La stampa continua ad insinuare che la sigaretta elettronica fa male? La risposta la diede 4 anni fa il grande Umberto Veronesi: “Le lobby del fumo comprano i giornalisti”…!!

 

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La stampa continua ad insinuare che la sigaretta elettronica fa male? La risposta la diede 4 anni fa il grande Umberto Veronesi: “Le lobby del fumo comprano i giornalisti”…!!

 

Fanpage, 23 LUGLIO 2013

Veronesi sulle sigarette elettroniche: “Le lobby del fumo comprano i giornalisti”

Un nuovo studio conferma che le sigarette elettroniche più “pesanti” liberano solo un terzo della nicotina di una sigaretta tradizionale. Intanto lo stato è pronto a tassare del 58,4% e-cig e ricambi. Monta la protesta dei rivenditori.

SALUTE 23 LUGLIO 2013 13:23 di Redazione Scienze

Non si tratta della prima ricerca che assicura che l’e-cig fanno meno male delle “colleghe” tradizionali, ma ad ogni conferma scientifica i rivenditori di sigarette elettroniche hanno un argomento in più per contestare il provvedimento governativo. Da un lato una ricerca presentata a Napoli del laboratorio americano Arista, dall’altro il “decreto fare”. Secondo lo studio il rilascio di nicotina da una sigaretta elettronica “pesante” (contenente 16 milligrammi di nicotina per millilitro) è pari a 0.3 milligrammi di sostanza, ovvero un terzo di una sigaretta da 0,9 milligrammi (il massimo, per legge, è di 1 milligrammo). Un beneficio sulla salute pubblica che, secondo i rivenditori, è ignorato dal decreto fare, che prevede invece una tassazione del 58,4% su e-cig e ricambi.

Il valore delle sigarette elettroniche, secondo Umberto Veronesi, è comprovato dalla riduzione dei fumatori tradizionali, che da gennaio a marzo 2013 è costato allo stato 200 milioni di euro in meno di tasse. La protesta dei commercianti intanto va avanti e arriva alla piazza antistante Montecitorio, mentre sempre il noto oncologo spiega a Repubblica che “Ci sono studi ben documentati, due americani e uno catanese, che dimostrano come le e-cig aiutino a smettere di fumare […] Perché tanto accanimento contro le sigarette elettroniche? Le lobby del fumo comprano tutto: giornalisti, personaggi d’opinione”.

Un problema, tuttavia, c’è ed è legato all’assenza di una normativa riguardante le sigarette elettroniche. Oltre alla nicotina, infatti, è possibile che alcune ditte utilizzino prodotti dannosi nei propri liquidi. Alberto Ritieni, professore di Chimica degli alimenti presso la Federico II di Napoli, spiega che “i metalli rappresentano un serio pericolo e sono legati a un rischio per una serie di patologie anche piuttosto gravi. Sono considerati degli indicatori d’inquinamento ambientale e la normativa prevede limiti alla loro concentrazione nelle acque, nei cibi e nell’aria”.

Fonte: https://scienze.fanpage.it/veronesi-sulle-sigarette-elettroniche-le-lobby-del-fumo-comprano-i-giornalisti/

 

Dai mattoni agli scooter, ecco quello che si può fare con i residui di canapa!

 

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Dai mattoni agli scooter, ecco quello che si può fare con i residui di canapa!

 

Mattoni e scooter, ecco i materiali dai residui di canapa

Presentati a Bruxelles i risultati del progetto Multihemp

BRUXELLES, 17 NOV – Far avanzare la conoscenza scientifica sulla canapa per sfruttarne la versatilità per costruire materiali ‘verdi’ e alternative sostenibili alle fibre sintetiche. Questa è la filosofia del progetto Multihemp, finanziato dall’Ue e coordinato da Stefano Amaducci, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano, che ha partecipato alla infoweek del programma Horizon 2020, terminata oggi a Bruxelles. “Il progetto è iniziato nel 2012, si è concluso lo scorso aprile – racconta Amaducci – e ha raggiunto risultati tangibili”. Come innovativi materiali da costruzione a base biologica, tra cui un sistema di isolamento prodotto dal partner del progetto Ventimola. O i pannelli in fibra e i muri a base di canapa sviluppati dall’azienda italiana Cmf Technology di Modena. L’industria moderna della canapa, coltivata su 33mila ettari nell’Ue, è in pieno sviluppo. “La bioedilizia copre ormai il 16% dell’uso del canapulo, che è il residuo dell’estrazione della fibra”, prosegue Amaducci, mentre “il recupero degli scarti di trebbiatura vengono sempre più impiegati nell’industria farmaceutica e cosmetica”. La frontiera sono i biocompositi, materiali formati da resine e rinforzati da fibre naturali, per materiali di costruzione di automobili o scooter.(ANSA).

fonte: http://www.ansa.it/europa/notizie/agri_ue/innovazione/2017/11/17/mattoni-e-scooter-ecco-i-materiali-dai-residui-di-canapa_d17d1711-fef1-4dd7-a2d5-31d29e1abf05.html

Multihemp: il super progetto europeo per riscoprire la fibra di canapa

In Italia la canapa sta facendo la sua ricomparsa nei campi da nord al sud, con un mercato che si sta sviluppando in larga parte intorno alla lavorazione di canapa da seme per ottenere prodotti alimentari. Il valore aggiunto della pianta di canapa sta però nella fibra, considerata in passato come “l’oro verde”.

