L’Unione Europea con la complicità del nostro Governo dichiara la morte di un’altra eccellenza Italiana: il pomodoro di Pachino schiacciato dai trattati. Gli agricoltori: “Raccoglierlo non conviene. La politica ci prende per i fondelli”

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L’Unione Europea con la complicità del nostro Governo dichiara la morte di un’altra eccellenza Italiana: il pomodoro di Pachino schiacciato dai trattati. Gli agricoltori: “Raccoglierlo non conviene. La politica ci prende per i fondelli”

 

Il pomodoro di Pachino schiacciato dai trattati Ue. Gli agricoltori: “Raccoglierlo non conviene. La politica ci prende per i fondelli”

 

‘Oro rosso’, è così che chiamano il pomodoro di Pachino. Un tesoro conosciuto e apprezzato in tutto il mondo che però vale molto meno dell’oro. Anzi poco o niente, ormai. Così nel suo comune di origine, all’estremo sud della Sicilia, il pomodoro rimane nelle serre. Negli ultimi mesi il prezzo di mercato è sceso vertiginosamente a causa delle massicce importazioni dai paesi esteri. E a Pachino gli agricoltori rinunciano a raccoglierlo perché non conviene, lo lasciano sulle piante. “Produrre un chilo di pomodoro mi costa un euro, tra l’acquisto della piantina e i costi della plastica, dei gancetti, delle tasse, degli operai che devono raccoglierlo e poi trasportarlo – racconta a ilfattoquotidiano.it Sebastiano Cinnirella, imprenditore agricolo -, adesso il ciliegino si vende a 50-60 centesimi al kg, a 30 il pomodoro da insalata. Non vale la pena raccoglierlo”. L’azienda di Sebastiano è un’azienda senza marchio Igp che da anni affronta le stesse problematiche, ma negli ultimi tempi la situazione sembra precipitare. “Se lavoriamo così per un altro mese, non prendo nemmeno i soldi della plastica – aggiunge – e tutti quelli che ho speso sono a perdere”. Lo schiaffo per gli imprenditori agricoli di Pachino si materializza in un piccolo supermercato locale, dove al prezzo di 1 euro e 39 centesimi al kg è in vendita il pomodoro ‘datterino’ importato dal Camerun. “La distribuzione dovrebbe agevolarci a vendere il prodotto, ma nello stesso tempo è quella che ci danneggia – racconta Paolo Cavallaro, un altro agricoltore –, perché non possiamo competere con questi prezzi”. E puntano il dito contro i trattati siglati dall’Unione Europea con i paesi del Nord Africa, a partire da quello del 1996 con il Marocco, che prevedono “misure di liberalizzazione reciproche per i prodotti agricoli” e “per i prodotti agricoli trasformati”. Ma i produttori stranieri hanno costi di produzione più bassi, e per i concorrenti siciliani è impossibile competere. “Le prime avvisaglie della crisi partono da quegli accordi”, commenta l’agricoltore Aldo Beninato. Che racconta di aver incontrato cinque ministri in questi anni: “Ma abbiamo ricevuto solo promesse e prese per i fondelli”. Quella di Aldo è un’attività che dura da generazioni, la coltivazione delle terre ereditate dal nonno. Parte delle sue serre sono andate distrutte durante la nevicata del 2014, e mentre ancora attende che la Regione Sicilia possa erogargli i soldi per costruire nuovi impianti, non smette di arare i campi. “Il ministro Maurizio Martina (Politiche agricole alimentari e forestali nei governi Renzi e Gentiloni, ndr) si era impegnato per la vendita alla grande distribuzione, promettendo per questa un percorso di filiera – racconta amaro Aldo -, tutto questo non c’è stato, siamo abbandonati a noi stessi”. Il ministero, rispondendo all’interrogazione di alcuni deputati siciliani del Pd, aveva confermato che si sarebbero “attivati presso la Commissione europea per richiedere un intervento in merito al livello dei prezzi di ritiro applicabili per taluni prodotti ortofrutticoli, tra i quali le diverse tipologie di pomodoro”. “Questa è la mia terra, questo il mio lavoro – spiega ancora uno sconsolato Sebastiano – se mi dicono che devo chiudere mi metterò con un piattino davanti all’entrata della chiesa”. E insieme a lui potrebbero essere in tanti, tra giovani e vecchi agricoltori, a smettere di coltivare l’oro rosso di Sicilia   di Saul Caia e Francesco Midolo

 

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biorticello.it dal produttore al consumatore in pochi clic

 

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biorticello.it dal produttore al consumatore in pochi clic

biorticello.it utilizza il web per mettere in contatto piccoli agricoltori biologici italiani con la domanda del mercato sempre più in crescita.

Biorticello.it è una rete di piccoli agricoltori biologici italiani, quelli che si svegliano presto la mattina 7 giorni su 7 col mal di schiena o il raffreddore, di sabato o domenica, per curare il loro piccolo terreno in tutte le fasi del processo produttivo e dare vita a prodotti sani e soprattutto buonissimi. Per green.it abbiamo raggiunto Viviana Datti, Founder di Biorticello.it e le abbiamo rivolto qualche domanda.

Sul vostro sito campeggia lo slogan: Naturale. Contadino. Genuino. Cosa fa esattamente Biorticello.it?

L’idea è quella di mettere piccole realtà artigiane in rete e sulla rete: creare, cioè, sinergie tra aziende che possono condividere saperi e risorse, ma anche farle conoscere da un pubblico più ampio grazie a Biorticello.it, una piattaforma e-commerce che vende solo prodotti biologici di queste piccole aziende e ne racconta le loro storie, chi c’è dietro un prodotto e come viene realizzato.

Ci racconti la vostra storia?

Appena qualche anno fa vivevamo tutti in città convinti che i servizi e le opportunità culturali che l’ambiente offriva era quello che ci serviva. Oggi viviamo in Sabina, in provincia di Rieti, in paesi che non superano il migliaio di abitanti e non torneremmo mai indietro. La sede della startup si trova a Poggio San Lorenzo, un borgo medievale con appena 500 abitanti, ma tanti ulivi e dolci colline.

Come è nata l’idea ed esattamente di cosa vi occupate?

L’idea ci è venuta conoscendo personalmente le aziende agricole del territorio, guardando da vicino l’impegno, la fatica e la convinzione nel coltivare terre e idee per un mondo migliore. Quindi abbiamo pensato “uniamo le forze!”: l’agricoltore continua a fare ciò che gli riesce meglio, cioè produrre delizie culinarie naturali e contadine, noi le facciamo conoscere a un pubblico più ampio, sono troppo buone per tenerle per noi. Con questa idea abbiamo partecipato a un bando della Regione Lazio che premiava imprese innovative e siamo riusciti ad avere un finanziamento. Da lì abbiamo capito che dovevamo iniziare a fare sul serio.

Ci spieghi il funzionamento della piattaforma lato utente?

