I pesticidi dentro di noi ci sono: le analisi su una famiglia romana

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I pesticidi dentro di noi ci sono: le analisi su una famiglia romana

Parte oggi la campagna #ipesticididentrodinoi, con un video che mostra il grado di contaminazione della famiglia D. – romana, con abitudini alimentari nella media – rispetto ad alcuni tra i pesticidi ed erbicidi più utilizzati in agricoltura. La campagna è promossa da Federbio con Isde- Medici per l’Ambiente, Legambiente, Lipu e WWF e coordinato da un comitato dei garanti di cui fanno parte – oltre ai rappresentanti delle associazioni citate – singole personalità del mondo della ricerca. Terra Nuova sostiene l’iniziativa.

Parte oggi la campagna #ipesticididentrodinoi  con un video che mostra il grado di contaminazione della famiglia D. – romana, con abitudini alimentari nella media – rispetto ad alcuni tra i pesticidi ed erbicidi più utilizzati in agricoltura: glifosato, clorpirifos e piretroidi. La campagna fa parte di Cambia La Terra, progetto di informazione contro i pesticidi voluto da Federbio con Isde- Medici per l’Ambiente, Legambiente, Lipu e WWF e coordinato da un comitato dei garanti di cui fanno parte – oltre ai rappresentanti delle associazioni citate – singole personalità del mondo della ricerca.

Basta una ‘semplice’ analisi delle urine e una normale famiglia italiana di quattro persone scopre di essere pesantemente contaminata dai pesticidi. Per tre dei membri alte concentrazioni di glifosato, l’erbicida per cui in queste settimane l’Europa deve decidere o meno la possibilità di utilizzo nei prossimi anni. Soprattutto uno dei genitori registra 0,26 microgrammi per litro (mg/l), mentre il bambino più piccolo arriva 0,19 rispetto a una media generale di 0,12 microgrammi per litro. Lo stesso bambino, solo 7 anni di età, registra oltre 5 microgrammi di clorpirifos per grammo di creatinina, un valore altissimo rispetto alla media della popolazione che è 1,5 (mg/g). Quest’insetticida provoca – tra i tanti altri danni – particolari effetti sulla capacità di apprendimento e di attenzione. Infine, due prodotti della contaminazione da piretroidi (Cl2CA e m-PBA) sono consistemente presenti nella famiglia. In particolare, m-MPA arriva nella mamma a concentrazioni di circa 3,4 microgrammi per grammo: un record che si trova solo nel 5% delle statistiche finora analizzate.

Scopo dell’esperimento sociale è dimostrare quanto l’assunzione di pesticidi possa essere influenzata dalla dieta. Così una famiglia di 4 persone (i genitori, Marta e Giorgio assieme ai loro bambini, Stella di 9 anni e Giacomo di 7) ha accettato di fare il test sulla presenza o meno di pesticidi nelle urine e – dopo 15 giorni di dieta 100% bio, quindi totalmente priva di chimica di sintesi – ripetere le analisi per verificare la differenza tra prima e dopo. Tutta la campagna #ipesticididentrodinoi è online e tutti possono seguire giorno dopo giorno, attraverso video e post della famiglia, l’evolversi della dieta. Il 30 novembre prossimo saranno presentati i risultati finali, e si risponderà alla domanda: è possibile, con solo 15 giorni a zero pesticidi ridurre o eliminare la quantità di sostanze chimiche che assorbiamo quotidianamente attraverso gli alimenti?

Le indagini, effettuate su un campione individuale di urine, sono state eseguite dal laboratorio di analisi Medizinisches Labor di Brema certificato ISO, che ha già eseguito per le Coop Danimarca lo stesso tipo di analisi. La Famiglia D., già attenta alle proprie scelte alimentari, è comunque contaminata – in differenti percentuali a seconda del componente – da sostanze chimiche.

Dalle analisi del laboratorio tedesco risulta che il livello di glifosato – l’erbicida più diffuso e utilizzato al mondo, probabile cancerogeno per l’uomo secondo l’Istituto internazionale di ricerca sul cancro – nelle urine dei figli, Stella e Giacomo, è maggiore della media. Per Giorgio è particolarmente alto, più del doppio della media (116% in più).

Per quanto riguarda il clorpirifos – insetticida con effetti su sistema nervoso centrale, sistema circolatorio e respiratorio – la situazione è particolarmente preoccupante per Marta e il figlio Giacomo che presentano concentrazioni superiori a quelle trovate nel 95% della popolazione di riferimento, ma anche Giorgio e la figlia Stella hanno valori sensibilmente più alti della media.

piretroidi – pesticidi ad ampio spettro per cui sono dimostrati disturbi dell’apprendimento, danni al sistema nervoso, al fegato, al cuore, all’apparato digerente e sul sangue – sono stati distinti in due dei più frequenti metaboliti (molecole in cui si scinde un composto chimico): Cl2CA e m-PBA. Tutti e quattro i componenti della famiglia D. sono risultati positivi ai piretroidi per la presenza, in particolare, di m-PBA. Nel caso di Marta c’è un valore molto elevato per questo metabolita, tanto alto da essere superiore a quello che si riscontra  solo nel 5% della popolazione di riferimento. Nei figli sono presenti quantità sensibilmente superiori alla media non solo per  m-PBA, ma anche per Cl2CA.