“La canapa è sempre stata una coltura da fibra, e l’industria europea è ancora oggi basata sul mercato della fibra”, racconta Stefano Amaducci, professore della facoltà di Agraria dell’Università del Sacro Cuore di Milano che ha coordinato Multihemp, un grande progetto finanziato dall’Unione Europea e conclusosi da poco. “Il seme in teoria sarebbe un co-prodotto ed i procedimenti industriali sono quelli che avvengono sullo stelo e sulla fibra”, continua a spiegare Amaducci specificando che: “Quello del seme è invece un mercato agricolo. Da due o tre anni l’incremento della superficie coltivata a canapa in Europa è però dovuto esclusivamente alla canapa da seme perché il mercato della fibra è rimasto uguale dal 2010”.

E così è nato Multihemp: 22 partner di cui 13 piccole e medie imprese provenienti da 11 Paesi europei, con il coinvolgimento anche della Cina con lo scopo “di avanzare la conoscenza scientifica necessaria per rinnovare ed espandere il mercato dei prodotti a base di canapa”. Un progetto biotecnologico, come ha evidenziato Amaducci, “incentrato sul tentativo di dare anche alla canapa quegli strumenti legati alle conoscenze genetiche e fisiologiche che permettono di avere un miglioramento genetico moderno, oltre ad aver sviluppato diversi prodotti ed applicazioni d’uso”.

Cos’è il progetto Multihemp?
E’ iniziato nel 2012 ed ultimato il 28 di febbraio 2017. E’ un progetto ampio finanziato dall’Unione europea con 6 milioni di euro a fronte di un costo totale di 8 milioni. Essendo un progetto di ricerca e sviluppo lo scopo principale è stato quello di avanzare la conoscenza scientifica necessaria per consolidare e rinnovare il mercato dei prodotti rinnovabili a base di canapa. C’erano un’ampia serie di obiettivi specifici, alcuni legati a destinazioni d’uso precise come prodotti che abbiamo sviluppato, anche se il progetto era incentrato più che altro sul dare anche alla canapa quelle conoscenze fisiologiche e genetiche che permettessero di fare un miglioramento genetico moderno. Chi oggi fa breeding con la canapa lo fa seguendo le procedure degli anni ’60, non ci sono marcatori molecolari o conoscenze fisiologiche particolari.

Un sistema d’isolamento basato su dei fiocchi di canapa, ideato per il nord europa dove sono presenti i doppi muri, con la possibilità di iniettare all’interno di questa doppia camera i diversi materiali. E’ un sistema che l’azienda partner Ventimola sta cercando di commercializzare, con un’altra azienda di produttori di canapa, Planet Chanvre, che ha costruito un impianto con tecnologia tedesca a nord di Parigi e che è interessata ad usare la fibra di canapa per questo sistema.
Altra applicazione è la realizzazione di pannelli a base di canapa e canapulo in particolare, che ha visto CMF Technology sviluppare lo spin off CMF Greentech azienda italiana che ha fatto l’upgrade industriale ed ha presentato il proprio impianto produttivo a Ecomondo a Rimini.
Poi abbiamo un’altra destinazione che è quella della fibra di canapa come rinforzo di materiali compositi dall’alto valore aggiunto e prodotti cosmetici: un’azienda spagnola Ctaex, che in realtà è un istituto di ricerca, ha realizzato una serie di prodotti a base di olio di canapa come creme, lozioni e shampoo. Invece con l’Università di York, che ha una piattaforma di bioraffineria, abbiamo provato a dare valore aggiunto ai sottoprodotti della lavorazione. Quando ad esempio si estrae la fibra dal canapulo rimane la polvere ed è stata valutata la possibilità di utilizzarla per produrre bioetanolo, oppure hanno fatto delle analisi sugli scarti delle acque di macerazione della canapa.
Abbiamo inoltre sviluppato la possibilità di utilizzare gli scarti della trebbiatura per estrarre cannabinoidi. E’ un dottorando di ricerca che sta seguendo il progetto dopo una prima pubblicazione.

E di cos’altro si è occupato il progetto?
Di aspetti fisiologici e genetici per cercare di migliorare la canapa ad esempio per la qualità della fibra. L’Università di York aveva già realizzato una varietà di canapa ad alto oleico in modo da aumentare la “vita” dell’olio di canapa. Può tornare utile perché la canapa coltivata in terreni inquinati dove non si può pensare a produzioni alimentari, la varietà alto oleico potrebbe essere molto interessante per destinazioni tecniche come ad esempio le bioplastiche o la fibra per materiale di rinforzo.
Abbiamo poi lavorato sull’individuazione di marcatori molecolari per poter fare il miglioramento genetico e capire quali fossero i geni legati a caratteristiche interessanti come la sensibilità al fotoperiodo, la qualità della fibra e cose di questo tipo.
Poi abbiamo valutato tutta la parte delle tecniche culturali come il livello di azoto, la densità piante, l’epoca di raccolta e di semina influenzassero la produzione e la qualità della fibra. Con l’Università di Brema abbiamo sviluppato un sistema per valutare la qualità: in tutti i settori legati alla fibra naturale, cotone a parte, ci sono poche modalità per stabilire i parametri della qualità della fibra con nuovi parametri qualitativi come la decorticabilità e l’efficienza con la quale riusciamo ad estrarre la fibra dalla pianta.

