Sardegna – I retroscena della piaga degli incendi e come abbiamo ridotto una delle regioni più belle al mondo!

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Sardegna – I retroscena della piaga degli incendi e come abbiamo ridotto una delle regioni più belle al mondo!

 

I retroscena della piaga degli incendi in Sardegna

Sardegna: un patrimonio naturale immenso che però ogni anno viene devastato da incendi che nella stragrande maggioranza dei casi sono dolosi. Colpevoli pressoché sempre impuniti e l’amarezza per un paese che non riesce o non vuole bloccare il fenomeno. Ne parla Giorgio Pelosio, amministratore di Teletron Euroricerche, azienda che si occupa di sistemi di rilevazione ambientale.

L’associazione “L’uomo che pianta gli alberi”, da anni impegnata sul fronte della tutela dell’ambiente e del territorio sardi, ha intervistato in proposito Giorgio Pelosio, amministratore di Teletron Euroricerche, che si occupa si sistemi di sicurezza ambientale,

Cosa sta succedendo in Sardegna sul fronte degli incendi?

Stiamo assistendo a una devastazione totale del territorio, mi sembra ormai nell’indifferenza della gente, che subisce tutto questo passivamente. L’immagine è quella di una Sardegna che nel periodo estivo è meta degli incendiari, fuori controllo. Eppure è una delle zone, a livello internazionale, dove il turista viene perché trova e si aspetta un ambiente meraviglioso, ancora intatto. Questa piaga degli incendi è una situazione che si potrebbe evitare o ridurre drasticamente. L’usanza di bruciare i terreni per migliorare la fertilità del terreno è molto antica. Però la differenza rispetto a una volta, nei rarissimi casi di incendi colposi, è che quando qualcuno creava un incendio per bruciare delle stoppie, c’era sempre chi da vicino controllava fino all’ultimo momento che il fuoco non andasse fuori controllo.

Le cronache antiche, fino ai primi decenni del ‘800, parlano di una Sardegna ricca di boschi; le cronache successive, invece, descrivono una Sardegna inaridita. C’è stata speculazione con grandi disboscamenti. Ci sono le condizioni ambientali perché si possa ricostituire una Sardegna ricca di boschi?

Si potrebbe tornare a quella situazione, però per certe specie di alberi ci vogliono millenni prima di diventare piante adulte. La macchia mediterranea è un ombrello straordinario per il terreno, perché limita i danni dell’acqua quando arriva la pioggia, in certi casi torrentizia, che limita il dilavamento dei terreni dove l’humus viene completamente trasferito a valle. Quindi la macchia mediterranea ha questo compito molto importante. Basterebbe farla ricrescere nell’arco di 5-10 anni e costituirebbe uno strato di protezione del terreno, favorendo poi la crescita di altre piante, che possono essere endemiche della Sardegna oppure piante di rimboschimento.

Però sarebbe un processo molto lungo…

Sì. Per fare, ad esempio,  per riprodurre un bosco di tassi o di querce ci vogliono centinaia, migliaia di anni. Qui in Sardegna abbiamo specie straordinarie di tassi che hanno 2/3000 anni e gli olivastri che sono famosi nel mondo. Se questi esemplari sono arrivati fino a noi oggi, vuol dire che prima c’era la cultura e il rispetto di queste piante, di cui la Sardegna era straordinariamente colma. Ovunque c’erano lecci, corbezzoli, tassi, ginepri… Oggi ce ne sono ma molto, molto meno. Questo è dovuto a varie cause. Certamente gli incendi sono una delle prime cause. Negli ultimi 50 anni sono stati anche fatti rimboschimenti certe volte inappropriati, con eucaliptus o pini.

Ancora oggi?

