LA RIVINCITA DEI LIMONI SICILIANI. L’Unione Europea e la grande distribuzione stanno tentando di distruggerli, preferendo le porcherie provenienti dall’estero. Ma i Siciliani non ci stanno, difendono il prodotto della loro terra (il migliore del mondo) e partono al contrattacco!!

 

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LA RIVINCITA DEI LIMONI SICILIANI. L’Unione Europea e la grande distribuzione stanno tentando di distruggerli, preferendo le porcherie provenienti dall’estero. Ma i Siciliani non ci stanno, difendono il prodotto della loro terra (il migliore del mondo) e partono al contrattacco!!

A Palermo adesso i limoni costano 1 Euro al chilogrammo. E sono limoni siciliani

Solo un anno fa si vendevano a 3,50 Euro al chilogrammo. Le multinazionali, d’accordo con la grande distribuzione organizzata, avevano creato le condizioni per rendere non economica la produzione di limoni in molte zone della Sicilia occidentale. Ma agricoltori e commercianti ambulanti, partendo dal basso, hanno aggirato il sistema imposto sulla pelle dei cittadini siciliani… 

Ricorderete che la scorsa estate abbiamo pubblicato diversi articoli in cui raccontavamo dei limoni venduti a Palermo a 3,50 Euro al chilogrammo sia presso la grande distribuzione organizzata che presso i negozi artigianali.

Ci chiedevamo: che fine hanno fatto i limoni siciliani?

Com’è possibile che, nella nostra Isola, si vendono limoni che arrivano da chissà dove (per esempio dall’Argentina, ma anche dal Nord Africa), spesso di pessima qualità e magari trattati con chissà quali pesticidi?

Ecco che poi è arrivata una risposta. I limoni siciliani ci sono ancora, non venivano raccolti, e in parte non vengono ancora raccolti, perché i commercianti li pagano a un prezzo troppo basso.

Dietro questa storia ci sono le pressioni delle multinazionali, che puntano a fare fallire gli agricoltori siciliani che producono limoni per imporre i propri prodotti. Al prezzo che le stesse multinazionali stabiliscono.

Infatti, una volta che hanno costretto i produttori a non raccogliere i limoni, sono loro che controllano tutta l’offerta e sono loro che impongono i prezzi.

Ma adesso il meccanismo messo in piedi da chi punta a distruggere la limonicoltura Siciliana sembra sia stato messo in discussione.

I prezzi dei limoni sono scesi. Solo un semplice aumento dell’offerta? Non si direbbe.

Ma quello che è più importante è che, per le strade della città, ci sono ambulanti che vendono il prodotto a un Euro al chilogrammo.

Che è successo? Ce lo racconta un commerciante ambulante:

“E’ successo che i verdelli siciliani venivano pagati a prezzi troppo bassi. A quei prezzi non conveniva nemmeno raccogliere questi limoni. Quando è venuta fuori la storia che i limoni – a Palermo, ma anche a Trapani, per quello che so io – si vendevano a oltre 3 Euro al chilogrammo ci siamo recati da alcuni produttori e gli abbiamo offerto un prezzo più alto. Ci siamo messi d’accordo e loro ci hanno dato i loro limoni”.

Li abbiamo venduti a 2 Euro al chilogrammo. Poi a un Euro e mezzo. Oggi li vendiamo a un Euro. E sa perché? Perché molti produttori siciliani che avevano deciso di non raccogliere il prodotto hanno deciso, invogliati da prezzi convenienti, di raccogliere i limoni e di venderli. Lo raccolgono, lo danno a noi e noi lo vendiamo. Conviene a noi, conviene agli agricoltori e conviene ai consumatori siciliani, che non mangiano più limoni esteri di pessima qualità a oltre 3 Euro al chilogrammo, ma limoni siciliani di qualità a prezzi inferiori di due terzi”.

Chiediamo: non è che anche voi vendete limoni argentini e ci dite che sono siciliani?

“Non avrebbe senso – ci risponde -. Perché il prodotto estero non potremmo certo venderlo a un Euro, perché dovremmo caricarci il costo del trasporto”.

Come per il grano duro, anche per i limoni la globalizzazione dell’economia e tutti i disastri che ne conseguono si possono battere partendo dal basso. Servono l’informazione e un po’ di organizzazione.

 

tratto da: http://www.inuovivespri.it/2016/09/26/sorpresa-a-palermo-adesso-i-limoni-costano-1-euro-al-chilogrammo-e-sono-limoni-siciliani/

 

Ignorare la tossicità del glifosato è crimine contro l’umanità!

 

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Ignorare la tossicità del glifosato è crimine contro l’umanità!

Caro Porro, ignorare tossicità glifosato è crimine contro l’ umanità – Guerra del Grano

Le Iene nella trasmissione televisiva del gruppo Mediaset del 17 dicembre hanno lanciato un chiaro messaggio: “ignorare la tossicità del glifosato è un crimine contro l’ umanità”. Nicola Porro, invece, su Matrix (stesso gruppo Mediaset) nella trasmissione del 5 dicembre ha sorvolato sulla tossicità del glifosato nonostante la ricca antologia tossicologica in materia. Eppure la Corte Federale di San Francisco, per decisione del giudice distrettuale Vince Chhabria, da diversi mesi ha cominciato a desecretare gli atti relativi alle 55 cause pendenti contro Monsanto. Ma Porro non li ha letti!

Porro è pugliese di famiglia ed ha pure un’azienda agricola. È il vicedirettore de Il Giornale. Si definisce un liberale, liberista e decisamente libertario. Ha studiato dai gesuiti a Roma. Si è laureato in economia alla Sapienza ed è stato anche ad Harvard, ma non ha preso Master. Anche dalla Bocconi è uscito senza attestati.

Tuttavia la sua ultima trasmissione sul glifosato un “attestato” glielo ha procurato. Una puntata molto faziosa, con ospiti in pieno conflitto di interessi, insomma una Zuppa di Porro indigesta. Come altro potremmo definire una trasmissione che ha completamente ignora la ricca antologia tossicologica su questa sostanza?

Peraltro, invitare chi sostiene che il glifosato non sia un problema per la nostra salute, sorvolando su documenti schiaccianti (Monsanto Papers) che dimostrano quanto possa essere diabolica una multinazionale, non ci pare un buon servizio televisivo, ma una marchetta!

A Matrix c’era il presidente nazionale di Confagricoltura, nonché produttore di pasta, Massimiliano Giansanti. Per lui il grano al Sud è tradizione, ma il glifosato (che lui afferma di usare) serve “per fare un buon grano“. Un’ aberrazione! Tant’è che la parola d’ordine per Confagricoltura è rilanciare la pasta italiana (non il grano italiano!). Paradossale!

C’era Mario Piccialuti, direttore dell’Aidepi, l’Associazione delle industrie della pasta italiane, a cui GranoSalus ha notificato il precetto di pagamento delle spese legali a seguito del giudizio di Roma. Poi una donna e un uomo di scienza: Elena Cattaneo e Luca Piretta. 

Ebbene, per tutti questi ospiti della trasmissione il glifosato presente nel grano duro di provenienza canadese e, di conseguenza, presente nella semola e nella pasta industriale non è un problema.

Porro non aveva consultato il sito scienzainrete dove vari epidemiologi hanno già provveduto a rispondere con una lettera aperta ad Elena Cattaneo, Senatrice per alti meriti scientifici.

Lettera a Elena Cattaneo sul glifosato

Anche i medici dell’ ISDE avevano strigliato la Senatrice a vita per alti meriti scientifici, che Porro non ha citato in trasmissione.

Quello che la Senatrice farmacologa non sa

Porro, dunque, si è guardato bene dal consultare gli scienziati che sostengono cose diverse. Ha trasformato la trasmissione su un argomento così delicato in una polemica tra tutti quelli della curva nord del glifosato. La cartina al tornasole? Semplice. Nessun riferimento alle analisi su pasta e semole industriali fatte da GranoSalus e confermate da Report. Come mai?

Il contraltare alle tesi degli ospiti è stato rappresentato da Coldiretti. Porro, però, dimentica che non è stata certo la Coldiretti a sollevare la questione del grano duro, ma GranoSalus che con le sue analisi ha dovuto pure difendersi dagli attacchi degli industriali in Tribunale, vincendo tutti i ricorsi. Coldiretti non ha fatto alcuna analisi, ma solo un pò di rumore al porto di Bari.