Cambia la terra – No ai pesticidi, sì al biologico   è un progetto di informazione e sensibilizzazione voluto da Federbio con Isde- Medici per l’ambiente, Legambiente, Lipu e WWF, con un comitato di garanti composto da alcune personalità del mondo dell’associazionismo e della ricerca. La campagna #ipesticididentro di noi comincia oggi e continuerà per i prossimi 15 giorni sul web e sui social, fino al 30 novembre, giorno in cui arriveranno i risultati delle urine raccolte sempre all’interno della stessa famiglia dopo le due settimane di dieta bio.

 

 

 

fonte: http://www.terranuova.it/News/Alimentazione-naturale/I-pesticidi-dentro-di-noi-ci-sono-le-analisi-su-una-famiglia-romana

Ricapitoliamo: lo Stato, lo stesso Stato che rende obbligatori 10 vaccini “per il bene della gente” stronca le e-cig (che riducono del 95% i danni rispetto a una normale sigaretta) con imposte da capogiro! …Non trovate che c’è qualcosa che non va?

 

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Ricapitoliamo: lo Stato, lo stesso Stato che rende obbligatori 10 vaccini “per il bene della gente” stronca le e-cig (che riducono del 95% i danni rispetto a una normale sigaretta) con imposte da capogiro! …Non trovate che c’è qualcosa che non va?

Proprio non trovate che c’è qualcosa che non va? Lo stesso Stato che rende obbligatori 10 vaccini “per il bene della gente” stronca le sigarette elettroniche (che riducono del 95% i danni rispetto a una normale sigaretta) con imposte da capogiro…

Ecco quello che scrive Il Salvagente:

Perché il governo vuole la morte delle sigarette elettroniche?

Il settore delle sigarette elettroniche, in costante crescita negli ultimi anni, riceve due batoste e rischia una pesante battuta d’arresto. Nel giro di poche ore, infatti, arrivano la sentenza della Corte costituzionale che dà il via libero alla tassazione anche sui liquidi senza nicotina e l’emendamento al decreto fiscale che bloccherà la vendita dei liquidi online, imponendo ai negozianti una regolamentazione simile a quella dei tabaccai. “Sigarette elettroniche, lo straziante urlo di dolore di un intero settore” titola il portale degli amanti della e-cig, sigmagazine.it, che parla del “giorno più lungo e buio del vaping” e di “centinaia di aziende a rischio, migliaia di lavoratori in pericolo”.

La Consulta: “Pagare tasse come le sigarette”

Ma andiamo con ordine. La Consulta ha deciso che l’imposta di circa 5 euro per ogni singola ricarica da 10 ml di liquido stabilita dal decreto legislativo del 2014 senza differenza tra quelli che contengono nicotina e quelli che ne sono privi. è del tutto legittima. Dopo alcuni mesi il profilo di legittimità era stato sollevato dal Tar del Lazio, che aveva sospeso la tassa per i liquidi senza nicotina, e i produttori e i distributori italiani avevano iniziato una sorta di disobbedienza fiscale in attesa della sentenza della Corte: il pagamento di una tassa proporzionale per la quantità di nicotina nei liquidi per i prodotti che la contengono. La Corte, tra l’altro, esplicita che l’imposta ha come “finalità primaria” il “recupero di un’entrata erariale (accisa sui tabacchi lavorati) erosa dal mercato delle sigarette elettroniche”. Come a dire, la fetta di mercato sottratta a Big Tobacco, rientra dalla finestra con la tassazione ai principali competitors.

Lo stop alla vendita online

L’emendamento a firma della senatrice di Ap Simona Vicari, invece, approvato insieme al decreto fiscale al Senato (manca il passaggio alla Camera che dovrebbe essere una formalità), impone il settore del vaping sotto il controllo dei monopoli di Stato. Il quadro normativo che dovrà essere seguito da i necessari decreti attuativi, prevede l’obbligo di licenza per i venditori di e-cig, analogamente a quanto succede per i tabaccai (con i costi aggiuntivi e le restrizioni sull’apertura) e la chiusura del mercato online dei liquidi.

“Ma il mercato ha bisogno di regole”

La ragione della legge è quella di mettere sotto controllo un mercato con pochissime regole. “È un far west – spiega al Salvagente  un esperto che lavora per un’azienda produttrice di liquidi per e-cig – oggi negli shop circolano prodotti di dubbia provenienza, magari importanti dall’estero con sostanze non legali in Italia. Una regolazione serve”. Ma Stefano Caliciuri, direttore di sigmagazine, replica: I negozi possono comprare solo da deposito fiscale autorizzato Aams (agenzie dei monopoli statali). Chi non lo fa è già nell’illecito. Anche i prodotti sono già vincolati da notifica europea – continua Caliciuri – per poterli vendere devi notificarlo al ministero della Salute che poi trasmette tutto all’Europa. Li devi comunicare, con tutte le loro componenti aromatiche, sei mesi prima di immetterli in commercio”. Eppure, senza controlli adeguati difficile verificare gli illeciti.