L’utente può collegarsi a Biorticello.it e navigare fra i diversi prodotti biologici dei nostri agricoltori, passare dalla pasta integrale di grano Claudio al succo di barbabietola, dalla composta di pere e cardamomo al pesto genovese con basilico DOP, da vini autoctoni ciociari ai ceci biondi o neri e fare la spesa da tante piccole aziende agricole in un unico luogo. Una volta fatto il pieno di prodotti biologici naturali, contadini e genuini, basta aggiungerli al carrello, pagare sicuri tramite Paypal (con carta di credito o account paypal) e in 3 giorni vengono recapitati a casa tramite corriere espresso. L’ordine arriva al nostro magazzino, siamo noi che prepariamo con cura il pacco e lo affidiamo alla spedizione. Qual è il bello? Poter acquistare da tante aziende in un unico istante e vedersi recapitare un pacco unico, nello stesso momento e con un’unica spesa di spedizione (fino a 3 kg parliamo di 5,90 euro, per esempio).

E quello lato produttore?

Selezioniamo personalmente le aziende agricole, andandole a trovare nelle loro tenute, per conoscere chi c’è dietro, cosa fanno e come lo fanno. Per loro realizziamo fotografie dell’azienda da mettere nella sezione dedicata che ogni agricoltore ha sul nostro sito. Ci piace anche fare un’intervista al responsabile dell’azienda in modo che possa raccontarsi dalle sue parole. Ci occupiamo noi anche della realizzazione delle foto dei prodotti per il sito, non solo le solite noiose foto su fondo bianco, ma ci divertiamo a comporre dei set che esaltino al meglio il prodotto (il giorno prima di ogni shooting ci trovate in giro per i boschi sabini a recuperare bacche e frutti di ogni genere). Quando un produttore viene scelto per entrare nella rete Biorticello non deve far altro che inviarci i suoi prodotti, alla parte logistica col consumatore finale ci pensiamo noi. È il produttore che decide il prezzo, proprio perché vogliamo riconoscere loro il giusto valore al prezioso lavoro che fanno. A questo prezzo noi aggiungiamo il nostro margine e componiamo così il prezzo finale al consumatore.

Che caratteristiche ha il consumatore tipo che utilizza la vostra piattaforma?

Il nostro consumatore è una persona a cui piace mangiare bene, che è attenta a quello che mangia, lo fa in maniera informata e consapevole e a cui piacciono prodotti fatti con le ricette di una volta. È anche disposta a spendere qualche soldo in più per la propria salute, quella dell’ambiente che ci circonda. Una cosa che abbiamo notato con piacere è che le persone che hanno interagito con noi in questi 3 mesi di vita ci hanno anche dato tanti consigli per migliorare e sono molto disponibili al confronto.

E le caratteristiche del produttore?

Di produttori ne abbiamo per tutti i gusti: il nostro più giovane contadino ha 26 anni e ha deciso di continuare insieme a suo padre l’attività di produzione di cereali senza per questo rinunciare alla sua vita di aperitivi e uscite con gli amici, la nostra mascotte è una settantenne ruspante che insieme a suo marito cura, raccoglie e coccola più di 600 alberi di ulivo, poca dimestichezza con la mail ma whatsapp non ha segreti per lei. Ciò che li accomuna tutti è la convinzione e l’impegno nella produzione di cibo genuino, con ingredienti semplici di cui curano personalmente il processo produttivo in maniera artigianale. La maggior parte delle aziende è conosciuta solo nella zona di provenienza e ha una presenza online poco sviluppata. Per questo ci siamo noi!

Il vostro sito non è soltanto una piattaforma di vendita  ospita anche un blog, Credete sia importante affiancare all’attività imprenditoriale anche un buon racconto di essa?

Per noi il racconto è fondamentale. Vogliamo far capire cosa c’è dietro ogni prodotto e provare a trasferire l’amore e la passione che loro hanno trasmesso a noi quando li abbiamo incontrati. Ci hanno raccontato storie così straordinarie che sentiamo il bisogno di condividerle. Dal giovane nato come archeologo, che ha recuperato un antico uliveto sperimentale di un vecchio antenato persino di origine nobiliare; a chi ha ri-comprato terreni che erano di suo nonno e che il padre aveva dismesso perché non aveva creduto nell’agricoltura e ora produce ottimi vini biodinamici; a chi è scappato dal caos della città per scommettere sull’agricoltura, dare un futuro migliore ai propri figli e uscire dalle 4 mura buie di un lavoro d’amministrazione.

 

Chilometro zero, perché scegliere il produttore più vicino

 

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Chilometro zero, perché scegliere il produttore più vicino

Il mercato e le politiche commerciali delle grandi multinazionali del cibo dilatano la distanza geografica tra il produttore e il consumatore. La società contemporanea è governata dal potere delle aziende che producono alimenti e che regolano l’import/export di cibi standardizzati e di scarsa qualità. Così facendo, le nostre tavole accolgono una sovrabbondanza di cibo privo di gusto, coltivato in media a 2000 chilometri di distanza.

L’area di produzione degli alimenti deve tornare a essere coincidente o quasi con i luoghi in cui gli stessi venivano consumati, per tutelare la tradizione culinaria locale e per abbattere la soglia dell’inquinamento ambientale.

Tornare a un atteggiamento di ricerca del cibo nelle aree limitrofe all’abitazione induce a un riequilibrio degli usi alimentari e a un rapporto con il territorio non esasperato dalla produzione intensiva. La vendita di cibo nei supermercati, in una realtà centralizzata e isolata, raggiungibile spesso solo con la macchina denuncia l’impossibilità del consumatore di essere educato a scegliere e a usare il cibo. Nei supermercati gli alimenti sfilano sotto gli occhi delle persone tutto l’anno, con pochissime variazioni stagionali, con una disponibilità assolutamente sovradimensionata per il singolo compratore. Ciò non avviene nei mercati in cui il consumatore instaura un contatto diretto (fisico e visivo) con il cibo, raramente confezionato e quasi mai fuori stagione.

La diffusione nei cosiddetti farmer’s market dei prodotti a filiera corta o a chilometro zero è una politica economica mirata alla gestione della produttività locale e alla rivalutazione di un sistema produttivo di qualità. Si definisce a chilometro zero il cibo che viene prodotto e venduto nello stesso luogo (o poco distante), in cui la compra/vendita è gestita dal produttore senza passare per uno o più intermediari. Per esempio, nella filiera agroalimentare la frutta e la verdura vengo coltivate da un agricoltore, lavate e pulite da una seconda azienda, confezionate in un altro stabilimento e da questo con un’azienda trasportatrice vengono distribuite nei vari ingrossi alimentari. Quando questa merce non arriva dall’estero, comunque non è soggetta alla vendita diretta perdendo così la freschezza e la qualità di un prodotto appena colto.