Eppure bastava che Porro ponesse una semplice domanda a Coldiretti “come mai non vi hanno denunciato dopo i fatti della nave al porto di Bari e invece lo hanno fatto solo alle analisi di Granosalus?

Insomma, si può organizzare una trasmissione Tv sul grano duro e non parlare della analisi disposte sulle più importanti marche italiane di semola e pasta?

Si può parlare del grano duro e della pasta e non parlare del fatto che il Tribunale di Roma, per ben due volte, ha dato ragione a chi ha promosso le analisi sulla pasta industriale?

A questo punto, facciamo appello ai pronunciamenti della Commissione di Vigilanza e dell’ Autority, affinchè l’ attività di informazione televisiva, non solo quella pubblica (ma anche quella commerciale), garantisca durante il servizio l’accesso di tutti i soggetti intervistati in condizioni di parità di trattamento e imparzialità.

Occorre sempre il “rigoroso rispetto” della “pluralità dei punti di vista e la necessità del contraddittorio”, che non vorremmo risultassero insufficienti a tutelare la salute di tutti gli italiani insieme ad un comparto strategico per l’ intera nazione, com’ è quello del grano, che comincia a creare inquietudine tra gli industriali domestici (ogni settimana si firmano accordi in pubblico alla ricerca di una verginità perduta: oggi è la volta del Protocollo romano).

Del resto, il dovere etico per un giornalista educato dai Gesuiti non può ammettere deroghe, neanche in una TV commerciale, specie quando in ballo c’è la salute pubblica. Anche se nella propria biografia c’è scritto: “Ha lavorato per chiunque lo pagasse“…

Purtroppo, a Porro questi elementari concetti di etica del giornalismo e di corretta informazione sembrano essere sfuggiti.

Nella polemica dei campi, a lui sembra essere sfuggito pure il fatto che nella sua azienda di famiglia ad Andria, dove produce olio e grano, di glifosato non c’è traccia.

E sembrano essere sfuggiti anche i documenti che mettono in luce il grave ruolo dell’Environmental Protection Agency (EPA), la massima autorità ambientale americana, il cui ex dirigente Jess Rowland è accusato di aver collaborato con la Monsanto impedendo la revisione degli studi scientifici sull’impatto sanitario del glifosato.

Perché Porro non è informato di tutto questo? Perché ha omesso di leggere le mail, i rapporti, le trascrizioni di telefonate, che sono disponibili sul sito di U.S. Right To Know, la Ong americana che si batte per “perseguire la verità e la trasparenza nel sistema alimentare americano”?

Essere stato ad Harvard a cosa gli è servito?

L’opinione pubblica americana è in piena mobilitazione, la civilissima California ha bandito il glifosato, ma Porro fa finta di non saperlo. Oltre al New York Times, diverse testate hanno riportato i fatti e puntato il dito sul ruolo compiacente di EPA, di cui la Cattaneo non ha fatto alcuna menzione.

Inoltre, Science ha segnalato come, a seguito della rivelazione di queste informazioni, si sia aperto all’interno della New York Medical College un’indagine interna sullo studio scientifico pubblicato nel 2000 su Regulatory Toxicology and Pharmacology. Studio che, caso strano, non aveva rivelato alcuna evidenza di effetti nocivi sulle persone, a differenza di quanto documentato dallo IARCl’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro che ha classificato, nel 2015, il glifosato come probabile cancerogeno umano.

“La Ue ha violato l’obbligo di tutelare la salute pubblica”, ma Porro fa finta di non saperlo e pure la Cattaneo

Stéphane Foucart su Le Monde, ha messo in discussione la sicurezza dell’uso di glifosato che era stata anticipata da uno studio del dott. James Parris (deceduto nel 2010), il quale ne aveva evidenziato la genotossicità per le cellule umane.

Del resto, Porro non ha neppure letto quello che ha dichiarato l’eurodeputata Florent Marcellesi  dei  Verdi-Ale (EQUO) :

La nostra intenzione è quella di costituire una maggioranza al Parlamento europeo per chiedere alla Corte di giustizia dell’UE di annullare una decisione che riteniamo altamente dannosa. Inviteremo anche gli Stati membri che si sono pronunciati contro il rinnovo dell’autorizzazione al glifosato di unirsi a noi.Nonostante i crescenti dubbi e preoccupazioni, la Commissione ha continuato senza nemmeno preoccuparsi di approfondire le sue indagini. E va da sé che in questo caso il governo tedesco è particolarmente responsabile. Un governo che, ovviamente, è più preoccupato del successo della fusione tra Bayer e Monsanto che della salute dei propri cittadini

Che razza di giornalista è colui che dimentica nella sua Zuppa mattutina la lettura di questi documenti probatori? E troppo irriverente farlo? Dalla loro lettura si capisce bene che la Monsanto era al corrente dei danni che sta provocando all’ umanità. E un giornalista serio, di fronte a queste prove, non può far finta di niente!

Per fortuna hanno rimediato i suoi colleghi delle Iene che pure l’anno scorso avevano censurato, per ordini ricevuti dall’ alto, un servizio sul grano con varie interviste ai soci di GranoSalus.

Chissà se Porro, dopo il servizio delle Iene, avrà il coraggio di guardare il primo bambino francese a cui è stata riconosciuta una correlazione tra le malformazioni con cui è nato e il contatto con il glifosato (https://www.iene.mediaset.it/video/l-europa-decide-di-non-essere-ecologica_12937.shtml).

Le TV commerciali purtroppo sono fatte così. Devono barcamenarsi per campare!

Noi però, in attesa di eventuali provvedimenti da parte dell’ Ordine dei Giornalisti, possiamo sempre adoperare lo zapping. Quando crolla lo share devono comunque tornare alle origini…quelle agricole!

Adesso, piuttosto, alla Corte di giustizia dell’Unione europea spetterebbe il compito di annullare il regolamento di attuazione per violazione sia dell’obbligo di garantire la protezione della salute umana e dell’ambiente, sia del diritto dei cittadini di avere le loro iniziative rispettate dalle istituzioni.

QUI LA TRASMISSIONE DI MATRIX SUL GRANO DURO E SULLA PASTA

tratto da: https://granosalus.it/2017/12/18/granosalus-porro-matrix-ignorare-tossicita-glifosato-crimine-l-umanita/

biorticello.it dal produttore al consumatore in pochi clic

 

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biorticello.it dal produttore al consumatore in pochi clic

biorticello.it utilizza il web per mettere in contatto piccoli agricoltori biologici italiani con la domanda del mercato sempre più in crescita.

Biorticello.it è una rete di piccoli agricoltori biologici italiani, quelli che si svegliano presto la mattina 7 giorni su 7 col mal di schiena o il raffreddore, di sabato o domenica, per curare il loro piccolo terreno in tutte le fasi del processo produttivo e dare vita a prodotti sani e soprattutto buonissimi. Per green.it abbiamo raggiunto Viviana Datti, Founder di Biorticello.it e le abbiamo rivolto qualche domanda.

Sul vostro sito campeggia lo slogan: Naturale. Contadino. Genuino. Cosa fa esattamente Biorticello.it?

L’idea è quella di mettere piccole realtà artigiane in rete e sulla rete: creare, cioè, sinergie tra aziende che possono condividere saperi e risorse, ma anche farle conoscere da un pubblico più ampio grazie a Biorticello.it, una piattaforma e-commerce che vende solo prodotti biologici di queste piccole aziende e ne racconta le loro storie, chi c’è dietro un prodotto e come viene realizzato.

Ci racconti la vostra storia?

Appena qualche anno fa vivevamo tutti in città convinti che i servizi e le opportunità culturali che l’ambiente offriva era quello che ci serviva. Oggi viviamo in Sabina, in provincia di Rieti, in paesi che non superano il migliaio di abitanti e non torneremmo mai indietro. La sede della startup si trova a Poggio San Lorenzo, un borgo medievale con appena 500 abitanti, ma tanti ulivi e dolci colline.

Come è nata l’idea ed esattamente di cosa vi occupate?

L’idea ci è venuta conoscendo personalmente le aziende agricole del territorio, guardando da vicino l’impegno, la fatica e la convinzione nel coltivare terre e idee per un mondo migliore. Quindi abbiamo pensato “uniamo le forze!”: l’agricoltore continua a fare ciò che gli riesce meglio, cioè produrre delizie culinarie naturali e contadine, noi le facciamo conoscere a un pubblico più ampio, sono troppo buone per tenerle per noi. Con questa idea abbiamo partecipato a un bando della Regione Lazio che premiava imprese innovative e siamo riusciti ad avere un finanziamento. Da lì abbiamo capito che dovevamo iniziare a fare sul serio.

