Le denunce di GranoSalus: il sistema CETA, le navi al veleno e la pasta con glifosato e micotossine “made in Italy”…Ecco quello che dovete sapere sulle porcherie che ci fanno mangiare…!!

 

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Le denunce di GranoSalus: il sistema CETA, le navi al veleno e la pasta con glifosato e micotossine “made in Italy”…Ecco quello che dovete sapere sulle porcherie che ci fanno mangiare…!!

 

Vi raccontiamo uno dei più grandi intrighi ‘pilotati’ dall’Unione Europea dell’Euro. Il CETA – approvato qualche mese fa dal Parlamento Europeo con il voto favorevole dei Popolari e dei Socialisti europei – affonda le radici in un sistema che è già operativo da tempo. Di fatto, contro gli stessi regolamenti comunitari, è stato creato un sistema grazie al quale il grano ‘estero’ pieno di sostanze velenose viene tagliato con il grano duro del Sud Italia. Ci guadagnano le multinazionali. Ci rimettono – in salute – milioni di cittadini. La ‘latitanza’ del Governo regionale. L’attacco di Cosimo Gioia all’assessore Antonello Cracolici e agli europarlamentari siciliani di Forza Italia

Lo spettacolo che l’attuale Governo regionale, a tutti i livelli, continua a dare di sé è deprimente. Ieri sera abbiamo dato notizia del fallimento dell’Associazione Regionale Allevatori della Sicilia. Un fatto gravissimo. Un atto che abbandona gli allevatori della nostra Isola in un momento economico difficilissimo. Stupisce e sconcerta il silenzio del presidente della Regione e dell’assessore all’Agricoltura davanti a una vicenda così grave.

Benessere degli animali – si pensi alle malattie che possono colpire gli stessi animali – ‘tracciabilità’ dei prodotti zootecnici (si pensi all’abigeato, cioè al furto degli animali, e alla macellazione clandestina), produzione di latte, formaggi, carne: ebbene, tutte queste cose che riguardano la vita di ogni giorno dei Siciliani non sembrano interessare all’attuale Governo.

Non c’è da stupirsi. Da qualche giorno in tutta Italia si parla dei controlli avviati sulla pasta industriale da GranoSalus, l’associazione che raccoglie produttori di grano duro di tutte le Regioni del Sud Italia e tanti cittadini. E’ venuto fuori che i più noti marchi di pasta industriale italiana presentano glifosato e micotossine DON.

Ebbene, la Sicilia si trova nel bel mezzo di questa bufera. La nostra Isola e la Puglia producono la maggior parte del grano duro italiano. Nel Sud Italia, per la coltivazione del grano duro, non si usa il glifosato: quanto meno possiamo affermare senza tema di smentite che questo micidiale diserbante non si usa nella fase di maturazione di questa coltura. Dalle nostre parti il grano duro matura naturalmente: il sole e le temperature estive fanno maturare il grano in modo naturale e impediscono la formazione di micotossine DON.

Insomma, se la pasta industriale italiana fosse prodotta con il grano duro delle Regioni del Mezzogiorno d’Italia questo prodotto non dovrebbe contenere né glifosato, né micotossine.

Invece – come hanno certificato le analisi effettuate, per conto di GranoSalus, da un laboratorio estero – la pasta industriale prodotta in Italia contiene glifosato e micotossine.

C’è chi nega l’evidenza, contestando le analisi di GranoSalus. E chi, invece, ammette la presenza di glifosato e micotossine nella pasta che produce, ma, aggiunge, tale presenza è “nei limiti di legge”.

Eh sì: importando grani duri dall’estero è inevitabile produrre pasta con queste sostanze inquinanti. Ma niente paura, niente allarmismo: un po’ di glifosato e un po’ di micotossine DON, nei nostri piatti di ogni giorno – questo è, sostanzialmente il ragionamento di certi industriali della pasta – non fa male alla nostra salute. Perché a noi ha pensato la ‘Grande Unione Europea dell’Euro’ che ci protegge e che ha fissato dei limiti alla presenza di questi veleni.

Ma le cose stanno proprio così? Spiega sulla propria pagina facebook il micologo Andrea Di Benedetto:

“A proposito dei grani esteri importati dai mugnai e i pastai nazionali… si tenga ben in mente che in Canada il limite degli alimenti per maiali, per il DON è 1000 ppb… mentre in Europa per il grano duro ad uso umano è stato fissato, nel 2006, a 1750 ppb. Per cui succede normalmente che tutto quello che in Nord America non si può utilizzare nemmeno per gli animali, trova facile collocazione in Italia”.

Insomma, l’Unione Europea ha stabilito che i cittadini europei possono mangiare un grano duro che in Canada e in Nord America viene considerato così tossico, ma così tossico che non viene dato agli animali per non avvelenarli. Invece in Europa questo grano avvelenato, secondo gli ‘scienziati’ di Bruxelles, può tranquillamente essere utilizzato per la produzione della pasta, del pane, delle pizze, dei biscotti che finiscono ogni giorno sulle nostre tavole!

Fine della follia? No. La ‘Grande Unione Europea dell’Euro’ ci dice che sì, anche se questo grano ‘estero’ contiene glifosato e micotossine, beh, lo possiamo mangiare. L’importante è miscelarlo bene con un grano duro non contaminato. Evitando, comunque, di mangiare più di 5 chilogrammi di pasta al glifosato e alle micotossine all’anno, ci dicono sempre da Bruxelles. Non si sa mai…

Peccato che in Italia il consumo di pasta sia, in media, 4-5 volte superiore a quello raccomandato dalla UE. Morale: ci stanno avvelenando a norma di legge. Ma non ci dobbiamo lamentare.

Non è che possiamo mettere in discussione il business delle grandi industrie della pasta? Siccome si è scoperto che ci stanno avvelenando blocchiamo le importazioni, in Europa, di grani duri al glifosato e alle micotossine? Non se ne parla nemmeno!

Perché a guadagnare, con questo business, non solo solo le grandi industrie della pasta. In cambio di 4-5 milioni di tonnellate di grano duro al glifosato e alle micotossine che, ogni anno, arrivano in Europa, c’è chi, dalla stessa Europa esporta chissà quali prodotti in Canada.

E’ uno scambio alla pari: tu, ‘Europa Unita dell’Euro’, ti prendi il nostro grano duro che noi, qui, non diamo nemmeno agli animali e noi Canada, in cambio, ci prendiamo alcuni dei tuoi prodotti. E magari consentiamo a qualche multinazionale europea, magari tedesca – magari a qualche gruppo che opera nella farmaceutica – di venire da noi a fare business. E consentiamo pure a qualche altra multinazionale di ‘beccarsi’ gli appalti & forniture canadesi nel settore dei servizi (Consip insegna).

Signori, ecco a voi il CETA, il trattato commerciale internazionale che penalizza l’Italia, ma che, nel Parlamento Europeo, è stato voluto e votato da due forze politiche italiane: il PD e Forza Italia!