Ovviamente la società e le nostre abitudini alimentari, tarati su un apporto nutrizionale proveniente da una dieta varia, non ammettono in assoluto il sistema commerciale a chilometro zero. Non è pensabile che le banane, o rimanendo in ambito nazionale il Parmigiano Reggiano e il pomodoro pachino, vengano consumati solo dagli abitanti delle strette aree limitrofe, quanto invece è possibile e necessario ridurre drasticamente i trasporti delle derrate alimentati. L’Italia è produttrice di una grande varietà di mele, nei supermercati però vengono vendute anche quelle provenienti dalla Cina, prodotte a 8.100 chilometri (Food Miles) di distanza. Così pure per le arance spagnole (1.800 chilometri), il grano ucraino (1.675 chilometri) o canadese (6.727 chilometri), gli asparagi peruviani (10.000 chilometri) e il kiwi neozelandese (18.600 chilometri).

Su questo tema c’è chi ritiene che la distribuzione commerciale crei ricchezza, vietando quindi il traffico alimentare ai popoli si sottrae loro la disponibilità di cibo, oltre al fatto che non sia eticamente corretto che olio italiano possa fare il giro del mondo mentre questo viene impedito, per esempio, al vino cileno o all’uva sudafricana. Bisogna riconoscere che non tutte le aree del nostro pianeta producono cibo a sufficienza per sfamare le popolazioni autoctone, quest’ultime devono essere sostenute nell’approvvigionamento delle risorse alimentari. Questo però non il caso dell’Italia. Proprio perché l’Italia è in grado di fornire cibo alla popolazione insediata, garantendo una dieta varia e un apporto nutrizionale bilanciato, non è necessario incrementare le importazioni alimentari nel nostro territorio ma sviluppare i mercati locali per la distribuzione di cibi freschi e di qualità.

Secondo l’Aci, nel 2012 in Italia l’85,5 per cento del trasporto delle merci è avvenuto su strada con autocarri. L’uso di veicoli gommati comporta l’incremento dei consumi dei carburanti, la congestione del traffico, l’inquinamento atmosferico e acustico e anche una cospicua percentuale di perdita dei prodotti. Ciò avviene su qualsiasi prodotto, ma sulla commercializzazione del cibo è intollerabile.

Le emissioni di CO2 delle arance che arrivano su strada dalla Spagna rilasciano nell’atmosfera 245 KgCO2, l’aglio pakistano compie 3.300 chilometri emettendo 1.185 KgCO2 per viaggio aereo. I dati Istat riportano che solo nel 2013 sono arrivate in Italia 1miliardo di tonnellate di merce da tutto il mondo. La somma dei trasporti per tutti paesi del mondo lasciano solo immaginare quante emissioni inquinanti ogni anno vengono rilasciate nell’atmosfera.

La globalizzazione e i liberi mercati degli agricoltori sono un fenomeno che difficilmente avrà un’inversione di marcia, almeno non a breve termine. Frenare il traffico alimentare è possibile perché è una scelta che ognuno di noi può fare singolarmente, producendo effetti benefici per tutti. In un report del marzo 2014, Coldiretti afferma che la compra/vendita di prodotti a chilometro zero nei mercati degli agricoltori è aumentata del 67 per cento a fronte di un calo del 4 per cento delle vendite a causa della crisi.

Al giorno d’oggi pensare a una distribuzione del cibo solo a chilometro zero è una ideologia radicale poco applicabile a un contesto globale. Il pianeta ha bisogno di una cura concreta e unitaria contro l’inquinamento e contro la malnutrizione. Scegliere un’alimentazione quanto più possibile a chilometro zero è sostenibile, restituisce agli agricoltori la gestione della filiera alimentare e ci nutre con prodotti più sani. I vantaggi sono per tutti, pianeta compreso.

fonte: https://opinionedellacastagna.com/2016/12/15/chilometro-zero-perche-scegliere-il-produttore-piu-vicino/

Il Datterino di Pachino a 9 euro al kg: come fregare agricoltori e consumatori!

 

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Il Datterino di Pachino a 9 euro al kg: come fregare agricoltori e consumatori!

La vicenda del pomodoro Datterino di Pachino è emblematica del fallimento integrale della politica agricola della Regione siciliana. Un prodotto che dovrebbe essere l’emblema del Km zero della Sicilia è oggetto di una speculazione che riesce a penalizzare, contemporaneamente, gli agricoltori che lo producono e i consumatori della nostra Isola 

Palermo, in giro per i banconi di un supermercato, sezione ortofrutta. Abbondanza di prodotti anonimi, senza indicazione di provenienza (per quello che vale, perché le etichette senza controlli fanno solo sorridere). A un certo punto veniamo attratti dalle vaschette di pomodoro: si tratta del Datterino.Vaschette piccole. Ci informiamo sul peso: 250 grammi. Costo: quasi 2 euro e 30 centesimi.

In pratica, il pomodoro Datterino, nei supermercati del capoluogo della nostra Isola, si vende a oltre 9 euro al chilogrammo!

Se il prezzo è questo gli agricoltori che lo producono dovrebbero essere miliardari. E invece? Invece succedono cose strane, tutte architettate per fregare, come ora proveremo ad illustrare, gli agricoltori siciliani. E i consumatori della nostra isola.

Cominciamo con la zona di provenienza. In Sicilia la zona d’elezione per la produzione del Pomodorino di Pachino e del Datterino è un ristretto areale che si snoda tra Pachino e Porto Palo di Pachino, in provincia di Siracusa.

Volendo essere precisi, il Pomodorino si produce a Pachino, mentre il Datterino a Porto Palo di Pachino. Ma questa è una distinzione topografica un po’ forzata: forse è più corretto affermare che l’area d’elezione per la produzione di questi due particolari pomodori è quella che si distende tra Pachino e Porto Palo di Pachino.

A differenza del Pomodorino, il Datterino è un po’ più piccolo, presenta una forma leggermente allungata, “a dattero”. Il pomodoro Datterino ha una una buccia sottilissima ed una polpa altamente zuccherina, con un gusto unico nel suo genere.

Ormai, vista la grande richiesta di questi prodotti, i luoghi dove il Pomodorino di Pachino e il Datterino si coltivano non si contano più. Nel Trapanese non mancano le coltivazioni di questi particolari tipi di pomodoro. Per non parlare dei Pomodorini e dei Datterini che arrivano dai Paesi esteri, Cina in testa.

Sia i Pomodorini, sia i Datterini sono presenti nei mercati in quasi tutti i mesi dell’anno. Ciò significa che vengono prodotti nelle serre. Qui il discorso si complica.

La gestione di una serra è cosa un po’ complicata. Perché si ha a che fare con tecniche che richiedono particolare maestria da parte degli agricoltori. In questo campo gli agricoltori siciliani sono bravissimi, da Pachino a Porto Palo di Pachino, da Scicli a Vittoria a Gela, fino al Trapanese.

Stiamo parlando di serre nelle quali si utilizzano tecniche sofisticate e altrettanto sofisticati pesticidi. Sostanze che vanno utilizzate con grande oculatezza per limitare al minimo la presenza di residui nei prodotti finiti.

In Sicilia il rispetto dei protocolli è affidato, come già detto, alla maestria degli agricoltori. E fuori dalla Sicilia? Torneremo su questo punto.