Ci spieghi il funzionamento della piattaforma lato utente?

L’utente può collegarsi a Biorticello.it e navigare fra i diversi prodotti biologici dei nostri agricoltori, passare dalla pasta integrale di grano Claudio al succo di barbabietola, dalla composta di pere e cardamomo al pesto genovese con basilico DOP, da vini autoctoni ciociari ai ceci biondi o neri e fare la spesa da tante piccole aziende agricole in un unico luogo. Una volta fatto il pieno di prodotti biologici naturali, contadini e genuini, basta aggiungerli al carrello, pagare sicuri tramite Paypal (con carta di credito o account paypal) e in 3 giorni vengono recapitati a casa tramite corriere espresso. L’ordine arriva al nostro magazzino, siamo noi che prepariamo con cura il pacco e lo affidiamo alla spedizione. Qual è il bello? Poter acquistare da tante aziende in un unico istante e vedersi recapitare un pacco unico, nello stesso momento e con un’unica spesa di spedizione (fino a 3 kg parliamo di 5,90 euro, per esempio).

E quello lato produttore?

Selezioniamo personalmente le aziende agricole, andandole a trovare nelle loro tenute, per conoscere chi c’è dietro, cosa fanno e come lo fanno. Per loro realizziamo fotografie dell’azienda da mettere nella sezione dedicata che ogni agricoltore ha sul nostro sito. Ci piace anche fare un’intervista al responsabile dell’azienda in modo che possa raccontarsi dalle sue parole. Ci occupiamo noi anche della realizzazione delle foto dei prodotti per il sito, non solo le solite noiose foto su fondo bianco, ma ci divertiamo a comporre dei set che esaltino al meglio il prodotto (il giorno prima di ogni shooting ci trovate in giro per i boschi sabini a recuperare bacche e frutti di ogni genere). Quando un produttore viene scelto per entrare nella rete Biorticello non deve far altro che inviarci i suoi prodotti, alla parte logistica col consumatore finale ci pensiamo noi. È il produttore che decide il prezzo, proprio perché vogliamo riconoscere loro il giusto valore al prezioso lavoro che fanno. A questo prezzo noi aggiungiamo il nostro margine e componiamo così il prezzo finale al consumatore.

Che caratteristiche ha il consumatore tipo che utilizza la vostra piattaforma?

Il nostro consumatore è una persona a cui piace mangiare bene, che è attenta a quello che mangia, lo fa in maniera informata e consapevole e a cui piacciono prodotti fatti con le ricette di una volta. È anche disposta a spendere qualche soldo in più per la propria salute, quella dell’ambiente che ci circonda. Una cosa che abbiamo notato con piacere è che le persone che hanno interagito con noi in questi 3 mesi di vita ci hanno anche dato tanti consigli per migliorare e sono molto disponibili al confronto.

E le caratteristiche del produttore?

Di produttori ne abbiamo per tutti i gusti: il nostro più giovane contadino ha 26 anni e ha deciso di continuare insieme a suo padre l’attività di produzione di cereali senza per questo rinunciare alla sua vita di aperitivi e uscite con gli amici, la nostra mascotte è una settantenne ruspante che insieme a suo marito cura, raccoglie e coccola più di 600 alberi di ulivo, poca dimestichezza con la mail ma whatsapp non ha segreti per lei. Ciò che li accomuna tutti è la convinzione e l’impegno nella produzione di cibo genuino, con ingredienti semplici di cui curano personalmente il processo produttivo in maniera artigianale. La maggior parte delle aziende è conosciuta solo nella zona di provenienza e ha una presenza online poco sviluppata. Per questo ci siamo noi!

Il vostro sito non è soltanto una piattaforma di vendita  ospita anche un blog, Credete sia importante affiancare all’attività imprenditoriale anche un buon racconto di essa?

Per noi il racconto è fondamentale. Vogliamo far capire cosa c’è dietro ogni prodotto e provare a trasferire l’amore e la passione che loro hanno trasmesso a noi quando li abbiamo incontrati. Ci hanno raccontato storie così straordinarie che sentiamo il bisogno di condividerle. Dal giovane nato come archeologo, che ha recuperato un antico uliveto sperimentale di un vecchio antenato persino di origine nobiliare; a chi ha ri-comprato terreni che erano di suo nonno e che il padre aveva dismesso perché non aveva creduto nell’agricoltura e ora produce ottimi vini biodinamici; a chi è scappato dal caos della città per scommettere sull’agricoltura, dare un futuro migliore ai propri figli e uscire dalle 4 mura buie di un lavoro d’amministrazione.

 

Lo dice la scienza, il glifosato fa male: provoca effetti androgeni, è genotossico e distrugge la flora intestinale.

 

 

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Lo dice la scienza, il glifosato fa male: provoca effetti androgeni, è genotossico e distrugge la flora intestinale.

Lo dice la scienza: il glifosato provoca effetti androgeni, è genotossico e distrugge la flora intestinale.

Queste tre notizie – suffragate dalla ricerca scientifica indipendente – sono state illustrate nei giorni scorsi a Matera nel corso del simposio internazionale ‘Grano duro, eccellenza del Mezzogiorno’. Con Saverio De Bonis, presidente di GranoSalus, facciamo il punto della situazione sul grano duro del Sud Italia e sugli effetti nefasti che il glifosato provoca al nostro organismo

Ormai è provato dalla ricerca scientifica: il glifosato provoca effetti androgeni(interferisce sul sistema endocrino), è genotossico (significa che danneggia l’informazione genetica all’interno di una cellula causando mutazioni ed inducendo modificazioni all’interno della sequenza nucleotidica o della struttura a doppia elica del DNA di un organismo vivente) e ha anche un effetto antibiotico (distruzione della flora batterica intestinale).

Notizie che, in parte erano note, ma che sono state confermate nei giorni scorsi nel corso di un simposio internazionale sul grano duro (“Grano duro, eccellenza del Mezzogiorno”, questo il titolo del simposio) che si è tenuto a Matera (in calce a questo articolo trovate un allegato che riassume quanto è stato detto al convegno: organizzatori e intervenuti).

Noi parliamo dei risultati di questo incontro internazionale con Saverio De Bonis, presidente di GranoSalus, l’associazione di consumatori e di produttori di grano duro del Sud Italia che ha organizzato il convegno insieme con NovAurora e Amici del Cuore.

Allora, presidente De Bonis, che cosa è emerso di nuovo da questo simposio?

“Intanto diamo una notizia che riguarda il glifosato: questione che verrà affrontata dalla conferenza degli assessori all’Agricoltura di tutte le Regioni italiane. Decisione, questa, che è maturata proprio durante il convegno che si è svolto a Matera. La notizie è importante: significa che tutte le Regioni italiane sono mobilitate per affrontare il problema di un erbicida che è dannoso per la salute delle persone”.

A proposito del glifosato: al convegno sono intervenuti scienziati e ricercatori di fama nazionale. Cosa è venuto fuori?

“E’ venuto fuori che la ricerca scientifica indipendente ha fatto chiarezza su alcuni aspetti decisivi relativi agli effetti che questo diserbante provoca nell’uomo. Ormai sono provati gli effetti androgeni che il glifosato provoca sull’uomo. Poi gli effetti genotossici e l’azione antibiotica. Tutto questo avviene nel corpo umano – questa è la vera notizia – anche in presenza di dosi minime di glifosato”.

Quindi quando l’Unione Europea ci viene a dire che in percentuali minime il glifosato non fa male alla salute ci racconta una bugia?

“Per l’appunto. Il glifosato nuoce alla salute umana, anche in piccole dosi. Punto. Le sperimentazioni sono state effettuate sui topi, sulle mamme in gravidanza e sui bambini appena nati. Gli effetti negativi sulla salute sono ormai provati”.

Al convegno erano presenti, tra gli altri, i rappresentanti di autorevoli gruppi della Grande distribuzione organizzata (Gdo). Questi gruppi hanno preso posizione, per esempio, in favore di derivati del grano senza glifosato?

“Abbiamo invitato i rappresentanti della Grande distribuzione organizzata proprio per sensibilizzarli sui temi dei cibi privi di contaminanti. E debbo dire che, da parte dei rappresentanti di questo mondo, non è certo mancato l’interesse. Hanno seguito con attenzione i lavori. E alcuni di loro sono intervenuti illustrando i protocolli stringenti che mettono in atto a tutela dei consumatori”.

