Pfas, un veleno di cui si parla troppo poco. Fa malissimo e ormai lo troviamo dappertutto!

 

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Pfas, un veleno di cui si parla troppo poco. Fa malissimo e ormai lo troviamo dappertutto!

I veleni del Pfas, cosa sono e perché minacciano l’ambiente

Servono per cerare giacconi e proteggere smartphone, per fabbricare le pellicole antiaderenti delle padelle, la carta da pizza, la sciolina dei fondisti.

di DAVIDE MICHIELIN

SI CHIAMANO PFAS. L’acronimo, divenuto tristemente famoso per la diffusa contaminazione ambientale che da almeno quarant’anni avvelena le falde del Veneto occidentale, indica le cosiddette sostanze perfluoroalchiliche. Si tratta di una classe di composti chimici utilizzati in campo industriale per la loro capacità di rendere i prodotti impermeabili all’acqua e ai grassi.

Impiegati fin dagli Anni ’50 nella filiera di numerosi prodotti commerciali, come tappeti, pelli, ma anche nel rivestimento dei contenitori per il cibo, l’utilizzo più noto è probabilmente nel rivestimento antiaderente delle pentole da cucina e nella produzione di tessuti tecnici.

Sono costituiti da una catena alchilica idrofobica completamente fluorurata che può essere di varia lunghezza. Questa struttura chimica fornisce alle molecole elevata stabilità termica e chimica, rendendoli resistenti alla maggioranza dei processi naturali di degradazione, sia aerobica sia anaerobica, comprese fotolisi e idrolisi.

I Pfas si accumulano nell’ambiente e, attraverso l’acqua e gli alimenti, anche negli organismi viventi, uomo compreso, risultando tossici ad alte concentrazioni (sulla questione tossicità, però, non vi è letteratura univoca). Come quelle decisamente alte misurate nei prelievi di sangue della popolazione di alcuni comuni del Vicentino.

La capacità di accumularsi non si limita infatti ad acqua e suolo, ma prosegue anche negli organismi. Risalendo la catena alimentare, la concentrazione dei Pfas aumenta di organismo in organismo, in un processo noto come magnificazione o bioamplificazione. E dalle coltivazioni al bestiame raggiungono infine il nostro piatto.

I Pfas più diffusi sono l’acido perfluoroottanoico (Pfoa), il quale ha numerose applicazioni sia industriali sia commerciali. Un altro esempio è l’acido perfluorottanosulfonato (Pfos), impiegato nelle schiume degli estintori.

Sebbene non sia stata finora dimostrata una definitiva correlazione, Pfoa e Pfos sono ritenuti fattori di rischio per un’ampia gamma di patologie, non ancora del tutto delimitate. Si tratta di interferenti endocrini, in grado cioè di alterare la sintesi di ormoni, compromettendo la crescita e riducendo la fertilità. Ma i Pfas sono inoltre sospettati di interferire nella comunicazione intercellulare, aumentando così il rischio di sviluppare tumori.

Tra le patologie la cui causa potrebbe essere attribuita all’esposizione prolungata a queste sostanze, vi sono tumori ai reni e ai testicoli, ma anche malattie della tiroide, ipertensione in gravidanza e colite ulcerosa.

Alcune ricerche suggeriscono inoltre un incremento delle patologie fetali e gestazionali nelle aree più esposte alla contaminazione: diabete gestazionale, neonati sotto peso e altre malformazioni congenite.

 

fonte: http://www.repubblica.it/salute/medicina/2017/09/22/news/i_veleni_del_pfas_cosa_sono-176194654/?ref=fbp5

Giuseppe Di Bella: col Metodo Di Bella, per il tumore a seno del 4° stadio, risultati eccezionali di sopravvivenza a 5 anni.

 

Di Bella

 

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Giuseppe Di Bella: col Metodo Di Bella, per il tumore a seno del 4° stadio, risultati eccezionali di sopravvivenza a 5 anni.

Giuseppe Di Bella: col Metodo Di Bella, per il tumore a seno del 4° stadio, risultati eccezionali di sopravvivenza a 5 anni. 

Di Bella: “I soliti santoni della medicina e i luminari della ricerca faranno di tutto per screditare e sminuirne il valore scientifico”

E’ stata accettata, pubblicata agli atti e inserita nel programma questa relazione sul MDB (allegato). Il dato che ha destato maggiore interesse è la sopravvivenza a 5 anni del 4° stadio del tumore del seno con MDB. Nella relazione è spiegato il meccanismo d’azione biochimico e molecolare che consente questo risultato in assenza di sensibile tossicità o effetti collaterali. Essendo stata accettata una relazione sul MDB i soliti santoni della medicina e luminari della ricerca faranno di tutto per screditare e sminuire il valore scientifico di questo congresso di cui riporto l’abstract in italiano. Scorrendo il programma si evidenzia la partecipazione di numerosi e prestigiosi centri e istituti clinici e di ricerca europei, americani, e asiatici.

Il sinergismo di somatostatina, melatonina, retinoidi, vitamin E, D3, C, inibitori prolattinici ed estrogenici, microdosi metronomiche di ciclofosfamide, ha incrementato sopravvivenza, risposte obiettive, performance status in 297 casi di carcinomi del seno.

Sintesi:

Obiettivi: migliorare la sopravvivenza, la risposta obiettiva ,la qualità di vita con una terapia biologica atossica, in considerazione che le neoplasie della mammella costituiscono ancora in tutto il mondo la prima causa di morte delle donne.

Metodo: il MDB con MLT, Retinoidi, solubilizzati in vitamina E, vitamine D3, C, Folati, proteoglicani, Calcio,esercita un effetto differenziante citostatico, antiangiogenico, immunomodulante, fattorialmente sinergico, potenziando contemporaneamente quelle funzioni che la ãsiologia considera essenziali per la vita. Con Somatostatina e/o analoghi, inibitori prolattinici D2R agonisti, blocco estrogenico , esercita un’interazione antiproliferativa e antiangiogenica, antimetstatica, regolando negativamente increti pituitari come GH-PRL, le cui proprietà mitogene sono esaltate dal concorso di ormoni ovarici come l’estrogeno. La regolazione negativa del GH si estende a IGF-1, EGF, VEGF, GH-dipendenti. Il MDB impiega minimali dosaggi metronomici apoptotici, non citotossici e non mutageni, di cilofosfamide, la cui tollerabilità è esaltata dalla MLT e dalle vitamine del MDB.