Per ciò che riguarda l’Italia il sistema si regge sulla riduzione della superficie coltivata a grano duro. E siccome l’80% del grano duro si produce nel Sud Italia (sul restante 20% del grano duro che si produce nel Centro Nord Italia non ci pronunciamo: saranno le analisi di GranoSalus a raccontarci, speriamo presto, la qualità di questo prodotto), ecco che per giustificare l’importazione, nel nostro Paese, di grano duro canadese bisogna fare sparire il grano duro del Mezzogiorno d’Italia.

Come? Semplice: convincendo, con le buone o con le cattive, gli agricoltori del Sud Italia ad abbandonare la coltura di grano duro. E, in effetti, se andiamo a dare un’occhiata alle statistiche ci accorgiamo con, negli ultimi anni, circa 600 mila ettari di seminativi del Sud Italia sono stati abbandonati.

Perché? Risposta altrettanto semplice. Da una parte l’Unione Europea dell’Euro, con un regolamento che si chiama Set-Aside (che in inglese, letteralmente, significa mettere da parte), ha pagato gli agricoltori del Sud Italia per abbandonare i seminativi. Dall’altra parte il mercato del grano di Chicago (ovvero gli Stati Uniti d’America) fa in modo che il prezzo internazionale del grano duro si mantenga basso, per ‘convincere’ i produttori di grano duro del Sud Europa ad abbandonare questa coltura, favorendo i loro amici canadesi.

Ovviamente, il grano duro del Sud Italia non deve sparire del tutto. Non dobbiamo dimenticare che il grano duro estero che arriva con le navi è tossico (in Canada, l’abbiamo ricordato, non lo danno a mangiare nemmeno agli animali). Per potere rendere il grano estero commestibile – cioè per portare la presenza di micotossina DON sotto i limiti di 1750 ppb fissati dalla ‘Grande Europa dell’Euro’ – bisogna miscelarlo. Con quale grano duro? Con quello del Sud Italia che contiene zero micotossine.

Si può fare? No:

“La prassi di miscelare grani contaminati con grani privi di contaminazione al fine di ottenere partite mediamente contaminate (sia pur entro i limiti di legge) è vietata dall’Europa”, si legge sempre nel sito di GranoSalus. Ma la ‘Grande Europa dell’Euro’ chiude un occhio, anzi li chiude tutt’e due… In pratica s’inni futti, come si direbbe dalle nostre parti.

Commenta ancora il micologo Di Benedetto:

“Ecco come si spiega l’invasione in italia di grano di terza, quarta e quinta categoria attraverso i porti dell’intera penisola…”. I milioni di quintali grano duro che arrivano con le navi, dice sempre Di Benedetto, servono “in primis a calmierare il prezzo interno del grano del Sud Italia, ormai relegato a tagliare le nefandezze dei grani per altri usi importati dai campioni del made in Italy”.

Già, perché dopo tutti queste ‘stranezze’ non avallate, ma volute dalla ‘Grande Europa dell’Euro’, la pasta rimane il simbolo del made in Italy! ‘Stupendo’, no?

Già il made in Italy. Perché la pasta industriale italiana non è che finisce solo sulle tavole degli italiane, ma va sulle tavole dei consumatori di mezzo mondo. Mangia che ti passa…

E la Sicilia, la Regione siciliana, il Governo della Regione siciliana – e soprattutto il Parlamento siciliano, che dovrebbe essere il centro delle scelte politiche della nostra Isola – che cosa fanno? Una mazza!

Cosimo Gioia, produttore di grano duro e già dirigente generale del dipartimento Agricoltura della Regione siciliana, messo alla porta qualche anno fa dall’Amministrazione regionale retta, allora, dall’ ‘Autonomista’ Raffaele Lombardo, sempre su facebook, commenta così:

“Mi chiedo: ma cosa sta facendo il Governo regionale sul problema del grano alle micotossine importato? Ho letto e riletto lo Statuto della Regione siciliana e in diversi punti si parla di tutela della salute dei cittadini e di difesa dei prodotti agricoli regionali su cui il Governo regionale ha la piena responsabilità. Cosa fa Crocetta tal proposito? Tace e lo stesso Cracolici… Anzi, il primo – il presidente della Regione Rosario Crocetta – va a collezionare magre figure da quello sfacciato di Giletti che se lo lavora per bene e lo mette in stato confusionale fino a fargli offendere la terra da lui governata; il secondo – l’assessore regionale all’Agricoltura, Antonello Cracolici – gira per fiere e campagna elettorale annunciando mirabilie del suo operato che vengono poi, puntualmente, smentite dai fatti”.

“Ma sul grano – aggiunge Gioia – la salubrità ed il tramonto della cerealicoltura siciliana che è l’asse portante dell’agricoltura regionale, SILENZIO ASSOLUTO… Io, se fossi stato in lui, me ne sarei andato a Bruxelles ad incatenarmi per chiedere il perché il limite dei contaminanti è fatto per un consumo europeo pro capite di 5 Kg di pasta all’anno, quando da noi se ne consumano 30 Kg a testa annui. E i parlamentari europei siciliani che fanno? Votano il CETA che sarà la tomba della granicoltura siciliana…”.

A questo punto Gioia sferra un attacco all’europarlamentare siciliano di centrodestra, Giovanni La Via, ex assessore regionale all’Agricoltura e docente universitario presso la facoltà di Agraria di Catania:

“Non mi meraviglia il voto di alcuni completamente ignoranti della materia, ma La Via, ex assessore all’Agricoltura, come fa a votarlo? E Cicu (Salvatore Cicu, europarlamentare di Forza Italia eletto nel collegio Sicilia-Sardegna ndr) che si dice presente alle problematiche agricole della nostra Isola come fa? Boh, non ci sono parole per definire questi comportamenti ed ogni spiegazione sfugge alla normale ragionevolezza. Intanto il nostro grano continua ad avere un prezzo irrisorio e molti hanno preferito non seminare… Non ci si spunta con i costi perché il costo mezzi tecnici continuano ad aumentare. Lo capiscono questi signori, o no? Io personalmente sono furiosamente incazzato ed aspetto tutti alle prossime elezioni. Vedremo chi avrà il coraggio di votarli, Forza Italia compresa, partito in cui ho militato, che in Europa ha votato in massa sì al CETA”. 

 

P.S.

Come potete notare, il CETA – approvato qualche mese addietro dal Parlamento Europeo – ha alle spalle un lavoro lobbing che affonda le radici negli anni passati. Perché 600 mila ettari di seminativi del Sud Italia non si abbandonano in un anno. C’è, alla base, un disegno criminale che va avanti da tempo. Gli europeisti…

Chi oggi si scaglia contro i dato diffusi da GranoSalus dovrebbe rispondere a una semplicissima domanda: che fine fa tutto il grano che arriva con le navi nei porti italiani?

