Lo Stato campa sugli automobilisti – Ecco tutte le tasse che paghiamo senza farci caso – E parliamo dell’incredibile cifra di 73 miliardi di euro l’anno!

 

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Lo Stato campa sugli automobilisti – Ecco tutte le tasse che paghiamo senza farci caso – E parliamo dell’incredibile cifra di 73 miliardi di euro l’anno!

Lo Stato campa sugli automobilisti

Incredibile prelievo forzoso su chi è proprietario di un mezzo. Il fisco non è così asfissiante nemmeno sul patrimonio immobiliare

Gli automobilisti sono tra le categorie più tartassate d’Italia. Ammonta a 73 miliardi di euro il carico fiscale che incombe sui 42,8 milioni di autoveicoli (compresi autobus e camion) presenti nel nostro Paese. E’ la fotografia drammatica scattata dalla Cgia di Mestre.

Solo per dare un’idea della dimensione del prelievo, il gettito derivante dalle imposte che gravano su tutti gli immobili presenti nel Paese è leggermente superiore ai 40 miliardi di euro. Il che la dice lunga sull’asfissiante tassazione che pende sugli automobilisti, i quali hanno subito un aumento del 10,1% (in termini assoluti pari a 6,7 mld), mentre la crescita dell’inflazione è stata del 9%.

Le voci che incidono maggiormente sulle tasche degli automobilisti sono quelle relative alle imposte ed alle accise sui carburanti: ben 34,8 miliardi di euro, pari a poco meno della metà dei 73 miliardi complessivi,  vengono prelevati per un pieno al nostro mezzo.

In sostanza, per ogni litro di gasolio che acquistiamo alla pompa, precisa la Cgia, il 63% del prezzo è riconducibile al peso del fisco; un’incidenza che sale al 66% per un litro di benzina. Ma pesa come un macigno pure l’Iva sulla manutenzione e riparazione/acquisto di ricambi, accessori e pneumatici. Tanto che nel 2016 questo prelievo ha pesato agli italiani 10,2 miliardi di euro (14% della spesa totale).

Invece l’Iva sull’acquisto degli autoveicoli è costata poco più di 7 miliardi di euro (9,8%), mentre il bollo auto ha assicurato alle amministrazioni regionali 6,6 miliardi (9,1%) e l’imposta di trascrizione ha permesso di incassare 1,7 mld alle Province. E ancora: le imposte sui parcheggi e sulle contravvenzioni hanno garantito un gettito di 5,6 miliardi (7,7%), quelle sui premi di assicurazione Rc auto quasi 3,9 mld (5,3%) e sui pedaggi autostradali sono stati riscossi 2 miliardi. Infine, un altro miliardo arriva dai lubrificanti, imposte e accise.

di Giuseppe Sarra

tratto da: http://www.ilgiornaleditalia.org/news/economia/895005/Lo-Stato-campa-sugli-automobilisti.html

Nella “democratica” Turchia Ahmet Altan l’autore di questo bellissimo romanzo “Scrittore e Assassino” è stato condannato all’ergastolo dal regime. Leggetelo e fatelo conoscere, anche come atto di solidarietà.

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Nella “democratica” Turchia Ahmet Altan l’autore di questo bellissimo romanzo “Scrittore e Assassino” è stato condannato all’ergastolo dal regime. Leggetelo e fatelo conoscere, anche come atto di solidarietà.

Sì, la nostra è pubblicità. Ma solo per solidarietà, non ci entra un cent in tasca. Solo solidatietà per questo grande scrittore (comunque il romanzo è proprio bello) e per chiunque lotti per la libertà. Leggetelo e fatelo conoscere, anche come libero atto di solidarietà.

Da La Stampa

Turchia: “Sostegno a Gulen”, ergastolo per sei giornalisti

Tra i condannati i fratelli Ahmet e Mehmet Altan. Sono accusati di aver tentato di “sovvertire l’ordine costituzionale” in relazione al tentato golpe del luglio 2016.

In Turchia è accaduto quello che molti temevano. I fratelli Ahmet e Mehmet Altan e altri quattro giornalisti sono stati condannati all’ergastolo, con l’accusa di aver cercato di sovvertire l’ordine costituzionale. Il tribunale di Istanbul li ha giudicati anche colpevoli di appartenere all’organizzazione Feto, il network di Fethullah Gulen, ex imam in autoesilio negli Usa, un tempo potentissimo leader di una corrente della destra islamica turca e alleato del Presidente Recep Tayyip Erdogan contro gli apparati laici e oggi considerato il nemico numero uno del Paese, secondo molti persino mandante morale del golpe fallito del luglio 2016.

 Insieme con i fratelli Altan, figli del grande intellettuale turco, Cetin Altan, sono finiti in carcere altri tre reporter che in passato avevano lavorato per testate di proprietà di Gulen, che tante volte avevano supportato il presidente Erdogan nelle sue campagne elettorali, almeno fino al 2010. È proprio questo il paradosso della ’Nuova Turchia’ del presidente. Si fa la guerra e si perseguita chi, fino a non molto tempo fa, sembrava aderire all’azione dell’Akp, il Partito che guida il Paese dal 2002, verso quella che veniva spacciata come una strada verso la piena democratizzazione.

 

Ahmet Altan per primo, era stato più volte attaccato dai circoli più vicini agli apparati laici, per la linea editoriale marcamente contro i militari di Taraf, il quotidiano che aveva iniziato a dirigere nel 2009.