Risultati: risposte obiettive complete e stabili senza chemioterapia citolitica, in alcuni casi anche senza chirurgia, radioterapia, con miglioramento generalizzato della qualità di vita e assenza di rilevante e/o prolungata tossicità. Il dato più rilevante la sopravvivenza a 5 anni del 69, 7% al 4° stadio contro il 22,3% del NCI.

Giuseppe Di Bella 21-09-2017 15:59

fonte: https://www.ilquotidianodellazio.it/articoli/27501/salute-sopravvivenza-a-5-anni-del-4-stadio-del-tumore-del-seno-con-mdb

Il DIKTAT dell’Europa: “L’Italia non può vietare gli OGM” …E vedrete come i politici si caleranno le braghe svendendo, ancora una volta, la nostra salute per gli interessi delle Multinazionali!

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Il DIKTAT dell’Europa: “L’Italia non può vietare gli OGM” …E vedrete come i politici si caleranno le braghe svendendo, ancora una volta, la nostra salute per gli interessi delle Multinazionali!

Il DIKTAT dell’Europa di oggi: “L’Italia non può vietare gli OGM”

Gli Ogm in Italia si possono ancora vietare? A quanto pare no. La tanto sbandierata sovranità nazionale viene ancora una volta calpestata dalle decisioni di organismi comunitari non eletti. Ma gli italiani sono ancora fortemente contrari al biotech nel piatto…

Può un organo europeo calpestare la volontà di cittadini e governi nazionali? A quanto pare sì. La Corte di Giustizia europea ha infatti dichiarato illegittimo un decreto interministeriale del 2013, in cui si vietava la coltivazione di Ogm in Italia. In particolare, veniva messo al bando il mais Mon810, variante geneticamente modificata del cereale, di cui Monsanto detiene i copyright.

La sentenza dà ragione a Giorgio Fidenato, agricoltore friulano che aveva seminato la varietà di mais nei suoi campi, pur non ottenendo la necessaria autorizzazione. Ma per la Coldiretti il governo italiano ha tutto il diritto di vietare la coltivazione di ogm nel proprio territorio: lo dice anche una direttiva europea approvata nel 2015.

Ricostruiamo i contorni della vicenda.

Ogm in Italia: la vicenda Fidenato

Tutto comincia tra il 2009 e il 2010. Siamo in Friuli-Venezia Giulia, ad Arba per la precisione, in provincia di Pordenone. In due campi di sua proprietà, a Fanna e a Vivaro, Fidenato comincia a coltivare del mais transgenico, il Mon810. La coltivazione è autorizzata dall’Europa e dall’ Efsa (Autorità europea per la sicurezza). Anche se all’epoca non sono specificamente vietati, però, per gli Ogm in Italia vige un sistema autorizzativo particolare.

Il decreto legislativo 212 del 2001, infatti, impone una specifica autorizzazione per le coltivazioni geneticamente modificate. Lo stesso decreto prevede in caso di violazione, l’arresto fino a 6 mesi e una multa di importo massimo da 51.70 euro. Ma il coltivatore friulano ne fa quasi una battaglia di libertà e imperterrito continua a coltivare il Mon810. Tra l’altro, lo fa anche senza nessuna misura di tutela di contaminazione: gli ogm infestano tranquillamente anche i campi circostanti (come vedremo).

A dare per prima l’allarme, è stata Greenpeace. Poco dopo le prime semine, la ong segnala il comportamento di Fidenato agli organi competenti, che però non intervengono tempestivamente. A quel punto, 23 attivisti dell’associazione decidono di entrare nei campi dell’agricoltore, tagliando, isolando e mettendo in sicurezza la parte superiore delle piante geneticamente modificate. Sono le “punte” infatti a produrre il polline che si sarebbe diffuso di lì a poco anche negli altri terreni confinanti.

A questo punto interviene l’autorità giudiziaria. I campi vengono posti sotto sequestro e Fidenato condannato a 25mila euro di multa dal gip di Pordenone. Decisione a cui l’agricoltore si opporrà: nel febbraio 2011 comincia il primo processo sulla vicenda. Il tribunale di Pordenone chiede quindi l’intervento della Corte di Giustizia, che darà ragione a Fidenato: l’uomo sarà assolto nel luglio 2013.

Ma prima di attendere il pronunciamento definitivo, Fidenato ha continuato nella sua opera…

Ogm in Italia: il divieto del governo

Giugno 2012: Fidenato semina ancora il Mon810, malgrado la querelle giudiziaria. Giugno 2013: passa ancora un anno e il risultato non cambia. L’agricoltore persiste. E questa volta interviene il governo.

L’allora Ministro delle Politiche Agricole, Nunzia De Girolamo, firma insieme a Lorenzin e Orlano un decreto interministeriale per ridefinire la coltivazione di Ogm in Italia. In particolare, arriva un divieto proprio per il Mon810. Le motivazioni? Sono presto dette:

«Il divieto di coltivazione del Mais MON810 – si legge in un comunicato diffuso dal Mipaaf – è motivato dalla preoccupazione sollevata da uno studio del Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura, consolidata da un recentissimo approfondimento tecnico scientifico dell’Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale, che ne evidenzia l’impatto negativo sulla biodiversità, non escludendo rischi su organismi acquatici, peraltro già evidenziati da un parere dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare reso nel dicembre 2011».

Il mais ogm, quindi, mette a rischio la biodiversità. La decisione è di vietarne la coltivazione. E il problema non riguarda unicamente i campi del signor Fidenato.

Già perché, come temeva Greenpeace, gli organismi ogm si sono ‘estesi’ anche nei campi limitrofi. La conferma è arrivata a novembre 2013. Il Corpo forestale, infatti, attestava che nei terreni adiacenti a quelli seminati con mais Mon810 veniva rivelato “inquinamento genetico” fino al 10%.

Gli ultimi 4 anni all’insistenza di Fidenato si sono opposte svariate sentenze in diversi gradi di giudizio. Nel 2015, il Consiglio di Stato respingeva il ricorso dell’agricoltore, che si rivolge quindi, ancora una volta, alla Corte di Giustizia europea.

Leggi anche: Gli Ogm: Italia vota a favore “grazie” alla Lorenzin

Ogm in Italia: la decisione della Corte Ue

Dalla Corte di Lussemburgo è arrivato infine il diktat al nostro Paese. Il 13 settembre, l’organismo ha di fatto imposto la coltivazione di Ogm in Italia, dando ragione a Fidenato. I giudici infatti dichiarano “illegittimo” il decreto interministeriale del 2013. E sostengono che “non vi erano nuove prove scientifiche a supporto delle misure di emergenza richieste”, che hanno poi portato al divieto.