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/03/03/le-denunce-di-granosalus-il-sistema-ceta-le-navi-al-veleno-e-la-pasta-al-glifosato-e-alle-micotossine-made-in-italy/

Il CETA è ancora peggio del TTIP. È una porcata che serve solo a sacrificare la salute della Gente al business delle Multinazionali! …E infatti il nostro Governo lo ha già approvato nel più totale silenzio dei media complici!

 

CETA

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Il CETA è ancora peggio del TTIP. È una porcata che serve solo a sacrificare la salute della Gente al business delle Multinazionali! …E infatti il nostro Governo lo ha già approvato nel più totale silenzio dei media complici!

 

CETA: il colpo di stato silenzioso procede a tappe. Ok da Governo italiano. Adesso tocca al Parlamento

Il contestato accordo commerciale tra Unione europea e Canada (CETA), firmato il 30 ottobre 2016 e ratificato il 15 febbraio scorso dal Parlamento Ue a Bruxelles, è ora all’attenzione dei vari Governi nazionali che dovranno far ratificare l’accordo ai rispettivi parlamenti. L’ Italia nell’ultimo consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge di ratifica e attuazione del trattato di libero scambio con il Canada. Negative le ripercussioni per il grano duro del mezzogiorno di cui nessun  media nazionale ha dato notizia. E’ questo il mezzogiorno protagonista immaginato dal Governo Gentiloni?

Il cambio di rotta nella politica commerciale europea prosegue negli stati membri. Dopo l’ approvazione del CETA a Bruxelles,  l’ Italia ha dato l’ ok in Consiglio dei Ministri. Nella seduta di mercoledì 24 maggio, il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Angelino Alfano, ha approvato un disegno di legge di ratifica ed esecuzione  dell’Accordo economico e commerciale globale tra il Canada, da una parte, e l’Unione europea e i suoi Stati membri, dall’altra, con allegati, fatto a Bruxelles il 30 ottobre 2016, e relativo strumento interpretativo comune.

L’Accordo – si legge nel comunicato del governo – ha lo scopo di “stabilire relazioni economiche avanzate e privilegiate, fondate su valori e interessi comuni, con un partner strategico”. Si creano nuove opportunità per il commercio e gli investimenti tra le due sponde dell’Atlantico – si legge nello stesso comunicato – “grazie a un migliore accesso al mercato per le merci e i servizi e a norme rafforzate in materia di scambi commerciali per gli operatori economici”.

Il CDM è stato fatto in gran silenzio prima di passare la palla al Parlamento che dovrà ratificare questo accordo nefasto per l’ agricoltura del mezzogiorno e per i consumatori.

Cos’è il CETA?
Il CETA è un documento lunghissimo di 1598 pagine [PDF], che contiene centinaia di articoli. Uno dei suoi effetti principali sarà l’eliminazione della gran parte delle tariffe doganali tra Unione Europea e Canada, ma il trattato contiene anche molte altre disposizioni. Per esempio consente alle imprese europee di partecipare alle gare per gli appalti pubblici in Canada e viceversa. Si stabiliscono il reciproco riconoscimento di titoli professionali e nuove regole per proteggere il diritto d’autore e i brevetti industriali. In base a questo accordo commerciale, le multinazionali potranno andare a fare ‘business’ in Canada nel settore dei servizi. L’accordo prevede anche la tutela del marchio di alcuni prodotti agricoli e alimentari tipici, una clausola fortemente richiesta dagli agricoltori europei. Il trattato taglia fuori il grano che non avendo alcuna protezione né alcun marchio di tutela rischia di essere la cenerentola dell’ accordo. Eppure parliamo del miglior grano duro al mondo: quello del mezzogiorno che mai nessun Governo ha saputo valorizzare e difendere in ambito mondiale.

Il folle accordo commerciale rischia di distruggere la granicoltura del Mezzogiorno d’Italia

Il Canada è il principale competitor nel mercato del grano duro, di cui è il primo paese produttore ed esportatore mondiale. In Canada si producono, grosso modo, due tipi di grano duro: uno buono (quello di 1° grado e 2° grado che i canadesi tengono per loro) e uno pieno di contaminanti (quello di 3°-4°-5° grado). Quello di 3° grado è ufficialmente l’ unico che arriva in Italia, in prevalenza al Porto di Bari e viene quotato al Borsino di Altamura.

Il Canada tiene molto al CETA, perché non sa come “sbarazzarsi” di tutto il grano duro contaminato che produce e che viene fatto maturare artificialmente a colpi di glifosato, il temibile erbicida (seccatutto)  che il Test del Salvagente ha trovato nelle urine delle mamme in gravidanza (come vi abbiamo scritto qui).

Grazie al CETA nessuno sarà più esente da contaminazione da glifosate. Nemmeno Angelino Alfano a cui questo particolare sarà sfuggito perché la Lorenzin non glielo ha fatto notare.

Ci sono numerosi dati sperimentali condotti su cellule placentari ed embrionali umane che dimostrano come il glifosato induca necrosi e favorisca la morte cellulare programmata – ha spiegato Patrizia Gentilini, oncologa e membro del comitato scientifico di Isde, in occasione della conferenza stampa in cui sono stati presentati gli esiti del Test – Quindi si tratta di una sostanza genotossica oltre che cancerogena, come ha stabilito la Iarc, non dimenticando che l’erbicida agisce anche come interferente endocrino”.

Il grano canadese oltre che di glifosate è ricco di DON e Cadmio che noi abbiamo trovato nella pasta italiana con il Test GranoSalus

Gli interessi del Canada si saldano, dunque, con quelli della grande industria italiana della pasta, che fino ad oggi ha utilizzato a piene mani il grano duro canadese, calpestando i divieti dell’ Unione europea sul glifosate. Che al Ministro della Salute sono evidentemente sfuggiti.

E’ bene ricordare che i consumi di pasta nel mondo crescono e le nostre industrie, che hanno la leadership nel mondo della pasta, sono costrette a prendere grano ovunque, che viene miscelato al nostro.

In cambio dei presunti vantaggi che deriverebbero a qualcuno, scrive il blog de I Nuovi Vespri, i canadesi chiedono di potere esportare in Europa i propri prodotti, a cominciare dal grano duro che si produce nelle aree fredde e umide e che in Canada non si consuma: i canadesi, infatti, non sono fessi e sanno benissimo che il loro grano duro fatto maturare con il glifosato fa male alla salute: così lo ‘rifilano’ all’Europa. E pazienza se a pagarne le conseguenze saranno i produttori di grano duro del Sud Italia, insieme ai consumatori!

E’ bene ricordare che il CETA non consentirà deroghe. Insomma: gli interessi delle multinazionali verranno prima degli interessi degli Stati. Se per esempio GranoSalus dovesse permettersi di far causa al Ministro della Salute per far rispettare il divieto sul glifosate, le multinazionali che esportano il grano in Italia si rivarrebbero direttamente sullo Stato italiano.

