Dieta mediterranea, per le multinazionali difenderla è una colpa: “Accanita difesa del grano del Sud”

Dieta mediterranea

 

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Ancora un ottimo articolo di accusa tratto dal blog I Nuovi Vespri:

Dieta mediterranea, per le multinazionali difenderla è una colpa: “Accanita difesa del grano del Sud”

Oggi siamo al paradosso. Il capitalismo finanziario che regna sovrano al posto degli Stati democratici vuole convincerci che parlare di diritti è fuori moda. Così come parlare di produzioni locali e primato della salute. Anche di questo si è discusso al convegno sulla sovranità monetaria andato in scena ieri a Palermo. Il nostro blog ha fornito un esempio concreto dell’arroganza del potere economico…

La dittatura del capitalismo finanziario. Il tradimento della moneta unica europea che ha reso tanti Paesi, Italia in primis, molto più poveri di prima. Lo strapotere delle multinazionali che si fanno confezionare leggi e trattati ad hoc. La perdita di sovranità politica che si è tradotta in una guerra di potenti consorterie economiche contro gli interessi dei territori. Di tutto questo si è parlato ieri, nel corso di un interessante convegno andato in scena al Don Orione di Palermo, al quale hanno preso parte economisti cosiddetti ‘sovranisti’ arrivati da tutta l’Italia ed esponenti dei movimenti sicilianisti.

Qui abbiamo pubblicato l’intervista al professor Ernesto Screpanti che ha tracciato un bilancio dei primi 16 anni di moneta unica. In buona sostanza, da quando c’è l’euro, a crescere sono state solo disoccupazione, povertà e precarizzazione. Mentre si è fatto di tutto per distruggere lo stato sociale e i diritti dei lavoratori. Screpanti è uno studioso di primo piano, carte e numeri a sostegno della sua analisi che vi invitiamo a leggere sintetizzata, come è necessario che sia, nell’intervista che ci ha gentilmente concesso. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo L’imperialismo globale e la grande crisi, dove approfondisce il ruolo delle multinazionali e del  finanzcapitalismo.

Un tema ripreso da Franco Busalacchi (candidato alla Presidenza della Regione ed editore di questo blog) che nel suo intervento ha ripercorso le tappe dello sviluppo capitalistico dalla caduta del muro di Berlino ad oggi, soffermandosi su un esempio molto concreto -e che ci riguarda da vicinissimo – di quel potere delle multinazionali che somiglia tanto all’arroganza.

“Quando è caduto il muro di Berlino – ha detto Busalacchi – non ho esultato più di tanto. Perché se è vero che bisognava porre fine a quel comunismo, qualcosa che poteva essere e non è stato, è anche vero che fungeva da deterrente. Il muro è caduto perché il capitalismo ha vinto ed è un capitalismo che non fa prigionieri. I partiti che orbitavano in quell’area avrebbero dovuto arginare i danni del capitalismo sfrenato, ma non lo hanno fatto. Sono cambiati, rinunciando alla loro identità  che avrebbe loro consentito di essere una realtà molto più importante di quello che sono, a  partire da quel partitino che si chiama PD”.

“Oggi, oltre all’impoverimento dei cittadini italiani di cui ha parlato il professor Screpanti – ha aggiunto l’editore di questo blog – sempre meno persone detengono la ricchezza mondiale. Siamo passati da 500 a 8 persone che controllano il 99% della ricchezza”

“E’ un sistema che non ha scrupoli, lo vediamo ogni giorno e posso fornirvi un esempio che mi riguarda: sapete di cosa mi accusano le multinazionali della pasta che mi hanno fatto causa? Di difendere accanitamente il grano del Sud Italia. Avete capito bene, questa sarebbe la colpa che viene contestata al blog I Nuovi Vespri, di cui sono editore: ‘difesa accanita del grano meridionale’. Quello che per me è un onore, per loro è una colpa”. 

A questo punto, la platea, colpita dalla notizia, ha chiesto dettagli.

Il caso, come probabilmente molti dei nostri lettori sanno, nasce dalla nostra campagna a favore della dieta mediterranea e delle produzioni locali. La pasta, va da sé, è un pilastro della nostra dieta, ma che pasta? Con numerosi articoli e con la collaborazione dell’associazione GranoSalus abbiamo affrontato il tema del grano usato dalle industrie della pasta. Che, in tantissimi casi, italiano non è. Non solo. Arriva da Paesi che, non avendo le nostre condizioni climatiche, per fare maturare la pianta usano il famigerato glifosato o altre sostanze tossiche.

Un problema, quello del grano estero, confermato anche da diverse associazioni di categoria. Confagricoltura Sicilia, ad esempio, ha parlato chiaramente di farsa del Made in Italy con riferimento proprio alle multinazionali della pasta.

Poi sono arrivate le analisi di GranoSalus su otto marche di pasta. E apriti cielo: i signori della pasta finto Made in Italy hanno sfoggiato schiere di avvocati. Anche contro il nostro blog che ha il ‘difetto’ di cui sopra.

“Se il grano cresce dalle nostre parti è perché abbiamo le giuste condizioni climatiche. Cosa è l’eta dell’oro? E la Sicilia a Giugno, le bionde messi. Questi signori, invece, si fanno arrivare grano estero che contiene di tutto e su navi che magari il giorno prima trasportavano petrolio. E i limiti accettati dall’Unione europea quando parliamo di sostanza tossiche? Non ci vuole un genio per capire che le lobby esercitano pressioni anche a Bruxelles. Tra l’altro, parliamo di limiti consentiti sulla base del consumo medio europeo che non è quello italiano, né tanto meno quello siciliano. E che nessun limite può essere tollerabile quando si parla di veleni”.

“Come ha già detto l’amico Massimo Costa – ha aggiunto Busalacchi – il fatto che la pasta industriale costi meno è una trappola. Corriamo il rischio di spendere i soldi risparmiati per curarci dopo avere mangiato veleni”.

La pasta non è l’unico esempio. C’è anche la questione dell’olio d’oliva tunisino e di tanti altri prodotti che arrivano sulle nostre tavole solo per favorire questa o quella lobby. Il tutto sempre con l’avallo dell’Unione europea.

E il Sud Italia e la Sicilia rischiano di pagare il fio più amaro.  Queste forze del finanzcapitalismo che dettano legge al posto degli Stati democratici non hanno nessun interesse a fare crescere la nostra agricoltura, le nostre produzioni locali. Non hanno nessun interesse a salvare e difendere la dieta mediterranea.  Tra la salute dei consumatori e il loro  business scelgono il secondo.

E’ una lotta impari? Davide contro Golia? Certo non è facile. Ma, per cominciare, il cambio di abitudini nei consumi è un’arma potentissima:

“Sono le paste industriali a dovere diventare una nicchia, non le nostre produzioni locali”, ha sottolineato Busalacchi.

Su questo argomento la platea si è infiammata. Non è sfuggito a nessuno dei presenti l’importanza della difesa della salute che nel nostro caso va di pari passo con la difesa della nostra economia.

Va da sé, come hanno sottolineato sia Busalacchi che Massimo Costa, che non si potrà agire, a livello politico, con azioni concrete a protezione delle nostre produzioni, finché ci terremo una classe politica asservita ad interessi che non sono quelli dei Siciliani.

