Il petrolio nell’Adriatico è una bufala propagandistica!

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Il petrolio nell’Adriatico è una bufala propagandistica!

L’ingegnere ambientale Deleonibus ne è certo: «scavare nei fondali dell’Adriatico e dello Ionio è pericoloso e le probabilità di estrarre petrolio sono scarse, come di scarso valore sarebbe il greggio estratto».

L’ingegnere Giuseppe Deleonibus che da tempo si batte contro le trivellazioni nell’Adriatico. È anche consulente del Comune di Polignano a mare (Bari), premiato nel 2015 con le 5 Vele di Legambiente, nonché uno dei paesi della costa pugliese interessato dalle nuove trivellazioni.

Stiamo diventando il Paese dei buchi. Si allunga a dismisura l’elenco dei decreti emanati dal ministero dell’Ambiente a favore dei petrolieri che vogliono effettuare “prospezioni geosismiche”per verificare la presenza di sacche di idrocarburi nel sottofondo del mar Ionio e nel mar Adriatico centrale e meridionale, specchi d’acqua immensi pari a tre volte l’Abruzzo. Le nove ispezioni autorizzate questo mese a favore delle compagnie Spectrum Geo, Northern Petroleum ed Enel Longanesi Developments saranno svolte con la tecnica dell’air gun, che potrebbe avere un pesante impatto sulla flora marina, tanto che questa pratica era stata contemplata nel disegno di legge sugli ecoreati approvato un mese fa, ma poi stralciata per volere del premier Matteo Renzi. Nel disegno di legge c’era scritto che chi utilizza l’air gun avrebbe rischiato tra uno e i tre anni di carcere.

Le amministrazioni locali, le associazioni ambientaliste e i comitati dei cittadini sono convinti che la decisione di ispezionare l’Adriatico e lo Ionio metterà a repentaglio non solo l’integrità delle coste e dell’ambiente marino, ma anche tutti gli sforzi e gli investimenti compiuti in questi anni per salvaguardare lo splendido patrimonio paesaggistico di quella parte d’Italia. Sono tanti infatti i Comuni della fascia costiera che anche quest’anno sono stati premiati con la Bandiera Blu o considerati degni delle 5 Vele di Legambiente, perché da tempo puntano sul turismo di qualità, unica occasione di crescita e di sviluppo, in una zona dove la crisi economica e la disoccupazione giovanile sono alle stelle. Vale la pena ricordare che l’Italia è il quarantanovesimo produttore di petrolio nel mondo, con pozzi di petrolio e di gas modesti, molto frammentati e spesso situati a grandi profondità oppure offshore, e che questo ha reso difficile sia la loro localizzazione che il loro sfruttamento. I giacimenti più importanti si trovano in Sicilia e nel suo immediato offshore, ricordiamo il giacimento di Ragusa (1.500 metri di profondità) o quello di Gela (scoperto nel 1956, ha caratteristiche simili a quello di Ragusa e si trova a 3.500 metri di profondità) e quello di Gagliano Castelferrato (scoperto nel 1960, produce gas ed è situato a circa 2.000 metri di profondità). Oltre a questi vi sono anche altri giacimenti nella parte orientale dell’isola e in quella occidentale. Ci sono poi, tra i più importanti, quelli dalla Val d’Agri, in Basilicata, e quello di Porto Orsini nell’Adriatico ravennate. Oggi, in Italia la produzione petrolifera si aggira intorno a 80.000 barili al giorno e la velocità di esaurimento corrente è del 3,1%. Nel 2011 sono stati estratti 40 milioni di barili (84% dalla terraferma), una goccia nel mare per il nostro fabbisogno, visto che oltre il 90% di greggio lo importato dall’estero.

