Scusate, ma introdurre incrementi tariffari per chi utilizza le farmacie di notte (e quindi ha necessità ed urgenza) non Vi sembra una speculazione ignobile?

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Scusate, ma introdurre incrementi tariffari per chi utilizza le farmacie di notte (e quindi ha necessità ed urgenza) non Vi sembra una speculazione ignobile?

 

Arriva la stangata in farmacia. Di fatto potrebbe raddoppiare il ticket per chi compra farmaci nelle ore notturne.

E a rincarare i costi è stato un decreto che prevede da novembre un incremento del 100 per cento degli “addizionali di chiamata notturna”, ovvero i costi che le stesse farmacie di turno scaricano sul cliente.

Come riporta il Fatto, con le nuove traiffe è previsto un costo di 7,50 euro per le farmacia urbane e rurali “non sussdiate” e un costo di 10 euro per quelle “rurali sussidiate”.

In precdenza questo aggravio di costo ammontava a 3,87 euro. E a farne le spese adesso sono proprio i clienti che hanno più difficoltà, ovvero chi deve acquistare un farmaco per un anziano oppure per un bimbo o magari chi d’urgenza ha bisogno di una medicina per una colica.

Insomma di fatto c’è un rincaro netto per l’acquisto dei farmaci “fuori orario”. Vengono rivisti anche i prezzi dei “prodotti galenici”. Il nuovo prezzo verrà determinato dal costo delle sostanze, dai costi per la preparazione e “dalla professionalità dei farmacisti”.

Su questo fronte è stato predisposto nelle scorse settimane un vertice tecnico a cui ha partecipato lo stesso Ministero della Salute e i rappresentanti delle associazioni di categoria tra cui Fofi, Federfarma, Asfi, Assofarm, Farmacie unite, Sifap e Utifar.

Di fatto questi rincari aumenteranno il fatturato delle farmacie che in media ammonta a 369mila euro all’anno.

A farne le spese sarà chi ha difficili necessità ed urgenze.

Insomma, ancora una ignobile speculazione da parte di chi ci governa che, ovviamente, colpirà sempre e comunque i più deboli (a chi vive con una pensione minima 5 Euro in più pesano molto di più rispetto a chi campa di rendita)…!

Sulle nostre teste, nell’atmosfera, nell’aria ci sono ancora le scorie nucleari della guerra fredda!

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Sulle nostre teste, nell’atmosfera, nell’aria ci sono ancora le scorie nucleari della guerra fredda!

 

Ancora sopra di noi le scorie nucleari della guerra fredda

Da più di 50 anni, le particelle di plutonio radioattivo dei test nucleari degli anni Cinquanta e Sessanta sono nella stratosfera, tra 20 e 50 km al di sopra delle nostre teste. Si pensava che fossero già tutte precipitate al suolo nel corso dei decenni ma, dopo l’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajökull avvenuta nel 2010, sono sorti i primi dubbi. Le eruzioni vulcaniche, infatti, possono far precipitare queste particelle radioattive nella parte più bassa dell’atmosfera, la troposfera. Lo afferma uno studio svizzero pubblicato questo mese su Nature Communications. Secondo la ricerca elvetica, tuttavia, non ci sarebbe da preoccuparsi per possibili conseguenze sulla salute umana.

Tra il 1945 e il 1998, un piccolo numero di paesi del mondo ha affermato la propria potenza militare facendo deflagrare bombe atomiche in test all’aria aperta. Le dinamiche della Guerra fredda hanno portato prima Stati Uniti e Unione Sovietica, poi Francia e Regno Unito, e in seguito Cina e India, a gareggiare in esplosioni atomiche. Una volta venute meno le esigenze della Guerra fredda, le esplosioni sono andate decrescendo, ma le scorie radioattive di più di duemila test nucleari sono rimaste nella stratosfera. Si è poi aggiunta la radioattività causata da eventi come l’esplosione, nel 1964, del satellite statunitense SNAP-9A, alimentato a plutonio, che ha riversato sul pianeta scorie che si sono unite alle particelle presenti nell’aria, l’aerosol. Nella troposfera, che si estende verticalmente dal suolo per circa 17-20 km, queste particelle vengono eliminate nel giro di qualche settimana o mese.