Un Consiglio dei Ministri silenzioso

Il consiglio dei ministri  si è riunito mercoledì sera in fretta e furia per parlare di questi argomenti senza neanche un minuto di preavviso. Non è stata convocata nessuna conferenza stampa. Una notizia di epocale importanza che è stata sottaciuta dai media? Come mai?

Con l’approvazione in Consiglio dei Ministri del CETA Gentiloni ha scoperto le carte. Insomma, il Partito Democratico non può sottrarsi alle pressioni delle multinazionali che hanno grandi interessi affinché il CETA venga approvato.

Nel frattempo il Ministro per la Coesione territoriale De Vincenti ha annunciato che a Matera il 5 giugno si terrà un convegno su “Mezzogiorno Protagonista: Missione Possibile“. Un mezzogiorno che, dato il flusso delle navi a Bari e dintorni, sta diventando la grande piattaforma logistica del CETA, grazie ad un colpo di stato silenzioso che rischia di pregiudicare il più grande giacimento d’oro dell’Italia.

 

 

L’appello del Nobel per l’economia Joseph Stiglitz al Parlamento Italiano: Non firmate l’accordo TTIP, NON IMMAGINATE NEANCHE COSA STATE PER FIRMARE !! – E infatti, il Governo Italiano chiede ufficialmente di continuare trattative !!

Nobel per l’economia

 

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L’appello del Nobel per l’economia Joseph Stiglitz al Parlamento Italiano: Non firmate l’accordo TTIP, NON IMMAGINATE NEANCHE COSA STATE PER FIRMARE !! – E infatti, il Governo Italiano chiede ufficialmente di continuare trattative !!

 

L’appello del premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz al Parlamento Italiano: Non firmate l’accordo TTIP, NON IMMAGINATE NEANCHE COSA STATE PER FIRMARE !! 

Il premio Nobel per l’economia (2001) Joseph Stiglitz, ospite del Parlamento italiano il 24 settembre 2014, parla del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership).

L’accordo sul TPP che è stato trovato oggi ad Atlanta fa da apripista al TTIP, l’accordo di libero scambio che (se approvato) raderà al suolo le nostre tipicità agroalimentari e aprirà agli OGM, alla carne agli ormoni e all’arbitrato internazionale per la risoluzione delle controversie: il tribunale al quale si rivolgerà qualunque azienda privata che riterrà che i suoi interessi economici siano stati intaccati dalle politiche degli Stati.

fonte: http://zapping2015.altervista.org/lappello-del-premio-nobel-per-leconomia-joseph-stiglitz-al-parlamento-italiano-non-firmate-laccordo-ttip-non-immaginate-neanche-cosa-state-per-firmare/

TTIP, ITALIA CHIEDE UFFICIALMENTE DI CONTINUARE TRATTATIVE

Ttip: Italia e altri 11 Paesi scrivono lettera a Ue per continuare trattative. Incontro Malmstroem-Froman, prossimo round 3 ottobre a New York.

Continuare i negoziati con gli Usa sull’accordo di libero scambio Ttip, e proseguire con la firma di quello con il Canada, il Ceta. E’ la richiesta che 12 Paesi tra cui l’Italia – ma non Francia e Germania – hanno rivolto alla Commissione Ue in una lettera, in vista della riunione informale dei ministri del commercio che si terrà a Bratislava il prossimo venerdì dove dovranno chiarirsi le reali posizioni dei diversi Paesi, tra loro divisi. Intanto la commissaria al commercio Cecilia Malmstroem ha incontrato oggi a Bruxelles il suo omologo americano Michael Froman, con cui è stato deciso di avviare il prossimo round di negoziati il 3 ottobre a New York.

“Siamo fiduciosi”, scrivono alla Malmstroem il ministro allo sviluppo economico Carlo Calenda e i colleghi di Irlanda, Gran Bretagna, Svezia, Danimarca, Finlandia, Repubblica ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Spagna e Portogallo, “che sarà in grado di raggiungere gli obiettivi in linea con il mandato” ricevuto dai 28 nel 2013. Per questo, sottolineano i 12 stati membri, “ribadiamo il nostro impegno e sostegno dato alla Commissione nei negoziati” e “guardiamo alla continuazione dei negoziati del Ttip con gli Usa”. I ministri dei 12 hanno ribadito il loro sostegno anche all’accordo commerciale con il Canada, che deve più solo essere firmato per entrare in vigore in modo provvisorio. “Aspettiamo la firma del Ceta il 27 ottobre e l’applicazione provvisoria dell’accordo” ritenuto “ampio e profondo” e “basato sulla realtà dei modelli commerciali di oggi”.

Nell’incontro odierno tra Malmstroem e Froman, che si rivedranno anche a Bratislava dove si giocherà una partita cruciale sul futuro dei negoziati con gli Usa, sono stati “discussi i prossimi passi per andare avanti” e, hanno assicurato i due, “abbiamo diretto le nostre squadre per fare il maggior numero di progressi possibili al prossimo round programmato per il 3 ottobre a New York”. Uno dei tentativi, secondo fonti europee, è cercare di lasciare comunque una porta aperta per proseguire le discussioni dopo le elezioni americane, ormai imminenti.

Tratto da Ansa.it

Renzi, Lorenzin e Glaxo …Una storia molto sporca. Ecco tutta la verità sui 10 vaccini obbligatori per il bene degli Italiani… Questi sono crimini contro l’umanità!

Glaxo

 

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Renzi, Lorenzin e Glaxo …Una storia molto sporca. Ecco tutta la verità sui 10 vaccini obbligatori per il bene degli Italiani… Questi sono crimini contro l’umanità!

DOMANDA DA UN MILIARDO DI EURO: GLAXO + RENZI = DDL LoRENZIn?

Facendo su google una ricerca con le parole GLAXO e RENZI ho trovato delle notizie molto, molto interessanti:

Forse non tutti sanno che la casa famaceutica Glaxo adesso si fa chiamare GSK è che è leader mondiale della produzione di vaccini: il vaccino esavalente è una sua creazione!

Questo articolo del fatto del 2014 fa capire di chi stiamo parlando: http://www.ilfattoquotidiano.it/…/case-farmaceutich…/964564/

Leggetevi anche qui https://it.wikipedia.org/wiki/GlaxoSmithKline l’elenco delle condanne della Glaxo.
(La più vergognosa delle condanne è questa: “Nel 2012 un tribunale argentino ha condannato la Glaxo per aver sperimentato vaccini (vaccino contro la malaria) direttamente su bambini di famiglie indigenti, il che ha provocato ben 14 decessi. I paesi in cui è avvenuta questa specie di “sperimentazione umana diretta” sono, oltre ad Argentina anche Colombia, Panama, Bolivia in Sud America. In Africa,invece, s’è provveduto a fare altrettanto in Gabon, Mozambico, Tanzania, Ghana, Benin, Costa d’Avorio, Kenya, Uganda, Repubblica Centrafricana, Malawi, Namibia e Burkina Faso”. – Fonte: www.it.wikipedia.org/wiki/GlaxoSmithKline.)
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E se invece parliamo di Renzi quello lo conosciamo tutti molto bene 😉

Allora cosa è successo?