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/05/14/dieta-mediterranea-per-le-multinazionali-difenderla-e-una-colpa-accanita-difesa-del-grano-del-sud/

Possibile vaccino anti-tumorale scoperto per caso negli Usa

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Possibile vaccino anti-tumorale scoperto per caso negli Usa

Alla base del nuovo trattamento, sperimentato con successo sui topi, una proteina che inibisce la capacità di un qualsiasi tumore di bloccare l’attività del sistema immunitario

Nel corpo, l‘immunità anti-cancro è immobilizzata dalla capacità delle cellule del cancro di bloccare l’attività del sistema immunitario, ma un naturale de-immobilizzatore del sistema immunitario è stato recentemente identificato. Un team di scienziati della Michigan Medicine University ha individuato ora una speciale proteina che blocca la capacità del cancro di impedire al sistema immunitario di distruggere le cellule tumorali. La proteina in questione, chiamata C3d, ha il potenziale per essere alla base di un vaccino preventivo contro il cancro e di essere utilizzata per il suo trattamento. “La nostra terapia del cancro blocca l’immunosoppressione indotta dal tumore – spiega la dottoressa Marilia Cascalho, professoressa di chirurgia, microbiologia e immunologia presso la Michigan Medicina, sulle pagine del Journal of Clinical Investigation Insight -. E’ naturale e non ha effetti collaterali negativi”.

Sostanza individuata non ha effetti collaterali

“Il successo più recente dell’immunoterapia del cancro – evidenzia Cascalho, che ha collaborato a stretto contatto con il collega Jeffrey L. Platt – è con agenti che bloccano l’inibizione del sistema immunitario. Anche se c’è stato un enorme successo dell’immunoterapia, il problema risulta esser la sua non specificità e i molteplici effetti collaterali. La nostra terapia del cancro utilizza un nuovo percorso per bloccare l’immunosoppressione indotta dal tumore. E’ diversa perché, quando durante la sperimentazione C3d è stata iniettata nelle cellule tumorali, non ha avuto effetti collaterali”. C3d, attivato dagli anticorpi, si occupa anche delle cellule danneggiate o comunque estranee. “C’è una buona ragione per cui C3d può essere usata come un vaccino – commenta Cascalho -. Tradizionalmente i vaccini contro il cancro sono prodotti per un antigene specifico e i ricercatori devono determinare quali antigeni sono presenti in alcuni tipi di cancro. Ma la grande sfida è che i tumori sono diversi, e hanno diversi antigeni. I tumori inoltre si evolvono, così gli antigeni non possono rimanere sempre presenti. Questo rende difficile sviluppare un vaccino anti-cancro”.

Vaccino funziona contro tutte le forme tumorali

“Rispetto ai metodi tradizionali, la nostra scoperta ha un grande vantaggio – aggiunge la ricercatrice -. L’utilizzo di C3d per lo sviluppo di un vaccino non necessita di una conoscenza preventiva degli eventuali antigeni tumorali presenti”. Non si tratta di un dettaglio di poco conto, perché ciò ci consente di utilizzare C3b come un vero e proprio vaccino anti-cancro”. Nella sperimentazione condotta sui topi affetti da melanoma e linfoma, il farmaco si è dimostrato in grado di impedire al cancro di bloccare il sistema immunitario. In particolare c’è stato un calo dell’ 80-90 per cento di tumori cancerosi. “La sorpresa più grande – spiega ancora Cascalho – è che la vaccinazione anti-cancro con C3d ha prodotto una immunità anti-tumorale di lunga durata. Il vaccino potrebbe essere utilizzato come terapia in soggetti che sono predisposti al cancro per via della genetica o per condizione precancerosa”.

Un risultato inaspettato e del tutto casuale

Gli scienziati stavano sperimentando l’uso della proteina nella lotta all’Hiv. Samuel Balin, un dermatologo dell’Università della California, a Los Angeles, ha chiesto tuttavia la possibilità di valutarne le proprietà in una sua personale indagine per il possibile uso contro il cancro. Ciò che ha scoperto ha dell’incredibile e apre di fatto scenari inimmaginabili. “In questo momento – sostiene prudentemente la ricercatrice – C3d sembra essere incredibilmente promettente”. Stando a quanto dichiarato dai ricercatori la proteina non necessita di un impiego diretto sull’organo colpito da tumore, ma può essere utilizzata anche per il trattamento di neoplasie oggi considerate non trattabili in quanto si trovano in siti inaccessibili persino attraverso un intervento chirurgico.

Fonti:  Eurekalert   National Center for Biotechnology Information   Journal of Clinical Investigation Insight

Tratto da: http://notizie.tiscali.it/scienza/articoli/vaccino-anti-tumorale-sviluppato-negli-usa/

 

Aspirina per 5 anni riduce del 60% il tumore della prostata

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Aspirina per 5 anni riduce del 60% il tumore della prostata

L’utilizzo dell’aspirina per lunghi periodi di tempo può ridurre fino al 60% l’insorgenza del tumore della prostata. Mediamente la protezione si attesta sul 40% ma se il farmaco viene preso regolarmente per cinque anni sale, infatti,al 60%.
E’ quanto emerge da uno studio condotto dalla Società italiana di medicina generale (Simg) su 13.453 pazienti affetti da malattie cardio-vascolari e presentato in occasione del congresso nazionale della società.

«Quello alla prostata è, infatti, il tumore più frequente tra la popolazione maschile del nostro paese e quest’anno colpirà 35mila italiani. Grazie all’effetto protettivo dell’aspirina potremo dimezzare il rischio di nuovi casi» sottolinea Claudio Cricelli presidente Simg.

La ricerca, che dimostra anche l’efficacia nel ridurre del 30% i casi di carcinoma al colon retto, ha utilizzato i dati raccolti nel portale Health Search Ims Health Longitudinal Patient Database. L’aspirina, spiega Francesco Lapi, direttore della ricerca di Health Search, «è un farmaco antiaggregante e antinfiammatorio, agisce inibendo alcune vie enzimeatiche che favoriscono la proliferazione cellulare. Quindi riesce a bloccare la riproduzione incontrollata delle cellule che caratterizza le patologie oncologiche».
I dati della ricerca italiana sono in linea con quelli di altre simile condotte all’estero, aggiunge Francesco Cognetti presidente della Fondazione “Insieme contro il cancro” e mostrano la necessità di «rafforzare l’alleanza tra medico di medicina generale e oncologo per incentivare la prevenzione dei tumori del nostro paese».

Un’altra bomba ambientale di cui nessuno parla – Fusti di botulino, medicinali scaduti, scarti umani: c’è di tutto sotto le campagne di Cassino. Risultato: tumori e inquinamento!

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Un’altra bomba ambientale di cui nessuno parla – Fusti di botulino, medicinali scaduti, scarti umani: c’è di tutto sotto le campagne di Cassino. Risultato: tumori e inquinamento!

 

Fusti di botulino, medicinali scaduti, scarti umani: c’è di tutto sotto le campagne di Cassino
Una vera e propria bomba ambientale che ha provocato tumori e inquinamento nella zona di Nocione. L’indagine coordinata dalla Procura di Cassino con la Guardia di Finanza

Migliaia di tonnellate di rifiuti tossici e radioattivi nelle campagne di Cassino. Una vera e propria “Terra dei fuochi” laziale che in oltre vent’anni ha provocato danni devastanti all’ambiente e alla salute di uomini e animali, in una zona ad alta vocazione agricola. Succede a Nocione, area di diverse migliaia di metri quadrati a confine con Sant’Elia Fiumerapido dove per oltre vent’anni si è smaltito praticamente di tutto: dai fusti di botulino agli scarti di laboratorio, fino ad arrivare ad arti umani.