Ma un insieme di fattori può ostacolare questo smaltimento. È il caso della tropopausa, lo strato di atmosfera che separa la troposfera dalla stratosfera. La tropopausa funge da barriera e trattiene la maggior parte delle particelle più radioattive nella stratosfera per un tempo che varia da uno a quattro anni, come dimostrato da studi effettuati negli anni Sessanta e Settanta. Le particelle più grandi, dal diametro tra uno e dieci milionesimi di metro, si depositano invece più rapidamente, rimanendo nella stratosfera per qualche settimana o mese. Poiché i test nucleari sono stati condotti molto tempo fa, si pensava che tutte queste particelle radioattive presenti nella stratosfera dovessero ormai essersi depositate.

Tuttavia, dopo l’eruzione dell’Eyjafjallajökull, fisici e climatologi hanno cominciato ad avere qualche dubbio. Il gruppo svizzero, campionando l’aerosol della troposfera, vi ha trovato elevate concentrazioni di radionuclidi. In particolare, i livelli di cesio e plutonio erano di tre volte più alti di quelli presenti nell’aria in prossimità del suolo. Questi dati contraddicono precedenti studi sull’aerosol, che avevano trovato livelli bassi in tutta la troposfera. José Corcho Alvarado e colleghi, dell’Ospedale universitario di Losanna, hanno confrontato i dati raccolti dopo l’eruzione con quelli conservati dalle autorità militari svizzere a partire dagli anni Settanta. Il gruppo ha poi creato un modello della distribuzione delle particelle radioattive nell’atmosfera sopra la Svizzera per tutto il periodo.

Dal modello è emerso che la maggior parte del plutonio atmosferico si sarebbe depositata sul territorio svizzero tra il 1964 e il 1968, confermando l’ipotesi che i test nucleari e l’esplosione del satellite siano state le maggiori fonti di radionuclidi. “Una frazione significativa di quel plutonio è comunque nella stratosfera da decenni”, scrivono i ricercatori. Quanto al plutonio radioattivo finito nelle ceneri del vulcano, l’eruzione avrebbe portato a contatto col ghiaccio migliaia di tonnellate di roccia fusa, originando una forte esplosione che avrebbe portato vapore e particelle nell’aria, facendo precipitare nelle zone più basse della stratosfera polveri sottili e gas come il biossido di zolfo. Le particelle di ceneri e zolfo si sarebbero attaccate al plutonio e al cesio nella stratosfera e li avrebbero trascinati nella troposfera.

“La forte eruzione vulcanica islandese ha ridistribuito i radionuclidi derivati dalle attività umane nella bassa atmosfera”, conclude lo studio. Innocua per la salute umana, la radioattività presente potrebbe invece essere utile a studiare il movimento delle particelle nell’atmosfera, poiché i radionuclidi possono dare indicazioni sulle modalità di circolazione dell’aria.

fonte: https://oggiscienza.it/2014/01/16/ancora-sopra-di-noi-le-scorie-nucleari-della-guerra-fredda/

La biologa, Premio Nobel, Elizabeth Blackburn: rallentare l’invecchiamento si può!

 

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La biologa, Premio Nobel, Elizabeth Blackburn: rallentare l’invecchiamento si può!

Rallentare l’invecchiamento si può: vediamo come secondo la biologa Premio Nobel.

Le scoperte della biologa Premio Nobel Elizabeth Blackburn suggeriscono come è possibile rallentare il processo di invecchiamento.

L’invecchiamento è provocato dalle estremità dei cromosomi, chiamate “telomeri“. La buona notizia è che secondo la biologa Premio Nobel Elizabeth Blackburn, che ha studiato a fondo i filamenti cellulari che custodiscono il nostro codice genetico, possiamo condizionare i telomeri più di quanto crediamo, e durante una sua recente partecipazione ad un “Ted talk” ha spiegato quello che possiamo fare per invecchiare in modo più sano. Vediamo quali comportamenti e quali abitudini possono aiutarci a vivere meglio e più a lungo.

Cosa ha scoperto la biologa Elizabeth Blackburn

La biologa Premio Nobel Elizabeth Blackburn ha reso note le sue scoperte frutto di un lavoro di ricerca decennale in occasione di un Ted talk tenutosi alcuni mesi fa, ed in questi giorni reso disponibile sul suo sito internet.