Ma la Corte si spinge oltre. Arrivando a sostenere che il principio di precauzione sia illegittimo:

«Il principio di precauzione, che presuppone un’incertezza sul piano scientifico in merito all’esistenza di un certo rischio, non è sufficiente per adottare tali misure».

In sostanza, viene detto che, anche se esistono dubbi sulla sicurezza di un determinato prodotto o alimento, questi ultimi non si possono vietare, fino a che non è stata dimostrata con certezza la loro nocività. Verrebbe da chiedere: e se poi scopriamo che fanno male? Come facciamo ad annullare gli effetti pregressi?

Intanto Fidenato gongola e annuncia nuove semine.

«La Corte di Giustizia europea – ha dichiarato – vuole la dimostrazione scientifica che gli Ogm possano nuocere alla salute prima di bloccare la libera commercializzazione delle merci. La guerra però non è ancora vinta e siamo pronti a riportare la questione alla Corte in sede pregiudiziale, seminando nuovamente la prossima primavera».

Ogm in Italia: ma i cittadini non sono d’accordo

A fare chiarezza ci pensa però Coldiretti. Che ha spiegato come ci sia poco da esultare per i fautori del mais Ogm in Italia. Sono infatti almeno 3 i fattori da considerare.

Innanzitutto il fatto che una direttiva europea del 2015 ha di fatto superato il decreto interministeriale del governo italiano. La direttiva è la 2015/412, approvata nel marzo di due anni fa, che dava la possibilità agli Stati membri di limitare o vietare del tutto la coltivazione di Ogm sul proprio territorio. L’Italia è tra le 17 nazioni che hanno usufruito di questa possibilità.

Il secondo punto è di natura ‘popolare’. Sono pochi infatti coloro che in Italia approvano gli organismi geneticamente modificati nel piatto. Coldiretti ha infatti realizzato un’indagine in cui emerge che “quasi 8 cittadini su 10 – il 76 per cento – si oppongono oggi al biotech nei campi che in Italia sono giustamente vietati in forma strutturale dalla nuova normativa”. La domanda qui è: può la Corte di Giustizia cozzare così apertamente con la volontà popolare di un Paese?

Il terzo punto, forse ancora più dirimente, è la tutela del Made in Italy. Il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo, è stato molto netto sul punto:

«Per l’Italia gli organismi geneticamente modificati in agricoltura non pongono solo seri problemi di sicurezza ambientale, ma soprattutto perseguono un modello di sviluppo che è il grande alleato dell’omologazione e il grande nemico del Made in Italy».

Fonte: AmbienteBio

Supervulcano Campi Flegrei, parlano gli scienziati: “il vulcano sta diventando sempre più pericoloso”

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Supervulcano Campi Flegrei, parlano gli scienziati: “il vulcano sta diventando sempre più pericoloso”

 

Leggi anche: Campi Flegrei, è allerta: il supervulcano potrebbe risvegliarsi… è parliamo di un vulcano che con l’ultima eruzione ricoprì di cenere tutta l’Europa fino a Mosca, causando un inverno che durò 2 anni!

Gli scienziati hanno scoperto la prima prova diretta dell’esistenza di una cosiddetta “zona calda” che alimenta il super vulcano dell’Italia meridionale, che, secondo gli esperti, si sta preparando ad una eruzione.

Si tratta dei Campi Flegrei, una caldera vulcanica ad ovest di Napoli che è scomparsa secoli fa. L’area è stata relativamente silenziosa dagli anni ’80, quando il rilascio di magma o di altri liquidi nello strato superficiale del vulcano ha causato una serie di piccole eruzioni. Ora, usando la tecnologia sismologica, gli scienziati hanno accuratamente determinato l’ubicazione della “zona calda” dove il materiale riscaldato sale per alimentare la caldera.

“trovata una zona calda sotto la città di Pozzuoli che si estende fino al mare a una profondità di 4 km”

Lo studio è stato condotto dal Dr. Luca De Ciena dell’Università di Aberdeen in collaborazione con l’Osservatorio Vulcanologico del Vesuvio, il laboratorio di ricerca dell’Università Federico II° di Napoli e l’Università del Texas a Austin. I risultati del lavoro contribuiranno a prevedere come e dove le future eruzioni possono colpire. “La domanda che si ponevano tutti gli scienziati era: dove si trova il magma sotto la caldera? Il nostro studio fornisce la prima prova della presenza di una zona calda sotto la città di Pozzuoli che si estende fino al mare a una profondità di 4 km”, spiega De Ciena. “Anche se questa è la posizione più probabile di una piccola sezione di magma, può anche essere uno strato superiore riscaldato di una camera magmatica più ampia che è ancora più profonda”.

Risultati immagini per magma, caldera campi flegrei

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Il volume relativamente basso di attività sismica nella regione dagli anni ’80 suggerisce che la pressione nella caldera aumenta, rendendola ancora più pericolosa. “Piano piano e silenziosamente, la pressione sotto il ‘coperchio della pentola’ sta aumentando e negli ultimi 30 anni il comportamento del vulcano è cambiato, la situazione è diventata” più calda “a causa del fluido che penetra l’intera caldera”, spiega De Ciena.

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“L’attività vulcanica sotto Pozzuoli si è spostata altrove, quindi il pericolo può ora essere molto più vicino a Napoli, densamente popolato. I campi flegrei possono ora essere confrontati con il piatto di zuppa di buccia sotto la superficie della terra. Che cosa significa in termini di scala di qualsiasi eruzione futura, non possiamo dirlo, ma non c’è dubbio che il vulcano sta diventando sempre più pericoloso”.

Il Prof. Franco Berrino svela la grande truffa del pane integrale. Se leggete l’etichetta scoprirete che…

Prof. Franco Berrino

 

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Il Prof. Franco Berrino svela la grande truffa del pane integrale. Se leggete l’etichetta scoprirete che…

Al Prof. Berrino bastano 40 secondi per sputtanare definitivamente quella porcheria che ci rifilano come pane integrale.

Perchè nessuno dice niente? Merchè i media non ci informano? Perchè ci fanno mangiare questa roba?

Attendiamo risposte…

Dalla Sardegna si alza l’urlo: “Non siamo la pattumiera d’Italia” – Inizia la rivolta Italiana contro il nucleare!

