Vaccini – Il Codacons si chiede: se sono così sicuri, perché c’è una legge dello Stato (la 210/92) che prevede il risarcimento dei danni?

 

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Vaccini – Il Codacons si chiede: se sono così sicuri, perché c’è una legge dello Stato (la 210/92) che prevede il risarcimento dei danni?

 

Se i vaccini sono sicuri perché la legge 210/92 prevede il risarcimento danni?

Se lo chiede il Codacons, che diffida l’Ordine dei Medici di Milano e chiede di non radiare la dottoressa Gabriella Lesmo.

Il Codacons, in data 19 ottobre e sul suo sito ufficiale, ha pubblicato una comunicazione. Ha diffidato l’ordine dei medici di Milano relativamente al procedimento aperto nei confronti della Dott.ssa Gabriella #Lesmo. Ha anche annunciato che, in caso di radiazione della Lesmo dal proprio ordine di appartenenza, procederà inevitabilmente con una denuncia per abuso di atti di ufficio. In attesa della decisione della Corte Costituzionale, attesa per il 21 novembre prossimo, nella quale si dirà se la legge Lorenzin sull’obbligo dei #vaccini ha violato la Costituzione, cerchiamo di capire meglio questa notizia.

Radiato chi solleva dubbi sui vaccini

Il Codacons difende la dottoressa che da anni sostiene che possa esistere una correlazione tra la somministrazione dei vaccini e le reazioni avverse dei bambini.

E non è la sola. In parlamento è stata aperta ad esempio un’interrogazione parlamentare a firma dell’onorevole Catalano con la quale si è chiesto al ministero della Salute di chiarire le relazioni tra somministrazione del vaccino Infanrix esavalente e numerosi casi di morte in culla. Chi è la dottoressa Lesmo? E’ un medico i cui titoli e la cui esperienza sono troppi lunghi da indicare qui. Per una visione completa del suo cv accademico e per gli articoli che scrive si rimanda al suo sito. Dallo stesso si evince che la dottoressa Gabriella Lesmo è un medico iscritto all’ordine di Milano, specializzata tra le tante cose in pediatria. Compie ricerche sulla tossicità ambientale e le relazioni con le malattie neurodegenerative più terribili che colpiscono i bambini, tra cui l’autismo. Come afferma il Codacons, la Lesmo e non solo, da anni solleva dubbi sulla sicurezza dei vaccini, ed è per questo, cioè per aver contestato l’utilità della legge Lorenzin, che ora rischia di essere radiata dall’ordine dei medici.

Se i vaccini sono sicuri, perché tante sentenze ne hanno riconosciuto il danno?

Evidentemente questa domanda se la sono posti in molti, dato che molte sono le famiglie che scelgono di non vaccinare i propri figli o addirittura di ritirarli da scuola come nel recente caso dell’home schooling in Val d’Aosta. E la perplessità che sostiene il Codacons si basa sull’esistenza di una legge, nello specifico la Legge 210/92. Tale legge prevede un possibile “indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati”. Aggiunge il Codacons: se queste correlazioni fossero assolutamente escluse, e l’obbligo di vaccino non può che partire da questa certezza nella sicurezza dei vaccini stessi, perché esiste questa legge? Tanto più che, scrive sempre il Codacons, sono oramai numerose le sentenze che al di la di ogni ragionevole dubbio, hanno riconosciuto determinati vaccini come causa di problemi riscontrati nei bambini vaccinati.

E’ alla luce di tutto ciò che il Codacons ha diffidato l’ordine dei medici di Milano a non radiare la dottoressa Lesmo. Seguiremo la vicenda.

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 fonte: http://it.blastingnews.com/cronaca/2017/10/se-i-vaccini-sono-sicuri-perche-la-legge-21092-prevede-il-risarcimento-danni-002100359.html?sbdht=_I3Y_-YFTPXRXmstcclk3PQfvK9v1KdBHK7IQWZQP9ENDp3U2WOZrFTrPw_3d5voz0_

Stop Glifosato anzi no. A che gioco gioca il governo italiano?

Glifosato

 

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Stop Glifosato anzi no. A che gioco gioca il governo italiano?

 

L’Italia dirà No al glifosato. Anzi forse dirà Sì a una nuova autorizzazione. Ma non per 10 anni come propone la Ue ma “di 5 anni”Euractiv, portale di informazione molto addentro alle questioni e agli equilibri politici di Bruxelles, cita fonti italiane vicine al dossier Glifosato che contraddicono le dichiarazioni dei ministri Martina e Lorenzin che hanno detto che il governo italiano voterà No alla proposta della Ue.