Sì, ancora oggi vengono fatti rimboschimenti con l’eucaliptus, una pianta tipica che viene utilizzata nelle zone ricche d’acqua, quindi messa addirittura per assorbire l’acqua all’uscita degli impianti di trattamenti delle acque. Una pianta adulta di eucaliptus è in grado di assorbire 200-300 litri di acqua al giorno. Ora, però, le zone in cui c’è tanta acqua in Sardegna sono veramente molto poche. Quindi, fare il rimboschimento di eucaliptus in una montagna, porta ad inaridire ulteriormente zone che magari sono state già percorse dal fuoco. I pini, essendo resinosi, sono estremamente resistenti, quindi vivono anche in situazioni difficili con scarsità di acqua e crescono un po’ più velocemente di altre essenze. Comunque le specie endemiche della Sardegna rimangono sempre quelle della macchia mediterranea, poi i ginepri, i lecci… Queste sono le piante tipiche della Sardegna. I corbezzoli noti come arbusti si trasformano molte volte in alberi, sono delle piante veramente straordinarie.

Quanti ettari di vegetazione si perdono ogni estate in Sardegna?

Solo se noi pensiamo agli ultimi 20  giorni, credo che siano stati distrutti 6mila ettari di territorio, pascolo e boscato, questo, oltre a essere un danno ambientale, determina anche un notevole aumento della temperatura, perché, da osservazioni che faccio da circa trentacinque anni (essendo vicino a questo settore dal 1984), ho verificato che non è vero quello che si dice: “Fa caldo quindi nascono gli incendi”. E’ completamente alla rovescia: fa caldo perché ci sono gli incendi. Se c’è un incendio di qualche centinaio  di ettari al centro della Sardegna e soffia il maestrale, a distanza anche di 100 Km la temperatura può aumentare oltre i 5 gradi. Questo lo dico per osservazioni fatte tutti gli anni in Sardegna. Quindi il ragionamento è all’opposto.

Se si andrà avanti così, il processo di desertificazione sarà irreversibile?

Esattamente. Perché non c’è possibilità di far crescere piante in una zona percorsa più volte dagli incendi. Quando ci sono ad esempio zone granitiche, dove è passato più volte un incendio, prima che si ricostruisca l’humus (quindi tutto quel processo lentissimo che consente di creare il substrato per rinnovare di nuovo la vegetazione, quindi per far partire le piantine) ci vogliono centinaia di anni e in certi casi migliaia, perché è un processo lentissimo in quanto c’è poca acqua e molta pietra. Perciò la situazione è veramente molto difficile. Per costruire la pineta di Sinnai, fatta ai tempi della guerra, erano state scavate enormi buche nel granito, era poi state riempite di terra e lì avevano piantato gli alberi. Quindi pensate alle difficoltà che ci sono per fare un rimboschimento. Purtroppo, la maggior parte di quel rimboschimento di Sinnai, una quindicina di anni fa è scomparso per un incendio che in poche ore ha distrutto la maggior parte di quella meravigliosa pineta.

Cosa occorre per invertire questo processo di desertificazione della Sardegna?

Il processo di desertificazione è un fatto soprattutto di tipo culturale,  che genera grandi interessi economici. Non è facile da sradicare. Bisogna mettere l’albero, il bosco, al primo posto nell’ambiente. Quando vediamo per esempio che brucia un ettaro di vegetazione, oltre al danno determinato  del fatto che stia bruciando quella vegetazione e ai costi dell’intervento di spegnimento, non c’è più quell’ettaro, e quell’ettaro mancante ha impoverito il territorio. L’altro effetto molto importante è il fatto che quella piccola porzione di vegetazione non assorbe più CO2, e l’assorbimento di CO2 è fondamentale. Da una parte bruciando produciamo una enormità di CO2, dall’altra si impoverisce il territorio e quell’ettaro lì non ci sarà più, con la sua possibilità di assorbire la CO2. Quindi il problema è doppio. Più i costi degli interventi aerei ed a terra che oramai sono alle stelle.

Quanto costa un intervento?