Le indagini, sono a una fase avanzata, vengono portate avanti dalla Guardia di Finanza di Cassino, sotto il coordinamento del procuratore Capo di Cassino Luciano D’Emmanuele, e si muovono su due fronti. Il primo che mira alla raccolta di una serie di testimonianze dei residenti ed ex dipendenti del comune per capire se hanno visto attività di scavo nella zona, l’altro concerne analisi del terreno.

I militari del colonnello Roberto Piccinini, comandante provinciale delle Fiamme Gialle, coordinati dal tenente colonnello Massimiliano Fortino hanno ricostruito tutto il percorso di smaltimento di rifiuti tossici pericolosissimi provenienti dalla Lombardia. Nei verbali di interrogatorio, i cui stralci sono stati pubblicati dal quotidiano Il Tempo,  si leggono dichiarazioni sconcertanti rilasciate da coloro che, per convenienza e per interesse, hanno partecipato all’interramento senza all’epoca proferir parola. “Abbiamo scavato di notte buche profonde anche trenta metri. Qui poi arrivavano i camion e gettavano tutto. Scarti ospedalieri, protesi di gambe e braccia rimosse dal corpo dei pazienti, cromo esausto e poi del siero, tanto siero scaduto e proveniente da Milano dove c’era un laboratorio che doveva smaltire senza pagare cifre astronomiche”.

Si parla di connivenze tra amministratori, colletti bianchi e alcuni imprenditori del settore rifiuti, che avrebbero scelto non a caso un terreno da tempo abbandonato per agire indisturbati. I primi sospetti sono iniziati ad emergere quando gli animali da cortile hanno iniziato a morire in pochi istanti dopo aver bevuto l’acqua di un canale. C’è una testimonianza, finita a verbale nei fascicoli della procura, che parla di odori nauseabondi provenienti dal canale Nocione, di strani movimenti notturni di camion ed escavatori, e soprattutto di un episodio in cui alcune galline, finite casualmente nel fosso dove giacevano i materiali tossici, sarebbero morte in meno di cinque minuti. “Da quel momento in poi abbiamo smesso di coltivare l’orto. Abbiamo fatto analizzare l’acqua e i dati dell’Arpa ci hanno segnalato la presenza di cromo, sia nel terreno che nell’acqua”, racconta una contadina.

Per non parlare delle malattie: dodici casi di linfoma di Hodgkin fra gli abitanti della zona. Un’anomalia che ha indotto un medico romano a segnalare la cosa alla Dia e appunto alla Guardia di Finanza. Contemporaneamente sono arrivati gli esposti degli ambientalisti corredati di fotografie che attestano il rinvenimento, durante i lavori di scavo per l’ampliamento di un pozzo, di resti umani e scarti di sala operatoria.

Le indagini proseguono a ritmo serrato, anche con l’utilizzo di mezzi altamente sofisticati: per i rilievi la GdF ha utilizzato anche aereo un P166 dotato di scanner termico sensibile alle radiazioni termiche emesse da svariate superfici e idoneo alla realizzazione di immagini e mappe termiche geocorrette. In grado di discriminare, con precisione al decimo di grado centigrado, temperature superficiali in un range dai -20° ai 110°. In questo modo si capirà se realmente ci sono altri interrati nella zona di Nocione e quali sono le dimensioni esatte del disastro ambientale.

fonte: http://notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/cassino-inquinamento/

Tutta la verità sulla sperimentazione del Metodo Di Bella? L’aveva già chiaramente esposta Report nel 2000. Contraddizioni, farmaci scaduti, preparati male o non fedeli al protocollo, studi sballati. Una truffa ai danni dei malati di tumore che ci è costata 70 miliardi delle vecchie lire

Metodo Di Bella

 

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Tutta la verità sulla sperimentazione del Metodo Di Bella? L’aveva già chiaramente esposta Report nel 2000. Contraddizioni, farmaci scaduti, preparati male o non fedeli al protocollo, studi sballati. Una truffa ai danni dei malati di tumore che ci è costata 70 miliardi delle vecchie lire

 

Report – PUNTATA DEL 31/05/2000
PERCHE’ LA SPERIMENTAZIONE DEL METODO DI BELLA E’ FALLITA?

(se non ti va di leggere, in fondo all’articolo troverai il collegamento al video)

MILENA GABANELLI in studio
Esattamente due anni veniva dichiarata fallita la sperimentazione Di Bella voluta a furor di popolo. Ma perché è fallita? Che cosa non ha funzionato? Sabrina Giannini ha ricostruito i punti salienti dei quella vicenda.

VOCE FUORI CAMPO DI GIORNALISTA DEL TG1 (su immagini di telegiornale)
Cura di Bella bocciata. Deludenti i primi risultati finali ma non si rassegnano i sostenitori del medico modenese.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
E’ finita così la vicenda della cura Di Bella. Iniziata in modo alquanto anomalo, per non dire unico, nella storia della sperimentazione clinica: con un decreto d’urgenza.

Immagini di seduta al Senato del 19 marzo 1998

“17 febbraio 1998 n. 23, recante disposizioni urgenti in materia di sperimentazioni cliniche in campo oncologico e altre misure in materia sanitaria. Chi l’approva? Il Senato approva”.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
La comunità oncologica ufficiale a cui è stato affidato il compito di sperimentare la cura in 60 centri sparsi per l’Italia, è giunta dopo 3 mesi a questi risultati: sui 386 pazienti che si erano sottoposti volontariamente alla sperimentazione, solamente 3 avevano fatto registrare una riduzione parziale del tumore. In 47 casi la malattia era rimasta stabile, la metà dei pazienti aveva avuto una progressione di malattia e un quarto era deceduto durante la sperimentazione. Erano tutti malati di cancro terminale, senza alternative di cura, quasi tutti già sottoposti alle terapie tradizionali.
Qui si chiude la sperimentazione ma i farmaci continuano ad essere somministrati ai malati che stanno meglio grazie alla terapia Di Bella.

GIOVANNI GIOVANNINI – paziente per lo studio osservazionale
Mentre la stampa diceva questo loro continuavano a darci i farmaci.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Il sig. Giovannini, da quando si cura con la terapia Di Bella, ha visto regredire completamente un linfoma Hogckin e oggi continua a ricevere farmaci gratuitamente, purché presenti ogni mese una documentazione medica che provi che la malattia è stabile o regredita, come prevede una disposizione ministeriale. Giovannini non era nel gruppo dei 386 che doveva testare l’attività antitumorale del farmaco ma in quello osservazionale che si proponeva di valutare la sopravvivenza dei malati e gli effetti tossici della cura.
Ma oggi quanti malati ricevono gratis i farmaci della terapia Di Bella? Circa il 2%.

GIOVANNI GIOVANNINI – paziente per lo studio osservazionale
Come mai se una sperimentazione viene dichiarata fallita dal Ministero della Sanità si continuano a somministrare dei farmaci gratuitamente a un numero di persone che, tutto sommato, stano meglio?