“L’Italia verso una licenza di altri 5 anni”

“La posizione dell’Italia in questo momento è per il No, ma il governo sta pensando al tempo necessario per adeguarsiQuindi, è possibile che possano sostenere un’estensione dell’uso dell’erbicida per altri cinque anni “, ha spiegato una fonte a Euractiv al Foro globale dell’alimentazione organizzata a Treviso.

Una posizione in linea con quanto dichiarato da Paolo De Castro, vicepresidente della Commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale: “Dobbiamo fidarci di quello che ci dicono le agenzie Ue (Efsa e Echa, ndr) e dobbiamo andare verso una più breve approvazione ad esempio di cinque anni“. E poi ha aggiunto: “Capisco che il ministro Martina si concentri su una posizione più vicina ai consumatori ma io sono all’Europarlamento, la situazione è diversa”.

Giovedì 25 ottobre si vota. (Forse)

Domani ci sarà un voto in plenaria al Parlamento europeo sulla posizione espressa giovedi della Commissione Envi che ha chiesto l’eliminazione del glifosato al massimo entro il 2020.

Giovedì invece saranno chiamati gli Stati membri a esprimersi sulla proposta della Ue sul rinnovo per altri 10 anni. È quasi sicuro che non ci sarà una maggioranza qualificata come chiesto dalla stessa Commissione e forse potrebbe invece consolidarsi – sempre che l’Italia mantenga la parola sul No – una minoranza (Francia più Italia) per bloccare il provvedimento. A quel punto la votazione dovrebbe aggiornarsi a novembre.

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/10/23/stop-glifosato-anzi-no-a-che-gioca-gioca-il-governo-italiano/27319/

Cibi raffinati: cosa sono realmente e perché mettono così tanto a rischio la nostra salute.

 

Cibi raffinati

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Cibi raffinati: cosa sono realmente e perché mettono così tanto a rischio la nostra salute.

 

Cibi raffinati: cosa sono e perché mettono a rischio la nostra salute

Spesso, sentiamo dire che gli cibi raffinati e trasformati sono nocivi per la nostra salute. Di raffinato, ad esempio, sul nostro blog abbiamo parlato della farina e di come, a parte alcune rare eccezioni, in commercio non ci sia nulla che richiami il vecchio grano e la vecchia farina prodotta dai nostri nonni.

In genere, gli alimenti trasformati e raffinati sono alimenti a base di farina biancazucchero raffinatograssi idrogenati che, a seguito del loro processo di produzione, non sono più al loro stato naturale, perché così trattati e riempiti di additivi e di altri prodotti chimici che perdono gran parte delle loro caratteristiche naturali.

Additivi alimentari e cibi raffinati

Alimenti trasformati o trattati contengono, ad esempio, gli additivi fosfati, sostanze aggiunte per conferire agli alimenti più sapore e per migliorarne consistenza e durata: aumentano infatti la percentuale di acqua trattenuta dai cibi.

Sono sostanze su cui ancora, purtroppo, non ci sono evidenze chiare e su cui, spesso, i pareri sono discordanti. Eppure, ad esempio, alcune ricerche hanno dimostrato come gli additivi fosfati possano rafforzare lo sviluppo di cancro al polmone. A sostenerlo, uno studio coreano e americano, condotto su animali da laboratorio e pubblicato sull’American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine.

Degli additivi alimentari, ad esempio, abbiamo parlato in un nostro precedente articolo in cui abbiamo stilato un elenco di quelli più pericolosi e più comunemente utilizzati nei cibi che consumiamo quotidianamente.

Junk food e indice glicemico

Non è tutto. Tra gli alimenti trasformati troviamo anche i cosiddetti “cibi spazzatura”, i junk food. Questi alimenti contengono alti indici glicemici, causa di una forte dipendenza dal cibo. Alimenti ad alto indice glicemico sono responsabili del sovrappeso e delle malattie a esso collegate: causano infatti una forte dipendenza dal cibo, stimolando una continua ricerca di appagamento che, nella maggior parte dei casi, sfocia nel consumo di merendine e altri snack salati.

Cibi con un maggiore indice glicemico sono i cereali raffinati, lo zucchero bianco, i dolci, le bevande zuccherate e molti degli alimenti confezionati presenti in commercio e contenenti carboidrati: come snack, biscotti, merendine, patatine in busta e bevande gassate.