I produttori contro la concorrenza scorretta

C’è poi la questione fiscale. I venditori sono comprensibilmente allarmati dal fatto che la cavalcata commerciale delle sigarette elettroniche possa essere bloccata da una tassa che raddoppierebbe il costo medio di una ricarica, per di più considerata ingiusta. Diversi studi, tra cui quello commissionato dall’Agenzia sanitaria britannica, hanno accertato che le  e-cig con la nicotina riducono del 95% i danni alla salute rispetto a una normale sigaretta: da qui la perplessità per un trattamento fiscale uguale al tabacco tradizionale, addirittura per i liquidi senza nicotina. Ma c’è anche un altro aspetto, che riguarda i produttori italiani che hanno condotto la disobbedienza fiscale e ora rischiano di dover pagare centinaia di milioni di euro retroattivamente: “Quando i venditori hanno visto che perdevano clientela – spiega l’esperto che lavora per un produttore – perché le ricariche costavano il doppio a causa delle tasse, hanno cominciato a importare dall’estero, dove non sono tassate. Il risultato è che, ad esempio, la mia azienda ha perso il 70% di fatturato in un anno, e non è giusto venire penalizzati rispetto alla concorrenza estera”. Risponde Caliciuri: “Non è così, tutti i liquidi che entrano in Italia sono sottoposti ad accisa a carico dell’importatore. Altra cosa è il controllo delle dogane”. E si ritorna ai controlli: se non funzionano tutto il settore ne risente e lascia spazio a una legislazione che rischia di soffocarlo.

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/11/16/perche-il-governo-vuole-la-morte-delle-sigarette-elettroniche/28087/

“Abiti puliti”, l’agghiacciante rapporto – denuncia sui lavoratori sfruttati dai fornitori di Geox e Benetton

 

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“Abiti puliti”, l’agghiacciante rapporto – denuncia sui lavoratori sfruttati dai fornitori di Geox e Benetton

 

“Abiti puliti”, il rapporto denuncia: lavoratori sfruttati dai fornitori di Geox e Benetton

“Sappiamo sempre quando ci sarà una visita dall’Italia di un ispettore o di un dirigente perché i nostri superiori aprono prima le porte e le finestre, e accendono l’aria condizionata. Normalmente, ci viene detto ‘Non aprite la porta se non volete essere licenziati”. A parlare è una lavoratrice di una delle tante fabbriche in Serbia che producono vestiti e scarpe destinate al mercato europeo. Sfruttati, in condizioni lavorative non dignitose, con salari ben al di sotto del livello di sussistenza, consegnano i loro manufatti ad aziende che riforniscono anche grossi marchi come Geox, Benetton, Esprit, Triumph  e Vera Moda. A dirlo è il nuovo rapporto “L’Europa dello sfruttamento” curato dalla Clean Clothes Campaign, basata su un’inchiesta sulle dure condizioni di lavoro nell’industria tessile e calzaturiera dell’Est e Sud-Est Europa, soprattutto in Ungheria, Ucraina e Serbia. Ad esempio, molti lavoratori in Ucraina, nonostante gli straordinari, guadagnano appena 89 euro al mese in un Paese in cui il salario dignitoso dovrebbe essere almeno 5 volte tanto.

“A volte non abbiamo niente da mangiare”

“Per questi marchi i Paesi dell’Est e Sud-Est Europa rappresentano paradisi per i bassi salari – scrive il rapporto – Molti brand enfatizzano l’appartenenza al “Made in Europe”, suggerendo con questo concetto “condizioni di lavoro eque”. In realtà, molti dei 1,7 milioni di lavoratori e lavoratrici di queste regioni vivono in povertà, affrontano condizioni di lavoro pericolose, tra cui straordinari forzati, e si trovano in una situazione di indebitamento significativo”. Le conseguenze sono terribili. “A volte semplicemente non abbiamo niente da mangiare”, ha raccontato una lavoratrice ucraina. “I nostri salari bastano appena per pagare le bollette elettriche, dell’acqua e dei riscaldamenti” ha detto un’altra donna ungherese. Quando i lavoratori serbi chiedono perché durante la calda estate non c’è aria condizionata, perché l’accesso all’acqua potabile è limitato, perché sono costretti a lavorare di nuovo il sabato, la risposta è sempre la stessa: “Quella è la porta”.

Sgravi in cambio di lavoro malpagato

“Ci pare evidente che i marchi internazionali stiano approfittando in maniera sostanziosa di un sistema foraggiato da bassi salari e importanti incentivi governativi” dichiara Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign. “In Serbia, ad esempio, oltre ad ingenti sovvenzioni, le imprese estere ricevono aiuti indiretti come esenzione fiscale fino a per dieci anni, terreni a titolo quasi gratuito, infrastrutture e servizi. E nelle zone franche sono pure esentate dal pagamento delle utenze mentre i lavoratori fanno fatica a pagare le bollette della luce e dell’acqua, in continuo vertiginoso aumento” continua Deborah Lucchetti.

Salario minimo legale? Quasi mai

Secondo il rapporto: “In Ucraina e Serbia, i rapporti sui lavoratori rivelano che la maggior parte di essi non riceve il salario minimo legale. È ad esempio il caso di una parte dei lavoratori di Geox in Serbia; della maggior parte dei lavoratori serbi presso i fornitori e i subfornitori di Benetton, Esprit, Bestseller/Vero Moda e dei lavoratori ucraini di Triumph. Accuse pesanti per cui il Salvagente sarà lieto di ospitare eventuali repliche da parte delle aziende coinvolte.