Secondo lei come inciderà questa ricerca sullo sviluppo della canapa italiana?
Questo progetto era maggiormente incentrato sulla fibra perché la canapa di base è sempre stata una coltura da fibra e l’industria della canapa, in Europa, è un’industria della canapa da fibra. Sullo stelo infatti c’è bisogno di vere e proprie lavorazioni industriali, cosa che non avviene per la canapa alimentare, che ha un mercato prevalentemente agricolo. In Italia oggi la canapa è essenzialmente una coltura da seme.

Il motivo è che non abbiamo le industrie che effettuano queste lavorazioni?
Sì, ma dobbiamo anche chiederci perché non abbiamo questo tipo di industrie. Dietro c’è un mercato della fibra stagnante, che non sta crescendo e rimane nella testa di chi crede che possa essere interessante. Oltre al fermento al quale stiamo assistendo nel nostro Paese, c’è bisogno che ci sia una crescita del mercato. Il mercato della fibra della canapa comprende la carta e poi quelli emergenti o più consolidati come quello del biocomposito per l’automobile e tessili tecnici. Il settore dell’automobile, quello più redditizio, è però legato a quelle poche aziende che la utilizzano ma che potrebbero ad esempio usare il kenaf o un’altra fibra, quindi è un mercato che stiamo difendendo e che non è in espansione. Visto che se ne parla da 20 anni io, da ricercatore, comincio a farmi delle domande. E’ da anni che si parla del mercato dei biocompositi come di un possibile “sleeping giant” un gigante addormentato in procinto di svegliarsi, ma alla fine c’è bisogno di un cambiamento anche a livello di consumatori che apprezzino la fibra naturale fatta in Europa e creino quel valore aggiunto che secondo me oggi la filiera dal basso non è in grado di creare.

C’è un possibile mercato tessile che unisca il made in Italy ad una fibra italiana?
Sì, senza ombra di dubbio. Il problema è come alimentarlo. C’è un mercato per la canapa tessile, il problema è che non c’è la canapa tessile.

E’ un cane che si morde la coda?
Paradossalmente c’è la fibra tecnica e tutti quelli che hanno impianti da canapa da fibra in Europa, viaggiano ad un livello di produzione inferiore alle capacità. Questo succede perché il mercato della fibra tecnica è quello. E quindi anche l’idea di fare un impianto da fibra è difficile da realizzare a meno che non si abbia già un mercato di riferimento, o un’idea di utilizzarla in un’applicazione costruendo un piccolo impianto mirato. Oggi bisogna fare uno sforzo per creare il mercato. Invece sul tessile il mercato c’è già e quindi vale il discorso opposto. Il problema è che la fibra che c’è oggi sul mercato è fibra tecnica. Il mercato tessile è un’idea che si può sviluppare dove il costo della manodopera è più basso anche perché è paradossale che la più grossa produzione per quantità e qualità di lino (fibra lunga) al mondo è in Francia, ma la fibra francese va in Cina. Inoltre in Italia nessuno parla di macerazione, che per la canapa tessile è un problema fondamentale.

Si era provato a meccanizzare la macerazione negli anni ’60?
Negli anni ’60, l’ultimo tentativo di salvare l’agonizzante canapa italiana fu quello di meccanizzare la macerazione in acqua. Venendo create delle macchine che mettevano gli steli di canapa in acqua e poi li tiravano fuori. Oggi sarebbe una cosa impensabile per i costi.

Quale potrebbe essere la soluzione?
Potrebbe essere quella della macerazione in campo facendo poi una stigliatura non lunga, per un fibra che possa essere cardabile come la lana.

Ed il futuro della canapa italiana come lo vede?
Lo vedo confuso, perché immagino che partiranno tanti piccoli progetti a livello regionale. Quindi vedo un futuro frammentato. Federcanapa, io faccio parte del Consiglio scientifico, potrebbe essere una realtà nazionale che si propone di coordinare le attività e le conoscenze. Forse con la nuova legge nascerà un progetto nazionale, perché se no il rischio è che ogni regione finanzi, per il fascino della canapa, piccoli progetti che poi vengono replicati, senza nessun tipo di coordinamento.

Mario Catania 

fonte: http://www.canapaindustriale.it/2017/04/29/multihemp-il-super-progetto-europeo-per-riscoprire-la-fibra-di-canapa/

 

Amazzonia ostaggio delle Multinazionali, ripresa a pieno ritmo la deforestazione!

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Amazzonia ostaggio delle Multinazionali, ripresa a pieno ritmo la deforestazione!

 

Dopo 10 anni riprende a pieno ritmo la deforestazione dell’Amazzonia, il più grande polmone verde del pianeta. A far rallentare l’abbattimento degli alberi erano state le denunce di numerose associazioni ambientaliste, a partire da quelle del movimento “Save the Rainforest“. Tutto vanificato, spiega il New York Times, dalla domanda delle grandi multinazionali, in particolare quelle della socia.

Pieno ritmo

In un anno, dall’agosto 2015 al luglio 2016, per la prima volta da oltre un decennio, nel bacino amazzonico del Brasile la deforestazione ha raggiunto i 2 milioni di acri, quasi 8.100 chilometri quadri, un territorio pari all’Umbria, contro gli 1,5 milioni di acri di un anno prima e gli 1,2 milioni di acri dell’anno precedente.

