Altroconsumo scopre la truffa delle auto elettriche – I modelli testati non arrivano a toccare il 60% dell’autonomia dichiarata!

 

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Altroconsumo scopre la truffa delle auto elettriche – I modelli testati non arrivano a toccare il 60% dell’autonomia dichiarata!

Test su auto elettriche. Per 3 modelli autonomia inferiore a quella dichiarata

Testati tre modelli: hanno un’autonomia nettamente inferiore a quanto dichiarato dalla casa automobilistica. Colpa dei test di omologazione, poco verosimili.

Nel 2016 sono state vendute nel mondo circa 504.000 vetture senza combustibile, con in vetta Cina e Stati Uniti. L’Italia pesa solo per circa l’1% del mercato europeo: nel 2016 da noi  vendute circa 1.400 auto (un po’ meno che nel 2015), cioè circa lo 0,1% del mercato delle auto italiano (indagine condotta dall’Energy&Strategy Group del Politecnico di Milano).

Uno dei principali motivi che frena l’ascesa dell’elettrico è il prezzo d’acquisto, ben più alto rispetto a vetture analoghe con motore a combustione: nella categoria “compatte” si tratta di 25mila euro contro 35mila euro. In più l’Italia è uno degli ultimi Paesi europei per quanto riguar­da l’incentivazione all’acquisto di auto elettri­che. Cosa che vanifica i vantaggi dell’elettrico rispetto all’auto a combustione: in uno scena­rio di utilizzo di 10-15.000 km all’anno, l’auto elettrica costa di più di quella a combustione.

Ma oltre alle difficoltà di scenario c’è il tema delle dichiarazioni da parte delle case automobilistiche non rispondenti alle reali performance delle auto: dal test realizzato da Altroconsumo in collaborazione con l’Automobile Club svizzero, su tre modelli di auto con solo motore elettrico nessun veicolo ha un’autonomia che arrivi a toccare il 60% di quanto dichiarato dalle case automobilistiche.

Le modalità del test sono descritte nel video e hanno coinvolto Opel Ampera-e, Nissan Leaf e Renault Zoe.

Le automobili sono state guidate in convoglio, in identiche condizioni di guida, su un percorso di 40 km, in parte in città, in parte extraurbano e in un tratto in autostrada, il tutto ripetuto tre volte.

Nelle condizioni del test, Leaf può percorrere un massimo di 144 km contro i 250 km dichiarati; Ampera-e 304 km invece di 520; Renault Zoe 232 km al posto di 400. Queste auto erano state omologate con il ciclo NEDC, un test su rulli (non su strada) poco realistico, che non prevede l’accensione del climatizzatore né la presenza di carico a bordo: insomma un’auto in vetrina, non su strada. La nuova procedura di omologazio­ne, entrata in vigore da settembre, dovrebbe migliorare l’affidabilità dei test.

C’è anche il rischio di rimanere con l’auto scarica senza riuscire a trovare una colonnina per rifornirla. In Italia, a differenza di altri Paesi europei, la diffusione di postazioni di ricarica non è certo capillare. Dall’indagine del Politecnico risulta che al mondo, a fi ne 2016, c’erano 1,45 milioni di punti di ricarica (+81% rispetto al 2015), di cui però solo il 13% sono postazioni pubbliche, mentre l’87% sono private (cioè quelle che i proprietari di auto elettriche mettono in casa propria per ricaricare la propria auto elettrica). I punti di ricarica pubblici in Italia sono in crescita (circa 1.750, ovvero +28% rispetto al 2015), ma sono meno del 3% di quelli europei.

Infine, c’è il problema dei tempi di ricarica: ci vogliono diverse ore se pensiamo di fare il pieno di elettricità a casa (quindi a 230 V, collegati a un impianto domestico da 2,3 kW). Il tempo di ricarica dipende anche dalla ca­pacità della batteria dell’auto (più è grande, più tempo ci vuole per riempirla). Installando nel box sistemi di ricarica a potenza maggiore si può risparmiare tempo, ma è necessario sostenere costi maggiori per l’impianto po­tenziato. Durante il rifornimento si disperde in media un 5-10% di energia.

I vantaggi nello scegliere un’auto elettrica sono diversi: la possibilità di circolare anche in zone a traffico limitato, di essere esenti dai blocchi del traffico, di avere sconti o esenzioni per il parcheggio su strisce blu. Diverse Regioni prevedono l’esenzione del bollo per i primi anni e sconti sull’Rcauto. Poi c’è l’impegno ecologico di guidare un’auto che non emette inquinanti almeno durante la guida, anche se l’energia con cui le si ricarica ha un impatto sulla produzione di CO2. Un recente studio di Transport&Environment conferma che le emissioni di CO2 dell’elettrico sono molto più basse, anche considerando la produzione delle batterie e il “mix energetico” (cioè quanta CO2 è emessa da ogni Paese per produrre elettricità). Resta il problema dello smaltimento delle batterie. E delle dichiarazioni non rispondenti al vero sulle performance delle auto.

 

fonte: https://www.altroconsumo.it/organizzazione/media-e-press/comunicati/2017/auto-elettriche-autonomia-inferiore-a-quanto-dichiarato

L’energia dalle onde potrebbe alimentare il mondo intero!