– Nel settembre 2014: Il Ministro della Salute LORENZIN va alla CASA BIANCA accompagnata da SERGIO PECORELLI, presidente dell’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) per rappresentare l’Italia e assumersi un importante incarico:
“L’Italia guiderà nei prossimi cinque anni le strategie e le campagne vaccinali nel mondo. È quanto deciso al Global Health Security Agenda (GHSA) che si è svolto venerdì scorso alla CASA BIANCA. Il nostro Paese, rappresentato dal Ministro della Salute Beatrice LORENZIN, accompagnata dal Presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) prof. SERGIO PECORELLI, ha ricevuto l’incarico dal Summit di 40 Paesi cui è intervenuto anche il Presidente USA Barack OBAMA.”
Fonte: http://www.aifa.gov.it/…/italia-capofila-le-strategie-vacci…

Ma un anno dopo il Rettor Professor SERGIO PECORELLI si dimette dall’incarico…

– Nel dicembre 2015 SERGIO PECORELLI, il presidente dell’AIFA si è DIMESSO dopo le ACCUSE SUI LEGAMI DUBBI CON AZIENDE FARMACEUTICHE e società di venture capital! Leggi qui: http://www.corriere.it/…/conflitto-interessi-farmaci-pecore…
E questo è solo l’inizio dei guai del Rettor Professor Sergio Pecorelli, leggi qui cosa riporta la stampa di lui solo un anno dopo dalle sue dimissioni: http://brescia.corriere.it/…/universita-brescia-rettore-ser…

Tornando invece alla nostra ricerca GLAXO-RENZI:

– Sempre nel Dicembre 2015, sotto la Presidenza RENZI lo stabilimento della GLAXO di SIENA (ma anche quello di Verona) era a rischio licenziamenti.
Fonte: http://nuvola.corriere.it/…/siena-127-esuberi-per-gsk-novar…

Addirittura si parlava qualche anno prima di trasferire tutti gli impianti all’estero: “il management di GSK ha varato un piano che prevede la chiusura a breve termine del Centro ricerche e produzione antibiotici di Verona, uno dei due impianti posseduti in Italia dalla società. A rischiare il licenziamento sono più di 600 lavoratori. Delocalizzazioni nel sud-est asiatico, test sui bambini africani, smantellamento dell’apparato produttivo in Europa”
Fonte: http://www.informasalus.it/…/vaccino-malaria-sperimentazion…

Ma, dopo solo 4 mesi dal piano licenziamenti…

– Nell’Aprile 2016 la Glaxo cambia repentinamente strategia industriale e non solo non licenzia più, ma decide di investire in Italia (anzi, guarda un po’, proprio in TOSCANA) UN MILIARDO DI EURO! (2.000 miliardi di lire!!!)
Fonte: http://www.sanita24.ilsole24ore.com/…/vaccini-e-farmaci-gla…

La Domanda sorge spontanea: cosa la politica ha promesso alla Glaxo per condurla a non licenziare e addirittura investire in Italia una cifra astronomica (un miliardo di euro!) e in un modo così repentino?

Il resto della storia lo conoscete…

– Nel Maggio 2017 il consiglio dei Ministri approva il decreto Lorenzin!
Fonte: http://www.corriere.it/…/vaccini-via-libera-consiglio-minis…

Cioè 12 vaccini della Glaxo a tutti i figli da 0 a 16 anni, così se la legge passa, l’Italia sarà anche una testa di ponte per gli altri Paesi.

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A VOI LA RISPOSTA ALLA DOMANDA DA UN MILIARDO DI EURO!!!
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DIFFONDETE, COPIATE, INCOLLATE, CONDIVIDETE, INOLTRATE…
INONDATE LA RETE DI QUESTA VERITA’!!!

TUTTI DEVONO SAPERE!!!

https://www.facebook.com/pietro.abbondanza/videos/10212745643264977/
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P.s.: Nel video* c’è Matteo Renzi quando ha presentato lo scorso settembre (guarda caso proprio all’auditorium GSK di Verona) il Piano Nazionale Industria 4.0
Fonte: https://www.gsk.it/…/il-premier-matteo-renzi-presenta-oggi-…

[*.Chi non riesce ad aprire il video in alternativa può vederlo qui: https://www.youtube.com/watch?v=YF8Q8zJwz-g]
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Nota: Questo articolo è “work in progress” lo sto integrando e perfezionando con nuovi dettagli che mi arrivano da voi che leggete.
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AGGIORNAMENTI:

Ho trovato altre interessantissime domande da fare alla LoRENZIn:

– Ma se noi italiani siamo il popolo più sano del mondo perché proprio noi dobbiamo essere il popolo con il maggior numero di vaccinazioni obbligatori?
Leggi qui: http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php…

– Ma se la madre attraverso il latte materno trasmette i propri anticorpi al bambino ALLORA perché i bambini allattati al seno non li si vaccina dopo lo spezzamento, anziché vaccinarli a 2/3 mesi?
Leggi qui: http://www.allattiamo.it/jnimmune.htm

– E inoltre, se la madre da piccola è stata vaccinata contro polio, difterite ecc.. e ha fatto morbillo, varicella ecc. ha gli anticorpi di questi virus e li trasmette al figlio attraverso il latte, per cui prima di vaccinarlo non sarebbe più appropriato verificare attraverso analisi se il bambino ha già quegli anticorpi? Leggi qui: http://www.universomamma.it/come-vaccinare-i-bambini-senza…/
Le fonti di questa notizia (in inglese): https://ucrtoday.ucr.edu/40174; http://promise.ucr.edu/profile-health-walker.html

– CHI SONO I GENITORI CHE DICONO NO AI VACCINI?
“Sono coppie in cui la donna ha un ruolo preponderante. In particolare, mamme al di sopra dei 35 anni, italiane, spesso con laurea e un lavoro in ambito sanitario!!!” Leggi qui: http://www.corriere.it/…/vaccinazioni-bambini-michienzi_db0…

– Perché il medico che “ha rotto femori per allenarsi” non è stato radiato e chi avanza dei dubbi sulle vaccinazioni di massa si!
http://www.ilsussidiario.net/…/-Rompe-femore-alle-v…/755879/
http://milano.repubblica.it/…/vaccini_medici_no_vax_milano…/

Incredibile, ma vero: paghi l’Autostrada? finanzi il nucleare francese!!