Una sentenza che lascia ancora di più l’amaro in bocca, se si pensa che per la Turchia la giornata si era aperta in modo positivo, con la notizia della scarcerazione di Deniz Yucel, il corrispondente dei Die Welt, che era in carcere da un anno con l’accusa di associazione a organizzazione terroristica. Dietro il suo rilascio, le pressioni della Germania, pronta ad assumere una linea dura se Ankara non fosse scesa a più miti consigli su questo e altri argomenti.

In questo momento nella Mezzaluna sono circa 51mila le persone in carcere con l’accusa di golpismo o di associazione a organizzazione terroristica, vuoi di matrice gulenista, vuoi di matrice curda. Altre 134mila hanno perso il loro lavoro in seguito al golpe fallito del luglio 2016. Cosa successe realmente quella notte rimane un mistero, anche per l’alto numero di giornalisti in carcere. Quello che è certo è che quelle ore drammatiche sono state seguite da un contro golpe da parte del presidente Recep Tayyip Erdogan che gli ha permesso indebolire migliaia di oppositori, veri o presunti tali.

…E Fiorella Mannoia umilia Vittorio Sgarbi per aver insultato con commenti sessisti Cecilia Strada: “Non le dico Capra per non offendere l’intelligenza di questi innocenti animali. Posso solo dire: Si vergogni! …se ancora riesce a farlo”.

Fiorella Mannoia

 

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…E Fiorella Mannoia umilia Vittorio Sgarbi per aver insultato con commenti sessisti Cecilia Strada: “Non le dico Capra per non offendere l’intelligenza di questi innocenti animali. Posso solo dire: Si vergogni! …se ancora riesce a farlo”.

“Si vergogni!”, Mannoia contro Sgarbi

“Non le dico Capra per non offendere l’intelligenza di questi innocenti animali. Posso solo dire: Si vergogni!…se ancora riesce a farlo”. Così scrive su Twitter Fiorella Mannoia, scagliandosi contro Vittorio Sgarbi che, a sua volta, aveva attaccato via social Cecilia Strada. All’origine della querelle una foto postata su Facebook dall’ex presidente di Emergency che immortala la scritta impressa su un muro: “Non sc… con i fascisti. Non fateli riprodurre“.

“La figlia di Gino Strada può stare tranquilla: non troverà fascista che voglia fare sesso con lei, e tanto meno riprodursi in lei; non vorranno darle una gioia, sacrificandosi”, aveva commentato il critico d’arte sul proprio account social, suscitando le ire della cantante romana. “La polemica con Fiorella Mannoia? – ha poi aggiunto in un secondo post – Che sia benedetta. Beva un caffè nero bollente e metta in circolo il suo amore, perché tanto il tempo non torna più. Comunque, preferisco quello che le donne non dicono”.

Di poche parole, invece, la diretta interessata che, con un commento ironico, ha cercato di smorzare i toni della polemica. “Non ha detto niente di originale rispetto alle decine di commenti ‘sei cessa’ che erano già arrivati qui – ha scritto Strada su Facebook – da un intellettuale come Sgarbi mi aspettavo qualcosa di più…ma me ne farò una ragione”.

…E Fiorella Mannoia umilia Vittorio Sgarbi per aver insultato con commenti sessisti Cecilia Strada: “Non le dico Capra per non offendere l’intelligenza di questi innocenti animali. Posso solo dire: Si vergogni! …se ancora riesce a farlo”.

 

tratto da: http://www.adnkronos.com/intrattenimento/spettacolo/2018/02/16/vergogni-mannoia-contro-sgarbi_jyJUSfBMrivuDAiGRvplQK.html?refresh_ce

 

Mirko Busto: “L’olio di palma non fa male? Andatelo a dire ai bambini indonesiani” … E parliamo di 100.000 morti in un anno!

 

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Mirko Busto: “L’olio di palma non fa male? Andatelo a dire ai bambini indonesiani” … E parliamo di 100.000 morti in un anno!

di Mirko Busto

100.000 morti in un anno. E’ questo l’ammontare dei decessi causati dagli effetti diretti e indiretti degli incendi appiccati in Asia equatoriale nel solo 2015.

Lo rivela uno studio delle università di Harvard e Columbia, pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters. Secondo gli esperti in salute pubblica e modelli atmosferici questi roghi, appiccati di proposito dalle multinazionali dell’olio di palma nelle foreste dell’Indonesia, sarebbero la causa di oltre 90mila morti premature in Indonesia, più di 6mila in Malesia e 2.200 a Singapore.

A questa già tragica realtà si aggiungono 500 mila casi di infezione alle vie respiratorie, quasi 50 milioni di persone esposte a fumi tossici 24 ore al giorno per settimane, voli annullati, scuole chiuse anche a Singapore e in Malesia.

Gli incendi sono causati dalla crescente domanda di olio di palma e legname che spinge questi paesi a bruciare le proprie foreste per lasciar spazio alle piantagioni. Il danno per quello che rimane della biodiversità planetaria è incalcolabile: in soli 40 anni abbiamo cancellato dalla faccia della terra il 58% delle specie animali presenti. E il massacro continua dato che gran parte della ricchezza biologica che ci resta si trova proprio nelle aree adatte alle coltivazioni della palma da olio.

