Lo scandalo dell’agricoltura biologica siciliana: “Uccisa nella culla”

 

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Lo scandalo dell’agricoltura biologica siciliana: “Uccisa nella culla”

5300 aziende ancora aspettano i pagamenti del 2015. Gli agricoltori annunciano una diffida nei confronti della Regione e proteste eclatanti. “Se è vero che la colpa è dell’AGEA, l’assessore all’agricoltura, Antonello Cracolici, si sarebbe dovuto incatenare davanti ai suoi uffici per pretendere il dovuto. La verità è che ai nostri politici il biologico interessa solo per fare propaganda…”

Sono allo stremo. Finanziariamente e psicologicamente. Finanziariamente perché aspettano dal 2015 le compensazioni previste dal bando del Piano di Sviluppo Rurale (PSR) sull’agricoltura biologica. Che, in quanto tali, dovrebbero arrivare entro l’anno in cui si registrano l’impegno e le perdite per l’abbandono dell’agricoltura convenzionale. Psicologicamente perché si sentono presi per i fondelli da una politica che usa l’agricoltura biologica come propaganda, ma che lascia morire ‘dissanguati’ quegli agricoltori che ci credono.

Questa è la storia delle 5300 aziende agricole siciliane che ancora aspettano i pagamenti del bando 2015 sui contributi destinati all’agricoltura biologica. Parliamo del PSR 2014-2020.  Per 1800 di loro è già arrivata qualcosa, ma si tratta di pagamenti parziali che non coprono minimamente le spese sostenute. Tra l’altro, non si capisce neanche quali criteri siano stati utilizzati per selezionare le aziende e gli importi. E se la colpa sia della Regione siciliana o dell’AGEA, l’ente pagatore, che ha sede a Roma. Cosa che accresce la rabbia degli agricoltori che devono assistere al teatrino dello scaricabarile, ma che sono sul piede di guerra. Così si stanno coordinando per inviare una diffida alla Regione e per chiedere i danni.

Sono pronti anche a manifestazioni plateali: “Il governo regionale si fa bello parlando di agricoltura biologica, ma la verità è che la stanno uccidendo in culla”, dice a I Nuovi Vespri uno di questi imprenditori agricoli. E aggiunge: “Se è vero che la colpa è dell’AGEA, l’assessore all’agricoltura, Antonello Cracolici, si sarebbe dovuto incatenare davanti ai suoi uffici per pretendere il dovuto, invece dice che è tutto a posto. Siamo alla frutta e speriamo che i giovani non caschino nel tranello di questi politicanti che li invitano a darsi all’agricoltura, perché andrebbero incontro solo alla rovina. Evidentemente non hanno alcun interesse reale a fare crescere l’agricoltura biologica, né a garantire ai consumatori prodotti a chilometro zero”.

E, in effetti, a giudicare da quello che fanno contro i prodotti contraffatti  o contro le navi che continuano a scaricare in Sicilia grano avvelenato, cioè nulla, le cose sembrano stare davvero così.

Che dire dell’AGEA? Da sempre sosteniamo che anche lì di tutti si fanno gli interessi tranne che degli agricoltori. Qualche mese una dura presa di posizione della presidente del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani:

“Il ritardo di AGEA nei pagamenti dei fondi che spettano ai nostri agricoltori regionali fin dal 2015 è inaccettabile”.

“L’attività di AGEA non risponde più ai bisogni dei nostri cittadini e in particolare dei nostri agricoltori”.  E ancora: “I nostri agricoltori stanno abbandonando l’interesse verso le misure di sviluppo rurale nelle quali la Regione ha investito tanto e che servono tremendamente alla nostra economia e alle nostre politiche agricole”.

Dalla Sicilia il solito, scandaloso silenzio dei nostri politicanti mercenari, o ascari chiamateli come volete, la sostanza non cambia. Se ne fregano e non disturbano il potere romano anche se in ballo c’è un settore che per la nostra Isola dovrebbe essere fondamentale. 

Sull’AGEA nel 2014 aveva aperto un fascicolo la Procura di Roma. Che aveva acceso i fari sulla SIN spa partecipata per il 51 per cento da AGEA (società del ministero dell’Agricoltura) e per il 49 per cento da un raggruppamento temporaneo di imprese. Che dal 2007 gestisce il sistema dei pagamenti agli agricoltori per conto del Ministero: il SIAN (Sistema Informativo Agricolo Nazionale).

“Dal 2010 ad oggi sono stati prodotti almeno dieci dossier, tra relazioni di collaudo, audit interni, perizie legali che dimostrano come il SIAN sia un costosissimo colabrodo, un sistema che ha drenato fino ad oggi dalle ‘casse’ dello Stato la bellezza di 780 milioni di euro” scriveva Repubblica in questo articolo.

Altro che sostegno all’agricoltura…

 

 

ndr

La Regione siciliana aveva una propria Agenzia regionale per il pagamento degli interventi in agricoltura. Su input del solito Governo regionale di Rosario Crocetta, grosso modo ad inizio di questa legislatura – complice una strana campagna mediatica – è stato deciso che questa agenzia regionale era ‘inutile’.

Insomma, bisognava eliminare gli ‘sprechi’. E, guarda caso, hanno eliminato l’Agenzia regionale che erogava finanziamenti e contributi agli agricoltori siciliani a valere sui fondi europei.

Così gli agricoltori siciliani, che avevano una linea amministrativa diretta per percepire i fondi del Piano di Sviluppo Rurale, sono finiti in coda alle altre Regioni italiane.

L’eliminazione dell’agenzia regionale siciliana per i pagamenti agli agricoltori ha dato modo al governo nazionale – allora alla presidenza del Consiglio c’era Matteo Renzi – di trattenere per un certo tempo (scopriamo ora per due anni!) i fondi che dovrebbero essere corrisposti agri agricoltori siciliani.

In pratica – questa è l’amara verità – lo Stato lucra due anni di interessi sui fondi europei destinati agli agricoltori siciliani. E questo grazie ai deputati regionali della Sicilia che hanno voluto e votato questo provvedimento ascaro. 

Chi debbono ‘ringraziare’ gli agricoltori siciliani di questo ‘regalo’?

In primo luogo, il presidente della Regione, Rosario Crocetta, e l’assessore regionale all’Agricoltura del tempo (non ricordiamo il nome: speriamo lo farà qualche nostro lettore).

Ma debbono ringraziare anche i deputati dell’Assemblea regionale siciliana che hanno votato in favore della soppressione dell’Agenzia regionale che erogava agli agricoltori siciliani i fondi europei.  

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/08/08/lo-scandalo-dellagricoltura-biologica-siciliana-uccisa-nella-culla/

L’Italia sta per finanziare i nuovi Ogm, ma i Tg MUTI…!!!

 

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L’Italia sta per finanziare i nuovi Ogm, ma i Tg MUTI…!!!

 

L’Italia sta per finanziare i nuovi Ogm ma nessuno ne parla

Tra due giorni la Commissione Agricoltura della Camera si esprimerà su un decreto che stanzia milioni. Ma la Corte di Giustizia dell’UE potrebbe dichiararli illegali a settembre

L’Unione Europea non ha ancora deciso se le nuove tecniche di manipolazione geneticaproducano colture Ogm a tutti gli effetti, oppure se legalmente queste possano aggirare la direttiva comunitaria che disciplina i prodotti transgenici e quindi entrare nei campi di tutta Europa. Per conoscere il destino di questi nuovi OGM, ottenuti con metodi sviluppati dopo l’entrata in vigore della direttiva, bisognerà aspettare una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, investita dal Consiglio di Stato francese del ruolo di fare chiarezza. Il giudizio sulla natura di questi nuovi organismi è atteso nei prossimi mesi, eppure l’Italia si sta muovendo per approvare un decreto  del Ministero dell’Agricoltura che stanzia 21 milioni di euro per ricerche in questo campo. La commissione Agricoltura della Camera dei Deputati dovrà dare un parere, entro venerdì, sul piano di finanziamento straordinario sulle “Biotecnologie sostenibili per l’agricoltura italiana” presentato dal Ministero su input del CREA (Consiglio di ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), senza sapere se sta spendendo denaro nella promozione di OGM illegali.