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L’energia dalle onde potrebbe alimentare il mondo intero!

Secondo molti esperti l’energia dalle onde potrebbe rappresentare la nuova frontiera delle energie rinnovabili. Occorre tempo ed investimenti ma l’energia che ne deriverebbe potrebbe soddisfare l’intera popolazione mondiale.

A forma di ciambella, di giganteschi serpenti, enormi palloni sommersi, i dispositivi in grado di generare energia dalle onde hanno “mille” forme diverse ma un fattore comune: sono in grado di trasformare l’energia cinetica del modo ondoso in energia elettrica. Una tecnologia ancora giovane ma con un potenziale in grado di soddisfare, secondo qualcuno,  il fabbisogno mondiale di energia.  Al largo dell’isola di Oahu nelle Hawaii, il Lifesaver sembra una sorta di ciambella di colore giallo che si muove seguendo il movimento delle onde; nonostante le sue sembianze il dispositivo è un concentrato di tecnologia, pieno di ingranaggi, cavi ed elettronica in grado di convertire il moto ondoso in energia.

Lifesaver (fonte: mdpi.com)

I dispositivi che generano energia dalle onde sono maturi?

Se l’energia eolica ha una laurea, l’energia dalle onde è ancora in prima elementare”. Con queste parole Luis Vega, direttore della Hawaii National Marine Renewable Energy Centre, esprime il grado di maturità del Lifesaver; ma se i risultati dovessero dare ragione a questa tecnologia ancora poco conosciuta e sfruttata, presto potremmo vedere schiere di dispositivi al largo delle nostre coste in grado di soddisfare il nostro fabbisogno energetico.  Attualmente non esiste il convertitore di moto ondoso perfetto, “esistono mille disegni diversi” afferma Reza Alam, ricercatore dell’University of California, Berkeley. “Non siamo ancora arrivati al punto in cui si è affermato un paradigma tecnologico dominante. Può darsi che non ce ne sia uno” aggiunge Ted Brekken, ricercatore della Oregon State University. Ogni “modello” ha un suo modo di produrre energia: il Lifesaver è basato su un generatore elettrico spinto dal movimento oscillante dei cavi che partono dal dispositivo e arrivano fino al fondo dell’oceano; il Pelamis wave power produce energia dalle onde grazie ad un sistema idraulico che si attiva grazie ai movimenti dei diversi segmenti di cui è composto; il CETO grazie al moto ondoso aziona una pompa che eroga acqua ad alta pressione che serve ad azionare una turbina idroelettrica in riva.
Non importa quale tecnologia venga utilizzata, ma una cosa è certa: l’energia dalle onde è una risorsa preziosa che potrebbe contribuire a ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili.

Pelamis wave power
I vantaggi ed ostacoli dell’energia prodotta dal moto ondoso

L’energia dalle onde presenta un vantaggio enorme rispetto all’energia solare o all’energia eolica: può essere sfruttata 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Le onde derivano indirettamente dal sole, la radiazione solare provoca un gradiente di pressione d’aria che origina vento che a sua volta, a contatto con la superficie del mare, produce le onde. Alam definisce l’energia dal moto ondoso come una “forma di energia solare molto densa”. Recenti studi dimostrano che ogni metro quadro di un  pannello solare riceve fra 0,2 e 0,3 kW di energia solare; ogni metro quadro di una pala eolica assorbe fra 2 e 3 kW. Ogni metro di costa della California potrebbe ricevere 30 kW di energia delle onde.
Negli Stati Uniti si stima che l’energia dal moto ondoso potrebbe produrre fino a 1.170 TWh all’anno, un terzo del fabbisogno energetico del Paese; è per questo che il DOE, Department of Energy, continua a stanziare fondi per spingere la ricerca su questa fonte di energia ancora poco sfruttata.
Nonostante il suo potenziale, l’energia dal moto ondoso presenta non poche difficoltà da un punto di vista tecnico. L’ambiente marino è un “territorio ostile”, vento, acqua salata ed onde violenti possono mettere a dura prova anche i sistemi più robusti. Anche solo per testare nuovi dispositivi è necessario l’utilizzo di navi ed apparecchiature subacquee che fanno lievitare il costo delle tecnologia. Probabilmente occorrerà ancora un decennio per avere convertitori di energia dalle onde efficienti ed economicamente sostenibili. Dobbiamo continuare ad investire nella ricerca se vogliamo porre fine all’utilizzo dei combustibili fossili.

 

 

fonte: http://www.green.it/l-energia-dalle-onde-alimentare-mondo-intero/

 

Centrali nucleari insicure, il rapporto di Greenpeace che vorrebbe aprire il dibattito, ma che nessuno ha il coraggio di rendere noto.

 

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Centrali nucleari insicure, il rapporto di Greenpeace che vorrebbe aprire il dibattito, ma che nessuno ha il coraggio di rendere noto.

Il rapporto “Security of nuclear reactors”, rilasciato in 7 copie da Greenpeace alle autorità di sicurezza francesi e belghe, identifica le aree di rischio per le centrali nucleari rispetto a possibili atti criminali. L’aspetto di maggiore preoccupazione evidenziato dal rapporto riguarda le piscine di stoccaggio del combustibileesaurito – le barre già utilizzate per produrre energia – che rappresenta la parte più pericolosa dei rifiuti nucleari e quella di maggiore difficoltà di gestione. Si tratta di piscine che devono essere costantemente raffreddate – le barre irraggiate sono calde – e dunque devono esser mantenute in funzione le pompe di circolazione dell’acqua e garantita la disponibilità di acqua.