Allora a chi conviene estrarre? Le norme italiane sulle attività petrolifere sono tra la più permissive al mondo e le compagnie lo sanno bene, visto che sono libere di perforare la terra e i fondali marini italiani con bassi costi e con tecniche considerate discutibili da scienziati e ambientalisti, vedi l’airgun. Attualmente sono centinaia le concessioni e più di mille i pozzi produttivi in Italia, tra terraferma e mare. Le royalties, quella quota di denaro che le compagnie petrolifere versano a Stato, Regioni e Comuni coinvolti nelle attività petrolifere, sono altissime ovunque, ma non in Italia, dove le compagnie petrolifere cedono solo il 4% dei ricavati per le estrazioni in mare e il 10% per quelle sulla terraferma. Un bel vantaggio per i petrolieri se si pensa che in Norvegia, ad esempio, primo produttore europeo di greggio, costringe le compagnie a cedere il 50% dei ricavati, al quale si aggiunge un’ulteriore tassa del 28%, che finisce in parte in un fondo pensionistico, a garanzia del welfare state. Non va meglio ai petrolieri in Danimarca, dove le royalties sono del 70%, mentre in Usa sono del 30% e in Inghilterra vanno dal 32 al 50%. Per non parlare delle tasse in Russia che arrivano all’80%, mentre in Alaska al 60% e in Canada al 45%.

Insomma, un’economia sporca che in Italia ha portato pochi benefici al territorio, un’occupazione limitata e infiniti lutti, per i lavoratori e per l’ambiente. Vicino alle aree industriali e alle raffinerie si vive male, tra la paura di incidenti, l’inquinamento ambientale e un preoccupante aumento di patologie tumorali. Un esempio su tutti: nella zona di Priolo, in Sicilia, il 35% dei decessi avviene per tumore, principalmente quello ai polmoni.

Vale la pena allora promuovere la ricerca del petrolio nei nostri mari? Ce lo spiega l’ingegnere ambientale Giuseppe Deleonibus, impegnato da tempo nella battaglia contro le trivelle e consulente tecnico del comune di Polignano a Mare, premiato quest’anno da Legambiente e Touring club italiano con le 5 Vele, nonché uno dei paesi della costa pugliese interessato dalle nuove trivellazioni. Ingegner Deleonibus, il ministero dell’Ambiente ha autorizzato di recente l’estrazione di petrolio nel mare Adriatico. Quanto e che tipo di petrolio è possibile trovare in quei fondali?

Ne vale la pena? Non vale assolutamente la pena estrarre petrolio dal nostro Adriatico. La probabilità di trovarlo nelle zone prospicienti le coste pugliesi è, ad esempio, del 17%. Qualora lo si trovasse, sarebbe di scarsa qualità. Questo è suffragato dal fatto che i pozzi attualmente in produzione, nelle stesse aree oggi oggetto di autorizzazione, producono un petrolio con un indice API poco superiore a 10, quindi un petrolio molto simile a un fango.

Con quale tecnica verranno effettuati i sondaggi nel fondale marino? La tecnica è l’air gun, bombe di aria compressa. Il principio di funzionamento di un air gun si basa su fenomeni di riflessione e rifrazione di onde elastiche, la cui velocità di propagazione dipende dal tipo di roccia e varia tra 1.500 m/s, pari a 5.400 chilometri all’ora e 7.000 m/s, pari a 25.200 chilometri all’ora. Tale metodica di ricerca è ufficialmente annoverata tra le forme riconosciute di inquinamento dalla proposta di Direttiva numero 2006/16976 recante gli indirizzi della strategia comunitaria per la difesa del mare. A ridosso degli air gun si possono misurare picchi di pressione dell’ordine di 230 dB e anche più, che danneggiano soprattutto i mammiferi marini.

Quindi è una tecnica pericolosa? La tecnica ha un impatto sui cetacei e sui pesci, come acclarato da ricerche scientifiche di livello internazionale. Il rumore degli air gun utilizzati per la ricerca di idrocarburi influenzano negativamente del 40-80% i tassi di cattura del pescato. Studi scientifici condotti sull’utilizzo di questa tecnica hanno dimostrato infatti che i pesci modificano il loro comportamento a causa delle onde emesse e la loro distribuzione spaziale risulta alterata. Inoltre, è stata evidenziata una riduzione della resa di pesca nelle aree in cui si svolgono le operazioni. Studi più recenti riportano come l’uso dell’air gun danneggia seriamente la fauna ittica presente per oltre 58 giorni e provoca la diminuzione del pescato anche del 70% in un raggio di circa 40 miglia nautiche. Le onde emesse e la fortissima alterazione del moto marino, poi, arrecano gravi danni ad alcune specie, in particolare ai mammiferi marini quali Misticeti, le balene, e Odontoceti, ovvero delfini, orche e capodogli, che dipendono dal senso dell’udito per orientarsi, per accoppiarsi e per trovare cibo.