Secondo l’Associazione Rurale Italiana (ARI), il decreto «contiene di fatto una serie di decisioni politiche destinate ad avere un forte impatto normativo, poiché stabilisce che i prodotti che risultano dall’applicazione delle cosiddette nuove tecniche di creazione varietale (NBT), in particolare da cisgenesi e genome editing, non siano considerati OGM».

Gli obiettivi del progetto stilato dal CREA si basano su un parere favorevole dell’EFSA (l’Agenzia UE per la sicurezza alimentare) e puntano a «costituire nuovi genotipi più resistenti agli stress abiotici, alle malattie e ai parassiti, dotati di nuovi caratteri di qualità nutrizionali e tecnologiche e più idonei alle nuove esigenze di coltivazione».

Il 3 luglio scorso, tuttavia, il commissario europeo Vytenis Andriuakitis, convocato al Parlamento UE per rispondere ad una interrogazione, ha ammesso che «malgrado anni di dibattiti e lavori di esperti, nessuna decisione è stata ancora presa relativamente al quadro giuridico applicabile alle “nuove tecniche di selezione” nell’Unione Europea. Non esiste nessuna misura specifica di valutazione, di biosicurezza, di tracciabilità o di etichettatura ai prodotti ottenuti con questi procedimenti».

Nonostante questo vuoto normativo l’Italia sembra già sicura del fatto che i cosiddetti nuovi OGM non rientreranno nel perimetro della direttiva europea, al punto da impegnare decine di milioni di euro nel loro sviluppo. Del resto, lo stesso Ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, ha dichiarato che «se l’Europa deciderà, come spero, che cisgenesi e genome editing sono distinguibili dalle vecchie tecnologie OGM su basi scientifiche, dobbiamo prepararci ad affrontare questa nuova frontiera».

La battaglia, anche se si svolge in punta di diritto, è di natura profondamente politica. Si scontrano due modelli agricoli differenti, uno fondato sull’agroecologia e la riconversione ecologica mediante tecniche naturali, l’altro figlio di un approccio tecnologico e industriale.

Le nuove tecniche (New Breeding Techniques – NBT) tentano di dare slancio a quest’ultimo, consentendogli di sfuggire alla regolamentazione grazie ad una caratteristica specifica: nessun DNA estraneo finisce nelle piante create in laboratorio, perché i ricercatori sono riusciti a sopprimere i geni presenti nel genoma dei vegetali senza ricorrere ad un vettore batterico. Così, chi li sostiene afferma che non si tratti di OGM, mentre chi si oppone ritiene che sia solo un altro escamotage per far rientrare dalla finestra le colture transgeniche in un continente che finora è riuscito a vietarle quasi completamente.

 

fonte: http://www.globalist.it/economy/articolo/2009163/l039italia-sta-per-finanziare-i-nuovi-ogm-ma-nessuno-ne-parla.html

Vergognoso – Da Regione e UE soldi agli agricoltori siciliani per non coltivare il nostro grano. E così il grano al glifosato canadese avrà via libera!!

 

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Vergognoso – Da Regione e UE soldi agli agricoltori siciliani per non coltivare il nostro grano. E così il grano al glifosato canadese avrà via libera!!

 

Regione e UE: soldi agli agricoltori siciliani per non coltivare il grano. E così arriva il grano canadese!

Ecco cosa fa la Regione siciliana: distribuisce ricchi premi agli agricoltori della nostra Isola che non coltiveranno il grano duro per sette anni! Meno grano duro prodotto in Sicilia, più giustificazioni per il grano duro che arriva con le navi. Così la Regione siciliana si genuflette agli interessi delle multinazionali, dell’Unione Europea e del Canada. Il tutto a scapito dei consumatori che mangeranno sempre più grano ‘estero’ con annessi e connessi

Che l’ha detto che la Regione siciliana non fa nulla per i produttori di grano duro della nostra Isola? Fa, invece. E sapete cosa fa, guarda caso a partire da quest’anno, proprio mentre infuria in tutto il mondo la polemica sul grano duro canadese pieno di glifosato e micotossine DON? Regala un po’ di soldi ad ogni agricoltore siciliano che decide di non coltivare più grano duro per sette anni! Sì, avete letto bene: tu, agricoltore di Sicilia, ti stai buono per sette anni tenendo i terreni a pascolo e io, Regione, ti regalo 360-370 euro ad ettaro. I soldi li tira fuori l’Unione Europea.

Il discorso non fa una grinza. Il Parlamento Europeo approva il CETA, il trattato commerciale internazionale tra Unione Europea e Canada che prevede, tra le altre cose, che l’Europa acquisti il grano duro che il Canada produce nelle aree fredde e umide. Sono 4 milioni di tonnellate di grano duro canadese all’anno (come potete leggere in questo articolo che abbiamo scritto lo scorso dicembre) ‘ricco’ di glifosato e micotossine DON.

Ovviamente ci sono tante lamentele. Mezzo mondo, ormai, sa di che pasta è fatto (è proprio il caso di dirlo!) il grano duro canadese coltivato nelle aree umide. I consumatori hanno cominciato a riflettere sulla pasta industriale che arriva sulle loro tavole. E i produttori di grano duro del Mezzogiorno d’Italia, massacrati dalla concorrenza sleale dei canadesi, sono in rivolta. Un’associazione di produttori di grano del Sud e di consumatori – GranoSalus – ha fatto effettuare le analisi su otto marche di pasta italiane (qui i risultati delle analisi).

Gli industriali dicono che debbono ricorrere al grano duro estero (nessuno nomina più il grano duro canadese, chissà perché…) perché il grano duro prodotto nel Sud Italia non basta. Per certi versi hanno ragione, se è vero che, negli ultimi anni, 600 mila ettari di seminativi del Sud Italia sono stati abbandonati. Tutto grano duro che non si coltiva più, rimpiazzato dal grano duro “estero” (che nella stragrande maggioranza dei casi è canadese o ucraino) che arriva con le ‘famigerate’ navi.

In questo momento è in corso una battaglia durissima. I produttori di grano duro del Sud si sono ribellati. Sono soprattutto i granicoltori della Puglia e della Sicilia a combattere, visto che in queste due Regioni si coltiva quasi il 70% del grano duro italiano.

La battaglia è durissima e impari. Le multinazionali, attraverso il mercato di Chicago (il più importante del mondo per i cereali), fanno crollare il prezzo del grano duro del Sud Italia. L’estate dello scorso anno il prezzo del grano duro del Mezzogiorno d’Italia è precipitato a 14-15 euro al quintale, a fronte di costi di produzione di 21-22 euro al quintale. Presi per la gola, lo scorso anno molti agricoltori pugliesi e siciliani si sono rifiutati di vendere il proprio grano duro e l’hanno stoccato.

Quest’anno, stessa musica: grano duro di alta qualità, quello prodotto nel Sud Italia, ma prezzo basso: 21 euro al quintale. Strozzati per il secondo anno consecutivo.

Il tutto mentre in questo momento il grano duro canadese – quello ‘ricco’ di sostanze che fanno bene alla salute! – viene pagato a 27 euro al quintale.

I lettori giustamente diranno: ma come, il grano duro del Sud Italia – per lo più pugliese e siciliano – maturato al sole, privo di glifosato e di micotossine DON si vende a 21 euro e il grano duro canadese con i contaminanti si vende a 27 euro al quintale? Ma come funziona ‘sto mercato?

Funziona in ragione degli interessi delle multinazionali. Le multinazionali hanno deciso che la pasta industriale si deve produrre con il grano ‘estero’: e così deve essere! Quindi ‘botte’ in testa – cioè prezzi bassi – per gli agricoltori del Sud Italia e, in generale, per chi si oppone allo strapotere delle multinazionali.

Cosa fanno Unione Europea e Regione siciliana nel pieno di questo scontro? ‘Premiano’ gli agricoltori siciliani che si adeguano ai voleri delle multinazionali.

Tutti noi, l’estate dello scorso anno, ci siamo chiesti: perché una ‘stretta’ così forte? Perché far precipitare il prezzo del grano duro a 14-15 euro al quintale? Perché un prezzo così stracciato?