DOTT. NATALE CASCINELLI-Dir. Scientifico Ist. dei Tumori di Milano
Il motivo è essenzialmente un motivo compassionevole.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
E attualmente quanti sono ancora i pazienti che voi seguite?

DOTT. NATALE CASCINELLI-Dir. Scientifico Ist. dei Tumori di Milano
In tutto sono 11, su un gruppo iniziale di 181.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Ma oltre ai malati che continuano la cura, perché nel loro caso è efficace, un anno e mezzo dopo la fine della sperimentazione ci sono malati terminali ancora in vita. E sono più del 20%. Ma secondo gli esperti il dato non è interessante.

DOTT. FRANCESCO COGNETTI – Primario Oncologia Ospedale Regina Elena – Roma
In ogni malattia tumorale c’è una modesta percentuale di pazienti che sopravvivono a lungo termine. La cosa sarebbe diversa se queste cifre fossero 30, 40, 50%.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Ma alcuni aspetti della sperimentazione hanno portato il caso sul tavolo dei magistrati. Aspetti legati alla preparazione dei farmaci distribuiti ai malati in cura.
Il 2 dicembre 1998 il Nucleo Antisofisticazione dei Carabinieri di Firenze sequestra 1048 flaconi di soluzione retinoidi che sono stati distribuiti oltre il termine massimo di scadenza dei tre mesi a 28 centri della sperimentazione del metodo Di Bella. Leggo testualmente: “Ciò comporta che 1048 pazienti abbiano assunto, per un periodo oscillante tra i 20 e i 30 giorni, un farmaco potenzialmente imperfetto e non più possedente le caratteristiche terapeutiche iniziali. Senza escludere che la degradazione e scomposizione dei principi attivi possa produrre effetti collaterali gravi, specialmente in soggetti sofferenti in patologie neoplastiche. Ne consegue quindi che i risultati ottenuti dalla sperimentazione siano sicuramente inattendibili e che la stessa sperimentazione debba essere, quanto meno, rivista.
Sulla base di questo verbale sono stati avviate indagini giudiziali. Le Procure di Firenze e Roma hanno ritenuto opportuno archiviare il caso. Non lo ha fatto, almeno per ora, quella di Torino. Ma come era saltata fuori la storia dei farmaci scaduti? Da due pazienti.

DONNA
Nel ritirare questo pacchetto mi accorgo che il prodotto aveva già superato abbondantemente sei mesi. Lo faccio presente alla farmacia dell’Ospedale che mi scarica, praticamente, sulla farmacia dell’Istituto Regina Elena che è dispensatrice del pacchetto di farmaci.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
La signora, grazie alla stabilità della malattia, è stata reclutata nello studio osservazionale ma da 5 anni cura una leucemia linfatica con il metodo Di Bella. Il 5 agosto del ’98 ritira il primo pacco presso l’Ospedale S. Giovanni di Roma.

DONNA
Inizialmente mi dice “lei come sa queste cose?” Allora rispondo che io le uso da tanto e che so che la validità è di sei mesi. Mi risponde che devono chiedere all’Istituto di Sanità, e che devo richiamarli dopo un po’. Richiamo dopo mezz’ora e la dottoressa mi dice allarmata di non prenderli perché si è verificato un equivoco e i farmaci, in effetti, sono scaduti.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
La soluzione retinoide, ovvero la miscela di vitamine non in commercio che può essere fatta dai farmacisti, è altamente sensibile alla luce e la sua preparazione estremamente delicata.

GIOVANNI GIOVANNINI – paziente per lo studio osservazionale
Il mese di luglio dell’anno scorso non stavo molto bene: avevo dissenteria, nausea e qualcuno mi ha detto che poteva essere il plurivitaminico se non è preparato di recente. Nessuno mi ha saputo dire niente di preciso e io mi sono rivolto all’Istituto Superiore di Sanità.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
L’Istituto Superiore di Sanità restituisce il flacone facendolo recapitare al Policlinico di Modena.

GIOVANNI GIOVANNINI – paziente per lo studio osservazionale
Io avevo detto che avrei ritirato il flacone se mi avessero detto perché me lo avevano sostituito.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Infatti dopo molti solleciti, Giovannini riceve una lettera dall’Istituto Superiore di Sanità nella quale il direttore scrive di suo pugno che le prove di scadenza non sono state fatte come invece si fa di regola prima di iniziare una sperimentazione. Ma un altro documento smentisce ciò che è stato dichiarato al Sig. Giovannini. L’Istituto Superiore di Sanità, al direttore della farmacia dell’Ospedale S. Giovanni di Roma che voleva sapere se la soluzione aveva una scadenza, risponde che ha intrapreso studi sulla stabilità secondo i quali la preparazione integra dura tre mesi ma se aperta e richiusa più volte solo 20 giorni. Sui flaconi però non è mai stata messa la data di scadenza.
Abbiamo chiesto spiegazioni all’Istituto Superiore di Sanità ma, su questo argomento specifico, ha preferito non pronunciarsi. Ne deduciamo che forse gli studi sono stati fatti, ma in ritardo. Ne abbiamo conferma dal direttore della farmacia dell’Istituto per i Tumori di Milano, dott. Ascani.

TELEFONATA TRA L’AUTRICE E IL DOTT. ASCANI

VOCE DEL DOTT. ASCANI
Verso la fine, finita la sperimentazione, è venuto fuori che la scadenza dei retinoidi era di quattro mesi tenuti in frigo. Tre mesi no.

AUTRICE
E’ venuto fuori da chi?

VOCE DEL DOTT. ASCANI
Dal Ministero.

AUTRICE
Quindi vuol dire che durante la sperimentazione in realtà non erano state fatte delle prove o presumibilmente non ve l’hanno detto&

VOCE DEL DOTT. ASCANI
E’ stato prodotto alla svelta per cui&.

FINE DELLA TELEFONATA

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Potrebbero essere stati distribuiti farmaci scaduti, quindi non efficaci? Allora ci siamo chiesti: chi preparava la soluzione retinoide che rappresenta la medicina principale della cura Di Bella? Era lo stabilimento chimico militare di Firenze a cui abbiamo chiesto un’intervista che ci è stata negata.
Ci sarebbe un’altra questione sul tavolo del giudice: l’acetone, ovvero il solvente utilizzato per preparare la soluzione retinoide. Il prof. Di Bella aveva chiesto di eliminarlo completamente e, secondo i criteri di buona pratica clinica, quando si sperimenta un farmaco, bisogna attenersi alle indicazioni dell’ideatore della terapia. Quindi l’acetone, pur essendo comunque presente in dosi considerate non tossiche, potrebbe aver provocato effetti collaterali a persone già gravemente malate? Non sarebbe irrilevante se si pensa che nelle statistiche finali che bocciano la cura, i pazienti venivano esclusi al minimo peggioramento o all’insorgere di effetti collaterali.