Grassi idrogenati

Ancora, il discorso si può allargare ai grassi idrogenati presenti nei prodotti industriali. Sono contenuti in margarine, merendine alla crema, piatti già pronti, surgelati e prodotti da forno. Sono grassi artificiali, realizzati con particolari processi di lavorazione degli alimenti. Il motivo per cui vengono molto utilizzati nell’industria alimentare è perché gli alimenti trattati con queste sostanze hanno tempi di conservazione più lunghi. Un’alimentazione che prevede un consumo disattento di grassi idrogenati può rendere i vasi sanguigni meno flessibili e influire negativamente sulla pressione del sangue. Secondo alcune ricerche, infatti, un abuso può aumentare il rischio di malattie cardiovascolari.

La loro presenza è comunque sempre indicata in etichetta.

Difficoltà a concentrarsi

Anche se si hanno problemi a livello di concentrazione una delle cause potrebbe essere l’alimentazione e il consumo di junk food. Gli alimenti trasformati, abbiamo visto, hanno una grande quantità di zuccheri aggiunti e di grassi nocivi che agiscono negativamente sul nostro corpo. Sono cibi che influenzano anche la produzione di dopamina, una sostanza chimica importantissima per le nostre funzioni cognitive, per l’attenzione e per la memoria.

Alla fine, il concetto è semplice: 28 Per scegliere bene, basta prestare sempre attenzione alle etichette, conoscere il significato dei diversi codici e cercare di prediligere prodotti naturali, evitando cibi confezionati.

 

fonte: https://www.ambientebio.it/salute/rischi-salute/cibi-raffinati-cosa-sono-e-perche-mettono-a-rischio-la-nostra-salute/

Negli stati dove è legale il 25% dei malati di cancro sceglie di usare la cannabis

 

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Negli stati dove è legale il 25% dei malati di cancro sceglie di usare la cannabis

 

Negli stati dove l’uso medico della cannabis è legale, un malato di cancro su quattro sceglie di utilizzarla e quasi tutti cercano informazioni maggiori sulle sue proprietà terapeutiche. Questa la conclusione di una ricerca scientifica condotta nello stato di Washington (Usa) su 926 pazienti affetti da tumore.

Lo studio, condotto da una equipe di sette ricercatori presso il National Carcer Institute di Seattle, ha analizzato pazienti di entrambi i sessi di età compresa tra i 46 e i 66 anni, attraverso la somministrazione di una serie di questionari, allo scopo di verificare il tasso di utilizzo e di interesse riguardo alla cannabis tra i malati.

222 pazienti hanno dichiarato di aver utilizzato cannabis nell’ultimo anno. Tra questi, 193 ne facevano uso circa una volta a settimana, e 124 una o più volte al giorno. Non solo attraverso l’inalazione – che rimane comunque il metodo di assunzione più diffuso – ma anche attraverso l’ingestione di cibi a base di cannabinoidi.

Quanto alle motivazioni dell’utilizzo: la maggior parte dei pazienti ha dichiarato di utilizzare la cannabis per il trattamento del dolore, ma non mancano i pazienti che la utilizzano per contrastare i problemi di stomaco generati dai cicli di cura e per combattere lo stress che li ha colpiti dopo la scoperta della malattia.

Il 26% dei malati che utilizzano la cannabis ha affermato di ritenere che essa sia anche un farmaco direttamente efficace contro il cancro e di essere convinti che il loro tumore stia indietreggiando proprio grazie ai cannabinoidi.

Uno studio, per stessa ammissione dei ricercatori, condotto su numeri troppo piccoli per avere la pretesa di trarre conclusioni scientificamente certe, ma sufficiente per dimostrare ancora una volta come molti malati ritengano di ottenere benefici di vario tipo dall’utilizzo di cannabis.

Tra i 936 malati analizzati oltre il 75% ha richiesto di poter avere altre informazioni sulle qualità terapeutiche della cannabis, mostrando interesse ad un suo utilizzo. Frenato, a quanto pare, dalla scarsa inclinazione a fornire informazioni in merito da parte dei medici, anche negli stati dove la sua prescrizione è perfettamente legale. Meno del 15% dei pazienti ha infatti dichiarato di aver avuto informazioni sulla cannabis da parte dei medici; tutti gli altri si informano grazie ad amici, altri malati, parenti o media.