La spiegazione arriverà a febbraio di quest’anno. Dopo l’annata orribile dello scorso anno tanti produttori di grano duro della Sicilia si sono detti:

“Ragazzi, ragioniamo un attimo: lavorazione del terreno, semina, interventi per eliminare le malerbe, patema d’animo (perché in agricoltura un’ondata di maltempo ti dimezza il raccolto), trebbiatura e poi dobbiamo pure perdere nella vendita del nostro grano? E se non lo vendiamo – perché a 15 euro al quintale non lo vendiamo – ci dobbiamo sobbarcare pure i costi dello stoccaggio?”.

E’ a questo punto – siamo nel febbraio di quest’anno – che in ‘soccorso’ degli agricoltori siciliani arrivano le tre “C” della Regione siciliana: Crocetta, Cracolici & Cimò.

Il primo – Rosario Crocetta – è il presidente della Regione.

Il secondo – Antonello Cracolici – è l’assessore regionale all’Agricoltura.

Il terzo – Gaetano Cimò – è il dirigente generale del dipartimento Agricoltura della Regione.

Cosa si inventa il Governo regionale? Un decreto a valere sul PSR, Piano di Sviluppo Rurale, fondi europei per l’agricoltura. Misura 10. Anzi, per essere precisi, Misura 10.1.C.

Voi agricoltori – questo prevede tale Misura – vi impegnate a non coltivare i seminativi per sette anni. Per sette anni i vostri terreni debbo diventare pascolo permanente. E noi vi diamo un premio in base alla localizzazione. Ovvero:

288 euro ad ettaro se il vostro terreno si trova in montagna;

365 euro per ettaro se il vostro terreno si trova in collina;

370 euro per ettaro se il vostro terreno si trova in pianura.

Il grano duro è una coltura tipicamente collinare che va bene anche in pianura: e infatti la maggiore remunerazione si ha per la collina e per la pianura.

Se a questi 360-370 euro all’anno, per ettaro, si somma il contributo AGEA – che varia da 230 a 290 euro per ettaro all’anno, a seconda se il fondo non viene o viene coltivato (se si coltiva si arriva a 290 euro), si arriva a un reddito di oltre 600 euro per ettaro.

Pensate: 600 euro all’anno per ogni ettaro di seminativo per restare in casa: non male no?

Il problema è che, tra sette anni, tra multinazionali e CETA, chissà che cosa torneranno a coltivare gli agricoltori che hanno accettato…

Intanto le navi che scaricano il grano duro ‘estero’ avranno un’altra motivazione: se anche la Sicilia coltiva meno grano duro a maggior ragione noi lo dobbiamo importare! E chi lo smonta, adesso?

Il danno prodotto da questa Misura del PSR non riguarda solo l’agricoltura siciliana e il grano duro in particolare. Riguarda i consumatori di pasta: italiani e del resto del mondo. Perché la pasta industriale si mangia in tutto il mondo.

Perché se il grano duro ‘cattivo’ scaccia quello buono la pasta industriale, vuoi o non vuoi, verrà prodotta con il grano duro ‘estero’.

Grande la Regione siciliana, no? Invece di sostenere la produzione di grano duro della nostra terra sostiene gli interessi delle multinazionali in combutta con l’Unione Europea!

Riassumiamo.

Le multinazionali devono fare affari in Canada.

I canadesi dicono: “Sì, ma in cambio ci dovete fare vendere i nostri 4 milioni di tonnellate di grano duro che coltiviamo nelle aree fredde e umide”.

Le multinazionali impongono all’Unione Europea il CETA, che prevede, tra le altre cose, che l’Unione acquisti il grano duro canadese. Morale: pasta, pane, biscotti, pizze, dolci, merendine e via continuando si faranno anche con questo grano ‘estero’.

Ci penserà la pubblicità martellante a farci ‘digerire’ il glofosato e le micotossine DON.

Il Parlamento Europeo approva il CETA e dice ai 27 Paesi che fanno parte della stessa Unione: approvate il CETA.

Milioni di consumatori, in tutta Europa, protestano contro il CETA e contro i veleni in agricoltura.

E mentre è in corso ‘sta battaglia che fa la Regione siciliana? D’accordo con l’Unione Europea toglie di mezzo una parte del grano duro siciliano per fare posto a quello ‘estero’.

Intanto la parola passa al Senato presieduto da Piero Grasso, che ‘deve’ approvare il CETA. E via…

P.S.

Qualcuno obietterà che la Misura 10.1.C del PSR non vale solo per il grano duro, ma anche per altre colture annuali. A questi ‘scienziati’ dovete rispondere che il grano duro si coltiva in rotazione: proprio con quelle colture che, insieme con il grano, non vanno coltivate per sette anni. 

Questa Misura è stata pensata contro il grano duro siciliano. Il resto sono chiacchiere. 

 

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/07/29/regione-e-ue-soldi-agli-agricoltori-siciliani-per-non-coltivare-il-grano-e-cosi-arriva-il-grano-canadese/

La Confederazione italiana agricoltori: “Il nostro grano di qualità non si vende, il prezzo imposto dal mercato è inaccettabile. Così uccidono il mercato e minano la salute”…!!!

 

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La Confederazione italiana agricoltori: “Il nostro grano di qualità non si vende, il prezzo imposto dal mercato è inaccettabile. Così uccidono il mercato e minano la salute”…!!!

ROMA – “Il nostro grano di qualità non si vende, il prezzo proposto dalla domanda del mercato è inaccettabile. Questo anche perché siamo sommersi da grani esteri, tutt’altro che sicuri dal punto di vista salutistico, che falsano il mercato, non rispettando i veti previsti dall’Italia nella fase dei processi produttivi, come ad esempio l’uso del glifosate. Proporzioni e conti alla mano si traduce che circa il 15% della pasta venduta come ‘Made in Italy’, ovvero, un pacco di pasta su tre, potrebbe contenere tracce di un diserbante. Garanzie che questo non avvenga: nessuna fino alla prova contraria. Infatti su l’uso di alcune sostanze chimiche non c’è uniformità legislativa, al livello mondiale, ne certezze sui danni che queste possano recare alla salute dei consumatori.

Solo dal Canada importiamo ben 1,2 milioni di tonnellate di grano duro. Allora chiediamo che si faccia chiarezza sulla situazione, è assurdo, in questo caso, non venga applicato il principio di precauzione sugli alimenti che entrano nella filiera della trasformazione nel nostro Paese. Il grano italiano sta morendo, per mano di chi mette i nostri produttori in una condizione di debolezza contrattuale. Da una parte si chiede ai nostri agricoltori di coltivare rispettando i massimi livelli qualitativi e sanitari per il prodotto, dall’altra si permette l’ingresso di enormi derrate di dubbio ‘pedigree’ che mandano in tilt il mercato. Per questo non abbiamo altra strada da percorrere che la protesta ad oltranza, finché produttori e consumatori non vengano adeguatamente tutelati”.

Dino Scanavino, presidente della Cia – Agricoltori italiani.

25 OTTOBRE 2016

Xylella, dal M5S l’accusa contro l’Europa: “schiaffo agli agricoltori pugliesi – rimandano il reimpianto delle varietà resistenti alla Xylella”

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Xylella, dal M5S l’accusa contro l’Europa: “schiaffo agli agricoltori pugliesi – rimandano il reimpianto delle varietà resistenti alla Xylella”

Xylella, M5S: «Dall’Europa nulla di fatto sui reimpianti»

TARANTO – «Nulla di fatto sui rimpianti, mentre l’iter della procedura d’infrazione, beffa che si aggiunge al danno, va avanti. E’ un doppio schiaffo agli agricoltori pugliesi quello che è arrivato oggi dal Comitato permanente per le piante dell’Ue, che avrebbe dovuto decidere sul reimpianto delle due varietà che si presume siano resistenti alla Xylella, il leccino e la favolosa». Lo dichiara la capo delegazione del Movimento 5 Stelle, Rosa D’Amato, in merito alla riunione del Paff, il Comitato permanente per le piante dell’Ue.