Ma gli incendi non distruggono solo le foreste e la vita che le abita. Le foreste forniscono a tutti elementi vitali troppo spesso ignorati: regolano il clima terrestre, le precipitazioni e assorbono la CO2 emessa dalle attività umane. I fuochi che continuano a devastare quelle aree emettono milioni di tonnellate di gas serra che riscaldano il pianeta e destabilizzano il clima peggiorando le catastrofi meteorologiche. Basti pensare che nel 2015 l’Indonesia, devastata dagli incendi, ha superato le emissioni degli Stati Uniti, per capire quanto questa situazione sia ormai fuori controllo.

Le torbiere su cui si sviluppano questi incendi contengono materiale organico combustibile e rilasciano in atmosfera grandi quantità di polveri sottili come i PM 2.5, cioè il principale fattore globale di mortalità legata all’inquinamento dell’aria, si legge inoltre nello studio.

Quali saranno le conseguenze  di un sistema economico e industriale che non riesce a fermarsi dal distruggere il nostro futuro nonostante la scienza stessa ci stia mettendo in guardia con previsioni drammatiche?

C’è chi è indifferente a tutto questo: indifferente alla morte e indifferente alla vita.

 Non dimentichiamo, infatti, che l’ultimo studio dell’Autorità per la sicurezza alimentare europea, ha accusato l’olio di palma di avere gravi effetti sulla salute dei consumatori. Ma a qualcuno non importa.

Olio di palma significa profitto, significa lauti guadagni a fronte di spese irrisorie. E se tutto ciò avviene a discapito della salute e della vita di tutti gli altri, chissenefrega. Come se un giorno, a foreste distrutte, si potessero respirare soldi invece che ossigeno!

Non è la prima volta che la deforestazione sconsiderata ha conseguenze sulla salute di milioni di cittadini in quei paesi, ma i dati del 2015 sono senza precedentirispetto alle nubi tossiche della precedente crisi del 2006 sono state colpite il triplo delle persone. Alla faccia delle tanto sbandierate certificazioni di sostenibilità che sono attive dal 2006!

I governi dei Paesi colpiti dai devastanti incendi dovrebbero utilizzare questi dati per conteggiare gli enormi costi di malati e morti, e prendere seri provvedimenti per fermare la devastazione degli ultimi polmoni verdi del pianeta. Ma come più volte si è tentato di spiegare in queste nazioni non vige alcuna regolamentazione a favore dell’ambiente e della salute delle persone. Anzi, il livello di corruzione e di laissez-faire di questi governi raggiunge livelli altissimi che non lasciano presagire niente di buono.

Che fare quindi? C’è chi si gira dall’altra parte e chi decide di agire ora. Del resto, nel nostro piccolo, abbiamo un potere enorme, l’unico in grado di determinare un cambiamento nelle politiche economiche e industriali: scegliere a chi diamo il nostro denaro e non comprare prodotti contenenti olio di palma. Un gesto che fa paura alle grandi multinazionali che cercano, e cercheranno sempre, di convincerci che tanto non cambia mai nulla. Non è così.

Fai la tua parte: non essere complice, evita l’olio di palma. Le alternative ci sono.

tratto da: http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-mirko_busto_lolio_di_palma_non_fa_male_andatelo_a_dire_ai_bambini_indonesiani/14817_18026/

 

Il magnesio, la “fonte della gioventù” che davvero può cambiarci la vita

 

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Il magnesio, la “fonte della gioventù” che davvero può cambiarci la vita

E’ difficile da credere, ma uno dei rimedi naturali più efficaci contro l’invecchiamento non è una crema molto costosa, o un trattamento invasivo, ma un semplice minerale essenziale, il magnesio. Di seguito ti spieghiamo perché è così importante per salute e bellezza.

Ossa. Le persone adulte che assumono la dose giornaliera consigliata di magnesio sono meno propensi a soffrire fratture delle ossa. Il magnesio è essenziale per la salute e il funzionamento delle ossa.

Sonno. Una delle principali cause dell’insonnia tra le persone di una certa età sono i crampi notturni. Il magnesio rilassa i muscoli, e ha un effetto calmante che ci permette di cadere in un sonno profondo e riparatore.

Gonfiore. Molti studi hanno associato al magnesio la capacità di ridurre il gonfiore addominale e combattere la ritenzione di liquidi. E’ ottimo anche per prevenire e trattare la stitichezza.

Umore. Il magnesio favorisce la produzione di serotonina nel cervello, ed è molto efficace nell’alleviare la depressione e il cattivo umore.

via Rimedio Naturale – http://www.rimedio-naturale.it/magnesio-fa-perdere-peso-rinforza-le-ossa-fa-dormire-e-allevia-ansia-e-depressione.html

Osservatorio Nazionale della Salute: il sistema sanitario pubblico non garantisce l’equità sociale – Insomma: benvenuti nel Medio Evo…!

 

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Osservatorio Nazionale della Salute: il sistema sanitario pubblico non garantisce l’equità sociale – Insomma: benvenuti nel Medio Evo…!

 

In Italia si vive più a lungo a seconda del luogo di residenza o del livello d’istruzione: hanno una speranza di vita più bassa le persone che nascono al Sud, in particolare in Campania, o che non raggiungono la laurea. Inoltre chi ha un titolo di studio basso ha anche peggiori condizioni di salute. Queste disuguaglianze sono acuite dalle difficoltà di accesso ai servizi sanitari che penalizzano la popolazione di livello sociale più basso con un impatto significativo sulla capacità di prevenire o di diagnosticare rapidamente le patologie. Insomma il Servizio sanitario nazionale assicura la longevità degli italiani, ma non l’equità sociale e territoriale. È quanto evidenziato dall’Osservatorio Nazionale della Salute nelle Regioni Italiane.