Quello che in questo momento è necessario sapere è che, come già accennato, il vero Datterino siciliano è prodotto tra Pachino e Porto Palo di Pachino. Ma è un prodotto che subisce una concorrenza sleale sia da chi lo produce in altre aree della Sicilia, sia da chi lo importa da mezzo mondo!

Sapete quanto viene pagato il Datterino agli agricoltori di Pachino e di Porto Palo di Pachino? Se va bene – ma gli deve andare bene! – a 0,50 euro al chilogrammo.

Possibile che un prodotto di altissima qualità venga pagato agli agricoltori siciliani ad un prezzo così basso? E com’è possibile che, nei supermercati di Palermo, lo stesso Datterino costi ai consumatori oltre 9 euro al chilogrammo?

In questa storia del Datterino, letteralmente rubato agli agricoltori di Pachino e di Porto Palo di Pachino, c’è il fallimento integrale della politica agricola della Regione siciliana.

Riflettiamo: se questo prodotto potesse arrivare sulle tavole dei consumatori siciliani (parliamo solo della Sicilia, in questo caso di Km zero), eliminando l’intermediazione dei commercianti, portando il prezzo a 4 euro al chilogrammo, gli agricoltori potrebbero tranquillamente vendere il proprio prodotto a due euro al chilogrammo e i consumatori potrebbero acquistarlo, per esempio, a 4 euro al chilogrammo.

I due euro di differenza servirebbero a un’amministrazione pubblica che funziona per organizzare una ‘filiera corta’, avvicinando l’offerta (i produttori di Datterino) alla domanda (i consumatori).

Invece di tutto questo non c’è traccia. L’assessorato regionale all’Agricoltura, in Sicilia, di fatto, è una sorta di ‘Castello di Kafka’ che oggi, in buona parte, serve solo a complicare la vita agli agricoltori e a distribuire contributi – ormai per lo più fondi europei – in parte agli agricoltori, in parte a soggetti che, con l’agricoltura siciliana non hanno nulla a che vedere.

Il tutto con ritardi incredibili che, in parte sono da imputare ad Agea (l’Agenzia dello Stato che eroga i contributi in agricoltura) e, in parte, sono da imputare ad un’amministrazione regionale che, anche in questo settore, è un ‘modello di disorganizzazione organizzata’ (in questo momento, in Sicilia, i ritardi nell’erogazione dei fondi europei in agricoltura sfiorano e in alcuni casi superano i due anni: cosa, questa, con molta probabilità voluta per far fallire gli agricoltori e favorire l’arrivo di produzioni estere: paradigmatico il ‘caso’ del grano duro canadese che deve sostituire il grano duro del Sud Italia).

In questo ‘Far West’ dell’agricoltura siciliana avviene di tutto. Ortofrutta che arriva da chissà dove senza alcun controllo sui pesticidi (ci sono zone del mondo dove ancora oggi si utilizzano a piene mani pesticidi pericolosi per la salute umana che l’Italia ha bandito negli anni ’70 del secolo passato!). Arance marocchine, olio d’oliva ‘extra vergine’ tunisino, limoni argentini, frutta secca messicana o californiana, frutta estiva dal Nord Africa, carciofi dall’Egitto, pomodori e passata di pomodoro dalla Cina e via continuando.

Un caos totale. E in questo caos totale anche i prodotti che, in Sicilia, dovrebbero essere di nicchia, magari a Km zero, vengono surclassati da produzioni che arrivano da chissà dove.

“Il prezzo è questo, prendere o lasciare, tanto ormai di Pomodorino e di Datterino ne troviamo quanto ne vogliamo”, si sentono ripetere gli agricoltori.

Chi ci vanno fregati, in questa storia, sono anche i consumatori siciliani. In una Regione organizzata dovrebbero mangiare Pomodorino e Datterino di Pachino prodotto nelle zone d’elezione della nostra Isola a un prezzo almeno dimezzato rispetto a quello attuale. Invece Iddio solo sa che cosa arriva sulle loro tavole a oltre 9 euro al chilogrammo…

Il tutto in vaschette sempre più piccole.

All’inizio erano vaschette da 1 kg.

Poi vaschette da 500 grammi.

Oggi vaschette da 250 grammi.

Perché un conto è scrivere su una vaschetta di Datterino 4 euro e mezzo, che farebbe scappare a gambe levate i consumatori, mentre altra cosa è scrivere 2 euro e 30 centesimi. Nella fretta i consumatori che frequentano i supermercati non si accorgono nemmeno di aver acquistato una vaschetta di 250 grammi di prodotto, lo prendono e pagano…

 

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/11/20/il-datterino-di-di-pachino-a-9-euro-al-kg-come-fregare-agricoltori-e-consumatori/

Le mele del Trentino? Sono così piene di pesticidi da aver contaminato il DNA dei neonati !!

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Le mele del Trentino? Sono così piene di pesticidi da aver contaminato il DNA dei neonati !!