Ricordo che l’incendio del 7 agosto di tre anni fa a Sinnai, nella zona di San Gregorio, è costato, solo di interventi aerei per 300 ettari percorsi dal fuoco, 300.000 euro. Stiamo parlando solo di costi vivi. Poi c’è tutto quello che gira intorno, che ha costi aggiuntivi. I danni: una buona parte di quella zona che è stata percorsa dall’incendio, se oggi si osserva sul posto ed anche attraverso  Google Earth, è desertificata. Ci sono piantine piccole piccole che stanno cercando di crescere con grande difficoltà anche a causa di  questa siccità, le cose non stanno migliorando. Per cui, se aumentando gli incendi e quindi la superficie bruciata, si determina una situazione di carenza di umidità e di carenza quindi anche di nuvole che possano scaricare l’acqua nel territorio. Molti anni fa sono andato in una zona del Sud America dove è stato fatto un rimboschimento di 400 mila ettari negli anni 80. Questo rimboschimento ha portato a cambiare il clima della zona. Antecedentemente all’intervento  non pioveva più, non c’era più umidità, non c’era più acqua. Facendo questo rimboschimento di 400 mila ettari (adesso sono piante adulte che hanno oltre 30 mt di altezza) si è ricreata la fauna, l’acqua e lì continuamente passano le nuvole e scaricano l’acqua. Sulle nuvole c’è da dire una cosa interessante: dove c’è vegetazione vi è un fenomeno molto particolare: nella sommità della vegetazione, quando passano le nuvole, si verifica un fenomeno di leggera riduzione della temperatura apicale dell’albero per effetto della fotosintesi clorofilliana. Questa lieve riduzione fa sì che la nuvola scarichi l’acqua sul bosco. Invece, dove non ci sono boschi, le precipitazioni possono avvenire ovunque, a carattere torrentizio e fare dei danni come si sono visti nell’Ogliastra, a Capoterra  Olbia ecc., che hanno fatto danni a persone e cose. Alluvioni incredibili. Perché si caricano nuvole di ghiaccio  ed acqua e poi, a un certo punto, scaricano tutte insieme. Quindi con un danno ambientale successivo incalcolabile.

Il rischio incendi è circoscritto solo al periodo estivo?

E’ stata fissata la data per l’inizio di una campagna antincendio normalmente dall’inizio di giugno, ma la vegetazione, in caso di deficit idrico (che avviene dopo circa 20-30 giorni di mancanza di piogge), col vento forte, quindi con un ambiente secco, in qualsiasi momento dell’anno può permettere lo svilupparsi di un incendio analogamente a quello che succede d’estate. Tant’è vero che più di 20 anni fa c’è stato un incendio nel periodo di Pasqua, era ancora freddo, un periodo un po’ piovoso, e nella zona di Triei-Baunei è sparita una pinetina nell’arco di un paio d’ore con un incendio. La propagazione dell’incendio è leggermente  lenta, ma se l’incendio parte va in chioma in qualsiasi periodo dell’anno.

C’è un business dietro gli incendi? Chi ci guadagna? Per fare un esempio, prima ha parlato di 300 mila euro occorsi per spegnere 300 ettari in un incendio del 2007. In quel caso, chi ha guadagnato?

Certamente tutti quelli che hanno fatto questo servizio, tutti quelli che hanno fornito il carburante, tutti quelli che hanno fatto delle missioni, tutti quelli che girano intorno alla macchina dell’antincendio. La campagna antincendio io la vedrei più come ”campagna incendi”. Ma non sto affermando nulla di nuovo, sulla stampa appaiono da oltre 40 anni articoli in tal senso.

Sono privati?

Ci sono certamente anche privati. I canadair sono della protezione civile però gestiti da società private sotto il controllo dei vigili del fuco. Poi ci sono gli elicotteri che sono per lo più di società private. Ma è evidente che dietro tutta questa macchina girano un sacco di soldi. Per ogni ora (questi sono dati della protezione civile), se girano quattro canadair e un elicottero ci sono circa 50-60 mila euro di interventi. Siccome un intervento può durare dalle 5 alle 10 ore, lì si vede quali interessi si mettono in moto con un incendio. Devo dire che questo coinvolge anche moltissime persone che invece si sacrificano ogni giorno, quei volontari che io ritengo gli unici che si dovrebbero occupare dell’antincendio, volontari specializzati e formati. In molte regioni la maggior parte delle attività antincendio è affidata ai volontari sia per l’osservazione, sia per l’identificazione, sia per l’intervento. Questo sarebbe importantissimo. Dove invece ci sono in gioco altri interessi, non è detto che gli incendi vengano spenti in maniera rapida.

Come si muove la giustizia? Ogni tanto le cronache ci raccontano di qualche piromane che viene identificato e fermato. Quali sono le pene comminate?