 

Leggiamo da Adnkronos:

Troppe differenze regionali che creano diseguaglianze. In Italia si vive più a lungo a seconda del luogo di residenza o del livello d’istruzione: hanno una speranza di vita più bassa le persone che nascono al Sud, in particolare in Campania, o che non raggiungono la laurea. Non solo. Chi ha un titolo di studio basso ha anche peggiori condizioni di salute. Queste disuguaglianze sono acuite dalle difficoltà di accesso ai servizi sanitari che penalizzano la popolazione di livello sociale più basso, con un impatto significativo sulla capacità di prevenire o di diagnosticare rapidamente le patologie. Insomma il Ssn assicura la longevità degli italiani, ma non l’equità sociale e territoriale. Lo denuncia l’Osservatorio nazionale della Salute nelle regioni italiane, il progetto dell’’Università Cattolica, ideato dal Walter Ricciardi, con un focus dedicato alle disuguaglianze di salute in Italia.

“Il Servizio sanitario nazionale – considera Alessandro Solipaca, direttore scientifico dell’Osservatorio – oltre che tutelare la salute, nasce con l’obiettivo di superare gli squilibri territoriali nelle condizioni socio-sanitarie del Paese. Ma su questo fronte i dati testimoniano il sostanziale fallimento delle politiche. Troppe e troppo marcate le differenze regionali e sociali, sia per quanto riguarda l’aspettativa di vita sia per la presenza di malattie croniche”.

Le evidenze infatti testimoniano che in Campania nel 2017 gli uomini vivono mediamente 78,9 anni e le donne 83,3; nella Provincia autonoma di Trento 81,6 gli uomini e 86,3 anni le donne. In generale, la maggiore sopravvivenza si registra nelle regioni del Nord-est, dove la speranza di vita per gli uomini è 81,2 anni e per le donne 85,6; decisamente inferiore nelle regioni del Mezzogiorno, nelle quali si attesta a 79,8 anni per gli uomini e 84,1 per le donne. Nel dettaglio, il dato sulla sopravvivenza mette in luce l’enorme svantaggio delle province di Caserta e Napoli che hanno una speranza di vita di oltre 2 anni inferiore a quella media nazionale, seguite da Caltanissetta e Siracusa che palesano uno svantaggio di sopravvivenza di 1,6 e 1,4 anni rispettivamente.

Le Province più longeve sono quelle di Firenze, con 84,1 anni di aspettativa di vita, 1,3 anni in più della media nazionale, seguite da Monza e Treviso con poco più di un anno di vantaggio su un italiano medio. Non meno gravi i divari sociali di sopravvivenza, in Italia: un cittadino può sperare di vivere 77 anni se ha un livello di istruzione basso e 82 anni se possiede almeno una laurea. Tra le donne il divario è minore, ma pur sempre significativo: 83 anni per le meno istruite, circa 86 per le laureate.

Anche le condizioni di salute, legate alla presenza di cronicità, denunciano sensibili differenze sociali, nella classe di età 25-44 anni la prevalenza di persone con almeno una patologia cronica grave è pari al 5,8% tra coloro che hanno un titolo di studio basso e al 3,2% tra i laureati. Tale gap aumenta con l’età, nella classe 45-64 anni, è il 23,2% tra le persone con la licenza elementare e l’11,5% tra i laureati. Persone di 45-64 anni che hanno dichiarato di stare “male/molto male”, di avere almeno una cronica grave per livello di istruzione.

Alle disuguaglianze di salute si affiancano quelle di accesso all’assistenza sanitaria pubblica, si tratta delle rinunce, da parte dei cittadini, alle cure o prestazioni sanitarie a causa della distanza delle strutture, delle lunghe file d’attesa e dell’impossibilità di pagare il ticket per la prestazione. Nella classe di età 45-64 anni rinunciano ad almeno una prestazione sanitaria il 12% tra coloro che hanno completato la scuole dell’obbligo e il 7% tra i laureati. La rinuncia per motivi economici tra le persone con livello di studio basso è pari al 69%, mentre tra i laureati tale quota si ferma al 34%. La difficoltà di accesso alle cure sanitarie è un problema particolarmente grave perché impatta molto sulla capacità di prevenire la malattia, o sulla tempestività della diagnosi. La stessa connotazione sociale delle persone che non accedono alle cure con quella di coloro che sono in peggiori condizioni di salute, fanno capire la stretta relazione tra i due fenomeni.

Interessante il confronto con alcuni altri Paesi dell’Unione europea, in particolare con quelli che adottano uno dei due principali modelli sanitari: Beveridge e Bismarck. Dall’analisi emerge molto chiaramente che le disuguaglianze maggiori rispetto al livello di istruzione si riscontrano per i sistemi sanitari di tipo mutualistico, dove si osserva che la quota di persone che sono in cattive condizioni di salute è di quasi 15 punti percentuali più elevata tra coloro che hanno titoli di studio più bassi. Il nostro Paese è quello che ha il livello di disuguaglianza minore dopo la Svezia, avendo 6,6 punti percentuali di differenza tra i meno e i più istruiti.

I dati presentati testimoniano che la sfida futura del Ssn – indicano i ricercatori – sarà quella di contrastare le persistenti disuguaglianze con interventi e politiche urgenti. Tra questi i più rilevanti dovranno riguardare l’allocazione del finanziamento alle Regioni, attualmente non coerente con i bisogni di salute della popolazione; l’accessibilità alle cure, ancora molto difficile per alcune fasce di popolazione, da risolvere con soluzioni mirate a mettere in rete tutte le strutture, ospedaliere e territoriali, e governare centralmente gli accessi in base all’appropriatezza degli interventi e all’urgenza degli stessi.