Il dibattito sui pesticidi c’è ed è pure molto acceso. Nell’affollatissima sala dell’Istituto comprensivo di Cles, si è svolto il convegno «Ambiente è salute: esposizione cronica a pesticidi e Dna umano», presentazione della prima ricerca scientifica su alcuni residenti della Val di Non ed organizzata dal Comitato per il diritto alla salute.
Che il tema scottante fosse particolarmente sentito è stato testimoniato dal fatto che l’organizzazione ha dovuto impedire l’accesso alla sala a molte persone interessate all’iniziativa e giunte quando l’auditorium era ormai al completo. Tuttavia, questo interesse si è fatto sentire in maniera più brusca, quando alcuni interventi a fine dibattito hanno portato un altro punto di vista sull’agricoltura tradizionale.
Ma andiamo per gradi. Sergio De Romedis del Comitato per il diritto alla Salute Val di Non ha introdotto la serata: «Oggi presenteremo uno studio scientifico effettuato sugli abitanti della Val di Non relativo ai danni al Dna dovuti all’esposizione cronica ai pesticidi. Ciò non significa che siamo contro l’agricoltura, ma, al contrario, pensiamo che essa sia fondamentale. Tuttavia, attraverso l’uso di determinate sostanze chimiche di sintesi, crediamo che essa crei una conflittualità, poiché sono state trovate tracce di pesticidi nel corpo di chi non è esposto professionalmente».
La parola è dunque passata agli esperti. Il dottor Marco Tomasetti dell’università politecnica delle Marche ha spiegato l’azione dei pesticidi sul Dna umano: anzitutto essi creano una rottura del genoma, poi inibiscono la naturale funzione ricostruttiva e, proprio per questo, obbligano la cellula a riprodursi in maniera errata. Questo non significa certo malattia istantanea, ma è comunque una premessa a tumori o malattie neurodegenerative.
Il secondo intervento è stato quello della dottoressa Renata Alleva del Irccs Rizzoli di Bologna, la quale ha presentato lo studio sulla popolazione nonesa: «Abbiamo effettuato uno studio su un gruppo di persone che per motivi residenziali è quotidianamente a contatto con i pesticidi. Si è misurata la qualità dell’aria, la presenza di pesticidi all’interno delle case e si sono poi eseguiti prelievi sulle persone in periodi diversi, ad alta e bassa esposizione».
Lo studio afferma che nei periodi di alta esposizione il Dna ci mette molto tempo a riparare i danni subiti dai pesticidi e anzi è inibito dal farlo. «Il danno al Dna si accumula e una donna in gravidanza può trasferire al feto le sostanze – ha proseguito la Alleva – Ciò può avvenire anche durante l’allattamento, visto che i residui dei pesticidi si accumulano nei grassi».
Lo studio sarà pubblicato su una rivista scientifica internazionale, laMolecular Nutrition & Food Research.
Nel dibattito è intervenuto oggi, con una nota dettagliata, anche l’assessore Michele Dallapiccola, che rivendica quanto fatto dalla Provincia su questo fronte e invita a evitare gli allarmismi.
IL DIBATTITO: «I CONTADINI NON SONO ASSASSINI»
Dopo l’intervento del pediatra dottor Pinelli, il quale ha parlato delle conseguenze dei pesticidi sullo sviluppo dei bambini, è seguito un dibattito acceso. In cui però nessuno ha confutato lo studio scientifico (non c’erano esperti di microbiologia o medicina titolati a farlo), ma si è trasferito il dibattito su temi generali.
Così ad esempio Alessandro Dalpiaz, direttore dell’Apot: «La serata mi ha disorientato. Noi agricoltori siamo accusati di essere gli artefici delle problematiche esposte in questo studio. Non crediamo sia così. Noi agiamo nel rispetto delle norme e non sta a noi fare pressione sul legislatore affinché elimini determinati pesticidi. Al contrario di quanto sostenuto stasera, la qualità e l’aspettativa di vita non sono peggiorate».
A queste parole sono partite grida di protesta contro Dalpiaz, il quale ha proseguito dicendo che «Noi non siamo colpevoli, ma interpreti della nostra vita professionale. Possiamo sicuramente migliorare, ma dobbiamo trovare punti di incontro e dialogare di più». Dalpiaz ha ripreso il proprio posto in sala accompagnato da forti proteste.
In questo clima rovente, dal mondo ortofrutticolo è arrivata un’altra voce, quella di Gabriele Calliari, presidente Coldiretti Trentino: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Siamo tutti venuti qui in auto e chissà quanti aerei sono passati sopra le nostre teste durante la serata. Io non mi sento un killer di bambini. Devo forse pensare che la gente muore di cancro per colpa della mia attività? L’agricoltura oggi è a un bivio: o è legittimata e può dunque andare avanti, oppure deve terminare. Dobbiamo smettere di produrre e acquistare prodotti esteri distribuiti dalle lobby multinazionali e ogm? Diamoci una mano, altrimenti non se ne esce».
Anche in questo caso non sono mancati i brusii di sottofondo, ma certo non così forti come quelli rivolti a Dalpiaz. La serata si è quindi conclusa verso mezzanotte.
APOT E MELINDA: «ECCO PERCHÉ ABBIAMO PARTECIPATO»
Diversi rappresentanti dei Consorzi Melinda e «La Trentina», associati ad Apot – Associazione produttori ortofrutticoli trentini – ed una rappresentanza di frutticoltori di imprese private, e rappresentanze di enti locali del territorio, non hanno voluto mancare al Convegno, per ribadire il proprio impegno e volontà di accogliere le istanze della popolazione sul fronte del tema dell’utilizzo dei fitofarmaci. E lo hanno ribadito in un comunicato stampa.
Esso informa: «Abbiamo ritenuto utile una nostra presenza all’incontro per confermare la disponibilità dei frutticoltori verso un confronto più aperto e attento sui temi della salute e dell’ambiente – dichiara Alessandro Dalpiaz, direttore di Apot -. Dobbiamo essere coscienti che solo attraverso una progettualità rinnovata, ma anche sufficientemente condivisa, sarà possibile migliorare la qualità del sistema produttivo e del sistema territoriale, offrendo maggiori e più solide garanzie sociali ed economiche al Trentino, dando pieno significato al concetto di sostenibilità che ingloba le istanze economiche, sociali ed ambientali dei lavoratori e dei cittadini».
Continua il comunicato stampa: «Sulla medesima posizione il presidente di Melinda Michele Odorizzi, che ricorda come “L’interesse del Consorzio passi anche attraverso le sensibilità dei cittadini, che vanno ascoltate ed applicate nelle politiche ambientali e commerciali ma anche nel lavoro quotidiano dei singoli frutticoltori”».
Secondo il comunicato dei frutticoltori «Il confronto continuo e costruttivo, quindi, è quanto Apot e i Consorzi associati auspicano, da cui trarre utili suggerimenti e indicazioni importanti per la formulazione di programmi di attività e progetti in grado di favorire il raggiungimento di obiettivi di qualità ambientale, sociale ed economica alla base del concetto di “sostenibilità”, verso cui i frutticoltori, le loro rappresentanze e la società civile sono comunemente orientati».
fonte: http://www.ladige.it/popular/salute/2016/03/20/pesticidi-studio-residenti-val-non-agiscono-dna-passano-mamma-feto
tratto da: QUI

 

“Ho perso 17 kg in un mese”: le storie degli agricoltori vittime del glifosato raccontate da Altroconsumo! …Sì, il glifosato, quello che la Commissione Europea si appresta ad autorizzare per almeno altri 5 anni!

 

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“Ho perso 17 kg in un mese”: le storie degli agricoltori vittime del glifosato raccontate da Altroconsumo! …Sì, il glifosato, quello che la Commissione Europea si appresta ad autorizzare per almeno altri 5 anni!

 

“Ho perso 17 kg in un mese”: le storie degli agricoltori vittime del glifosato

“Avevo dolori fortissimi alla schiena che mi impedivano di dormire, ho perso 17 chili in quattro settimane”. Marc Laloux è un agricoltore francese di 79 anni che per oltre 30 anni ha utilizzato il glifosato nei suoi campi. A raccontare la sua storia è Franceinfo che in un video ha narrato passo dopo passo i sintomi che poi hanno portato alla diagnosi più brutta: linfoma. (continua dopo il video)

Du Glyphosate au cancer²

Mentre la Commissione europea ha deciso, mercoledì scorso, di rinviare il voto sulla ri-autorizzazione di glifosato, Franceinfo si unisce al coro di coloro che non perdono occasione per denunciare i pericoli dell’erbicida più utilizzato al mondo. L’associazione francese Generation futures ha messo insieme numerose testimonianze delle vittime di questo erbicida e di altri pesticidi.

Marc Laloux  non è il solo ad aver subito i danni del glifosato. Armel Richomme, 62 anni, vive senza la sua milza dal 2013. Il suo tumore è stato riconosciuto come una malattia professionale. “Sono arrabbiato perché abbiamo avvelenato mio marito” risponde Brigitte Richomme. “E se permettiamo di utilizzare ancora il glifosato, continueremo a farlo“.