Le analisi di sicurezza fatte all’epoca della costruzione degli impianti nucleari sottostimavano il rischio di malfunzionamento e, per questa ragione, le piscine di stoccaggio non sono protette da edifici progettati per confinare eventuali rilasci di radioattività. In una piscina di stoccaggio possono esserci 2 o 3 volte la quantità di barre di combustibile presente nel reattore e, essendo queste barre già “bruciate”, contengono un inventario radioattivo ben superiore a quello presente nel nucleo di un reattore.

Questo tema è emerso con particolare evidenza durante l’incidente di Fukushima nel 2011, quando le piscine di raffreddamento del combustibile esaurito hanno cominciato a rilasciare radioattivitàa causa della mancanza di corrente alle pompe di circolazione dell’acqua. Le analisi di rilascio di Cesio 137 nel caso di Fukushima hanno dimostrato che un incidente grave alle piscine di stoccaggio può potenzialmente coinvolgere un’area distante fino a 150 km dal sito, con quantità di radioattività superiori a quelle di un incidente a una centrale.

Il rischio di possibili attentati terroristici – dopo l’11 settembre 2011 – è stato invece considerato nella progettazione del reattore EPR a Flamanville – i cui lavori procedono ormai con anni di ritardo e miliardi di costi aggiuntivi – nel quale le piscine del combustibile esausto sono protette da una struttura di contenimento simile a quella del reattore. Ma così non è per tutti le altre centrali nucleari.

L’analisi di Greenpeace, condotta da sette esperti internazionali, ha approfondito sia il tema generale che i dettagli di un gruppo di impianti nucleari: le centrali francesi di Cattenom – dove si è svolta ieri l’azione dimostrativa di otto attivisti – BugeyFessenheim e Gravelines, oltre all’impianto di ritrattamento del combustibile nucleare di La Hague, e le centrali belghe di Doel e Thiange.

Il rapporto esplora gli scenari di possibili atti criminali e la realizzabilità concreta di attacchi mirati alle piscine di stoccaggio del combustibile irraggiato. Contenendo analisi di dettaglio sui siti sopracitati, il rapporto integrale è stato consegnato solo alle autorità di sicurezza nucleare e di polizia.

Per quanto il tema sia di ovvia elevata riservatezza, l’obiettivo di Greenpeace è stato quello di aprire un dibattito pubblico su un tema che riguarda la sicurezza di milioni di persone.

 

 

fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/13/centrali-nucleari-insicure-il-rapporto-greenpeace-vuole-aprire-il-dibattito/3912318/

La bomba ecologica di cui nessuno parla: nell’oceano un milione di tonnellate di acqua radioattiva proveniente da Fukushima.

 

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La bomba ecologica di cui nessuno parla: nell’oceano un milione di tonnellate di acqua radioattiva proveniente da Fukushima.

Nel Pacifico 1 milione di tonnellate di acqua radioattiva di Fukushima

Oltre sei anni dopo il disastro nucleare di Fukushima, il Giappone non ha ancora deciso come smaltire il milione di tonnellate di acqua radioattiva attualmente stoccata presso la centrale di Daiichi in 900 grandi serbatoi.

Secondo gli esperti che lavorano per il governo, si dovrebbe procedere a un rilascio graduale nel vicino Oceano Pacifico dopo aver effettuato un trattamento in grado di rimuovere tutti gli elementi radioattivi ad eccezione del trizio, che secondo loro è sicuro in piccole quantità.

Ma i pescatori locali temono che i consumatori non acquisteranno pesce catturato nell’area se ciò dovesse accadere, e la loro attività che sta ancora lottando per ripartire dopo lo tsunami, sarebbe ulteriormente danneggiata.

Gli ultimi test multipli hanno dimostrato che la maggior parte dei pesci catturati vicino a Fukushima sono sicuri da consumare. Ma giustamente la popolazione è ancora riluttante. Va detto anche che conservare a lungo l’acqua radioattiva nei serbatoi non è affatto sicuro visto che un altro terremoto o uno tsunami potrebbero provocarne una immediata fuoriuscita.

Ogni giorno la quantità di acqua radioattiva a Fukushima aumenta di 150 tonnellate.L’acqua di raffreddamento deve essere pompata nei reattori per evitare che si surriscaldino. Quindi filtra dalle camere di contenimento e si raccoglie nei serbatoi insieme all’acqua sotterranea che penetra attraverso le crepe negli edifici del reattore. A causa delle forti piogge, l’afflusso delle acque sotterranee aumenta in modo significativo, incrementandone il volume. Alla fine 210 tonnellate di queste acque possono essere trattate e riutilizzate per il raffreddamento dei reattori ma 150 tonnellate vengono messe nei serbatoi in attesa di conoscere la loro sorte.