I numeri

La deforestazione avviene attraverso l’incendio delle foreste pluviali da parte dei proprietari terrieri, che preparano così la strada alla coltivazione intensiva del territorio, per poi rivendere i raccolti alle grandi multinazionali alimentari. Greenpeace da tempo denuncia il ruolo nella deforestazione delle tre grandi multinazionali della soia, Archer Daniels MidlandBunge e Cargill, che utilizzano i raccolti della distruzione della foresta amazzonica per produrre mangimi animali, destinati soprattutto all’Europa. Secondo il New York Times almeno 865.000 acri di foresta sono andati distrutti in media ogni anno dal 2011, un’area equivalente a oltre due volte l’estensione territoriale del comune di Roma. L’incremento della deforestazione, secondo i dati forniti Centro di documentazione e Informazioni boliviano, che osserva l’area coi satelliti, è salito da una media di 366.000 acri l’anno negli anni Novanta del secolo scorso ai 667.000 acri del primo decennio degli anni Duemila, concentrandosi soprattutto, al confine tra Brasile e Bolivia.

Sfruttamento

La deforestazione dell’Amazzonia non riguarda solo le aree legate alle grandi coltivazioni agricole ma anche quelle collegate allo sfruttamento minerario, a cui sono interessate le compagnie minerarie alla ricerca di oro, diamanti e niobo, un metallo raro impiegato nella produzione di acciaio inossidabile. Ieri la sezione brasiliana del Wwf ha denunciato l’intenzione dei parlamentari dello stato federale brasiliano dell’Amazonas, ai confini con Colombia e Venezuela, legati al Pmdb, il partito del presidente Michel Temer, di ripresentare un progetto di legge per ridurre l’entità di quattro riserve protette e cancellare completamente quella della riserva biologica di Campos de Manicore, smantellando così il provvedimento approvato nel 2016 dall’ex presidente Dilma Rousseff. Il testo è stato discusso dai parlamentari dell’Amazonas con Eliseu Padiho, controverso ministro della Real Casa del governo Temer, inquisito nell’ambito del processo sullo scandalo Petrobras. Se approvata, la nuova legislazione entrerebbe in vigore dal marzo prossimo e l’Amazzonia perderebbe oltre un milioni di ettari (10.000 chilometro quadri) di parchi protetti.

 

fonte: https://www.interris.it/primo-piano/amazzonia-ostaggio-delle-multinazionali-ripresa-a-pieno-ritmo-la-deforestazione

Il petrolio nell’Adriatico è una bufala propagandistica!

 

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Il petrolio nell’Adriatico è una bufala propagandistica!

L’ingegnere ambientale Deleonibus ne è certo: «scavare nei fondali dell’Adriatico e dello Ionio è pericoloso e le probabilità di estrarre petrolio sono scarse, come di scarso valore sarebbe il greggio estratto».

L’ingegnere Giuseppe Deleonibus che da tempo si batte contro le trivellazioni nell’Adriatico. È anche consulente del Comune di Polignano a mare (Bari), premiato nel 2015 con le 5 Vele di Legambiente, nonché uno dei paesi della costa pugliese interessato dalle nuove trivellazioni.

Stiamo diventando il Paese dei buchi. Si allunga a dismisura l’elenco dei decreti emanati dal ministero dell’Ambiente a favore dei petrolieri che vogliono effettuare “prospezioni geosismiche”per verificare la presenza di sacche di idrocarburi nel sottofondo del mar Ionio e nel mar Adriatico centrale e meridionale, specchi d’acqua immensi pari a tre volte l’Abruzzo. Le nove ispezioni autorizzate questo mese a favore delle compagnie Spectrum Geo, Northern Petroleum ed Enel Longanesi Developments saranno svolte con la tecnica dell’air gun, che potrebbe avere un pesante impatto sulla flora marina, tanto che questa pratica era stata contemplata nel disegno di legge sugli ecoreati approvato un mese fa, ma poi stralciata per volere del premier Matteo Renzi. Nel disegno di legge c’era scritto che chi utilizza l’air gun avrebbe rischiato tra uno e i tre anni di carcere.

Le amministrazioni locali, le associazioni ambientaliste e i comitati dei cittadini sono convinti che la decisione di ispezionare l’Adriatico e lo Ionio metterà a repentaglio non solo l’integrità delle coste e dell’ambiente marino, ma anche tutti gli sforzi e gli investimenti compiuti in questi anni per salvaguardare lo splendido patrimonio paesaggistico di quella parte d’Italia. Sono tanti infatti i Comuni della fascia costiera che anche quest’anno sono stati premiati con la Bandiera Blu o considerati degni delle 5 Vele di Legambiente, perché da tempo puntano sul turismo di qualità, unica occasione di crescita e di sviluppo, in una zona dove la crisi economica e la disoccupazione giovanile sono alle stelle. Vale la pena ricordare che l’Italia è il quarantanovesimo produttore di petrolio nel mondo, con pozzi di petrolio e di gas modesti, molto frammentati e spesso situati a grandi profondità oppure offshore, e che questo ha reso difficile sia la loro localizzazione che il loro sfruttamento. I giacimenti più importanti si trovano in Sicilia e nel suo immediato offshore, ricordiamo il giacimento di Ragusa (1.500 metri di profondità) o quello di Gela (scoperto nel 1956, ha caratteristiche simili a quello di Ragusa e si trova a 3.500 metri di profondità) e quello di Gagliano Castelferrato (scoperto nel 1960, produce gas ed è situato a circa 2.000 metri di profondità). Oltre a questi vi sono anche altri giacimenti nella parte orientale dell’isola e in quella occidentale. Ci sono poi, tra i più importanti, quelli dalla Val d’Agri, in Basilicata, e quello di Porto Orsini nell’Adriatico ravennate. Oggi, in Italia la produzione petrolifera si aggira intorno a 80.000 barili al giorno e la velocità di esaurimento corrente è del 3,1%. Nel 2011 sono stati estratti 40 milioni di barili (84% dalla terraferma), una goccia nel mare per il nostro fabbisogno, visto che oltre il 90% di greggio lo importato dall’estero.