La normative da cambiare

Ma com’è possibile che il Made in Italy sia prodotto tramite questa filiera sporca? Secondo la campagna l’origine del problema risale agli anni  Settanta, quando un gruppo di governi guidato da quelli tedesco e italiano, stabilì il regime di Traffico di Perfezionamento Passivo in Europa (TPP) verso l’Europa centrale, orientale e sud- orientale. Il regime permette alle aziende dell’Unione europea di mandare le materie prime nelle fabbriche dell’Est per trasformarle in prodotto finito. Basta poi completare il confezionamento nel paese d’origine del marchio per etichettare la scarpa o l’abito come prodotto interamente in patria. La Campagna Abiti Puliti chiede ai marchi coinvolti di adeguare i salari corrisposti al livello dignitoso e di lavorare insieme ai loro fornitori per eliminare le condizioni di lavoro disumane e illegalidocumentate in questo rapporto.

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/11/16/abiti-puliti-il-rapporto-denuncia-lavoratori-sfruttati-dai-fornitori-di-geox-e-benetton/28058/?utm_content=buffer5fca2&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer

Il Prof. Berrino: la proteina che fa ammalare di più di cancro.

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Il Prof. Berrino: la proteina che fa ammalare di più di cancro.

 

Prevenzione delle Recidive del Cancro: Il Dr. Berrino Consiglia di Evitare Questo Alimento

In un precedente articolo abbiamo riportato il secondo dei quattro pilastri alimentari per prevenire le recidive del cancro.

Oltre a mantenere bassa la glicemia (primo pilastro) e mantenere basse le infiammazioni (secondo pilastro, è importante mantenere bassi i fattori di crescita.

Nel video sottostante il dottor Berrino spiega cosa sono e come mantenerli bassi.

 

“Un terzo pilastro, dopo la glicemia e le infiammazioni, per ostacolare la crescita tumorale è mantenere bassi i fattori di crescita, che sono delle piccole proteine che stimolano la proliferazione cellulare. Un fattore di crescita molto importante si chiama IGF-1, che vuol dire “fattore di crescita insulino-simile” ed è l’effettore dell’ormone della crescita.

È prodotto soprattutto dal fegato, ma anche in altri tessuti ed è uno dei determinanti importanti della proliferazione cellulare. Sappiamo che l’IGF-1 dipende soprattutto da una dieta troppo ricca di proteine: è normale che ci sia, ci deve essere nel sangue, ma se è alto ci si ammala di più di cancro della mammella dell’intestino e della prostata. Noi abbiamo mostrato che chi ha l’IGF1 alto e chi ha anche un altro fattore che si chiama PDGF, che è il fattore di crescita associato alle piastrine, ha più facilmente recidive.

Per mantenere bassi i fattori di crescita bisogna ridurre l’assunzione di proteine

Noi mangiamo troppe proteine: mangiamo circa il doppio delle proteine di cui abbiamo bisogno, e allora dobbiamo ridurle. Le proteine vengono dalla carne, dai formaggi, dal latte: sono soprattutto le proteine del latte che fanno aumentare i fattori di crescita.

Il latte è un alimento per far crescere, il latte di mucca che mangiamo deve far crescere di 150 kg un vitello in pochi mesi: è un potente fattore che stimola la produzione dei fattori di crescita. Chi beve latte ha i livelli di IGF-1 più alti nel sangue. Quindi, prudenzialmente, anche se gli studi sono pochi, noi raccomandiamo alle persone che hanno un tumore di non bere il latte.

Ci sono dei dati sui tumori della mammella e sui tumori della prostata che dimostrano un aumento del rischio di recidive con il latte. I meccanismi non sono solo questi dell’IGF-1, sono anche legati al fatto che il latte di oggi è molto più ricco di ormoni sessuali perché le mucche vengono munte durante tutta la gravidanza. Il latte di oggi è completamente diverso dal latte di ieri.

Quindi questi tre grandi pilastri: la glicemia, le infiammazioni e i fattori di crescita”.

Fonte: fortesano.it

Granosalus: i veri spaghetti all’ italiana sono quelli che non danno problemi all’intestino

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I veri spaghetti all’ italiana sono quelli che non danno problemi all’ intestino

 

E’ inutile affannarsi scomodando il New York Times che 20 anni fa spiegava agli americani che i “veri” spaghetti all’ italiana sono quelli cucinati al dente. In venti anni la scienza ha fatto passi da gigante. Oggi, peraltro, è Sant’Alberto Magno, protettore degli scienziati. Ed è grazie alla loro opera se i consumatori – sempre più informati – sono alla ricerca di garanzie sotto il profilo tossicologico, non organolettico.

E’ vero che a tutti piace la pasta al dente, ma se scopriamo che i tempi di essiccazione oltre i 100 gradi formano, di fatto, un film plastico “indigesto” che aumenta la resistenza alla cottura, è evidente che a fronte di questo vantaggio sorge spontanea un’ altra domanda: il nostro intestino è stato concepito per digerire film plastico? Cosa risponde la scienza?

I metodi scientifici adoperati da Sant’Alberto Magno non sono quelli che si sono affermati nei secoli successivi. Il suo metodo consisteva semplicemente nell’osservazione, nella descrizione e nella classificazione dei fenomeni studiati, ma egli ha aperto la porta per i lavori futuri.