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Dalla Sardegna si alza l’urlo: “Non siamo la pattumiera d’Italia” – Inizia la rivolta contro il nucleare!

L’Italia ha da smaltire circa 30 mila metri cubi di rifiuti nucleari e deve realizzare al più presto un deposito unico nazionale. Dove debba sorgere ancora non è chiaro. O meglio, nessuno lo vuole svelare. La Sardegna si sente l’indiziata numero uno e la paura non sembra infondata. Cercare di capirne qualcosa di più è difficile, perché i dossier del ministero dell’Ambiente sono ancora tutti secretati. Il procedimento in corso si chiama Valutazione ambientale strategica: si è chiuso il 13 settembre e dall’isola sono arrivate osservazioni a valanga. «La procedura è stata a dir poco anomala – sostiene il presidente dell’Anci della Sardegna, Emiliano Deiana –. Com’è possibile presentare le osservazioni se non viene detto prima quale sarà la localizzazione dell’impianto? Non è stato possibile neanche allegare studi precisi o consulenze tecniche sulle caratteristiche del territorio».

Nel dossier che i sindaci sardi hanno contestato in massa c’è un indizio che ha fatto subito scattare l’allarme. Gli indizi, in realtà, sono almeno tre: le cartine delle regioni italiane che fanno i conti col rischio sismico, vulcanico e con quello idrogeologico. Messe una sull’altra, l’unica regione che sembra indenne a tutti i fenomeni sembra essere proprio la Sardegna. «Secondo il dossier della Sogin, la società incaricata dal ministero di individuare i siti idonei, i parametri delle tre mappe fanno scattare l’esclusione di alcune regioni – denuncia il deputato Mauro Pili –. Al contrario, la zona che è immune da quelle situazioni finirà per essere scelta». Il procedimento è ancora lungo, i sindaci sardi e le associazioni ambientaliste hanno già spedito i loro dossier a Roma ma il ministro dell’Ambiente, in visita in Sardegna in pieno agosto, ha tentato di rassicurare: «Cosa c’è di vero in questo rischio? Proprio nulla». Le parole di Gianluca Galletti non hanno avuto l’effetto sperato e anche l’assessore regionale all’Ambiente, che accompagnava il ministro nel suo tour estivo, ha dovuto ribadire che il deposito nucleare nell’isola non si può fare.

A Ottana, ex polo industriale andato in rovina, temono che dove c’erano le fabbriche possa essere realizzato l’impianto per le scorie. I tecnici di Sogin da queste parti hanno già fatto un sopralluogo e per questo gli abitanti sono pronti a scatenare la guerra. «Ci stenderemo giorno e notte nella zona industriale, dormiremo in campagna, faremo di tutto per impedire che arrivino qui gli scarti delle centrali delle altre regioni – annuncia il sindaco Franco Saba –. Noi pretendiamo la bonifica delle nostre vecchie fabbriche, non accettiamo che si ricordino di noi solo per smaltire le scorie». «Il più grande paradosso – dice Francesco Mura, primo cittadino della piccola Nughedu Santa Vittoria – è che pensino di depositare gli scarti delle lavorazioni nucleari in una delle poche regioni che non ha avuto le centrali».

Lo stesso rischio l’isola lo aveva già corso qualche anno fa e nel 2011 aveva risposto con un referendum con quorum molto alto e il 97 per cento dei voti contro. «Capiamo l’esigenza di mettere in sicurezza gli scarti delle centrali, ma è una follia depositare materiali così pericolosi in un’isola – precisa la battagliera sindaca di Arborea, reduce dal successo contro le trivelle per la ricerca del metano –. Perché proprio la Sardegna deve farsi carico di quest’altra servitù? Non bastano quelle militari?». «Ci hanno già scaricato i detenuti più pericolosi, dai mafiosi ai terroristi islamici, e ora ci vogliono trasformare persino nella pattumiera nucleare – rincara la dose il presidente dell’Anci –. E poi si è pensato a quanto possa essere rischioso spostare questi materiali via mare, attraversando le acque di un parco internazionale e del santuario dei cetacei?»

via NincoNanco

Il cibo che mangiamo quotidianamente è avvelenato: ecco quanti pesticidi mangiamo ogni giorno!

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Il cibo che mangiamo quotidianamente è avvelenato: ecco quanti pesticidi mangiamo ogni giorno!

Il tè verde fa bene alla salute. A meno che non risulti contaminato da un mix di ben 21 differenti sostanze chimiche. Anche le bacche vanno molto di moda nelle diete attuali, peccato che alcuni campioni analizzati dall’attento laboratorio della Lombardia contenessero fino a 20 molecole chimiche differenti. Residui chimici in quantità sono stati rinvenuti anche nell’uva da tavola e da vino, tutta di provenienza nazionale, contaminata anche da 7, 8 o 9 sostanze contemporaneamente. Sebbene i prodotti fuorilegge (cioè con almeno un residuo chimico che supera i limiti di legge) siano solo una piccola percentuale (l’1,2% nel 2015, era lo 0,7% nel 2014), tra verdura, frutta e prodotti trasformati, la contaminazione da uno o più residui di pesticidi riguarda un terzo dei prodotti analizzati (36,4%).

Stop pesticidi, il dossier di Legambiente che raccoglie ed elabora i risultati delle analisi sulla contaminazione da fitofarmaci nei prodotti ortofrutticoli e trasformati, realizzati dalle Agenzie per la Protezione Ambientale, Istituti Zooprofilattici Sperimentali e ASL, è stato presentato a Roma e ha subito catturato l’attenzione dei consumatori.

Nonostante la crescente diffusione di tecniche agronomiche sostenibili, l’uso dei prodotti chimici per l’agricoltura in Italia rimane significativo. Sebbene la situazione tra il 2010 e il 2013 sia migliorata con un trend di diminuzione dell’uso pari al 10%, nel 2014 si è registrata una inversione di tendenza e il consumo di prodotti chimici nelle campagne è tornato a crescere, passando da 118 a circa 130 mila tonnellate rispetto all’anno precedente. In particolare, nel 2014, sono stati distribuiti circa 65 mila tonnellate (T) di fungicidi (10,3 mila T in più rispetto al 2013), 22,3 mila T di insetticidi e acaricidi, 24,2 mila T di erbicidi e infine 18,2 mila T di altri prodotti. Nel complesso, l’Italia si piazza al terzo posto in Europa nella vendita di pesticidi (con il 16,2%), dopo Spagna (19,9%) e Francia (19%), piazzandosi però al secondo posto per l’impiego di fungicidi.