Allora a chi conviene estrarre? Le norme italiane sulle attività petrolifere sono tra la più permissive al mondo e le compagnie lo sanno bene, visto che sono libere di perforare la terra e i fondali marini italiani con bassi costi e con tecniche considerate discutibili da scienziati e ambientalisti, vedi l’airgun. Attualmente sono centinaia le concessioni e più di mille i pozzi produttivi in Italia, tra terraferma e mare. Le royalties, quella quota di denaro che le compagnie petrolifere versano a Stato, Regioni e Comuni coinvolti nelle attività petrolifere, sono altissime ovunque, ma non in Italia, dove le compagnie petrolifere cedono solo il 4% dei ricavati per le estrazioni in mare e il 10% per quelle sulla terraferma. Un bel vantaggio per i petrolieri se si pensa che in Norvegia, ad esempio, primo produttore europeo di greggio, costringe le compagnie a cedere il 50% dei ricavati, al quale si aggiunge un’ulteriore tassa del 28%, che finisce in parte in un fondo pensionistico, a garanzia del welfare state. Non va meglio ai petrolieri in Danimarca, dove le royalties sono del 70%, mentre in Usa sono del 30% e in Inghilterra vanno dal 32 al 50%. Per non parlare delle tasse in Russia che arrivano all’80%, mentre in Alaska al 60% e in Canada al 45%.

Insomma, un’economia sporca che in Italia ha portato pochi benefici al territorio, un’occupazione limitata e infiniti lutti, per i lavoratori e per l’ambiente. Vicino alle aree industriali e alle raffinerie si vive male, tra la paura di incidenti, l’inquinamento ambientale e un preoccupante aumento di patologie tumorali. Un esempio su tutti: nella zona di Priolo, in Sicilia, il 35% dei decessi avviene per tumore, principalmente quello ai polmoni.

Vale la pena allora promuovere la ricerca del petrolio nei nostri mari? Ce lo spiega l’ingegnere ambientale Giuseppe Deleonibus, impegnato da tempo nella battaglia contro le trivelle e consulente tecnico del comune di Polignano a Mare, premiato quest’anno da Legambiente e Touring club italiano con le 5 Vele, nonché uno dei paesi della costa pugliese interessato dalle nuove trivellazioni. Ingegner Deleonibus, il ministero dell’Ambiente ha autorizzato di recente l’estrazione di petrolio nel mare Adriatico. Quanto e che tipo di petrolio è possibile trovare in quei fondali?

Ne vale la pena? Non vale assolutamente la pena estrarre petrolio dal nostro Adriatico. La probabilità di trovarlo nelle zone prospicienti le coste pugliesi è, ad esempio, del 17%. Qualora lo si trovasse, sarebbe di scarsa qualità. Questo è suffragato dal fatto che i pozzi attualmente in produzione, nelle stesse aree oggi oggetto di autorizzazione, producono un petrolio con un indice API poco superiore a 10, quindi un petrolio molto simile a un fango.

Con quale tecnica verranno effettuati i sondaggi nel fondale marino? La tecnica è l’air gun, bombe di aria compressa. Il principio di funzionamento di un air gun si basa su fenomeni di riflessione e rifrazione di onde elastiche, la cui velocità di propagazione dipende dal tipo di roccia e varia tra 1.500 m/s, pari a 5.400 chilometri all’ora e 7.000 m/s, pari a 25.200 chilometri all’ora. Tale metodica di ricerca è ufficialmente annoverata tra le forme riconosciute di inquinamento dalla proposta di Direttiva numero 2006/16976 recante gli indirizzi della strategia comunitaria per la difesa del mare. A ridosso degli air gun si possono misurare picchi di pressione dell’ordine di 230 dB e anche più, che danneggiano soprattutto i mammiferi marini.

Quindi è una tecnica pericolosa? La tecnica ha un impatto sui cetacei e sui pesci, come acclarato da ricerche scientifiche di livello internazionale. Il rumore degli air gun utilizzati per la ricerca di idrocarburi influenzano negativamente del 40-80% i tassi di cattura del pescato. Studi scientifici condotti sull’utilizzo di questa tecnica hanno dimostrato infatti che i pesci modificano il loro comportamento a causa delle onde emesse e la loro distribuzione spaziale risulta alterata. Inoltre, è stata evidenziata una riduzione della resa di pesca nelle aree in cui si svolgono le operazioni. Studi più recenti riportano come l’uso dell’air gun danneggia seriamente la fauna ittica presente per oltre 58 giorni e provoca la diminuzione del pescato anche del 70% in un raggio di circa 40 miglia nautiche. Le onde emesse e la fortissima alterazione del moto marino, poi, arrecano gravi danni ad alcune specie, in particolare ai mammiferi marini quali Misticeti, le balene, e Odontoceti, ovvero delfini, orche e capodogli, che dipendono dal senso dell’udito per orientarsi, per accoppiarsi e per trovare cibo.

Viene in mente lo spiaggiamento dei capodogli a Vasto, zone di trivellazioni….