Esempi concreti?

“Il gruppo Auchan, ad esempio, vuole bandire il glifosato dai prodotti di giardinaggio”.

Questo è un fatto positivo. Però, oltre che dai prodotti di giardinaggio, il glifosato dovrebbe essere bandito anche dalle nostre tavole…

“Su questo siamo perfettamente d’accordo”.

Sono d’accordo anche i grandi gruppi della distribuzione organizzata?

“Ci stiamo lavorando. Quello che posso dire è che, anche grazie alla battaglia che GranoSalus e I Nuovi Vespri stanno portando avanti in materia di controlli sui derivati del grano duro, sta prendendo piede una nuova sensibilità. Tantissimi consumatori, oggi, non ne vogliono più sapere di mangiare pasta al glifosato. E questo non potrà non avere effetti sulle scelte che la Grande distribuzione organizzata dovrà compiere”.

Non è che, parlando sempre e solo del glifosato, finiamo col dimenticare che, in certi grani duri esteri che arrivano in Italia con le ‘famigerate’ navi, c’è anche un grave problema legato alla presenza di micotossine DON?

“Assolutamente no. I due problemi – glifosato e micotossine DON – sono correlati. Se elimineremo il grano duro che arriva con le navi, ci sbarazzeremo, contemporaneamente, del glifosato e delle micotossine DON. Perché questi due contaminanti vanno insieme. La ricetta – questo non finiremo mai di ripeterlo – è semplice: basta utilizzare il grano duro prodotto nel Mezzogiorno d’Italia che, maturando con il nostro sole, non ha bisogno di glifosato e non sviluppa i funghi che producono le micotossine DON”.

Non è che, tra un po’, per mettere tutto a tacere, diranno che gli studi sul glifosato sono Fake news…

“Noi lavoriamo sulla base dei risultati della ricerca scientifica indipendente e con le analisi sui derivati del grano effettuate da laboratori certificati. Le Fake news le mettono in giro coloro i quali cercano di far credere alla gente che il glifosato non fa male alla salute”.

IL SIMPOSIO INTERNAZIONALE DI MATERA SU ‘GRANO DURO, ECCELLENZA DEL MEZZOGIORNO’

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/11/28/lo-dice-la-scienza-il-glifosato-provoca-effetti-androgeni-e-genotossico-e-distrugge-la-flora-intestinale/#_

Chilometro zero, perché scegliere il produttore più vicino

 

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Chilometro zero, perché scegliere il produttore più vicino

Il mercato e le politiche commerciali delle grandi multinazionali del cibo dilatano la distanza geografica tra il produttore e il consumatore. La società contemporanea è governata dal potere delle aziende che producono alimenti e che regolano l’import/export di cibi standardizzati e di scarsa qualità. Così facendo, le nostre tavole accolgono una sovrabbondanza di cibo privo di gusto, coltivato in media a 2000 chilometri di distanza.

L’area di produzione degli alimenti deve tornare a essere coincidente o quasi con i luoghi in cui gli stessi venivano consumati, per tutelare la tradizione culinaria locale e per abbattere la soglia dell’inquinamento ambientale.

Tornare a un atteggiamento di ricerca del cibo nelle aree limitrofe all’abitazione induce a un riequilibrio degli usi alimentari e a un rapporto con il territorio non esasperato dalla produzione intensiva. La vendita di cibo nei supermercati, in una realtà centralizzata e isolata, raggiungibile spesso solo con la macchina denuncia l’impossibilità del consumatore di essere educato a scegliere e a usare il cibo. Nei supermercati gli alimenti sfilano sotto gli occhi delle persone tutto l’anno, con pochissime variazioni stagionali, con una disponibilità assolutamente sovradimensionata per il singolo compratore. Ciò non avviene nei mercati in cui il consumatore instaura un contatto diretto (fisico e visivo) con il cibo, raramente confezionato e quasi mai fuori stagione.

La diffusione nei cosiddetti farmer’s market dei prodotti a filiera corta o a chilometro zero è una politica economica mirata alla gestione della produttività locale e alla rivalutazione di un sistema produttivo di qualità. Si definisce a chilometro zero il cibo che viene prodotto e venduto nello stesso luogo (o poco distante), in cui la compra/vendita è gestita dal produttore senza passare per uno o più intermediari. Per esempio, nella filiera agroalimentare la frutta e la verdura vengo coltivate da un agricoltore, lavate e pulite da una seconda azienda, confezionate in un altro stabilimento e da questo con un’azienda trasportatrice vengono distribuite nei vari ingrossi alimentari. Quando questa merce non arriva dall’estero, comunque non è soggetta alla vendita diretta perdendo così la freschezza e la qualità di un prodotto appena colto.

Ovviamente la società e le nostre abitudini alimentari, tarati su un apporto nutrizionale proveniente da una dieta varia, non ammettono in assoluto il sistema commerciale a chilometro zero. Non è pensabile che le banane, o rimanendo in ambito nazionale il Parmigiano Reggiano e il pomodoro pachino, vengano consumati solo dagli abitanti delle strette aree limitrofe, quanto invece è possibile e necessario ridurre drasticamente i trasporti delle derrate alimentati. L’Italia è produttrice di una grande varietà di mele, nei supermercati però vengono vendute anche quelle provenienti dalla Cina, prodotte a 8.100 chilometri (Food Miles) di distanza. Così pure per le arance spagnole (1.800 chilometri), il grano ucraino (1.675 chilometri) o canadese (6.727 chilometri), gli asparagi peruviani (10.000 chilometri) e il kiwi neozelandese (18.600 chilometri).

Su questo tema c’è chi ritiene che la distribuzione commerciale crei ricchezza, vietando quindi il traffico alimentare ai popoli si sottrae loro la disponibilità di cibo, oltre al fatto che non sia eticamente corretto che olio italiano possa fare il giro del mondo mentre questo viene impedito, per esempio, al vino cileno o all’uva sudafricana. Bisogna riconoscere che non tutte le aree del nostro pianeta producono cibo a sufficienza per sfamare le popolazioni autoctone, quest’ultime devono essere sostenute nell’approvvigionamento delle risorse alimentari. Questo però non il caso dell’Italia. Proprio perché l’Italia è in grado di fornire cibo alla popolazione insediata, garantendo una dieta varia e un apporto nutrizionale bilanciato, non è necessario incrementare le importazioni alimentari nel nostro territorio ma sviluppare i mercati locali per la distribuzione di cibi freschi e di qualità.

Secondo l’Aci, nel 2012 in Italia l’85,5 per cento del trasporto delle merci è avvenuto su strada con autocarri. L’uso di veicoli gommati comporta l’incremento dei consumi dei carburanti, la congestione del traffico, l’inquinamento atmosferico e acustico e anche una cospicua percentuale di perdita dei prodotti. Ciò avviene su qualsiasi prodotto, ma sulla commercializzazione del cibo è intollerabile.

Le emissioni di CO2 delle arance che arrivano su strada dalla Spagna rilasciano nell’atmosfera 245 KgCO2, l’aglio pakistano compie 3.300 chilometri emettendo 1.185 KgCO2 per viaggio aereo. I dati Istat riportano che solo nel 2013 sono arrivate in Italia 1miliardo di tonnellate di merce da tutto il mondo. La somma dei trasporti per tutti paesi del mondo lasciano solo immaginare quante emissioni inquinanti ogni anno vengono rilasciate nell’atmosfera.

La globalizzazione e i liberi mercati degli agricoltori sono un fenomeno che difficilmente avrà un’inversione di marcia, almeno non a breve termine. Frenare il traffico alimentare è possibile perché è una scelta che ognuno di noi può fare singolarmente, producendo effetti benefici per tutti. In un report del marzo 2014, Coldiretti afferma che la compra/vendita di prodotti a chilometro zero nei mercati degli agricoltori è aumentata del 67 per cento a fronte di un calo del 4 per cento delle vendite a causa della crisi.