Viene in mente lo spiaggiamento dei capodogli a Vasto, zone di trivellazioni….

Non ci sono prove inconfutabili che legano la morte dei capodogli di Vasto con l’uso degli airgun. Sandro Mazzariol del Cert, il Cetacean stranding Emergency Response Team dell’università di Padova, nato proprio per affrontare le emergenze spiaggiamenti, ha sostenuto che prima di stabilire il nesso tra spiaggiamento e ricerca petrolifera bisogna approfondire con indagini più mirate seguendo tutti gli 11 step del Protocollo messo a punto dopo gli avvenimenti del Gargano. C’è molta letteratura scientifica, però, che lega l’uso degli air gun a spiaggiamenti di cetacei o comunque a mutamento dei comportamenti di questi e altri animali marini. Come ben sostiene l’esperto di cetacei Guido Pietroluongo: “Lo stress è un pericoloso fattore che causa gravi danni alla fisiologia dei Cetacei, causandone anche la morte. Nella maggior parte degli episodi di spiaggiamento di Cetacei, i fattori di inquinamento acustico e ambientale, rappresentano costanti concause responsabili della morte di questi mammiferi marini”. Può esserci una correlazione, come qualcuno ha ipotizzato dopo il sisma in Emilia Romagna, tra trivelle e terremoti?

Attualmente non ci sono evidenze certe. Di contro qualcuno sostiene che ci siano legami tra il fracking, la tecnica che consiste nell’utilizzare un fluido iniettato ad alta pressione per creare e propagare una frattura in uno strato di roccia nel sottosuolo, e i terremoti. Dalle informazioni in mio possesso, però, sembra che in Italia questa tecnica non venga utilizzata. Certo è che a sostenere un legame tra fracking e terremoti c’è un approfondito studio realizzato dallo United States Geological Survey, l’agenzia scientifica del governo degli Stati Uniti che si occupa del territorio, delle sue risorse naturali e dei rischi che lo minacciano. Qualcuno ingiustamente ha legato il terremoto dell’Emilia Romagna alle trivellazioni: io sono con i geologi che sostengono che nessuna attività dell’uomo, come sondaggi, perforazioni, prelievi di idrocarburi, prelievi di acqua, possa creare o indurre terremoti di intensità pari a quelli avvenuti. La tecnica dell’airgun, che invece sarà utilizzata nell’Adriatico, era stata inserita tra i reati ambientali. Poi all’ultimo momento, per motivi di opportunità “politica”, la Camera l’ha stralciata dal disegno di legge. Oggi il governo l’autorizza per la ricerca del petrolio nel nostro mare. Non è una contraddizione, visto che ne aveva riconosciuto la pericolosità? Fosse l’unica contraddizione di questo e dei passati governi. Siamo in Italia, Stato in cui tutto èpossibile.

A livello internazionale, al G7 ad esempio, il governo si pone l’obiettivo di un futuro fatto di fonti rinnovabili, con una progressiva riduzione delle fonti inquinanti, come il petrolio. A livello nazionale invece lo stesso governo autorizza a trivellare. Come si spiega questa contraddizione? Un governo che si tiene in piedi grazie alle lobbies non potrà mai fare un torto alle stesse in favore di salute e tutela ambientale.

di Paola Pentimella Testa

 

fonte: https://indygraf.com/il-petrolio-nell-adriatico

Il petrolio nell’Adriatico è una bufala propagandistica!ultima modifica: 2017-11-18T14:22:33+00:00da eles-1966
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