Il tema delle disuguaglianze di salute si intreccia con quello della sostenibilità economica che resta uno dei punti al centro delle riflessioni della politica e degli addetti ai lavori: le soluzioni che circolano poggiano sull’ingresso dei fondi sanitari privati in grado di affiancare lo Stato per questa importante funzione. Tuttavia, l’introduzione di fondi sanitari di natura sostitutiva, sia pure in parte, del sistema pubblico potrebbero acuire le forti disuguaglianze sociali di cui già soffre il settore. Infatti, molte sono le incognite che stanno dietro questo tipo di strumenti, sia legate ai premi elevati per i cittadini più a rischio, sia a fenomeni di selezione avversa, cioè esclusione dalla copertura assicurativa di alcune tipologie di persone, quali anziani e malati gravi. Non meno rilevanti i rischi di un’assistenza sanitaria di qualità differenziata a seconda dei premi assicurativi che le persone sono in grado di pagare.

 

fonti:

http://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/obiettivo-salute/osservatorio-nazionale-salute-sistema-121138-gSLAgSVqaC#ultimepuntate

http://www.adnkronos.com/salute/sanita/2018/02/19/salute-disuguale-per-nati-sud-poco-istruiti-cala-speranza-vita_LBChH9mbpmQpmyfXiHQlgL.html

Glifosato, la guerra sporca della Monsanto alla Iarc (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro): interessi, affari e bugie…!

 

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Glifosato, la guerra sporca della Monsanto alla Iarc (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro): interessi, affari e bugie…!

 

Glifosato, la guerra sporca della Monsanto alla Iarc: interessi, affari e bugie

Metodo scientifico rigoroso per arrivare a risultati, che sono frutto di un intenso lavoro di gruppo. È su questi binari che la scienza deve muoversi quando fa ricerca sulle cause del cancro, “fuori da ogni conflitto d’interesse”: un ragionamento che valeva quando era il fumo a essere al centro del dibattito scientifico, che vale per l’asbesto e anche per il glifosato, sulla cui pericolosità oggi ancora si discute. Anche in questo caso, a dispetto di tutto “saranno i risultati scientifici evidenti in modo chiaro a sgombrare il campo da ogni dubbio”.

Ne è convinto Kurt Straif, direttore della sezione monografie di Iarc (International agency for research on cancer), un organismo indipendente, nato nel 1965 e che oggi conta 25 paesi in cui ha sedi e che fa, appunto, dell’indipendenza della ricerca e del rigore il suo baluardo. La scuola di specializzazione di Oncologia medica del Policlinico Sant’Orsola di Bologna, insieme all’Istituto Ramazzini, lo ha invitato a raccontare il lavoro della Iarc e, nello specifico, della sezione “monografie” che Straif dirige, sulle cui ricerche si basano le agenzie nazionali e internazionali della salute. Noi lo abbiamo intervistato.

Dottor Straif, lei ha detto più volte durante la sua lezione di non voler nominare quella cosa, ma crediamo che la gente abbia il diritto di sapere come finirà la battaglia sul glifosato.

Siamo scienziati ed esperti nell’identificazione delle cause del cancro e per noi il messaggio deve essere quello di sostenere le conclusioni a cui arriva il gruppo di lavoro che, in questo caso ha stabilito che il glifosato è probabilmente cancerogeno per gli umani: abbiamo una chiara evidenza nel caso degli animali, una limitata per ciò che riguarda gli uomini. Sebbene Abbiamo un’evidenza ad oggi ancora limitata sulla cancerogenicità per gli esseri umani ma sappiamo che probabilmente è dannoso. Anche i dati cosiddetti meccanici ne rilevano la tossicità. Come scienziati possiamo dire con forza che nel medio termine emergerà l’evidenza scientifica in modo netto.

Nel frattempo, cosa si fa? La Monsanto non sembra dare segni di cedimento..

Noi abbiamo cercato di comunicare a un livello scientifico, ma sono usciti articoli molto generici che criticavano il lavoro svolto da Iarc. Così abbiamo risposto spiegando che gli scienziati della Iarc si posizionano “dietro” il metodo scientifico e i risultati a cui approda il lavoro di gruppo. La mancanza di risorse ha certamente messo in difficoltà la nostra capacità di comunicare in modo diffuso e forte questi concetti affinché fossero di dominio pubblico, ma non è facile quando dietro a certe posizioni ci sono anche tanti interessi… Sono state fatte nei nostri confronti delle accuse false ma noi, ad un certo punto,  invece che rispondere direttamente, abbiamo scelto di pubblicare sul nostro sito una spiegazione molto chiara per documentare come le questioni originali e i responsi originali sono stati fraintesi, manipolati contro la Iarc. Lo abbiamo fatto in un’ottica di trasparenza e chiunque può leggere.

Come ha agito la Monsanto?