«A causa dell’opposizione di alcuni Stati membri – aggiunge l’eurodeputata tarantina – la decisione è stata rinviata. Siamo a ridosso dell’estate ormai. Il clima di incertezza che si è creato è inaccettabile e in questo clima si sta favorendo da mesi una speculazione ai danni dei coltivatori, con un aumento repentino dei prezzi delle piante in causa. La Commissione europea e il governo italiano non stanno facendo nulla per evitare questa situazione. Anzi, Bruxelles prosegue con le sue minacce tra procedura d’infrazione, stop ai contributi e pressioni sugli abbattimenti. E’ ora di dire basta». Al clima “di incertezza e alle speculazioni connesse – conclude D’Amato – contribuisce anche chi diffonde false notizie, come l’autorizzazione imminente al reimpianto della favolosa, che si è rivelata falsa finora e che ha solo fatto triplicare i prezzi di questa pianta».

fonte: http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/home/902566/xylella-m5s-dall-europa-nulla-di-fatto-sui-reimpianti.html

L’Agricoltura che uccide: pesticidi e cancro al fegato

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L’Agricoltura che uccide: pesticidi e cancro al fegato

Un nuovo rapporto della American Cancer Society ha rilasciato una rivelazione allarmante: i tassi di decesso per cancro al fegato sono raddoppiati  negli Usa ( e anche in Europa) a partire dalla metà degli anni ’80.

La relazione, che appare nella rivista CA: A Cancer Journal for personale medico s, offre diversi motivi possibili per questo sorprendente aumento, tra gli alti tassi di infezione da epatite C, un aumento dei tassi di obesità, un più alto consumo di alcol, e la mancanza di accesso alle l’assistenza sanitaria in alcuni dati demografici.

Quello che il rapporto non prende in esame, tuttavia, è il nesso comprovato tra pesticidi e cancro al fegato.
È importante riconoscere non solo alcuni, ma tutti i fattori di rischio per lemalattie del fegato, perché uccide oltre29.000 persone ogni anno.

La malattia del fegato è riconosciuto come la quinta causa di morte di cancro negli uomini, e l’ottavo nelle donne negli Stati Uniti. Guardato globalmente, tuttavia, il cancro del fegato è secondo solo al cancro polmonare in termini di decessi totali per cancro.

Una recente meta-analisi di 16 studi diversi, che comprendeva oltre 480.000 partecipanti provenienti da Asia, Europa e Stati Uniti, ha esaminato il legame tra esposizione ai pesticidi  e lo sviluppo di una delle forme più comuni di cancro al fegato, il carcinoma epatocellulare.

Lo studio ha determinato che l’esposizione ai pesticidi è collegata a un aumento del 71% del rischio di cancro al fegato.

Hamdi Abdi, un ricercatore del cancro presso il National Cancer Institute, e l’autore principale dello studio, ha osservato che mentre gli altri tipi di cancro al fegatocausati da infezioni da epatite C o abuso di alcol sono ben documentati, non si hanno abbastanza notizie per riconoscere il ruolo che i pesticidi svolgono nello sviluppo di questo tipo di cancro.

La natura degli studi inclusi nella meta-analisi ha reso difficile determinare esattamente quali pesticidi sono stati responsabili per l’aumento del rischio e a quali livelli, e sono necessari ulteriori studi.

Nel frattempo, tuttavia, studi come questo mettono in evidenza un altro motivo per cui dovremmo fare la transizione dalla frutta e verdura coltivati in modo convenzionale a opzioni senza pesticidi e di provenienza locale, biologici.

Naturalmente, gli alimenti biologici offrono molto di più di una semplice protezione dal cancro al fegato. Infatti, l’uso di pesticidi è stato collegato allo sviluppo di almeno nove malattie croniche :

La malattia di Alzheimer: studi hanno trovato che le persone esposte ai pesticidi hanno un aumentato il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer e la demenza, e sono anche soggetti a problemi di capacità motorie, problemi comportamentali e disturbi cognitivi.

Altri tipi di tumore:
Oltre al cancro del fegato, l’uso di pesticidi è stato anche legato allo sviluppo di tumori ossei, del cervello, del pancreas, della vescica e della prostata, nonché alla leucemia.
Difetti di nascita: Come l’uso di pesticidi agricoli aumenta, allo stesso modo aumentano i tassi di difetti alla nascita, in particolare nelle comunità agricole rurali, vedi Cosa succede in Argentina per i pesticidi.

Alterazioni del sistema endocrino: Proprio come plastica e detergenti per la casa, i pesticidi disturbano l’equilibrio ormonale, che causa la malattia, problemi riproduttivi e problemi di sviluppo.
Problemi di fertilità: L’esposizione ai pesticidi ha dimostrato di influenzare la fertilità di uomini e donne.

Asma: i tassi di asma sono in aumento in tutto il paese, e gli studi hanno trovato un chiaro legame tra questa condizione e l’esposizione di pesticidi. Un Agricultural Health Study ha coinvolto più di 25.000 donne a contatto con i campi per lavoro, ha confermato un legame tra sette insetticidi e asma atopica.
Diabete: L’esposizione ai pesticidi organofosfati sprona l’obesità e può portare al diabete.

Morbo di Parkinson: Il legame tra il morbo di Parkinson e l’uso di pesticidi è chiaramente definito, con uno studio che ha constatato che l’uso frequente di pesticidi domestici aumenta le probabilità di sviluppare questa malattia del 45 per cento. L’uso di organofosfati è ancora più pericoloso, ed aumenta il rischio di Parkinson di un enorme 71 per cento.

Disturbi dello sviluppo neurologico: Dal momento che il cervello e gli organi dei bambini si stanno ancora sviluppando sono particolarmente sensibili agli effetti dei pesticidi. I bambini che vivono in aree in cui l’irrorazione aerea per gli insetti è di routine hanno il 25 per cento in più di probabilità di sviluppare disturbi dello sviluppo neurologico come l’autismo.

Fonte: http://www.ninconanco.info/cibo-diventa-sempre-piu-tossico-causa-pesticidi-aumentano-casi-cancro-al-fegato/

In CANADA permessi 100 agenti CHIMICI assolutamente vietati in EUROPA, ma i nostri politici se ne fregano altamente e dicono sì al CETA… ovviamente sulla nostra pelle!

 

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In CANADA permessi 100 agenti CHIMICI assolutamente vietati in EUROPA, ma i nostri politici se ne fregano altamente e dicono sì al CETA… ovviamente sulla nostra pelle!

“In CANADA permessi 100 agenti CHIMICI vietati in EUROPA”: ma i senatori italiani dicono sì al CETA

Non basta l’impegno di attivisti e cittadini che oggi in piazza si sono radunati per gridare “Stop CETA”. La Commissione Affari Esteri ha infatti confermato il sì all’accordo con il Canada. Un accordo che, secondo Greenpeace, è un “vergognoso autogol”.

L’ong annuncia che continuerà la lotta. Nuovo appuntamento in piazza per il 5 luglio prossimo.

Stop CETA: il sit-in a Montecitorio

In vista del voto della Commissione Affari Esteri di oggi, i comitati “Stop CETA e TTIP” hanno messo in atto una serie di iniziative di protesta.

Il movimento era riuscito a far slittare la prima votazione della Commissione, che era prevista per il 23 giugno scorso, a oggi. Dopo questo primo successo, cittadini e attivisti si erano impegnati a scrivere a senatori e senatrici, nonché al Presidente della Repubblica Mattarella, per invitarli a sospendere l’approvazione del trattato.

Questa mattina, una nutrita manifestazione ha preso luogo a partire dalle ore 10 in piazza al Pantheon di Roma. In aggiunta, è stata indetta anche una manifestazione nella piazza ‘virtuale’. Gli attivisti e i cittadini sono stati infatti invitati a una “tweetstorm“, una tempesta di tweet con cui inondare il social dei cinguettii con le proprie manifestazioni di dissenso sul CETA. L’idea era quella di taggare i senatori impegnati nella votazione di oggi, per sensibilizzarli con messaggi e grafiche.

Ma a nulla è valsa la mobilitazione popolare.