Per ovviare al problema, la Tokyo Electric Power Co (Tepco), l’utility che gestisce l’impianto di Fukushima ha scavato dozzine di pozzi per pompare l’acqua freatica prima che raggiunga gli edifici del reattore e ha costruito un “muro di ghiaccio” sotterraneo di discutibile efficacia con il parziale congelamento del terreno attorno ai reattori.

Un altro panel governativo ha raccomandato l’anno scorso alla Tepco di diluire l’acqua fino a circa 50 volte e rilasciarne circa 400 tonnellate al giorno in mare, un processo che richiederebbe quasi un decennio prima di essere completato. Il rilascio di acqua triturica radioattiva è consentito in altre centrali nucleari.

Tra le possibili alternative c’è anche l’attesa. Si potrebbe rilasciare l’acqua dal 2023in poi, quando metà del trizio presente al momento del disastro sarà naturalmente scomparso. A quel punto bisognerebbe incrociare le dita e sperare che non si verifichino altri terremoti.

 

 

tratto da: https://www.greenme.it/informarsi/ambiente/25839-acqua-radioattiva-fukushima

Questa ragazza ha postato la sua immagine con il viso deturpato da un tumore della pelle su Facebook e ha salvato centinaia di persone. Hai il coraggio di farlo pure tu? E guarda che la faccia non è neanche la tua.

 

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Questa ragazza ha postato la sua immagine con il viso deturpato da un tumore della pelle su Facebook e ha salvato centinaia di persone. Hai il coraggio di farlo pure tu? E guarda che la faccia non è neanche la tua.

Questa ragazza ha postato un’immagine di lei con il viso deturpato su Facebook e ha salvato centinaia di persone

Secondo una ricerca, il post della giovane Tawny Dzierzek, ha convinto centinaia di persone a fare i controlli

“Ecco come appare un tumore della pelle“: così scriveva Tawny Dzierzek tre anni fa nella didascalia della sua foto, divenuta poi virale. Allora aveva 27 anni e l’immagine di quel volto giovane, deturpato dalle cure, aveva fatto il giro del mondo. Oggi il post è diventato oggetto di una ricerca, pubblicata su una prestigiosa rivista scientifica: gli studiosi si sono infatti accorti che proprio grazie a quello scatto centinaia di persone si sono convinte a fare dei controlli. Le ricerche su Google del tumore della pelle (e dei metodi per prevenirlo) sono aumentate addirittura del 162% dopo la pubblicazione del post.

È la stessa Tawny a ribadire l’importanza di quella foto: “Uno studio, pubblicato sulla rivista Preventative Medicine questa settimana, ha mostrato che le ricerche su Google per controlli per la prevenzione del cancro della pelle sono aumentati del 162% dopo questo post. Sono contenta che abbia avuto questo effetto e che sia riuscito a sensibilizzare su questi temi e sono molto felice del fatto che statistiche, studi e articoli abbiano contribuito a diffondere il messaggio a sempre più persone nel mondo. Fate i vostri controlli: se siete particolarmente preoccupati per qualcosa, controllatevi (oltre a fare gli esami annuali). Conoscete il vostro corpo meglio di chiunque altro, a volte le cose sono trascurate. Se sentite che qualcosa non va o che non è stato trattato nel modo giusto, richiedete dei test, dei follow-up o una seconda opinione. Se qualcuno ha bisogno di un po’ di motivazione per non rimanere steso nel lettino solare, eccola! Ecco come appare il trattamento per il cancro della pelle. Usate creme solari o abbronzanti spray. Imparate dagli errori altrui. Non lasciate che l’abbronzatura vi impedisca di vedere i vostri figli crescere. È la mia paura più grande, ora che ho un bambino di due anni”.

La giovane ha ripercorso il rapporto “malato” con la sua pelle: “Ho dato la massima importanza all’abbronzatura durante il periodo della scuola. Qualche volta facevo una lampada anche quattro volte a settimana. Sì, è eccessivo. Anche se non era la frequenza tipica. Lo facevo quando volevo essere abbronzata per un evento. La maggior parte delle volte comunque facevo una lampada una o due volte a settimana. C’erano anche settimane che non ne facevo alcuna. La prima diagnosi di cancro della pelle è arrivata a 21 anni. Ora che ne ho 27 ho avuto cinque volte un carcinoma basocellulare e due volte un carcinoma squamocellulare. Vado dal dermatologo ogni 6-12 mesi e di solito mi viene tolto un tumore ad ogni check up. Sono grata di non aver avuto mai un melanoma! Il cancro della pelle non riguarda solo e sempre i nei, solo uno di quelli che ho avuto ha riguardato un neo. Fate sì che ogni neo sospetto venga controllato. Il melanoma uccide, il non-melanoma sfigura (e può anche uccidere)”.

La ricerca ha mostrato che il post ha aumentato del 162% la ricerca di termini su Google come “pelle” e “cancro”. Quando la storia è esplosa, c’è stato un picco di ricerche dell’espressione “tumore della pelle”: in una settimana se ne sono contate fino a 229mila. “Abbiamo concluso – scrivono i ricercatori – che il post di un utente qualunque su un social network può davvero catturare l’attenzione pubblica e sensibilizzare quante più persone possibile su un tema, in questo caso la prevenzione del tumore della pelle”.

