche sulla sicurezza alimentare — aggiunge Margherita Mastromauro, presidente della sezione agroalimentare di Confindustria Bari-Bat e titolare del pastificio Riscossa — nessun problema, perché quando il grano viene importato si applicano le norme italiane ed europee per i residui di fitofarmaci e i controlli non mancano».

La soluzione? Per Colomba Mongiello (Pd), componente della Commissione Agricoltura della Camera, «la Ue deve decidere rapidamente sulla certificazione della pasta Made in Italy e la formazione del prezzo della materia prima deve avvenire con maggiore trasparenza con la Cun, la Commissione unica nazionale del grano duro, da istituire in Puglia, a Foggia, capitale del grano. Dove la crisi si fa più sentire».

tratto da: http://www.corriere.it/economia/17_giugno_10/coldiretti-protesta-contro-nave-grano-che-viene-vancouver-fb6f74aa-4db2-11e7-9a56-ce0022081322.shtml

Coldiretti: “Prezzo del grano ai minimi storici, non copre i costi di produzione”

“Si preannuncia una nuova annata terribile per i cerealicoltori sardi con il prezzo del grano ancora con il segno meno rispetto allo scorso anno quando venne pagato già il 30 per cento in meno rispetto al 2015”

“Si preannuncia una nuova annata terribile per i cerealicoltori sardi con il prezzo del grano ancora con il segno meno rispetto allo scorso anno quando venne pagato già il 30 per cento in meno rispetto al 2015. Le speculazioni, favorite dall’invasione del grano duro dall’estero, stanno facendo crollare il prezzo del grano dallo scorso anno pagato ai cerealicoltori sotto i costi di produzione. Un pacco di pasta imbustato in Italia su tre è fatto con grano straniero senza alcuna indicazione per i consumatori – E’ la denuncia di Coldiretti.
“Sono ben 2,3 milioni le tonnellate di grano duro che sono arrivate lo scorso anno dall’estero, quasi la metà delle quali proprio dal Canada che peraltro ha fatto registrare nel 2017 un ulteriore aumento del 15% secondo le analisi Coldiretti su dati Istat relativi ai primi due mesi del 2017 – proseguono – una realtà che rischia di essere favorita dall’approvazione da parte dell’Europarlamento del Ceta (Comprehensive Economic and Trade Agreement) con il Canada che prevede l’azzeramento strutturale dei dazi indipendentemente dagli andamenti di mercato”.
E’ l’allarme lanciato dalla Coldiretti in occasione dello scoppio della #laguerradelgrano che questa ieri ha portato migliaia di agricoltori alle banchine per lo scarico di un mega cargo con grano canadese al Porto di Bari.
“Siamo vicini ai nostri colleghi – sottolinea Paolo Floris cerealicoltore di Sanluri – perché combattono una battaglia anche nostra”.
“Quest’anno il prezzo che si sta presentando nel mercato è ancora inferiore: dai 18 ai 22 euro al quintale –denuncia Paolo Floris –, produrremmo ancora un anno in perdita, non riusciremo a pagarci i costi di produzione. Le spese vive per coltivare un ettaro di terra si aggirano intorno ai 750 euro, mentre il ricavato si ferma a circa 630 euro”.
“Non possiamo continuare a coltivare in perdita. Molti ettari il prossimo anno rimarranno incolti” annuncia Floris.
La superficie coltivata a grano duro in Sardegna è crollata negli ultimi 12 anni del 60 per cento, perdendo 58.129 ettari.  Si è passati dai 96.710 ettari coltivati nel 2004 ai 38581 del 2015.
tratto da: http://www.cagliaripad.it/news.php?page_id=52929

Effettuato per la prima volta un ESAME INDIPENDENTE sui dati prodotti dalle case produttrici del Glifosato… Risultato? Ma tu guarda un po’, È CANCEROGENO! …E sono gli stessi dati sulla scorta dei quali l’UE lo ritiene sicuro!

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Effettuato per la prima volta un ESAME INDIPENDENTE sui dati prodotti dalle case produttrici del Glifosato… Risultato? Ma tu guarda un po’,  È CANCEROGENO! …E sono gli stessi dati sulla scorta dei quali l’UE lo ritiene sicuro!

Trovate prove di cancerogenicità anche nei dati segreti sul Glifosato

Sono quelli in base ai quali l’UE ritiene sicuro il diserbante. Appartengono alle aziende produttrici, ma per la prima volta sono stati sottoposti a un esame indipendente

Il tossicologo di fama mondiale Christopher Portier ha effettuato per la prima volta un esame indipendente dei dati segreti sul diserbante Glifosato che le stesse aziende produttrici hanno fornito alle autorità europee e che hanno avuto un ruolo chiave nel giudizio UE secondo cui il Glifosato sarebbe é sicuro. Portier ha concluso che le agenzie europee EFSA ed ECHA, incaricate della valutazione del Glifosato, non hanno identificato all’interno di questi dati segreti otto casi in cui in seguito all’esposizione al Glifosato si é verificato un aumento significativo dei tumori. Christopher Portier lo ha messo nero su bianco in una lettera indirizzata al presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker.

Il Glifosato é stato definito “probabilmente cancerogeno” nel marzo 2015 dallo IARC, l’Agenzia mondiale per la ricerca sul cancro legata all’Organizzazione mondiale della sanità. L’EFSA (l’agenzia europea per la sicurezza alimentare) é giunta alcuni mesi dopo alla conclusione opposta e di conseguenza nell’estate 2016 l’UE ha rinnovato l’autorizzazione all’uso del Glifosato fino al 31 dicembre di quest’anno, in attesa di una valutazione aggiuntiva da parte dell’ECHA, l’agenzia europea per le sostanze chimiche.