Al giorno d’oggi pensare a una distribuzione del cibo solo a chilometro zero è una ideologia radicale poco applicabile a un contesto globale. Il pianeta ha bisogno di una cura concreta e unitaria contro l’inquinamento e contro la malnutrizione. Scegliere un’alimentazione quanto più possibile a chilometro zero è sostenibile, restituisce agli agricoltori la gestione della filiera alimentare e ci nutre con prodotti più sani. I vantaggi sono per tutti, pianeta compreso.

fonte: https://opinionedellacastagna.com/2016/12/15/chilometro-zero-perche-scegliere-il-produttore-piu-vicino/

Se ne parla troppo poco – Non solo glifosato. Monsanto fa terra bruciata anche con il dicamba!

 

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Se ne parla troppo poco – Non solo glifosato. Monsanto fa terra bruciata anche con il dicamba!

Non solo glifosato. Monsanto fa terra bruciata con il dicamba

Non sono tempi facili per Monsanto, almeno sul piano dell’immagine pubblica. A inguaiare la multinazionale dell’agrochimica non c’è solo la catena di scandali legata agli studi scientifici “aggiustati” (a monte di quelli di cui vi avevamo dato notizia la settimana scorsa c’è tutta la vicenda dei Monsanto Papers, una serie di mail, rapporti e conversazioni telefoniche desecretate dalla corte federale di San Francisco che Internazionale ha pubblicato in italiano sul numero di giugno: i documenti originali sono online sul sito U.S. Right to Know).

E nemmeno lo stop (momentaneo) dell’Unione Europea alla prevista fusione da 66 miliardi di euro con Bayer, sulla quale la Commissione Europea ha fatto sapere martedì scorso di aver avviato un’indagine che si concluderà il prossimo 8 gennaio.

Dicamba, l’erba del vicino non è più verde

Parliamo invece dei problemi che stanno emergendo negli Stati Uniti dove 17 Stati hanno avviato indagini in seguito ai gravi danni riportati dalle coltivazioni agricole su oltre 2,5 milioni di acri di terreno (corrispondenti a circa 1 milione di ettari).

Sul banco degli accusati c’è il dicamba, un potente erbicida che – al pari del più noto glifosato – può essere applicato su colture resistenti come la soia e il cotone geneticamente modificati di Monsanto. Il guaio è che il dicamba è anche molto volatile ed è quindi suscettibile di distruggere le coltivazioni che non resistono al bombardamento di sostanze chimiche.

Gli esperti non sanno ancora se a favorire il propagarsi di questa “epidemia” siano stati forti venti o cambiamenti di temperatura, ma sono già più di 1400 le denunce arrivate dagli agricoltori, esasperati dal fatto che – secondo quanto previsto dalle linee guida del Dipartimento dell’Agricoltura – le assicurazioni non coprono i danni causati dall’erbicida.

Lo Stato più colpito è l’Arkansas, dove dall’11 luglio è stato bandito per 120 giorni l’uso di prodotti a base di dicamba (analoghe misure restrittive sono state adottate in Missouri e in Tennessee): lo scorso anno, secondo la testimonianza di uno sceriffo locale a Reuters, una disputa tra coltivatori sull’utilizzo della sostanza è perfino sfociata in un omicidio.

A caccia di un colpevole

Il colosso di Saint Louis e gli agricoltori si rimpallano a vicenda la responsabilità del disastro: l’azienda sostiene di aver fornito ai suoi acquirenti tutte le informazioni necessarie per l’utilizzo del prodotto, ma è proprio la complessità delle istruzioni, secondo i legali di questi ultimi, ad aver provocato conseguenze spiacevoli.

Il dicamba è provvisto infatti di un’etichetta da 4550 parole con una lunga serie di indicazioni relative alle condizioni necessarie per l’uso (distanza dal terreno, velocità dei venti, temperature e altro ancora).

Specifiche così dettagliate da risultare virtualmente impossibili da seguire, confermano alcuni esperti: «Le restrizioni su queste etichette sono qualcosa di mai visto prima» sostiene Bob Hartzler, agronomo e specialista di sementi all’università dell’Iowa. Quelle relative alla velocità del vento, ad esempio, non avrebbero comunque consentito di irrorare in tempo utile le coltivazioni di soia. La multinazionale, a detta dei ricorrenti, avrebbe «omesso di informare l’Epa [l’agenzia per la protezione ambientale del governo Usa, NdA] che le istruzioni non erano realistiche».

Ma questo non è l’unico né il più grave capo d’accusa. Il dicamba uccide le piante a foglia larga in maniera indiscriminata, per questo tradizionalmente veniva utilizzato solo prima che le piantine emergessero dal terreno. Così come è successo per le colture tollerati al glifosato, la creazione di varietà di cotone e soia gm resistenti al dicamba ha permesso a chi le adottava di applicare l’erbicida senza più alcuna remora: un milione di acri di terreno (circa 400mila ettari) sono stati seminati con colture di questo tipo solo nel corso del 2016 e la stessa Monsanto ha messo in conto per l’anno corrente un incremento da 15 a 20 milioni di acri di coltivazioni di soia Xtend (resistente al dicamba).

Il problema della dispersione era però noto da tempo, motivo per cui l’azienda ha cominciato a sviluppare una versione del dicamba in teoria meno volatile e più sicura. In attesa di ottenere l’approvazione delle autorità, tuttavia, i vecchi prodotti sono rimasti in commercio e gli agricoltori hanno continuato a utilizzarli mettendo a rischio le altre coltivazioni.

In via ufficiale Monsanto ha sconsigliato di farlo e ora incolpa di tutto coloro che hanno fatto un uso scorretto del prodotto. In realtà, si sostiene in una delle cause avviate, gli agenti di vendita dell’azienda avrebbero privatamente rassicurato gli agricoltori invitandoli a ricorrere alla vecchia versione dell’erbicida fino all’approvazione di quella più aggiornata.

Quasi metà degli agricoltori americani ormai denuncia la presenza di infestanti resistenti al glifosato (le cosiddette super-erbacce) e questo fattore spiega la loro propensione a virare sul dicamba. Il biologo Nicholas Staropoli, direttore associato del Genetic Literacy Project, scrive in proposito: «La questione legale in realtà si riduce a questo: cosa Monsanto si aspettava che sarebbe accaduto quando ha messo in commercio le sementi un intero anno prima che la versione “sicura” del dicamba venisse approvata?».

Una ricerca non troppo indipendente

C’è infine un altro aspetto della vicenda che suscita forse le maggiori perplessità ed è legato proprio allo sviluppo del nuovo XtendiMax con tecnologia VaporGrip (cioè il dicamba Monsanto progettato per essere meno volatile).

Reuters ha documentato il rifiuto da parte della multinazionale a consentire che gli scienziati delle università effettuassero test di volatilità sui campioni di XtendiMax: sui campioni forniti, secondo quanto testimoniato da ricercatori delle università dell’Arkansas, del Missouri e dell’Illinois, era infatti espressamente vietato eseguire questo genere di prove.

Secondo Scott Patridge, vicepresidente di Monsanto, la scelta era motivata dal fatto «per ottenere risultati significativi occorrono tempi molto, molto lunghi». Il gigante dell’agrobusiness temeva insomma che permettere studi indipendenti sul nuovo dicamba ne avrebbe messo a rischio l’approvazione da parte delle autorità federali.

Ad affermarlo con chiarezza (senza essere smentito) era stato del resto Boyd Carey, un agronomo dipendente di Monsanto chiamato a testimoniare davanti a un comitato statale dell’Arkansas sui pesticidi nell’estate 2016.

Sebbene nulla impedisca alle aziende di limitare la ricerca sulle sostanze di cui sono proprietarie, le restrizioni imposte in questo caso sono comunque senza precedenti (le concorrenti Basf e DuPont, che commercializzano a loro volta erbicidi a base di dicamba, non ne hanno adottate di analoghe).

Non è detto che i test indipendenti sulla volatilità dell’XtendiMax avrebbero alterato il corso della crisi, osserva Reuters, ma avrebbero fornito ai regolatori un quadro più completo sulle sue proprietà nel momento in cui dovevano decidere se e quando autorizzarne la vendita.

Nel settembre scorso l’Epa ha approvato il prodotto senza richiedere test aggiuntivi e senza spiegare quanto l’assenza di studi indipendenti abbia inciso sulla decisione finale di autorizzarne la registrazione per un periodo di soli due anni anziché venti.

Ora è la stessa agenzia federale, di fronte alla marea montante delle polemiche, ad affermare di essere molto preoccupata dai recenti report sui danni alle colture e di aver avviato una revisione delle restrizioni imposte. Ma qualcuno pagherà per tutto quello che è già successo?