La ricercatrice, durante la conferenza, ha spiegato in modo preciso come le cellule che compongono il nostro organismo contengano ciascuna dei cromosomi, alle cui estremità sono presenti i “telomeri”, ovvero dei terminali di vitale importanza, che la scienziata, per permettere di capire ai profani della materia, ha paragonato al cappuccio protettivo di plastica che troviamo alla fine delle stringhe delle calzature. Proprio come questi i telomeri con gli anni si consumano, si accorciano e alla fine si staccano. E secondo la dottoressa sarebbe l’eccessivo accorciamento dei telomeri a provocare i segni dell’invecchiamento. Tuttavia le loro condizioni di salute possono essere influenzate – positivamente o negativamente – dai nostri comportamenti e dalle nostre abitudini.

La dott.ssa Blackburn con i suoi studi sui cromosomi nel 2009 si è guadagnata il Premio Nobel per la Medicina, condiviso con Carol Greider e Jack Szostak insieme ai quali ha scoperto il modo in cui i telomeri insieme ad un enzima chiamato Telomerasi, possono svolgere una funzione protettiva sui nostri cromosomi rendendoli più longevi.

E sono i numerosi studi condotti sulla base di questa scoperta a definire cosa possiamo fare per cercare di conservarli in buone condizioni più a lungo possibile.

Cosa possiamo fare

Vediamo come possiamo mantenere lunghi i nostri telomeri. Si tratta di suggerimenti che certo non portano all’immortalità, ma possono incidere sul mantenimento di un buono stato di salute, ovvero vivere più a lungo senza dovere fare i conti con le malattie. Il primo suggerimento è quello di gestire lo stress, ritenuto una causa dell’accorciamento dei telomeri.

Il secondo consiglio è quello di praticare la meditazione, in quanto gli scienziati hanno appurato che è molto utile, e migliora il livello di conservazione dei preziosi telomeri. Razzismo, bullismo e violenza hanno un effetto negativo, mentre circondarsi di persone con cui si prova armonia fa bene alla salute dei preziosi terminali dei cromosomi.

Secondo i ricercatori infine sposarsi e avere durature relazioni di amicizia contribuirebbero alla salute dei telomeri, così avere un reddito più alto della media aiuta a conservarli.

I consigli della dottoressa Blackburn, frutto di anni di ricerca, evidenziano ancora una volta come i nostri comportamenti e le nostre abitudini possano di fatto influenzare lo stato di salute e dunque la possibilità di scongiurare malattie e vivere più sani e più a lungo.

fonti:

-http://it.blastingnews.com/salute/2017/12/rallentare-linvecchiamento-si-puo-vediamo-come-secondo-la-biologa-premio-nobel-002221359.html

-http://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2017/03/21/news/consigli_da_nobel_per_allungare_la_vita-161049595/

-http://www.elle.it/salute/news/a1474926062769/invecchiamento-come-rallentarlo-scientificamente/

Promozione agroalimentare – l’Unione Europea ancora contro i nostri prodotti: taglio del 90% agli aiuti all’Italia…!

 

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Promozione agroalimentare – l’Unione Europea ancora contro i nostri prodotti: taglio del 90% agli aiuti all’Italia…!

BRUXELLES – “Sono calati del 90% nel 2017 gli aiuti Ue all’Italia per la promozione di prodotti agroalimentari: dall’analisi dei dati a disposizione sono passati – inspiegabilmente – da più di 33 milioni di euro nel 2016, a poco più di 3 milioni quest’anno”. Così, il Primo Vice Presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento europeo annuncia le motivazioni che lo hanno portato a presentare un’interrogazione scritta all’esecutivo Ue, co-firmata e sostenuta in modo trasversale da 37 europarlamentari italiani.

I programmi di promozione dei prodotti agroalimentari provenienti dai fondi dalla Pac costituiscono uno strumento fondamentale ed una preziosa risorsa per tutti gli Stati membri, ma – denuncia De Castro – dai dati dell’ultimo anno si è registrato un divario geografico senza precedenti risultante da un confronto tra Francia, Spagna e Italia“. Per il primo vicepresidente della Comagri quindi “con l’interrogazione si chiede alla Commissione europea di giustificare questa evidente assenza di bilanciamento, facendo chiarezza sulle modalità in cui vengono applicati i criteri in fase di valutazione”.

Gli europarlamentari firmatari domandano inoltre alla Commissione Ue di “pubblicare i parametri valutativi riguardanti i programmi vincitori, in un’ottica di maggiore trasparenza verso i cittadini e di modo che possano essere sfruttati come modello da tutti gli interessati”.