L’ECHA si é già pronunciata: anch’essa non ritiene cancerogeno il Glifosato. La Commissione Europea sembra orientata a proporre altri 10 anni di autorizzazione per il Glifosato, che é stato brevettato dalla Monsanto negli Anni 70 e che continua ad essere uno dei suoi prodotti di punta, anche se il brevetto é scaduto nel 2001. Di recente, un’inchiesta giornalistica ha trovato le impronte digitali della Monsanto sull’autorizzazione UE al Glifosato. E ora in aggiunta emergono le – diciamo – debolezze nelle valutazioni di EFSA ed ECHA riscontrate dal dottor Christopher Portier.

I dati utilizzati dal dottor Portier sono stati forniti dall’EFSA  in seguito ad una richiesta di accesso dell’associazione CEO Europe che  é stata soddisfatta soltanto in modo parziale per “proteggere gli investimenti economici” delle aziende. Ulteriore limitazione: i dati possono essere ulteriormente condivisi solo in forma privata, e quindi non possono essere pubblicati né messi a disposizione dell’intera comunità scientifica, come nota CEO Europe.

Per impedire il rinnovo UE dell’autorizzazione al Glifosato é stata lanciata un’ECI, che é uno strumento istituzionale a disposizione dei cittadini UE. La campagna é ancora in corso; questo sito internet raccoglie le adesioni: é necessario almeno un milione di firme.

fonte: http://www.dariotamburrano.it/glifosato-studi-segreti-cancro/

Scarti di lana, olio e malvasia: ecco come nasce, dal genio di un Italiano, il primo diserbante 100% naturale.

 

Diserbante

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Scarti di lana, olio e malvasia: ecco come nasce, dal genio di un Italiano, il primo diserbante 100% naturale.

Chissà a quando risale il momento in cui ci siamo convinti che un prodotto chimico sia di gran lunga migliore di uno di origine naturale: probabilmente l’efficacia è indubbia ma la sicurezza per l’uomo e per gli ambienti? Le grandi aziende, le multinazionali, ma anche i piccoli coltivatori, hanno usato con troppa leggerezzaerbicidi e fertilizzanti sui terreni, ed ora ci ritroviamo con essere umani e campi avvelenati.

Un’azienda italiana con sede in Sardegna è decisa nell’invertire la tendenza per scongiurare l’uso di mortiferi prodotti chimici. Dopo anni di studio nasce il primo diserbante 100% ecologico, a base di scarti naturali di lana, olio e malvasia.

L’Italia non può permettersi di avvelenare la propria terra: prima che sia troppo tardi, l’azienda tricolore propone una soluzione alternativa del tutto naturale.

È il primo eco-diserbante al mondo ed è un prodotto tutto italiano, il Natural Weed Control: gli agricoltori francesi, ancor prima di quelli italiani, lo hanno già utilizzato nelle vigne, e negli Stati Uniti è impiegato nella coltivazione di erbe farmaceutiche. Tutti ne sono entusiasti e ad oggi questo diserbante è destinato a far traballare il monopolio di importanti multinazionali che producono erbicidi ed altri prodotti agricoli.

Il team di ricerca è capitanato dall’imprenditrice sarda Daniela Ducato, da anni impegnata nel settore della bioedilizia e dello sviluppo di materiali naturali.

Per la donna è solo “una questione culturale” considerare più affidabile un prodotto chimico che naturale. Come lei stessa afferma, non ci rendiamo conto del dannoche facciamo quando usiamo sostanze nocive: ad esempio per quanto riguarda il trattamento del verde urbano, a patire le conseguenze non solo solo le aiuole e i prati ma anche gli operai, gli animali domestici i bambini che popolano i parchi delle nostre città.

Tutto è iniziato per salvare le api: in Italia molte sono morte a causa dei prodotti usati in agricoltura.

L’idea è nata da un’esigenza molto concreta: salvare le api dalla moria registrata negli ultimi sul territorio nazionale. In Sardegna ci sono molti apicoltori disperati per l’assenza sostanziale di api.

Le api e le farfalle sono le prime a risentire dei prodotti con cui vengono trattati i terreni: la loro importantissima funzione di impollinazione viene così a mancare.

Il cuore dell’eco-diserbante sono gli scarti della lana di pecora a cui si aggiungono quelli delle lavorazioni dell’olio e del vino.

Tutti elementi di scarto che contribuiscono a creare un diserbante molto efficace: il comune di Cagliari l’ha impiegato per estirpare le erbacce dalle zone verdi della città, con risultati eccezionali.

L’efficacia del prodotto non è di natura chimica: le erbe infestanti vengono seccategrazie al calore e al vapore. “Mettendo insieme questi elementi la pianta intrappola il calore e si secca già dopo due giorni”, spiega la Ducato.

La composizione del diserbante può essere variata per renderlo adatto all’utilizzo vitivinicolo, orticolo o per frutteti: non inquina è sicuro per l’ambiente, per i consumatori e per gli agricoltori, che possono distribuirlo senza mascherineessendo del tutto naturale.

Il mercato del primo eco-diserbante italiano è destinato a crescere e noi, lo speriamo con tutto il cuore per amore della nostra bellissima terra e per quella di tutto il pianeta!

fonte: http://www.curioctopus.it/read/12567/scarti-di-lana-olio-e-malvasia:-il-primo-diserbante-100-per-cento-naturale-e-italiano

La Danimarca ha deciso: passerà al 100% di agricoltura biologica, “stop ai pesticidi, troppi danni alla salute” …mica come da noi che abbiamo un ministro della sanità che dice SI agli Ogm, ma poi si preoccupa di imporre 10 vaccini (unico caso al mondo)…!

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La Danimarca ha deciso: passerà al 100% di agricoltura biologica, “stop ai pesticidi, troppi danni alla salute” …mica come da noi che abbiamo un ministro della sanità che dice SI agli Ogm, ma poi si preoccupa di imporre 10 vaccini (unico caso al mondo)…!