Non ci sono prove inconfutabili che legano la morte dei capodogli di Vasto con l’uso degli airgun. Sandro Mazzariol del Cert, il Cetacean stranding Emergency Response Team dell’università di Padova, nato proprio per affrontare le emergenze spiaggiamenti, ha sostenuto che prima di stabilire il nesso tra spiaggiamento e ricerca petrolifera bisogna approfondire con indagini più mirate seguendo tutti gli 11 step del Protocollo messo a punto dopo gli avvenimenti del Gargano. C’è molta letteratura scientifica, però, che lega l’uso degli air gun a spiaggiamenti di cetacei o comunque a mutamento dei comportamenti di questi e altri animali marini. Come ben sostiene l’esperto di cetacei Guido Pietroluongo: “Lo stress è un pericoloso fattore che causa gravi danni alla fisiologia dei Cetacei, causandone anche la morte. Nella maggior parte degli episodi di spiaggiamento di Cetacei, i fattori di inquinamento acustico e ambientale, rappresentano costanti concause responsabili della morte di questi mammiferi marini”. Può esserci una correlazione, come qualcuno ha ipotizzato dopo il sisma in Emilia Romagna, tra trivelle e terremoti?

Attualmente non ci sono evidenze certe. Di contro qualcuno sostiene che ci siano legami tra il fracking, la tecnica che consiste nell’utilizzare un fluido iniettato ad alta pressione per creare e propagare una frattura in uno strato di roccia nel sottosuolo, e i terremoti. Dalle informazioni in mio possesso, però, sembra che in Italia questa tecnica non venga utilizzata. Certo è che a sostenere un legame tra fracking e terremoti c’è un approfondito studio realizzato dallo United States Geological Survey, l’agenzia scientifica del governo degli Stati Uniti che si occupa del territorio, delle sue risorse naturali e dei rischi che lo minacciano. Qualcuno ingiustamente ha legato il terremoto dell’Emilia Romagna alle trivellazioni: io sono con i geologi che sostengono che nessuna attività dell’uomo, come sondaggi, perforazioni, prelievi di idrocarburi, prelievi di acqua, possa creare o indurre terremoti di intensità pari a quelli avvenuti. La tecnica dell’airgun, che invece sarà utilizzata nell’Adriatico, era stata inserita tra i reati ambientali. Poi all’ultimo momento, per motivi di opportunità “politica”, la Camera l’ha stralciata dal disegno di legge. Oggi il governo l’autorizza per la ricerca del petrolio nel nostro mare. Non è una contraddizione, visto che ne aveva riconosciuto la pericolosità? Fosse l’unica contraddizione di questo e dei passati governi. Siamo in Italia, Stato in cui tutto èpossibile.

A livello internazionale, al G7 ad esempio, il governo si pone l’obiettivo di un futuro fatto di fonti rinnovabili, con una progressiva riduzione delle fonti inquinanti, come il petrolio. A livello nazionale invece lo stesso governo autorizza a trivellare. Come si spiega questa contraddizione? Un governo che si tiene in piedi grazie alle lobbies non potrà mai fare un torto alle stesse in favore di salute e tutela ambientale.

di Paola Pentimella Testa

 

fonte: https://indygraf.com/il-petrolio-nell-adriatico

L’Oréal, un impero nato all’ombra di Hitler

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L’Oréal, un impero nato all’ombra di Hitler

È importante conoscere il passato delle aziende che producono le cose che usiamo quotidianamente? È solo importante che i prodotti siano sani e che i lavoratori non vengano sfruttati oppure è anche importante come i proprietari di quelle aziende utilizzano i loro profitti?

di Franco Fracassi

«Liberare completamente la Francia da questi fermenti di corruzione che sono gli ebrei e i massoni». Era il 1941 quando fu lanciata questa parola d’ordine dal fondatore dell’azienda di cosmesi L’Oréal, Eugène Schueller, e da suo genero e successore in azienda André Bettencourt. Entrambi erano nazisti convinti. Entrambi erano antisemiti convinti. Entrambi collaborarono con i nazisti durante l’occupazione della Francia. Entrambi finanziarono con ingenti somme di denaro la deportazione degli ebrei verso i campi di concentramento. Entrambi uscirono illesi dalla seconda guerra mondiale, e con loro l’azienda di famiglia: L’Oréal.

Com’è possibile? A salvarli fu l’amico di André François Mitterrand. Colui che sarebbe diventato segretario del Partito socialista e, in seguito, per quattordici anni Presidente della Repubblica. Mitterrand era fascista come Schueller e Bettencourt. E come i due imprenditori si riciclò attraverso la Resistenza.

Una storia che appartiene al passato? Lo sarebbe, se non fosse per il libro scritto da Schueller: “La révolution de l’économie” (La rivoluzione dell’economia), divenuto nei decenni una delle opere di riferimento per il fascismo francese.

 

fonte: https://indygraf.com/loreal-un-impero-nato-allombra-di-hitler

Il pianeta soffoca a causa della deforestazione. Chi sono i principali responsabili? Sempre loro, le Multinazionali! Ecco quali…

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Il pianeta soffoca a causa della deforestazione. Chi sono i principali responsabili? Sempre loro, le Multinazionali! Ecco quali…

La deforestazione è un buon affare per pochi, circa 500 tra aziende, banche e governi, che sottraggono materie prime –bene comune– per poi rivenderle al resto del pianeta trasformate in merci. Un volume commerciale stimato in 1700 miliardi di dollari. Tanto deriva dalla gestione delle foreste del pianeta. Secondo l’osservatorio internazionale Forest 500 tutti insieme sono responsabili del 30% delle emissioni globali di CO2. «Ognuna di loro – spiegano gli analisti – potrebbe virtualmente eliminare il disboscamento tropicale, contribuendo a salvare il pianeta».