In positivo, però, va segnalata la crescita delle aziende agricole che scelgono di non far ricorso ai pesticidi e di produrre secondo i criteri biologici e biodinamici, seguendo forme di agricoltura legate alle vocazioni dei territori, operando per salvaguardare le risorse naturali e la biodiversità grazie alla ricerca e all’innovazione. La superficie agricola biologica in Italia, infatti, tra il 2014 e il 2015 ha registrato un aumento del 7,5%.

“Lo studio presentato oggi – ha dichiarato la presidente di Legambiente Rossella Muroni – evidenzia in modo inequivocabile gli effetti di uno storico vuoto normativo: manca ancora una regolamentazione specifica rispetto al problema del simultaneo impiego di più principi attivi sul medesimo prodotto. Da qui la possibilità di definire “regolari”, e quindi di commercializzare senza problemi, prodotti contaminati da più principi chimici contemporaneamente se con concentrazioni entro i limiti di legge. Senza tenere conto dei possibili effetti sinergici tra le sostanze chimiche presenti nello stesso campione sulla salute delle persone e sull’ambiente. Eppure le alternative all’uso massiccio dei pesticidi non mancano. La crescita esponenziale dell’agricoltura biologica e delle pratiche agronomiche sostenibili sta dando un contributo importante alla riduzione dei fitofarmaci e al ripristino della biodiversità e alla salute dei suoli”.

“La terra, l’aria, l’acqua, il cibo, la salute sono di tutti, non solo di una categoria economica – ha dichiarato il presidente di Alce Nero Lucio Cavazzoni – Si tratta di un diritto fondamentale per una società civile, spesso celato da normative ipocrite che trascurano l’effettiva pericolosità della diffusione di tante molecole chimiche dannose. È dovere di tutti operare a 360 gradi per ridurre l’impatto della chimica di sintesi nell’ambiente e di cibi che possono recare danno alla salute: è tempo di passare ad azioni concrete per risultati concreti. L’importante termometro di Legambiente chiama tutti ad un’azione di responsabilità: non è sufficiente produrre cibo, si deve e si può produrre cibo sano, che nutra bene e sia buono per l’uomo e per l’ambiente. Che è la casa dell’uomo”.

Anche quest’anno, la quantità dei residui di pesticidi che le Agenzie per la Protezione Ambientale e Istituti Zooprofilattici Sperimentali hanno rintracciato nei prodotti da agricoltura convenzionale, nei prodotti trasformati e miele, resta elevata: salgono leggermente i campioni irregolari (1,2% nel 2015, erano lo 0,7% del 2014); mentre i prodotti contaminati da uno o più residui contemporaneamente raggiungono il 36,4% del totale, più di un terzo dei campioni analizzati (9608 campioni), in leggero calo rispetto al 2014 (41,2%). La percentuale di campioni regolari senza alcun residuo invece, in leggero rialzo rispetto al 58% del 2014, si attesta al 62,4%.

Tra i casi eclatanti, i già citati prodotti di provenienza extra Ue come il tè verde con 21 residui chimici e le bacche con 20, ma anche il cumino con 14 diverse sostanze, le ciliegie con 13, le lattughe e i pomodori con 11 o l’uva con 9 principi attivi.

Ancora una volta la frutta è il comparto dove si registrano le percentuali più elevate di multiresiduo e le principali irregolarità. Ma il massiccio impiego di pesticidi non ha ricadute significative solo sulla salute delle persone. Una maggiore attenzione deve essere rivolta anche alle ricadute negative sull’ambiente. Nuove molecole e formulati sono stati immessi sul mercato senza un’adeguata conoscenza dei meccanismi di accumulo nel suolo, delle dinamiche di trasferimento e del destino a lungo termine nell’ambiente. Occorre valutare meglio gli effetti in termini di perdita di biodiversità, di riduzione della fertilità del terreno, di accelerazione del fenomeno di erosione dei suoli. Per le sostanze su cui non esiste ancora un parere unanime del mondo scientifico sui rischi, come per il famoso Glifosato, dovrebbe valere il principio di precauzione e il divieto di utilizzo.

Tra le sostanze attive più frequentemente rilevate: il Boscalid, il Penconazolo, l’Acetamiprid, il Metalaxil, il Ciprodinil, l’Imazalil e il Clorpirifos, sostanza riconosciuta come interferente endocrino, cioè capace di alterare il normale funzionamento del sistema endocrino e dannoso per l’organismo.

I dati di Stop pesticidi sono il frutto delle analisi condotte dai diversi laboratori pubblici italiani. Come sempre, vale il principio del ‘chi cerca trova’ e così le maggiori irregolarità sono state riscontrate dai laboratori più zelanti, che conducono il maggior numero dei controlli (Lombardia e l’ottima Emilia Romagna) contemplando il più alto numero delle sostanze da ricercare. Mancano invece all’appello i dati della Calabria, che non ha fornito alcuna informazione, e della regione Toscana, che ha fornito i dati in maniera disaggregata, non assimilabile al resto del rapporto.

Nel complesso, uva, fragole, pere e frutta esotica (soprattutto banane) sono i prodotti più spesso contaminati dalla presenza di residui di pesticidi.

Circa un terzo dei campioni (30,1%) analizzati dal laboratorio del Lazio, contiene uno o più residui di sostanze attive. Si arriva a combinazioni di 21 residui in un campione di foglie di tè verde, di cui 6 superano il limite di legge (Buprofezin, Imidacloprid, Iprodione, Piridaben, Triazofos, Acetamiprid) e 14 residui in un campione di semi di cumino, di cui 9 superano il limite (Carbendazim, Esaconazolo, Imidacloprid, Miclobutanil, Profenofos, Propiconazolo, Tiametoxam, Triazofos, Acetamiprid).

Come già accennato, l’uva risulta tra i prodotti maggiormente contaminati: tutti i campioni (12) analizzati dai laboratori del Friuli Venezia Giulia presentano uno o più residui; in Valle d’Aosta si è registrata una irregolarità per superamento del limite ammesso di Clorpirifos, due campioni regolari con un residuo (Clorpirifos) e quattro campioni regolari ma con multiresiduo. In Liguria in un campione regolare sono stati rilevati fino a sette residui (Boscalid, Ciprodinil, Clorpirifos, Imidacloprid, Metossifenozide, Pirimetanil, Fludioxonil) mentre in Puglia si è arrivati anche a 9. Situazione simile anche in Sardegna, dove l’uva da tavola risulta essere sempre contaminata da più residui, in Umbria (multiresiduo in 6 campioni su 7) e Veneto, che registra la presenza di multiresiduo nel 62,5% dei campioni di uva analizzati.