DOTT. MAURIZIO PIANEZZA – Medico chirurgo Ospedale S. Martino – Genova
Sono state eliminate da questa sperimentazione persone che secondo me potevano continuare, e ne ho le prove. (su immagini di schedario) Ecco: a una signora che faceva la terapia Di Bella ad un certo punto le è stata tolta perché aveva diarrea. Era venuta da me per chiedermi un parere in questo senso. Le avevo dato la terapia e poi le è stata tolta. La persona è ancora viva.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
E secondo l’autorevole rivista scientifica British Medical Journal, nella sperimentazione non si è fatto un confronto con le altre terapie e non si sono scelti i pazienti a caso. Quindi, leggo testualmente, la sperimentazione avrebbe potuto essere progettata meglio. Il tempo è stato forse il fattore più influente poiché c’era una crescente pressione dell’opinione pubblica.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Secondo lei non c’è stata un’adeguata curiosità scientifica?

DOTT. MAURIZIO PIANEZZA – Medico chirurgo Ospedale S. Martino – Genova
Zero. Curiosità scientifica zero.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
E’ probabile, ma nelle sostanze della cura Di Bella aveva espresso interessamento quella che in Italia è considerata la voce più autorevole dell’oncologia, il prof. Veronesi.

TRATTO DAL PROGRAMMA “ELISIR” (Raitre) DEL 7 NOVEMBRE 1999

Telefonata di una telespettatrice che si rivolge al prof. Veronesi.

VOCE DELLA TELESPETTATRICE
Io, professore, ho sentito parlare di farmaci preventivi per il tumore al seno. Vorrei sapere a chi sono destinati e a chi rivolgersi eventualmente.

PROF. VERONESI
Per il momento sono farmaci di ricerca, quindi non sono ancora disponibili, però sono molto promettenti. Sono delle nuove molecole che si chiamano retinoidi, derivati dell’acido retinico quindi derivati della vitamina A. Hanno efficacia molto buona ma sono ancora in una fase sperimentale. Dobbiamo pazientare ancora almeno un anno o due.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
L’acido retinico è la sostanza principale della terapia Di Bella eppure il protocollo proposto dal professore, che tra l’altro era nel Comitato Guida, non è mai stato attuato. Avremmo voluto chiederglielo. Abbiamo aspettato per qualche mese che il professore, prima che diventasse ministro della sanità, avesse tempo. Ci doveva ricevere la prima settimana di Aprile ma con un fax ci ha informato che proprio quella settimana sarebbe stato fuori Italia invece, proprio quella settimana, lo abbiamo visto intervistato a Milano dal TG 3 sulla questione Genoma.
Ne deduciamo che anche il prof. Veronesi non desideri parlare della cura Di Bella. Certo doveva parlare di una sperimentazione da trincea, un argomento compromettente e delicato, combattuto fra fanatismi opposti, con in mezzo 280.000 persone che ogni anno si sentono dire “lei ha il cancro”.

MILENA GABANELLI in studio
Quella sperimentazione mal fatta ci è costata 70 miliardi.

Fonte: http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-04d3db17-54b7-4ac2-9857-8580454763a9.html

 

QUI IL VIDEO DEL SERVIZIO

 

Sapete cosa è il BARIO e cosa provoca? No? Eppure sarebbe il caso di informarsi, visto che ne assumiamo tutti, tutti i giorni, quantità spropositate grazie all’irrorazione delle scie chimiche !!

BARIO

 

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Sapete cosa è il BARIO e cosa provoca? No? Eppure sarebbe il caso di informarsi, visto che ne assumiamo tutti, tutti i giorni, quantità spropositate grazie all’irrorazione delle scie chimiche !!

IL BARIO

Fra le varie sostanze irrorate in atmosfera attraverso le scie chimiche c’è il bario.
Questo elemento, dal peso atomico pari a 137, è uno dei più pericolosi.
Esso si ossida infatti molto facilmente se esposto all’aria e soprattutto reagisce con l’acqua, diventando quindi assai pericoloso quando si verificano delle precipitazioni.
Fra i vari prodotti, particolare rilevanza ha il Solfato di Bario BaSO4, assai pericoloso per l’essere umano.
Ricordiamo che fra i vari composti che si trovano normalmente fra gli scarti della combustione ci sono gli ossidi di zolfo SO2.

Tramite la reazione:
Ba + SO2 + O2 ==> BaSO4
si forma appunto il solfato di Bario, che è un particolato finissimo che entra nell’apparato respiratorio e, superando le barriere degli alveoli per la sua dimensione microscopica, entra direttamente nel ciclo sanguigno.
Un’altra via alternativa per produrre BaSO4 è quella che parte dal cloruro di Bario.
In presenza di pioggia, SO2 va a legarsi con l’acqua andando a formare l’acido solforico
SO2 + 2H2O ==> H2SO4
Emettendo in atmosfera il cloruro di bario BaCl (ovvero bario legato a cloro) va a istaurarsi la seguente reazione:
BaCl + H2SO4 ==> BaSO4 + HCl
ovvero si originano due composti molto pericolosi:
l’HCl, utilizzato in passato anche come arma chimica, è estremamente tossico e attacca in particolar modo l’apparato respiratorio.
L’altro è ovviamente il BaSO4. Esso può portare a deliri e causare tumori a diversi organi.
Inglobate nelle gocce d’acqua queste particelle tossiche entrano nel terreno, nel ciclo idrico, e indirettamente dentro di noi: l’acqua utilizzata infatti nell’agricoltura e nell’allevamento risulta estremamente inquinata.
Difendersi da questi attacchi chimici è davvero difficile, anche perché questi sono solo due esempi di un’infinità di composti che vengono gettati quotidianamente in atmosfera per farci del male e controllare la popolazione.
E soprattutto ricordatevi che bastano davvero pochissime concentrazioni di Ba per ucciderci: la dose cancerogena che se assunta ogni giorno causerebbe tumori a qualche organo è dell’ordine di pochissimi mg/kg di peso corporeo.
La ricerca mostra la quantità di bario nella nostra atmosfera supera di 8 volte il livello considerato sicuro per gli esseri umani di respirare.

La tossicità del bario è paragonabile a Arsenico.

 

CANAPA – È tra le medicine più sicure. Pensate, l’aspirina già è letale a dosi 1000 volte inferiori !!

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CANAPA – È tra le medicine più sicure. Pensate, l’aspirina già è letale a dosi 1000 volte inferiori !!

IN QUESTI GIORNI SI E’ TORNATO A PARLARE MOLTO DELLA QUESTIONE “DROGHE LEGGERE” e della riconsiderazione della canapa come possibile medicina naturale alternativa. Come ormai è noto infatti, questa semplice pianta contiene tantissime proprietà benefiche che potrebbero essere sfruttate a scopo terapeutico, portando l’industria farmaceutica verso sviluppi più naturali ed efficaci. Non è nostra intenzione discutere se sia giusto legalizzare tale sostanza per scopi ricreativi; piuttosto vorremmo soffermarci sulla visione a volte ipocrita e poco costruttiva che molti hanno nei confronti di quella che, non dimentichiamocelo, è una pianta, un frutto naturale della terra, una delle erbe più antiche del nostro pianeta, utilizzata con gli scopi più diversi già migliaia di anni fa. Un recente studio condotto presso l’Uniklinik di Düsseldorf avrebbe trovato la prova del primo caso di morte al mondo attribuito al consumo di cannabis e il Dott. Benno Hartung, uno degli autori della ricerca, ha raccontato in un’intervista pubblicata su Bild che di tutti i casi analizzati, almeno due sarebbero da attribuirsi con certezza all’interferenza di THC (il principio attivo della cannabis) con la frequenza cardiaca dei soggetti esaminati. E’ la prima volta nella storia che qualcuno riesce a provare un caso di morte dovuta al consumo di cannabis. Non ci riuscì neanche la DEA (Ufficio per la Sovrintendenza alle Droghe degli Stati Uniti), che alla fine degli anni ’80 provò disperatamente a calcolarne il livello DL50 – sigla che indica la dose di sostanza che, somministrata in una volta sola, è in grado di uccidere almeno il 50% di un campione di cavie.