L’approvazione della Commissione

Malgrado le proteste, la Commissione Affari Esteri del Senato ha approvato a larga maggioranza il proprio sì al CETA. Tecnicamente, l’organismo ha dato mandato al relatore di riferire favorevolmente al Senato sull’accordo economico e commerciale.

A dire sì al provvedimento, il Partito Democratico, Forza Italia e i Centristi di AP-CpE-Ncd. Contrari il Movimento 5 Stelle, la Lega Nord, Sinistra Itliana e Gal.

Esulta il presidente della Commissione, Pier Ferdinando Casini:

L’approvazione del Ceta è il primo passo di un cammino parlamentare che mi auguro porti alla sua ratifica definitiva. Il Parlamento europeo ha lavorato molto a lungo su questo Trattato, e non è un caso che oggi in Commissione le forze che fanno capo al Partito socialista europeo e al Partito popolare europeo abbiano votato insieme, dopo aver audito le principali associazioni di categoria interessate dall’adozione di questo provvedimento“.

Leggi anche: Gentiloni approva il CETA: i rischi dell’accordo con il Canada

Di parere diametralmente opposto Greenpeace, che ha definito il voto di oggi come un “vergognoso autogol“. Un voto che va “a scapito di diritti, salute, ambiente e dell’agroalimentare italiano”, sottolinea Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura e Progetti speciali di Greenpeace Italia.

La politica commerciale europea e nazionale deve diventare un volano per rafforzare i nostri diritti sociali e la salvaguardia del Pianeta, non uno strumento per favorire i profitti di pochi, a scapito dei cittadini. Questo accordo è e sarà inaccettabile fino a quando non avverrà un vero cambio di rotta”, ha commentato.

L’organizzazione ha convocato una nuova manifestazione per ribadire con forza la propria opposizione:

Il 5 luglio saremo di nuovo in piazza a Montecitorio, con associazioni ambientaliste, agricole, sindacali e della coalizione #StopTTIP #StopCETA, per ribadire un forte e chiaro no al CETA“.

Stop CETA: tutti i rischi del trattato

Pochi giorni fa, Slow Food aveva elencato in 5 punti le ragioni del no al trattato. Ragioni che riguardano soprattutto la salvaguardia del nostro Made in Italy:

    1. Le imprese agricole canadesi non devono rispettare le stesse regole di quelle imposte in Europa. Questo vuol dire meno controlli e meno trasparenza.
    2. Le imprese agricole canadesi hanno dimensioni e metodologie molto diverse dalle nostre. Questo significa avere costi di produzione molto più bassi di quelli europei e italiani.
    3. L’agricoltura canadese consente l’utilizzo di circa 100 agenti chimici che in Europa sono vietati.
    4. Delle circa 300 denominazioni di origine italiane (291 per essere precisi), il CETA riconoscerà solo 41 di esse. Questo “servirà solo a far circolare in Italia prodotti canadesi con nomi simili alle nostre indicazioni geografiche, e a impedire che le medesime arrivino in Canada con il prestigio che si sono costruite”.
    5. Le aziende agricole italiane, costrette a competere a livello globale, saranno spinte a ridurre i diritti dei lavoratori (se non vogliono ridurre la qualità dei prodotti). “L’Italia sta facendo scelte importanti sul fronte della lotta al lavoro nero, all’inquinamento, ai cambiamenti climatici: questo trattato vanificherebbe tanti di quegli sforzi“.

tratto da: http://www.stopeuro.org/in-canada-permessi-100-agenti-chimici-vietati-in-europa-ma-i-senatori-italiani-dicono-si-al-ceta/

…E a Bari sequestrate 50mila tonnellate di grano tossico canadese. Tutta roba che sarebbe dovuta finire sulle nostre tavole!

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…E a Bari sequestrate 50mila tonnellate di grano tossico canadese. Tutta roba che sarebbe dovuta finire sulle nostre tavole!

leggi anche:

In arrivo da Vancouver una nave con 50mila tonnellate di grano. Gli Agricoltori protestano. Dovremmo farlo pure noi: Ecco il grano canadese coperto di neve, che può maturare solo grazie al glifosato! Ce lo ritroveremo sulle nostre tavole, mentre il nostro grano marcisce nei campi!!
50mila tonnellate di grano tossico sono state sequestrate a Bari nelle stive della “Cmb Partner”, proveniente da Vancouver, attraccata l’8 giugno scorso.

Grano tossico contenente sostanze pericolose in una quantità di gran lunga superiore ai limiti di legge è stato sequestrato a Bari, nelle stive della “Cmb Partner” (una nave lunga 256 metri per una stazza complessiva di quasi 60mila tonnellate), proveniente da Vancouver, attraccata l’8 giugno scorso.
Tale grano era destinato ad essere inviato nei granai pugliesi, come sempre quando arrivano carichi dal Canada. Resta solo da sperare che i precedenti carichi, già distribuiti, venduti e consumati, non contenevano le sostanze pericolose riscontrate in quest’ ultimo.

Fatto sta che dopo la denuncia fatta da inuovivespri.it con l’articolo  :“Il grano canadese che arriva in Europa è un rifiuto speciale che finisce sulle nostre tavole”, che ha fatto il giro del web, qualcosa si è mosso.

La Procura di Bari ha disposto il sequestro probatorio dell’ intero carico, dopo i controlli effettuati dagli uomini dei carabinieri forestali in accordo con la magistratura barese.

Come riferisce La Gazzetta del Mezzogiorno :

<< Il provvedimento sarebbe stato eseguito dai Carabinieri forestali dopo le prime analisi sui campioni di cereale che avrebbero rilevato la presenza di sostanze nocive in percentuali superiori ai limiti consentiti dalla legge. Il sequestro ha riguardato anche il cargo.

Secondo la Coldiretti sotto accusa di continuo il grano canadese per le irregolarità riscontrate in termini di residui di deossinivalenolo (o Don o vomitossina), una pericolosa micotossina e per l’uso intensivo di glifosate, un potente diserbante, utilizzato proprio nella fase di pre-raccolta (pratica vietata in Italia) per seccare e garantire – in modo artificiale – un livello proteico elevato.

Le importazioni di grano tossico canadese favorite dal CETA

Le importazioni di grano dal Paese nordamericano rischiano di essere favorite dall’approvazione dell’accordo Ceta (Comprehensive economic and trade agreement) tra Unione europea e Canada, primo esportatore di grano duro in Italia. Un accordo che dovrà essere ratificato dal Parlamento nazionale e contro il quale la Coldiretti si dice pronta a scatenare una mobilitazione per scongiurare il paventato azzeramento strutturale dei dazi, a prescindere dall’andamento di mercato.>>

 

 

Ecco come l’agricoltura industriale sta facendo ammalare noi e la Terra

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Ecco come l’agricoltura industriale sta facendo ammalare noi e la Terra

I terreni trattati con prodotti chimici, sfiancati dallo sfruttamento intensivo e dall’agricoltura industriale causano un impoverimento del cibo che quindi non fornisce agli esseri umani i nutrienti di cui ha bisogno. E’ la conclusione cui sono giunti numerosi studi di cui si parla anche nel libro appena uscito di Courtney White, “Grass, soil, hope”. Ma la soluzione c’è.

E’ ancora vero che una mela al giorno toglie il medico di torno? Non più, stando a quanto sostengono gli esperti, a meno che quella mela non arrivi da terreni organici e da alberi coltivati con metodi biologici.

Secondo l’esperta australiana Christine Jones, intervistata nel libro appena uscito di Courtney White, Grass, Soil, Hope, le mele hanno perduto l’80% del loro contenuto di vitamina C.

E le arance che si mangiavano per tenere lontano il raffreddore? E’ possibile che di vitamina C non contengano più nemmeno le tracce. Uno studio http://www.scientificamerican.com/article/soil-depletion-and-nutrition-loss/ che ha analizzato il contenuto dei vegetali dal 1930 al 1980 ha scoperto che i livelli di ferro sono diminuiti del 22% e il calcio del 19%. In Inghilterra tra il 1940 e il 1990 il contenuto di rame nei vegetali è calato del 76% e il calcio del 46%. Il contenuto di minerali nella carne è, anch’esso, significativamente diminuito. Gli alimenti vanno a costituire i mattoni del nostro corpo e sostengono la nostra salute, ma terreni impoveriti forniscono alimenti impoveriti e alimenti di scarsa qualità nutritiva portano a un decadimento della salute. Anche la nostra salute mentale è legata ai terreni ed è garantita se i terreni sono ricchi di microbi.