In Emilia Romagna risultano contaminate il 46,1% delle insalate e l’81,6% delle fragole (multiresiduo), mentre spiccano per numero di molecole presenti contemporaneamente un campione di ciliegie e uno di uva sultanina ‘in regola’ con 13 e 14 principi attivi. 15 le irregolarità rilevate: 8 su pere locali e 7 nel comparto verdura. Cocktail di sostanze attive si trovano anche in Lombardia con due campioni di bacche provenienti dalla Cina con 12 e 20 residui, mentre irregolarità per superamento dei limiti massimi consentiti dalla legge sono state segnalate dal laboratorio abruzzese (per eccesso di Clorpirifos in 3 campioni di pesche). Anche la regione Sicilia presenta 6 campioni irregolari, uno nel comparto verdura (cereali) e cinque nel comparto frutta. La regione Puglia ha rilevato 20 irregolarità tra cui 6 su campioni di melograno provenienti dalla Turchia.

«Eppure, proprio l’agricoltura potrebbe rappresentare il più importante alleato per affrontare le attuali sfide ambientali e per lo sviluppo di una nuova economia – dice Legambiente – Il primo passo è il rilancio di buone pratiche agricole attente alla complessità dei processi naturali e soprattutto capaci di innovare e sperimentare nuove tecnologie. Il motore di questo cambiamento, che include anche la riduzione dei pesticidi, è l’agricoltura biologica, con le sue molteplici varianti, come l’agricoltura biodinamica. I criteri dell’agricoltura biologica permettono infatti di sostituire l’intervento chimico con l’utilizzo dei meccanismi naturali contribuendo alla difesa delle piante e al ripristino della fertilità dei suoli e della biodiversità. Ci sono poi prodotti innovativi, come i biofumiganti, biostimolanti e corroboranti e metodi di gestione – consociazioni, rotazioni, sovesci, semina su sodo, minime lavorazioni del terreno e diserbo meccanico – che riducono il rischio di malattie delle piante e che inducono negli anni effetti benefici sulla struttura del suolo, sulla sua capacità di ritenzione idrica e sulla salute delle piante. Governo e Regioni dovrebbero investire maggiormente in ricerca e formazione per sostenere con maggior forza questo processo di cambiamento che è stato avviato».

Fonte: www.ilcambiamento.it

Tratto da: www.coscienzeinrete.net

 

Come verificare se il pane che mangiamo contiene o no micotossine

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Come verificare se il pane che mangiamo contiene o no micotossine

Si tratta di un accorgimento semplicissimo. Ce lo illustra Saverio De Bonis, tra i protagonisti diGranoSalus, l’associazione di agricoltori del Sud Italia che si accinge a promuovere i controlli su tutti i derivati del grano. Il metodo per riconoscere se il pane è buono – che ognuno di noi potrà praticare in casa – ci tutela solo dalle micotossine. Per escludere l’eventuale presenza di glisofato e di altre sostanze bisognerà attendere le analisi più sofisticate. Ma eliminare, con un accorgimento semplicissimo, il pane con le micotossine è già un grande passo in avanti.

Ieri abbiamo iniziato ad aprire una ‘finestra’ sul mondo del pane. E l’abbiamo fatto ponendoci una domanda: che cosa c’è nel pane che mangiamo ogni giorno? Per una Regione come la Sicilia – dove la coltivazione dei cereali interessa una superficie che oscilla da 300 a 350 mila ettari – ci sembra una domanda obbligatoria. E lo è, in generale, per tutto il Sud Italia, dove la coltura del grano è molto diffusa, dalla Puglia alla Basilicata al Molise, per citare solo alcune Regioni.

Abbiamo già iniziato a ragionare sulla qualità del grano duro del Mezzogiorno d’Italia. Insieme con Saverio De Bonis, tra i protagonisti di GranoSalus – associazione che raccoglie tanti agricoltori meridionali attorno a un progetto di rilancio del grano duro del Sud d’Italia – abbiamo indicato ai consumatori dove poter trovare la pasta prodotta con grano duro delle nostre contrade, che, grazie al nostro clima caldo, è naturalmente priva di micotossine.

Questo è solo l’inizio di un percorso, perché GranoSalus avvierà i controlli su tutti i derivati del grano – pasta, pane, dolci, biscotti e via continuando – pubblicando i risultati delle analisi che verranno effettuate da organismi indipendenti. Controlli che riguarderanno non soltanto l’eventuale presenza di micotossine, ma anche di glisofato, di pesticidi, di metalli pesanti e via continuando.

In attesa che cominciano ad essere effettuate queste analisi siamo tornati a De Bonis per farci raccontare cosa possiamo fare, oggi, a proposito del pane.

“Per il pane – ci dice De Bonis – possiamo già fare molto senza bisogno delle analisi, che restano comunque importanti. Con il pane è già possibile, senza ricorrere ad analisi sofisticate di laboratorio, capire se è prodotto con farine buone”.

Ci spieghi. 

“Noi, dalle nostre parti abbiamo battezzato il nostro metodo la prova delle fettine di pane. La questione è molto semplice. Dobbiamo limitarci a conservare in un luogo asciutto due o tre fettine di pane. Se, dopo cinque-sei giorni, il pane indurito è rimasto bianco, beh, ciò significa che la farina con la quale è stato prodotto non contiene micotossine. Se invece, dopo alcuni giorni, sulle fettine di pane compaiono i funghi – per esempio la caratteristica colorazione verde – ebbene, quel pane è fatto con farine che contengono micotossine”.

Che fate quando questo si verifica?

“A me è successo. Mi sono recato dal negozio dove avevo acquistato il pane e ho fatto presente al titolare cos’era successo”.

E poi cos’è successo?

“Semplice: il fornaio ha cambiato farina e il pane adesso è buono”.