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

 

tratto da: http://www.slowfood.it/non-solo-glifosato-monsanto-fa-terra-bruciata-dicamba/

…E dall’Unione Europea ancora un colpo basso contro la nostra agricoltura biologica!

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…E dall’Unione Europea ancora un colpo basso contro la nostra agricoltura biologica!

 

Nuovo provvedimento della Ue contro la nostra agricoltura biologica

Confagricoltura ha accolto con “estrema insoddisfazione” l’approvazione, avvenuta oggi a Bruxelles da parte del Consiglio europeo, del nuovo Regolamento sull’agricoltura biologica. ”Le nuove disposizioni che l’Europa sta mettendo a punto – ha commentato il presidente della Federazione nazionale di prodotto agricoltura biologica Paolo Parisini – non sono assolutamente in linea con i livelli e gli standard di qualità che sono applicati da anni nel nostro Paese, che è al primo posto in Europa per estensione e al secondo per produzione, e rischiano di mettere in seria crisi la produzione biologica italiana”. Il rischio, a parere di Confagricoltura, è che venga adottato in tutta Europa un sistema di regole che, sotto la spinta delle pressioni provenienti dai Paesi del Nord Europa, renderà di fatto meno stringenti le regole di produzione degli alimenti biologici. Tra i punti più critici, l’assenza di una armonizzazione tra i vari Stati membri sulle soglie di contaminazione da sostanze non autorizzate dei prodotti biologici e la possibilità di commercializzare prodotto biologico, anche se contaminato da pesticidi accidentalmente; oltre all’introduzione di una deroga fino al 2030 (un periodo considerato troppo lungo), per le produzioni biologiche in serra in alcuni paesi del nord Europa (Finlandia, Svezia e Danimarca). C’è poi il punto relativo alle sementi biologiche, dove ancora una volta sono state previste ampie deroghe per consentire fino al 2035 l’utilizzo di sementi convenzionali. Molte perplessità vengono espresse, infine, anche sulle importazioni di prodotti biologici provenienti dai Paesi extra Ue. ”Vogliamo – ha continuato Parisini – che venga garantita equità con le condizioni e gli standard qualitativi che i produttori Ue sono tenuti a rispettare. La serie di deroghe legate agli accordi commerciali con i Paesi extra Ue previste dal Regolamento, che prevedono l’equivalenza, non vanno, invece, in questa direzione.”

 

fonte: http://www.secoloditalia.it/2017/11/nuovo-provvedimento-della-ue-contro-la-nostra-agricoltura-biologica/

Le mele del Trentino? Sono così piene di pesticidi da aver contaminato il DNA dei neonati !!

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Le mele del Trentino? Sono così piene di pesticidi da aver contaminato il DNA dei neonati !!

Il dibattito sui pesticidi c’è ed è pure molto acceso. Nell’affollatissima sala dell’Istituto comprensivo di Cles, si è svolto il convegno «Ambiente è salute: esposizione cronica a pesticidi e Dna umano», presentazione della prima ricerca scientifica su alcuni residenti della Val di Non ed organizzata dal Comitato per il diritto alla salute.
Che il tema scottante fosse particolarmente sentito è stato testimoniato dal fatto che l’organizzazione ha dovuto impedire l’accesso alla sala a molte persone interessate all’iniziativa e giunte quando l’auditorium era ormai al completo. Tuttavia, questo interesse si è fatto sentire in maniera più brusca, quando alcuni interventi a fine dibattito hanno portato un altro punto di vista sull’agricoltura tradizionale.
Ma andiamo per gradi. Sergio De Romedis del Comitato per il diritto alla Salute Val di Non ha introdotto la serata: «Oggi presenteremo uno studio scientifico effettuato sugli abitanti della Val di Non relativo ai danni al Dna dovuti all’esposizione cronica ai pesticidi. Ciò non significa che siamo contro l’agricoltura, ma, al contrario, pensiamo che essa sia fondamentale. Tuttavia, attraverso l’uso di determinate sostanze chimiche di sintesi, crediamo che essa crei una conflittualità, poiché sono state trovate tracce di pesticidi nel corpo di chi non è esposto professionalmente».
La parola è dunque passata agli esperti. Il dottor Marco Tomasetti dell’università politecnica delle Marche ha spiegato l’azione dei pesticidi sul Dna umano: anzitutto essi creano una rottura del genoma, poi inibiscono la naturale funzione ricostruttiva e, proprio per questo, obbligano la cellula a riprodursi in maniera errata. Questo non significa certo malattia istantanea, ma è comunque una premessa a tumori o malattie neurodegenerative.
Il secondo intervento è stato quello della dottoressa Renata Alleva del Irccs Rizzoli di Bologna, la quale ha presentato lo studio sulla popolazione nonesa: «Abbiamo effettuato uno studio su un gruppo di persone che per motivi residenziali è quotidianamente a contatto con i pesticidi. Si è misurata la qualità dell’aria, la presenza di pesticidi all’interno delle case e si sono poi eseguiti prelievi sulle persone in periodi diversi, ad alta e bassa esposizione».
Lo studio afferma che nei periodi di alta esposizione il Dna ci mette molto tempo a riparare i danni subiti dai pesticidi e anzi è inibito dal farlo. «Il danno al Dna si accumula e una donna in gravidanza può trasferire al feto le sostanze – ha proseguito la Alleva – Ciò può avvenire anche durante l’allattamento, visto che i residui dei pesticidi si accumulano nei grassi».
Lo studio sarà pubblicato su una rivista scientifica internazionale, laMolecular Nutrition & Food Research.
Nel dibattito è intervenuto oggi, con una nota dettagliata, anche l’assessore Michele Dallapiccola, che rivendica quanto fatto dalla Provincia su questo fronte e invita a evitare gli allarmismi.
IL DIBATTITO: «I CONTADINI NON SONO ASSASSINI»
Dopo l’intervento del pediatra dottor Pinelli, il quale ha parlato delle conseguenze dei pesticidi sullo sviluppo dei bambini, è seguito un dibattito acceso. In cui però nessuno ha confutato lo studio scientifico (non c’erano esperti di microbiologia o medicina titolati a farlo), ma si è trasferito il dibattito su temi generali.
Così ad esempio Alessandro Dalpiaz, direttore dell’Apot: «La serata mi ha disorientato. Noi agricoltori siamo accusati di essere gli artefici delle problematiche esposte in questo studio. Non crediamo sia così. Noi agiamo nel rispetto delle norme e non sta a noi fare pressione sul legislatore affinché elimini determinati pesticidi. Al contrario di quanto sostenuto stasera, la qualità e l’aspettativa di vita non sono peggiorate».
A queste parole sono partite grida di protesta contro Dalpiaz, il quale ha proseguito dicendo che «Noi non siamo colpevoli, ma interpreti della nostra vita professionale. Possiamo sicuramente migliorare, ma dobbiamo trovare punti di incontro e dialogare di più». Dalpiaz ha ripreso il proprio posto in sala accompagnato da forti proteste.
In questo clima rovente, dal mondo ortofrutticolo è arrivata un’altra voce, quella di Gabriele Calliari, presidente Coldiretti Trentino: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Siamo tutti venuti qui in auto e chissà quanti aerei sono passati sopra le nostre teste durante la serata. Io non mi sento un killer di bambini. Devo forse pensare che la gente muore di cancro per colpa della mia attività? L’agricoltura oggi è a un bivio: o è legittimata e può dunque andare avanti, oppure deve terminare. Dobbiamo smettere di produrre e acquistare prodotti esteri distribuiti dalle lobby multinazionali e ogm? Diamoci una mano, altrimenti non se ne esce».
Anche in questo caso non sono mancati i brusii di sottofondo, ma certo non così forti come quelli rivolti a Dalpiaz. La serata si è quindi conclusa verso mezzanotte.
APOT E MELINDA: «ECCO PERCHÉ ABBIAMO PARTECIPATO»
Diversi rappresentanti dei Consorzi Melinda e «La Trentina», associati ad Apot – Associazione produttori ortofrutticoli trentini – ed una rappresentanza di frutticoltori di imprese private, e rappresentanze di enti locali del territorio, non hanno voluto mancare al Convegno, per ribadire il proprio impegno e volontà di accogliere le istanze della popolazione sul fronte del tema dell’utilizzo dei fitofarmaci. E lo hanno ribadito in un comunicato stampa.
Esso informa: «Abbiamo ritenuto utile una nostra presenza all’incontro per confermare la disponibilità dei frutticoltori verso un confronto più aperto e attento sui temi della salute e dell’ambiente – dichiara Alessandro Dalpiaz, direttore di Apot -. Dobbiamo essere coscienti che solo attraverso una progettualità rinnovata, ma anche sufficientemente condivisa, sarà possibile migliorare la qualità del sistema produttivo e del sistema territoriale, offrendo maggiori e più solide garanzie sociali ed economiche al Trentino, dando pieno significato al concetto di sostenibilità che ingloba le istanze economiche, sociali ed ambientali dei lavoratori e dei cittadini».
Continua il comunicato stampa: «Sulla medesima posizione il presidente di Melinda Michele Odorizzi, che ricorda come “L’interesse del Consorzio passi anche attraverso le sensibilità dei cittadini, che vanno ascoltate ed applicate nelle politiche ambientali e commerciali ma anche nel lavoro quotidiano dei singoli frutticoltori”».
Secondo il comunicato dei frutticoltori «Il confronto continuo e costruttivo, quindi, è quanto Apot e i Consorzi associati auspicano, da cui trarre utili suggerimenti e indicazioni importanti per la formulazione di programmi di attività e progetti in grado di favorire il raggiungimento di obiettivi di qualità ambientale, sociale ed economica alla base del concetto di “sostenibilità”, verso cui i frutticoltori, le loro rappresentanze e la società civile sono comunemente orientati».
fonte: http://www.ladige.it/popular/salute/2016/03/20/pesticidi-studio-residenti-val-non-agiscono-dna-passano-mamma-feto
tratto da: QUI