 

tratto da: http://www.dolcevitaonline.it/negli-stati-dove-e-legale-il-25-dei-malati-di-cancro-sceglie-di-usare-la-cannabis/

Reimpianto degli ulivi. Tutto quello che non dicono – una nuova truffa per gli agricoltori del Salento!

 

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Reimpianto degli ulivi. Tutto quello che non dicono – una nuova truffa per gli agricoltori del Salento!

 

Reimpianto ulivi. Ciò che non dicono

di Crocifisso Aloisi*

Non sappiamo come andrà a finire la storia dei reimpianti degli olivi salentini, una cosa però si può prevedere, anche a costo di sentirsi dire “sei un complottista”: chi auspica una riconversione olivicola del Salento, con il reimpianto di nuove varietà di olivi, non sta dicendo (oppure non sta facendo capire) cosa significa tutto ciò per i 60.000 proprietari di oliveti salentini.

Ci hanno raccontato, grazie ad un cortocircuito politico/mediatico, che la panacea di tutti i mali sono le cultivar resistenti (resistenti a cosa? al disseccamento o al batterio?), che permettono di introdurre l’intensivo e il super intensivo nelle nostre bellissime campagne (ma ancora per poco, sai come saranno belle estensioni di ettari di alberelli alti un paio di metri a pochissimi metri di distanza uno dall’altro?). Ora, a parte che ci sarebbe seriamente il rischio di uno sfruttamento ulteriore ed eccessivo di una risorsa preziosissima per il questo Territorio come l’acqua in falda (territorio caratterizzato da periodi di siccità cronica), nonché di un ulteriore stress ambientale dovuto all’uso di altra chimica per supportare una coltivazione intensiva, che si aggiungerebbe ad una situazione già fortemente compromessa (come testimoniano ciclicamente i vari report da parte delle Autorità Sanitarie sullo stato di salute del Salento), quello che non viene spiegato bene sono i seguenti quesiti:

1) dei 60.000 proprietari stimati, chi avrà veramente i requisiti per riconvertire i propri oliveti ? La sensazione è che saranno molto pochi coloro che si potranno avvantaggiare della possibilità di reimpianto: quelli che hanno i pozzi regolarmente censiti, chi avrà i mezzi per la raccolta meccanizzata.Soprattutto coloro che avranno denaro cash per acquistare le piante considerate ‘resistenti’. Quindi i soliti noti, qualche centinaio di soggetti su 60.000, le aziende strutturate e meglio agganciate con le associazioni di categoria

2) abbiamo sentito anche parlare di vitigni che potrebbero essere nuovamente piantati in Salento. Ora, a parte che chi vorrebbe questa soluzione è stato anche lo sponsor principale dell’eradicazione dei nostri vitigni dieci/quindici anni fa (le cui quote sono state spostate quasi tutte in Veneto Lombardia), invogliando i proprietari a disfarsi dei vitigni anziché aiutarli concretamente, non si capisce quali e quanto saranno queste quote che si potranno reintrodurre, quali regioni saranno disposte a cedere una parte delle quote di produzione. Quindi altro fumo negli occhi

3) a quanto pare le cultivar resistenti non sembrano poi tanto resistenti se si pensa che dopo vent’anni di coltivazione intensiva dovrebbero essere sostituite con nuove piante, quindi nuovi costi

4) la sottomisura 5.2 del PSR regionale approvato dall’UE, prevede un sostegno per il “ripristino di impianti arborei produttivi distrutti per misure adottate per contrastare Xylella fastidiosa”. Quindi per avere un aiuto occorre dimostrare di aver abbattuto almeno il 30 per cento dei propri alberi per “contrastare Xylella Fastidiosa” e, poiché siamo in zona dichiarata ‘infetta’, occorre dimostrare che tutto il 30 per cento è infetto da xylella? I costi per fare le analisi saranno a carico del proprietario? Questo non lo dicono esplicitamente. L’impressione è che, con il reimpianto, si creeranno le condizioni di un nuovo latifondismo: chi non ha la possibilità di agganciarsi al carrozzone (perché abbandonato a se stesso) e vede i propri olivi morire, sarà molto disponibile a (s)vendere la propria terra, che sarà appannaggio di chi ha gli strumenti e ha già fiutato l’affare.