Elise Aucouturier, 34 anni, ha visto il suo papà morire per un tumore: “L’impatto economico del glifosato è più importante della salute” si rammarica concludendo: “Per papà, è stato molto difficile accettare di essersi ammalato a causa del suo lavoro” – ricorda Elise Aucouturier  – “Per un contadino, il suo lavoro è la sua vita”.

intanto questa sera la trasmissione tv Report dedicherà un’inchiesta proprio all’erbicida più utilizzato al mondo. Partendo dalle nostre analisi di qualche anno fa su pasta e prodotti a base di farina, ha portato nuovamente in laboratorio 6 marchi di pasta. I risultati non sono ancora noti ma Italmopa ha già annunciato una battaglia a suon di tweet.

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/10/30/ho-perso-17-kg-in-un-mese-le-storie-degli-agricoltori-vittime-del-glifosato/27555/

Reimpianto degli ulivi. Tutto quello che non dicono – una nuova truffa per gli agricoltori del Salento!

 

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Reimpianto degli ulivi. Tutto quello che non dicono – una nuova truffa per gli agricoltori del Salento!

 

Reimpianto ulivi. Ciò che non dicono

di Crocifisso Aloisi*

Non sappiamo come andrà a finire la storia dei reimpianti degli olivi salentini, una cosa però si può prevedere, anche a costo di sentirsi dire “sei un complottista”: chi auspica una riconversione olivicola del Salento, con il reimpianto di nuove varietà di olivi, non sta dicendo (oppure non sta facendo capire) cosa significa tutto ciò per i 60.000 proprietari di oliveti salentini.

Ci hanno raccontato, grazie ad un cortocircuito politico/mediatico, che la panacea di tutti i mali sono le cultivar resistenti (resistenti a cosa? al disseccamento o al batterio?), che permettono di introdurre l’intensivo e il super intensivo nelle nostre bellissime campagne (ma ancora per poco, sai come saranno belle estensioni di ettari di alberelli alti un paio di metri a pochissimi metri di distanza uno dall’altro?). Ora, a parte che ci sarebbe seriamente il rischio di uno sfruttamento ulteriore ed eccessivo di una risorsa preziosissima per il questo Territorio come l’acqua in falda (territorio caratterizzato da periodi di siccità cronica), nonché di un ulteriore stress ambientale dovuto all’uso di altra chimica per supportare una coltivazione intensiva, che si aggiungerebbe ad una situazione già fortemente compromessa (come testimoniano ciclicamente i vari report da parte delle Autorità Sanitarie sullo stato di salute del Salento), quello che non viene spiegato bene sono i seguenti quesiti:

1) dei 60.000 proprietari stimati, chi avrà veramente i requisiti per riconvertire i propri oliveti ? La sensazione è che saranno molto pochi coloro che si potranno avvantaggiare della possibilità di reimpianto: quelli che hanno i pozzi regolarmente censiti, chi avrà i mezzi per la raccolta meccanizzata.Soprattutto coloro che avranno denaro cash per acquistare le piante considerate ‘resistenti’. Quindi i soliti noti, qualche centinaio di soggetti su 60.000, le aziende strutturate e meglio agganciate con le associazioni di categoria

2) abbiamo sentito anche parlare di vitigni che potrebbero essere nuovamente piantati in Salento. Ora, a parte che chi vorrebbe questa soluzione è stato anche lo sponsor principale dell’eradicazione dei nostri vitigni dieci/quindici anni fa (le cui quote sono state spostate quasi tutte in Veneto Lombardia), invogliando i proprietari a disfarsi dei vitigni anziché aiutarli concretamente, non si capisce quali e quanto saranno queste quote che si potranno reintrodurre, quali regioni saranno disposte a cedere una parte delle quote di produzione. Quindi altro fumo negli occhi

3) a quanto pare le cultivar resistenti non sembrano poi tanto resistenti se si pensa che dopo vent’anni di coltivazione intensiva dovrebbero essere sostituite con nuove piante, quindi nuovi costi

4) la sottomisura 5.2 del PSR regionale approvato dall’UE, prevede un sostegno per il “ripristino di impianti arborei produttivi distrutti per misure adottate per contrastare Xylella fastidiosa”. Quindi per avere un aiuto occorre dimostrare di aver abbattuto almeno il 30 per cento dei propri alberi per “contrastare Xylella Fastidiosa” e, poiché siamo in zona dichiarata ‘infetta’, occorre dimostrare che tutto il 30 per cento è infetto da xylella? I costi per fare le analisi saranno a carico del proprietario? Questo non lo dicono esplicitamente. L’impressione è che, con il reimpianto, si creeranno le condizioni di un nuovo latifondismo: chi non ha la possibilità di agganciarsi al carrozzone (perché abbandonato a se stesso) e vede i propri olivi morire, sarà molto disponibile a (s)vendere la propria terra, che sarà appannaggio di chi ha gli strumenti e ha già fiutato l’affare.

È chiaro che questo comporterà uno stravolgimento profondo dell’agricoltura salentina, con risvolti negativi anche su turismo, salute e altri aspetti di natura sociale e culturale. La politica non compromessa, gli operatori del turismo, chi ha a cuore la salute del territorio, gli operatori dell’informazione non compromessi, dovrebbero dire la loro e non continuare a voltarsi dall’altra parte. E poi c’è la profonda contraddizione, l’ennesima di questa storiella xylella, che si autorizzano gli espianti prima ancora dei risultati dei 27 progetti finanziati dalla Regione Puglia sulla cura piuttosto che l’eradicazione. L’UE e molti politici locali, avrebbero fatto meglio ad attendere la conclusione di alcune di queste sperimentazioni prima di sponsorizzare lo stravolgimento delle campagne salentine. Evidentemente le pressioni fatte dalla stampa e la paura di restare fuori dal palcoscenico mediatico locale (strumento fondamentale per la politica con la ‘p’ minuscola) hanno avuto la meglio.

 

*Consigliere comunale con delega all’agricoltura di Galatone (LE). Ha aderito alla campagna Un mondo nuovo comincia da qui

 

fonte: http://comune-info.net/

Vergognoso – Da Regione e UE soldi agli agricoltori siciliani per non coltivare il nostro grano. E così il grano al glifosato canadese avrà via libera!!

 

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Vergognoso – Da Regione e UE soldi agli agricoltori siciliani per non coltivare il nostro grano. E così il grano al glifosato canadese avrà via libera!!

 

Regione e UE: soldi agli agricoltori siciliani per non coltivare il grano. E così arriva il grano canadese!

Ecco cosa fa la Regione siciliana: distribuisce ricchi premi agli agricoltori della nostra Isola che non coltiveranno il grano duro per sette anni! Meno grano duro prodotto in Sicilia, più giustificazioni per il grano duro che arriva con le navi. Così la Regione siciliana si genuflette agli interessi delle multinazionali, dell’Unione Europea e del Canada. Il tutto a scapito dei consumatori che mangeranno sempre più grano ‘estero’ con annessi e connessi

Che l’ha detto che la Regione siciliana non fa nulla per i produttori di grano duro della nostra Isola? Fa, invece. E sapete cosa fa, guarda caso a partire da quest’anno, proprio mentre infuria in tutto il mondo la polemica sul grano duro canadese pieno di glifosato e micotossine DON? Regala un po’ di soldi ad ogni agricoltore siciliano che decide di non coltivare più grano duro per sette anni! Sì, avete letto bene: tu, agricoltore di Sicilia, ti stai buono per sette anni tenendo i terreni a pascolo e io, Regione, ti regalo 360-370 euro ad ettaro. I soldi li tira fuori l’Unione Europea.