ALL’EPOCA LA DEA RILASCIO’ UN COMUNICATO NEL QUALE DICHIARAVA CHE DIVERSI RICERCATORI
avevano tentato di individuare il livello DL50 della marijuana testandolo sugli animali, senza riscontrare alcun successo; il DL50 della cannabis è stimato intorno ai 1:20.000 – 1:40.000, il che significa che per morire, un fumatore dovrebbe assumere dalle 20.000 alle 40.000 volte il dosaggio normalmente contenuto in una sigaretta a base di marijuana. L’effetto letale si avrebbe quindi fumando circa 680 kg di cannabis nell’arco di 15 minuti. Tanto per capire meglio di cosa stiamo parlando: il livello di DL50 dell’aspirina si aggira intorno ai 1:20, mentre per la maggioranza delle medicine con obbligo di prescrizione medica il livello scende addirittura a 1:10. La conclusione è facile: l’aspirina è almeno 1000 volte più letale della cannabis! Alla luce di questi dati, anche lo studio tedesco va riconsiderato: dal 2009 a oggi circa 203 milioni di persone hanno fumato almeno una volta della cannabis; anche ammettendo che i due casi di morte individuati siano effettivamente da attribuirsi ad un’assunzione eccessiva di marijuana, questa sarebbe comunque tra le medicine più sicure di tutti i tempi. Solamente in Germania ogni anno l’aspirina miete tra le 1.000 e le 5.000 vittime, senza contare i numerosi casi di ulcere e sanguinamenti dell’intestino e dello stomaco, attacchi d’asma e danni renali. La cannabis non presenta nessuno di questi effetti collaterali. Diverse figure di rilievo del campo medico e farmaceutico hanno espresso estrema fiducia nella terapia a base di marijuana. Il Dott. Grotenhermen, esperto di cannabis, ha dichiarato: “Se si potesse dire di ogni medicinale, dopo decenni di somministrazione, ‘abbiamo riscontrato solo ora i primi due casi di morte’, ci sarebbe da entusiasmarsi! Con i medicinali è una cosa che accade molto raramente. E’ ovvio che nessuno consiglierebbe ad un malato di cuore di consumare della cannabis, tanto meno ad uno schizofrenico; tuttavia, in linea di massima, l’alto margine di sicurezza e la sorprendente compatibilità della sostanza con l’organismo non vengono intaccate. E ciò verrà ancora una volta comprovato da studi”.

SECONDO LESTER GRINSPOON
– Psichiatra e Professore Emerito dell’Università di Harvard – la marijuana è una droga molto sicura e non tossica in grado di trattare efficacemente circa 30 diverse patologie: “Prevedo che la cannabis diventerà l’aspirina del 21° secolo, sempre più persone riconoscono questo”. Nel suo libro intitolato Viaggio nella canapa, il Dottor Grinspoon ha inoltre dichiarato: “Sulla base delle mie ricerche, ho scoperto che la cannabis è una sostanza notevolmente sicura. Sebbene non innocua, è sicuramente meno tossica della maggior parte delle medicine convenzionali, che potrebbe sostituire se fosse disponibile legalmente. Nonostante sia stata usata da milioni di persone per migliaia di anni, la cannabis non ha mai causato una morte per overdose. La preoccupazione più seria è il danno respiratorio se la si fuma, ma questo può essere facilmente risolto aumentando la potenza della cannabis e ricorrendo alla tecnologia per separare le particelle di materia presenti nel fumo di marijuana dai suoi principi attivi, i cannabinoidi. Quando avrà riconquistato il suo posto nella farmacopea statunitense, perduto nel 1941 con l’approvazione del Marjiuana Tax Act (1937), la cannabis sarà tra le sostanze meno tossiche della lista. Oggi il pericolo maggiore del consumo di cannabis è la sua illegalità, che infligge a persone già sofferenti molta ansia e una spesa elevata”. Al di là quindi di ogni futile polemica, ci auguriamo che i tempi siano maturi per pensare ad un cambiamento serio. Perchè ci sono dati che parlano da soli e ignorarli, a questo punto, sarebbe da ipocriti.
fonti varie dal Web

Alimentazione, 6 milioni di italiani celiaci ‘per moda’

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Alimentazione, 6 milioni di italiani celiaci ‘per moda’

Ogni anno si spendono 320 milioni di euro per prodotti senza glutine, ma di questi solo 215 sono per pazienti celiaci

Prima il biologico, poi il vegano ora il ‘no-glutine’. Essere celiaci senza esserlo davvero è l’ultima moda più che una necessità vera e propria.

In base ai dati Nielsen dell’Associazione italiana celiachia (Aic), diffusi in occasione della Settimana nazionale della celiachia (13 – 21 maggio), dedicata all’educazione alimentare, sono circa 6 milioni gli italiani che seguono una dieta inappropriata e sprecano più di 100 milioni di euro. In Italia, infatti, ogni anno si spendono 320 milioni di euro per prodotti senza glutine, ma di questi solo 215 sono per pazienti celiaci e ben il 10% degli europei segue una dieta totalmente, parzialmente o occasionalmente gluten-free senza averne davvero bisogno.

“Oggi milioni di persone scelgono di eliminare il glutine dalla propria dieta per seguire la moda del momento, un’idea rafforzata dai sempre più numerosi personaggi noti, non celiaci, che seguono la dieta gluten-free e lo dichiarano pubblicamente nell’erronea convinzione che garantisca un maggior benessere o che faccia dimagrire – spiega Giuseppe Di Fabio, presidente Aic – Nessuna ricerca ha finora dimostrato qualsivoglia effetto benefico per i non celiaci nell’alimentarsi senza glutine, anzi. Gli studi scientifici stanno ampiamente dimostrando che in chi non è celiaco l’esclusione del glutine è inutile”.

Marco Silano, Coordinatore del Board Scientifico di Aic e direttore del Dipartimento Nutrizione dell’Istituto superiore di Sanità, si rifà ai dati pubblicati dal British Medical Journal. Si tratta di “uno studio – spiega – che ha seguito oltre 110.000 uomini e donne per 26 anni ha evidenziato che nei non celiaci l’esclusione del glutine non riduce il rischio cardiovascolare, come alcuni sostenevano ritenendo che incrementasse il livello generale di infiammazione anche in chi non è intollerante: gli autori hanno anzi scoperto che l’alimentazione gluten-free nei non celiaci si associa a una riduzione del consumo di cereali integrali, con possibili effetti negativi proprio sul rischio cardiovascolare”.

In Italia si stimano circa 600.000 casi di pazienti celiaci, pari all’1% della popolazione, ma i diagnosticati ad oggi sono appena 190.000. Il 70% dei celiaci non sa di avere questo problema, al contrario il 99% della popolazione che non è celiaca ma si appassionata al ‘gluten-freè. Per i pazienti veri, non per i ‘malati immaginari, il la dieta senza glutine non è uno scherzo ma un vero e proprio salvavita.