«È difficile immaginare che ci sono solo 500 attori che controllano il commercio mondiale di deforestazione, ma è vero», dicono quelli di Forest 500. E solo 7 su 400 multinazionali hanno dato avvio a blandi programmi di riduzione dello scempio di foreste. Più che altro operazioni di marketing, secondo gli studiosi più radicali. Gli altri, la stragrande maggioranza, continuano indisturbati ad abbattere alberi e gonfiarsi le tasche. In generale, stando al Global Programme Canopy, siamo sotto ogni standard utile a limitare le emissioni di gas serra nell’atmosfera.

In ballo c’è la sopravvivenza di interi ecosistemi -già molto compromessi- e di conseguenza anche il mantenimento di condizioni di vita accettabili nel prossimo futuro, un tempo molto più vicino di quanto immaginiamo. Legname, carne, soia, olio di palma, cuoio, carta e cellulosa. Sono solo alcune delle produzioni che ingrassano i conti di multinazionali e banche, restituendo ai nostri polmoni anidride carbonica, scioglimento delle calotte polari, inondazioni e ogni sorta di cataclisma metereologico.

Una manciata di aziende e banche (qui la lista), tra cui Danone Group, Nesltè, Ikea Group, Cargil, Agropalma, Kellogg, Johnson&Jhonson, L’Oreal, Adidas, Barilla Holding, H&M, Ferrero, Hsbc Bank (quella dei conti segreti in Svizzera), Banco Santander, Bnp Paribas, Goldman Sachs, Deutsche Bank, Bank of America (per citarne alcune), sono maggiormente responsabili del riscaldamento globale. Nei prossimi anni, dicono gli scienziati, le temperature potrebbero salire da 2°C (nelle previsioni più ottimistiche) fino a 6°C, con conseguenze ancora sconosciute.

La deforestazione oggi rappresenta una delle maggiori cause delle emissioni di gas serra nell’atmosfera. Un dato su tutti: il suolo delle foreste del pianeta preserva circa 500 miliardi di tonnellate di carbonio. Gran parte si trova nelle foreste pluviali tropicali. È una quantità enorme, «che supera l’intera massa dei carburanti bruciati in tutto il mondo negli ultimi cento anni», dicono gli analisti di Forest 500. «Indonesia e Brasile contribuiscono al 40% delle emissioni globali di CO2 determinate dalla deforestazione».

Peccato però che la popolazione di questi due Paesi contribuisce molto poco a questo scempio, pagando invece la sete di profitti della spicciolata di multinazionali che controllano il commercio mondiale.

 

tratto da: https://indygraf.com/deforestazione-selvaggia-500-aziende-controllano-il-commercio-mondiale

Erri De Luca – “La Monsanto ha brevettato la sterilità. Ci vendono un seme che cresce, fa il frutto e poi muore”

 

Erri De Luca

 

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Erri De Luca – “La Monsanto ha brevettato la sterilità. Ci vendono un seme che cresce, fa il frutto e poi muore”

 

La Monsanto ha brevettato la sterilità. Ci vendono un seme che cresce fa il frutto e poi muore.
E noi dobbiamo ricomprarlo. In natura invece quel seme avremmo potuto ripiantarlo infinite volte e avremmo sempre avuto il frutto. Questo porterà alla più grave perdita per l’umanità: la perdita della sovranità alimentare.
Ascoltate le parole di Erri De Luca intervistato a Indovina Chi Viene A Cena, Rai3

QUI il Video 

Erri De Luca – “La Monsanto ha brevettato la sterilità. Ci vendono un seme che cresce, fa il frutto e poi muore”

Come ci nascondono il biossido di titanio nei cibi, soprattutto quelli destinati ai nostri figli. E fa malissimo: è cancerogeno!

 

biossido di titanio

 

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Come ci nascondono il biossido di titanio nei cibi, soprattutto quelli destinati ai nostri figli. E fa malissimo: è cancerogeno!

 

L’Agenzia francese per la concorrenza, il consumo e le frodi ha trovato biossido di titanio in nanoparticelle non dichiarato in etichetta in 17 campioni di alimenti sui 19 testati. Le nanoparticelle sono state trovate in alimenti testati tra cui dolciumi, salse, spezie e condimenti per dolci e decorazioni: in tutti i casi si tratta di una violazione del regolamento del 2014 che prevede che sia espressamente indicata in etichetta la presenza di ingredienti in forme nanometriche.

“Incontreremo i rappresentanti delle imprese a breve per discutere questi risultati e decideremo se verranno intraprese ulteriori azioni per garantire il rispetto della regolamentazione comunitaria. i risultati di queste indagini saranno annunciati alla fine di quest’anno e saranno trasmessi alle autorità europee ” ha fatto sapere un rappresentante dell’Agenzia.

Il biossido di titanio (E 171) è usato come colorante alimentare bianco dai produttori, principalmente nei prodotti di pasticceria e prodotti da forno. E’ considerato un potenziale cancerogeno e per questo è uno di quegli additivi da evitare. Per sapere come orientarvi nel variegato mondo degli additivi non perdetevi il prossimo numero del Salvagente in edicola il 24 novembre.

 

 

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/11/17/come-ci-nascondono-il-biossido-di-titanio-nei-cibi/28241/

Un metodo geniale per convertire la bici in elettrica – Convertire la tua bici in elettrica non è mai stato così facile.

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Un metodo geniale per convertire la bici in elettrica – Convertire la tua bici in elettrica non è mai stato così facile.