Cosa è accaduto al terreno? Ha subìto gli attacchi della moderna agricoltura industriale con le sue monocolture, i fertilizzanti, i pesticid e gli insetticidi.

«Il termine biodiversità evoca una ricca varietà di piante in equilibrio con tante varietà di animali, insetti e vita selvatica, tutti che coesistono in un ambiente in equilibrio – spiegano Hannah Bewsey e Katherine Paul dell’Organic Consumers Association – Ma c’è anche un intero mondo di biodiversità che vive al di sotto della superficie terrestre ed è essenziale per far crescere alimenti ricchi di nutrienti. Il suolo terrestre è una miscela dinamica di particelle rocciose, acqua, gas e microrganismi. Una tazza di terra contiene più microrganismi di quante persone ci siano sul pianeta. Questi microbi vanno a costituire il “tessuto alimentare del suolo”, una catena complessa che inizia con I residui organici di piante e animali e che coinvolge batteri, funghi, nematodi e vermi; decompongono la materia organica, stabilizzano il suolo e aiutano la conversione dei nutrienti da una forma chimica ad un’altra. La ricchezza nella diversità dei microbi in un terreno ha effetti su molte proprietà, come l’umidità, la struttura, la densità e la composizione nutritiva. Quando i microbi vanno perduti, si riducono anche le proprietà del suolo che permettono di stabilizzare le piante, di convertire le sostanze nutritive e di svolgere tutte le altre funzioni vitali.  Il contenuto di microbi del suolo, cioè la sua biodiversità, è praticamente sinonimo di salute e fertilità. Come scrive Daphne Millier, medico, scrittrice e docente, “i terreni che contano su un’ampia biodiversità sono più predisposti a produrre cibi ad alta densità nutritiva”. Purtroppo l’azione umana ha avuto un impatto assai negativo sulla salute dei suoli; siamo infatti responsabili della degradazione di oltre il 40% dei terreni agricoli nel mondo. Abbiamo destabilizzato l’ecosistema dei terreni attraverso un utilizzo diffuso di sostanze chimiche che distruggono praticamente tutto ad eccezione delle piante stesse (molte di queste sono state addirittura modificate geneticamente per resistere a erbicidi e pesticidi). Siamo arrivati ad avere grano, soia, alfa-alfa e altri cereali in apparenza salubri ma in verità carenti di sostanze nutritive a causa della pessima qualità del suolo su cui vengono coltivati. E usiamo sostanze chimiche di routine anche se si sa che appena lo 0,1% dei pesticidi in realtà interagisce con il target cui è destinato, tutto il resto contamina soltanto piante e suolo».

«L’azoto è uno dei tre nutrienti essenziali per il suolo – proseguono Bewsey e Paul – gli altri due sono potassio e fosforo. Ma perché l’azoto possa nutrire le piante, deve essere convertito da ammonio a nitrato. I microbi del terreno, sensibili al ciclo dell’azoto, fanno questa conversione alimentandosi di materia vegetale decomposta, digerendo l’azoto che vi è contenuto ed eliminando ioni di azoto. Cosa accade quando nel suolo non ci sono questi microbi? Gli agricoltori spesso ricorrono a fertilizzanti contenenti azoto, ma l’uso eccessivo porta ad averne una quantità eccessiva che va oltre la capacità di conversione dei microbi stessi, quindi troppo azoto uccide le piante. Stando ai dati della Union of Concerned Scientists, gli allevamenti con centinaia di animali stipati in piccoli spazi e alimentati con cereali anzichè foraggio è ubo dei fanni più grossi che l’uomo abbia inflitto al suolo poiché porta alle monocolture intensive su larga scala che richiedono moltissime sostanze chimiche. La perdita di biodiversità del suolo è anche correlata all’aumento di asma e allergie nelle società occidentali. Il sistema immunitario umano si sviluppa grazie agli stimoli ambientali cui è esposto; quando carne e vegetali mancano di determinati batteri e microbi, i bambini non riescono a formulare risposte immunitarie precoci e quindi possono sviluppare allergie. La soluzione sta nel convertire allevamenti e aziende agricole industriali in allevamenti con sistemi naturali e fattorie biologiche. Secondo uno studio danese è possibile raddoppiare la biodiversità del suolo sostituendo l’agricoltura biologica ai metodi agricoli convenzionali».

Ma perchè accontentarsi di contenere il danno? Esiste quella che viene chiamata agricoltura rigenerativa, strumento essenziale per far regredire i danni causati dalle pratiche industriali. E non c’è tempo da perdere. Bisogna andare i quella direzione prima che sia veramente troppo tardi.

fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/agricoltura_industriale

 

Storia del concentrato di pomodoro prodotto in Cina e venduto come italiano – Loro risparmiano, le nostre aziende chiudono e tu non sai cosa mangi!

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Storia del concentrato di pomodoro prodotto in Cina e venduto come italiano – Loro risparmiano, le nostre aziende chiudono e tu non sai cosa mangi!

Storia del concentrato di pomodoro prodotto in Cina e venduto come italiano.

Il bambino ha l’aria concentrata. Vestito con una tuta lacera, le mani protette da un paio di guanti, scava un foro nel terreno. Ci infila la piantina. Copre il foro. Si sposta di circa 30 centimetri e ripete la stessa operazione. Dice di avere dodici anni, ma ne dimostra anche meno. Intorno a lui, un’altra ventina di persone, donne, uomini, qualche altro ragazzo più grande. Tutti fanno gli stessi gesti, veloci e ripetitivi: afferrano le minuscole piante da cassette di plastica e le collocano a terra, a una distanza fissa l’una dall’altra. Finita una cassa, ne attaccano un’altra. E poi un’altra ancora, seguendo le linee dell’aratura.Seduto su una panca di legno ai bordi del campo, il proprietario li osserva pigramente, mentre un caposquadra annota su un taccuino lo spazio che ha coperto ognuno di loro. La sera li pagherà in contanti, a cottimo: 0,17 yuan (2 centesimi di euro) al metro. A fine giornata, i più svelti riusciranno a mettere in tasca una settantina di yuan, più o meno dieci euro.Siamo nello Xinjiang, estremo ovest della Cina, a tremila chilometri da Pechino. Questa regione sconfinata, grande cinque volte e mezzo l’Italia, è tappezzata di terreni dove si coltiva uno degli ortaggi più consumati al mondo: il pomodoro. Una produzione destinata non al consumo interno, ma all’esportazione: i frutti delle piantine immesse nel terreno da questi braccianti a giornata di ogni età saranno trasbordati in una fabbrica, per essere lavorati e mandati in giro per il pianeta sotto forma di triplo concentrato. Dopo opportuna rilavorazione, finiranno nel ketchup della Heinz, nei barattoli che si vendono a due soldi nei mercati africani. O in concentrati e sughi pronti prodotti da marchi italiani.Perché il principale importatore di questo prodotto è proprio il nostro paese: nel 2016, secondo i dati dell’agenzia delle dogane, sono arrivati in Italia 92mila tonnellate di triplo concentrato made in China. Una cifra che segna un aumento del 40 per cento rispetto all’anno precedente.