La Danimarca non ha vaccini obbligatori, al contrario di noi. La Lorenzin ritiene che ben 12 vaccini (caso unico al mondo) siano assolutamente indispensabili alla nostra salute.

Allora la salute degli Italiani è cagionevole? Niente affatto. Anzi, sempre secondo la Lorenzin, i nostri organismi sono tanto forti da poter sopportare tranquillamente una bella dose di Ogm…

Per rinfrescarVi la memoria:

L’Italia per la prima volta pro Ogm. Grazie Ministro Lorenzin!

La Danimarca passerà al 100% di agricoltura biologica, “stop ai pesticidi, troppi danni”

La Danimarca, 5 milioni e mezzo di anime, non contenta dei suoi record di energia rinnovabili si e’ posta un nuovo obiettivo: tutto quello che sara’ prodotto sul proprio suolo domestico sara’ biologico e sostenibile.

Se ci riescono saranno i primi in tutto il mondo ad avere agricoltura “organica” come diciamo qui negli USA. 

In realta’ la Danimarca e’ innamorata della sua agricoltura pesticidi-free da tanto tempo e sono almeno 25 anni che si sperimentano metodi per l’agricoltura “biologica”. E’ questa una delle nazioni “storiche” in questo senso perche’ sono arrivati prima di tutti gli altri. Nei quasi dieci anni dal 2007 ad oggi, la produzione di cibo organico e’ aumentata del 200%.

Come faranno tutto questo?

Seguendo il Økologiplan Danmark, il piano di “azione organica” del paese. Sono 67 punti in cui e’ tutto delineato. Il governo ha gia’ deciso che incentiveranno la trasformazione di campi in cui si usa ancora di agricoltura convenzionale in campi in cui si usano metodi sostenibili e che attraverso pubblicita’ e sensibilizzazione cercheranno di aumentare ancora di piu’ la vendita di prodotti organici.
Ci saranno programmi nelle scuole per educare i bimbi e per spiegare i benefici dell’agricoltura organica agli studenti.Entro il 2020 si vuole cosi *raddoppiare* la terra coltivata ad organico rispetto al 2007. Tutti i terreni di proprieta’ del governo verrano coltivati in modo naturale e seguendo metodi biodinamici. I privati che lo vorranno riceveranno sussidi e sara’ anche incentivata la ricerca sull’agricoltura sostenibile. Le leggi saranno piu’ snelle per chi vuole eseguire la transizione. Per ora il piano e’ di usare circa 61 milioni di dollari per questo progetto.E questo rigaurda non solo zucchine e fragole ma anche il bestiame, primi fra tutti i maiali. Infatti sono coinvolte varie agenzie, coordinate dall minstro del cibo, agricoltura e della pesca che lavoreranno con comuni, regioni e privati per una visione globale della produzione di cibo in modo sostenibile e locale.Verranno poi istituiti dei target. Per esempio la mensa scolastica dovra’ presto iniziare a fornire il 60% dei suoi prodotti da coltivazioni organiche agli studenti – e cioe’ circa 800mila pasti. Tutte le mense di Copenhagen sono gia’ organiche. Con le mense scolastiche, gli stessi requisiti verranno imposti alle mense dei militari, civili, degli uffici pubblici.Per adesso i danesi sono i principali consumatori di agricoltura biologica d’Europa. Il 7.6%. Sembra poco? Beh, nel resto d’Europa siamo molto piu’ in basso. La Germania ne usa solo il 3.7%.  Negli USA solo l’1% dell’agricoltura domestica e’ organica. In Italia non si sa, ma nelle tabelle di cui sopra non compare.

Perche’ e’ importante l’agricoltura organica, sostenibile? Beh, e’ evidente che se non metti pesticidi nel tuo corpo stai meglio in salute. E stai meglio tu e sta meglio chi coltiva i terreni. Sopratutto diserbanti, monoculture, e altre sostanze tossiche non sono la risposta: sul lungo termine impoveriscono il suolo e la qualita’ dell’aria. Spesso rendono i terreni piu vulnerabili alla siccita’ e alle inondazioni.  L’agricoltura organica invece porta con se una maggiore varieta’ di habitat, insetti, piante. I prodotti organici hanno un sapore migliore e, secondo alcuni studi hanno piu antiossidanti e migliori proprieta’ anti-infiammatorie. Chiunque sia mai passato in campagna e abbia mai raccolto e mangiato un fico, una nespola o una albicocca da un albero nato e cresciuto spontaneamente lo sa.

Ma non solo. I danesi hanno anche ridotto lo spreco di cibo del 25% nel corso di 5 anni, grazie ad alcune organizzazioni che regalano o vendono a prezzi bassi il cibo imperfetto.  Si chiamano “Stop Spild Af Mad” — fermiamo lo spreco di cibo — e WeFood.  I contadini danesi vengono pagati almeno 20 dollari per ora. Per legge. L’uso di antibiotici e’ bassissimo, i casi di salmonella sono rari, e gli animali sono tenuti nelle stalle in condizioni decenti.

Non è passato troppo tempo dall’Expo dedicato al cibo, evento avvenuto nel nostro paese ma cosa e’ rimasto? Che impegni ci sono per il futuro in questo senso? Ci sono degli obiettivi per l’agricoltura piu’ salutare? Per incentivare l’organico – prodotto e consumato in Italia?

E per una volta ricopiare le cose buone degli altri?

 

Fonte: dorsogna.blogspot.fr

Una storia tutta Italiana: pomodori marocchini trattati con ddt svenduti a 60cent al kg e agricoltori siciliani che falliscono !!

 

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Una storia tutta Italiana: pomodori marocchini trattati con ddt svenduti a 60cent al kg e agricoltori siciliani che falliscono !!