Il discorso non fa una grinza. Il Parlamento Europeo approva il CETA, il trattato commerciale internazionale tra Unione Europea e Canada che prevede, tra le altre cose, che l’Europa acquisti il grano duro che il Canada produce nelle aree fredde e umide. Sono 4 milioni di tonnellate di grano duro canadese all’anno (come potete leggere in questo articolo che abbiamo scritto lo scorso dicembre) ‘ricco’ di glifosato e micotossine DON.

Ovviamente ci sono tante lamentele. Mezzo mondo, ormai, sa di che pasta è fatto (è proprio il caso di dirlo!) il grano duro canadese coltivato nelle aree umide. I consumatori hanno cominciato a riflettere sulla pasta industriale che arriva sulle loro tavole. E i produttori di grano duro del Mezzogiorno d’Italia, massacrati dalla concorrenza sleale dei canadesi, sono in rivolta. Un’associazione di produttori di grano del Sud e di consumatori – GranoSalus – ha fatto effettuare le analisi su otto marche di pasta italiane (qui i risultati delle analisi).

Gli industriali dicono che debbono ricorrere al grano duro estero (nessuno nomina più il grano duro canadese, chissà perché…) perché il grano duro prodotto nel Sud Italia non basta. Per certi versi hanno ragione, se è vero che, negli ultimi anni, 600 mila ettari di seminativi del Sud Italia sono stati abbandonati. Tutto grano duro che non si coltiva più, rimpiazzato dal grano duro “estero” (che nella stragrande maggioranza dei casi è canadese o ucraino) che arriva con le ‘famigerate’ navi.

In questo momento è in corso una battaglia durissima. I produttori di grano duro del Sud si sono ribellati. Sono soprattutto i granicoltori della Puglia e della Sicilia a combattere, visto che in queste due Regioni si coltiva quasi il 70% del grano duro italiano.

La battaglia è durissima e impari. Le multinazionali, attraverso il mercato di Chicago (il più importante del mondo per i cereali), fanno crollare il prezzo del grano duro del Sud Italia. L’estate dello scorso anno il prezzo del grano duro del Mezzogiorno d’Italia è precipitato a 14-15 euro al quintale, a fronte di costi di produzione di 21-22 euro al quintale. Presi per la gola, lo scorso anno molti agricoltori pugliesi e siciliani si sono rifiutati di vendere il proprio grano duro e l’hanno stoccato.

Quest’anno, stessa musica: grano duro di alta qualità, quello prodotto nel Sud Italia, ma prezzo basso: 21 euro al quintale. Strozzati per il secondo anno consecutivo.

Il tutto mentre in questo momento il grano duro canadese – quello ‘ricco’ di sostanze che fanno bene alla salute! – viene pagato a 27 euro al quintale.

I lettori giustamente diranno: ma come, il grano duro del Sud Italia – per lo più pugliese e siciliano – maturato al sole, privo di glifosato e di micotossine DON si vende a 21 euro e il grano duro canadese con i contaminanti si vende a 27 euro al quintale? Ma come funziona ‘sto mercato?

Funziona in ragione degli interessi delle multinazionali. Le multinazionali hanno deciso che la pasta industriale si deve produrre con il grano ‘estero’: e così deve essere! Quindi ‘botte’ in testa – cioè prezzi bassi – per gli agricoltori del Sud Italia e, in generale, per chi si oppone allo strapotere delle multinazionali.

Cosa fanno Unione Europea e Regione siciliana nel pieno di questo scontro? ‘Premiano’ gli agricoltori siciliani che si adeguano ai voleri delle multinazionali.

Tutti noi, l’estate dello scorso anno, ci siamo chiesti: perché una ‘stretta’ così forte? Perché far precipitare il prezzo del grano duro a 14-15 euro al quintale? Perché un prezzo così stracciato?

La spiegazione arriverà a febbraio di quest’anno. Dopo l’annata orribile dello scorso anno tanti produttori di grano duro della Sicilia si sono detti:

“Ragazzi, ragioniamo un attimo: lavorazione del terreno, semina, interventi per eliminare le malerbe, patema d’animo (perché in agricoltura un’ondata di maltempo ti dimezza il raccolto), trebbiatura e poi dobbiamo pure perdere nella vendita del nostro grano? E se non lo vendiamo – perché a 15 euro al quintale non lo vendiamo – ci dobbiamo sobbarcare pure i costi dello stoccaggio?”.

E’ a questo punto – siamo nel febbraio di quest’anno – che in ‘soccorso’ degli agricoltori siciliani arrivano le tre “C” della Regione siciliana: Crocetta, Cracolici & Cimò.

Il primo – Rosario Crocetta – è il presidente della Regione.

Il secondo – Antonello Cracolici – è l’assessore regionale all’Agricoltura.

Il terzo – Gaetano Cimò – è il dirigente generale del dipartimento Agricoltura della Regione.

Cosa si inventa il Governo regionale? Un decreto a valere sul PSR, Piano di Sviluppo Rurale, fondi europei per l’agricoltura. Misura 10. Anzi, per essere precisi, Misura 10.1.C.

Voi agricoltori – questo prevede tale Misura – vi impegnate a non coltivare i seminativi per sette anni. Per sette anni i vostri terreni debbo diventare pascolo permanente. E noi vi diamo un premio in base alla localizzazione. Ovvero:

288 euro ad ettaro se il vostro terreno si trova in montagna;

365 euro per ettaro se il vostro terreno si trova in collina;

370 euro per ettaro se il vostro terreno si trova in pianura.

Il grano duro è una coltura tipicamente collinare che va bene anche in pianura: e infatti la maggiore remunerazione si ha per la collina e per la pianura.

Se a questi 360-370 euro all’anno, per ettaro, si somma il contributo AGEA – che varia da 230 a 290 euro per ettaro all’anno, a seconda se il fondo non viene o viene coltivato (se si coltiva si arriva a 290 euro), si arriva a un reddito di oltre 600 euro per ettaro.

Pensate: 600 euro all’anno per ogni ettaro di seminativo per restare in casa: non male no?

Il problema è che, tra sette anni, tra multinazionali e CETA, chissà che cosa torneranno a coltivare gli agricoltori che hanno accettato…

Intanto le navi che scaricano il grano duro ‘estero’ avranno un’altra motivazione: se anche la Sicilia coltiva meno grano duro a maggior ragione noi lo dobbiamo importare! E chi lo smonta, adesso?

Il danno prodotto da questa Misura del PSR non riguarda solo l’agricoltura siciliana e il grano duro in particolare. Riguarda i consumatori di pasta: italiani e del resto del mondo. Perché la pasta industriale si mangia in tutto il mondo.