ANSA Europa

tratto da: http://www.imolaoggi.it/2017/12/07/promozione-agroalimentare-la-ue-toglie-il-90-degli-aiuti-allitalia/

Sì, le strazianti immagini dell’orso che muore di fame fanno riflettere. Ma non dimentichiamo il pensionato di Bergamo o il precario di Foggia che, grazie a chi ci governa, non se la passa molto meglio… L’allarme del Codacons: VERGOGNA, Un Italiano su tre a rischio povertà o esclusione!

 

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Sì, le strazianti immagini dell’orso che muore di fame fanno riflettere. Ma non dimentichiamo il pensionato di Bergamo o il precario di Foggia che, grazie a chi ci governa, non se la passa molto meglio… L’allarme del Codacons: VERGOGNA, Un Italiano su tre a rischio povertà o esclusione!

Mentre stavamo preparando l’articolo sull’orso polare che muore di fame, ci siamo imbattuti nell’allarme del Codacons: in 10 anni +2,8 milioni di cittadini a rischio povertà e aumentano disuguaglianze. L’accostamento è un po’ “rozzo”, ma come ha fatto Paul Nicklen, anche noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di “smuovere le coscienze”…

Istat: quasi 1 su 3 a rischio povertà o esclusione.
Codacons: vergogna! in 10 anni +2,8 milioni di cittadini a rischio povertà e aumentano disuguaglianze. Ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri.

Su povertà l’Italia addirittura peggio della Spagna e lontanissima da Francia e Germania.

Semplicemente “deprimenti” i dati sulla povertà in Italia diffusi oggi dall’Istat. Lo afferma il Codacons, che lancia una accusa alla classe politica, totalmente incapace di affrontare il problema.
“I dati diffusi oggi dall’Istat ci dicono che in 10 anni il numero di persone a rischio povertà o esclusione sociale ha subito una abnorme crescita – spiega il presidente Carlo Rienzi – Nel 2006, infatti, il 25,9% della popolazione (pari a 15.315.000 individui) era a rischio esclusione o povertà, contro il 30% dei residenti registrati nel 2016 (18.136.663 individui). Ciò significa che rispetto a 10 anni fa si contano oggi in Italia 2,8 milioni di cittadini in più a rischio povertà”.
“Un dato vergognoso anche a confronto degli altri paesi europei – prosegue Rienzi – Sul fronte povertà l’Italia fa addirittura peggio della Spagna, dove l’indicatore sintetico di rischio di povertà o esclusione sociale si ferma al 27,9% della popolazione, ed è lontanissima da Francia (18,2%) e Germania (19,7%). Crescono anche le disuguaglianze sociali con la conseguenza che i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri continuano a sprofondare nella povertà, mentre la classe politica resta a guardare questo massacro sociale, incapace di fermare il disastro” – conclude il presidente Codacons.

 

fonte: https://codacons.it/istat-quasi-1-3-rischio-poverta-esclusione/

Le strazianti immagini dell’orso polare che muore di fame – Il fotografo e attivista Paul Nicklen: “lo ho ripreso per smuovere le coscienze”

 

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Le strazianti immagini dell’orso polare che muore di fame – Il fotografo e attivista Paul Nicklen: “lo ho ripreso per smuovere le coscienze”

Il fotografo e attivista Paul Nicklen racconta la scena che ha visto in una riserva Inuit abbandonata dell’arcipelago polare canadese. E a chi lo accusa di non essere intervenuto spiega: “Non vado in giro con 400 kg di carne di foca, e comunque avrei solo prolungato la sua agonia”

SCHELETRICO si trascina alla ricerca di cibo. Rovista in un bidone e poi si accascia a terra, ancora in preda ai morsi della fame. È l’immagine straziante di un orso polare in punto di morte, immortalato dalle telecamere dell’attivista e fotografo di National Geographic Paul Nicklen e da un team di Sea Legacy mentre si trovavano sull’Isola di Somerset, in Canada.

“È una scena che spacca il cuore, ma che abbiamo scelto di condividere per rompere il velo di apatia della nostra società”, ha scritto il fotografo nella didascalia che accompagna il video postato sul suo profilo Instagram. Immagini che riaccendono i riflettori sul problema del riscaldamento globale e dei suoi effetti collaterali sulla natura.