Inquinamento atmosferico: tutto il male che stiamo facendo ai bambini

 

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Inquinamento atmosferico: tutto il male che stiamo facendo ai bambini

Inquinamento atmosferico, è allarme bambini: quelli con meno di un anno di età che vivono in aree in cui l’inquinamento dell’aria è almeno sei volte superiore ai limiti stabiliti dall’Oms sono ben 17 milioni, 12 dei quali vivono in Asia.

È l’allerta lanciata dall’Unicef, secondo cui l’’inquinamento atmosferico può influenzare lo sviluppo del cervello nei bambini piccoli, danneggiare il tessuto cerebrale e minare lo sviluppo cognitivo, con implicazioni per tutta la vita.

L’analisi condotta dall’Unicef mostra come l’inquinamento atmosferico, così come nutrizione e stimoli non adeguati, oltre all’esposizione alla violenza durante i primi mille giorni di vita, possano avere un impatto sullo sviluppo della prima infanzia influenzando il loro cervello in crescita:

– le particelle di inquinamento ultrafini sono talmente piccole che possono entrare nel flusso sanguigno, viaggiare nel cervello e danneggiare la barriera emato-encefalica, che può causare neuro-infiammazione

– alcune particelle inquinanti, come il particolato ultrafine di magnetite, possono entrare nel corpo attraverso il nervo olfattivo e l’intestino e, a causa della loro carica magnetica, creano uno stress ossidativo, nota causa di malattie neurodegenerative

– altri tipi di particelle inquinanti, come gli idrocarburi policiclici aromatici (idrocarburi costituiti da due o più anelli aromatici quali quello del benzene fusi in un’unica struttura generalmente planare), possono danneggiare le aree del cervello che sono fondamentali per aiutare i neuroni a comunicare, la base per l’apprendimento e lo sviluppo dei bambini

– il cervello di un bambino piccolo è particolarmente vulnerabile perché può essere rovinato da un dosaggio minore di sostanze chimiche tossiche, rispetto al cervello di un adulto. I bambini sono anche molto vulnerabili all’inquinamento atmosferico perché respirano più rapidamente e anche perché le difese fisiche e le immunità non sono pienamente sviluppate.

Le sostanze inquinanti non solo danneggiano i polmoni in via di sviluppo nei bambini, ma possono compromettere permanentemente il loro sviluppo cognitivo e quindi il loro futuro – chiarisce dunque Anthony Lake, direttore generale dell’Unicef. Proteggere i bambini dall’inquinamento atmosferico significa salvarli, ridurre i costi dell’assistenza sanitaria, incrementare la produttività e creare un ambiente più sicuro e pulito per tutti”.

Cosa si può fare allora? Il documento delinea le misure urgenti per ridurre l’impatto dell’inquinamento atmosferico sui cervelli in crescita dei bambini, compresi i passi immediati che i genitori possono adottare per ridurre l’esposizione dei bambini in casa ai fumi nocivi prodotti dai prodotti del tabacco, dalle stufe per cucinare e dai riscaldamenti:

1. Ridurre l’inquinamento atmosferico investendo in fonti di energia più pulite e rinnovabili per sostituire la combustione dei combustibili fossili; fornire un accesso conveniente al trasporto pubblico; aumentare gli spazi verdi nelle aree urbane; e fornire migliori opzioni di gestione dei rifiuti per prevenire la combustione aperta di sostanze chimiche dannose.

2. Ridurre l’esposizione dei bambini agli inquinanti rendendo loro possibile di uscire durante le ore del giorno in cui l’inquinamento atmosferico è inferiore; usare maschere di filtrazione dell’aria opportunamente adatte in casi estremi; creare una pianificazione urbana intelligente in modo che le principali fonti di inquinamento non si trovino vicino a scuole, ospedali o cliniche.

3. Migliorare la salute generale dei bambini per migliorare la loro capacità di recupero. Ciò include la prevenzione e il trattamento della polmonite, la promozione dell’allattamento al seno esclusivo e una buona alimentazione.

4. Migliorare la conoscenza e il monitoraggio dell’inquinamento atmosferico. Ridurre l’esposizione dei bambini agli inquinanti e le fonti di inquinamento atmosferico inizia con la comprensione della qualità dell’aria che respirano in primo luogo.

Nessun bambino dovrebbe respirare aria pericolosamente inquinata – e nessuna società può permettersi di ignorare l’inquinamento atmosferico”, concludiamo con Lake.

Germana Carillo

 

 

fonte: https://www.greenme.it/informarsi/ambiente/25929-inquinamento-atmosferico-unicef

 

I cani fiutano i tumori prima che possano essere rilevati dalle analisi mediche.

 

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I cani fiutano i tumori prima che possano essere rilevati dalle analisi mediche.

I cani possono essere addestrati per fiutare il cancro prima che possa essere rilevato attraverso le analisi: lo studio choc sull’olfatto dei cani

Cani fiutano tumore prima degli esami medici: ecco Liù, il cane fiuta-tumori

I cani molecolari potrebbero essere  in grado, in futuro, di rilevare la presenza del cancro con il loro fiuto prima ancora che la patologia sia individuabile attraverso le analisi mediche.