Da quello che leggo sui giornali, ogni tanto ne prendono qualcuno, magari stanno dentro per breve tempo, molti vengono rimandati a casa. Dicono che viene fatta un’azione molto importante di investigazione, di prevenzione, ma io l’effetto di tutto questo non lo sto vedendo. Perché se fosse veramente così, con tante persone che si occupano di investigazione…

Manca la consapevolezza collettiva della gravità di questo reato?

Sì, perché di fatto basta che uno accenda il fuoco nel momento peggiore, con forte vento e secco, parte un focolaio o più focolai e questi si propagano in maniera rapidissima. Ho visto incendi propagarsi con una velocità di un ettaro al minuto. Non credo che le pene, la giustizia, almeno quella italiana, siano in grado di scoraggiare questi piromani. Questi incendi sono un attentato alla vita. Ogni anno la situazione sta peggiorando.

Non si crea indignazione mediatica su questi crimini. Eppure le foreste sono il primo ingrediente della vita.

Sì. Sono pochissimi i casi in cui a innescare un incendio è la marmitta della macchina oppure il barbecue, o ancora il treno che, frenando, sviluppa scintille… Quelli possono succedere ma sono veramente molto rari. Anche perché i casi come questi si possono verificare sempre, anche quando non c’è vento. Invece, guarda caso, tutti questi eventi si verificano sempre e solo quando c’è forte vento. Quindi questo vuol dire che è proprio un programma criminale, portato avanti da persone senza scrupoli  che hanno interesse a bruciare. Ci sono personaggi, dietro le quinte (dietro quelli che si sacrificano di giorno e di notte, volontari) che possono trarre grosso beneficio da questi eventi.

E che magari fanno leva sulla crisi economica per attirare la collaborazione di chi non ha o ha scarse fonti di reddito… In quale percentuale si può parlare di casi di vera piromania?

Ci sono stati diversi casi in cui sono stati identificati dei piromani. Ricordo molti anni fa, all’isola d’Elba: erano persone che avevano dei disturbi, delle manie particolari, delle patologie, e che godevano nel vedere il fuoco e tutto quello che si metteva in moto intorno a questo fuoco perché diventava quasi uno spettacolo. Questo è successo diverse volte. Però sono convinto che i fuochi che sono partiti in Sardegna nascano da interessi materiali.

Lei di cosa si occupa?

Sono ormai 40 anni che mi occupo di sistemi per la prevenzione degli incendi boschivi. Il primo sistema lo abbiamo fatto nel 1986, collaudato nei territori di Arzana, vicino a Lanusei, col contributo della Comunità Europea e dell’Ispettorato Regionale delle foreste di Nuoro. Quel primo sistema fatto ha avuto un grande successo, tant’è vero che è stato organizzato un convegno in Francia nel 1987, proprio per parlare di questa tecnologia innovativa nell’infrarosso e nel visibile.

Ci può spiegare in cosa consiste questo sistema?

Occorre localizzare in tempi brevissimi (3 minuti massimo) un incendio, quindi sul nascere, individuarne la posizione in maniera molto precisa e mandare questa informazione a chi deve fare l’intervento, che possono essere o mezzi a terra o, se lo consentono le condizioni meteorologiche, l’elicottero. Dopo questo primo impianto fatto a Lanusei, in Ogliastra, visto il successo di questa iniziativa, la Regione, le comunità montane e altri enti hanno ordinato molti altri di questi impianti, che hanno funzionato fino al 2004. Tutti impianti collaudati, che si basano soprattutto sulla prevenzione. La prevenzione ha anche un effetto deterrente. Da uno studio fatto, si è visto che nell’arco di tre anni in tutte le zone monitorate da questi sistemi basati su telecamere dell’infrarosso e del visibile, nelle zone di migliore osservazione (in cima alle montagne), c’era una riduzione (e questi sono dati ufficiali) dell’80% degli incendi. Chi, intenzionato a dare fuoco, vedeva la stazione, non dava fuoco direttamente a vista proprio per il notevole effetto deterrente. E’ la stessa cosa che si verifica molto banalmente in un supermercato o in una banca, che se uno si trova sotto una telecamera è scoraggiato a prendere determinate iniziative. E nel momento in cui viene localizzato in tempi brevissimi (stiamo parlando nell’ordine di 3 minuti massimi) un principio di incendio, se queste informazioni sono comunicate agli elicotteri e ai mezzi a terra, lo spegnimento può essere rapidissimo prima che il fuoco finisca in chioma e quindi che provochi danni che sono veramente irreparabili. Abbiamo numerosissimi casi registrati e a disposizione dall’insorgere dell’incendio al rapido spegnimento in brevissimo tempo.