“Avevamo le lacrime agli occhi mentre filmavamo”, ha spiegato Nicklen in un’intervista al National Geographic. Lui, con anni di esperienza e di attivismo alle spalle, non è estraneo agli orsi, anzi: in vita sua ne ha visti più di tremila. Ma mai si era trovato davanti uno spettacolo simile: “È stata l’esperienza più sconvolgente che abbia mai vissuto”.

Dopo aver pubblicato il filmato sui social network, in molti gli hanno rimproverato di non essere intervenuto. “Certo, ci ho pensato a fare qualcosa – ha continuato il fotografo – ma non vado in giro con una pistola tranquillante o con 400 chili di carne di foca”.  E anche se lo avesse aiutato, ha proseguito Nicklen, il suo gesto non sarebbe servito a molto, avrebbe solamente prolungato la sofferenza dell’animale. Senza contare che dare da mangiare agli orsi polari selvatici è illegale in Canada.

“Aveva gli arti inferiori atrofizzati. Non potevamo fare molto per lui”. Per il fotografo il vero aiuto è la denuncia di ciò che sta accadendo al mondo. “Ho ripreso la sua lenta morte per far sì che non sia avvenuta invano – ha detto l’attivista – quando gli scienziati parlano dell’estinzione degli orsi polari, le persone comuni non si rendono conto di ciò che significa. Questa è la fine che fanno: muoiono lentamente di fame. E tutti lo devono vedere”.

Una realtà che agli occhi del mondo era già emersa in passato con scatti altrettanto terribili. Sempre in Canada Tory Moth ha fotografato un orso mentre seduto, quasi rassegnato, rovista in una discarica a cielo aperto alla ricerca di cibo, poi c’è quello di Kerstin Langenberger e di un’orsa polare emaciata, fotografata su quel che resta di un ghiacciaio delle Svalbard, un arcipelago norvegese nel Mar Glaciale Artico.

IL RISCALDAMENTO CLIMATICO
Nel 2002, un rapporto del World Wildlife Fund aveva previsto che il cambiamento climatico avrebbe potuto mettere in pericolo la sopravvivenza dell’orso polare o addirittura portarlo all’estinzione.

Quindici anni dopo, la situazione è ancora più grave. Secondo i dati del National Data and Ice Data Center – che ogni anno misura la copertura di ghiaccio marino – i terreni ghiacciati su cui cacciano gli orsi polari sono diminuiti in modo drastico. Oggi siamo ai minimi storici e secondo il centro il dato è destinato a peggiorare.

Secondo i dati raccolti dagli scienziati nella Baia di Hudson, in Canada, per ogni settimana di anticipo sulla fusione dei ghiacci gli orsi perdono dieci chili di peso, hanno difficoltà ad allattare i cuccioli e sono visibilmente in condizioni di salute precarie. Questo perché rimangono più a lungo sulla terra ferma, prolungando i periodi di digiuno.

COSA POSSIAMO FARE
“Ora immagino che tutti gli orsi polari moriranno così. Questo orso non era vecchio, né aveva ferite visibili, ma c’è una soluzione – ha concluso il fotografo – dobbiamo ridurre la nostra impronta di carbonio, mangiare il cibo giusto, smettere di abbattere le nostre foreste e iniziare a rispettare la Terra: la nostra prima casa. È possibile aiutare anche donando e sostenendo Sea Legacy e le sue battaglie per salvare gli oceani e i ghiacciai”.

 

 

fonte:

-http://www.repubblica.it/ambiente/2017/12/08/news/canada_orso_polare_scheletrico_fame_fotografo_paul_nicklen-183490604/

-https://www.youtube.com/watch?v=Op4BNQbDeQQ

Finalmente in arrivo in Italia la legge contro il finto pane fresco. Insomma, sapremo cosa ci fanno mangiare… forse.

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Finalmente in arrivo in Italia la legge contro il finto pane fresco. Insomma, sapremo cosa ci fanno mangiare… forse.

Si fa presto a dire pane fresco. Ma presto questo aggettivo non potrà essere usato tanto alla leggera dai forni e dai supermercati italiani. La Camera ha infatti approvato in prima lettura  la proposta di legge del deputato del Pd Giuseppe Romanini sulla produzione e la vendita del pane. Il testo è stato approvato con 331 voti a favore, contrari 4 di Fratelli d’Italia e 21 astenuti, tra cui la Lega. Una larga maggioranza che presuppone un cammino veloce fino all’approvazione. La legge precisa che il pane può definirsi fresco solo se preparato entro le 24 ore dalla messa in vendita secondo un processo di produzione continuo, privo di interruzioni finalizzate al congelamento, alla surgelazione di impasti, e ad altri trattamenti con effetto conservante, ad eccezione delle tecniche mirate al solo rallentamento del processo di lievitazione senza additivi conservanti.