La capacità dei nostri amici a quattro zampe di fiutare il tumore è stata confermata dal caso specifico di una femmina di pastore tedesco addestrata dall’Esercito italiano per rilevare i tumori in anticipo rispetto alle analisi mediche. Liù, infatti, è un caso singolare di cane addestrato per individuare, ancora prima che i sintomi si manifestino, il tumore alla prostata.

 

tratto da: http://www.affaritaliani.it/medicina/fiuto-del-cane-per-sconfiggere-i-tumori-prima-delle-analisi-mediche-514847.html?refresh_ce

Glifosato, la presa per i fondelli della Commissione Ue ai cittadini europei

 

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Glifosato, la presa per i fondelli della Commissione Ue ai cittadini europei

“Le feuilleton du glyphosate continue”. La soap opera del glifosato continua. Così le Monde nell’edizione di oggi commenta la risposta della Commissione europea finalmente arrivata ieri alla Ice di 1,3 milioni di cittadini europei che chiedevano #StopGlifosato. I nostri lettori conoscono bene la petizione, molti la hanno anche firmata dato che il Salvagente era tra i sostenitori. Quello che attendevano era la risposta, doverosa (anzi obbligatoria) della Commissione. Che è arrivata – come si direbbe a Roma – “dopo i fuochi”, ossia dopo la decisione del 27 novembre di rinnovare l’autorizzazione al glifosato per altri 5 anni.

E le argomentazioni sono sembrate ai più decisamente poco chiare. L’esecutivo di Bruxelles si è spesso limitato a contestare le preoccupazioni dei cittadini come “senza fondamento”.

Promesse vuote

Ha promesso il miglioramento della “trasparenza degli studi commissionati dall’industria e il rafforzamento della governance nella conduzione di questi studi” senza farci capire in che modo voglia raggiungere un obiettivo che proprio in questa vicenda ha mostrato di essere molto lontano da ottenere. Certo, ha promesso più soldi e prerogative all’Efsa, ma ha dimenticato di chiarire come intende ristabilire un clima di fiducia sull’agenzia, dopo i clamorosi casi di “copia-incolla” dai documenti Monsanto sulle relazioni che riguardano il glifosato.

E ha rimandato alla primavera del prossimo anno ogni spiegazione sulle misure che intenderebbe avviare.

Ridurre i pesticidi? Non è tra gli obiettivi

Ancora più elusiva la risposta alla terza domanda della Ice, quella che chiedeva di limitare l’uso di pesticidi nella Ue. Niente da fare, spiega la Commissione, questo obiettivo non è all’ordine del giorno.

“Ignorando le tre richieste della Ice, i regolatori europei sembrano aver dimenticato da chi hanno davvero ricevuto la loro legittimità: dai cittadini e non dalle aziende”, ha detto a Le Monde Angeliki Lysimachou, per l’associazione Pesticide Action Network Europe.

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/12/13/glifosato-la-presa-per-i-fondelli-della-commissione-ue-ai-cittadini-europei/29175/

Pesce spada: ancora una sberla all’Italia da Bruxelles: la nostra quota tagliata a favore di Marocco, Tunisia e Spagna. Ma quando se ne discuteva anziché battersi il Ministro Martina e il sottosegretario Castiglione erano assenti!

 

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Pesce spada: ancora una sberla all’Italia da Bruxelles: la nostra quota tagliata a favore di  Marocco, Tunisia e Spagna. Ma quando se ne discuteva anziché battersi il Ministro Martina e il sottosegretario Castiglione erano assenti!

 

Quote pesce spada: governo assente a Bruxelles è danno enorme per pescatori

“Il Ministro Martina si deve dimettere per manifesta incapacità. Ancora una volta i pescatori italiani prendono una sonora sberla da Bruxelles sulle quote pesca. I ministri dell’Agricoltura e della Pesca dell’Unione europea hanno raggiunto un accordo sulle quote del pesce spada e l’Italia esce ancora una volta penalizzata con una riduzione del 3% della quota di pesca per il pesce spada fissata attualmente a 3.736 tonnellate.

Anziché battersi come dei leoni a Bruxelles, il Ministro Martina e il sottosegretario Castiglione erano assenti. Le quote pesce spada sono state svendute dall’Ue a Marocco e Tunisia a livello mondiale (decisione presa dall’Iccat a fine novembre) e agli spagnoli a livello europeo. Il governo italiano non è in grado di difendere le quote pesca. Abbiamo presentato una interrogazione urgente alla Commissione europea in cui chiediamo “perché ha inserito nel Regolamento che stabilisce le misure di gestione, conservazione e controllo applicabili nella zona di convenzione Iccat (tra cui quindi il Mediterraneo) la vecchia raccomandazione ormai abrogata”. La Commissione ha completamente ignorato la nuova più favorevole all’Italia nonostante i solleciti da parte del Parlamento europeo.

Su questo tema l’Iccat ha fatto 2 raccomandazioni: una vecchia, la 13-04 che è stata inserita negli artt 23 e 24 del Regolamento (il pesce spada nn puó essere catturato in 2 periodi: dall’1 al 31 marzo e dal 1 ottobre al 30 novembre di ogni anno – le catture accidentali di pesce spada di taglia piccola non devono superare il 5% di catture totali) e una nuova che abroga la vecchia ovvero la 16-05 che invece stabilisce 1 solo periodo di fermo pesca (1 gennaio-31 marzo) e non stabilisce una percentuale tanto stretta per le catture accidentali.