 

Autostrada

 

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Incredibile, ma vero: paghi l’Autostrada? finanzi il nucleare francese!!

 

Paghi l’Autostrada, finanzi il nucleare francese

Nella cordata a cui Atlantia ha ceduto il 10 per cento di Autostrade per l’Italia c’è anche Edf Invest, il fondo creato dall’utility transalpina per finanziare il “decommissioning”

Pensateci, la prossima volta che vi fermate al casello: ogni volta che pagate, una parte del pedaggio incassato sulla maggior parte della rete italiana serve per finanziare il nucleare francese. Per la precisione, finisce nel fondo che è stato creato per sostenere, un domani, il processo di decommissioning delle centrali atomiche transalpine. Perché mandarle in pensione non sarà facile (bisogna trovare una alternativa “energetica”) e soprattutto non sarà economico (le centrali atomiche attive in Francia sono 54): secondo gli ultimi dati occorreranno almeno 70 miliardi, conto che ogni anno sale sempre di più.

Peccato che le autorità francesi, fino a questo momento, ne abbiano messi da parte meno di un terzo. Per evitare un salasso al momento decisivo, il colosso dell’energia Electricitè de France – che ha in gestione gli impianti – ha creato una divisione chiamata Edf Invest: la quale ha anche il compito di gestire il fondo dedicato al decommissioning, ma soprattutto di investire in progetti remunerativi per alimentarlo. Una delle operazioni che ha visto protagonista Edf Invest porta proprio in Italia: il gruppo Atlantia ha appena ceduto il 10% di Autostrade per l’Italia, il principale concessionario del nostro paese, per 1,48 miliardi: un 5% è andato al fondo infrastrutturale cinese Silk Road (impegnato, tra l’altro, alla realizzazione della nuova Via della Seta), mentre l’altro 5% a un consorzio formato da Allianz (74%), Edf Invest (20%) e Dif Infrastructure (6%).

Così, una parte dei proventi che ogni anno arrivano dalle principali tratte austostradali italiane (dall’Autosole alla Milano-Venezia) vengono messi da parte a Parigi per il cappottino di cemento che servirà a mettere in sucurezza le centrali nucleari quando arriveranno a fine vita. I francesi, fino a oggi, hanno cercato di rinviare il problema il più possibile: il presidente uscente Hollande aveva promesso che avrebbe iniziato l’opera, cominciando dall’impianto più vecchio che si trova in Alsazia, ma non c’è riuscito. Ora la palla passa a Macron, facilitato dal fatto che la Francia sta investendo sempre di più in rinnovabili (eolico, in particolare); il che dovrebbe facilitare la transizione. Bisognerà (con)vincere le resistenze dei sindacati e dalle comunità locali sede delle centrali, le quali hanno goduto in questi anni di benefici economici non indifferenti.

A ogni buon conto, Edf Invest – che al momento gestisce 4 miliardi di euro – va avanti nel suo compito e si porta avanti con i soldi. Guarda caso, incrociando in più di una occasione le società italiane. Sempre con Atlantia ha vinto la gara per la privatizzazione dell’aeroporto di Nizza: il 60% dello scalo sulla Costa Azzurra è stato aggiudicato alla cordata composta dalla holding della famiglia Benetton (65%), da Edf Invest (25%) e da Aeroporti di Roma (10%) che fa sempre riferimento ad Atlantia. Una operazione che ha provocato più di una polemica in Francia, con accuse a Edf di voler utilizzare i guadagni dell’aeroporto di Nizza non tanto per il decommissioning quanto per il progetto che la vede protagonista in Inghilterra per la costruzione di una grande impianto nuclare sulla costa del Mare del Nord.

Sempre Edf Invest è tra i partner del gruppo Snam nella gara vinta per la vendita di Tigf, la rete del gas del sud-ovest della
Francia appartenuta a Total e dove ha una quota anche il fondo sovrano di Singapore. In altre parole, Edf Invest è diventato lo strumento con cui l’Eliseo (proprietario al 75% dell’utility) si ritaglia un ruolo nelle privatizzazioni e nella vendita di asset che considera stretegici. Il cha tradotto significa: se vuoi comprare uan società francese devi prendermi a bordo come socio di minoranza.

fonte: http://www.repubblica.it/economia/finanza/2017/05/27/news/autostrade-166593624/?ref=fbpr

L’Unione Europea ha deciso: finalmente un po’ di arance nelle aranciate!

 

L’Unione Europea

 

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L’Unione Europea ha deciso: finalmente un po’ di arance nelle aranciate!

 

L’Ue ha deciso: più arance nelle aranciate

Si è concluso positivamente l’iter di approvazione comunitario della legge nazionale che chiedeva di innalzare dal 12 al 20% il contenuto di arance nelle bevande analcoliche prodotte in Italia e vendute con il nome dell’arancia a succo o recanti denominazioni che a tale agrume si richiamino. La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della Comunicazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri con cui si rende noto che si è perfezionata positivamente la procedura di notifica alla Commissione Europea dell’articolo 17 della legge n. 161 del 2014 segna quindi lo stop alle aranciate senza arance.

Il 20% non è una quantità scelta a caso: alcuni studi hanno posto in evidenza che una bevanda con il 20% di succo di arancia aiuti a soddisfare il fabbisogno giornaliero di vitamina C raccomandato dalle diverse Accademie scientifiche e la sua assunzione veicola un variegato mix di sostanze fitochimiche che possono incidere positivamente sulle difese del sistema immunitario.

“Con la nuova norma – precisa la Coldiretti – si contribuisce, inoltre, ad offrire il giusto riconoscimento alle bevande di maggior qualità riducendo l’utilizzo di aromi artificiali e soprattutto di zucchero la cui elevata concentrazione potrebbe essere utilizzata per sopperire alla minore qualità dei prodotti”.

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/05/29/lue-ha-deciso-piu-arance-nelle-aranciate/23074/

Scarti di lana, olio e malvasia: ecco come nasce, dal genio di un Italiano, il primo diserbante 100% naturale.

 

Diserbante

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Scarti di lana, olio e malvasia: ecco come nasce, dal genio di un Italiano, il primo diserbante 100% naturale.

Chissà a quando risale il momento in cui ci siamo convinti che un prodotto chimico sia di gran lunga migliore di uno di origine naturale: probabilmente l’efficacia è indubbia ma la sicurezza per l’uomo e per gli ambienti? Le grandi aziende, le multinazionali, ma anche i piccoli coltivatori, hanno usato con troppa leggerezzaerbicidi e fertilizzanti sui terreni, ed ora ci ritroviamo con essere umani e campi avvelenati.

Un’azienda italiana con sede in Sardegna è decisa nell’invertire la tendenza per scongiurare l’uso di mortiferi prodotti chimici. Dopo anni di studio nasce il primo diserbante 100% ecologico, a base di scarti naturali di lana, olio e malvasia.