Quando si può usare “appena sfornato”

È previsto, inoltre, il divieto di utilizzare denominazioni quali “pane di giornata” e “pane appena sfornato”, “pane caldo” o qualsiasi altra denominazione che possa indurre in inganno il consumatore. Per la vendita, il pane fresco va sistemato in scaffali distinti rispetto al pane ottenuto dal prodotto intermedio di panificazione e al pane ottenuto mediante completamento di cottura di pane parzialmente cotto, surgelato o non, previo confezionamento ed etichettatura adeguata.

Le sanzioni

Previste anche delle sanzioni amministrative per chi non rispetta alle regole:  multa da 500 a 3.000 euro in caso di particolare gravità o recidiva, e la sospensione dell’attività per un periodo non superiore a venti giorni. Solo le attività in grado di svolgere l’intero ciclo di produzione a partire dalla lavorazione delle materie prime sino alla cottura finale possono essere definite “panificio”.

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/12/10/in-arrivo-la-legge-contro-il-finto-pane-fresco/29025/

 

Glifosato: non serve vivere vicino ai campi per essere contaminati

 

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Glifosato: non serve vivere vicino ai campi per essere contaminati

 

Uno studio indipendente trova consistenti tracce di glifosato in un campione di donne in gravidanza residenti a Roma.

Da quando L’Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) ha classificato il glifosato come «probabilmente cancerogeno» il dibattito sull’erbicida più utilizzato al mondo è salito a livello europeo dove l’autorizzazione al suo utilizzo è stata rinnovata a tutto il 2017.

Se ancora qualcuno di voi avesse dubbi sul fatto che non è più tollerabile continuare a subire l’avvelenamento di questa sostanza e ancora non avesse firmato Ice (Iniziativa dei cittadini europei) che ne chiede il bando dal territorio europeo (firmate qui per favore), vi riportiamo l’ennesimo studio che prova quanto possa essere dannoso per la nostra salute.

Ad aprile 2017 l’associazione A Sud e la rivista Il Salvagente hanno incaricato un laboratorio tedesco di eseguire analisi tossicologiche indipendenti su un campione di 14 donne incinte, scelte nel contesto urbano della città di Roma. I risultati dei test, effettuati dal BioCheck Lab di Lipsia, sono allarmanti: tutti e 14 i campioni di urine raccolti mostrano la presenza di glifosato, con un range che va dagli 0,43 ai 3,48 nanogrammi/ml. La sua presenza può essere causata da diversi fattori, primo tra tutti l’alimentazione. Il glifosato entra nell’organismo umano non solo mediante pane, pasta, farina e altri prodotti a base di farina ma anche attraverso carni e formaggi. Sappiamo tutti che l’85% dei mangimi utilizzati negli allevamenti sono costituiti da mais, soia, colza ogm brevettati proprio per essere resistenti al glifosato.

Quanto glifosato dovrebbe esserci nelle urine? La risposta a questa domanda è: zero.

Se è vero che non sono previsti livelli massimi di concentrazione nel corpo umano, è comunque inammissibile la presenza di questa sostanza chimica. Come conferma l’oncologa Patrizia Gentilini, membro del Comitato Scientifico dell’Isde (International Society of Doctors for the Environment), che ha commentato: «Il glifosato rinvenuto nelle urine delle donne che si sono sottoposte al test è in concentrazioni superiori al limite di quantificazione nel 100% dei casi». Gentilini spiega che in un’indagine dello stesso tipo effettuata in Germania dal 2001 al 2015 su un totale di 399 soggetti – maschi e femmine di età compresa tra i 20 e i 29 anni – il glifosato è stato trovato solo nel 32% delle analisi effettuate. «Occorre considerare – aggiunge Gentilini – che il valore massimo riscontrato tra le 14 donne in gravidanza esaminate a Roma è stato del 24% superiore al valore più alto trovato tra le analisi effettuate in Germania. Vi sono ragioni scientifiche perché il risultato dei test possa ritenersi un campanello di allarme».