Siamo alle solite. Con la complicità del governo italiano, ci stanno riducendo ad un mera infrastruttura a servizio degli interessi industriali della Germania, di quelli agroalimentari della Francia e degli interessi della pesca industriale spagnola. In Europa stiamo soccombendo su tutti i fronti. Le vittime sono i più deboli: migliaia di famiglie di pescatori che per centinaia di anni hanno portato avanti sostenibilmente, grazie a tecniche artigianali e non di grande scala, la cultura della pesca del pesce spada. Per loro nessun ministro, governo o coalizione di maggioranza sono riusciti a difendere la tradizione, il mestiere, l’identità marinara italiana.

Adesso ci troveremo a mendicare una ridistribuzione delle quote con scarse possibilità di successo. Nel frattempo le quote che saranno stabilite faranno aumentare il prezzo del pesce spada, come osservato con il tonno rosso, e così facendo pagheranno di più i consumatori. Oltre il danno, la beffa!”.

di Rosa D’Amato e Ignazio Corrao, Efdd – MoVimento 5 Stelle Europa. 

 

Milena Gabanelli – L’inchiesta shock di Report sui polli Amadori ed il terrificante video che proprio non volevano venisse trasmesso

 

Milena Gabanelli

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Milena Gabanelli – L’inchiesta shock di Report sui polli Amadori ed il terrificante video che proprio non volevano venisse trasmesso

Domenica 29/05/2016 RaiTre ha parlato di animali e antibiotici e tra le altre cose ha mostrato immagini molto sgradevoli da un allevamento in Emilia-Romagna

Nella puntata di domenica 29 maggio su RaiTre, la trasmissione Report si è occupata del caso dei batteri resistenti agli antibiotici e degli antibiotici in generale che assumiamo con il cibo: a volte anche senza saperlo, perché utilizzati in grande quantità negli allevamenti intensivi di animali. La giornalista Sabrina Giannini durante la trasmissione ha mostrato alcune brutte immagini che provenivano da un allevamento di Amadori in Emilia-Romagna in cui, tra le altre cose, si vede un addetto orinare dentro la struttura proprio vicino agli animali. Amadori è una delle principali aziende italiane nel settore avicolo.

Milena Gabanelli ha introdotto questa parte dell’inchiesta dicendo che anche tra i grandi allevatori possono esserci delle eccellenze: «Però, poi, vedi una cosa come questa e il minimo che ti puoi augurare è che sia solo un caso isolato». L’azienda Amadori aveva negato a Report la sua richiesta di visitare alcune strutture a scelta. L’associazione “Essere animali” aveva infatti segnalato diverse violazioni nelle norme sull’igiene e al benessere e Report voleva fare delle verifiche. Non è stato specificato quale sia l’allevamento coinvolto né come siano stati ottenuti i filmati. Amadori non ha ancora diffuso la propria posizione su quanto raccontato da Report.

«Amadori ha il suo quartier generale in Romagna, dall’alto sembrano case popolari, ma all’interno ci sono migliaia di polli che arrivano a fine vita reggendosi a fatica sulle zampe. Senza i farmaci miscelati all’acqua non sarebbe possibile tutto questo. Durante il recupero per il carico notturno verso il macello, gli addetti non usano buone maniere. Non sappiamo se questo sia consentito dal regolamento del cosiddetto benessere animale, forse neppure orinare dentro l’allevamento. Sono immagini distanti mille miglia dalla pubblicità di quel made in Italy che deriva per la gran parte dall’allevamento intensivo: 30 milioni di animali allevati da un lato e 1300 tonnellate di antibiotici dall’altro. Uno dei consumi più elevati d’Europa. Il totale è un giro di affari di 32 miliardi di euro l’anno per la produzione di carne e trasformati, a cui vanno sommati i fatturati delle case farmaceutiche».

il video ouoi vederlo QUI

 

La risposta di Amadori al servizio di Report

Dice che le immagini mostrate ieri da Rai 3 sono vecchie di sei mesi e che intanto quell’allevamento è stato ristrutturato

Nella puntata di domenica 29 maggio su RaiTre, la trasmissione Report si è occupata del caso dei batteri resistenti agli antibiotici e degli antibiotici in generale che assumiamo con il cibo: a volte anche senza saperlo, perché utilizzati in grande quantità negli allevamenti intensivi di animali. La giornalista Sabrina Giannini durante la trasmissione ha mostrato alcune brutte immagini che provenivano da un allevamento di Amadori in Emilia-Romagna in cui, tra le altre cose, si vede un addetto orinare dentro la struttura proprio vicino agli animali.

Amadori, una delle principali aziende italiane nel settore avicolo, ha risposto alla trasmissione di Report con un comunicato:

Cesena, lunedì 30 maggio 2016

Oggetto: precisazioni in merito al servizio di Report andato in onda su Rai 3

In seguito al servizio andato in onda su Report domenica 29 maggio su Rai 3, la nostra azienda è sconcertata per la visione assolutamente parziale e scorretta offerta dalla trasmissione rispetto al suo operato. Ritiene pertanto doveroso fornire una serie di precisazioni.