Oggi il fenomeno dell’ intolleranza al cibo è in forte aumento e ogni volta che ci sediamo a tavola ci assillano molti dubbi. I sistemi immunitari stanno impazzendo con una crescita esponenziale di patologie autoimmuni, allergie, tumori. Per la celiachia, ad esempio, un recente studio ha testato i campioni di villi intestinali  congelati ottenuti tra il 1948 e il 1954 per gli anticorpi al glutine e ha confrontato i risultati con quelli raccolti negli ultimi anni (Rubio-Topia et al. , 2009 ). La ricerca ha quantificato un aumento di quattro volte l’incidenza della malattia celiaca nei nuovi campioni rispetto a quelli più vecchi.

Sant’Alberto Magno non solo fù nominato da Papa Pio XII patrono dei cultori delle scienze naturali, ma fu chiamato anche “Doctor universalis” proprio per la vastità dei suoi interessi e del suo sapere.

Se fosse qui con noi avrebbe scoperto quanto siamo ignari consumatori di sostanze attorno alle quali girano miliardi di dollari. Come il glifosato.

E avrebbe anche scoperto una strana relazione numerica. L’associazione GranoSalus ha fatto analizzare venti semole in commercio, 14 sono risultate contaminate da glifosato. Una recente indagine dell’Istituto dell’Ambiente di Monaco (Germania) ha trovato tracce di erbicida in 14 marche di birra commerciali. L’anno scorso un’indagine dell’ Associazione A Sud e della rivista il Salvagente su 14 donne in gravidanza ha trovato tracce di glifosato nelle loro urine.

Parleremo di questo ed altro al Simposio Nazionale del Grano che si terrà a Matera il 25 Novembre prossimo con un ricco parterre che sarà illustrato in occasione della Conferenza stampa di Lunedi prossimo.

Nel frattempo, Aidepi insiste sulle sue tesi e in un articolo di ieri cerca di definire un proprio identikit del grano buono che punta a sminuire il ruolo di questo nobile cereale a semplice materia prima (fungibile) per far passare in primo piano quello della trasformazione e del know-how (elementi infungibili).

E’ bene precisare che le nostre nonne quando facevano la pasta a mano non utilizzavano le sofisticate tecnologie attuali, ma alcuni semplici ingredienti: acqua e semola. La macchina, allora, era rappresentata dalla manualità dell’impasto e la pasta era non solo buona, ma sana e digeribile. Con basse proteine!

Con l’ avvento dell’ industria il concetto di prodotto sano e digeribile sembra essere passato in secondo piano.

Oggi la parola d’ordine è esportare. In nome dell’ export sembra che tutto debba essere permesso: anche intossicare “legalmente” i consumatori, approvvigionandosi di materie prime estere che altrove non possono mangiare nemmeno gli animali! Ed è paradossale che quando questa merce arrivi ai nostri porti, non venga neppure controllata. Lo ha dimostrato brillantemente il servizio CHE SPIGA! di Report del 30 ottobre 2017.

Abbiamo anche capito che per gli industriali toccare il tasto “prodotto sano” è quasi un TABU’. Prodotto sano significa grano sano cioè non contaminato, un concetto però che a quanto pare sembra troppo oneroso. Secondo le industrie un prodotto sano sarebbe talmente proibitivo da dover aumentare il suo costo di ben 10 volte!

A noi sembra che un prodotto bio con l’ 11.5% di proteine, non sia un prodotto proibitivo e non abbia un costo dieci volte superiore. Suvvia! Produrre spaghetti sani che non diano problemi all’ intestino, non è una operazione troppo onerosa! Lo chiede la scienza.

La competitività della pasta Made in Italy è legata a doppio filo alla qualità delle sue materie prime, ma oggi questo concetto non è più declinabile facendo leva unicamente su strumenti legislativi inadeguati (ad esempio i desueti meccanismi di formazione dei prezzi all’ origine, senza alcuna griglia di valutazione della qualità tossicologica), oppure su una legislazione un pò confusa sui limiti tossicologici che appare contraddittoria con altre parti del mondo.

Aidepi se ne faccia una ragione: la nuova purezza è nell’ assenza di contaminanti.

E i grani del Sud, prove alla mano, dimostrano di avere i numeri giusti: ZERO CONTAMINANTI.

GranoSalus lo sta evidenziando in tutte le sedi, proprio grazie al suo Comitato Scientifico. La lungimiranza delle sue vedute, a tutela della salute pubblica e delle comunità rurali, è stata ormai recepita anche nelle aule di giustizia! E lo hanno confermato finanche le analisi di Report.

Del resto, Sant’Alberto Magno ci ricorda che gli uomini di scienza possono percorrere, attraverso la loro vocazione allo studio, un autentico e affascinante percorso di santità.

fonte: https://granosalus.it/

Il pandoro Maina? Un dolce solo per adulti! – Per le sostanze che contiene NON è adatto al consumo dei bambini! Ed è solo un esempio…

 

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Il pandoro Maina? Un dolce solo per adulti! – Per le sostanze che contiene NON è adatto al consumo dei bambini! Ed è solo un esempio…

Il Salvagente riporta il caso del pandoro Maina: dalle analisi la presenza di ocratossina sarebbe nella norma per il consumo adulto, ma non per i consumo da parte dei bambini.