Le piantine nascono in serra e quando le temperature diventano più miti, tra aprile e maggio, vengono trapiantate per crescere in campo aperto. Questa è precisamente l’operazione che sta compiendo la squadra di braccianti di cui fa parte il bambino con la tuta lacera.Nel giro di un paio di mesi, tra luglio e settembre, i frutti matureranno e saranno raccolti da altre squadre molto più numerose. Per l’occasione si riverseranno nello Xinjiang migliaia di migranti da altre zone della Cina: intere famiglie con prole al seguito, tutti insieme a lavorare nei campi. Il proprietario del campo, che dice di chiamarsi semplicemente signor Li, conferma: “Bisogna raccogliere velocemente, prima che il pomodoro marcisca. I bambini sono particolarmente adatti a questo lavoro: grazie alle loro mani piccole sono più svelti”. Come mai l’Italia, importa così tanto dall’estremo oriente? Dove finisce questo mare di concentrato? Centinaia di camion assicureranno poi il trasbordo dai campi alle fabbriche, dove i pomodori saranno trasformati e spediti in treno al porto di Tianjin, vicino a Pechino, luogo di raccolta in attesa dell’esportazione. Da qui navi cargo attraverseranno gli oceani e porteranno il prodotto in giro per il pianeta. Molte di queste sbarcheranno al porto di Salerno, dove il concentrato in fusti di legno da 1,3 tonnellate sarà raccolto dalle ditte trasformatrici e diluito in doppio concentrato, oppure usato per altri prodotti derivati.Come mai l’Italia, che è il primo produttore di pomodoro da industria dell’Unione europea e il secondo nel mondo dopo gli Stati Uniti, importa simili quantitativi dall’estremo oriente? E soprattutto, dove finisce questo mare di concentrato prodotto all’altro capo del mondo?“Il pomodoro che importiamo dalla Cina non è immesso nel mercato nazionale. È utilizzato per lo più come materia prima in regime di temporanea importazione da parte di aziende che lo ritrasformano e lo riesportano al di fuori dell’Unione europea”, sottolinea il direttore dell’Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali (Anicav) Giovanni De Angelis. La procedura prevede che una merce proveniente da un paese extracomunitario sia rilavorata in Italia (o in un altro paese europeo), per poi essere esportata verso un paese terzo. Per questo l’industria che fa la rilavorazione è esentata dal pagamento dei dazi doganali.L’allarme di Coldiretti Nel suo ufficio al centro direzionale di Napoli, nel cuore della regione che storicamente trasforma il pomodoro, De Angelis mostra le tabelle statistiche a suffragio delle sue affermazioni: “Esportiamo il concentrato in quantità due­tre volte maggiori rispetto a quello che importiamo”.Il direttore è perentorio su questo punto e lo sottolinea più volte: “I nostri prodotti più commercializzati, i pelati e la passata, prendono origine da pomodoro italiano, nonostante l’allarmismo che è stato creato negli ultimi anni. La Cina in particolare produce solo la materia prima, che le nostre aziende trasformano mettendo il know­how e la capacità di gestire un procedimento industriale che non ha nulla a che vedere con quello utilizzato per produrre i beni di largo consumo sul mercato nazionale. Si tratta peraltro di un prodotto marginale nel fatturato complessivo dell’industria trasformatrice: parliamo di 145 milioni di euro su un’industria che fattura tre miliardi di euro, meno del 5 per cento del totale”.“In termini quantitativi, non lo definirei propriamente marginale”, ribatte Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti, l’organizzazione che più di ogni altra negli ultimi anni ha lanciato l’allarme sulle importazioni di concentrato cinese. “Se consideriamo che per fare un chilo di triplo concentrato servono sette chili di pomodoro fresco, vediamo che l’anno scorso abbiamo importato dalla Cina e da altri paesi l’equivalente di circa un milione di tonnellate, una quantità equivalente a circa il 20 per cento della produzione nazionale”

Bazzana studia da anni i movimenti del concentrato cinese, registra le oscillazioni nelle importazioni e non si stanca di denunciare la mancanza di trasparenza dell’industria, che non indica sui prodotti la provenienza della materia prima. “Confezionando concentrato cinese in prodotti italiani si danneggia tutta la filiera, perché questi hanno standard di uso di fitofarmaci più bassi di quelli consentiti all’interno dell’Unione europea. Quando poi l’industria dice: ‘Non preoccupatevi, il concentrato cinese finisce in mercati esteri’, non mi pare mandi un messaggio felicissimo. Equivale a dire: manteniamo la qualità in casa, ma all’estero vendiamo prodotti scadenti. Un ottimo modo per distruggere la reputazione del made in Italy”.Il concentrato “confezionato in Italia” ma prodotto da “pomodoro cinese” finisce quindi prevalentemente nei barattoli venduti in Africa, ma in parte anche nei sughi pronti e nel pomodoro da pizza smerciato in vari paesi europei (la Germania è il primo importatore di concentrato italiano, la Francia il terzo), e a volte nella passata (quella venduta in Italia deve essere fatta da pomodoro fresco, ma la legislazione ha validità solo nazionale).

Non tutto il pomodoro cinese entra infatti in regime di temporanea importazione: nel 2016, secondo i dati dell’agenzia delle dogane, 14mila tonnellate sono entrate in via definitiva e sono rimaste all’interno dell’Unione europea. “Nulla mi vieta di pensare poi che una parte più consistente di quel prodotto sia utilizzata per tagliare altri sughi e derivati di pomodoro”, continua Bazzana. “Essendo il pomodoro riesportato sotto forma di doppio concentrato, ossia con un prodotto diverso, le tabelle di equivalenza permettono una certa elasticità”.Che sia venduto all’interno del’Ue o nei mercati africani, l’origine del pomodoro non è mai indicata in etichetta, dove c’è l’obbligo di scrivere solo il paese dove il pomodoro è inscatolato. In pratica, denuncia la Coldiretti, quel pomodoro raccolto nello Xinjiang anche da bambini è venduto come italiano a milioni di consumatori in tutto il mondo. “Noi vendiamo un processo industriale”, ripete De Angelis. “Il triplo concentrato è un materiale grezzo, che la nostra industria trasforma grazie a competenze e tecnologie acquisite nel corso del tempo. È un procedimento che nell’agro­nocerino­sarnese, culla della trasformazione di pomodoro del sud Italia, si fa da più di un secolo”.Dagli anni novanta a oggi La storia del concentrato cinese è invece parecchio più recente. Fino agli anni novanta, nello Xinjiang non c’era l’ombra di un pomodoro. Poi sono arrivati proprio gli italiani che, per far fronte all’aumento dei costi e a una riduzione dei sussidi previsti dalla politica agricola comune (pac), hanno pensato di esternalizzare la produzione.Con sé hanno portato due cose fondamentali: la tecnologia e il mercato per l’esportazione. E in pochi anni, il remoto Xinjiang è diventato la seconda regione produttrice al mondo di pomodoro da industria, subito dopo la California. Ma come mai la Cina, che già ha di per sé scarsità di terre per sfamare la sua popolazione, ha deciso di coltivare in scala massiccia un prodotto non destinato al mercato interno? La risposta si trova nella particolarità dell’area in cui è stata impiantata la produzione. Lo Xinjiang è una regione complicata, scossa da tensioni sociali e da spinte separatiste. Gli abitanti autoctoni, gli uiguri di lingua turcofona e religione musulmana, ne rivendicano da anni l’indipendenza. I cinesi han, arrivati in massa grazie a un generoso programma di incentivi, controllano le leve politiche ed economiche, lasciando gli uiguri in una situazione di cittadini di serie b. Per stabilizzare l’area, fin dagli anni cinquanta Mao Zedong ha inviato nella regione un vero e proprio esercito di pionieri, reclutati in tutta la Cina, e li ha inquadrati in una specie di ente militare, lo Xinjiang shengchan jianshe bingtuan (Corpi di produzione e costruzione dello Xinjiang), più comunemente chiamato bingtuan (Corpi).Incaricato di rappresentare i nuovi arrivati, ma anche di costruire nuove città e far fruttare le terre che gli erano state assegnate, il bingtuan nasce come filiazione del governo centrale e deve rispondere solo a questo. Formava – e ancora forma per certi versi – una società a parte all’interno dello Xinjiang, con le proprie scuole, le proprie città, le proprie terre.La storia dello sviluppo del pomodoro in Cina è legata a doppio filo a quella del bingtuan. Nel corso degli anni, con la modifica delle priorità e degli obiettivi della Repubblica popolare, l’ente ha perduto la sua connotazione originaria di corporazione militar­rurale per assumere un ruolo più prettamente urbano, orientato ad attività industriali e commerciali.Nel 1998, il bingtuan è diventato ufficialmente una corporation, una struttura privata, i cui obiettivi sono legati alla “apertura delle regioni occidentali” ufficializzata dal presidente Jiang Zemin l’anno successivo. È stata la progressiva trasformazione dei Corpi da gruppo militare con interessi agricoli a vera e propria industria orientata al profitto a fare da propulsore allo sviluppo dei “cash crop”, cioè prodotti destinati all’esportazione, come per l’appunto il pomodoro. Il grande balzo in avanti nella produzione dell’“oro rosso” è cominciato proprio in concomitanza con la trasformazione del bingtuan in impresa commerciale, alla fine degli anni novanta.Sviluppo folgorante In quegli anni è nata la Chalkis. Espressione dei Corpi, quest’azienda ha avuto uno sviluppo a dir poco folgorante: nel giro di pochi anni, ha decuplicato il suo fatturato, aprendo 23 fabbriche di trasformazione in Cina e acquisendo temporaneamente un importante gruppo estero, i francesi di Conserve de Provence­Le Cabanon. Chalkis è partita da un vantaggio non indifferente: in quanto legata al bingtuan, è proprietaria della terra in cui si coltiva il pomodoro e delle fabbriche in cui si produce il concentrato, foraggiate da sussidi statali e portate avanti da manodopera a basso costo, fra cui anche i bambini.Vedendo il suo successo, altri si sono lanciati sul promettente settore. All’inizio degli anni 2000, una piccola azienda di nome Tunhe ha cominciato a svilupparsi in questo comparto, aprendo numerose fabbriche di trasformazione. Nel 2004, la Tunhe è stata acquisita dal conglomerato di stato cinese Cofco, il grande braccio commerciale e produttivo del governo di Pechino, che ha iniettato nell’azienda vagonate di soldi pubblici. Oggi, i due gruppi si dividono il mercato: insieme controllano complessivamente l’80 per cento della produzione cinese e il 15 per cento del commercio globale di concentrato. Gran parte dei derivati di pomodoro consumati in giro per il pianeta ha origine dalla materia prima proveniente da questi due gruppi: il braccio commerciale di un’azienda nata come una impresa paramilitare di colonizzazione e il principale conglomerato di stato in mano al governo cinese, che ha affari in tutto il mondo. L’industria del pomodoro concentrato italiano deve importare il prodotto dal suo principale concorrente internazionale.