Quello che ha fatto la Monsanto è stato fare uscire, ancora prima che la Iarc fosse arrivata alle conclusioni definitive del lavoro, una loro ricerca tesa proprio ad andare con forza contro le conclusioni a cui noi saremmo arrivati, mettendo insieme i loro scienziati e i loro avvocati – con l’appoggio di industrie amiche e vicine a cui hanno chiesto di sottoscrivere le loro relazioni. Hanno pianificato una strategia anticipando le valutazioni della Iarc. Ciò significa che sapevano in anticipo quale fosse l’evidenza scientifica e cosa fare contro di essa. Questo è uno dei tanti esempi. Tuttavia, sono ottimista. In fondo la terra è solo un pianeta che gira nell’universo, uno dei tanti. La ricerca deve proseguire e credo che la ragione scientifica prevarrà.

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2018/02/17/glifosato-la-guerra-sporca-della-monsanto-alla-iarc-interessi-affari-e-bugie/

 

Maestra, considerata “insegnante modello”, sposa la sua fidanzata e la scuola la licenzia. Dal Medio Evo è tutto, a voi studio…

 

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Maestra, considerata “insegnante modello”, sposa la sua fidanzata e la scuola la licenzia. Dal Medio Evo è tutto, a voi studio…

 

Maestra sposa la sua fidanzata e la scuola decide di licenziarla

In classe era un’insegnante modello. Ma l’istituto, una scuola primaria cattolica, ha deciso comunque di lasciarla a casa. Genitori sconcertati, polemiche negli Stati Uniti.

Era una delle maestre più amate. C’è chi addirittura la chiamava «la Madre Teresa degli insegnanti». Ma non è bastato per impedire che i dirigenti della Peter & Paul Catholic School di Miami, una scuola primaria cattolica, la licenziassero. Il motivo lo spiega lei stessa, Jocelyn Morffi, su Instagram: «Questo weekend ho sposato l’amore della mia vita e per questo sono stata licenziata. Ai loro occhi non sono il tipo giusto di cattolica». I genitori hanno manifestato sconcerto: «I nostri figli sono confusi, pensano che sposarsi sia una cosa brutta, che ti fa perdere il lavoro». Jocelyn Morffi insegnava in quella scuola da sette anni, era fidanzata da due.

Le reazioni dei genitori

Molti genitori hanno dichiarato di essere rimasti sorpresi e amareggiati per il licenziamento della maestra, decisione irrevocabile che è stata loro comunicata con una lettera dall’istituto. In seguito una ventina di loro su sono presentati a scuola per chiedere spiegazioni. “Eravamo decisamente arrabbiati: l’hanno trattata come una criminale e non le hanno nemmeno permesso di portare via le sue cose dalla classe” ha raccontato ai giornali lolali una madre, Cintia Tini. “Non sapevamo che l’insegnante fosse omosessuale, e del resto questo non ci interessa affatto. L’unica cosa che ci interessa è come si comportava con i nostri figli, il modo in cui insegnava, e quello che possiamo dire è che era una delle migliori insegnanti in giro…”. Per ora dalla scuola non è arrivato nessun commento ufficiale, ma la portavoce dell’arcidiocesi, Mary Ross Agosta, ha confermato che “Morffi ha rotto il contratto con lla scuola in relazione alle regole di condotta dell’istituto”.

fonte: http://www.corriere.it/cronache/18_febbraio_17/maestra-sposa-sua-fidanzata-scuola-decide-licenziarla-f92dd0e2-1431-11e8-93af-70bfe0994910.shtml

Lo scandalo Roche-Novartis di cui i Tg non Vi diranno mai niente: lo Stato, il Nostro Stato (cioè NOI) pagava 1.000 Euro il farmaco che ne costava 80… Però, ricordate, gli incapaci sono i cinquestelle!

 

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Lo scandalo Roche-Novartis di cui i Tg non Vi diranno mai niente: lo Stato, il Nostro Stato (cioè NOI) pagava 1.000 Euro il farmaco che ne costava 80… Però, ricordate, gli incapaci sono i cinquestelle!

 

Da Il Fatto Qtotidiano del 18 febbraio 2018

Roche-Novartis, lo Stato pagava mille euro il farmaco che ne costava 80
Il cartello dei due colossi farmaceutici – Sondaggi finti e “avvertimenti”: così i due colossi, secondo l’accusa dei pm, imbrogliavano medici e pazienti

Questa è la storia dell’uso di una molecola – il bevacizumav – che ha portato prima i due colossi farmaceutici Roche e Novartis a risarcire le casse pubbliche italiane per un danno da 180 milioni di euro. E poi i loro rappresentanti legali a essere indagati dalla Procura di Roma. La stessa molecola, secondo le accuse, veniva utilizzata in due diversi farmaci, perfettamente sovrapponibili – l’Avastin della Roche e il Lucentis della Novartis – a prezzi enormemente diversi tra loro. Le due multinazionali avrebbero spinto l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) scegliere, per il mercato del Servizio Sanitario Nazionale, quello più costoso: Lucentis. Il punto è che i medici oculisti avevano scoperto, da parecchi anni, che l’Avastin, inizialmente utilizzato solo per le malattie del colon, aveva un’ottima resa per le malattie oftalmiche. Un affare enorme, poiché la maculopatia colpisce un anziano su tre, sopra i 70 anni.

Secondo le accuse, così, i due colossi s’accordano per spingere il costosissimo Lucentis al posto del più economico Avastin. La differenza di prezzo tra i due è abissale: dai circa 80 euro dell’Avastin, si passa ai circa 900 del Lucentis. Nella vicenda, come vedremo, avrà un ruolo persino laFederanziani, che attiva un call center e che, secondo gli investigatori, finisce per taroccare i dati sull’Avastin a vantaggio della politica sul Lucentis.