Ma è solo un esempio. Chissà quali e quanti prodotti sono in queste condizioni…

 

Da: Il Salvagente

Il pandoro Maina? Un dolce solo per adulti

Il pandoro è un prodotto per bambini o per adulti? Dal punto di vista delle leggi che ne regolano la produzione, non c’è dubbio: è un prodotto per adulti. Dal punto di vista della logica e della consuetudine natalizia, invece, è anche un prodotto per bambini.

Attenti, però, con la logica si possono compiere errori pesanti. Come dimostra un test condotto dall’associazione Cova contro un’associazione lucana di volontariato ambientale nata nel 2013, che realizza analisi ambientali, informazione, sensibilizzazione e, più in generale, contrasto alle eco-mafie.

L’associazione, poche settimane fa, ha in un supermercato di Bolzano due pandori Maina (lotto 773058 scadenza 30/04/18) e ha cercato oltre un centinaio di residui di fitofarmaci, aflatossine totali e ocratossina A. Ottimi i risultati sui fitofarmaci: nessuna molecola è stata rilevata nei laboratori della Ul. Un po’ meno le determinazioni dell’ocratossina A. O meglio, con 0,89 mcg/kg, a fronte di un limite di legge di 3 mcg/kg per questo alimento, gli adulti possono consumarlo con tutta tranquillità, dato che siamo abbondantemente tre volte sotto il limite. Il discorso diventa molto diverso se consideriamo di allietare i bambini (ricordiamo che per legge si definiscono tali solo se sotto i tre anni) durante le prossime feste di fine anno. In quel caso, il limite di legge sarebbe di 0,5 mcg/kg e il pandoro Maina non potrebbe essere indicato e venduto come alimento destinato ai piccoli consumatori.

Piccoli da difendere (ma solo fino a tre anni)

La logica la conoscete bene, è quella di tutelare i più piccoli e considerare invece come adulti,esattamente come un individuo di 60 anni, i bambini anche di soli 4 o 5 anni. Una logica che non ci ha mai convinto e che abbiamo più volte denunciato dalle nostre pagine.

“Questa presunzione di identica risposta dell’organismo nei confronti di alcuni rischi, fra cui le micotossine, non è sostenibile” l’aveva definita il professor Alberto Ritieni, uno dei maggiori esperti di micotossine, suggerendo al legislatore di “prevedere una fascia intermedia per un passaggio graduale da bambino ad adulto. Oppure, un limite unico più protettivo per ambedue le fasce”.

I pericoli delle Ocratossine

La tossicità delle ocratossine, d’altronde, è nota. Meno se ne assumono, meglio è, sostiene l’Efsa, l’Agenzia europea sulla sicurezza alimentare. Inoltre, la Iarc ha posto l’accento sulla correlazione tra l’assunzione di micotossine presenti negli alimenti e nei mangimi e la possibile insorgenza di effetti nocivi di diverso tipo sulla salute umana e degli animali. L’Agenzia si è anche soffermata sulle ocratossine sostenendo che in seguito all’azione lesiva delle micotossine sulle cellule, si può avere un’azione nefrotossica sui reni (ocratossina A), teratogena quando causano uno sviluppo anormale del feto (ocratossina A) e cancerogena. Sono inoltre immunosoppressive e riducendo la naturale resistenza alle malattie infettive sono anche immunotossiche.

Il crowdfunding delle analisi

L’analisi del prodotto Maina è stata finanziata nell’ambito del progetto GAS – Gruppo di Analisi Solidali, mettendo insieme un ristretto gruppo di consumatori interessati alle prove del prodotto, che hanno contribuito economicamente al pagamento della stessa. Una sorta di crowdfounding molto innovativo che poi prevede la pubblicazione sul giornale on line Punto eBasta.

tratto da: https://ilsalvagente.it/2017/11/15/il-pandoro-maina-un-dolce-solo-per-adulti/28042/

 

Multinazionali – Ecco 10 prodotti di uso comune che contribuiscono alla deforestazione! Non dimenticate questa lista quando andate al supermercato.

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Multinazionali – Ecco 10 prodotti di uso comune che contribuiscono alla deforestazione! Non dimenticate questa lista quando andate al supermercato.

Sappiamo davvero quanto e in che modo le nostre scelte d’acquisto possono contribuire alla deforestazione? 

Multinazionali senza scrupoli e azioni illegali che coinvolgono il taglio di alberi alimentano una filiera produttiva ad altissimo impatto ambientale. Ancora una volta siamo noi i protagonisti del cambiamento. Dunque possiamo fare in modo di evitare di comprare i prodotti meno sostenibili, a favore delle alternative più rispettose dell’ambiente. Riflettiamo prima di ogni nuovo acquisto, pensando innanzitutto se ciò che desideriamo è davvero necessario, quale impatto può avere sul Pianeta e se esistono altre opzioni da prendere in considerazione.

1) Dolci e prodotti da forno confezionati
Sappiamo ormai tutti molto bene quale sia il problema fondamentale della maggior parte dei dolci, degli snack salati e dei prodotti da forno confezionati in vendita nei supermercati. Si tratta del loro contenuto di olio di palma, ingrediente che rappresenta forse il peggior nemico delle foreste. Se siamo soliti acquistare questo tipo di prodotti, andiamo con pazienza alla ricerca delle alternative che non contengono olio di palma. Oppure optiamo per l’autoproduzione.