“La celiachia infatti è una malattia irreversibile e chi ne soffre deve nutrirsi senza glutine per tutta la vita, in ogni circostanza – riprende Di Fabio – Con questa finalità, il Servizio sanitario nazionale eroga ai pazienti celiaci i prodotti dietetici senza glutine fino a un tetto massimo di spesa pari, in media, a 90 euro/mese per paziente. I celiaci hanno faticosamente conquistato diritti e tutele fondamentali che rischiano di essere messe in discussione dal diffondersi della moda del senza glutine tra i non celiaci, che svilisce e banalizza la malattia e le difficoltà di chi ne soffre”.

“La moda dei cibi gluten-free – continua il medico – può portare a ritardo o a mancate diagnosi, in quanto chi si mette a dieta senza glutine, senza una diagnosi precisa, rischia di vanificare la possibilità di scoprire se la celiachia sia la vera causa dei propri malesseri”.

Ersilia Troiano, presidente Andid, spiega inoltre che: “La dieta del celiaco può e deve essere il più possibile varia, includendo soprattutto alimenti naturalmente privi di glutine quali mais, riso, grano saraceno, miglio, quinoa, amaranto ed altri cereali minori e pseudocereali, oltre a verdura, frutta, legumi, latte e derivati, uova, carne e pesce”.

Per chi vuole cenare fuori l’ideale è scegliere i locali attenti alle esigenze dei celiaci, nei quali si può trovare un pasto sicuro e pertanto è nato il progetto ‘Alimentazione Fuori Casà di Aic. “Sono ormai più di 4.000 i ristoranti, le pizzerie, gli alberghi, le gelaterie, i laboratori artigianali che, in tutta Italia, hanno seguito un percorso di formazione da parte di Aic e sono monitorate da nostri tutor: l’elenco si può consultare su www.celiachia.it”, spiega Di Fabio.

Sono molte le iniziative previste durante la Settimana, che ha il patrocinio dell’Associazione Nazionale Dietisti (Andid) e attraverso il sito www.settimanadellaceliachia.it sarà possibile informarsi sulle 5 regole per una corretta alimentazione senza glutine e sugli eventi speciali organizzati dalle sezioni regionali di Aic o rivolgere domande specifiche a medici e dietisti via mail o chat.

fonte: http://www.ilgiornale.it/news/cronache/alimentazione-6-milioni-italiani-celiaci-moda-1395312.html

 

La testimonianza: “Così, da medico, ho curato mia moglie dal tumore con il metodo Di Bella e terapie non tradizionali”

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La testimonianza: “Così, da medico, ho curato mia moglie dal tumore con il metodo Di Bella e terapie non tradizionali”

 

Riproponiamo questa testimonianza del 2012 tratta da Il Giornale. All’epoca fece scalpore, poi è passata al dimenticatoio…

“Così, da medico, ho curato mia moglie da un tumore”

Carlo è un odontoiatra lombardo, ha 42 anni e 3 figli piccoli. Scoprì il metodo Di Bella quando la moglie rischiò di morire, nel 2009, dopo la diagnosi di cancro cerebrale invasivo (astrocitoma anaplastico), lo stesso tumore che stroncò Ted Kennedy…

Questa è la storia di un odontoiatra di 42 anni, Carlo, sposato e con 3 figli piccoli, che è riuscito a cambiare il suo destino. Davanti alla malattia della moglie – un tumore al cervello ad alto grado (astrocitoma anaplastico) che l’ha portata in fin di vita – lui si è comportato come il comandante saggio del Titanic (uno che non è mai esistito).

Ha azzeccato la manovra giusta, pur sfiorando l’iceberg letale. “Dovevo salvarla – dice ora che il tumore della moglie si è fermato – Ci tengo però a dire che se lei fosse morta io non sarei affondato: sono molto credente e sono convinto che Dio ci ami profondamente, anche nella malattia”.

Come vi siete accorti del tumore? (lo stesso che stroncò Ted Kennedy)
“Nell’aprile 2009 mia moglie aveva 35 anni, ha avuto un attacco epilettico mentre lavorava. In ospedale le hanno trovato una lesione cerebrale, è stata operata dieci giorni dopo”.

Diagnosi?
“Astrocitoma anaplastico (il cancro delle cellule che sostengono i neuroni) al terzo grado. È un tumore maligno che cresce rapidamente anche se non dà metastasi. Il dramma è che non si riesce a rimuoverlo del tutto perché infiltra i tessuti sani vicini”.

E qual è la cura?
“Radioterapia e chemioterapia prolungate nel tempo, la sopravvivenza a due anni è del 50% a cinque anni del 18%.”

Come trovarsi l’iceberg a un palmo dalla prua…Che avete fatto?
“Il protocollo prevede 30 sedute di radioterapia e concomitante chemioterapia, si cerca di andare avanti il più possibile, il guaio è stato che dopo tre cicli di chemio mia moglie ha manifestato altissima tossicità al fegato e al sangue: non aveva più globuli rossi e bianchi, né piastrine. Neppure le trasfusioni le davano sollievo. A dicembre è entrata in uno stato cachettico (la condizione del malato terminale)… pensavamo non arrivasse a fine anno…Durante questa mia tragedia non dormivo più, studiavo ogni notte e in ogni pausa del giorno, avrò consultato centinaia di studi e decine di professionisti”.

Dove è approdato?
“Alla terapia Di Bella, innanzittutto: il dottor Achille Norsa ha pubblicato diversi ‘case report’ sui tumori cerebrali, l’ho consultato insieme a Giuseppe Di Bella e a Paolo Lissoni.”.

Quali effetti ha avuto la terapia Di Bella su sua moglie? “Ottimi. Oggi, a tre anni di distanza, lavora e si occupa della famiglia come prima di ammalarsi, il suo cancro non è andato avanti, è rarissimo che un tumore cerebrale di questo tipo resti immobile, gli esami però lo provano. Come dicevano i latini contra factum non datur argomentum, ossia, di fronte ai fatti non serve discutere. Quel che ho capito è che non si può pensare di arrestare un tumore senza la somatostatina (soffoca le cellule maligne, togliendo loro il nutrimento dei vasi sanguigni).”

Ha provato a dirlo a un oncologo tradizionale?
“Durante il periodo delle cure i medici degli ospedali mi hanno sempre trattato come un deficiente, ora che vedono mia moglie viva e vegeta tacciono e la guardano come si guarda un fantasma. Ripetevano ‘che queste terapie non servono a nulla’, mentre io dico che se avessero letto Schally, Pollak, Lincoln forse qualche dubbio gli sarebbe venuto. Negli Usa è normale testare i farmaci off label, ossia i medicinali per uno scopo diverso da quello che è scritto sul bugiardino, è il caso della somatostatina e degli inibitori prolattinici usati da Di Bella contro i tumori ma anche di altre sostanze. Là si fa quando le cure tradizionali si rivelano inefficaci, da noi nemmeno è possibile immaginarlo”.