L’Italia non può permettersi di avvelenare la propria terra: prima che sia troppo tardi, l’azienda tricolore propone una soluzione alternativa del tutto naturale.

È il primo eco-diserbante al mondo ed è un prodotto tutto italiano, il Natural Weed Control: gli agricoltori francesi, ancor prima di quelli italiani, lo hanno già utilizzato nelle vigne, e negli Stati Uniti è impiegato nella coltivazione di erbe farmaceutiche. Tutti ne sono entusiasti e ad oggi questo diserbante è destinato a far traballare il monopolio di importanti multinazionali che producono erbicidi ed altri prodotti agricoli.

Il team di ricerca è capitanato dall’imprenditrice sarda Daniela Ducato, da anni impegnata nel settore della bioedilizia e dello sviluppo di materiali naturali.

Per la donna è solo “una questione culturale” considerare più affidabile un prodotto chimico che naturale. Come lei stessa afferma, non ci rendiamo conto del dannoche facciamo quando usiamo sostanze nocive: ad esempio per quanto riguarda il trattamento del verde urbano, a patire le conseguenze non solo solo le aiuole e i prati ma anche gli operai, gli animali domestici i bambini che popolano i parchi delle nostre città.

Tutto è iniziato per salvare le api: in Italia molte sono morte a causa dei prodotti usati in agricoltura.

L’idea è nata da un’esigenza molto concreta: salvare le api dalla moria registrata negli ultimi sul territorio nazionale. In Sardegna ci sono molti apicoltori disperati per l’assenza sostanziale di api.

Le api e le farfalle sono le prime a risentire dei prodotti con cui vengono trattati i terreni: la loro importantissima funzione di impollinazione viene così a mancare.

Il cuore dell’eco-diserbante sono gli scarti della lana di pecora a cui si aggiungono quelli delle lavorazioni dell’olio e del vino.

Tutti elementi di scarto che contribuiscono a creare un diserbante molto efficace: il comune di Cagliari l’ha impiegato per estirpare le erbacce dalle zone verdi della città, con risultati eccezionali.

L’efficacia del prodotto non è di natura chimica: le erbe infestanti vengono seccategrazie al calore e al vapore. “Mettendo insieme questi elementi la pianta intrappola il calore e si secca già dopo due giorni”, spiega la Ducato.

La composizione del diserbante può essere variata per renderlo adatto all’utilizzo vitivinicolo, orticolo o per frutteti: non inquina è sicuro per l’ambiente, per i consumatori e per gli agricoltori, che possono distribuirlo senza mascherineessendo del tutto naturale.

Il mercato del primo eco-diserbante italiano è destinato a crescere e noi, lo speriamo con tutto il cuore per amore della nostra bellissima terra e per quella di tutto il pianeta!

fonte: http://www.curioctopus.it/read/12567/scarti-di-lana-olio-e-malvasia:-il-primo-diserbante-100-per-cento-naturale-e-italiano

Purtroppo potrebbe essere utile: i tre luoghi nel mondo dove salvarsi in caso di guerra nucleare.

 

guerra nucleare

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Purtroppo potrebbe essere utile: i tre luoghi nel mondo dove salvarsi in caso di guerra nucleare.

In questi giorni, con una Russia sempre più minacciosa e il blocco Occidentale che non arretra, si continua a parlare dell’avvento della Terza Guerra Mondiale. Una guerra che, va da sé, sarebbe atomica. In molti, soprattutto all’ombra del Cremlino, hanno iniziato a pensare a un possibile rifugio dove ripararsi in caso di attacco nucleare. E sul sito di domande e risposte Quora hanno provato a fornire una risposta a chi teme il conflitto, spiegando in quali zone del mondo sarebbe più sicuro trovarsi nel caso la guerra iniziasse davvero.

Escluse America, Russia, Europa e Medio Oriente, potenzialmente scenari devastanti del conflitto, sono state individuati tre luoghi dove rifugiarsi e continuare a vivere nonostante le bombe atomiche. Interpellati dal sito, gli utenti hanno indicato l‘Isola del Sud in Nuova Zelanda come il miglior posto possibile, sia per la sua posizione geografica sia perché non è una potenza nucleare. Un internauta scrive: “È probabilmente il posto abitabile più vicino e allo stesso tempo più lontano dal campo di battaglia, benedetto con terra fertile, acqua pura e un gruppo decente di persone con cui sopravvivere”.

Altri raccomandano Perth, in Australia, una delle città più remote al mondo in una nazione non nucleare. Infine, a chiudere il podio dei tre luoghi più sicuri in caso di conflitto atomico, ecco la Polinesia francese, stata menzionata come possibile meta a causa della sua posizione nell’emisfero Antartico.

fonte: http://www.liberoquotidiano.it/gallery/esteri/11997091/guerra-nucleare-i-tre-luoghi-nel-mondo-dove-salvarsi.html

 

ANTIDEPRESSIVI e ANSIOLITICI: Dopo 6 mesi aumentano il rischio di Alzheimer dell’80%!

ANTIDEPRESSIVI

 

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ANTIDEPRESSIVI e ANSIOLITICI: Dopo 6 mesi aumentano il rischio di Alzheimer dell’80%!

 

Le benzodiazepine sono una classe di farmaci comunemente utilizzati da adulti più anziani per l’insonniaansia e disturbi depressivi, aumentano il rischio di demenza e accelerano il declino cognitivo, come mostrano i risultati di uno studio.

Questo tipo di farmaci agiscono sul sistema nervoso centrale (cervello e midollo spinale) modificando alcuni processi chimici naturali (fisiologici) e sono contenuti in numerosi farmaci diffusi come:

  • Alprazolam
  • Bromazepam
  • Bromiden
  • Diazepam
  • Lorazepam
  • Clonazepam
  • Valium
  • Xanax

Questi farmaci hanno un effetto

  • ansiolitico (riducono l’ansia)
  • miorilassante (rilassano i muscoli)
  • ipnotico (inducono il sonno)
  • antiepilettico (riducono i sintomi dell’epilessia)
  • amnesico (causano problemi di memoria)

Le benzodiazepine danneggiano il cervello favorendo la demenza

Uno studio francese pubblicato sulla rivista British Medical Journal lo conferma: l’uso regolare di benzodiazepine per un periodo superiore a tre mesi aumenta notevolmente il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer.

Lo studio ha preso in considerazione quasi 9.000 persone di età superiore a 66 anni, seguiti per 6-10 anni, dimostrando come l’assunzione giornaliera di psicofarmaci per diversi mesi aumenti il rischio di sviluppare una malattia neurodegenerativa:

  • una volta al giorno per 3 – 6 mesi aumenta il rischio di malattia di Alzheimer del 30%
  • una volta al giorno per più di sei mesi aumenta il rischio di Alzheimer del 60-80%.