È chiaro che questo comporterà uno stravolgimento profondo dell’agricoltura salentina, con risvolti negativi anche su turismo, salute e altri aspetti di natura sociale e culturale. La politica non compromessa, gli operatori del turismo, chi ha a cuore la salute del territorio, gli operatori dell’informazione non compromessi, dovrebbero dire la loro e non continuare a voltarsi dall’altra parte. E poi c’è la profonda contraddizione, l’ennesima di questa storiella xylella, che si autorizzano gli espianti prima ancora dei risultati dei 27 progetti finanziati dalla Regione Puglia sulla cura piuttosto che l’eradicazione. L’UE e molti politici locali, avrebbero fatto meglio ad attendere la conclusione di alcune di queste sperimentazioni prima di sponsorizzare lo stravolgimento delle campagne salentine. Evidentemente le pressioni fatte dalla stampa e la paura di restare fuori dal palcoscenico mediatico locale (strumento fondamentale per la politica con la ‘p’ minuscola) hanno avuto la meglio.

 

*Consigliere comunale con delega all’agricoltura di Galatone (LE). Ha aderito alla campagna Un mondo nuovo comincia da qui

 

fonte: http://comune-info.net/

Svezia, primo paese libero dal petrolio

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Svezia, primo paese libero dal petrolio

 

“Children should grow up in a toxin-free environment – 
the precautionary principle, 
the removal of dangerous substances 
and the idea that the polluter should 
pay are the basis of our politics”

Stefan Lovfen, primo ministro di Svezia

La Svezia vuole diventare la prima nazione del mondo totalmente fossil-free. L’ha annunciato il primo ministro Stefan Löfven alle Nazioni Unite.

Sono ambiziosi e ammirevoli: in concomitanza con gli imminenti incontri sul clima di Parigi (), la Svezia ha annunciato di voler accelerare il suo cammino verso le rinnovabili e contro i cambiamenti climatici. E così per il 2016 hanno stanziato ben 546 miloni di dollari solo per incentivare fonti non fossili nel paese.

In questo momento le fonti fossili generano il 20 per cento dell’elettricità del paese, il resto viene da un mix di fonti rinnovabili, in particolare dall’idroelettrico, e dal nucleare. Ma le centrali nucleari chiudono perché ormai obsolete e datate, e gli svedesi hanno deciso di non costruirne più di nuove. Sono le tre centrali di Ringhals 1 e 2 e Oskarshamn 2, la cui chiusura viene anzi anticipata. Ci si aspetta che le rinnovabili rimpiazzeranno il contributo energetico delle centrali chuise. E non solo: in Svezia hanno già chiuso centrali a carbone e addirittura uno degli aereoporti secondari di Stoccolma, il cui sito sarà trasformato in sito residenziate per persone a basso reddito. La Chalmers University of Technology ha già annunciato mesi fa il suo divestimento da fonti fossili.

Ma come funzionerà la transizione al fossil-free in questo paese di dieci milioni di persone, guidato da una coalizione fra verdi e social-democratici, con fabbriche e produttività da mantere? Si investirà di più in solare ed eolico, ricerca di base e infrastutture, in aumento dei servizi di trasporto pubblico, miglioramento dello stoccaggio di energia, di sistemi di isolamento terminco nelle costruzioni e una rete elettrica più efficente. A partire da adesso. Ad esempio già nel 2016 gli stanziamenti per il solare aumentano del 800 per cento. E gli investimenti non saranno solo in Svezia, ma anche con circa 40 milioni di dollari di investimenti in paesi in via di sviluppo per progetti “green“.

Lofven ricorda che alla base della sua politica c’é il principio di precauzione, l’idea che chi inquina paga e che nessun bambino merita di crescere in un ambiente tossico.

In realtà è da tanto che la Svezia segue la politica dell’energia green. Già dieci anni fa, nel 2005, il governo pubblicò “Making Sweden an Oil-Free Society” in cui si iniziava già a programmare verso una società green. Allora come oggi, gli svedesi non si sono dati una data, ma un obiettivo da perseguire, e sperano di essere leader ed esempio nelle rinnovabili nel mondo.

Sembra quasi una gara a chi nel mondo vuole liberarsi per prima dal petrolio – i vicini danesi per esempio hanno investito a lungo nell’eolico, generando quest’estate addirittura il 140 per cento della loro energia dall’eolico. La parte in eccesso è stata poi venduta a Svezia e Norvegia. L’Islanda già genera quasi il 100 per cento della sua energia dalle rinnovabili, in particolare il geotermico.