 

Non solo l’olio tunisino, anche i pomodori marocchini rappresentano una insidia per i nostri agricoltori. E il settore rischia la crisi.Ecco perchè

La nostra politica ha aperto le porte anche al Marocco dove i prodotti vengono trattati con il ddt e hanno costi che sono la metà, i quali, importati in Italia fanno fallire i nostri agricoltori che se li vendessero allo stesso prezzo non riuscirebbero a coprire nemmeno le spese di produzione.

Quello che un tempo era considerato l’oro rosso, il pomodoro ciliegino e il piccadilly, sugli scaffali della grande distribuzione continentale viene venduto a 3-4, fino a 6 euro al chilo; i produttori marocchini lo svendono a 30 e a 70 centesimi, in base alla qualità.

A Vittoria, in quello che era uno dei più grandi mercati ortofrutticoli d’Italia, dieci dei 74 box sono stati chiusi dal tribunale fallimentare

Ma a Roma parlano di tutto tranne della situazione degli agricoltori siciliani e non solo, d’altra parte lo sanno anche loro che la globalizzazione avrebbe portato a questo.
La rabbia e la sensazione di abbandono da parte delle istituzioni spingono questi commercianti nelle rassicuranti braccia di quei partiti di opposizione che sembrano ancora essere interessati a loro. Non è un caso che in Sicilia si stanno allargando a vista d’occhio l’ M5s e l’ ex lega “Noi con Salvini”.

Eppure a mettere in evidenza questa situazione in modo tanto vistoso da non passare inosservati, un paio di anni fa fu il movimento dei Forconi, il quale assaltò un camion pieno di pomodori ciliegini tunisini.

Questi pomodori dovevano essere venduti a 20 centesimi al chilo, mentre quì non basta nemmeno un solo euro per produrli. Ma nonostante ciò da allora non si è mossa una foglia….

fonte: Siamo la Gente

La rivoluzione dei contadini siciliani: 3.000 ettari di grani antichi contro le Multinazionali…!

 

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La rivoluzione dei contadini siciliani: 3.000 ettari di grani antichi contro le Multinazionali…!

Di Marco Angelillo per Repubblica.it

Tornano i grani antichi in Sicilia. Tornano a riempire i campi, ricostruiscono paesaggi, arricchiscono la biodiversità di un’agricoltura che da decenni ha ridotto a poche specie super selezionate il frumento dell’isola che fu uno dei granai dell’Impero romano. Ufficialmente sono solo 500 ettari, ma c’è chi parla di 3.000. I contadini che stanno passando al biologico e al recupero delle sementi locali crescono di anno in anno, si associano, mettono in piedi filiere alimentari e fanno cultura, oltre che coltura.

“Ho convertito 100 ettari dell’azienda familiare a grano locale” confessaGiuseppe Li Rosi, uno dei più convinti sostenitori del ritorno all’antico in agricoltura, “e sono il custode di tre varietà locali, Timilia, Maiorca e Strazzavisazz”. I custodi seminano queste rarità botaniche, dedicando almeno 10 ettari a ogni coltura, si impegnano nella ricerca storica e a mantenere la purezza del seme. Li Rosi, contadino da generazioni, è anche il presidente dell’associazione Simenza, cumpagnia siciliana sementi contadine, che mette insieme settanta produttori “ma altri cento sono pronti a entrare”, assicura Giuseppe. La sperimentazione, oltre alla conservazione, è all’ordine del giorno nella Cumpagnia: si coltivano campi anche con miscugli di sementi, un procedimento diametralmente opposto alla tecnica moderna, che ricerca l’uniformità, lo standard in nome della quantità.

Nei campi di Simenza, invece, variabilità e mescolanza innescano una selezione naturale che fortifica le spighe e che non ha bisogno della chimica, si adatta alle condizioni ambientali, alla composizione e all’esposizione del terreno. Serve solo un po’ di pazienza: il secondo e il quarto anno la produzione subisce incrementi significativi. Il risultato biologico è sorprendente: basta attendere solo qualche ciclo semina-raccolto-semina e alla fine ogni azienda avrà un mix diverso di grani che collaborano tra loro, naturalmente. Questa biodiversità è foriera di almeno due vantaggi: una miglior competitività contro le specie infestanti e un naturale adattamento al cambiamento delle condizioni climatiche. È il principio della selezione partecipata, promosso a livello nazionale dall’Aiab, associazione italiana per l’agricoltura biologica.

In Sicilia, il ritorno dei grani antichi sta trasformando anche il paesaggio. Sui Nebrodi, per esempio, il frumento era scomparso da tempo. Quest’anno 50 ettari di grano hanno riportato l’agricoltura in montagna. Un ritorno analogo si sta manifestando sulle Madonie e sui Peloritani. Non è un processo facile. Le leggi sulle sementi favoriscono le multinazionali del settore: un pugno di aziende controllano quasi il 60% dell’industria sementiera e non sembrano preoccuparsi di pochi nostalgici delle coltivazioni tradizionali. Inoltre il Tips, l’accordo commerciale internazionale, proibisce lo scambio di semi tra gli agricoltori, rendendo ardua la possibilità di conservare e tramandare quelli autoctoni. “Ci è concessa solo la modica quantità”, ammette Li Rosi.

Tuttavia, il movimento siciliano per liberare la produzione di cibo dalle leggi delle colture intensive e inquinanti è vasto. Le facoltà di Agraria sono gettonatissime e la ricerca avanza: a Caltagirone esiste una Stazione consorziale sperimentale di granicoltura che dipende dall’assessorato regionale all’agricoltura e che ha redatto un catalogo di oltre 250 varietà di grano e di 50 leguminose siciliane.