 

Fantastico – Il contadino che dichiara di essere ignorante e autodidatta, ma che rivoluziona l’agricoltura: ecco come coltiva pomodori e ortaggi senza acqua né pesticidi, con un antico metodo che sta affascinando i biologi.

 

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Fantastico – Il contadino che dichiara di essere ignorante e autodidatta, ma che rivoluziona l’agricoltura: ecco come coltiva pomodori e ortaggi senza acqua né pesticidi, con un antico metodo che sta affascinando i biologi.

Pomodori senz’acqua ne pesticidi:
questo metodo affascina i biologi
I metodi di Pascal Poot, lontani dall’agricoltura moderna, sono oltreché iperproduttivi anche naturali e poco costosi. Gli scienziati pensano di trovare delle risposte ai cambiamenti climatici.
Qui il terreno è così sassoso e il clima così arido che le querce vecchie di 50 anni sono più piccole di un uomo. All’entrata della fattoria di Pascal Poot, sulle alture di Lodève (Hérault) troneggia un vecchio cartello in cartone: “conservatoria di pomodori”
Ogni estate, i pomodori gialli a pera e altri Neri di Crimea crescono qui in una pazza abbondanza.
Senza irrigazione malgrado la siccità, senza tutore, senza cure e alcun pesticida ne concimi, le sue migliaia di piante producono fino a 25 kg di pomodori ciascuna.Il suo segreto? E’ nei semi che Pascal Poot semina davanti a me, con dei gesti che mischiano pazienza e nonchalance. L’inverno sta per terminare nella regione, è venuto il tempo per Lui di affidare i suoi semi alla terra. Sono le prime semine dell’anno
L’uomo ha 52 anni ma sembra senza età.Questo figlio di agricoltori che ha lasciato la scuola a 7 anni si dichiara completamente autodidatta.Ha allevato pecore e coltivato castagneti prima di specializzarsi nelle sementi. Oggi semina su del terriccio, dentro una serra, quindi mette i vasetti su un enorme mucchio di letame fresco, per cui la temperatura nei giorni successivi arriverà a 70 gradi, riscaldando la serra e permettendo la germinazione dei semi.
La tecnica del letto caldo è molto antica. Questo permetteva agli orticoltori del XIX secolo di raccogliere meloni in città dalla fine della primavera. E questo permette a Pascal Poot di far germinare ogni anno migliaia di piante di pomodori, zucchini, peperoni, poi li pianta in piena terra e non se ne occupa più fino alla raccolta.
Mentre semina, Pascal mi spiega i dettagli del suo metodo:
“La maggior parte delle piante che oggi chiamiamo “erbacce” erano piante che si mangiavano nel Medioevo, come l’amaranto o il dente di cane.
Mi son sempre detto che se loro sono così resistenti è perché nessuno se ne è più occupato da generazioni .
Tutti cercano di coltivare gli ortaggi proteggendoli il più possibile, io invece
cerco di incoraggiarli a difendersi da soli.
Ho cominciato a piantare pomodori su un terreno pieno di sassi vent’anni fa, e all’epoca non c’era una goccia d’acqua. Tutti pensano che facendo così le piante muoiono, ma questo non è vero in effetti tutte le piante sopravvivono. All’inizio abbiamo pomodori piccoli, ridicoli. Bisogna raccogliere i semi dei frutti e seminarli l’anno seguente. Allora si cominciano a vedere veri pomodori, possiamo raccoglierne 1 o 2 kg per pianta.
Meglio ancora se aspettiamo un anno o due. All’inizio mi hanno preso per matto ma alla fine, i vicini hanno visto che io avevo più pomodori di loro e senza peronospora, allora la gente ha cominciato a parlarne e dei ricercatori sono venuti a vedere.”
“Alla fine degli anni 90, durante la lotta contro gli OGM, ci siamo detti che bisognava lavorare anche sulle alternative, ed abbiamo cominciato a fare l’inventario degli agricoltori che si facevano le proprie sementi. Ne abbiamo trovati tra 100 e 150 in Francia. Ma il caso di Pascal Poot era unico. Il minimo che si può dire è che lui ha una grande indipendenza di spirito, segue le sue regole, e per mia conoscenza nessuno fa come lui.
Lui seleziona le sue sementi in un contesto molto difficile e di stress per le piante e ciò le rende estremamente tolleranti, migliora le loro qualità gustative e fa si che i nutrienti sono più concentrati. Oltre ciò lui coltiva diverse centinaia di varietà differenti, pochi agricoltori hanno una conoscenza così vasta”
I ricercatori cominciano solo ora a capire
i meccanismi biologici che spiegano il successo del metodo di Pascal Poot
…assicura Véronique Chable, specialista in materia a l’INRA-Sad de Rennes che ha realizzato delle ricerche sulle selezioni di Pascal Poot dopo il 2004
“Il principio base è di mettere le piante nelle condizioni in cui vogliamo che crescano. L’abbiamo dimenticato ma da molto tempo fa parte del buon senso contadino, oggi si chiama ereditarietà dei caratteri acquisiti in altre parole c’è una trasmissione dello stress e dei caratteri positivi delle piante per più generazioni.
Bisogna comprendere che il DNA è un supporto di memorizzazione plastico , non è solo la mutazione genetica che causa il cambiamento , c’è anche l’adattamento , con geni che sono dormienti , ma che possono  risvegliarsi . La pianta produce dei semi dopo aver vissuto il suo ciclo, e conserva memoria di alcuni aspetti acquisiti
Pascal Poot gestisce bene questo, le sue piante non sono molto differenti dalle altre a livello genetico ma hanno una capacità di adattamento impressionante.”Questa capacità di adattamento ha un valore commerciale. Durante la mia visita, molti hanno chiamato Pascal per ordinare delle sementi. L’agricoltore vende i suoi semi a molte aziende bio, come Germinance. Kevin Sperandio, artigiano sementiere di Germinance, ci spiega:
“Il fatto che le sementi di Pascal Poot si siano adattate a un territorio difficile fa si che hanno una capacità di adattamento enorme, valida per tutte le regioni e per tutti i climi. Non non abbiamo i mezzi di fare questo genere di test ma sono sicura che se facessimo un confronto tra una varietà ibrida, quella di Pascal Poot e un seme bio classico sarebbero quelle del conservatore dei pomodori che otterrebbero i migliori risultati”
Una parte dei semi sono venduti illegalmente,perchè non sono iscritti nel catalogo ufficialedelle specie e varietà vegetali del GNIS(raggruppamento nazionale interprofessionale delle sementi e delle piante)
“Una delle mie migliori varietà è la Gregori Altaï.Ma non è iscritta nel catalogo, forse perché non è abbastanza regolare. Molte varietà sono come questa. L’autunno scorso, la sementiera  Sementi del Paese a un controllo di repressione frodi ha trovato 90 infrazioni nel loro catalogo, il principio stabilisce che siamo autorizzati a vendere i semi che danno frutti tutti uguali e danno gli stessi risultati in ogni luogo. Per me questo è il contrario della vita, che riposa sull’adattamento permanente.
Questo porta a produrre dei cloni ma vediamo sempre più che questi cloni sono come zombi…”
Alla domanda su questi controlli, un rappresentante di GNIS spiega:
“Il nostro obiettivo è quello di fornire una protezione per l’utente e il consumatore. Il settore francese delle sementi è molto importante, ma ha bisogno di un’organizzazione e di un sistema di certificazione”.
Tuttavia la standardizzazione della frutta e dei semi si fa spesso a scapito del gusto e delle qualità nutrizionali . E potrebbe , in futuro , danneggiare gli agricoltori , dice Veronique Chable
“Il lavoro di selezione dei semi dimostra che siamo in grado di far crescere la pianta in condizioni molto particolari . Ma l’agricoltura moderna ha perso di vista che tutto questo si basa sulla capacità di adattamento. In un contesto di rapidi cambiamenti climatici e ambientali il mondo agricolo avrà bisogno di questo . Dovremo preservare non solo i semi , ma anche la conoscenza degli agricoltori , le due cose vanno insieme”.Per condividere questa conoscenza , ho chiesto a Pascal di spiegare come si selezionano e raccolgono i suoi semi. Ecco i suoi consigli:
“Bisogna raccogliere il frutto più tardi possibile, appena prima del primo gelo così avrà vissuto non solo la siccità estiva , ma anche le piogge autunnali.
Il pomodoro è molto speciale . Quando si apre un pomodoro , i semi sono in una specie di gelatina, come un bianco d’uovo . Questa gelatina impedisce ai semi da germogliare all’interno del frutto , che è caldo e umido.
I semi non germoglieranno fino a quando la gelatina non sarà marcita e fermentata.
È necessario dunque far fermentare i semi .Per questo bisogna aprire il pomodoro , togliere i semi e lasciarli per alcune ore nel loro succo , per esempio in una ciotola e ci sarà poi una fermentazione lattica.
Dobbiamo monitorare la fermentazione come il latte sul fuoco , può durare tra 6 e 24 ore , ma non deve formarsi  della muffa. Poi se prendendo un seme col dito si stacca bene dalla gelatina allora è pronto.
Si mette il tutto in un colino da tè ,si lava con l’acqua e si mette ad asciugare. così si ottiene una percentuale di germinazione tra il 98 % e il 100 %
Il peperone è diverso , basta lavare i semi , asciugarli su un setaccio fine e conservare. Per il peperoncino è lo stesso ma occorre fare attenzione perché i semi sono molto piccanti , e questo passa anche attraverso i guanti . Una volta che ho raccolto i semi di peperoncini Espelette senza guanti , ho dovuto passare la notte con le mani in acqua ghiacciata !”
Fonte QUI