E in Italia? Matteo Renzi cosa annuncerà alle Nazioni Unite o agli incontri sul clima? Che vogliamo riempire l’Adriatico di trivelle? Che vogliamo fare buchi un po’ dappertutto, dal Veneto alla Sicilia? O che vogliamo fare tutto questo in barba alla volontà popolare?

di Maria Rita D’Orsogna*

* FISICA E DOCENTE ALL’UNIVERSITÀ STATALE DELLA CALIFORNIA, CURA DIVERSI BLOG. QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO ANCHE SU DORSOGNA.BLOGSPOT.IT. MARIA RITA HA AUTORIZZATO CON PIACERE COMUNE A PUBBLICARE I SUOI ARTICOLI.

fonte: http://comune-info.net/2015/10/svezia-primo-paese-libero-dal-petrolio/

Schiavi moderni: le catene non servono più

 

 

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Schiavi moderni: le catene non servono più

 

Non trovo sia cambiata molto nella sostanza la tratta degli schiavi. Negrieri bianchi che si arricchiscono portando via dall’Africa povera gente che altri delinquenti gli consegnano. Nella forma invece qualche cosa è cambiato, le catene non servono più: le persone si autoconsegnano ai negrieri e a volte li pagano anche dietro la promessa di una vita migliore. L’evoluzione delle dittatureè straordinaria. In Europa, dietro la promessa di una vita migliore hanno imposto ed impongono che si accetti il controllo sulle nostre vite attraverso la gestione del denaro, come se fosse l’unica cosa possibile. 
Siamo alle soglie di una nuova svolta epocale che finirà inevitabilmente con lasciare sangue sulle strade.

Chi crede di salvarsi perché appartiene alla fascia di servi privilegiati resterà deluso, così come chi chi indossa la maschera di chi sta dalla parte del giusto, perché indottrinato ed in alcuni casi idiota.
Tuttavia i giochi si decidono molto al di sopra delle nostre teste e quindi non c’è una soluzione concreta che possiamo adottare, se non quella di mantenere la consapevolezza necessaria quantomeno a permetterci di non essere partecipi, nei limiti del possibile, al consolidamento di un sistema che in ultima istanza mira al controllo delle nostre vite, allo scopo di trasformare tutti quanti nelle pedine di un domino nel quale siamo parte passiva.

Questo implica sforzi e rinunce; gli sforzi per impedire al mastodontico sistema che governa l’informazione di farci scambiare il palcoscenico per la realtà e le rinunce invece per non aggrapparci all’effimero con cui si tenta di sostituire i valori universali.

Non sarà un futuro semplice quello che ci si prospetta, ma per fortuna non siamo pochi a rendercene conto e la storia ci ha insegnato che prima o poi le dittature implodono e che in fondo, la razza umana è dotata di eccellenze che fanno tendenza, seppur minoritarie.
 Quelli che adesso possono essere scambiati per visionari, potrebbero essere riconosciuti illuminati e le piccole realtà indipendenti attraverso le quali si esprimono, baluardi di confine dove la realtà e la verità sono sopravvissute nitide e definite.
Restiamo di guardia. La verità soffre spesso, ma non muore mai.

 

fonte: http://www.dolcevitaonline.it/schiavi-moderni-le-catene-non-servono-piu/

14.000 anni di canapa italiana

 

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14.000 anni di canapa italiana

 

Proseguendo gli studi sugli aspetti storici delle piante psicoattive, e focalizzando ora l’attenzione sulla presenza della canapa in Italia, sono giunto all’elaborazione di una mappa, che presento in anteprima in questa sede, in cui ho riunito i più antichi ritrovamenti di questa pianta attestati dagli scavi archeologici. Le date presenti nella mappa sono da intendersi prima della nostra era (a.C.), ad eccezione di quelle indicate con “dc”, che sono evidentemente della nostra era.

Che la canapa fosse presente in Europa allo stato selvatico da molto tempo prima che l’uomo iniziasse a coltivarla, è confermato dalle analisi polinimetriche dei carotaggi ambientali (prelievi di campioni di suoli incontaminati dalle attività antropiche), e i dati più antichi, raggiungenti l’inizio dell’Olocene, sono per ora venuti alla luce proprio in Italia: nel lago di Albano, in provincia di Roma, con una datazione del 11.500 a.C., e nei fondali costieri dell’Adriatico centrale, con le prime datazioni all’11.000 a.C., in un tempo in cui il livello del mare era più basso di quello attuale (Mercuri et al., 2002); seguono la data del 9000 a.C. del Lago Grande di Monticchio (Potenza) (Huntley et al, 1996), e quella del 6800 a.C. nella regione del lago di Nemi (Roma) (Mercuri et al., 2002).