Insomma, si può affermare che questa ricerca evidenzia il rischio concreto per la salute umana, riproduttiva e neonatale rappresentato dall’esposizione al glifosato. Perché? Oltre alla sua neurotossicità e alla connessione con diverse tipologie di cancro, l’erbicida è da considerarsi un interferente endocrino associato all’insorgenza di disturbi della crescita, aborti spontanei, anormalità dello sperma e diminuzione del numero degli spermatozoi. Vi serve altro?

Nel dubbio vi riportiamo un’altra ricerca. In uno studio indipendente ancora in corso, il dottor Paul Winchester sta dimostrando che le madri con alti livelli di glifosato nelle urine hanno una gravidanza più breve e i bambini un peso minore alla nascita, il che può comportare minori abilità cognitive nell’età dello sviluppo e più alti rischi di sindromi metaboliche. Dallo stesso studio emerge che le donne che vivono nelle zone rurali presentano un più alto contenuto di glifosato nelle urine rispetto alle donne residenti nelle aree urbane, suggerendo una maggiore esposizione legata alla prossimità dei campi coltivati.

Glyphosate  international

L’indagine condotta sulle donne romane, fa parte di un più ampio Dossier realizzato dalle Associazioni A Sud, Navdanya International e Cdca, dal titolo: Il Veleno è servito – glifosato e altri veleni dai campi alla tavola, che racconta storia, evoluzioni e rischi dell’utilizzo della chimica di sintesi in agricoltura, soffermandosi sugli studi scientifici pubblicati, sui profili normativi, sul conflitto di interessi che coinvolge le lobbies agrochimiche impegnate a ottenere normative più permissive. E ci fa una panoramica sugli effetti del glifosato nel resto del mondo.

Negli Stati Uniti, è stato trovato nelle urine del 93% dei consumatori sottoposti a indagine tossicologica durante un progetto avviato nel 2015 dall’Università di San Francisco – California (Ucsf).

L’Argentina rappresenta uno dei paesi maggiormente colpiti dagli effetti dell’agricoltura industriale: da quando nel 1996 il governo argentino spalancò le porte alla coltivazione transgenica della soia RoundUp Ready resistente al RoundUp (l’erbicida a base di glifosato) i casi di cancro e malformazioni alla nascita sono esplosi, come hanno anche dimostrato le immagini scattate dal fotografo Pablo Piovano.

In Colombia, il massiccio ricorso alla pratica delle fumigazioni aeree di glifosato per lo sradicamento dei campi illegali di coca (pratica sostenuta dal Plan Colombia approvato nel 2000 dagli Stati Uniti) ha portato all’inquinamento dei corsi d’acqua e dei terreni e allo sfollamento di migliaia di colombiani oltre naturalmente all’insorgere di gravi patologie epidermiche, oftalmiche, epatiche e oncologiche.

Esistono alternative al glifosato? Noi pensiamo di sì e che ne varrà la pena.

A cura di Maurizio Bongioanni
m.bongioanni@slowfood.it

 

tratto Da: http://www.slowfood.it/roma-glifosato-nelle-urine-concentrazioni-superiori-al-limite-quantificazione-nel-100-dei-casi-analizzati/

 

 

Alimentazione – Ecco le combinazioni che curano corpo e mente

 

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Alimentazione – Ecco le combinazioni che curano corpo e mente

Alcuni ingredienti naturali che usiamo ogni giorno in cucina, oltre ad essere nutrienti, hanno proprietà terapeutiche molto potenti. Di seguito ti suggeriamo alcune combinazioni tra ingredienti naturali che possono avere grandiosi benefici per la nostra salute.

Acqua e miele. Facendo sciogliere un cucchiaino di miele in un bicchiere d’acqua tiepida è possibile ottenere un ottimo rimedio dimagrante. Inoltre, il miele è utile per abbassare il colesterolo e, grazie alle sue proprietà antibatteriche e antibiotiche, rinforza il sistema immunitario facendoci ammalare di meno.

Zenzero e cannella. Un infuso a base di questi due ingredienti naturali può avere numerosi benefici per la salute: riscalda il corpo, favorisce la disintossicazione del fegato, previene la formazione di calcoli biliari, migliora la digestione e aiuta a curare raffreddore e influenza.

Acqua e limone. Bere ogni mattina un bicchiere d’acqua tiepida nel quale diluire il succo di mezzo limone è un’abitudine che può rivoluzionare la nostra salute: disintossica l’organismo, favorisce la digestione, equilibra i livelli di pH, depura la pelle e dà energia.