Anche la medicina non sta a guardare. Antonio Milici, neurologo e neuropsichiatra, reduce dal recente convegno “Grani antichi siciliani: ambiente e salute”, organizzato da Adas, l’associazione per la difesa dell’ambiente e della salute, punta l’attenzione sul legame tra malattie e alimentazione: “è strettissimo”, afferma. “Dalla celiachia alle intolleranze, dal diabete all’ipertensione, ai problemi cardiovascolari, il sistema immunitario è messo a dura prova dalle sostanze che il nostro corpo assume quotidianamente”. Com’è ormai noto ai più, tutto si lega: stile di vita, alimentazione, attività fisica, gestione delle emozioni. Non si tratta solo del fisico, perché si stanno studiando correlazioni che a prima vista potrebbero sembrare azzardate: “Alcune malattie della psiche possono avere come concausa un’alimentazione basata su cibi non sani o alterati dalla chimica”, afferma Milici.

Siamo quello che mangiamo: il ritorno dei grani antichi, allora, potrebbe influire notevolmente sul nostro benessere psico-fisico. E difendere l’ambiente e la salute come fossero due facce della stessa medaglia, è la risposta più appropriata per recuperare l’armonia perduta.

 

fonte: http://www.repubblica.it/ambiente/2016/04/28/news/la_rivoluzione_dei_contadini_siciliani_3_000_ettari_di_grani_antichi_contro_le_multinazionali-138634847/#gallery-slider=138635431

In arrivo l’ok al glifosato per almeno altri 10 anni: ma possiamo fermarlo. Firma anche tu!

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In arrivo l’ok al glifosato: ma possiamo fermarlo. Firma anche tu!

Ancora almeno 10 anni di glifosato: è questo il rischio concreto cui i cittadini europei si trovano di fronte. L’allarme è lanciato dalla Coalizione #StopGlifostao, composta da 45 associazioni ambientaliste e di tutela della salute.

In questi giorni, il commissario Ue per la Salute e la sicurezza alimentare Vytenis Andriukaitis ha sostenuto le conclusioni di EFSA e ECHA (rispettivamente l’agenzia europea  sul cibo e quella per la sicurezza dei prodotti chimici) che hanno emesso dei pareri di non cangerogenicità per il glifosato, l’erbicida più diffuso al mondo, ma di ‘solo’ rischio per la salute degli occhi e l’inquinamento delle falde acquifere. Inoltre, il Copa-Cogeca, organizzazione dei sindacati agricoli e delle cooperative europee, ha scritto una lettera al presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, chiedendo all’’Esecutivo Ue il rinnovo dell’autorizzazione dell’erbicida per 15 anni,

Ma – come hanno rivelato EU Observer e One World – il parere dell’EFSA appare discendere direttamente da una relazione scritta da Monsanto, l’azienda produttrice del glifosato. Secondo le mail sequestrate da un tribunale statunitense, almeno due importanti studi scientifici su cui si è basata la decisione dell’agenzia europea per la sicurezza alimentare, sono stati trasferiti direttamente dalla multinazionale a studiosi che poi li hanno firmati, avallandone l’indipendenza.

“Non è un segreto per nessuno: sia l’Efsa che l’Echa hanno ammesso di aver basato la loro decisione anche su studi prevenienti da Monsanto”, afferma Maria Grazia Mammuccini, portavoce della Coalizione #StopGlifosato . “Il punto è quanto l’hanno basata sugli studi effettivamente indipendente, Diciamo che dopo che l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro ha messo il glifosato nella lista dei prodotti probabilmente cancerogeni, sollevando l’attenzione dei cittadini, quasi nulla sembra essere sfuggito al controllo delle multinazionali”.

“Per quello che riguarda le 45 associazioni che fanno parte della Coalizione, il problema non è rifiutare le evidenze scientifiche: noi chiediamo al contrario che gli studi vengano fatti nel rispetto dell’indipendenza della ricerca, pagati con soldi pubblici e non influenzati da chi produce, La politica europea non sta facendo il suo dovere”, ha aggiunto Maria Grazia Mammuccini.

Quasi 800 mila cittadini europei hanno già firmato l’Iniziativa ICe contro il glifosato, per costruire una legge ‘dal basso’ contro l’erbicida. L’Italia non ha ancora raggiunto il quorum: per farlo servono 20 mila firme entro la fine del mese.

“E’ importante che ci sia una mobilitazione generale delle persone che hanno a cuore la loro salute e quella dell’ambiente”, dice Mammuccini. L’appuntamento centrale della campagna è il 13 maggio, quando nelle piazze italiane ed europee ci saranno banchetti per la raccolta delle firme per l’ICE la legge di iniziativa popolare per dire #StopGlifosato, che è comunque possibile appoggiare mettendo la propria firma sul sito www.stoglifosato.it

Firma la petizione ICE

Aderiscono alla Coalizione italiana #StopGlifosato: ACP-ASSOCIAZIONE CULTURALE PEDIATRI – AIAB –  ANABIO- APINSIEME – ASSIS – ASSOCIAZIONE PER L’AGRICOLTURA BIODINAMICA – ASSO-CONSUM – ASUD – AVAAZ – CDCA – Centro Documentazione Conflitti Ambientali – CONSORZIO DELLA QUARANTINA – COSPE ONLUS – DONNE IN CAMPO CIA LOMBARDIA – EQUIVITA – FAI – FONDO AMBIENTE ITALIANO – FEDERBIO – FEDERAZIONE PRO NATURA – FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA – FIRAB – GREEN BIZ – GREEN ITALIA – GREENME – GREENPEACE – IBFAN- ITALIA – IL FATTO ALIMENTARE- IL TEST – ISDE Medici per l’Ambiente – ISTITUTO RAMAZZINI – ITALIA NOSTRA – LEGAMBIENTE – LIFEGATE – LIPU-BIRDLIFE ITALIA – MDC-MOVIMENTO DIFESA DEL CITTADINO – NAVDANYA INTERNATIONAL – NUPA-NUTRIZIONISTI PER L’AMBIENTE – PAN ITALIA – Pesticide Action Network – REES-MARCHE – SLOW FOOD ITALIA – TERRA NUOVA – TOURING CLUB ITALIANO – UNAAPI-UNIONE NAZIONALE ASSOCIAZIONI APICOLTORI ITALIANI – UPBIO – VAS-VERDI AMBIENTE E SOCIETA’ – WWF ITALIA – WWOOF-ITALIA

di Terra Nuova

fonte: http://www.terranuova.it/News/Agricoltura/In-arrivo-l-ok-al-glifosato-ma-possiamo-fermarlo.-Firma-anche-tu

 

Pomodoro cinese: lo sfruttamento dei bambini arriva (anche) sulle nostre tavole?