Quindi, se abbiamo ben capito, con la gobalizzazione dell’economia la farina cattiva scaccia quella buona. Ma se intervengono i consumatori con questo semplice accorgimento, la farina buona caccia via quella cattiva…

“Praticamente è così. Partendo dal basso possiamo migliorare la nostra alimentazione eliminando le storture che vengono imposte dalla globalizzazione dell’economia. Va precisato che questo accorgimento vale per le micotossine. Saranno i controlli e le analisi dettagliate a dirci se nelle farine – e quindi nei prodotti che derivano dal grano – potrebbero esserci altri problemi: penso al glifosato, ai metalli e ad altro ancora. Ma eliminare, con questo semplice accorgimento, il pane fatto con farine che contengono micotossine è già un grande passo avanti”.

Una curiosità: il grano e i cereali vengono anche utilizzati in zootecnia per l’alimentazione degli animali…

“La sua domanda apre uno scenario molto ampio. Certo, i cereali vengono utilizzati anche per l’alimentazione del bestiame”.

Questo significa che ci potrebbero essere problemi anche per la catena alimentare?

“Certo, però con una gradualità diversa. E con diversità di problemi tra Sud e Centro Nord Italia”.

Cioè?

“Nel Centro Nord Italia – con riferimento al latte – hanno un problema in più. Lì si utilizza il mais, che potrebbe contenere l’aflatossina, che è la più pericolosa per la salute umana”.

tratto da: http://curiosity2015.altervista.org/verificare-nella-nostra-casa-pane-mangiamo-contiene-no-micotossine/

VIDEO ALLUCINANTE – Ecco le porcherie contenute nel grano estero che arriva con le navi nei nostri porti. E queste porcherie ce le fanno mangiare…

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VIDEO ALLUCINANTE – Ecco le porcherie contenute nel grano estero che arriva con le navi nei nostri porti. E queste porcherie ce le fanno mangiare…

 

Un VIDEO illustra le ‘schifezze’ contenute nel grano che arriva con le navi. E poi ce lo fanno mangiare…

Ecco a voi il grano stivato nelle navi: “..oltre ad aver subito … trattamenti a base di antiparassitari, diserbanti e pesticidi, deve essere ripetutamente trattato durante il viaggio, per evitare la distruzione delle stesse granaglie ad opera di topi e infestazioni varie. Si può facilmente immaginare quali siano le caratteristiche biochimiche del prodotto che arriva sugli scaffali del supermercato e successivamente a contatto con la mucosa intestinale…”

Navi cariche di grano duro che arrivano in Sicilia, navi cariche di grano duro che approdano nei porti pugliesi. Se, da una parte, è vero che i controlli sembrano diventati un po’ più stringenti, è anche vero che le navi cariche di grano proveniente dal Canada, dall’Ucraina, dall’Australia e via continuando continuano ad arrivare a ritmo continuo.

Ma che grano arriva con le navi? Ce lo chiediamo, perché questo benedetto grano estero prima di arrivare nei porti italiani – soprattutto pugliesi e siciliani – rimane stivato per giorni e giorni, forse per settimane.

E’ buono il grano che arriva con le navi? Ecco la descrizione che ne fa Sara Farinetti, specialista in medicina interna:

“Dal 1992 l’Italia importa circa il 60% della farina dall’America settentrionale e dall’Ucraina. Solo apparentemente le caratteristiche organolettiche di queste farine sono uguali a quelle di produzione italiana perchè il grano deve viaggiare per lunghi periodi, stivato nelle navi o su treni merci. Quindi, oltre ad aver subito durante la coltivazione trattamenti a base di antiparassitari, diserbanti e pesticidi, deve essere ripetutamente trattato durante il viaggio, per evitare la distruzione delle stesse granaglie ad opera di topi e infestazioni varie. Si può facilmente immaginare quali siano le caratteristiche biochimiche del prodotto che arriva sugli scaffali del supermercato e successivamente a contatto con la mucosa intestinale”.

Dopo questi lunghi viaggi e questi ripetuti ‘trattamenti’, il grano duro arrivato con le navi è ‘pronto’ per finire sulle nostre tavole sotto forma di pasta, pane, pizze, farine, semole e via continuando.

Quali sono le condizioni del grano duro che arriva in Italia lo ha documentato bene la trasmissione televisiva Presa diretta in un sevizio del 2015 (SOTTO IL VIDEO).

Si parla non soltanto di Micotossine DON, ma anche di aflatossine, che, di solito, si trovano nel mais attaccato dai funghi.

Dopo aver visto le immagini e ascoltato le testimonianze sorgono, spontanee, alcune domande.

Perché in un mondo che ormai, a tavola, privilegia il km zero (gli abitanti di ogni Paese o Regione debbono, là dove possono, nutrirsi con cibi prodotti nel proprio Paese e, meglio ancora, nella propria Regione), giusto per il grano duro, bisogna ricorrere al grano duro canadese, che spesso contiene glifosato e micotossine DON o al grano duro ucraino, che potrebbe contenere radionuclidi?

Perché il grano duro prodotto nel Sud Italia – che come qualità è uno dei migliori del mondo – è il grano che costa meno al mondo?

Ogni anno, subito dopo la mietitrebbiatura, in Italia (soprattutto nei porti pugliesi e siciliani), cominciano ad arrivare navi cariche di grano duro – spesso di qualità scadente e in pessime condizioni – che perseguono due obiettivi: far crollare il prezzo del grano duro prodotto nel Sud Italia e, possibilmente, convincere gli agricoltori del mezzogiorno d’Italia a non coltivare più grano.

A chi giova tutto questo?

tratto da: http://www.inuovivespri.it/2017/09/19/un-video-illustra-le-schifezze-contenute-nel-grano-che-arriva-con-le-navi-e-poi-ce-lo-fanno-mangiare/

Torna il grano antico e il pane diventa più buono e più sano. Come quello dei nostri nonni…

 

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Torna il grano antico e il pane diventa più buono e più sano. Come quello dei nostri nonni…

Il pane che mangiamo oggi, di sicuro, non è il pane che mangiavano i nostri nonni, quello a base di farina del cosiddetto grano antico.

Abbiamo già spiegato in un  precedente articolo, come il nostro comune grano sia in realtà frutto di una ricerca genetica effettuata intorno agli anni ’60, ’70. Abbiamo visto come, ad esempio, in un’intervista il dott. William Davis abbia definito il grano moderno come un “veleno cronico perfetto”.

Questo perché le piante che abbiamo oggi contengono sostanze particolari, come ad esempio la proteina chiamata gliadina.