A proposito di altre sostanze, lei non ha curato sua moglie soltanto con il metodo Di Bella.
“No. Ero deciso a provarle tutte. Ho impiegato anche altri due farmaci non riconosciuti in Italia. Il primo è CRM 197, scoperto dallo scienziato italiano Buzzi, è la parte non tossica della tossina difterica che provoca, nel malato di tumore, una cascata immunitaria (è in corso una sperimentazione in Giappone su donne con tumore ovarico)”.

Il secondo?
E’ un oncolitico (‘scioglie’ il cancro), si chiama virus di Newcastle, della famiglia dei virus responsabili dell’aviaria, è un ritrovato di un medico ungherese. In Germania questo prodotto è impiegato nelle cliniche e negli ospedali”.

Quindi ha acquistato i medicinali all’estero.
“Sì, entrambi. Non solo, ho dovuto anche farli somministrare all’estero, perché in Italia sono farmaci vietati”.

Ma non è rischioso mescolare tutte queste sostanze? “Certamente bisogna saperle usare, ci vuole un medico esperto. Quanto al mescolarle mi ero informato, sono adatte a sposarsi con la terapia Di Bella e al caso di mia moglie. La mia fortuna è che so leggere bene in inglese”.

Quindi lei non ci sa dire se il tumore di sua moglie si è stabilizzato per il metodo Di Bella o per le altre due terapie. “Francamente no. Ma non mi importa, quel che conta è che lei stia bene e faccia una vita normale”.

Avrà speso un sacco di soldi.
“Tanti. Sa qual è la tristezza? Che io ho potuto fare tutto questo (tradotto: curare la madre dei miei figli) perché: sono medico, ho studiato e non ho problemi economici, ma gli altri…?”

Per gli altri offre lo Stato…Ma è vero che lei ora fa il consulente gratis?
“E’ l’effetto del passaparola, abito in un centro piccolo, ormai ho una discreta competenza sui tumori cerebrali, così la gente viene qui a chiedermi un parere e io per comodità, concentro le consulenze dopo il lavoro. L’ultima ora della giornata la passo così. È il minimo che possa fare dopo quello che ho ricevuto, è il mio modo di aiutare chi sta male”.

 

fonte: http://www.ilgiornale.it/news/salute/cos-medico-ho-curato-mia-moglie-tumore.html

La rivoluzione dei contadini siciliani: 3.000 ettari di grani antichi contro le Multinazionali…!

 

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La rivoluzione dei contadini siciliani: 3.000 ettari di grani antichi contro le Multinazionali…!

Di Marco Angelillo per Repubblica.it

Tornano i grani antichi in Sicilia. Tornano a riempire i campi, ricostruiscono paesaggi, arricchiscono la biodiversità di un’agricoltura che da decenni ha ridotto a poche specie super selezionate il frumento dell’isola che fu uno dei granai dell’Impero romano. Ufficialmente sono solo 500 ettari, ma c’è chi parla di 3.000. I contadini che stanno passando al biologico e al recupero delle sementi locali crescono di anno in anno, si associano, mettono in piedi filiere alimentari e fanno cultura, oltre che coltura.

“Ho convertito 100 ettari dell’azienda familiare a grano locale” confessaGiuseppe Li Rosi, uno dei più convinti sostenitori del ritorno all’antico in agricoltura, “e sono il custode di tre varietà locali, Timilia, Maiorca e Strazzavisazz”. I custodi seminano queste rarità botaniche, dedicando almeno 10 ettari a ogni coltura, si impegnano nella ricerca storica e a mantenere la purezza del seme. Li Rosi, contadino da generazioni, è anche il presidente dell’associazione Simenza, cumpagnia siciliana sementi contadine, che mette insieme settanta produttori “ma altri cento sono pronti a entrare”, assicura Giuseppe. La sperimentazione, oltre alla conservazione, è all’ordine del giorno nella Cumpagnia: si coltivano campi anche con miscugli di sementi, un procedimento diametralmente opposto alla tecnica moderna, che ricerca l’uniformità, lo standard in nome della quantità.

Nei campi di Simenza, invece, variabilità e mescolanza innescano una selezione naturale che fortifica le spighe e che non ha bisogno della chimica, si adatta alle condizioni ambientali, alla composizione e all’esposizione del terreno. Serve solo un po’ di pazienza: il secondo e il quarto anno la produzione subisce incrementi significativi. Il risultato biologico è sorprendente: basta attendere solo qualche ciclo semina-raccolto-semina e alla fine ogni azienda avrà un mix diverso di grani che collaborano tra loro, naturalmente. Questa biodiversità è foriera di almeno due vantaggi: una miglior competitività contro le specie infestanti e un naturale adattamento al cambiamento delle condizioni climatiche. È il principio della selezione partecipata, promosso a livello nazionale dall’Aiab, associazione italiana per l’agricoltura biologica.

In Sicilia, il ritorno dei grani antichi sta trasformando anche il paesaggio. Sui Nebrodi, per esempio, il frumento era scomparso da tempo. Quest’anno 50 ettari di grano hanno riportato l’agricoltura in montagna. Un ritorno analogo si sta manifestando sulle Madonie e sui Peloritani. Non è un processo facile. Le leggi sulle sementi favoriscono le multinazionali del settore: un pugno di aziende controllano quasi il 60% dell’industria sementiera e non sembrano preoccuparsi di pochi nostalgici delle coltivazioni tradizionali. Inoltre il Tips, l’accordo commerciale internazionale, proibisce lo scambio di semi tra gli agricoltori, rendendo ardua la possibilità di conservare e tramandare quelli autoctoni. “Ci è concessa solo la modica quantità”, ammette Li Rosi.

Tuttavia, il movimento siciliano per liberare la produzione di cibo dalle leggi delle colture intensive e inquinanti è vasto. Le facoltà di Agraria sono gettonatissime e la ricerca avanza: a Caltagirone esiste una Stazione consorziale sperimentale di granicoltura che dipende dall’assessorato regionale all’agricoltura e che ha redatto un catalogo di oltre 250 varietà di grano e di 50 leguminose siciliane.

Anche la medicina non sta a guardare. Antonio Milici, neurologo e neuropsichiatra, reduce dal recente convegno “Grani antichi siciliani: ambiente e salute”, organizzato da Adas, l’associazione per la difesa dell’ambiente e della salute, punta l’attenzione sul legame tra malattie e alimentazione: “è strettissimo”, afferma. “Dalla celiachia alle intolleranze, dal diabete all’ipertensione, ai problemi cardiovascolari, il sistema immunitario è messo a dura prova dalle sostanze che il nostro corpo assume quotidianamente”. Com’è ormai noto ai più, tutto si lega: stile di vita, alimentazione, attività fisica, gestione delle emozioni. Non si tratta solo del fisico, perché si stanno studiando correlazioni che a prima vista potrebbero sembrare azzardate: “Alcune malattie della psiche possono avere come concausa un’alimentazione basata su cibi non sani o alterati dalla chimica”, afferma Milici.

Siamo quello che mangiamo: il ritorno dei grani antichi, allora, potrebbe influire notevolmente sul nostro benessere psico-fisico. E difendere l’ambiente e la salute come fossero due facce della stessa medaglia, è la risposta più appropriata per recuperare l’armonia perduta.

 

fonte: http://www.repubblica.it/ambiente/2016/04/28/news/la_rivoluzione_dei_contadini_siciliani_3_000_ettari_di_grani_antichi_contro_le_multinazionali-138634847/#gallery-slider=138635431