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Pomodoro cinese: lo sfruttamento dei bambini arriva (anche) sulle nostre tavole?

 

Ci sono intere famiglie che lavorano nei campi dove si coltiva uno degli ortaggi più consumati al mondo: il pomodoro. Tutto il giorno, tutti i giorni per un prodotto destinato all’esportazione in Italia.

A Xinjiang ad ovest della Cina ci sono appezzamenti di terreno sconfinati, dove uomini, donne e bambini seminano, annaffiano, raccolgono pomodori. Gesti da automi sotto l’occhio vigile del capo, che a fine giornata li pagherà a cottimo. Due centesimi al metro.

E’ un lungo racconto quello racchiuso nel reportage del giornalista Stefano Libertiche documenta la vita dei braccianti cinesi che lavorano in tutta la filiera del pomodoro: dal campo fino alla fabbrica.

Pomodori che finiranno nel ketchup della Heinz, in barattoli venduti nei mercati africani o in concentrati e sughi pronti.

“Nel 2016, secondo i dati dell’agenzia delle dogane, sono arrivati in Italia 92mila tonnellate di triplo concentrato made in China. Una cifra che segna un aumento del 40 per cento rispetto all’anno precedente”, scrive Liberti.

Dopo averle piantate in serra, le piante sono travasate nel terreno. E’ così, che tra aprile e maggio, centinaia di migranti con figli al seguito, lavorano tutti assieme nel campo.

Tra luglio e settembre, la manodopera aumenta perché bisogna raccogliere in fretta il pomodoro che tende a marcire. Per questo, i bambini sono gettonati, grazie alle loro mani piccole sono più svelti.

Liberti spiega tutto il percorso che il pomodoro fa prima di arrivare a tavola.Centinaia di camion trasportano l’ortaggio alle fabbriche, dopo la trasformazione, viaggiano in treno fino al porto di Tianjin, vicino Pechino.

Da qui, navi cargo partiranno sugli oceani, arrivando anche nel porto di Salerno “dove il concentrato in fusti di legno da 1,3 tonnellate sarà raccolto dalle ditte trasformatricie diluito in doppio concentrato, oppure usato per altri prodotti derivati”.

Il giornalista si chiede poi come mai l’Italia che è il primo produttore di pomodoro da industria dell’Unione europea e il secondo del mondo dopo Usa, importa quantitativi così alti.

La risposta è affidata a Giovanni De Angelis direttore dell’Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali (Anicav), secondo cui, il pomodoro cinese “è utilizzato per lo più come materia prima in regime di temporanea importazione da parte di aziende che lo ritrasformano e lo riesportano al di fuori dell’Unione europea”.

Il direttore ribadisce:

“I nostri prodotti più commercializzati, i pelati e la passata, prendono origine da pomodoro italiano, nonostante l’allarmismo che è stato creato negli ultimi anni. La Cina in particolare produce solo la materia prima, che le nostre aziende trasformano mettendo il know-how e la capacità di gestire un procedimento industriale che non ha nulla a che vedere con quello utilizzato per produrre i beni di largo consumo sul mercato nazionale. Si tratta peraltro di un prodotto marginale nel fatturato complessivo dell’industria trasformatrice: parliamo di 145 milioni di eurosu un’industria che fattura tre miliardi di euro, meno del 5 per cento del totale”.

Differente l’opinione di Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti che invece da anni denuncia importazioni di concentrato cinese:

“Se consideriamo che per fare un chilo di triplo concentrato servono sette chili di pomodoro fresco, vediamo che l’anno scorso abbiamo importato dalla Cina e da altri paesi l’equivalente di circa un milione di tonnellate, una quantità equivalente a circa il 20 per cento della produzione nazionale”.

Confezionare concentrato cinese in prodotti italiani, danneggia tutta la filiera perché ogni paese ha i propri standard qualitativi.

Quando poi l’industria dice: ‘Non preoccupatevi, il concentrato cinese finisce in mercati esteri’, non mi pare mandi un messaggio felicissimo. Equivale a dire: manteniamo la qualità in casa, ma all’estero vendiamo prodotti scadenti. Un ottimo modo per distruggere la reputazione del made in Italy”, continua Bazzana.

“Nulla mi vieta di pensare poi che una parte più consistente del prodotto sia utilizzata per tagliare altri sughi e derivati di pomodoro. Essendo il pomodoro riesportato sotto forma di doppio concentrato, ossia con un prodotto diverso, le tabelle di equivalenza permettono una certa elasticità”.

Una situazione, quella illustrata dalla Coldiretti, che era stata denunciata anche da Le Iene. Nel servizio televisivo c’era un’intervista ad una grande azienda che in Cina produce concentrato di pomodoro che viene spedito in Europa, Italia compresa, e che una volta giunto a destinazione viene diluito e usato per i sughi.

Dominella Trunfio

fonte: https://www.greenme.it/mangiare/altri-alimenti/23540-pomodoro-cinese

 

Pesticidi illegali ma comunque esportati: ecco il meccanismo che rende priva d’effetto qualsiasi legge!!

Pesticidi

 

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Pesticidi illegali ma comunque esportati: ecco il meccanismo che rende priva d’effetto qualsiasi legge!!