Secondo alcune teorie, la quasi “epidemica” diffusione della celiachia è causata proprio dalle graduali modifiche che il nostro ben noto cereale ha subito nel corso degli anni. Da un punto di vista puramente tecnologico, sembra che l’arricchimento della farina in glutine faciliti il lavoro di produttori di pane e pasta, ma comprometta le qualità organolettiche, funzionali e nutrizionali della materia prima.

Ed ecco che arriva una bella notizia.

In alcune zone dell’Italia sta soffiando un vento nuovo, un vento intenzionato a riportarci al passato, lontani dagli interventi di selezione e dalle modifiche genetiche effettuate dagli uomini. Ed è proprio all’interno di questo vento nuovo che sta trovando spazio la coltivazione del grano antico.

Sotto la dicitura grano antico sono raccolti tutti quei grani che non hanno subito interventi di selezione da parte dell’uomo e che non sono stati modificati geneticamente, rimanendo “originali”

Ma cosa sono e perchè consumare grani antichi?

I grani antichi altro non sono che varietà del passato rimaste autentiche e orginali, ovvero che non hanno subìto alcuna modificazione da parte dell’uomo per aumentarne la resa. Tra questi il più noto e diffuso è il canadese Kamut, ormai diventato un vero e proprio brand registrato e un business mondiale. Anche l’Italia, però, ha le sue varietà antiche da riscoprire.

Un esempio tra i più conosciuti a livello nazionale è il Senatore Cappelli ma ne esistono molti altri a seconda della regione di produzione. Esistono ad esempio il Saragolla, la Tumminia, il Grano Monococco, il Gentil Rosso, la Verna, il Rieti, ecc.

Tanti i motivi per cui bisognerebbe consumarli più spesso:

 

1) NON HANNO SUBÌTO ALTERAZIONI

I grani antichi non sono stati rimaneggiati geneticamente dall’uomoe per questo hanno una resa molto minore rispetto al più diffuso e moderno grano. Le loro spighe solo alte con sfumature scure e chicchi irregolari. Non vengono lavorati a livello intensivo e tutto ciò giustifica anche un prezzo di vendita più alto, a fronte però di un prodotto più sano e genuino.

2) SONO MENO RAFFINATI

I grani antichi vengono generalmente lavorati con la macinazione a pietra, la farina che si produce è quindi molto meno raffinata rispetto a quella prodotta con grano moderno. Grazie a questo tipo di lavorazione, infatti, si ha un prodotto che potremmo considerare semi-integrale, ovvero rispetto alle farine 0 o 00 si mantengono molto di più le proprietà nutrizionali presenti nel chicco.

3) HANNO MENO GLUTINE

La modificazione del grano moderno ha fatto sì che esso diventasse molto più ricco di glutine, con tutti gli svantaggi che ciò comporta per il nostro organismo. I grani antichi, invece, mantengono un rapporto più equilibrato tra presenza di amido e presenza di glutine, contenendo una percentuale minore di questa proteina di cui ultimamente tanto si discute.

4) SONO PIÙ LEGGERI E DIGERIBILI

La minore presenza di glutine all’interno dei grani antichi, rende la farina da loro prodotta e di conseguenza tutti i prodotti che vi si possono ricavare, molto più leggeri, digeribili e assimilabili di quelli realizzati con il grano moderno. I grani antichi sono adatti a tutti i tipi di preparazione e sono ottimi anche da integrare nell’alimentazione dei bambini.

5) EVITANO LO SVILUPPO DI INTOLLERANZE

La gluten sensitivity, ovvero la sviluppata sensibilità al glutine che si riscontra sempre più frequentemente negli ultimi anni, è probabilmente dovuta ad un consumo eccessivo del grano moderno ricco in maniera smisurata di glutine. Il vantaggio di utilizzare grani antichi, meglio ancora se variando la propria alimentazione con cereali senza glutine, scongiura o quanto meno allontana, la possibilità di sviluppare intolleranza al glutine. I celiaci invece, così come non possono consumare grano moderno, non possono neppure inserire grani antichi nella propria alimentazione.

6) SONO PIÙ BUONI E PREGIATI

I grani antichi hanno sfumature di odori e sapori che l’industriale grano moderno può solo sognare. Se fate in casa del pane con una farina ricavata da un grano antico (meglio se utilizzando pasta madre come lievito naturale) vi renderete conto della differenza. Inoltre, essendo il più delle volte frutto di piccole produzioni agricole, sono di qualità migliore e più pregiati.

7) SI AIUTANO I PICCOLI PRODUTTORI

La riscoperta dei grani antichi è merito soprattutto dei piccoli produttori agricoli che ogni giorno con coraggio affrontano la concorrenza del grande mercato e scelgono comunque di produrre grani di qualità anche se non sempre gli conviene. È per questo che vanno aiutati a sopravvivere, acquistando, anche se sono un po’ più costosi, i loro prodotti.

8) FILIERA CORTA

Acquistare grani antichi è un ottimo metodo per scegliere la filiera corta ed evitare di prendere prodotti che arrivano da chissà dove. Ovviamente, data la varietà dei grani antichi, è consigliato prediligere e acquistare quelli tipici del proprio territorio. Si può chiedere a degli agricoltori di zona qualche consiglio in merito.

9) TUTELA DELLA BIODIVERSITA’

Un discorso molto importante da fare è anche quello legato alla biodiversità. Acquistare almeno ogni tanto grani antichi significa tutelare la biodiversità del proprio territorio o di altre zone di Italia. Questi grani infatti, proprio perché i costi di produzione sono più elevati a fronte di una resa più bassa, rischiano di scomparire e ciò ovviamente sarebbe un vero peccato!

10) VALORE STORICO E CULTURALE

Accanto al valore della riscoperta di questi grani antichi in termini di biodiversità, altrettanto importante è cercare di continuare a farli vivere e crescere per il loro valore storico e culturale. Le popolazioni antiche si sostentavano prevalentemente con questi cereali che variavano da zona a zona a seconda delle condizioni ambientali. Un bel patrimonio da tutelare insomma, per non dimenticare mai l’origine delle nostre terre.

DOVE TROVARLI

I grani antichi, purtroppo, non sono sempre di facile reperibilità. Generalmente si trovano nei negozi di alimentazione biologica, nei mercati contadini, in alcuni alimentari molto forniti o specializzati in prodotti artigianali. Le alternative sono due: individuare sul proprio territorio un’azienda agricola che li produce e rifornirsi lì, oppure acquistare su internet. Ci sono vari siti dove troverete diverse possibilità per acquistare grani antichi, tra questi: Tibiona e BioLand.

 

fonte: varie dal web