Tornando ai costi di cui ha parlato prima (l’incendio del 2007, 300 mila euro per spegnere 300 ettari ), questi sono legati anche alla durata delle operazioni di spegnimento? Più tempo occorre a spegne un incendio, maggiore è il costo e quindi anche i guadagni?

Esattamente.

Quindi, per chi trae profitto dalle operazioni di spegnimento, è economicamente vantaggioso che l’incendio abbia il tempo di propagarsi…

Certo, più dura, maggiori sono gli interessi.

Il suo sistema non esclude l’impiego dei mezzi di spegnimento tradizionali (mezzi di terra e di cielo) ma ne ridurrebbe la necessità e i tempi di utilizzo…

Il fatto che io possa fare un intervento che duri 10 minuti o 10 ore, questo cambia moltissimo. Perché 10 minuti di elicottero possono costare qualche centinaio di euro. Se invece uno fa 10 ore di canadair, possono essere centinaia di migliaia di euro. Questa è la differenza. Oltre alla distruzione del territorio. Devo dire che  le tecnologie di monitoraggio realizzate  sono state utilizzate con successo dal 1986 al 2004 perché l’amministrazione ha visto che, nel momento in cui il rilevamento è immediato, l’intervento è immediato, la riduzione delle superfici bruciate è drastica, e che quindi zone importanti sono state preservate, preservate per molti anni. Poi dal 2005 hanno delegittimato questi impianti, che sono stati abbandonati in maniera incomprensibile. Ora io credo che bisognerebbe fare un ragionamento importante, che è quello di ricostituire una rete di persone, di soggetti che siano veramente interessati al bene della Sardegna, al bene dei boschi e della vegetazione. Oggi, quando c’è un incendio, c’è tutto un meccanismo piuttosto complesso (prima di verifica, poi si autorizza l’elicottero, autorizza qui, autorizza lì…) e passano i minuti, qualche volta le ore, per cui il fuoco prende piede e brucia decine, centinaia, migliaia di ettari, come si è visto questi ultimi giorni, perché non c’è più la consapevolezza che è interesse di tutta la collettività contribuire a spegnere un incendio.

Se fossero in funzione tutti gli impianti, quanti ettari potrebbe coprire questo sistema?

Il sistema potrebbe coprire oltre 600 mila ettari di territorio pregiato  e individuare un principio di incendio entro 3 minuti con localizzazione precisa in pianta ed effettuare la previsione di sviluppo e direzione dell’incendio per poter aiutare le squadre dell’intervento e orientare i loro sforzi. Inoltre, l’osservazione dell’incendio è soltanto una delle tantissime cose che può fare questo sistema. E’ fondamentale l’effetto deterrente. E’ fondamentale la tempestività della localizzazione di un principio di incendio, seguirlo costantemente, sia nelle fasi iniziali sia nelle fasi dello spegnimento attraverso le camere termiche all’infrarosso, il fatto di poter consentire a quelli che si occupano dello spegnimento e che rischiano la propria vita, di avere uno strumento per sapere esattamente da dove arriva il fuoco e quindi qual è la linea di fuga più adatta. E’ una cosa che l’uomo, senza la strumentazione, non può fare.

I costi?

Grosso modo 3 euro per ettaro. Basti pensare che il rimboschimento di un ettaro può costare dai 15 mila ai 30 mila euro. Quindi il grande risparmio che si può avere è assolutamente evidente.


Le istituzioni, di fronte al progetto che lei hai presentato e che ha avuto anche una fase di realizzazione, come reagiscono?