“Il nostro mercato migliore è l’Italia”, esclama con un certo orgoglio Tian Jun nell’accogliermi in una specie di improvvisata sala conferenze nella sede centrale dell’azienda a Urumqi, capitale dello Xinjiang. “La collaborazione è antica, i rapporti ottimi. Vendiamo a gran parte dei principali gruppi. Poi, con l’aumento del cambio del dollaro, dal 2015 i nostri volumi di esportazione sono aumentati perché i nostri acquirenti preferiscono comprare da noi piuttosto che dai produttori statunitensi”.Figlio della colonizzazione han della regione, questo responsabile commerciale di 39 anni sciorina le cifre del successo e prospetta ulteriori sviluppi. Con un entusiasmo debordante, mostra la ambizioni del gruppo, ben evidenziate dallo slogan usato nelle varie operazioni di marketing: “Chalkis will tomato the world!”. La grande inondazione di pomodoro del pianeta deve partire proprio da questa sede anonima nella capitale dello Xinjiang e dai campi coltivati in tutta la regione. Tian Jun indica chiaramente la strategia per il futuro: “Il nostro primo mercato di riferimento è l’Italia. Ma, negli ultimi anni, abbiamo diversificato. Da un po’ di tempo forniamo ditte cinesi che vendono direttamente nel mercato africano”.

Tian riassume bene con le sue parole l’evoluzione degli ultimi anni. Nata alla fine degli anni novanta, la collaborazione tra i cinesi e gli italiani era basata su uno scambio: gli italiani fornivano ai cinesi la tecnologia e gli impianti e questi li ripagavano in concentrato, che poi gli italiani ritrasformavano e vendevano sui loro mercati di riferimento.Ma pian piano, i cinesi si sono affinati e hanno trasformato l’idea apparentemente geniale di delocalizzare la produzione in Cina in una specie di mostro di Frankenstein sfuggito di mano ai suoi creatori: perché invece di rifornire in modo esclusivo i loro ex mentori italiani, i produttori cinesi hanno cominciato a fargli concorrenza. E, nell’impossibilità di competere con ditte sostenute dallo stato che usano manodopera anche minorile a prezzi stracciati, questi hanno perso consistenti quote di mercato.La memoria storica del concentrato “Ormai non c’è più partita. I cinesi ci stanno buttando fuori”. Angelo D’Alessio è una sorta di memoria storica del concentrato italiano.La sua ditta di famiglia è nel settore da più di un secolo e, con il nome di Centro di esportazioni concentrato (Cec), a partire dagli anni cinquanta si è specializzata nel doppio concentrato destinato ai mercati africani. Nel suo ufficio a Nocera Superiore, in provincia di Salerno, ricorda quando il concentrato non si importava dall’estero ma si produceva nel centro Italia. E, soprattutto, quando il business era saldamente in mano agli italiani. “Nessuno poteva competere con noi”. D’Alessio mostra con orgoglio i manifesti storici appesi alle pareti dei vari marchi che la sua ditta di famiglia ha esportato in tutto il mondo, dal concentrato “Sole d’Italia” ai pelati “la Chitarrella”, fino ai marchi “pupetta nera” e “faccetta nera” usati durante il ventennio fascista.D’Alessio produce ancora una linea di concentrato completamente “certificato italiano” con materia prima proveniente dal nord Italia. “Ma è una nicchia per i più ricchi, che si vende a prezzi decisamente più alti”. Per il grosso della produzione, è costretto a importare i fusti di triplo concentrato da varie parti del mondo, dagli Stati Uniti, dalla Spagna. E in parte anche dalla Cina. “È l’unico modo per competere su quei mercati”. Paradossi della globalizzazione, D’Alessio si rifornisce – anche se, assicura, “al massimo per il 15 per cento” della materia – dai suoi stessi concorrenti, di cui dice peste e corna. “Fanno dumping perché le loro aziende sono sovvenzionate e perché usano manodopera a costo zero. Poi, nei mercati africani, mandano merce scadente, con additivi di vario genere, che gli costa anche meno”.Ricapitolando, l’industria del pomodoro concentrato italiano si trova nella necessità di dover importare concentrato da quello che è il suo principale concorrente sui mercati internazionali. Non potrebbe contrastarlo con un prodotto proprio, originale, fatto con materia prima italiana? “Si tratta di mercati poveri in cui già stiamo perdendo competitività. Con il concentrato prodotto ai costi italiani, usciremmo fuori dal mercato”, continua Giovanni De Angelis. Che ribadisce: “Se vogliamo alzare muri e impedire l’arrivo della materia prima cinese, facciamolo. Ma assumiamoci la responsabilità di distruggere un intero comparto e i posti di lavoro a esso collegati”.“Noi non vogliamo alzare muri”, ribatte Lorenzo Bazzana di Coldiretti. “Vogliamo semplicemente un’etichettatura completa, che indichi la provenienza della materia prima e permetta al consumatore di fare scelte consapevoli”. Su questo punto gli industriali non sono in disaccordo. “Noi non abbiamo nulla in contrario a indicare la provenienza della materia prima”, aggiunge De Angelis. “Siamo per la trasparenza più completa”.Ma poi verrà da chiedersi: quando sulla latta sarà scritto “pomodoro concentrato confezionato in Italia da materia prima cinese”, il consumatore africano non preferirà comprare un prodotto totalmente cinese, che costa pure meno? E i consumatori di pizza tedeschi, francesi o inglesi non avranno a loro volta qualcosa da ridire su un pomodoro che viene dalla Cina e che è stato raccolto da bambini di dodici anni pagati dieci euro al giorno?

Quest’inchiesta è un ampliamento di un capitolo del libro di Stefano Liberti I signori del cibo. Fonte: http://www.internazionale.it/reportage/stefano­liberti/2017/04/08/pomodoro­cina­italia

tratto da: http://coscienzeinrete.net/economia/item/2961-storia-del-concentrato-di-pomodoro-prodotto-in-cina-e-venduto-come-italiano