Un metodo geniale per convertire la bici in elettrica

Convertire la bici in elettrica non è mai stato così facile. L’idea di un ingegnere britannico supera le difficoltà del settore e spopola su Indiegogo.

 

Spopola l’idea di un ingegnere britannico per convertire la bici in elettrica

 

(Rinnovabili.it) – «Il mio nome è Oliver, e sono orgoglioso di essere un ingegnere britannico». Si presenta così l’inventore del nuovo kit Swytch eBike, che permette di convertire la bici in elettrica con una facilità mai vista prima, e si applica a qualunque modello.

«Ecco come funziona – spiega nel suo video pubblicato su Indiegogo, il sito su cui ha già radunato donazioni per 87 mila dollari – Noi ti mandiamo una ruota nuova con un motore leggero incorporato, un sensore per i pedali, due per i freni, e una staffa da posizionare sul manubrio». Su questa staffa si collocano l’elettronica e la batteria, riducendo drasticamente i pesi e i tempi di montaggio dopo aver equipaggiato la bicicletta per la prima volta.

Solitamente, i kit di conversione sono pesanti (circa 8-10 kg), perché devono posizionare la batteria, il motore e l’elettronica all’interno della ruota. In tal modo, la pedalata è più difficile quando non si utilizza l’assistenza elettrica. Ma Swytch promette di eliminare il problema, inserendo la batteria e la parte elettronica in una scatola grande come quella di un comune binocolo del peso di 4 o 5 kg, a seconda del modello scelto. Il pacco si attacca sul manubrio, e nella ruota resta quindi soltanto il motore, fatto che consente di utilizzare la bicicletta in modalità standard con più facilità. Convertire la bici in elettrica con questo sistema, diventa un passaggio di pochi secondi.

 

 

Un pacchetto Swytch costa adesso circa 300 dollari, meno della metà del prezzo di vendita, che sarà di 650. Gli altri kit di conversione, generalmente, si collocano in una fascia più alta, tra i 1.000 e i 1.500 dollari.

La confezione da inserire sul manubrio, che contiene la batteria, ha davanti una luce e sopra un display che mostra la durata residua: l’accumulatore più leggero assicura una autonomia di 40 km, quello più pesante raggiunge gli 80.

Ecco il riscaldamento a BATTISCOPA… Tanti vantaggi, pochi costi e non solo…

 

riscaldamento

 

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Ecco il riscaldamento a BATTISCOPA… Tanti vantaggi, pochi costi e non solo…

 

Arriva il riscaldamento a BATTISCOPA… Ecco i vantaggi, i costi e non solo!

Tra novità che stanno sviluppandosi in questi ultimi anni, un ruolo molto importante lo sta avendo il riscaldamento a battiscopa. Ecco di cosa si tratta

Dapprima ci si scaldava con il fuoco, poi sono arrivate le stufette a legna… In seguito abbiamo avuto avuto i termo camini e poi l’avvento del pellet… Ma non solo!
Impianti a gasolio, gas ecc…*
Non si siamo fatti mancare proprio nulla insomma!
Ma ultimamente sta spopolando nuove tipologie di riscaldamenti, caratterizzati da radiatori a pavimento, a parete e a soffitto. TRA LE NOVITA’ ASSOLUTE EMERGE UN NUOVO SISTEMA DI RADIANTE:
IL RISCALDAMENTO A BATTISCOPA!

Una vera e propria innovazione che oltre a garantirvi il calore, potrà eliminare anche l’umidità dai vostri mori.
Tutto questo è possibile grazie al fatto che i tubi riscaldati che passano nel battiscopa,oltre ad irradiare calore nella stanza, lo emanano anche attraverso il muro. In questo modo potrete garantirvi pareti sempre asciutte e mai più fredde!
L’acqua impiegata per questa tipologia di riscaldamento a battiscopa è davvero minima e scorre all’interno delle tubature in rame il quale è presente nel battiscopa. Essa può raggiungere una temperatura di 45-60°C. Basti pensare he sono sufficienti 8 litri d’acqua per riscaldare un ambiente di 100 mq.

Inoltre dovete sapere:

  • La percezione del calore è così soddisfacente da permettere di regolare i termostati ambiente a temperature del 15% più basse con conseguente maggior risparmio energetico
  • Disponibile in molti colori, permettendone l’abbinamento in qualunque stanza.
  • Maggiore omogeneità di riscaldamento, tipica del sistema radiante
  • Possibilità di utilizzare gran parte delle pareti
  • Occupano poco spazio e non avrete il problema di collocare i caloriferi in zone specifiche o strategiche della casa.

esempio riscaldamento a battiscopa

Il battiscopa è davvero un elemento presente in ogni casa, dunque, in ogni stanza delle nostre abitazioni.
Grazie al riscaldamento a battiscopa potrete avere ambienti caldi con una temperatura costante, inoltre è anche di bell’aspetto.
Il battiscopa riscaldato ha una misura di 15 centimetri in altezza per 3 in larghezza.

DI SEGUITO VI MOSTRIAMO LA TABELLA CHE RIGUARDA LA RESA TERMICA DEL RISCALDAMENTO A BATTISCOPA

resa termica riscaldamento a battiscopa

Per saperne di più ed avere una prova visiva del suo reale funzionamento, ecco che vi mostriamo questo video interessante all’ interno del quale potrete trovare delucidazioni maggiori.
Vi verrà illustrato come viene applicato questo riscaldamento a battiscopa!
VEDERE PER CREDERE!

Riferimenti: http://www.expoclima.net

via Fatti dal Web