– Le immagini all’interno dell’allevamento di suini sono state girate oltre 6 mesi fa, in una struttura datata compresa all’interno di un piano aziendale di ristrutturazione e che già oggi è completamente ristrutturata. Le riprese hanno in oggetto principalmente un locale isolato rispetto al resto della struttura, destinato al ricovero di animali che hanno manifestato dei problemi, come la legge prevede per ogni allevamento. Sono quindi immagini che non rappresentano in maniera veritiera il nostro sistema d’allevamento.

– La presenza di topi in allevamento, specialmente nelle ore notturne, come evidenziato dalle immagini, è certamente un problema che impegna tutti gli allevatori: la nostra azienda investe notevoli risorse per mettere in atto piani di derattizzazione concordati e verificati regolarmente dalle ASL, ma è evidente che all’interno degli allevamenti di suini in piena campagna è difficile riuscire ad eliminare completamente la presenza di topi, anche se questo non ci impedisce di andare alla ricerca di metodi sempre più efficaci per ridurre al minimo il problema.

– Indagheremo e prenderemo provvedimenti rispetto all’episodio non conforme adottato dall’operatore all’interno dell’allevamento riportato nel servizio e riverificheremo le procedure di controllo messe in atto per evitare il loro accadimento. Il caso è assolutamente isolato: sottolineiamo che esiste un piano di formazione ampio e strutturato che coinvolge tutti gli oltre 1.300 operatori del settore zootecnico, che lavorano con gli animali lungo l’intera filiera.

– L’azienda ha attivato da anni un piano di investimenti significativo per rimodernare e ristrutturare gli allevamenti pre-esistenti, e adeguarli ai più recenti standard di benessere animale e di biosicurezza. Ribadiamo comunque che tutti gli allevamenti della nostra azienda rispettano le normative europee e italiane sul benessere animale, e sono sottoposti a controlli regolari effettuati da veterinari interni ed esterni all’azienda.

– Per quanto riguarda gli antibiotici, ricordiamo che la nostra azienda ricorre al loro uso solo a scopo curativo, mai preventivo, e solo nei casi ove sia strettamente necessario, individuati in accordo coi veterinari, secondo i limiti e i vincoli imposti dalla vigente normativa. In casi di utilizzo di antibiotico, gli animali vengono avviati alla macellazione solo dopo il superamento del “periodo di sospensione”, cioè il tempo necessario affinché il farmaco sia smaltito prima che l’animale venga avviato alla macellazione e quindi al consumo, condizione che viene puntualmente verificata dai veterinari pubblici, sia in allevamento, sia in fase di macellazione. In ogni caso, la nostra scelta è quella di allungare sempre il tempo di sospensione richiesto dalla normativa.

– Anche i risultati del Piano Nazionale Residui (PNR) del Ministero della Salute, piano di campionamento e analisi effettuato dalle Asl con lo scopo di verificare che i farmaci veterinari siano utilizzati correttamente secondo le norme nazionali e comunitarie, confermano che nelle produzioni zootecniche italiane non ci sono problematiche rilevanti per quanto riguarda residui di antibiotici pericolosi per l’uomo. Nella crescita dei nostri animali non utilizziamo antibiotici promotori della crescita: il loro utilizzo è vietato dal 1 gennaio 2006 su tutto il territorio europeo.

La nostra azienda, contrariamente a quanto emerso dal servizio, è in realtà una delle eccellenze nel settore zootecnico italiano, e ha preso impegni che vanno anche oltre a quanto richiesto dalla normativa. Ad esempio, il nostro piano di riduzione degli antibiotici negli ultimi 3 anni ci ha consentito di ridurne l’uso nella filiera pollo e tacchino di circa il 50%. Siamo i primi in Italia nell’allevamento di polli all’aperto, con oltre 100 allevamenti in Puglia, abbiamo scelto di ridurre volontariamente la densità negli allevamenti di polli, in alcune nostre linee. Abbiamo un piano di formazione ampio e strutturato rivolto a tutti gli operatori: a partire da gennaio 2014 sono oltre 230 i dipendenti che hanno ottenuto il patentino europeo per il benessere animale, rilasciato in seguito al corso di formazione organizzato in collaborazione con le Asl e le Regioni.

La redazione di Report è entrata all’interno degli allevamenti illegalmente, senza autorizzazione, ha contattato la nostra azienda solo dopo essere già entrata all’interno della proprietà privata: questa modalità di recupero di documentazione ci è sembrata fortemente scorretta e per questo abbiamo deciso di non rilasciare alcuna intervista. Avremmo volentieri affrontato queste tematiche con la redazione di Report, come facciamo regolarmente con chi ce lo chiede. Ma le modalità con cui sono state svolte le riprese, e l’impossibilità di intervenire in diretta, non ci hanno messo nelle condizioni di renderci disponibili in maniera fiduciosa.

Siamo sconcertati dalla visione assolutamente parziale e scorretta del nostro operato rappresentata da Report, pertanto valuteremo eventuali azioni.

La nostra azienda, dove tutti i giorni lavorano con impegno e passione oltre 7.400 persone, intende proseguire la propria attività in un’ottica di miglioramento continuo, di investimenti sul territorio e di attenzione al consumatore.

La Direzione aziendale