Curcuma e zenzero. Si tratta di un infuso molto potente: protegge il fegato, è un ottimo tonico, allevia raffreddore e influenza e rinforza il sistema immunitario.

Bicarbonato di sodio e limone. Si prepara versando mezzo cucchiaino di bicarbonato nel succo di un limone, ed è utile per alcalinizzare il corpo, favorire la digestione, depurare l’organismo e aumentare le difese.

Miele e aceto di mele. Sono entrambi ingredienti ricchissimi di benefici, ma questa combinazione è particolarmente utile per alleviare le irritazioni e le infiammazioni, mentre se applicato sui capelli può eliminare la forfora in pochissimi giorni.

tratto da RimedioNaturale

Ecco cosa sta facendo lo smartphone al tuo cervello

 

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Ecco cosa sta facendo lo smartphone al tuo cervello

Lo sconvolgente risultato di uno studio sulla dipendenza da smartphone e Internet.

Anche se la maggior parte di voi probabilmente ammetterà che non si può vivere senza il proprio smartphone, non è molto chiaro se rappresenti una dipendenza genuina o meno. La ricerca spera di determinarlo una volta per tutte, ma per ora è qualcosa che può almeno essere descritto come problematico. In ogni caso, una nuova ricerca condotta dalla Korea University di Seoul suggerisce che una dipendenza o un’eccessiva dipendenza dalla tecnologia sta creando uno “squilibrio” nella chimica cerebrale degli adolescenti. Questo piccolo studio ha esaminato il cervello di 38 adolescenti, sia maschi che femmine.

I partecipanti sono stati interrogati su quanto fossero dipendenti.

La metà dei soggetti era perfettamente sana, mentre si diceva che gli altri fossero affetti da dipendenza da smartphone e Internet.

I sintomi non sono concreti al momento, ma si pensa che includano l’incapacità di resistere all’impulso di usare uno smartphone, irritabilità quando non è permesso l’uso, tempi di utilizzo eccessivamente prolungati influiscono negativamente sul lavoro, sulle abilità sociali, ed anche sulla salute.

Chi otteneva punteggi di dipendenza più alti aveva anche molte più probabilità diessere depresso, ansioso e impulsivo. Alcuni dei peggiori colpiti sono stati sottoposti a 9 settimane di terapia cognitiva comportamentale per cercare di svezzarli dagli smartphone.

Utilizzando la spettroscopia a risonanza magnetica – una forma di risonanza magnetica (MRI) che esamina la composizione chimica di parti del cervello – il team di neuroradiologi ha esaminato i soggetti prima e dopo che la loro terapia comportamentale fosse completa.

 GABA e Glx

Sono stati esaminati due composti: l’acido gamma-aminobutirrico (GABA) e il glutammato-glutammina (Glx). Il primo è un neurotrasmettitore che inibisce i segnali tra i neuroni, mentre il secondo innesca l’eccitazione elettrica nei neuroni. Sono, grosso modo, rivali chimici. Gli effetti inibitori di GABA sono, tra le altre cose, pensati per aiutare una persona a controllare gli impulsi di paura o ansia quando i neuroni sono sovraeccitati. Troppo GABA, tuttavia, può causare ansia, insonnia e sfinimento.

Il team ha scoperto che c’era molto più GABA rispetto a Glx nel cervello di quelli fortemente dipendenti dagli smartphone, in particolare nella corteccia cingolata anteriore, un segmento che si occupa del controllo degli impulsi, emozione e attenzione. Più alto è il rapporto, più dipendente da Internet e dagli smartphone sembra essere il soggetto.

La correlazione non è casualità

La correlazione non è causalità e non si può affermare che questo studio si sia concentrato su una popolazione piccola.

“Mentre abbiamo chiaramente dimostrato che l’uso problematico del telefono #cellulare è un problema emergente strettamente legato allo sviluppo tecnologico, c’è una mancanza di coerenza ed uniformità nei criteri per studiarlo che richiede cautela nell’accettare molte delle conclusioni indicate” ha dichiarato uno dei ricercatori.

fonte: http://it.blastingnews.com/cronaca/2017/12/ecco-cosa-sta-facendo-lo-smartphone-al-tuo-cervello-002213973.html?sbdht=_21ozE01rcAcgDuZ2sJph8opqgVmpcEHuO7AsKdSAGsq06JVA5CMTABRt9Qe9qxFi