Quindi, la canapa è presente in Italia da almeno 13.500 anni, e ciò a discapito di quanto continuano a riportare diversi studiosi stranieri, ancora convinti che questa pianta sia stata portata dall’uomo dall’Asia in Europa in periodi posteriori. La realtà è che la canapa è presente da sempre, o per lo meno da un certo “sempre”, in Europa e nel Mediterraneo, così come in Asia.

Per i periodi successivi, siamo a conoscenza di ritrovamenti neolitici di polline di canapa in contesti perlopiù antropici, a indicazione di una sua probabile coltivazione. È il caso, ad esempio, del recente ritrovamento di polline di canapa in tre siti del Neolitico Medio (4500-4000 a.C.) dell’Emilia-Romagna, localizzati nelle aree attualmente occupate dai centri urbani di Piacenza (località Le Mose), Parma (via Guidorossi) e Forlì (via Navicella) (Marchesini et al., 2011-13), mentre in Lombardia la sua presenza è testimoniata a partire dal 5000 a.C. nei pressi di alcuni laghi: Annone (Lecco), Alserio (Como), Garda (Brescia), oltre al lago trentino di Ledro.

Per quanto riguarda l’Età del Ferro (periodo romano), un dato interessante riguarda una nave da guerra punica naufragata in Sicilia all’altezza dell’Isola Lunga, fra Marsala e Trapani, datata al II secolo a.C., e fra i cui resti sono venuti alla luce due ceste contenenti fusti di canapa. Le due ceste sono state rinvenute all’altezza della supposta cucina di bordo, e il contesto ha fatto ipotizzare che la canapa venisse impiegata come fonte psicoattiva dai marinai della nave (Frost et al., 1976). Si tratterrebbe quindi di uno dei rari indizi europei per quei periodi storici di una conoscenza e impiego della canapa per scopi inebrianti.

Un ulteriore dato significativo, di natura iconografica, riguarda un vaso di terracotta rinvenuto in una tomba etrusca a Cerveteri, datato all’VII secolo a.C. Il vaso è decorato con scene che riportano il mito greco degli Argonauti, e in una di queste sono raffigurati gli Argonauti che trasportano una lunga vela nell’atto di imbarcarla su una nave (Belelli, 2002-03). Su un lato della vela è presente la scritta kanna, che è stata interpretata dagli studiosi come una traslitterazione etrusca del termine greco kannabis, cioè canapa. La singolarità del reperto risiede nel fatto che anticipa di due secoli la più antica testimonianza scritta europea riguardante la canapa, che era sempre stata ritenuta quella riportata nel famoso passo sugli Sciti da Erodoto nel V secolo a.C. (Rix, 2002-03).

Altro dato interessante riguarda il ritrovamento di canapa a Pompei, con datazione al 79 d.C., che ho già presentato nel numero 64 di Dolce Vita

fonte: http://www.dolcevitaonline.it/14-000-anni-di-canapa-italiana/

14.000 anni di canapa italiana

La cannabis per i pazienti è praticamente introvabile, ma il governo distrugge quella prodotta a Rovigo!

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La cannabis per i pazienti è praticamente introvabile, ma il governo distrugge quella prodotta a Rovigo!

 

Non c’è cannabis per i pazienti e il governo continua a distruggere quella coltivata a Rovigo: solo nel 2016 ne sono stati distrutti 180 chilogrammi.

Oltre al danno, la beffa e di quelle che fanno più male. Mentre in tutta Italia si è scatenato l’allarme per la carenza di cannabis che era stata ampiamente preventivata, dovuta alla scarsità di importazioni e di produzione nazionale ed aggravata dal numero sempre minore di farmacie che ancora la distribuiscono a causa degli effetti combinati della multa del ministero della Salute e dell’obbligo di venderla a 9 eurorimettendoci già sulla materia prima, i pazienti italiani che la dovrebbero usare come farmaco per le proprie patologie, in maggioranza gravi e debilitanti, sono abbandonati a loro stessi.

Per molti l’unica soluzione rimane la stessa di 3 anni fa, prima cioè dell’avvio del progetto di produzione italiana di Firenze, che è la stessa di sempre: soffrire, oppure andare a cercare quello che dovrebbe essere il loro farmaco dagli spacciatori di strada con il rischio di acquistare cannabis di bassa qualità nel migliore dei casi e contaminata da porcherie di vario grado in tutti gli altri.