L’uso di benzodiazepine da dipendenza

E’ noto da molti anni che l’uso di benzodiazepine per oltre un mese porta ad assuefazione (necessità di dosi maggiori per ottenere lo stesso effetto), dipendenza (difficoltà o impossibilità di interromperne l’assunzione), e la sospensione può causare sintomi di astinenza (recidiva dei sintomi, più tipicamente la potenziale caduta della pressione arteriosa, allucinazioni, psicosi, allucinazioni, convulsioni, malessere).

Lo studio di Sophie Billioti Gagee, colleghi dell’istituto INSERM, dimostra come le benzodiazepine aumentino significativamente il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer – la più nota malattia neurodegenerativa, che in Italia colpisce centinaia di migliaia di persone ogni anno.

Le benzodiazepine dovrebbero essere usato per un paio di settimane al massimo

“Dovrebbero essere prescritti per breve tempo. Ciò contribuirebbe ad assicurare che l’uso di questi farmaci sia limitata a poche settimane, un periodo in cui non abbiamo osservato implicazioni negative per il rischio di demenza” affermano i ricercatori che hanno condotto lo studio.

Ansiolitici ed Antidepressivi sono tra i farmaci più venduti al mondo

Le benzodiazepine sono da più di 50 anni dei veri “best seller”. La chiave del loro successo duraturo è dovuta al fatto che hanno un effetto sedativo ed inducono una vera e propria dipendenza, motivo per cui il loro uso è raccomandato per un tempo molto limitato. Tali raccomandazioni sono però seguite dai medici di base, dagli enti di controllo governativi e, non va dimenticato, dai pazienti stessi.

I casi di Alzheimer sono in aumento esponenziale

In tutto il mondo l’aumento preoccupante della demenza (non solo negli anziani in età avanzata) dovrebbe far riflettere sull’uso sconsiderato di questi farmaci. La Francia ad esempio detiene il triste record di campione del mondo nel consumo di benzodiazepine: nel 2012, quasi 12 milioni di francesi ne hanno fatto uso almeno una volta.

Le benzodiazepine sono spesso prescritte per trattare stress, ansia e disturbi del sonno: tutti sintomi che possono essere curati con metodi alternativi come i fiori di bach, omeopatia, agopuntura, rimedi erboristici e nutraceutici.

Inoltre, l’approccio farmacologico elimina i sintomi ma non risolve il problema, sicché questi sintomi tendono a ripresentarsi dopo l’interruzione del trattamento. Questo porta spesso a prolungare la cura oltre le raccomandazioni delle autorità sanitarie (non più di 12 settimane): molti pazienti continuano ad assumerne per anni!

I pazienti, nel frattempo, devono essere consapevoli dei rischi connessi con tali trattamenti prolungati e cercare metodi di cura alternativi.

Per risolvere in modo naturale questi disturbi consiglio anche la lettura di

fonte: http://aprilamente.info/antidepressivi-ansiolitici-dopo-6-mesi-aumentano-il-rischio-di-alzheimer-dell80/

Tumori, per la prima volta in terapia l’alternativa alla chemioterapia: un anticorpo monoclonale in grado di potenziare il sistema immunitario.

 

Tumori

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Tumori, per la prima volta in terapia l’alternativa alla chemioterapia: un anticorpo monoclonale in grado di potenziare il sistema immunitario.

 

Tumori, per la prima volta dopo 40 anni in terapia l’alternativa alla chemioterapia: un anticorpo monoclonale

Milano: per la prima volta dopo 40 anni, un anticorpo monoclonale in grado di potenziare il sistema immunitario nella lotta contro il tumore del polmone entra in terapia come ‘farmaco di prima linea‘ (e in certi casi anche di seconda linea), dove finora c’era solo la chemioterapia.

Il farmaco, considerato da alcuni “rivoluzionario” (anche se resterebbe da chiedersi come mai sia stato accettato dopo 40 anni), consente di inattivare i linfociti T specifici e così blocca la risposta del sistema immunitario contro il tumore. Il farmaco in questione ha dimostrato di inibire i recettori PD-L1, così che il sistema immunitario possa aggredire il tumore.

“Il melanoma ha rappresentato il modello per l’applicazione di questo approccio innovativo (l’immuno-oncologia, ndr) – spiega Carmine Pinto, Presidente dell’Associazione Nazionale Oncologia medica (Aiom) – che ora si sta estendendo con successo a diversi tipi di tumore, come quello del polmone. Ed è un’arma che si affianca a quelle tradizionali rappresentate da chirurgia, chemioterapia, radioterapia e terapie biologiche. Un passo avanti verso la sconfitta o la cronicizzazione della malattia”.
Uno studio che ha visto il test della molecola su oltre 300 persone volontarie, documentano la sopravvivenza del 70% dei pazienti trattati con pembrolizumab  rispetto a circa il 50% di quelli trattati con chemioterapia. Inoltre sono stai osservati un 40% di riduzione del rischio di morte e un 50% di riduzione del rischio di progressione della malattia ed è risultata triplicata la sopravvivenza libera da progressione della malattia che, a un anno, raggiunge il 48% rispetto al 15% con chemioterapia.

“Pembrolizumab – precisa Filippo De Marinis, Direttore della Divisione di Oncologia toracica all’IEO di Milano – è l’unico farmaco immuno-oncologico basato sulla definizione di un biomarcatore, PD-L1, che permette di scegliere il trattamento giusto per il paziente giusto. In base al livello di espressione di PD-L1 – spiega – può essere utilizzata l’immuno-oncologia nel modo più efficace. In particolare, il 75% dei pazienti con istotipo squamoso in fase metastatica che oggi in primo livello sono trattati con chemioterapia, potranno trarre importanti benefici dall’immuno-oncologia se risponderanno a certi criteri”.
E’ infatti stato dimostrato infatti che pembrolizumab è più efficace della chemioterapia quando la proteina PD-L1 è espressa a livelli elevati, in misura uguale o superiore al 50% della cellule tumorali. Il nuovo farmaco rappresenterebbe anche una importante opzione su pazienti cioè che sono già stati trattati con chemioterapia, sempre che il loro tumore esprima livelli di PD-L1 uguali o superiori all’1%.

Il farmaco ‘pembrolizumab‘, è stato approvato il 18 maggio 2017 dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e ora in attesa di essere pubblicato dalla ‘Gazzetta ufficiale‘.

Secondo i medici lombardi, potrebbe rappresentare un primo approccio al paziente con tumore del polmone richiedono che sia un ‘carcinoma polmonare metastatico non a piccole cellule in cui i tumori esprimano alti livelli del recettore PD-L1′.

Qui l’intervista al Prof. Andrea Ardizzoni, Ordinario di Oncologia medica, Università degli Studi di Bologna.

fonte: http://www.globochannel.com/2017/05/25/tumori-per-la-prima-volta-dopo-40-anni-in-terapia-lalternativa-alla-chemioterapia-un-anticorpo-monoclonale/