Nonostante la consolidata verità riguardo la tossicità dei pesticidi agricoli, tali prodotti non hanno conosciuto crisi e continuano a far ammalare migliaia di persone. C’è un fatto però di cui pochi sono al corrente e che aiuta a comprendere la reale utilità delle leggi che vietano l’utilizzo di questi veleni. Se in un paese vige una severa regolamentazione sui prodotti chimici usati in agricoltura, questa non tutela affatto i cittadini e li espone ugualmente al rischio di consumare cibo contaminato da sostanze nocive. Il motivo? Si chiama Circolo del Veleno…

Negli ultimi anni i paesi sviluppati hanno promosso l’utilizzo dei pesticidi nei paesi più poveri: il risultato è stata una vera e propria intossicazione delle popolazioni e dell’ambiente.

Dal 2013 l’Agenzia di Protezione Ambientale americana ha mostrato come, nonostante il divieto di impiegare alcuni pesticidi sul territorio nazionale, gli stessi siano prodotti per essere esportati in altri paesi.

Usati nelle piantagioni di caffè, di frutta o di tè, questi pesticidi sono destinati a far ritorno in America come residuo sui cibi importati. Tutto ciò avviene in maniera totalmente incontrollata in quanto le analisi della FDA vengono effettuate solo sul 2% degli alimenti di importazione.

“L’ambiente non conosce confini: l’inquinamento della Cina arriva negli Stati Uniti e le radiazioni di Chernobyl hanno addirittura invaso l’Islanda”

Afferma questo il giornalista e co-autore del documentario “Il Circolo del Veleno: Pesticidi e Persone in un mondo arrabbiato”, che denuncia l’ipocrisia della politica americana nei confronti dell’uso dei pesticidi in agricoltura. Se realmente tali prodotti sono pericolosi è ridicolo permetterne ed addirittura incoraggiarne la vendita all’estero: a maggior ragione se vengono poi acquistati alimenti in questi stessi paesi.

Ovviamente le leggi in vigore non sono state approvate senza cognizione di causa: sono anzi è una prova di quanto siano in realtà le lobby che direzionano le legislazioni che riguardano la coltivazione e la produzione di cibo.

Il documentario ci porta nella città di Kasaragod, in India: qui viene definito “un disastro” l’introduzione dei pesticidi nelle pratiche agricole.

Dell’India era stato detto che il sottosviluppo economico era riconducibile alla decisione di non usare pesticidi. Ora che il paese ha iniziato ad usarli questi sono i drammatici risultati: decenni di irrorazioni aeree di Endosulfan hanno causato, e continuano a farlo, centinaia di neonati deformati.

“Abbiamo fatto dei veleni una misura di progresso”, afferma Vandana Shiva, attivista ambientale, a capo delle manifestazioni contro il pesticida.

Ecco un fatto assurdo: nel 2010 gli Stati Uniti dichiararono illegale la sostanza sintetizzata più di 60 anni prima, consentendone solo la produzione destinata all’esportazione.

Di esempi ne possiamo fare ancora molti: Messico, Argentina e lo stesso stato americano della Louisiana, ma lo scenario si ripete in ogni caso. Popolazioni decimate dall’uso di pesticidi.

Sembra non esserci espressione più adeguata di “Circolo del Veleno”: al momento sono 6 le compagnie agrochimiche che controllano almeno il 75% del commercio dei pesticidi. Queste aziende esportano pesticidi, illegali negli Stati Uniti, nei paesi in cui il loro impiego è ancora permesso. I veleni servono a coltivare caffè, frutta e verdura che poi vengono importati nuovamente in America in cui sono messi in vendita alla popolazione. Il cerchio si chiude, e si capisce come le legislazioni promosse come a tutela delle persone, siano praticamente inutili.

ATTENZIONE – Stai mangiando OGM senza saperlo – Ecco la lista nera elaborata da Greenpeace degli alimenti di uso comunissimo che contengono OGM !!

OGM

 

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ATTENZIONE – Stai mangiando OGM senza saperlo – Ecco la lista nera elaborata da Greenpeace degli alimenti di uso comunissimo che contengono OGM !!

 

Greenpeace affonda il colpo sugli OGM e sulle aziende che ne fanno un utilizzo sistematico.

Per organismo geneticamente modificato (OGM) si intende un organismo, diverso da un essere umano, in cui il materiale genetico (DNA) è stato modificato in un modo non naturale.

Un Ogm, ovvero un organismo geneticamente modificato, è un organismo la cui materia genetica è stata alterata mediante tecniche di ingegneria genetica, altrimenti note come tecniche di Dna ricombinante. Con questo metodo si intende la combinazione in vitro di diverse molecole di Dna per creare un nuovo gene, che viene successivamente inserito in un organismo che può essere vivente o meno. Erroneamente si suole indicare tutti gli organismi Ogm come transgenici, in realtà si parla di transgenesi solo quando si inseriscono geni esogeni in un altro organismo, ovvero un ente strutturato riceve dei geni non suoi; mentre si parla di organismi cisgenici quando si ricombinano geni dello stesso organismo. In entrambi i casi si tratta sempre di Ogm.