A Firenze a 3 anni dall’avvio del progetto ancora non si è ancora riusciti a far entrare la produzione a regime e ad allargare le varietà prodotte e distribuite che ad oggi sono ridotte ad una, la FM2, con THC e CBD. L’anno scorso ne sono dispensati circa 30 kg e la produzione annuale prevista all’inizio del progetto di circa 100 chilogrammi sarebbe dovuta passare a 300 kg. Sempre molto poca se paragonata ai 400 kg al mese prodotti da Israele l’anno scorso o ai 9 quintali distribuiti dal Canada nel 2016.

Una soluzione praticabile almeno per tamponare la situazione sarebbe appunto quella di utilizzare la cannabis prodotta a Rovigo al CREA-CIN. Qui infatti vengono prodotte le talee che vengono poi coltivate a Firenze, oltre a centinaia di altre piante di cannabis che vengono studiate con scopi di ricerca. Non si tratta di infiorescenze standardizzate, ma di materiale vegetale che potrebbe essere comunque utilizzato ad esempio per estrazioni, che potrebbero essere realizzate a Firenze o in altri laboratori pubblici, per essere poi distribuiti alle farmacie.

E’ un’opzione prevista dagli articoli 22, 23 e 24 della legge 309/90, che autorizzano il ministero della Salute a ritirare questi materiali e conferirli ad un’azienda autorizzata per riutilizzare i principi attivi. Fino ad oggi non è mai successo, speriamo che il Ministero, vista la situazione d’emergenza, prenda in considerazione l’opzione per quest’anno.

Mario Catania

 

fonte: http://www.cannabisterapeutica.info/2017/10/20/la-cannabis-per-i-pazienti-e-introvabile-ma-il-governo-distrugge-quella-prodotta-a-rovigo/

Come la cannabis sta terrorizzando le multinazionali del farmaco – Troppo efficace – Troppo economica. ..!

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Come la cannabis sta spaventando le multinazionali del farmaco

Secondo alcuni osservatori la guerra tra cannabis medica e medicina ufficiale è già in atto da tempo. Ed è nient’altro che l’ultimo capitolo di un contenzioso storico che da sempre oppone le medicine naturali alle multinazionali del farmaco. Prima della cannabis era toccata la stessa sorte per esempio alle vitamine o al magnesio, relegate nel recinto delle “cure alternative”: definizione che in buona sostanza equivale ad essere classificati come medicine “di serie b”, sulla quale poco si finanzia la ricerca, e poco si verificano i risultati.

Già alcune settimane fa avevamo analizzato questo tema, riferendovi di come la Fda (l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei farmaci) stesse procedendo perinibire le aziende produttrici di farmaci a base di Cbd (cannabidiolo, uno dei principali principi attivi della cannabis) dal pubblicizzare i propri prodotti.

Ora è una ricerca scientifica realizzata dall’Università della Georgia e pubblicata sulla rivista Health Affairs a fornire spunti decisivi per capire meglio il perché di tanto ostracismo verso le cure a base di cannabis. Secondo quanto riportato dai ricercatori americani, infatti, la progressiva regolamentazione dell’accesso alle medicine a base di marijuana rischia di comportare notevoli perdite economiche per le grandi aziende farmaceutiche.

Secondo i dati gli stati USA che hanno legalizzato la cannabis terapeutica hanno registrato un risparmio, su base annua, di circa 165 milioni di dollari. Questo perché i pazienti che, per il trattamento di disturbi come dolore, depressione, disordini del sonno, ansia, assumono cannabis medica rinunciano ai farmaci tradizionali, più costosi e talvolta meno efficaci.

Ma non è tutto. Secondo i ricercatori dell’Università della Georgia, infatti, se tutti gli stati americani approvassero l’accesso ai farmaci a base di cannabinoidi per tutte le patologie per le quali la ricerca scientifica ha già verificato i benefici apportati dalla cannabis, si potrebbe ottenere un risparmio di mezzo miliardo di dollari l’anno.

Una cifra molto consistente, che permetterebbe forte risparmi per molti malati e per i sistemi sanitari pubblici, ma che evidentemente andrebbe a danno di chi quei soldi riceve, cioè le case farmaceutiche.

 

fonte: http://www.dolcevitaonline.it/come-la-cannabis-sta-spaventando-le-multinazionali-del-farmaco/