L’intervento dell’Aifa sugli ospedali

L’intervento dell’Aifa, che nei fatti obbliga gli ospedali a utilizzare il Lucentis al posto di Avastin, arriva nel 2012. Due anni dopo l’Antitrustpunisce Roche e Novartis multandoli per 180 milioni di euro: secondo il garante della concorrenza, “i due gruppi si sono accordati illecitamenteper ostacolare la diffusione” di Avastin “nella cura della più diffusa patologia della vista tra gli anziani e di altre gravi malattie oculistiche, a vantaggio del più costoso Lucentis, differenziando artificiosamente i due prodotti”. In che modo? Presentando “il primo come più pericoloso del secondo e condizionando così le scelte di medici e servizi sanitari”. L’intesa tra Roche e Novartis secondo l’Antitrust è costata, nel solo 2012, un esborso aggiuntivo per il Servizio sanitario nazionale di oltre 45 milioni di euro, “con possibili maggiori costi futuri fino a oltre 600 milioni l’anno.

Il caso finisce anche sotto la lente della magistratura. Nel settembre 2017 la procura di Roma chiude l’inchiesta (atto che di norma prelude a una richiesta di rinvio a giudizio) nei confronti degli amministratori delegati di Roche e Novartis Farma Spa, Maurizio De Cicco e Georg Schrockenfuchs, accusati di rialzo e ribasso fraudolento di prezzi sul pubblico mercato, per aver messo in atto “manovre fraudolente” finalizzate, secondo il pm Stefano Pesci, a turbare il mercato e realizzare ingiusti profitti patrimoniali. “Tale manovra anticoncorrenziale – è scritto nel capo di imputazione – portava all’ingiustificata esclusione del prodotto (Avastin, ndr) dall’elenco dei farmaci rimborsabili dal Servizio Sanitario Nazionale”, influenzando le scelte dell’Aifa e degli oculisti. De Cicco ha chiesto di farsi interrogare la prossima settimana. Poi la procura deciderà se chiedere il processo o archiviare.

Tra Palazzo Chigi e Consiglio di Stato

Nella vicenda, dopo la multa dell’Antitrust, viene coinvolto anche il governo. In un’informativa del Noe, del giugno 2015, si legge che gli uffici legali di Novartis contattano l’entourage del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Luca Lotti, per informarlo che “Palazzo Chigi potrebbe essere interpellato dalla Commissione europea”. “Contatti normali”, spiegano al Fatto dallo staff di Lotti, “per chi svolge il ruolo di sottosegretario. In ballo c’era la multa che le case farmaceutiche hanno pagato. In quel momento la Presidenza del Consiglio doveva gestire la questione”.

Agli atti però ci sono anche alcuni incontri del legale della Novartis, Ovidio D’Ovidio (non indagato), con Antonio Catricalà, ex sottosegretario ed ex consigliere di Stato che, per questa inchiesta, finirà indagato, in un filone a parte, per corruzione in atti giudiziari. I pm volevano verificare se vi fossero state influenze sul Consiglio di Stato che doveva emettere una sentenza sul caso. Non è stata trovata alcuna prova e per Catricalà è stata chiesta l’archiviazione.

Le mail dell’ad e i comunicati falsi

Intanto in Roche si raccolgono dati sui problemi che l’Avastin sta registrando, secondo i suoi dirigenti, nelle cure oftalmiche: “Caro Maurizio, stiamo parlando di una ventina di casi – scrive Andrea Lanza all’ad De Cicco – (…) Dire se venti casi siano pochi o tanti è difficile perché il problema è che non conosciamo la popolazione esposta, quindi non abbiamo il dato di incidenza”. Nella mail si legge che Roche due anni prima ha “avvisato” gli oculisti italiani “dei pericoliassociati all’utilizzo di Bavacizumap nella maculopatia degenerativa dell’anziano”.

In sostanza, a giudicare dalla lettera, è come se Roche avesse informato gli oculisti sui presunti pericoli dell’Avastin nelle cure oftalmiche. Eppure, stando alle accuse, Lucentis e Avastin sarebbero sovrapponibili. La tesi dei problemi creati da Avastin viene sposata anche dalla FederanzianiLaGuardia di finanza s’insospettisce dopo aver letto il comunicato dell’associazione dell’8 ottobre 2014. Federanziani ha messo in piedi un call center che, da luglio a novembre del 2014, riceve 1523 telefonate da malati di maculopatie. Nel comunicato si affermava, scrive la Finanza, che “in soli 40 giorni sono arrivate oltre 245 chiamate con il 46% di questionari completi. Sul totale dei rispondenti si è riscontrato che ben il 17,8 per cento ha dichiarato di aver avuto reazioni avverse, tra cui gravissime emorragieper il 25%, perdita della vista per il 15% e infine reazioni avverse non gravi di cui rossore, bruciore e fastidio sino al 60% dei casi”. Gli investigatori però rilevano delle incongruità in questi dati che potrebbero non esser state riportate correttamente.