Devo dire che ho trovato molto favore per i risultati, che sono estremamente chiari, evidenti. Questo ha trovato il favore di molte istituzioni. Stiamo parlando della Corte dei Conti, dei Carabinieri, Guardia di Finanza, tutti quelli che operano nel territorio e hanno a cuore il fatto che non ci siano incendi. Il progetto si è fermato, secondo me, per motivi di carattere politico. Dietro la scelta di abbandonare un sistema di impianti collaudato, certificato e entrato in esercizio, deve esserci l’interferenza di altri interessi. D’altra parte c’è un motivo che potrebbe essere la causa o la concausa di questo blocco e cioè: nello stesso anno in cui è stato bloccato il funzionamento degli impianti, la Regione aveva ottenuto un grosso finanziamento dall’Unione Europea per un’altra rete di impianti. Ho presentato una denuncia alla Procura alcuni anni fa.

Quindi, appurato che ci sono grossi interessi economici e che c’è ostracismo da parte di certi ambienti della politica, a questo punto qual è la vera medicina? Sensibilizzare la coscienza pubblica?

Certo! Occorre che tutti i sardi, e non, sappiano che esiste questa tecnologia e che è stata abbandonata. Oltretutto, quando c’è stato l’incendio dei Sette Fratelli, anziché mettere l’accento sul fatto che c’erano stazioni che erano spente durante l’incendio, hanno focalizzato l’attenzione sulle perplessità intorno a questa tecnologia, facendo intendere che dietro si nascondesse qualche cosa di losco e che tutto quanto sarebbe stato affidato alla Procura della Repubblica. Mi ricordo molto bene: è successo nell’agosto di tre anni fa. Poi il silenzio.

Stiamo donando ai posteri un deserto perché la Sardegna è destinata, se non si inverte questa tendenza distruttiva, a diventare un deserto in maniera irreversibile. In materia di ambiente pare esserci ancora molta distrazione da parte della gente.

Occorre rendersi conto che quando brucia un albero, quell’albero è anche nostro. Se noi vogliamo vivere in un ambiente naturale, puro, dove ci siano acqua e benessere, e quello viene bruciato, abbiamo bruciato una cosa nostra. Manca questa coscienza.


Nelle cronache dei primi del ‘800 leggiamo che la Sardegna era una terra ricca di corsi d’acqua. Per tutto l’anno.

Sì. Basta vedere la Corsica che è a due passi da noi. La Corsica ha una quantità di vegetazione simile a quella che aveva la Sardegna qualche centinaio di anni fa. Ma se noi andiamo in questo momento in Corsica, la maggior parte della Corsica ha fiumi come se ne vedono sulle Alpi, sulle Dolomiti. E questo rappresenta una ricchezza straordinaria.

Questo ancora lo si vede in certe aree della Sardegna, dove si può fare il bagno anche d’estate. Sempre meno però…

Sempre meno. Se uno guarda una cartina turistica: dove è preferibile andare? Nelle zone dove è indicato il verde, cioè dove c’è il bosco. E’ difficile si indirizzi il turista dove c’è una montagna desertica. Normalmente l’interesse è di andare nei luoghi dove c’è vegetazione. La vegetazione porta acqua, porta vita. Con i fondi comunitari si potrebbe fare un piano di rimboschimento di tutte le aree bruciate della Sardegna, considerato anche che il rimboschimento contribuisce alla riduzione della CO2. E questa attività potrebbe vedere un sacco di gente (operai, forestali, ecc.) impegnata in una attività di tutto l’anno. E d’estate, se i canadair devono veramente volare, facciamoli volare usandoli applicandovi sistemi di irrigazione aerei che possano spruzzare l’acqua sui rimboschimenti.

Tra l’altro a volte i canadair attingono l’acqua dal mare. Quest’acqua salata che effetto ha poi sul terreno?

E’ devastante. Se io prendo un vaso di fiori e ci metto l’acqua salata, muore la pianta. Quindi, una volta che io sono andato a spargere il sale in giro… questo è un ulteriore danno.

fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/incendi_sardegna

Sardegna – I retroscena della piaga degli incendi e come abbiamo ridotto una delle regioni più belle al mondo!ultima modifica: 2017-07-18T20:12:56+00:00da eles-1966
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