Smog: l’assassino silenzioso

 

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Smog: l’assassino silenzioso

Sono giorni terribili per la qualità dell’aria nel Piemonte.
Anche se nella mia Vercelli, la qualità dell’aria di ieri (lunedì 30 ottobre) era in leggero miglioramento con valori di PM10 di 57 µg/m³, i giorni passati sono stati caratterizzati da valori record che hanno toccato i 146 µg/m³ lo scorso sabato. Non va affatto meglio a Torino dove, complici i disastrosi incendi in val di Susa, la centralina di Beinasco ha raggiunto numeri simili a quelli delle inquinatissime metropoli cinesi: 354 µg/m³, 7 volte il valore massimo consentito dalla norma.
La terribile situazione della qualità dell’aria non è solo un disastro per i nostri martoriati polmoni, costretti a respirare un cocktail di sostanze pericolose, ma anche un grave problema sociale ed economico.  Secondo OMS e OCSE gli oltre 90 mila decessi prematuri annui causati della pessima qualità dell’aria ci costano moltissimo: 88,5 miliardi di euro ogni anno, quasi il 5% del PIL. A queste cifre folli rischiamo di dover aggiungere a breve le sanzioni dovute alle tre procedure di infrazione Europee dovute ai continui superamenti dei valori limite degli inquinanti in cui è coinvolto il nostro Paese, con una multa che potrebbe ammontare a oltre 1 Miliardo di Euro.

L’Italia non rispetta i limiti della qualità dell’aria da oltre 10 anni e presenta tassi di mortalità più alti delle altre principali economie Europee: oltre 1.500 decessi prematuri per milione di abitante, contro una media dell’Unione europea di poco più di mille decessi prematuri. Un problema che tocca in particolare i bambini molto piccoli, estremamente sensibili all’inquinamento atmosferico. La letteratura scientifica collega la presenza di inquinanti atmosferici, come l’esposizione al particolato atmosferico, ad effetti negativi sullo sviluppo funzionale dei polmoni, con possibile riduzione cronica del loro tasso di crescita, oltre a complicanze dell’asma e aumento della prevalenza e dell’incidenza di tossi e bronchiti.

Nessuno può chiamarsi fuori da questa emergenza.

fonte: http://mirkobusto.net/inquinamento-aria-piemonte/

È ovvio che a questo problema contribuiscano tutta una serie di attività come il traffico, il riscaldamento domestico e il settore industriale, ma non possiamo fare finta di dimenticare che sulla qualità dell’aria incidano anche in maniera importante agricoltura e allevamento.

Non a caso qualche giorno fa la Regione ha finalmente deciso di fare un primo timido passo per contrastare l’emergenza, elaborando, con il DGR n. 42-5805, le ‘prime misure di attuazione dell’Accordo di Programma per l’adozione coordinata e congiunta di misure di risanamento della qualità dell’aria nel Bacino Padano’. Tra le attività proibite non appena il livello di legge di 50 μg/m3 sia stato superato per 4 giorni consecutivi troviamo, oltre alle ovvie limitazioni della circolazione per le auto diesel e per il riscaldamento a biomassa, il divieto assoluto di qualsiasi tipologia di combustioni all’aperto (anche relativamente alle deroghe consentite) e il divieto di spandimento dei liquami zootecnici.

In relazione a questo, colgo l’occasione per spendere due parole sulla polemica tutta Vercellese dell’abbruciamento delle stoppie. Credo che stiamo parlando di un minimo di sano buon senso, non capisco il senso di continuare a bruciare le paglie quando la moderna letteratura agronomica testimonia che non ha effetti apprezzabili sulle infestanti, non ha effetti rilevanti sul contenimento delle malattie fungine, non ha effetti, in genere, di accumulo di tipo dannoso di sostanza organica. Si brucia solo utile materia organica che poi va reintegrata con concimi. A dirlo sono svariati i lavori e ricerche: invito a consultare quella svolta per più di un decennio consecutivo alla Cascina Sperimentale Boschine (prima che essa venisse miseramente alienata dalla Provincia di Vercelli per far cassa), ed altri innumerevoli lavori sono consultabili circa il beneficio della paglia trinciata ed incorporata direttamente nel suolo e del suo ruolo utile al mantenimento della fertilità. Nessuno vuole criminalizzare gli agricoltori, ma anzi, li si vuole sensibilizzare affinché a loro volta stimolino i loro colleghi più distratti e meno attenti a contribuire alla risoluzione di un problema che ci riguarda tutti.

Ridurre l’inquinamento atmosferico nelle nostre aree deve essere una priorità politica.

È indecente assistere allo spettacolo di una politica che ‘tira a campare’ aspettando le piogge per paura di pestare i piedi a uno o all’altro settore (agricoltori, industriali dell’auto e dell’energia) oppure di scontentare i cittadini con i blocchi del traffico.

In pianura padana si muore di smog, questa è la realtà. Dobbiamo avviarci rapidamente verso l’abbandono del diesel, stimolando al contempo lo sviluppo di tecnologie pulite e la diffusione di veicoli ibridi ed elettrici. Dobbiamo fare in modo che ciò si accompagni a politiche per abbandonare l’uso del mezzo privato in favore del potenziamento e dell’efficientamento della mobilità pubblica. Dobbiamo abbandonare i progetti e gli investimenti sulle grandi infrastrutture che devastano il territorio senza rispondere ai veri bisogni dei cittadini portati avanti dalla vecchia politica.

Il M5S ha le idee chiare e, una volta al governo, avrà il coraggio di portarle avanti con determinazione. Abbiamo il diritto di respirare aria pulita e dobbiamo preservarlo, nelle nostre città, per noi e per le generazioni che verranno.