Perché se il grano duro ‘cattivo’ scaccia quello buono la pasta industriale, vuoi o non vuoi, verrà prodotta con il grano duro ‘estero’.

Grande la Regione siciliana, no? Invece di sostenere la produzione di grano duro della nostra terra sostiene gli interessi delle multinazionali in combutta con l’Unione Europea!

Riassumiamo.

Le multinazionali devono fare affari in Canada.

I canadesi dicono: “Sì, ma in cambio ci dovete fare vendere i nostri 4 milioni di tonnellate di grano duro che coltiviamo nelle aree fredde e umide”.

Le multinazionali impongono all’Unione Europea il CETA, che prevede, tra le altre cose, che l’Unione acquisti il grano duro canadese. Morale: pasta, pane, biscotti, pizze, dolci, merendine e via continuando si faranno anche con questo grano ‘estero’.

Ci penserà la pubblicità martellante a farci ‘digerire’ il glofosato e le micotossine DON.

Il Parlamento Europeo approva il CETA e dice ai 27 Paesi che fanno parte della stessa Unione: approvate il CETA.

Milioni di consumatori, in tutta Europa, protestano contro il CETA e contro i veleni in agricoltura.

E mentre è in corso ‘sta battaglia che fa la Regione siciliana? D’accordo con l’Unione Europea toglie di mezzo una parte del grano duro siciliano per fare posto a quello ‘estero’.

Intanto la parola passa al Senato presieduto da Piero Grasso, che ‘deve’ approvare il CETA. E via…

P.S.

Qualcuno obietterà che la Misura 10.1.C del PSR non vale solo per il grano duro, ma anche per altre colture annuali. A questi ‘scienziati’ dovete rispondere che il grano duro si coltiva in rotazione: proprio con quelle colture che, insieme con il grano, non vanno coltivate per sette anni. 

Questa Misura è stata pensata contro il grano duro siciliano. Il resto sono chiacchiere. 

 

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/07/29/regione-e-ue-soldi-agli-agricoltori-siciliani-per-non-coltivare-il-grano-e-cosi-arriva-il-grano-canadese/

Zucchero amaro – Ecco le aziende alimentari che strappano agli agricoltori TERRA e DIGNITÀ…!

 

 

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Zucchero amaro – Ecco le aziende alimentari che strappano agli agricoltori TERRA e DIGNITÀ…!

Zucchero amaro. Così amaro che sa del sangue delle popolazioni sfruttate. Ecco come l’industria alimentare strappa agli agricoltori cibo e dignità

Zucchero amaro. Solo così può essere definita una coltivazione che affama il mondo. Secondo il rapporto pubblicato da Oxfam, le compravendite di terreni per la produzione di zucchero da usare nell’industria alimentare sono alla base del Land Grabbing. La tecnica che strappa ai piccoli agricoltori nei paesi in via di sviluppo terra, cibo e dignità.

Cos’è il Land Grabbing

In un nostro precedente articolo abbiamo spiegato come a questo fenomeno (letteralmente rapina alla terra) sia collegato l’acquisto di terreni destinati all’agricoltura. Il tutto viene fatto con modalità che spesso violano i diritti dei cittadini delle nazioni più povere.

Oggi, grazie al dossier dell’Ong Oxfam, “Zucchero amaro. Quali diritti sulla terra nelle filiere di produzione delle multinazionali del cibo?” possiamo comprendere ancor meglio cosa si nasconde dietro a grandi aziende come Coca Cola, Pepsinella loro corsa ad accaparrarsi le materie prime dei Paesi in via di sviluppo.

Zucchero amaro: il dossier di Oxfam

A partire dal 2000, si legge nel dossier, almeno 4 milioni di ettari sono stati acquistati per la produzione di zucchero. Circa 100 compravendite di terra su larga scala che, in alcuni casi, hanno comportato violazioni dei diritti umani. Non solo, hanno causato la perdita dei mezzi di sostentamento. Hanno portato all’alienazione delle persone dai legami spirituali e culturali verso la propria terra. Talvolta arrivando anche alla violenza e alla distruzione di proprietà e coltivazioni.

Secondo il dossier, i cinque paesi con il maggior numero di compravendite sono il Sud Sudan, la Papua Nuova Guinea, l’Indonesia, la Repubblica Democratica del Congo e il Mozambico.

In particolare, il rapporto di Oxfam si concentra sullo zucchero amaro, inteso sotto due aspetti. Come coltura intensiva e come ingrediente chiave dell’industria alimentare.

Un business del valore di 47 miliardi di dollari

Il 51% di tutto lo zucchero prodotto viene trasformato in alimenti come bibite, dolciumi, prodotti da forno e gelati. Lo zucchero occupa 31 milioni di ettari di terreno a livello globale, un’area grande quanto l’Italia”. Si legge nel rapporto.

Numeri importanti, che portano a un business globale del valore di 47 miliardi di dollari.

Sfratti ed espropri eseguiti senza il consenso, e ovviamente senza neppure il risarcimento, delle comunità locali.

È necessario che le maggiori aziende del settore alimentare si dotino di politiche sufficientemente forti per contrastare l’accaparramento di terre e i conflitti che si manifestano nelle loro filiere produttive”. Queste le parole di Maurizia Iachino, presidente di Oxfam Italia.

La campagna per combattere lo sfruttamento

Proprio per questo, Oxfam ha dato il via alla campagna “Scopri il marchio. Il progetto, nato proprio quest’anno, “monitora le dieci più grandi multinazionali del cibo, prendendo in esame le loro politiche e gli impegni in favore di un sistema alimentare più equo. Le “10 Grandi Sorelle” sono: Associated British Foods (ABF), Coca-Cola, Danone, General Mills, Kellogg, Mars, Mondelez International, Nestlé, PepsiCo e Unilever. Tutte insieme generano entrate superiori a 1,1 miliardi di dollari al giorno”.

L’obiettivo è quello di costringere questi marchi di assicurare che i loro prodotti siano “puliti”. Cioè, non contengano zucchero coltivato su terre estorte violando i diritti delle popolazioni locali più vulnerabili.

Tra le aziende citate, fino adesso, nella classifica “Scopri il marchio” di Oxfam, Coca Cola, PepsiCo e ABF hanno ottenuto un punteggio basso o molto basso in tema di politiche sulla terra.

Oxfam chiede proprio a questi tre giganti di azzerare il land grabbing lungo le filiere di produzione. Le aziende devono inoltre rivelare, in modo trasparente, i Paesi e i produttori dai quali si riforniscono di materie prime. Non solo, devono impegnarsi a pubblicare valutazioni sulle conseguenze che la produzione dello zucchero ha sulle comunità locali. E, infine, usare il proprio potere per spingere i governi e, più in generale, l’industria alimentare a rispettare i diritti sulla terra.

fonte: https://www.ambientebio.it/aziende/lo-zucchero-amaro-che-ruba-la-terra-e-affama-il-mondo/