Vengono così interrogate alcune persone che si sono rivolte al call center. Si scopre che i signori Del Pesce e Brunzo, ad esempio, “sono stati curati sia con iniezioni di Avastin che Lucentis”. E che ai signori Esposito eMarinelli sono state “somministrate iniezioni di Lucentis”. Il signor Collella è “stato sottoposto a un ciclo di iniezioni di Macugen e successivamente a uno di Lucentis”. Eppure nel comunicato della Federanziani, scrive la Finanza, “non è mai stato fatto alcun riferimento a Lucentis e Macugen”. Inoltre, “nessuna delle persone” interrogate “ha avuto dei reali effetti collaterali” tali “da considerarli gravi a seguito delle cure con Avastin”. La Gdf sospetta che il tutto sia stato creato ad hoc per “avvalorare la tesi della scarsa sicurezza dell’uso oftalmico dell’Avastin”. Il comunicato sembra sortire il suo effetto. Roberto Messina (non indagato), presidente della Federanziani, viene intercettato mentre ne parla direttamente con l’ex direttore generale dell’Aifa Luca Pani (estraneo alle indagini): quest’ultimo lo consiglia sulla futura diffusione dei dati. Di lì a poco, l’Aifa autorizzerà il servizio sanitario nazionale a utilizzare il Lucentis per le malattie oftalmiche. Revocando la possibilità di acquistare l’Avastin. Il che crea enormi problemi di budget nelle casse sanitarie regionali.

“Io intimidita dalle case farmaceutiche”

Dagli atti si scopre anche altro. Gli investigatori sentono come persona informata sui fatti Emilia Chiò, all’epoca funzionario del settore acquisti della Regione Piemonte, nell’Assessorato Tutela e Salute. La Chiò nel 2011 prende parte a un gruppo di lavoro che si occupa delle “linee di indirizzo” per “i trattamenti farmacologici” sulle maculopatie. Manca un anno al documento di Aifa. Ormai sul mercato, Lucentis, in base alla legge Di Bella,dovrebbe essere utilizzato in quanto farmaco specifico per le maculopatie, ma le Regioni possono in alcuni casi preferirgli l’Avastin. “L’utilizzo del Lucentis in luogo dell’Avastin – dice Chio – a livello regionale, nel primo semestre 2011, aveva determinato una maggiore spesa di circa 0,67 milioni”. Il gruppo aveva cercato di studiare gli “eventi avversi di Avastin” ma un dirigente della Novartis (non indagato) non è d’accordo. L’uomo, racconta la Chiò, “mi riferiva di non procedere allo studio di Avastin perché la Novartis non gradiva questa iniziativa. (…) Il suo atteggiamento era perentorio a tratti intimidatorio”.

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State ancora a pensare ai sacchetti per la frutta a 2 cent? Guardate che per quest’anno gli aumenti sono pari a 1.038 euro a famiglia!

 

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Prezzi, dai sacchetti alle bollette: +1.038 euro a famiglia in un anno

Nel calcolo dellʼAdusbef vengono considerati diversi rincari, tra cui gli aumenti autostradali e i costi per mandare i figli a scuola

La spesa annua di una famiglia italiana media aumenterà di 1.038 euro: lo riferisce l’Adusbef (Associazione difesa utenti servizi bancari e finanziari) presieduta da Elio Lannutti, candidato alle politiche con M5s. Il calcolo tiene conto di diversi rincari: dai sacchetti per l’ortofrutta agli aumenti autostradali, dai costi per mandare i figli a scuola ai costi dei clienti morosi spalmati sulle altre bollette.

Verso le denunce per il rincaro delle bollette – L’associazione ha aggiornato i suoi calcoli alla luce della delibera dell’Arera (ex autorità Gas Energia) sui costi dei clienti morosi, che aggiunge un ulteriore aggravio di 41 euro a famiglia. Proprio per contestare quest’ultima decisione, l’Adusbef ha pubblicato sul proprio sito un fac-simile di diffida contro l’Autorità, preannunciando la presentazione di denunce per violazione del codice del consumo e sostenendo che sia possibile ipotizzare reati quali l’abuso in atti d’ufficio e concorso di appropriazione indebita.

“Come se non bastassero gli spregiudicati aumenti delle compiacenti autorità di settore contigue agli interessi degli operatori”, ha lamentato l’associazione. Il riferimento è all’aumento, dal 1° gennaio 2018, delle tariffe: del +5,3% della luce con una ricaduta di 35 euro l’anno; del +5% del gas, con aggravio di 65 euro l’anno per famiglie di tre persone, quindi 95 euro in media su base annua.

“L’Arera ha deliberato l’ennesima stangata a carico dei consumatori, addossando sulle loro spalle i costi dei clienti morosi (oltre 1 miliardo di euro destinato ad aumentare), con un ulteriore aggravio annuo di 41 euro circa, che porta la mazzata a 136 euro l’anno a carico di ogni famiglia”.

Ecco tutti gli aumenti – Oltre a luce e gas, nel paniere dei rincari troviamo: 179 euro relativi ai generi alimentari; 25 euro di Rc auto; 38 euro di costi dei servizi bancari; 40 euro di tariffe autostradali; 97 euro di trasporti (sottostimati per i rincari dei prodotti petroliferi); 49 euro di Tari; 45 euro di servizi idrici; 156 euro di tariffe professionali e artigianali; 18 euro di tariffe postali; 77 euro per i prodotti per la casa; 105 euro per libri e mense scolastiche; 55 euro per i ticket sanitari; 18 euro per il balzello sui sacchetti per l’ortofrutta. L’Adusbef ha definito quest’ultimo come “tassa Novamont”, in quanto “approvata ad hoc per regalare circa 480 miliardi di euro l’anno ad aziende ‘amiche dei governi’ con la vana promessa di contrastare l’inquinamento con materiale non riciclabile al 60%”.

fonte: http://www.tgcom24.mediaset.it/economia/prezzi-dai-sacchetti-alle-bollette-1-038-euro-a-famiglia-in-un-anno_3123732-201802a.shtml