2) Cacao e cioccolato
Nel caso del cacao, del cioccolato e di tutti i prodotti a base di questi ingredienti la soluzione a minor impatto sull’ambiente e sulle foreste consiste nella scelta di quegli alimenti che provengano dai circuiti del commercio equo e solidale, e dunque risultino garantiti dal punto di vista ecologico, oltre che etico e sociale. Un’alternativa al cacao che non arrivi da così lontano? La farina di carrube.

3) Carta, legno e cellulosa
Purtroppo non sempre la filiera del legno, della carta e della cellulosa risulta virtuosa. Eppure basterebbe impegnarsi di più per rendere la gestione delle foreste più sostenibile, visto che il legno rappresenta una risorsa rinnovabile e che il nostro Pianeta ha bisogno della presenza di alberi per l’assorbimento della Co2. In questo caso la scelta dovrebbe rivolgersi ai prodotti certificati. Pensiamo anche semplicemente a libri e quaderni. Tra le certificazioni più importanti troviamo FSC e PEFC.

4) Soia
La coltivazione non sostenibile della soia riguarda principalmente la produzione di mangimi per animali, che richiedono di produrre questo alimento su larga scala in nome della crescita del fatturato degli allevamenti intensivi. Ma anche noi, con le nostre scelte quotidiane, possiamo fare la differenza. Scegliamo sempre soia biologica e italiana. In questo modo non contribuiremo alla deforestazione e eviteremo anche gli Ogm.

5) Carne
Ormai anche la scienza ha riconosciuto l’elevato impatto ambientale della produzione e del consumo di carne. L’American Dietetic Association afferma che le diete vegetariane e vegane correttamente bilanciate sono salutari e adeguate dal punto di vista nutrizionale e che comportano così benefici per la salute nella prevenzione e nel trattamento di alcune patologie. Dunque, abbiamo davvero bisogno di mangiare carne? Se non riusciamo proprio ad eliminarla dalla dieta, cerchiamo almeno di ridurne il consumo al minimo. E’ sufficiente pensare a quante foreste vengano abbattute per fare spazio a campi da coltivare esclusivamente per la produzione di mangimi da destinare agli animali da allevamento. Non esiste forse nulla di meno sostenibile al mondo.

6) Caffè
Il discorso del caffè è molto simile a quello del cacao e del cioccolato. Possiamo scegliere caffè biologico e del commercio equo e solidale per avere a disposizione un prodotto rispettoso dell’ambiente e che non contribuisca alla deforestazione. Inoltre, pare che le piante di caffè coltivate all’ombra garantiscano maggiori benefici per l’ambiente, proprio perché almeno in parte preservano la presenza di alberi.

7) Sigarette
Piantagioni di cacao e caffè, ma non dimentichiamo quelle di tabacco. Sappiamo che smettere di fumare è difficile ma conosciamo anche l’alto impatto ambientale delle piantagioni di tabacco. Cosa possiamo fare noi per migliorare la situazione? Se non riusciamo a dire addio alle sigarette, magari possiamo scegliere tabacco coltivato in Italia.

8) Zucchero
Nel caso dello zucchero le opzioni sono differenti. Possiamo decidere di non acquistare zucchero raffinato e di privilegiare lo zucchero di canna integrale del commercio equo, oppure optare per altri dolcificanti naturali sempre derivanti da filiere etiche, sostenibili e rispettose dell’ambiente. A volte per arricchire i nostri dolci basta aggiungere più frutta, come mele mature e uvetta, senza dover esagerare con l’aggiunta di zucchero.

9) Magliette e abbigliamento in cotone
La coltivazione del cotone è tra le meno sostenibili del mondo per quanto riguarda il settore tessile. La domanda di cotone biologico sta crescendo ma il cambiamento delle tecniche di coltivazione richiederà probabilmente ancora molti anni e operazioni mirate di formazione degli agricoltori. Nel frattempo, quando possiamo, scegliamo il cotone biologico, rammendiamo e riutilizziamo gli abiti che possediamo già e optiamo per tessuti alternativi e sostenibili, come la canapa organica, se ne abbiamo la possibilità.

10) Cosmetici e detersivi
Ecco un ultimo punto, che comunque rimane tra i più importanti, in cui possiamo orientare le nostre scelte di acquisto per non supportare la coltivazione insostenibile di olio di palma e la deforestazione. Scegliamo cosmetici, saponi e detersivi che non contengano olio di palma, un ingrediente largamente utilizzato dall’industria della detergenza. Proviamo a limitare il più possibile i cosmetici e i detersivi convenzionali, optiamo per le alternative bio e ecologiche leggendo sempre le etichette. L’olio di palma è presente in molte saponette, anche di marchi “green”, ma con pazienza possiamo individuare le alternative già in commercio. E, come sempre, dedicarci all’autoproduzione di detersivi e cosmetici.

 

Il Prof. Berrino “Mangiamo merda e, grazie alla TV, pensiamo che è buona” – Il video censurato dal Web !!

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Il Prof. Berrino “Mangiamo merda e, grazie alla TV, pensiamo che è buona” – Il video censurato dal Web !!