Per ciò che riguarda il mercato,già nel 2000 Greenpeace Russia affermava: “di trenta prodotti che sono stati scelti per l’analisi il 30% contiene OGM. Diversi sondaggi hanno mostrato che i consumatori russi preferiscono i prodotti alimentari esenti da OGM o loro derivati. Nonostante questo, sono state adottate misure in Russia per informare i clienti circa gli OGM nei prodotti. L’atto normativo russo sulla marcatura (approvato con solo il capo ispettore sanitario) ordina di segnalare solo i prodotti che contengono più del 5% di ingredienti geneticamente modificate, mentre nell’Unione europea a norma di legge i prodotti devono essere contrassegnate se hanno più di 0,9% di OGM”

“In molti paesi dell’UE e degli USA listati di aziende che utilizzano i prodotti transgenici sono pubblicati regolarmente. Nel 2000, nella lista nera americana apparve aziende come Hersey di, Mars, Coca-Cola, Pepsi-Co, Nestle, Knorr, Lipton, Parmalat “

Ecco ad oggi, dopo 13 anni, la situazione si è evoluta e Greenpeace.org pubblica un nuovo studio affermando che le indagini non possono uniformare i mercati, ma che segnalano la tendenza della produzione di catene e aziende. Prima della lista alcune raccomandazioni:

1. Leggere le etichette. Il produttore deve indicare che la produzione di componenti OGM che è stata aggiunta (ma, in verità, non tutti lo fanno).
2. Evitare i fast food. Ci sono alimenti OGM più comunemente utilizzati.
3. Evitare il pane imbustato o a lunga conservazione
4. Quasi tutte le salsicce, la carne in scatola e salumi vengono prodotti con l’aggiunta di componenti geneticamente modificati. Di solito i prodotti senza componenti geneticamente modificate non possono essere così a buon mercato.

Possiamo quindi stilare una lista di operatori del mercato alimentare, che sono soliti utilizzare OGM per la realizzazione dei loro prodotti:

 

Società di produzione Kellog “s

  • Corn Flakes (cereali)
  • Frosted Flakes (cereali)
  • Rice Krispies (cereali)
  • Corn Pops (fiocchi)
  • Schiaffi (fiocchi)
  • Froot Loops (anelli di cereali colorati)
  • Di Apple Jacks (cereali-ring con il gusto di mela)
  • All-Bran Apple Cinnamon / Blueberry (crusca sapore di mela, cannella, mirtillo)
  • Gocce di cioccolato (gocce di cioccolato)
  • Pop Tarts (sfoglia ripiena di tutti i gusti)
  • Nutri-grain (brindisi pieno di tutti i tipi)
  • Crispix (biscotti)
  • Smart Start (fiocchi)
  • All-Bran (Flakes)
  • Just Right Fruit & Nut (fiocchi)
  • Miele Crunch Corn Flakes (cereali)
  • Raisin Bran Crunch (cereali)
  • Cracklin “crusca di avena (fiocchi)

Società Hershey‘s

  • Toblerone (cioccolata, tutti i tipi)
  • Mini Baci (cioccolatini)
  • Kit-Kat (barretta di cioccolato)
  • Baci (cioccolatini)
  • Chips di cottura semi-dolci (biscotti)
  • Chocolate Chips di latte (biscotti)
  • Reese “s Peanut Butter Cups (burro di arachidi)
  • Scuro speciale (cioccolato fondente)
  • Cioccolato al latte (cioccolato al latte)
  • Sciroppo di cioccolato (sciroppo di cioccolato)
  • Dark Chocolate Syrup speciale (sciroppo di cioccolato)
  • Strawberry Syrop (sciroppo di fragola)

Mars

  • M & M “s
  • Snickers
  • Via Lattea
  • Twix
  • Nestle
  • Crunch (fiocchi di riso al cioccolato)
  • Cioccolato al latte Nestle (cioccolato)
  • Nesquik (bevanda al cioccolato)
  • Cadbury (Cadbury / Hershey “s)
  • Fruit & Nut

Heinz

  • Ketchup (regolare e senza sale) (ketchup)
  • Chili Sauce (salsa di peperoncino rosso)
  • Heinz 57 Steak Sauce (con sugo di carne)

Hellman’s

  • Reale Maionese (maionese)
  • Maionese Light (maionese)
  • Maionese Low-Fat (maionese)

Società Coca-Cola

  • Coca-Cola
  • Sprite
  • Cherry Coca
  • Minute Maid Arancione
  • Minute Maid Uva

Società PepsiCo

  • Pepsi
  • Pepsi Cherry
  • Mountain Dew

Società Frito-Lay / PepsiCo (componenti OGM possono essere presenti nel petrolio e altri ingredienti)

  • Potato Chips (tutti)
  • Cheetos (tutti)

Società Cadbury / Schweppes

  • 7-Up
  • Dr. Pepe

Pringles (Procter & Gamble)

  • Pringles (patatine fritte con sapori originali, Magro, Pizza-licious, Sour Cream & Onion, Salt & Vinegar, Cheezeums)

(lista emanata da Greenpeace.org)

Tornando a noi, con l’introduzione di Ogm e avvelenando pasta e pane dal 2004 ad oggi la vita media sana è crollata in Italia di almeno 10 anni (fonte Eurostat ufficiale) proprio, guarda caso, dall’anno in cui entrarono gli OGM negli alimenti.

Tra l’altro, nel 2012 la Corte di Giustizia ha condannato l’Italia per avere vietato la coltivazione di mais Mon810 alla multinazionale statunitense Pioneer Hi Bred che, nel 2008, aveva fatto causa al Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali per non avere permesso alla sua filiale italiana di coltivare il cereale sviluppato da Monsanto. Secondo la Corte, se la coltivazione di una pianta geneticamente modificata è già stata autorizzata dall’Unione, non c’è sovranità nazionale che tenga, e ogni Stato membro si deve adeguare. Cosa che l’Italia, in effetti, non ha mai fatto, preferendo prendere tempo ed evitando di agire. La vittoria dei produttori di Ogm, dunque, può essere vista come una conseguenza delle lacune normative italiane, e dell’assenza di leggi regionali che regolino la coesistenza di varietà tradizionali e geneticamente modificate. E’ una lotta impari per la potenza di queste multinazionali e per la perversità dei loro prodotti sul mercato, unita alla disinformazione dei mass media. Cerchiamo tutti di dare un piccolo contributo per un nuovo consumo etico e consapevole.

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fonte: Curiositi2015