Abbiamo cercato a lungo la versione ridotta di questo video dal titolo <<Prof Berrino “Mangiamo merda e, grazie alla TV, pensiamo che è buona”>> (che abbiamo pubblicato in passato) provateci anche Voi, scoprirete che, stranamente “non esiste più” …chissà’ perché.
Alla fine abbiamo trovato questo video dove è contenuta anche la dichiarazione del Prof Brttino e ve lo proponiamo.
Il professor Franco Berrino dell’istituto dei tumori di Milano, ospite alla trasmissione “le invasioni barbariche” ci illustra le problematiche legate ad una dieta spazzatura.

tratto da: http://curiosity2017.blogspot.it/2017/05/il-prof-berrino-mangiamo-merda-e-grazie.html

Pesticidi: quando gli insetti siamo noi !!

Pesticidi

 

 

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Pesticidi: quando gli insetti siamo noi !!

 

Patologie come tumori, leucemie e sclerosi connesse all’uso di pesticidi, impiegati troppo e male. Lo dicono gli studi. Un rischio concreto che spesso sfugge ai sistemi di analisi, rischiando di ritardare gli allarmi.

Erbicidi, fungicidi, antiparassitari creati dall’uomo per uccidere ogni tipo di minaccia cosiddetta biotica, cioè vivente, portata da insetti, funghi e piante infestanti alle nostre preziose coltivazioni. Un fine condivisibile, se non fosse che solo una percentuale minima dei pesticidi diffusi finisce proprio sulle colture destinatarie del trattamento. Le tonnellate di prodotti chimici in eccesso restano perciò nell’ambiente e, tramite aria, acqua e terreni, entrano in contatto con le persone per esposizione o grazie alla catena alimentare.

CON LA CHIMICA NON SI SCHERZA
Uno scenario che preoccupa i Medici per l’ambiente dell’Isde (International Society of Doctors for Environment), in primis per le modalità spregiudicate con le quali i pesticidi vengono diffusi, spesso a distanza ridotta da abitazioni e siti sensibili, come scuole e asili; talvolta con leggerezza, ad esempio per diserbare rapidamente il ciglio delle strade. Ma non solo. Molte tra queste sostanze possono, infatti, danneggiare la salute umana anche in dosaggi minimi assunti progressivamente dall’organismo, magari nutrendosi di cibo che le contiene in quantità comprese entro i termini di legge. E gli effetti non sono trascurabili.

«Numerosi studi – ricorda Celestino Panizza, medico epidemiologo dell’Isde – documentano gli effetti dell’esposizione dei bambini ai pesticidi, ma soprattutto delle madri e dei padri nel periodo gestazionale e preconcezionale, come causa dell’aumento di rischio di insorgenza di leucemie infantili.

L’Efsa (European Food Safety Authority, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, ndr) nel 2013, ma anche i risultati del programma di ricerca americano Agricultural Health Study condotto per anni su 50mila agricoltori e i loro familiari, afferma che l’insorgenza e l’aumento delle leucemie infantili è associato all’esposizione dei genitori a pesticidi. Un altro studio mette in relazione la presenza dei metaboliti (cioè il composto che deriva dalle trasformazioni che avvengono in organismo dalla molecola originaria) degli insetticidi piretroidi nelle urine della madre con l’aumento di rischio d’insorgenza di leucemia nei nuovi nati».

«La relazione tra esposizione ai pesticidi e aumento delle leucemie infantili è insomma abbastanza consolidata – conclude Panizza – come anche quella tra l’esposizione ai pesticidi (soprattutto organofosfati) e il morbo di Parkinson, che in Francia è considerato malattia professionale degli agricoltori. Diversi studi documentano infine una relazione tra sclerosi laterale amiotrofica (Sla) ed esposizione ai pesticidi. Così anche per linfomi non Hodgkin e tumori alla prostata». Molte evidenze, insomma, senza contare che assai sarebbe ancora da indagare l’eventuale pericolosità di miscele di più pesticidi.

DIFFICILI DA RILEVARE, DURI A MORIRE

Non si parla di raffreddori, dunque. E per imporre grandi cautele sull’impiego dei pesticidi basterebbe sapere che ben 14 di essi sono tra i composti regolamentati dalla Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti (i cosiddetti POPs): si tratta di «composti tossici che si degradano poco –precisa Panizza – che ritroveremo a lungo (vedi atrazina e DDT/DDE, ndr) e che si bio-vanificano, cioè aumentano la loro concentrazione lungo la catena alimentare».
E poi composti talvolta poco o affatto rilevati.

Da un lato per colpa degli strumenti d’analisi (nel rapporto 2014 di Ispra si denunciano carenze nell’aggiornamento dei “programmi di monitoraggio”, l’inadeguatezza delle “prestazioni dei laboratori” e la scarsità di informazioni sui biocidi), dall’altro perché magari neppure ricercati: ad esempio il glyphosate, l’erbicida più usato e base del famoso Roundup di Monsanto, pur molto diffuso nelle acque, come anche il suo metabolita AMPA, è oggetto di ricerca soltanto in Regione Lombardia, tanto che la stessa Ispra suggerisce di estendere le indagini in proposito anche in altre regioni.

 

tratto da: http://curiosity2015.altervista.org/pesticidi-quando-gli-insetti-siamo-noi/